Torniamo ad occuparci di Beppe Severgnini e della sua iniziativa volta a rieducare i malandrini che parcheggiano dove non dovrebbero.
Se girate in rete, ma anche se vi limitate a guardare i commenti all'articolo del Corriere, troverete un gran dibattito sul contemperamento tra diritto alla privacy e diritto di cronaca (se poi avete lo stomaco troppo debole per i commenti del Corriere, potete limitarvi ai commenti da Mantellini, che rispecchiano le medesime posizioni ma con un maggior rispetto per l'ortografia).
tutte cose belle che tuttavia, come spesso accade, non centrano il bersaglio, anche se per comprenderne il motivo occorre un minimo di ragionamento (non vorrei che ciò spaventasse Severgnini, ma mi tranquillizzo pensando che comunque non sarà arrivato fin qua).
Cambiamo giornale, quindi, e andiamo su Repubblica, che ci racconta di quest'altra bella iniziativa del presidente di un'associazione di froci (absit iniuria verbis) che ha messo su un bel sito con il quale intende fare un po' di outing, vale a dire pubblicare a loro insaputa nomi e cognomi di 10 politici (per iniziare) che predicano in un modo e poi sotto le lenzuola razzolano in un altro.
Nel sito messo su da quel genio, che dev'essersi sentito un nuovo Assange de' noantri, si legge: «L’outing (termine che viene usato in modo sbagliato dai giornalisti italiani che sono in molti casi ignoranti e pigri) è uno strumento politico duro ma giusto». Anche qui due aggettivi che cercano di contemperarsi: duro e giusto; ma se sul duro non ci sono molti dubbi (salvo che taluno pensi che non sia "duro" l'effetto di veder pubblicato il proprio nome come ricchione quando si tiene famiglia), il "giusto" è tale solo perché l'ideatore dell'iniziativa la pensa così.
Proviamo a tirare le fila.
Che cosa hanno in comune tutte queste persone? Semplicemente, credono di essere nel giusto, e che coloro che non pensano come loro sbaglino. E, dato che loro hanno ragione e gli altri torto, ritengono di avere il diritto di fare ciò che a loro piace, senza preoccuparsi delle conseguenze delle loro azioni.
Ma, questo è il punto veramente importante, il problema non è di essere o meno nel giusto, bensì di saper valutare le conseguenze di ciò che si fa.
Severgnini paladino della giustizia. Mancuso paladino della giustizia. Assange paladino della giustizia. Aguirre paladino della giustizia. Peccato che per Severgnini, Mancuso, Assange e Aguirre il concetto di giustizia coincida con l'idea di giustizia che loro hanno in mente.
Devastati da un ego ipertrofico, tutti questi personaggi hanno perso la capacità di confrontare il proprio io con il mondo esterno, tal quali i bambini che fino ai tre-quattro anni pensano che l'intero mondo sia un'estensione di essi stessi e quindi al loro servizio.
Poi i bambini si scontrano con il principio di realtà, e comprendono che il mondo non è il loro volere; ma taluni non riescono a superare quella fase, e continuano a ritenersi unici, giusti e irripetibili.
Di solito poi diventano così:
o così:
venerdì 16 settembre 2011
Congiunzioni astrali
Oggi lo Scorfano ci racconta com'è bello insegnare in una classe di 28 ragazzi, mentre l'estate sta finendo.
giovedì 15 settembre 2011
Non c'è limite al peggio, ma si può sempre scavare per raccogliere altra preziosa merda
La deriva materna (nel senso di scuola dell'infanzia) che la nostra stampa ha preso è oramai irreversibile.
So bene di essere divenuto una macchietta, uno di quei vecchietti dell'ospizio che ripetono incessantemente la stessa frase da quando si svegliano a quando vanno a dormire, ma ahimè non riesco proprio a trattenermi.
E' con vera tristezza che mi rendo conto, giorno dopo giorno, di come le più elementari regole di civiltà siano state dimenticate, lasciando posto a un bailamme in cui chi l'unico vincitore degli scontri dialettici è chi urla più forte e chi la spara più grossa.
Berlusconi (che, a scanso di equivoci lo sottolineo, a mio parere ha fatto una quantità di porcherie) è stato messo in croce per aver datto al telefono con un conoscente (non in un discorso pubblico o in un comizio: al telefono con un conoscente) che questo è un paese di merda: cosa che chiunque di noi dice almeno una volta alla settimana, non foss'altro perché il paese è guidato da Berlusconi.
E viene considerato normale indignarsi contro di lui per una cosa che tutti diciamo.
Lo stesso Berlusconi è stato messo in croce perché si dice che abbia fatto dei commenti poco lusinghieri sull'aspetto fisico della cancelliera tedesca.
E coloro che lo mettono in croce sono gli stessi che lo chiamano psiconano e che prendono per il culo Brunetta
Oggi i giornali danno ampio spazio al contenuto della telefonata che ha fatto con Lavitola, quella in cui gli ha detto di restare fuori dall'Italia, e virgolettano la frase «vi scagionerò tutti» come se in quella frase ci fosse la prova della sua colpevolezza: e allora, facendo uno sforzo di immaginazione e supponendo per un attimo che veramente Berlusconi abbia dato soldi a Tarantini per ispirito di beneficienza, mi chiedo che cazzo dovrebbe dire uno al telefono per essere ritenuto innocente da Marco Travaglio.
Qualche giorno fa ho comperato dei biglietti per un viaggio che farò con un paio di amici, e questi mi restituiranno la loro quota facendomi un bonifico. Poniamo il caso che un PM mi accusi di aver loro estorto dei denari: non sarebbe naturale che il mio amico Dario al telefono mi dicesse «ma è una cazzata! Quel PM è impazzito! Non preoccuperti che quando sarò sentito ti scagionerò»?
In questo quadro si è perso completamente la capacità di distinguere tra accusato e colpevole: una distinzione che sta alla base di tutta la civiltà giuridica e che costituisce la fondamentale barriera a tutela della libertà di ciascuno.
Stamane, espletando le funzioni corporali del mattino, leggevo questo passo nell'articolo di Fiorenza Sarzanini su Io Donna: «Di fronte a questa realtà sono sempre più numerosi gli specialisti che ritengono necessaria la modifica dell'articolo 612-bis del Codice penale che punisce, appunto, gli atti persecutori, ma non prevede l'obbligo per l'indagato di sottoporsi a un "percorso di risocializzazione orientato"». Notata la parolina? Indagato, non condannato e nappure imputato. Può essere un lapsus, ma è un lapsus significativo.
Stiamo tornando, pacatamente e serenamente, a quegli anni in cui bastava essere accusati di qualche malefatta dalla "voce pubblica" per essere sottoposti all'ammonizione di P.S. o addirittura al confino.
Dopo quegli anni è venuto il 25 aprile, il 2 giugno e la Costituzione, che dice che la voce pubblica non basta e che ci vogliono le prove, prima di toccare la libertà altrui.
Tremonti voleva abolire il 25 aprile e il 2 giugno come giorni di vacanza: tanta sinistra sta cercando di conservare la vacanza mandando al macero il significato profondo di quei giorni. Francamente, dovendo scegliere preferisco di gran lunga Tremonti.
So bene di essere divenuto una macchietta, uno di quei vecchietti dell'ospizio che ripetono incessantemente la stessa frase da quando si svegliano a quando vanno a dormire, ma ahimè non riesco proprio a trattenermi.
E' con vera tristezza che mi rendo conto, giorno dopo giorno, di come le più elementari regole di civiltà siano state dimenticate, lasciando posto a un bailamme in cui chi l'unico vincitore degli scontri dialettici è chi urla più forte e chi la spara più grossa.
Berlusconi (che, a scanso di equivoci lo sottolineo, a mio parere ha fatto una quantità di porcherie) è stato messo in croce per aver datto al telefono con un conoscente (non in un discorso pubblico o in un comizio: al telefono con un conoscente) che questo è un paese di merda: cosa che chiunque di noi dice almeno una volta alla settimana, non foss'altro perché il paese è guidato da Berlusconi.
E viene considerato normale indignarsi contro di lui per una cosa che tutti diciamo.
Lo stesso Berlusconi è stato messo in croce perché si dice che abbia fatto dei commenti poco lusinghieri sull'aspetto fisico della cancelliera tedesca.
