martedì 30 agosto 2011
Comunicazione di servizio
Son tornato dalle vacanze, e ho pensato bene di cambiare il motto del blog.
mercoledì 10 agosto 2011
venerdì 5 agosto 2011
(ma andate anche un po' a farvi stracatafottere)
From: Xxxxx Yyyyy
Re: Proposed_ meeting
Bonjour,
Notre politique de sécurité et de lutte contre les spams nécessite qu'un expéditeur externe soit reconnu pour que ses messages soient acceptés.
Vous recevez ainsi ce message car c'est la toute première fois que vous m'adressez un email.
Pour que vos messages me soient transmis, je vous invite à simplement cliquer ici
Cette identification n'est à faire qu'une seule fois. Tous vos futurs messages me parviendront directement.
Nous vous remercions de participer avec nous à la lutte contre le spam.
Recevez mes sincères salutations.
Xxxxx Yyyyy
Cliccando sul link compare un simpatico pannello con CAPTCHA:
Ovviamente il francese non è la lingua nella quale si inserisce il flusso di questa brillante conversazione.
Mi piacerebbe avere una stima di quanti zillioni di mail si perdono questi.
Re: Proposed_ meeting
Bonjour,
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Vous recevez ainsi ce message car c'est la toute première fois que vous m'adressez un email.
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Xxxxx Yyyyy
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Ovviamente il francese non è la lingua nella quale si inserisce il flusso di questa brillante conversazione.
Mi piacerebbe avere una stima di quanti zillioni di mail si perdono questi.
giovedì 4 agosto 2011
Il biglietto del metrò
Come ben sanno i lettori milanesi e non solo, Giuliano Pisapia ha scritto una lettera al quotidiano milanese per antonomasia, al fine di spiegare agli elettori il motivo di certe scelte certo non popolari, quali l'applicazione dell'addizionale IRPEF, che Milano non aveva mai avuto, e l'aumento a 1,50 euri del biglietto ATM: aumento certo non indifferente, in quanto pari al 50% del precedente prezzo.
Tante cose sono state dette dai sostenitori di Pisapia in ordine a quest'ultima questione al fine di giustificare la scelta del Sindaco. Tra queste le principali sono due: (a) che il costo del biglietto aumenta per i viaggi singoli, ma non per gli abbonamenti mensili e annuali e (b) che comunque l'aumento sarebbe comunque stato necessario, quale fosse il nuovo sindaco, e che la giunta Moratti si era limitata a congelare le teriffe a fini meramente elettorali: qualora Letizia fosse stata eletta anche lei avrebbe fatto il medesimo ritocco tariffario.
Per quanto riguarda il punto (a), si tratta di un'osservazione oggettivamente verificabile, e non c'è granché da discutere. Il punto (b) è invece molto più rognoso, dato che si tratta di un'affermazione di buon senso ma comunque pur sempre opinabile. Credo che moltissimi politici e elettori di centro-destra siano disponibili ad ammettere in privato che certo anche la Moratti avrebbe aumentato il prezzo, ma in pubblico lo negano recisamente: e del resto hanno gioco facile, visto che l'onere della prova ce l'ha chi accusa, non chi si difende.
Bene, in realtà la prova c'è. E non solo prova che anche la giunta Moratti non potesse sostenere il prezzo del biglietto previgente, ma dimostra altresì come certe politiche finanziarie abbiano prodotto buchi che ci porteremo dietro per decenni.
Il discorso, lo dico subito, è un po' complicato: io cerco di semplificarlo, ma richiede comunque una certa attenzione per cui se avete appena finito di mangiare la parmiggiana di melanzane o le alici in carpione annaffiate da un bottiglione di Marino gelato, salvatevi il link e tornate più tardi.
Partiamo da questo documento: è una presentazione PowerPoint e so bene che c'è chi preferirebbe farsi tagliare l'uccello piuttosto che aprire un documento PowerPoint perché farlo aumenta l'entropia dell'universo, fa piangere Stallman e ci avvicina al 2012. Io però solo questo ho trovato, e se taluno preferisce far felice Stallman e rimanere ignorante posso solo dirgli che si fotta e soprattutto che continui a farsi fottere, non sono problemi miei.
Il nostro documento ha il pomposo titolo «MILAN METRO LINE 5 - Risk management in infrastructure project» e spiega come è stata finanziata la costruzione del Metrò 5, la nuova linea metropolitana destinata a servire la parte nord della città. Il documento si riferisce solo al primo progetto, quello da Garibaldi a Bignami, e non tiene conto della successiva variante che porterà la linea fino a San Siro.
Il progetto ha un costo complessivo di 550 milioni: di questi, 295 milioni vengono da contributi pubblici (233 dallo Stato e 62 dal Comune), 40 milioni sono mezzi propri messi dal consorzio che ha fondato Metro 5 S.p.A. e la differenza, pari a 205 milioni, sono soldi messi dalle banche in project financing, che ovviamente dovranno essere resi. Già questo primo dato ci fa capire che quando gli amministratori pubblici ci dicono che la costruzione in project financing non grava sulla spalle dei cittadini stanno dicendo corbellerie: non solo più dlla metà dell'opera sono soldi pubblici, ma a veder bene i privati ci hanno messo solo 40 milioni, poco più del 7% del valore dell'opera.
Diciamo quindi che dal punto di vista dell'amministratore pubblico il P.F. può essere visto in due modi: secondo l'interpretazione benevola, è un modo per fare grandi opere anche se non si hanno tutti soldi; secondo l'interpretazione malevola è un modo per fare grandi opere nascondendo il fatto che qualcuno le ripagherà in futuro.