E coloro che lo mettono in croce sono gli stessi che lo chiamano psiconano e che prendono per il culo Brunetta
Oggi i giornali danno ampio spazio al contenuto della telefonata che ha fatto con Lavitola, quella in cui gli ha detto di restare fuori dall'Italia, e virgolettano la frase «vi scagionerò tutti» come se in quella frase ci fosse la prova della sua colpevolezza: e allora, facendo uno sforzo di immaginazione e supponendo per un attimo che veramente Berlusconi abbia dato soldi a Tarantini per ispirito di beneficienza, mi chiedo che cazzo dovrebbe dire uno al telefono per essere ritenuto innocente da Marco Travaglio.
Qualche giorno fa ho comperato dei biglietti per un viaggio che farò con un paio di amici, e questi mi restituiranno la loro quota facendomi un bonifico. Poniamo il caso che un PM mi accusi di aver loro estorto dei denari: non sarebbe naturale che il mio amico Dario al telefono mi dicesse «ma è una cazzata! Quel PM è impazzito! Non preoccuperti che quando sarò sentito ti scagionerò»?
In questo quadro si è perso completamente la capacità di distinguere tra accusato e colpevole: una distinzione che sta alla base di tutta la civiltà giuridica e che costituisce la fondamentale barriera a tutela della libertà di ciascuno.
Stamane, espletando le funzioni corporali del mattino, leggevo questo passo nell'articolo di Fiorenza Sarzanini su Io Donna: «Di fronte a questa realtà sono sempre più numerosi gli specialisti che ritengono necessaria la modifica dell'articolo 612-bis del Codice penale che punisce, appunto, gli atti persecutori, ma non prevede l'obbligo per l'indagato di sottoporsi a un "percorso di risocializzazione orientato"». Notata la parolina? Indagato, non condannato e nappure imputato. Può essere un lapsus, ma è un lapsus significativo.
Stiamo tornando, pacatamente e serenamente, a quegli anni in cui bastava essere accusati di qualche malefatta dalla "voce pubblica" per essere sottoposti all'ammonizione di P.S. o addirittura al confino.
Dopo quegli anni è venuto il 25 aprile, il 2 giugno e la Costituzione, che dice che la voce pubblica non basta e che ci vogliono le prove, prima di toccare la libertà altrui.
Tremonti voleva abolire il 25 aprile e il 2 giugno come giorni di vacanza: tanta sinistra sta cercando di conservare la vacanza mandando al macero il significato profondo di quei giorni. Francamente, dovendo scegliere preferisco di gran lunga Tremonti.
Formule ricorsive
Oggi Repubblica dà spazio in seconda pagina alla notizia che i quotidiani tedeschi riferiscono che secondo alcuni pettegolezzi Berlusconi avrebbe detto delle brutte cose sulla Merkel.
Nessuno tuttavia ha ancora visto uno straccio di prova, e se anche la prova ci fosse, continuo a trovare ingiustificabile che si attacchi l'uomo per aver detto in una conversazione privata una cosa che tutti noi aabbiamo pensato, guardando la Merkel in tv, e che molti di noi hanno detto al telefono nel corso di conversazioni private.
martedì 13 settembre 2011
Lezioni di logica formale
«A me non piace far arrestare la gente», disse quello che voleva sbattere in galera gli immigrati, e prima di essi tutti coloro che usano sostanze stupefacenti anche leggere.
Il che significa che:
A) Bossi ha cambiato idea;
B) Bossi è un po' una banderuola;
C) per Bossi negri e drogati non sono "gente".
Il che significa che:
A) Bossi ha cambiato idea;
B) Bossi è un po' una banderuola;
C) per Bossi negri e drogati non sono "gente".
La dimostrazione dell'inesistenza di Dio
Per quanto possa dispiacere a Odifreddi, è da qualche secolo che risulta chiaro, per chiunque abbia condotto degli studi liceali, anche con scarso profitto, che non esiste alcun modo per dimostrare l'inesistenza di Dio.
Allo stato non abbiamo neppure modo di dimostrarne l'esistenza, ma basterebbe che nei cieli del mondo intero comparisse un giorno un vecchio con barba e gran baffoni annunciante il giudizio universale per sopperire al problema (vero è che ciò potrebbe non soddisfare qualche filosofo, ma dal punto di vista pragmatico dell'uomo della strada credo che l'apparizione sarebbe sufficiente per chiunque, salvo che per il buon Odifreddi).
L'inesistenza di Dio invece è tutt'un'altra questione: è chiaro (perlomeno è chiaro per chi abbia studiato giurisprudenza) che spetta a chi afferma una certa cosa dimostrarne la verità, non viceversa.
Se io cito in giudizio il mio vicino perché mi rovina la vita con schiamazzi notturni, sta a me provare che egli tromba rumorosamente, non a lui fornire la prova del contrario.
Se affermo che la mia ex amante mi ha rigato la macchina, sta a me portare le prove, non a lei dimostrare di non averlo fatto.
Se vengo chiamato in giudizio per aver stuprato una cameriera, sta a chi mi accusa portare le prove della violenza, non a me dimostrare che lei era consenziente. E non è che il fatto che tutti i giornali mi abbiano dato contro, facendomi apparire come una bestia, inverta questo mio elementare diritto: perché sappiamo bene che i giornali e l'opinione pubblica sono, come dire, malleabili.
Dio esiste più o meno dall'origine dell'umanità, sia pur con vari nomi e aspetti: ma ciò non toglie che l'agnostico si senta nel buon diritto di attendere che qualcuno ne riesca a dimostrare l'esistenza: non basta il decorso dei millenni ad invertire questo elementare onere della prova. Liberissimi i credenti di credere, ma non pretendano che chi non crede si convinca per il solo fatto che la maggioranza degli uomini crede.
Questi concetti certo non sono fuori dalla portata del medio cittadino: possono apparire antipatici o irriguardosi, ma comunque ritengo assai difficile confutarli. Eppure non sono poi così chiari, persino nella testa di persone che hanno studiato.
Luca Sofri, per dire, si spende in un lungo e tedioso pippone che si sarebbe potuto risparmiare compulsando un po' di filosofia tedesca del XVIII secolo.
La questione è questa: alla domanda se sia o meno favorevole al limite dei due mandati parlamentari (una vecchia passione, questa della limitazione dei mandati, dei giovani-oramai-un-po'-vecchi), Fassino risponde che lui preferirebbe tre, ma comunque ritiene necessario che siano previste delle deroghe. E aggiunge, per esemplificare questa necessità che la regola, se adottata, lo sia cum grano salis: «se avessimo avuto il limite a 2 mandati, Napolitano non sarebbe presidente della Repubblica».
Il Sofri si spende per confutare questa osservazione, arrivando a questionare sull'oggettività del limite dei 18 anni per la maggiore età: e per fortuna che non ci ammannisce l'argomentazione che i 130 Km/h in autostrada non sono suscettibili di diventare 140 secondo l'umore dell'agente di pattuglia.
Ma ha torto: irrimediabilmente torto. Perché Fassino stava semplicemente dicendo, sia pure in maniera educata, che il limite dei due mandati è una cazzata: e sta a chi lo vorrebbe imporre dimostrare che si tratterebbe di una riforma giusta ed utile, non viceversa.
Se avessimo il limite dei due mandati parlamentari, probabilmente Napolitano non sarebbe Presidente della Repubblica: ma sta a chi vuole introdurre questa riforma dimostrare che al Quirinale oggi ci sarebbe Gaetano Brambilla, e che questi sarebbe meglio di Napolitano. Sofri pretenderebbe invece che chi è contrario al limite dei due mandati si faccia carico di dimostrare che Napolitano sarebbe il migliore di tutti i Presidenti possibili. Una prova diabolica, e anche in tal caso la dimostrazione non gli basterebbe.
Abbiamo deciso di stabilire buone regole generali e di rispettarle, senza trucchi, scrive.
Ma quell'aggettivo, «buone» rimane lì, appeso nel discorso, senza alcuna giustificazione che non sia il fatto che Renzi, Civati e compagnia cantante pensano che tali regole siano, appunto, buone.
Come pretendere che Odifreddi creda in Dio perché il Papa dice che Dio esiste. O che il Papa diventi ateo perché ciò farebbe piacere a Odifreddi.
Allo stato non abbiamo neppure modo di dimostrarne l'esistenza, ma basterebbe che nei cieli del mondo intero comparisse un giorno un vecchio con barba e gran baffoni annunciante il giudizio universale per sopperire al problema (vero è che ciò potrebbe non soddisfare qualche filosofo, ma dal punto di vista pragmatico dell'uomo della strada credo che l'apparizione sarebbe sufficiente per chiunque, salvo che per il buon Odifreddi).
L'inesistenza di Dio invece è tutt'un'altra questione: è chiaro (perlomeno è chiaro per chi abbia studiato giurisprudenza) che spetta a chi afferma una certa cosa dimostrarne la verità, non viceversa.
Se io cito in giudizio il mio vicino perché mi rovina la vita con schiamazzi notturni, sta a me provare che egli tromba rumorosamente, non a lui fornire la prova del contrario.
Se affermo che la mia ex amante mi ha rigato la macchina, sta a me portare le prove, non a lei dimostrare di non averlo fatto.
Se vengo chiamato in giudizio per aver stuprato una cameriera, sta a chi mi accusa portare le prove della violenza, non a me dimostrare che lei era consenziente. E non è che il fatto che tutti i giornali mi abbiano dato contro, facendomi apparire come una bestia, inverta questo mio elementare diritto: perché sappiamo bene che i giornali e l'opinione pubblica sono, come dire, malleabili.
Dio esiste più o meno dall'origine dell'umanità, sia pur con vari nomi e aspetti: ma ciò non toglie che l'agnostico si senta nel buon diritto di attendere che qualcuno ne riesca a dimostrare l'esistenza: non basta il decorso dei millenni ad invertire questo elementare onere della prova. Liberissimi i credenti di credere, ma non pretendano che chi non crede si convinca per il solo fatto che la maggioranza degli uomini crede.
Questi concetti certo non sono fuori dalla portata del medio cittadino: possono apparire antipatici o irriguardosi, ma comunque ritengo assai difficile confutarli. Eppure non sono poi così chiari, persino nella testa di persone che hanno studiato.
Luca Sofri, per dire, si spende in un lungo e tedioso pippone che si sarebbe potuto risparmiare compulsando un po' di filosofia tedesca del XVIII secolo.
La questione è questa: alla domanda se sia o meno favorevole al limite dei due mandati parlamentari (una vecchia passione, questa della limitazione dei mandati, dei giovani-oramai-un-po'-vecchi), Fassino risponde che lui preferirebbe tre, ma comunque ritiene necessario che siano previste delle deroghe. E aggiunge, per esemplificare questa necessità che la regola, se adottata, lo sia cum grano salis: «se avessimo avuto il limite a 2 mandati, Napolitano non sarebbe presidente della Repubblica».
Il Sofri si spende per confutare questa osservazione, arrivando a questionare sull'oggettività del limite dei 18 anni per la maggiore età: e per fortuna che non ci ammannisce l'argomentazione che i 130 Km/h in autostrada non sono suscettibili di diventare 140 secondo l'umore dell'agente di pattuglia.
Ma ha torto: irrimediabilmente torto. Perché Fassino stava semplicemente dicendo, sia pure in maniera educata, che il limite dei due mandati è una cazzata: e sta a chi lo vorrebbe imporre dimostrare che si tratterebbe di una riforma giusta ed utile, non viceversa.
Se avessimo il limite dei due mandati parlamentari, probabilmente Napolitano non sarebbe Presidente della Repubblica: ma sta a chi vuole introdurre questa riforma dimostrare che al Quirinale oggi ci sarebbe Gaetano Brambilla, e che questi sarebbe meglio di Napolitano. Sofri pretenderebbe invece che chi è contrario al limite dei due mandati si faccia carico di dimostrare che Napolitano sarebbe il migliore di tutti i Presidenti possibili. Una prova diabolica, e anche in tal caso la dimostrazione non gli basterebbe.
Abbiamo deciso di stabilire buone regole generali e di rispettarle, senza trucchi, scrive.
Ma quell'aggettivo, «buone» rimane lì, appeso nel discorso, senza alcuna giustificazione che non sia il fatto che Renzi, Civati e compagnia cantante pensano che tali regole siano, appunto, buone.
Come pretendere che Odifreddi creda in Dio perché il Papa dice che Dio esiste. O che il Papa diventi ateo perché ciò farebbe piacere a Odifreddi.
lunedì 12 settembre 2011
Pan dei morti
Dolce tipicamente milanese al pari del panettone, per quanto come esso poi esportato e prodotto un po' in tutta Italia.
Viene consumato in occasione della commemorazione dei defunti, che come tutti sanno cade il 2 di novembre.
Da rammentarsi quando l'espressione «non mangiare il panettone» appare viziata da eccessivo ottimismo.
Viene consumato in occasione della commemorazione dei defunti, che come tutti sanno cade il 2 di novembre.
Da rammentarsi quando l'espressione «non mangiare il panettone» appare viziata da eccessivo ottimismo.
Un Grande Paese Moderno
Molti di noi pensano di vivere in un Paese grande e moderno, che certo ha il suo bel po' di problemi ma che in fondo dopo un lunghissimo dopoguerra è riuscito a scrollarsi di dosso, quasi ovunque: la polvere dei campetti dell'oratorio, le vedove nerovestite vita natural durante, le maghe guaritrici, i padri padroni.
Anche nel campo della morale privata sembra che il nostro sia ormai un Paese assai diverso da quello rappresentato da quella provincia trevigiana o maceratese nella quale tutto si può fare con chiunque, purché nessuno lo possa mai venire a sapere: oggi abbiamo i sexy shop, vediamo in TV signore poco vestite anche all'ora di colazione e se vogliamo vedere qualcosa di più ci abbiamo la internet, con autorevoli siti quali www.repubblica.it o www.lastampa.it che ci offrono quotidianamente tante immagini tra le quali scegliere quella migliore per la sega giornaliera.
Bello vivere in un Grande Paese Moderno, vero? E infatti ce la raccontiamo, comperiamo i preservativi e i lubrificanti all'Esselunga e in altre catene ci sono perfino i gel stimolanti e gli anelli vibratori. Siamo, insomma, un Paese libero dopo duemila anni di repressione sessuofobica, nel corso dei quali l'unico motivo lecito per fare del buon sesso, perfino con il proprio coniuge, era quello di riprodursi.
Poi arriva un giorno nel quale succede qualcosa di diverso. Drammatico, bizzarro e soprattutto diverso dal solito: un signore, un serio professionista, nel corso di un gioco erotico ammazza una povera ragazza e ne manda in fin di vita un'altra. Cose che succedono: non dovrebbero succedere ma fanno parte della vita, come gli incidenti in autostrada.
Ed ecco che per giorni e giorni i quotidiani ci sfracellano i marroni con nodi, corde, pesi, comunità, patricolari. Sedicenti maestri di pensiero ci spiegano che le corde sono una metafora della precarietà della vita, e i nodi una reazione alla mancanza di autostima. Giornalisti precari si compiacciono di mostrare la banalità della perversione, affiancando manette e Monopoli in un pastone che non serve a nulla, salvo pubblicizzare un paio di circoli ARCI e soprattutto épater le bourgeois rassicurandolo allo stesso tempo: facendogli ventilare davanti al naso una vita meno di merda di quella noia mortale che conduce, ma consolandolo allo stesso tempo con il prezzo che potrebbe pagare qualora mollasse la moglie di cui è arcistufo o il marito che russa da trent'anni.
In ciascuno degli articoli che parlano di bondage, shibari, soffocamento e compagnia cantante si sente, fortissimo, l'odore di chiuso della sagrestia, l'aroma dell'incenso e il profumo dozzinale di motel sulla statale, confortevole e riservato.
Sono articoli che hanno lo stesso coefficiente di modernità delle pubblicità che scorrevano al cinema, con le diapositive.
Anche nel campo della morale privata sembra che il nostro sia ormai un Paese assai diverso da quello rappresentato da quella provincia trevigiana o maceratese nella quale tutto si può fare con chiunque, purché nessuno lo possa mai venire a sapere: oggi abbiamo i sexy shop, vediamo in TV signore poco vestite anche all'ora di colazione e se vogliamo vedere qualcosa di più ci abbiamo la internet, con autorevoli siti quali www.repubblica.it o www.lastampa.it che ci offrono quotidianamente tante immagini tra le quali scegliere quella migliore per la sega giornaliera.
Bello vivere in un Grande Paese Moderno, vero? E infatti ce la raccontiamo, comperiamo i preservativi e i lubrificanti all'Esselunga e in altre catene ci sono perfino i gel stimolanti e gli anelli vibratori. Siamo, insomma, un Paese libero dopo duemila anni di repressione sessuofobica, nel corso dei quali l'unico motivo lecito per fare del buon sesso, perfino con il proprio coniuge, era quello di riprodursi.
Poi arriva un giorno nel quale succede qualcosa di diverso. Drammatico, bizzarro e soprattutto diverso dal solito: un signore, un serio professionista, nel corso di un gioco erotico ammazza una povera ragazza e ne manda in fin di vita un'altra. Cose che succedono: non dovrebbero succedere ma fanno parte della vita, come gli incidenti in autostrada.