Dal punto di vista dell'imprenditore, il P.F. è un bel modo per fare grandi opere mettendoci pochissimo denaro. E dato che il profitto di un investimento è inversamente proporzionale ai soldi che abbiamo messo nel medesimo, il P.F. è un bel modo di fare grossi profitti rischiando poco.
Quella che qui però ci interessa è la fetta di 205 milioni messa dalle banche. Dal punto di vista della banca il P.F. è un'operazione molto rischiosa: abbiamo visto che i soldi che ci mette il privato sono pochi, e quindi se qualcosa dovesse andare male c'è pochissimo "cuscinetto" di denaro messo dall'imprenditore (equity, come amiamo dire qui). In pratica, se salta qualcosa (e in un progetto di queste dimensioni il numero di cose che possono saltare tende a infinito), le banche ce l'hanno nel fracco.
Logico quindi che le banche, che non sono istituti di beneficienza, cerchino di tutelarsi coprendo ogni possibile rischio. Nel nostro caso qual è il rischio maggiore? Sicuramente quello che i passeggeri non bastino per coprire i costi di esercizio e gli oneri finanziari.
Bene: come farà Metro 5 S.p.A. a ripagare i 200 e briscola milioni di finanziamento e a guadagnarci sopra qualcosa? «Con la vendita dei biglietti», direte voi: e avreste anche ragione, se non fosse per un paio di cosine: (i) credete davvero che nel 2012 si possa fare una linea del metrò separata dal resto della rete e con un biglietto suo proprio, diverso da quelli di ATM? (ii) secondo voi le banche possono accettare il rischio di non essere pagate per mancanza di passeggeri, tenuto anche conto del fatto che nessuno è in grado di fare ragionevoli previsioni sui flussi di mobilità tra 10 anni?
Come avrete intuito, la risposta a entrambe le domande è negativa: e quindi come si è fatto a chiudere l'operazione?
Lo spiega bene il documento, alle pagine 12-14.
Metro 5 riceve i soldi non già dai passeggeri, bensì dalla "Concession Authority" (che poi altro non sarebbe che il Comune di Milano), per mezzo di una "availability fee" (canone di sisponibilità), che viene così calcolata:
* anzitutto è stato fissato fissato un numero "target" di passeggeri trasportati, via via crescente fino al tetto a regime di 11.200.000 passeggeri/semestre: per semplicità prenderemo solo quest'ultimo dato;
* se il numero di passeggeri reali è pari ad almeno il 32% del numero di passeggeri target, allora il canone viene pagato per intero;
* se il numero di passeggeri diminuisce oltre la soglia del 32% del target, allora la commissione viene ridotta di un pari importo: pertanto se in un semestre dovessero viaggiare solo 3.584.000 passeggeri (rispetto al target di 11.200.000 passeggeri) allora il Comune pagherebbe comunque a Metro 5 il canone intero; se i passeggeri fossero solo 3.583.999, il Comune pagherebbe il canone meno un passeggero, e così via;
* ne consegue che, quand'anche la linea non dovesse vedere il transito di un solo sfigatissimo passeggero, in ogni caso Metro 5 prenderebbe il 68% del suo bel canone.
Interessante, no? ma cosa scopriamo alla pagina successiva? Scopriamo che il costo che il Comune paga per ciascun passeggero ammonta a € 1,522 per i primi due anni, e a € 1,422 per gli anni successivi (ma l'importo è da rivalutare per effetto dell'inflazione).
Ecco quindi il nostro bravo passeggero che viene in città, poniamo da Cinghiate sul Membro, arriva al capolinea del metrò, compera il biglietto e sale sulla carrozza: fino a ieri per questo solo fatto il Comune avrebbe intascato (tramite ATM) un euro di biglietto e avrebbe pagato un euro e mezzo a Metro5. Noterete la differenza di mezzo euro, che sono soldi che ci mette il Comune di tasca propria, o meglio di tasca mia dato che io pago le tasse qui mentre il passeggero paga le tasse a cinghiate.
Oggi, con il biglietto a un euro e mezzo, l'ipotetico passeggero pagherebbe proprio il costo della sua corsa, ma notate che (i) se i passeggeri sono meno del previsto, comunque il Comune ci mette la differenza; (ii) se il nostro eroe si fa un abbonamento annuale o mensile, continua a pagare molto ma molto meno e (iii) se arrivato a Garibaldi il passeggero decide di prendere il tram, la'utobus e il calesse per tutti i 90 minuti ai quali ha diritto, quelle corse per l'ATM sono una perdita secca, dato che il prezzo del biglietto è già andato tutto a Metro 5.
Concludo, che mi sono dilungato fin troppo. Ma il concetto base è sempre quello: nel 2007 (cioè nel momento in cui è stata conclusa tutta l'operazione di project financing) era già previsto che il costo di un passeggero ammontassse a 1,5 euri.
Tante cose sono state dette dai sostenitori di Pisapia in ordine a quest'ultima questione al fine di giustificare la scelta del Sindaco. Tra queste le principali sono due: (a) che il costo del biglietto aumenta per i viaggi singoli, ma non per gli abbonamenti mensili e annuali e (b) che comunque l'aumento sarebbe comunque stato necessario, quale fosse il nuovo sindaco, e che la giunta Moratti si era limitata a congelare le teriffe a fini meramente elettorali: qualora Letizia fosse stata eletta anche lei avrebbe fatto il medesimo ritocco tariffario.