Ed ecco che per giorni e giorni i quotidiani ci sfracellano i marroni con nodi, corde, pesi, comunità, patricolari. Sedicenti maestri di pensiero ci spiegano che le corde sono una metafora della precarietà della vita, e i nodi una reazione alla mancanza di autostima. Giornalisti precari si compiacciono di mostrare la banalità della perversione, affiancando manette e Monopoli in un pastone che non serve a nulla, salvo pubblicizzare un paio di circoli ARCI e soprattutto épater le bourgeois rassicurandolo allo stesso tempo: facendogli ventilare davanti al naso una vita meno di merda di quella noia mortale che conduce, ma consolandolo allo stesso tempo con il prezzo che potrebbe pagare qualora mollasse la moglie di cui è arcistufo o il marito che russa da trent'anni.
In ciascuno degli articoli che parlano di bondage, shibari, soffocamento e compagnia cantante si sente, fortissimo, l'odore di chiuso della sagrestia, l'aroma dell'incenso e il profumo dozzinale di motel sulla statale, confortevole e riservato.
Sono articoli che hanno lo stesso coefficiente di modernità delle pubblicità che scorrevano al cinema, con le diapositive.
domenica 11 settembre 2011
sabato 10 settembre 2011
Stagisti
Questa volta lo stagista imita Bersani che volendo fare lo spiritoso imita Crozza che imita Bersani.
Se questa è una sessuologa
«Le esperienze forti sono a volte la risposta a difficili condizioni di vita, determinate, per esempio, dalla crisi o più in particolare dalla precarietà. Eccitazione dunque come risposta all'angoscia»
E questo discorso può valere a maggior ragione per i giovani e i giovanissimi, detentori di un'idea, assai diffusa, «della vita come bene di consumo», segnata dalla «mancanza di rispetto di sé»
Ecco: questa puttanate sono state dichiarate da Gianna Schelotto dopo la morte di due ragazze quale conseguenza di una pratica erotica.
Dichiarazioni che servono a dar fiato alla bocca, e che chiunque dotato di un minimo di conoscenza della vita intende per quel che sono: puttanate deliranti.
E se poi pensiamo che l'autore del fattaccio ha 43 anni, puttanate deliranti pronunciate da una signora che ha difficoltà perfino a distinguere un giovane da chi giovane non è più.
venerdì 9 settembre 2011
L'angolo della cultura
Oggi Repubblica, nel colonnino infame, ci informa che:
dopo aver fatto una bella corsetta si ha la faccia stanca, ma se ci si riposa la faccia torna riposata
mandando un filmato all'incontrario succedono cose curiose, tipo che la roba anziché cadere in basso cade in alto e l'acqua rientra negli idranti
Grazie, Repubblica!
dopo aver fatto una bella corsetta si ha la faccia stanca, ma se ci si riposa la faccia torna riposata
mandando un filmato all'incontrario succedono cose curiose, tipo che la roba anziché cadere in basso cade in alto e l'acqua rientra negli idranti
Grazie, Repubblica!
venerdì 2 settembre 2011
(mala) buona sanità
Prendo spunto da un post dello Scorfano e dalla discussione seguitane su Friendfeed in cui si è citato questo articolo per raccontare in due(1) righe altrettanti casi di malasanità di cui sono informato di prima mano, e che dovrebbero farci capire come le associazioni di consumatori (penso in particolare a Codacons e Adusbef, ma certo non sono le sole imputate), nel loro inseguire il mito della class action nei confronti dell'istituzione di turno, rendano un cattivo servizio anzitutto a quei comuni cittadini che teoricamente vorrebbero tutelare.
Qualche tempo fa, in vacanza, strinsi amicizia con il primario di chirurgia toracica di un ospedale del Nord Italia. Costui mi raccontò un episodio drammatico riguardante il precedente primario della stessa specialità, nel frattempo pensionatosi, suo maestro e amico.
Accade che il protagonista della nostra storia una sera cadde è battè violentemente il petto contro un oggetto di una certa dimensione, tipo una cassa. Ai familiari immediatamente le condizioni apparvero gravissime, e telefonarono subito al mio amico mentre portavano in ospedale il paziente. L'amico, viste le condizioni, decise di operare subito, senza fare neppure un esame tra quelli previsti dai protocolli, e salvò il paziente che (mi scuso per la banalizzazione, ma la faccio spiccia per quel che ho capito) nel colpo si era "rotto" un pezzetto del cuore o forse dell'aorta, che quindi perdeva.
Quello che mi colpì fu il fatto che, come mi assicurava l'interlocutore, con un qualsiasi altro paziente non si sarebbe mai arrischiato a fare una cosa simile: la probabilità che morisse sotto i ferri era elevata, e proprio per questo lui (e secondo lui qualunque suo collega) non si sarebbe mai sognato di rispettare men che alla lettera i protocolli, in quanto ciò avrebbe sicuramente avuto disastrose conseguenze penali e soprattutto civili.
Qualunque altro paziente, insomma, sarebbe morto con assoluta certezza: non perché fosse il suo destino, bensì solo per effetto dell'americanizzazione del nostro sistema sanitario e giudiziario.
Un altro caso, meno drammatico: qualche tempo fa, sempre di sera, una mia parente, portatrice di un catetere venoso centrale (in pratica una specie di tubicino che permette di somministrare delle medicine direttamente nel circolo sanguigno) trovò che il tubicino in questione si era staccato. Chiese il mio aiuto e io telefonai in ospedale, dove lo specialista di reperibilità mi disse che era necessario accertare se il catetere si fosse solo sfilato o si fosse proprio rotto, dato che in qual caso sarebbe stato necessario rimuovere al più presto possibile il pezzo di plastica rimasto internamente.
Andai quindi a vedere questo catetere sfilato, e pur non avendone mai visto prima uno capii immediatamente che era perfettamente integro (si tratta di un oggetto che finisce con una punta smussata, del tutto incompatibile con qualunque ipotesi di rottura).
Ritelefonai al medico reperibile, descrivendo il pezzo e affermando la mia certezza della sua interità, ma nuovamente questi mi disse che la paziente doveva andare immediatamente in ospedale a fare una lastra: atteggiamento comprensibile dato che eravamo al telefono e io non sono un medico.
Andammo quindi al pronto soccorso dell'ospedale che aveva in cura la mia congiunta, pur nella certezza che fosse una cazzata, ricevendo un codice verde e un tempo d'attesa di oltre due ore. Dopo un'ora e mezza tornammo all'accettazione, scoprendo che il tempo d'attesa nel frattempo era ancora aumentato, e quindi chiedemmo all'infermiera, certo più competente di me, di dare un'occhiata al catetere: costei prima nicchiò, poi -dopo aver precisato una cinquantina di volte che il suo sarebbe stato un parere del tutto personale, irrituale e privo di qualunque ufficialità o implicazione- lo guardò e si mise a ridere, dicendo che ovviamente il pezzo era intero ma lei comunque non lo stava affermando. Ci usò anche la cortesia di farlo vedere anche al medico internista di turno, che fu della medesima opinione ma non ce l'avrebbe detto direttamente.
A quel punto (quasi a mezzanotte) avrebbero dovuto dirci di andare a casa, no? E invece no: il medico di turno non si assunse la responsabilità di dirci «andatevene, che abbiamo cose più importanti da fare», e telefonò allo specialista reperibile. Questi, pur essendosi sentito dire dal medico di turno di un pronto soccorso del proprio ospedale che quel cazzo di catetere era tutto d'un pezzo, disse che non gli importava e che pretendeva comunque la lastra.
Questo dialogo ci fu riferito, con un fare ammiccante che chiaramente significava «non siate scemi, toglietevi dalle palle», ma senza che nessuno osasse dirlo chiaramente.
C'è forse una probabilità su mille che un catetere si rompa internamente, e una su mille che il medico di turno al pronto soccorso sia così ubriaco da non saper distinguere un catetere rotto da uno intero, e una su mille che l'eventuale pezzetto rimasto nel corpo possa entrare in circolo causando danni: ma per coprirsi il culo da quel miliardesimo di probabilità, si occupano posti in pronto soccorso, si fanno lastre inutili, si fa girare una gran quantità di carte che in fondo sono solo fumo.