Per quanto riguarda il punto (a), si tratta di un'osservazione oggettivamente verificabile, e non c'è granché da discutere. Il punto (b) è invece molto più rognoso, dato che si tratta di un'affermazione di buon senso ma comunque pur sempre opinabile. Credo che moltissimi politici e elettori di centro-destra siano disponibili ad ammettere in privato che certo anche la Moratti avrebbe aumentato il prezzo, ma in pubblico lo negano recisamente: e del resto hanno gioco facile, visto che l'onere della prova ce l'ha chi accusa, non chi si difende.
Bene, in realtà la prova c'è. E non solo prova che anche la giunta Moratti non potesse sostenere il prezzo del biglietto previgente, ma dimostra altresì come certe politiche finanziarie abbiano prodotto buchi che ci porteremo dietro per decenni.
Il discorso, lo dico subito, è un po' complicato: io cerco di semplificarlo, ma richiede comunque una certa attenzione per cui se avete appena finito di mangiare la parmiggiana di melanzane o le alici in carpione annaffiate da un bottiglione di Marino gelato, salvatevi il link e tornate più tardi.
Partiamo da questo documento: è una presentazione PowerPoint e so bene che c'è chi preferirebbe farsi tagliare l'uccello piuttosto che aprire un documento PowerPoint perché farlo aumenta l'entropia dell'universo, fa piangere Stallman e ci avvicina al 2012. Io però solo questo ho trovato, e se taluno preferisce far felice Stallman e rimanere ignorante posso solo dirgli che si fotta e soprattutto che continui a farsi fottere, non sono problemi miei.
Il nostro documento ha il pomposo titolo «MILAN METRO LINE 5 - Risk management in infrastructure project» e spiega come è stata finanziata la costruzione del Metrò 5, la nuova linea metropolitana destinata a servire la parte nord della città. Il documento si riferisce solo al primo progetto, quello da Garibaldi a Bignami, e non tiene conto della successiva variante che porterà la linea fino a San Siro.
Il progetto ha un costo complessivo di 550 milioni: di questi, 295 milioni vengono da contributi pubblici (233 dallo Stato e 62 dal Comune), 40 milioni sono mezzi propri messi dal consorzio che ha fondato Metro 5 S.p.A. e la differenza, pari a 205 milioni, sono soldi messi dalle banche in project financing, che ovviamente dovranno essere resi. Già questo primo dato ci fa capire che quando gli amministratori pubblici ci dicono che la costruzione in project financing non grava sulla spalle dei cittadini stanno dicendo corbellerie: non solo più dlla metà dell'opera sono soldi pubblici, ma a veder bene i privati ci hanno messo solo 40 milioni, poco più del 7% del valore dell'opera.
Diciamo quindi che dal punto di vista dell'amministratore pubblico il P.F. può essere visto in due modi: secondo l'interpretazione benevola, è un modo per fare grandi opere anche se non si hanno tutti soldi; secondo l'interpretazione malevola è un modo per fare grandi opere nascondendo il fatto che qualcuno le ripagherà in futuro.
Dal punto di vista dell'imprenditore, il P.F. è un bel modo per fare grandi opere mettendoci pochissimo denaro. E dato che il profitto di un investimento è inversamente proporzionale ai soldi che abbiamo messo nel medesimo, il P.F. è un bel modo di fare grossi profitti rischiando poco.
Quella che qui però ci interessa è la fetta di 205 milioni messa dalle banche. Dal punto di vista della banca il P.F. è un'operazione molto rischiosa: abbiamo visto che i soldi che ci mette il privato sono pochi, e quindi se qualcosa dovesse andare male c'è pochissimo "cuscinetto" di denaro messo dall'imprenditore (equity, come amiamo dire qui). In pratica, se salta qualcosa (e in un progetto di queste dimensioni il numero di cose che possono saltare tende a infinito), le banche ce l'hanno nel fracco.
Logico quindi che le banche, che non sono istituti di beneficienza, cerchino di tutelarsi coprendo ogni possibile rischio. Nel nostro caso qual è il rischio maggiore? Sicuramente quello che i passeggeri non bastino per coprire i costi di esercizio e gli oneri finanziari.
Bene: come farà Metro 5 S.p.A. a ripagare i 200 e briscola milioni di finanziamento e a guadagnarci sopra qualcosa? «Con la vendita dei biglietti», direte voi: e avreste anche ragione, se non fosse per un paio di cosine: (i) credete davvero che nel 2012 si possa fare una linea del metrò separata dal resto della rete e con un biglietto suo proprio, diverso da quelli di ATM? (ii) secondo voi le banche possono accettare il rischio di non essere pagate per mancanza di passeggeri, tenuto anche conto del fatto che nessuno è in grado di fare ragionevoli previsioni sui flussi di mobilità tra 10 anni?
Come avrete intuito, la risposta a entrambe le domande è negativa: e quindi come si è fatto a chiudere l'operazione?
Lo spiega bene il documento, alle pagine 12-14.
Metro 5 riceve i soldi non già dai passeggeri, bensì dalla "Concession Authority" (che poi altro non sarebbe che il Comune di Milano), per mezzo di una "availability fee" (canone di sisponibilità), che viene così calcolata:
* anzitutto è stato fissato fissato un numero "target" di passeggeri trasportati, via via crescente fino al tetto a regime di 11.200.000 passeggeri/semestre: per semplicità prenderemo solo quest'ultimo dato;
* se il numero di passeggeri reali è pari ad almeno il 32% del numero di passeggeri target, allora il canone viene pagato per intero;
* se il numero di passeggeri diminuisce oltre la soglia del 32% del target, allora la commissione viene ridotta di un pari importo: pertanto se in un semestre dovessero viaggiare solo 3.584.000 passeggeri (rispetto al target di 11.200.000 passeggeri) allora il Comune pagherebbe comunque a Metro 5 il canone intero; se i passeggeri fossero solo 3.583.999, il Comune pagherebbe il canone meno un passeggero, e così via;
* ne consegue che, quand'anche la linea non dovesse vedere il transito di un solo sfigatissimo passeggero, in ogni caso Metro 5 prenderebbe il 68% del suo bel canone.
Interessante, no? ma cosa scopriamo alla pagina successiva? Scopriamo che il costo che il Comune paga per ciascun passeggero ammonta a € 1,522 per i primi due anni, e a € 1,422 per gli anni successivi (ma l'importo è da rivalutare per effetto dell'inflazione).
Ecco quindi il nostro bravo passeggero che viene in città, poniamo da Cinghiate sul Membro, arriva al capolinea del metrò, compera il biglietto e sale sulla carrozza: fino a ieri per questo solo fatto il Comune avrebbe intascato (tramite ATM) un euro di biglietto e avrebbe pagato un euro e mezzo a Metro5. Noterete la differenza di mezzo euro, che sono soldi che ci mette il Comune di tasca propria, o meglio di tasca mia dato che io pago le tasse qui mentre il passeggero paga le tasse a cinghiate.
Oggi, con il biglietto a un euro e mezzo, l'ipotetico passeggero pagherebbe proprio il costo della sua corsa, ma notate che (i) se i passeggeri sono meno del previsto, comunque il Comune ci mette la differenza; (ii) se il nostro eroe si fa un abbonamento annuale o mensile, continua a pagare molto ma molto meno e (iii) se arrivato a Garibaldi il passeggero decide di prendere il tram, la'utobus e il calesse per tutti i 90 minuti ai quali ha diritto, quelle corse per l'ATM sono una perdita secca, dato che il prezzo del biglietto è già andato tutto a Metro 5.
Concludo, che mi sono dilungato fin troppo. Ma il concetto base è sempre quello: nel 2007 (cioè nel momento in cui è stata conclusa tutta l'operazione di project financing) era già previsto che il costo di un passeggero ammontassse a 1,5 euri.
mercoledì 3 agosto 2011
La memoria dell'acqua
Che poi, al di là del fatto di solidarizzare con qualche altro componente di questa nostra Casta, ci sarebbero pure un paio di cose che dell'omeopatia proprio non riescono a tornarmi a genio, e ve le illustro brevemente.
Accettiamo una momentanea sospensione del giudizio scientifico, e ammettiamo pure, anzi diamo per scontato e dimostrato, che l'acqua abbia una sua memoria, con la quale rammenta l'impronta delle sostanze con le quali è stata a contatto. Diciamo, come affermano gli omeopati, che le molecole di un dato principio, una volta sciolte nell'acqua, modifichino in un qualche modo le molecole della medesima, e che quindi queste risentano del principio anche quando il principio non vi è più (e che le molecole del principio attivo non vi siano più è certo, stante il rapporto tra il numero di diluizioni e il numero di Avogadro).
Ammettiamo, insomma, che per un qualche processo fisico o chimico, reale ma ancora a noi sconosciuto, le molecole della nux vomica o di qualunque altra diavoleria possano aver lasciato nelle molecole dell'acqua una traccia che c'è, anche se non sappiamo misurarla.
Ora, ci sono un paio di cosette che mi piacerebbe approfondire.
Prima domanda Come insegnano alle elementari, l'acqua della Terra è grosso modo sempre la medesima. Certo, piccole quantità d'acqua si decompongono, per effetto degli agenti naturali o dell'Uomo, in idrogeno e ossigeno, e poi si ricompongono. Ma la quasi totalità dell'acqua è sempre la medesima, che scorre nei fiumi, va nei mari, evapora, ricade sotto forma di pioggia e così via da un paio di miliardo di anni a questa parte.
Un bel giorno qualche litro di fortunatissima acqua arriva nei laboratori della casa farmaceutica omeopatica, e qui viene miscelata a un composto e agitata, e diluita via via al punto da far restare solo acqua, ma dinamizzata.
Ora, mi chiedo: ma quando quella benedetta acqua arriva nei laboratori, quante cazzo di miliardi di impronte avrà già addosso?
Perché, se l'acqua ha una memoria, non è che possiamo affermare che abbia memoria solo di quello che conviene a noi: quella data molecola avrà memoria di quando è finita nella bocca di un trilobita, nel Paleozoico. Avrà memoria di quando fu succhiata dalle radici di quella pianta di vite, a Capua, e dopo una serie di complicate vicissitudini fu pisciata da Annibale in una sordida latrina. Avrà memoria di quel brutto quarto d'ora in cui (mi fa male ancora il pensiero) finì dalle parti di una gualchieria scozzese e fu follata insieme ai panni di tartan destinati a coprire le graziose pudenda del Duca di Albany.