E qual che è più drammatico è che se io fossi l'avvocato dello specialista reperibile, o del medico di turno, ripeterei loro come un mantra che *devono* far fare tutti gli esami possibili e immaginabili e anche qualcuno di più; e che comunque la lastra deve essere pretesa in ogni caso, non foss'altro perché così, quaunque cosa succeda, la responsabilità e le relative rogne se la prende il radiologo, il quale probabilmente a sua volta avrà qualche mezzo per rifilarla addosso a qualcun altro ancora.
(1) licenza poetica
Qualche tempo fa, in vacanza, strinsi amicizia con il primario di chirurgia toracica di un ospedale del Nord Italia. Costui mi raccontò un episodio drammatico riguardante il precedente primario della stessa specialità, nel frattempo pensionatosi, suo maestro e amico.
Accade che il protagonista della nostra storia una sera cadde è battè violentemente il petto contro un oggetto di una certa dimensione, tipo una cassa. Ai familiari immediatamente le condizioni apparvero gravissime, e telefonarono subito al mio amico mentre portavano in ospedale il paziente. L'amico, viste le condizioni, decise di operare subito, senza fare neppure un esame tra quelli previsti dai protocolli, e salvò il paziente che (mi scuso per la banalizzazione, ma la faccio spiccia per quel che ho capito) nel colpo si era "rotto" un pezzetto del cuore o forse dell'aorta, che quindi perdeva.
Quello che mi colpì fu il fatto che, come mi assicurava l'interlocutore, con un qualsiasi altro paziente non si sarebbe mai arrischiato a fare una cosa simile: la probabilità che morisse sotto i ferri era elevata, e proprio per questo lui (e secondo lui qualunque suo collega) non si sarebbe mai sognato di rispettare men che alla lettera i protocolli, in quanto ciò avrebbe sicuramente avuto disastrose conseguenze penali e soprattutto civili.
Qualunque altro paziente, insomma, sarebbe morto con assoluta certezza: non perché fosse il suo destino, bensì solo per effetto dell'americanizzazione del nostro sistema sanitario e giudiziario.
Un altro caso, meno drammatico: qualche tempo fa, sempre di sera, una mia parente, portatrice di un catetere venoso centrale (in pratica una specie di tubicino che permette di somministrare delle medicine direttamente nel circolo sanguigno) trovò che il tubicino in questione si era staccato. Chiese il mio aiuto e io telefonai in ospedale, dove lo specialista di reperibilità mi disse che era necessario accertare se il catetere si fosse solo sfilato o si fosse proprio rotto, dato che in qual caso sarebbe stato necessario rimuovere al più presto possibile il pezzo di plastica rimasto internamente.
Andai quindi a vedere questo catetere sfilato, e pur non avendone mai visto prima uno capii immediatamente che era perfettamente integro (si tratta di un oggetto che finisce con una punta smussata, del tutto incompatibile con qualunque ipotesi di rottura).
Ritelefonai al medico reperibile, descrivendo il pezzo e affermando la mia certezza della sua interità, ma nuovamente questi mi disse che la paziente doveva andare immediatamente in ospedale a fare una lastra: atteggiamento comprensibile dato che eravamo al telefono e io non sono un medico.
Andammo quindi al pronto soccorso dell'ospedale che aveva in cura la mia congiunta, pur nella certezza che fosse una cazzata, ricevendo un codice verde e un tempo d'attesa di oltre due ore. Dopo un'ora e mezza tornammo all'accettazione, scoprendo che il tempo d'attesa nel frattempo era ancora aumentato, e quindi chiedemmo all'infermiera, certo più competente di me, di dare un'occhiata al catetere: costei prima nicchiò, poi -dopo aver precisato una cinquantina di volte che il suo sarebbe stato un parere del tutto personale, irrituale e privo di qualunque ufficialità o implicazione- lo guardò e si mise a ridere, dicendo che ovviamente il pezzo era intero ma lei comunque non lo stava affermando. Ci usò anche la cortesia di farlo vedere anche al medico internista di turno, che fu della medesima opinione ma non ce l'avrebbe detto direttamente.
A quel punto (quasi a mezzanotte) avrebbero dovuto dirci di andare a casa, no? E invece no: il medico di turno non si assunse la responsabilità di dirci «andatevene, che abbiamo cose più importanti da fare», e telefonò allo specialista reperibile. Questi, pur essendosi sentito dire dal medico di turno di un pronto soccorso del proprio ospedale che quel cazzo di catetere era tutto d'un pezzo, disse che non gli importava e che pretendeva comunque la lastra.
Questo dialogo ci fu riferito, con un fare ammiccante che chiaramente significava «non siate scemi, toglietevi dalle palle», ma senza che nessuno osasse dirlo chiaramente.
C'è forse una probabilità su mille che un catetere si rompa internamente, e una su mille che il medico di turno al pronto soccorso sia così ubriaco da non saper distinguere un catetere rotto da uno intero, e una su mille che l'eventuale pezzetto rimasto nel corpo possa entrare in circolo causando danni: ma per coprirsi il culo da quel miliardesimo di probabilità, si occupano posti in pronto soccorso, si fanno lastre inutili, si fa girare una gran quantità di carte che in fondo sono solo fumo.
E qual che è più drammatico è che se io fossi l'avvocato dello specialista reperibile, o del medico di turno, ripeterei loro come un mantra che *devono* far fare tutti gli esami possibili e immaginabili e anche qualcuno di più; e che comunque la lastra deve essere pretesa in ogni caso, non foss'altro perché così, quaunque cosa succeda, la responsabilità e le relative rogne se la prende il radiologo, il quale probabilmente a sua volta avrà qualche mezzo per rifilarla addosso a qualcun altro ancora.
(1) licenza poetica
Ho fatto un sogno
Renzi e Civati si rialleano, per il bene di tutti quanti.
Poi chiamano Alessandro Profumo e si fanno dare una mano.
Renzi annuncia subito la sua candidatura alle primarie.
Civati gli fa da vice e complice.
Poi mi sono svegliato madido di sudore e ho messo le lenzuola nell'asciugatrice.
Poi chiamano Alessandro Profumo e si fanno dare una mano.
Renzi annuncia subito la sua candidatura alle primarie.
Civati gli fa da vice e complice.
Poi mi sono svegliato madido di sudore e ho messo le lenzuola nell'asciugatrice.
martedì 30 agosto 2011
Comunicazione di servizio
Son tornato dalle vacanze, e ho pensato bene di cambiare il motto del blog.
mercoledì 10 agosto 2011
venerdì 5 agosto 2011
(ma andate anche un po' a farvi stracatafottere)
From: Xxxxx Yyyyy
Re: Proposed_ meeting
Bonjour,
Notre politique de sécurité et de lutte contre les spams nécessite qu'un expéditeur externe soit reconnu pour que ses messages soient acceptés.
Vous recevez ainsi ce message car c'est la toute première fois que vous m'adressez un email.
Pour que vos messages me soient transmis, je vous invite à simplement cliquer ici
Cette identification n'est à faire qu'une seule fois. Tous vos futurs messages me parviendront directement.
Nous vous remercions de participer avec nous à la lutte contre le spam.
Recevez mes sincères salutations.
Xxxxx Yyyyy
Cliccando sul link compare un simpatico pannello con CAPTCHA:
Ovviamente il francese non è la lingua nella quale si inserisce il flusso di questa brillante conversazione.
Mi piacerebbe avere una stima di quanti zillioni di mail si perdono questi.
Re: Proposed_ meeting
Bonjour,
Notre politique de sécurité et de lutte contre les spams nécessite qu'un expéditeur externe soit reconnu pour que ses messages soient acceptés.
Vous recevez ainsi ce message car c'est la toute première fois que vous m'adressez un email.
Pour que vos messages me soient transmis, je vous invite à simplement cliquer ici
Cette identification n'est à faire qu'une seule fois. Tous vos futurs messages me parviendront directement.
Nous vous remercions de participer avec nous à la lutte contre le spam.
Recevez mes sincères salutations.
Xxxxx Yyyyy
Cliccando sul link compare un simpatico pannello con CAPTCHA:
Ovviamente il francese non è la lingua nella quale si inserisce il flusso di questa brillante conversazione.
Mi piacerebbe avere una stima di quanti zillioni di mail si perdono questi.
giovedì 4 agosto 2011
Il biglietto del metrò
Come ben sanno i lettori milanesi e non solo, Giuliano Pisapia ha scritto una lettera al quotidiano milanese per antonomasia, al fine di spiegare agli elettori il motivo di certe scelte certo non popolari, quali l'applicazione dell'addizionale IRPEF, che Milano non aveva mai avuto, e l'aumento a 1,50 euri del biglietto ATM: aumento certo non indifferente, in quanto pari al 50% del precedente prezzo.