Ci pensate, che casino interiore deve scatenarsi nel nostro organismo, ogni volta che beviamo un bicchiere d'acqua? Tirannosauri, guerrieri, arsenico, vecchi merletti. Ogni singola molecola porta con sé una storia unica del mondo dalla creazione fino ad oggi: questo rafforza la mia determinazione a bere solo alcoolici, e se possibile di alta gradazione.
Certo, potrebbero dire alcuni, nella produzione dei rimedi entrano in gioco le succussioni: termine elegante e raro che, certo non a caso, gli omeopati preferiscono utilizzare per designare l'azione che il resto del nostro bel Paese usa correntemente definire scrollare (absit iniuria verbis). Ma se ci pensate bene, i ruscelli di montagna, i mari in tempesta, i temporali e le pompe degli acquedotti non sono certo da meno, quanto a scrollatine inferte all'acqua.
Seconda domanda Ma ammettiamo ora che l'acqua abbia sì una memoria, ma corta: che si limiti a rammentare solo l'ultima delle cose con cui è stata a contatto, e che ciascuno dei contatti successivi cancelli il precedente, come su una lavagna scolastica. Qui si apre un altro problema. Dopo la famosa nux vomica, ilmedicinale rimedio omeopatico passa una serie di eventi drammatici: prima ci viene sciolto lo zucchero dentro, poi va nelle boccettine di plastica, poi va nei polpastrelli dell'ingerente e poi passa per la bocca, l'esofago e lo stomaco del paziente: tutte cose che debbono offrire una gran congerie di stimoli a quelle famose molecole d'acqua un po' smemorate, con il rischio di farle confondere e di far loro dimenticare di quella volta, qualche mese prima, quando per qualche minuto hanno incontrato una molecola vagante di nux vomica.
Terza domanda Ma poi, alla fin fine, questi famosi rimedi sono delle pilloline di zucchero, mica dei flaconi di liquido. E allora, in queste pilloline, l'acqua con memoria ma un po' smemorata dove cazzo sta? Dovremmo parlare di memoria dello zucchero, non di memoria dell'acqua: ne convenite?
Accettiamo una momentanea sospensione del giudizio scientifico, e ammettiamo pure, anzi diamo per scontato e dimostrato, che l'acqua abbia una sua memoria, con la quale rammenta l'impronta delle sostanze con le quali è stata a contatto. Diciamo, come affermano gli omeopati, che le molecole di un dato principio, una volta sciolte nell'acqua, modifichino in un qualche modo le molecole della medesima, e che quindi queste risentano del principio anche quando il principio non vi è più (e che le molecole del principio attivo non vi siano più è certo, stante il rapporto tra il numero di diluizioni e il numero di Avogadro).
Ammettiamo, insomma, che per un qualche processo fisico o chimico, reale ma ancora a noi sconosciuto, le molecole della nux vomica o di qualunque altra diavoleria possano aver lasciato nelle molecole dell'acqua una traccia che c'è, anche se non sappiamo misurarla.
Ora, ci sono un paio di cosette che mi piacerebbe approfondire.
Prima domanda Come insegnano alle elementari, l'acqua della Terra è grosso modo sempre la medesima. Certo, piccole quantità d'acqua si decompongono, per effetto degli agenti naturali o dell'Uomo, in idrogeno e ossigeno, e poi si ricompongono. Ma la quasi totalità dell'acqua è sempre la medesima, che scorre nei fiumi, va nei mari, evapora, ricade sotto forma di pioggia e così via da un paio di miliardo di anni a questa parte.
Un bel giorno qualche litro di fortunatissima acqua arriva nei laboratori della casa farmaceutica omeopatica, e qui viene miscelata a un composto e agitata, e diluita via via al punto da far restare solo acqua, ma dinamizzata.
Ora, mi chiedo: ma quando quella benedetta acqua arriva nei laboratori, quante cazzo di miliardi di impronte avrà già addosso?
Perché, se l'acqua ha una memoria, non è che possiamo affermare che abbia memoria solo di quello che conviene a noi: quella data molecola avrà memoria di quando è finita nella bocca di un trilobita, nel Paleozoico. Avrà memoria di quando fu succhiata dalle radici di quella pianta di vite, a Capua, e dopo una serie di complicate vicissitudini fu pisciata da Annibale in una sordida latrina. Avrà memoria di quel brutto quarto d'ora in cui (mi fa male ancora il pensiero) finì dalle parti di una gualchieria scozzese e fu follata insieme ai panni di tartan destinati a coprire le graziose pudenda del Duca di Albany.
Ci pensate, che casino interiore deve scatenarsi nel nostro organismo, ogni volta che beviamo un bicchiere d'acqua? Tirannosauri, guerrieri, arsenico, vecchi merletti. Ogni singola molecola porta con sé una storia unica del mondo dalla creazione fino ad oggi: questo rafforza la mia determinazione a bere solo alcoolici, e se possibile di alta gradazione.
Certo, potrebbero dire alcuni, nella produzione dei rimedi entrano in gioco le succussioni: termine elegante e raro che, certo non a caso, gli omeopati preferiscono utilizzare per designare l'azione che il resto del nostro bel Paese usa correntemente definire scrollare (absit iniuria verbis). Ma se ci pensate bene, i ruscelli di montagna, i mari in tempesta, i temporali e le pompe degli acquedotti non sono certo da meno, quanto a scrollatine inferte all'acqua.
Seconda domanda Ma ammettiamo ora che l'acqua abbia sì una memoria, ma corta: che si limiti a rammentare solo l'ultima delle cose con cui è stata a contatto, e che ciascuno dei contatti successivi cancelli il precedente, come su una lavagna scolastica. Qui si apre un altro problema. Dopo la famosa nux vomica, il
Terza domanda Ma poi, alla fin fine, questi famosi rimedi sono delle pilloline di zucchero, mica dei flaconi di liquido. E allora, in queste pilloline, l'acqua con memoria ma un po' smemorata dove cazzo sta? Dovremmo parlare di memoria dello zucchero, non di memoria dell'acqua: ne convenite?
Solidarietà di casta
Grazie a Mantellini sono giunto su blogzero: un blog sfigato quasi quanto il presente e che, come il presente, parla in libertà degli argomenti che vengono in mente al tenutario.
Rispetto a chi scrive, il tenutario di blogzero è assai più educato: non dice parolacce, non prende per il culo né il lettore né il destinatario pro tempore dei suoi strali. E', insomma, un blogger civile.
Quel blogger ha spiegato qualche giorno fa come e perché sia scientificamente dimostrabile che nei farmaci omeopatici non ci sia nulla. Ma proprio nulla: il che a casa mia significa che si può dimostrare scientificamente che l'omeopatia non serva a una fava (certo, quel tenutario non si sarebbe mai permesso di mettere in mezzo le fave, ma questo tenutario è un ragazzo di campagna e va subito al sodo).
La più grande produttrice di farmaci omeopatici, nella persona della sua amministratrice delegata, ha preso carta calamaio e penna e ha scritto una bella lettera all'amministratore del blog, minacciando querele, pene e sanzioni: che ci mancava solo la chiosa invocante pena pecuniaria e corporale, ancora di relegatione o di galera, e fino alla morte, per dare almeno la prova della cultura liceale del legale che ha vergato la minuta della missiva.
Immagino che la cosa andrà avanti, e che il povero tenutario di quel blog dovrà affrontare di nuovo la Grande Casa Farmaceutica, la quale probabilmente ritiene che il proprio fatturato le conferisca, oltre che grassi utili, una sorta di monopolio del sapere e della scienza. Questo comporterà rogne e spese: è un rischio a cui va incontro chiunque scriva -aggratis e per passione- sulla rete, e del quale tutti siamo ben consapevoli.
Questa volta, tuttavia, la cosa mi è sembrata particolarmente odiosa, non so neppure io il perché: e quindi desidero esprimere la mia solidarietà al collega tenutario, e invito i miei quattro lettori a fare altrettanto.
Poi, la solidarietà è una gran bella cosa, ma non ci si mangia; e gli avvocati (che sono indispensabili quando si viene querelati) mangiano invece a quattro palmenti. Le grandi società (e pure le piccole società) queste cose le sanno; e sanno benissimo che un povero blogger che scrive aggratis e per passione, nel 99% dei casi non può affrontare i costi di un giudizio penale, dal quale comunque uscirà vittorioso ma spiantato. Quindi minacciano, sicure di ottenere quanto desiderano, anche quando non hanno diritto di ottenerlo.
Nel tenutario di blogzero la Grande Casa Farmaceutica ha trovato un soggetto assai tignoso, che anziché abbozzare e cancellare ha preferito rendere pubblica la vicenda, esponendosi al rischio (se non alla certezza) di dover affrontare un procedimento (dal quale comunque uscirà vittorioso ma spiantato).
Credo sia necessario che la solidarietà, oltre che a parole (che sono bit e non costano nulla), si esprima anche con cose un po' più concrete: e pertanto mi dichiaro fin d'ora disponibile, qualora ce ne fosse bisogno, a partecipare a una sottoscrizione per aiutare il tenutario di blogzero ad affrontare le spese legali cui dovesse andare incontro: e spero che i miei quattro lettori assumano il medesimo impegno, e così il rispettivi loro ventitrè lettori, e via via fino ad arrivare a una catena di solidarietà che consenta a ciascuno di noi, membri di questa assai poco influente Casta, di dormire sonni un po' tranquilli sapendo che non siamo soli, e che abbiamo sempre qualcun altro che ci è vicino.
Vicino non solo a parole, che non costano nulla e servono a meno nel momento del bisogno, bensì anche con fatti sonanti
Rispetto a chi scrive, il tenutario di blogzero è assai più educato: non dice parolacce, non prende per il culo né il lettore né il destinatario pro tempore dei suoi strali. E', insomma, un blogger civile.
Quel blogger ha spiegato qualche giorno fa come e perché sia scientificamente dimostrabile che nei farmaci omeopatici non ci sia nulla. Ma proprio nulla: il che a casa mia significa che si può dimostrare scientificamente che l'omeopatia non serva a una fava (certo, quel tenutario non si sarebbe mai permesso di mettere in mezzo le fave, ma questo tenutario è un ragazzo di campagna e va subito al sodo).
La più grande produttrice di farmaci omeopatici, nella persona della sua amministratrice delegata, ha preso carta calamaio e penna e ha scritto una bella lettera all'amministratore del blog, minacciando querele, pene e sanzioni: che ci mancava solo la chiosa invocante pena pecuniaria e corporale, ancora di relegatione o di galera, e fino alla morte, per dare almeno la prova della cultura liceale del legale che ha vergato la minuta della missiva.
Immagino che la cosa andrà avanti, e che il povero tenutario di quel blog dovrà affrontare di nuovo la Grande Casa Farmaceutica, la quale probabilmente ritiene che il proprio fatturato le conferisca, oltre che grassi utili, una sorta di monopolio del sapere e della scienza. Questo comporterà rogne e spese: è un rischio a cui va incontro chiunque scriva -aggratis e per passione- sulla rete, e del quale tutti siamo ben consapevoli.