Tante cose sono state dette dai sostenitori di Pisapia in ordine a quest'ultima questione al fine di giustificare la scelta del Sindaco. Tra queste le principali sono due: (a) che il costo del biglietto aumenta per i viaggi singoli, ma non per gli abbonamenti mensili e annuali e (b) che comunque l'aumento sarebbe comunque stato necessario, quale fosse il nuovo sindaco, e che la giunta Moratti si era limitata a congelare le teriffe a fini meramente elettorali: qualora Letizia fosse stata eletta anche lei avrebbe fatto il medesimo ritocco tariffario.
Per quanto riguarda il punto (a), si tratta di un'osservazione oggettivamente verificabile, e non c'è granché da discutere. Il punto (b) è invece molto più rognoso, dato che si tratta di un'affermazione di buon senso ma comunque pur sempre opinabile. Credo che moltissimi politici e elettori di centro-destra siano disponibili ad ammettere in privato che certo anche la Moratti avrebbe aumentato il prezzo, ma in pubblico lo negano recisamente: e del resto hanno gioco facile, visto che l'onere della prova ce l'ha chi accusa, non chi si difende.
Bene, in realtà la prova c'è. E non solo prova che anche la giunta Moratti non potesse sostenere il prezzo del biglietto previgente, ma dimostra altresì come certe politiche finanziarie abbiano prodotto buchi che ci porteremo dietro per decenni.
Il discorso, lo dico subito, è un po' complicato: io cerco di semplificarlo, ma richiede comunque una certa attenzione per cui se avete appena finito di mangiare la parmiggiana di melanzane o le alici in carpione annaffiate da un bottiglione di Marino gelato, salvatevi il link e tornate più tardi.
Partiamo da questo documento: è una presentazione PowerPoint e so bene che c'è chi preferirebbe farsi tagliare l'uccello piuttosto che aprire un documento PowerPoint perché farlo aumenta l'entropia dell'universo, fa piangere Stallman e ci avvicina al 2012. Io però solo questo ho trovato, e se taluno preferisce far felice Stallman e rimanere ignorante posso solo dirgli che si fotta e soprattutto che continui a farsi fottere, non sono problemi miei.
Il nostro documento ha il pomposo titolo «MILAN METRO LINE 5 - Risk management in infrastructure project» e spiega come è stata finanziata la costruzione del Metrò 5, la nuova linea metropolitana destinata a servire la parte nord della città. Il documento si riferisce solo al primo progetto, quello da Garibaldi a Bignami, e non tiene conto della successiva variante che porterà la linea fino a San Siro.
Il progetto ha un costo complessivo di 550 milioni: di questi, 295 milioni vengono da contributi pubblici (233 dallo Stato e 62 dal Comune), 40 milioni sono mezzi propri messi dal consorzio che ha fondato Metro 5 S.p.A. e la differenza, pari a 205 milioni, sono soldi messi dalle banche in project financing, che ovviamente dovranno essere resi. Già questo primo dato ci fa capire che quando gli amministratori pubblici ci dicono che la costruzione in project financing non grava sulla spalle dei cittadini stanno dicendo corbellerie: non solo più dlla metà dell'opera sono soldi pubblici, ma a veder bene i privati ci hanno messo solo 40 milioni, poco più del 7% del valore dell'opera.
Diciamo quindi che dal punto di vista dell'amministratore pubblico il P.F. può essere visto in due modi: secondo l'interpretazione benevola, è un modo per fare grandi opere anche se non si hanno tutti soldi; secondo l'interpretazione malevola è un modo per fare grandi opere nascondendo il fatto che qualcuno le ripagherà in futuro.
Dal punto di vista dell'imprenditore, il P.F. è un bel modo per fare grandi opere mettendoci pochissimo denaro. E dato che il profitto di un investimento è inversamente proporzionale ai soldi che abbiamo messo nel medesimo, il P.F. è un bel modo di fare grossi profitti rischiando poco.
Quella che qui però ci interessa è la fetta di 205 milioni messa dalle banche. Dal punto di vista della banca il P.F. è un'operazione molto rischiosa: abbiamo visto che i soldi che ci mette il privato sono pochi, e quindi se qualcosa dovesse andare male c'è pochissimo "cuscinetto" di denaro messo dall'imprenditore (equity, come amiamo dire qui). In pratica, se salta qualcosa (e in un progetto di queste dimensioni il numero di cose che possono saltare tende a infinito), le banche ce l'hanno nel fracco.
Logico quindi che le banche, che non sono istituti di beneficienza, cerchino di tutelarsi coprendo ogni possibile rischio. Nel nostro caso qual è il rischio maggiore? Sicuramente quello che i passeggeri non bastino per coprire i costi di esercizio e gli oneri finanziari.
Bene: come farà Metro 5 S.p.A. a ripagare i 200 e briscola milioni di finanziamento e a guadagnarci sopra qualcosa? «Con la vendita dei biglietti», direte voi: e avreste anche ragione, se non fosse per un paio di cosine: (i) credete davvero che nel 2012 si possa fare una linea del metrò separata dal resto della rete e con un biglietto suo proprio, diverso da quelli di ATM? (ii) secondo voi le banche possono accettare il rischio di non essere pagate per mancanza di passeggeri, tenuto anche conto del fatto che nessuno è in grado di fare ragionevoli previsioni sui flussi di mobilità tra 10 anni?
Come avrete intuito, la risposta a entrambe le domande è negativa: e quindi come si è fatto a chiudere l'operazione?
Lo spiega bene il documento, alle pagine 12-14.
Metro 5 riceve i soldi non già dai passeggeri, bensì dalla "Concession Authority" (che poi altro non sarebbe che il Comune di Milano), per mezzo di una "availability fee" (canone di sisponibilità), che viene così calcolata:
* anzitutto è stato fissato fissato un numero "target" di passeggeri trasportati, via via crescente fino al tetto a regime di 11.200.000 passeggeri/semestre: per semplicità prenderemo solo quest'ultimo dato;
* se il numero di passeggeri reali è pari ad almeno il 32% del numero di passeggeri target, allora il canone viene pagato per intero;
* se il numero di passeggeri diminuisce oltre la soglia del 32% del target, allora la commissione viene ridotta di un pari importo: pertanto se in un semestre dovessero viaggiare solo 3.584.000 passeggeri (rispetto al target di 11.200.000 passeggeri) allora il Comune pagherebbe comunque a Metro 5 il canone intero; se i passeggeri fossero solo 3.583.999, il Comune pagherebbe il canone meno un passeggero, e così via;
* ne consegue che, quand'anche la linea non dovesse vedere il transito di un solo sfigatissimo passeggero, in ogni caso Metro 5 prenderebbe il 68% del suo bel canone.
Interessante, no? ma cosa scopriamo alla pagina successiva? Scopriamo che il costo che il Comune paga per ciascun passeggero ammonta a € 1,522 per i primi due anni, e a € 1,422 per gli anni successivi (ma l'importo è da rivalutare per effetto dell'inflazione).
Ecco quindi il nostro bravo passeggero che viene in città, poniamo da Cinghiate sul Membro, arriva al capolinea del metrò, compera il biglietto e sale sulla carrozza: fino a ieri per questo solo fatto il Comune avrebbe intascato (tramite ATM) un euro di biglietto e avrebbe pagato un euro e mezzo a Metro5. Noterete la differenza di mezzo euro, che sono soldi che ci mette il Comune di tasca propria, o meglio di tasca mia dato che io pago le tasse qui mentre il passeggero paga le tasse a cinghiate.
Oggi, con il biglietto a un euro e mezzo, l'ipotetico passeggero pagherebbe proprio il costo della sua corsa, ma notate che (i) se i passeggeri sono meno del previsto, comunque il Comune ci mette la differenza; (ii) se il nostro eroe si fa un abbonamento annuale o mensile, continua a pagare molto ma molto meno e (iii) se arrivato a Garibaldi il passeggero decide di prendere il tram, la'utobus e il calesse per tutti i 90 minuti ai quali ha diritto, quelle corse per l'ATM sono una perdita secca, dato che il prezzo del biglietto è già andato tutto a Metro 5.
Concludo, che mi sono dilungato fin troppo. Ma il concetto base è sempre quello: nel 2007 (cioè nel momento in cui è stata conclusa tutta l'operazione di project financing) era già previsto che il costo di un passeggero ammontassse a 1,5 euri.