Questa volta, tuttavia, la cosa mi è sembrata particolarmente odiosa, non so neppure io il perché: e quindi desidero esprimere la mia solidarietà al collega tenutario, e invito i miei quattro lettori a fare altrettanto.
Poi, la solidarietà è una gran bella cosa, ma non ci si mangia; e gli avvocati (che sono indispensabili quando si viene querelati) mangiano invece a quattro palmenti. Le grandi società (e pure le piccole società) queste cose le sanno; e sanno benissimo che un povero blogger che scrive aggratis e per passione, nel 99% dei casi non può affrontare i costi di un giudizio penale, dal quale comunque uscirà vittorioso ma spiantato. Quindi minacciano, sicure di ottenere quanto desiderano, anche quando non hanno diritto di ottenerlo.
Nel tenutario di blogzero la Grande Casa Farmaceutica ha trovato un soggetto assai tignoso, che anziché abbozzare e cancellare ha preferito rendere pubblica la vicenda, esponendosi al rischio (se non alla certezza) di dover affrontare un procedimento (dal quale comunque uscirà vittorioso ma spiantato).
Credo sia necessario che la solidarietà, oltre che a parole (che sono bit e non costano nulla), si esprima anche con cose un po' più concrete: e pertanto mi dichiaro fin d'ora disponibile, qualora ce ne fosse bisogno, a partecipare a una sottoscrizione per aiutare il tenutario di blogzero ad affrontare le spese legali cui dovesse andare incontro: e spero che i miei quattro lettori assumano il medesimo impegno, e così il rispettivi loro ventitrè lettori, e via via fino ad arrivare a una catena di solidarietà che consenta a ciascuno di noi, membri di questa assai poco influente Casta, di dormire sonni un po' tranquilli sapendo che non siamo soli, e che abbiamo sempre qualcun altro che ci è vicino.
Vicino non solo a parole, che non costano nulla e servono a meno nel momento del bisogno, bensì anche con fatti sonanti
giovedì 28 luglio 2011
Cortesie per gli ospiti
Sulla home page dei siti dei due principali quotidiani italiani oggi abbiamo la fortuna di trovare due articoli che ci danno un interessante spunto di riflessione.
Molti sanno quanto il nostro sistema penitenziario sia drammaticamente arretrato: un po' tutti coloro che contano in politica si scagliano contro il sovraffollamento carcerario, l'inadeguatezza delle strutture, l'impossibilità di strutturare veri percorsi di rieducazione. A parole. Perché poi, quando si tratta di agire, neppure un Papa-quasi-Santo è riuscito ad ottenere un vero indulto: e difatti la classe politica che, senza distinzione di lato dell'emiciclo, ha sempre riconosciuto in Giovanni Paolo II un faro morale è rimasta dapprima sorda alle sue invocazioni e poi ha partorito un minuscolo topolino.
Ma quali sono i motivi alla base di quest'indifferenza della politica verso l'istituzione carceraria? Solo l'ignavia di Governo e Parlamento? La paura di perdere voti dimostrandosi morbidi in fatto di sicurezza?
Probabilmente, anche in questo caso, il Parlamento non è altro che lo specchio del Paese: un Paese che ragiona con la pancia, e spesso con qualche organo che si trova in posizione successiva nel ciclo digestivo.
Si spiega così la rassegna fotografica che il Corriere ci propone al riguardo del carcere di massima sicurezza nel quale è stato rinchiuso l'attentatore di Oslo. La rassegna indulge in dettagli quali la presenza di «TV a schermo piatto» e di «mobili moderni»: particolari sottolineati in quanto evidentemente, nell'immaginario del redattore e dei suoi probabili lettori, in una galera la televisione, se proprio dev'essere presente, dovrebbe limitarsi a un vecchio Brionvega B/N; e i mobili dovrebbero venir ripescati da oscure discariche.
Impossibile poi non cogliere un velo di pruderie nella descrizione del personale di sorveglianza: «Le guardie però sono disarmate, spesso pranzano e fanno sport con i detenuti e sono per metà donne», e non occorre essere un assiduo lettore della Piccionaia per cogliere il nesso tra lo sport e il sesso delle guardie.
C'è anche una foto delle «Unità abitative dove i detenuti possono ospitare i parenti per la notte»: in pratica lì i detenuti possono trombare, come fanno i detenuti di moltissimi altri Stati europei (rammento ancor oggi lo stupore negli occhi del mio avvocato di Berlino, quando passeggiando davanti alla locale galera gli dissi che da noi i permessi per incontrare i coniugi in privato erano fantascienza).
Già, perché, come non mi stanco mai di ripetere, negli ordinamenti penitenziari del ventunesimo secolo, così come -in teoria- nel nostro, «la pena è il muro, ma solo il muro». Secondo le nostre leggi la privazione della libertà non dovrebbe comportare il soffrire il freddo, il caldo, la fame, la mancanza di cure mediche, la promiscuità, le cimici, e il sadismo di guardie e altri detenuti, l'inattività forzata e la mancanza di stimoli per trascorrere il tempo. A mio modesto parere non dovrebbe comportare neppure la forzata astinenza sessuale (ma questo nella legge non c'è).