Tante cose sono state dette dai sostenitori di Pisapia in ordine a quest'ultima questione al fine di giustificare la scelta del Sindaco. Tra queste le principali sono due: (a) che il costo del biglietto aumenta per i viaggi singoli, ma non per gli abbonamenti mensili e annuali e (b) che comunque l'aumento sarebbe comunque stato necessario, quale fosse il nuovo sindaco, e che la giunta Moratti si era limitata a congelare le teriffe a fini meramente elettorali: qualora Letizia fosse stata eletta anche lei avrebbe fatto il medesimo ritocco tariffario.
Per quanto riguarda il punto (a), si tratta di un'osservazione oggettivamente verificabile, e non c'è granché da discutere. Il punto (b) è invece molto più rognoso, dato che si tratta di un'affermazione di buon senso ma comunque pur sempre opinabile. Credo che moltissimi politici e elettori di centro-destra siano disponibili ad ammettere in privato che certo anche la Moratti avrebbe aumentato il prezzo, ma in pubblico lo negano recisamente: e del resto hanno gioco facile, visto che l'onere della prova ce l'ha chi accusa, non chi si difende.
Bene, in realtà la prova c'è. E non solo prova che anche la giunta Moratti non potesse sostenere il prezzo del biglietto previgente, ma dimostra altresì come certe politiche finanziarie abbiano prodotto buchi che ci porteremo dietro per decenni.
Il discorso, lo dico subito, è un po' complicato: io cerco di semplificarlo, ma richiede comunque una certa attenzione per cui se avete appena finito di mangiare la parmiggiana di melanzane o le alici in carpione annaffiate da un bottiglione di Marino gelato, salvatevi il link e tornate più tardi.
Partiamo da questo documento: è una presentazione PowerPoint e so bene che c'è chi preferirebbe farsi tagliare l'uccello piuttosto che aprire un documento PowerPoint perché farlo aumenta l'entropia dell'universo, fa piangere Stallman e ci avvicina al 2012. Io però solo questo ho trovato, e se taluno preferisce far felice Stallman e rimanere ignorante posso solo dirgli che si fotta e soprattutto che continui a farsi fottere, non sono problemi miei.
Il nostro documento ha il pomposo titolo «MILAN METRO LINE 5 - Risk management in infrastructure project» e spiega come è stata finanziata la costruzione del Metrò 5, la nuova linea metropolitana destinata a servire la parte nord della città. Il documento si riferisce solo al primo progetto, quello da Garibaldi a Bignami, e non tiene conto della successiva variante che porterà la linea fino a San Siro.
Il progetto ha un costo complessivo di 550 milioni: di questi, 295 milioni vengono da contributi pubblici (233 dallo Stato e 62 dal Comune), 40 milioni sono mezzi propri messi dal consorzio che ha fondato Metro 5 S.p.A. e la differenza, pari a 205 milioni, sono soldi messi dalle banche in project financing, che ovviamente dovranno essere resi. Già questo primo dato ci fa capire che quando gli amministratori pubblici ci dicono che la costruzione in project financing non grava sulla spalle dei cittadini stanno dicendo corbellerie: non solo più dlla metà dell'opera sono soldi pubblici, ma a veder bene i privati ci hanno messo solo 40 milioni, poco più del 7% del valore dell'opera.
Diciamo quindi che dal punto di vista dell'amministratore pubblico il P.F. può essere visto in due modi: secondo l'interpretazione benevola, è un modo per fare grandi opere anche se non si hanno tutti soldi; secondo l'interpretazione malevola è un modo per fare grandi opere nascondendo il fatto che qualcuno le ripagherà in futuro.
Dal punto di vista dell'imprenditore, il P.F. è un bel modo per fare grandi opere mettendoci pochissimo denaro. E dato che il profitto di un investimento è inversamente proporzionale ai soldi che abbiamo messo nel medesimo, il P.F. è un bel modo di fare grossi profitti rischiando poco.
Quella che qui però ci interessa è la fetta di 205 milioni messa dalle banche. Dal punto di vista della banca il P.F. è un'operazione molto rischiosa: abbiamo visto che i soldi che ci mette il privato sono pochi, e quindi se qualcosa dovesse andare male c'è pochissimo "cuscinetto" di denaro messo dall'imprenditore (equity, come amiamo dire qui). In pratica, se salta qualcosa (e in un progetto di queste dimensioni il numero di cose che possono saltare tende a infinito), le banche ce l'hanno nel fracco.
Logico quindi che le banche, che non sono istituti di beneficienza, cerchino di tutelarsi coprendo ogni possibile rischio. Nel nostro caso qual è il rischio maggiore? Sicuramente quello che i passeggeri non bastino per coprire i costi di esercizio e gli oneri finanziari.
Bene: come farà Metro 5 S.p.A. a ripagare i 200 e briscola milioni di finanziamento e a guadagnarci sopra qualcosa? «Con la vendita dei biglietti», direte voi: e avreste anche ragione, se non fosse per un paio di cosine: (i) credete davvero che nel 2012 si possa fare una linea del metrò separata dal resto della rete e con un biglietto suo proprio, diverso da quelli di ATM? (ii) secondo voi le banche possono accettare il rischio di non essere pagate per mancanza di passeggeri, tenuto anche conto del fatto che nessuno è in grado di fare ragionevoli previsioni sui flussi di mobilità tra 10 anni?
Come avrete intuito, la risposta a entrambe le domande è negativa: e quindi come si è fatto a chiudere l'operazione?
Lo spiega bene il documento, alle pagine 12-14.
Metro 5 riceve i soldi non già dai passeggeri, bensì dalla "Concession Authority" (che poi altro non sarebbe che il Comune di Milano), per mezzo di una "availability fee" (canone di sisponibilità), che viene così calcolata:
* anzitutto è stato fissato fissato un numero "target" di passeggeri trasportati, via via crescente fino al tetto a regime di 11.200.000 passeggeri/semestre: per semplicità prenderemo solo quest'ultimo dato;
* se il numero di passeggeri reali è pari ad almeno il 32% del numero di passeggeri target, allora il canone viene pagato per intero;
* se il numero di passeggeri diminuisce oltre la soglia del 32% del target, allora la commissione viene ridotta di un pari importo: pertanto se in un semestre dovessero viaggiare solo 3.584.000 passeggeri (rispetto al target di 11.200.000 passeggeri) allora il Comune pagherebbe comunque a Metro 5 il canone intero; se i passeggeri fossero solo 3.583.999, il Comune pagherebbe il canone meno un passeggero, e così via;
* ne consegue che, quand'anche la linea non dovesse vedere il transito di un solo sfigatissimo passeggero, in ogni caso Metro 5 prenderebbe il 68% del suo bel canone.
Interessante, no? ma cosa scopriamo alla pagina successiva? Scopriamo che il costo che il Comune paga per ciascun passeggero ammonta a € 1,522 per i primi due anni, e a € 1,422 per gli anni successivi (ma l'importo è da rivalutare per effetto dell'inflazione).
Ecco quindi il nostro bravo passeggero che viene in città, poniamo da Cinghiate sul Membro, arriva al capolinea del metrò, compera il biglietto e sale sulla carrozza: fino a ieri per questo solo fatto il Comune avrebbe intascato (tramite ATM) un euro di biglietto e avrebbe pagato un euro e mezzo a Metro5. Noterete la differenza di mezzo euro, che sono soldi che ci mette il Comune di tasca propria, o meglio di tasca mia dato che io pago le tasse qui mentre il passeggero paga le tasse a cinghiate.
Oggi, con il biglietto a un euro e mezzo, l'ipotetico passeggero pagherebbe proprio il costo della sua corsa, ma notate che (i) se i passeggeri sono meno del previsto, comunque il Comune ci mette la differenza; (ii) se il nostro eroe si fa un abbonamento annuale o mensile, continua a pagare molto ma molto meno e (iii) se arrivato a Garibaldi il passeggero decide di prendere il tram, la'utobus e il calesse per tutti i 90 minuti ai quali ha diritto, quelle corse per l'ATM sono una perdita secca, dato che il prezzo del biglietto è già andato tutto a Metro 5.
Concludo, che mi sono dilungato fin troppo. Ma il concetto base è sempre quello: nel 2007 (cioè nel momento in cui è stata conclusa tutta l'operazione di project financing) era già previsto che il costo di un passeggero ammontassse a 1,5 euri.
mercoledì 3 agosto 2011
La memoria dell'acqua
Che poi, al di là del fatto di solidarizzare con qualche altro componente di questa nostra Casta, ci sarebbero pure un paio di cose che dell'omeopatia proprio non riescono a tornarmi a genio, e ve le illustro brevemente.
Accettiamo una momentanea sospensione del giudizio scientifico, e ammettiamo pure, anzi diamo per scontato e dimostrato, che l'acqua abbia una sua memoria, con la quale rammenta l'impronta delle sostanze con le quali è stata a contatto. Diciamo, come affermano gli omeopati, che le molecole di un dato principio, una volta sciolte nell'acqua, modifichino in un qualche modo le molecole della medesima, e che quindi queste risentano del principio anche quando il principio non vi è più (e che le molecole del principio attivo non vi siano più è certo, stante il rapporto tra il numero di diluizioni e il numero di Avogadro).
Ammettiamo, insomma, che per un qualche processo fisico o chimico, reale ma ancora a noi sconosciuto, le molecole della nux vomica o di qualunque altra diavoleria possano aver lasciato nelle molecole dell'acqua una traccia che c'è, anche se non sappiamo misurarla.
Ora, ci sono un paio di cosette che mi piacerebbe approfondire.
Prima domanda Come insegnano alle elementari, l'acqua della Terra è grosso modo sempre la medesima. Certo, piccole quantità d'acqua si decompongono, per effetto degli agenti naturali o dell'Uomo, in idrogeno e ossigeno, e poi si ricompongono. Ma la quasi totalità dell'acqua è sempre la medesima, che scorre nei fiumi, va nei mari, evapora, ricade sotto forma di pioggia e così via da un paio di miliardo di anni a questa parte.
Un bel giorno qualche litro di fortunatissima acqua arriva nei laboratori della casa farmaceutica omeopatica, e qui viene miscelata a un composto e agitata, e diluita via via al punto da far restare solo acqua, ma dinamizzata.
Ora, mi chiedo: ma quando quella benedetta acqua arriva nei laboratori, quante cazzo di miliardi di impronte avrà già addosso?
Perché, se l'acqua ha una memoria, non è che possiamo affermare che abbia memoria solo di quello che conviene a noi: quella data molecola avrà memoria di quando è finita nella bocca di un trilobita, nel Paleozoico. Avrà memoria di quando fu succhiata dalle radici di quella pianta di vite, a Capua, e dopo una serie di complicate vicissitudini fu pisciata da Annibale in una sordida latrina. Avrà memoria di quel brutto quarto d'ora in cui (mi fa male ancora il pensiero) finì dalle parti di una gualchieria scozzese e fu follata insieme ai panni di tartan destinati a coprire le graziose pudenda del Duca di Albany.
Ci pensate, che casino interiore deve scatenarsi nel nostro organismo, ogni volta che beviamo un bicchiere d'acqua? Tirannosauri, guerrieri, arsenico, vecchi merletti. Ogni singola molecola porta con sé una storia unica del mondo dalla creazione fino ad oggi: questo rafforza la mia determinazione a bere solo alcoolici, e se possibile di alta gradazione.
Certo, potrebbero dire alcuni, nella produzione dei rimedi entrano in gioco le succussioni: termine elegante e raro che, certo non a caso, gli omeopati preferiscono utilizzare per designare l'azione che il resto del nostro bel Paese usa correntemente definire scrollare (absit iniuria verbis). Ma se ci pensate bene, i ruscelli di montagna, i mari in tempesta, i temporali e le pompe degli acquedotti non sono certo da meno, quanto a scrollatine inferte all'acqua.
Seconda domanda Ma ammettiamo ora che l'acqua abbia sì una memoria, ma corta: che si limiti a rammentare solo l'ultima delle cose con cui è stata a contatto, e che ciascuno dei contatti successivi cancelli il precedente, come su una lavagna scolastica. Qui si apre un altro problema. Dopo la famosa nux vomica, ilmedicinale rimedio omeopatico passa una serie di eventi drammatici: prima ci viene sciolto lo zucchero dentro, poi va nelle boccettine di plastica, poi va nei polpastrelli dell'ingerente e poi passa per la bocca, l'esofago e lo stomaco del paziente: tutte cose che debbono offrire una gran congerie di stimoli a quelle famose molecole d'acqua un po' smemorate, con il rischio di farle confondere e di far loro dimenticare di quella volta, qualche mese prima, quando per qualche minuto hanno incontrato una molecola vagante di nux vomica.
Terza domanda Ma poi, alla fin fine, questi famosi rimedi sono delle pilloline di zucchero, mica dei flaconi di liquido. E allora, in queste pilloline, l'acqua con memoria ma un po' smemorata dove cazzo sta? Dovremmo parlare di memoria dello zucchero, non di memoria dell'acqua: ne convenite?
Accettiamo una momentanea sospensione del giudizio scientifico, e ammettiamo pure, anzi diamo per scontato e dimostrato, che l'acqua abbia una sua memoria, con la quale rammenta l'impronta delle sostanze con le quali è stata a contatto. Diciamo, come affermano gli omeopati, che le molecole di un dato principio, una volta sciolte nell'acqua, modifichino in un qualche modo le molecole della medesima, e che quindi queste risentano del principio anche quando il principio non vi è più (e che le molecole del principio attivo non vi siano più è certo, stante il rapporto tra il numero di diluizioni e il numero di Avogadro).
Ammettiamo, insomma, che per un qualche processo fisico o chimico, reale ma ancora a noi sconosciuto, le molecole della nux vomica o di qualunque altra diavoleria possano aver lasciato nelle molecole dell'acqua una traccia che c'è, anche se non sappiamo misurarla.
Ora, ci sono un paio di cosette che mi piacerebbe approfondire.
Prima domanda Come insegnano alle elementari, l'acqua della Terra è grosso modo sempre la medesima. Certo, piccole quantità d'acqua si decompongono, per effetto degli agenti naturali o dell'Uomo, in idrogeno e ossigeno, e poi si ricompongono. Ma la quasi totalità dell'acqua è sempre la medesima, che scorre nei fiumi, va nei mari, evapora, ricade sotto forma di pioggia e così via da un paio di miliardo di anni a questa parte.
Un bel giorno qualche litro di fortunatissima acqua arriva nei laboratori della casa farmaceutica omeopatica, e qui viene miscelata a un composto e agitata, e diluita via via al punto da far restare solo acqua, ma dinamizzata.
Ora, mi chiedo: ma quando quella benedetta acqua arriva nei laboratori, quante cazzo di miliardi di impronte avrà già addosso?
Perché, se l'acqua ha una memoria, non è che possiamo affermare che abbia memoria solo di quello che conviene a noi: quella data molecola avrà memoria di quando è finita nella bocca di un trilobita, nel Paleozoico. Avrà memoria di quando fu succhiata dalle radici di quella pianta di vite, a Capua, e dopo una serie di complicate vicissitudini fu pisciata da Annibale in una sordida latrina. Avrà memoria di quel brutto quarto d'ora in cui (mi fa male ancora il pensiero) finì dalle parti di una gualchieria scozzese e fu follata insieme ai panni di tartan destinati a coprire le graziose pudenda del Duca di Albany.
Ci pensate, che casino interiore deve scatenarsi nel nostro organismo, ogni volta che beviamo un bicchiere d'acqua? Tirannosauri, guerrieri, arsenico, vecchi merletti. Ogni singola molecola porta con sé una storia unica del mondo dalla creazione fino ad oggi: questo rafforza la mia determinazione a bere solo alcoolici, e se possibile di alta gradazione.
Certo, potrebbero dire alcuni, nella produzione dei rimedi entrano in gioco le succussioni: termine elegante e raro che, certo non a caso, gli omeopati preferiscono utilizzare per designare l'azione che il resto del nostro bel Paese usa correntemente definire scrollare (absit iniuria verbis). Ma se ci pensate bene, i ruscelli di montagna, i mari in tempesta, i temporali e le pompe degli acquedotti non sono certo da meno, quanto a scrollatine inferte all'acqua.
Seconda domanda Ma ammettiamo ora che l'acqua abbia sì una memoria, ma corta: che si limiti a rammentare solo l'ultima delle cose con cui è stata a contatto, e che ciascuno dei contatti successivi cancelli il precedente, come su una lavagna scolastica. Qui si apre un altro problema. Dopo la famosa nux vomica, il
Terza domanda Ma poi, alla fin fine, questi famosi rimedi sono delle pilloline di zucchero, mica dei flaconi di liquido. E allora, in queste pilloline, l'acqua con memoria ma un po' smemorata dove cazzo sta? Dovremmo parlare di memoria dello zucchero, non di memoria dell'acqua: ne convenite?
Iscriviti a:
Post (Atom)
