Eppure nelle carceri italiane si soffre tutto quello, e anche altro: e la cosa viene accettata da tutti, pacificamente. Siamo in un Paese che si scandalizza perché i detenuti hanno la TV (con lo schermo piatto): perché, come dice ogni tanto qualche politico (Castelli, se ben rammento) le galere non debbono essere hotel a cinque stelle. In effetti sono d'accordo che non debbano essere luoghi dotati di terme, ristoranti sontuosi e concierges in divisa. Ma da questo alla topaia/carro bestiame vi sono mille sfumature, e chi ritiene che l'unica sfumatura possibile sia il carro bestiame probabilmente, prima ancora di non essere un buon cittadino, non è il buon cristiano che pretenderebbe di essere. Il che mi sembra dimostrare che la maggioranza degli Italiani è composta di cattivi cittadini e di cattivi cristiani.
Probabilmente lo stesso cittadino che si è scandalizzato per la TV a schermo piatto non avrà neppure degnato di un'occhiata l'altra notizia di oggi, quella relativa agli ex criminali che si sono pentiti e che dovrebbero vivere protetti dallo Stato. Come riporta la Repubblica, il Servizio di protezione per i collaboratori di giustizia non ha un soldo, e quindi, candidamente, non paga quello che dovrebbe pagare: affitti, bollette, avvocati, diarie.
Certo, uno potrebbe anche dire che i destinatari di questi benefici in fondo sono pur sempre dei criminali e quindi che cazzo vogliono?, ma sbaglierebbe di grosso. Anzitutto perché (e questo dall'articolo di Repubblica non emerge) del programma di protezione fanno parte non solo i pentiti ma anche degli onestissimi cittadini che si sono trovati ad essere testimoni o addirittura vittime di fatti di criminalità organizzata, e per testimoniare contro i colpevoli hanno dovuto cambiare vita e identità per aver salva la pelle; in secondo luogo perché, quand'anche vi fossero solo criminali efferati, ciononostante se uno Stato (non un sedicenne in crisi ormonale: uno Stato) prende un impegno, logica e dignità vogliono che quell'impegno venga rispettato.
Invece no: il nostro Stato non ha fondi per pagare neppure chi collabora per la giustizia; figuriamoci se riuscirà mai a mettere «mobili moderni» dentro le carceri.
Molti sanno quanto il nostro sistema penitenziario sia drammaticamente arretrato: un po' tutti coloro che contano in politica si scagliano contro il sovraffollamento carcerario, l'inadeguatezza delle strutture, l'impossibilità di strutturare veri percorsi di rieducazione. A parole. Perché poi, quando si tratta di agire, neppure un Papa-quasi-Santo è riuscito ad ottenere un vero indulto: e difatti la classe politica che, senza distinzione di lato dell'emiciclo, ha sempre riconosciuto in Giovanni Paolo II un faro morale è rimasta dapprima sorda alle sue invocazioni e poi ha partorito un minuscolo topolino.
Ma quali sono i motivi alla base di quest'indifferenza della politica verso l'istituzione carceraria? Solo l'ignavia di Governo e Parlamento? La paura di perdere voti dimostrandosi morbidi in fatto di sicurezza?
Probabilmente, anche in questo caso, il Parlamento non è altro che lo specchio del Paese: un Paese che ragiona con la pancia, e spesso con qualche organo che si trova in posizione successiva nel ciclo digestivo.
Si spiega così la rassegna fotografica che il Corriere ci propone al riguardo del carcere di massima sicurezza nel quale è stato rinchiuso l'attentatore di Oslo. La rassegna indulge in dettagli quali la presenza di «TV a schermo piatto» e di «mobili moderni»: particolari sottolineati in quanto evidentemente, nell'immaginario del redattore e dei suoi probabili lettori, in una galera la televisione, se proprio dev'essere presente, dovrebbe limitarsi a un vecchio Brionvega B/N; e i mobili dovrebbero venir ripescati da oscure discariche.
Impossibile poi non cogliere un velo di pruderie nella descrizione del personale di sorveglianza: «Le guardie però sono disarmate, spesso pranzano e fanno sport con i detenuti e sono per metà donne», e non occorre essere un assiduo lettore della Piccionaia per cogliere il nesso tra lo sport e il sesso delle guardie.
C'è anche una foto delle «Unità abitative dove i detenuti possono ospitare i parenti per la notte»: in pratica lì i detenuti possono trombare, come fanno i detenuti di moltissimi altri Stati europei (rammento ancor oggi lo stupore negli occhi del mio avvocato di Berlino, quando passeggiando davanti alla locale galera gli dissi che da noi i permessi per incontrare i coniugi in privato erano fantascienza).
Già, perché, come non mi stanco mai di ripetere, negli ordinamenti penitenziari del ventunesimo secolo, così come -in teoria- nel nostro, «la pena è il muro, ma solo il muro». Secondo le nostre leggi la privazione della libertà non dovrebbe comportare il soffrire il freddo, il caldo, la fame, la mancanza di cure mediche, la promiscuità, le cimici, e il sadismo di guardie e altri detenuti, l'inattività forzata e la mancanza di stimoli per trascorrere il tempo. A mio modesto parere non dovrebbe comportare neppure la forzata astinenza sessuale (ma questo nella legge non c'è).
Eppure nelle carceri italiane si soffre tutto quello, e anche altro: e la cosa viene accettata da tutti, pacificamente. Siamo in un Paese che si scandalizza perché i detenuti hanno la TV (con lo schermo piatto): perché, come dice ogni tanto qualche politico (Castelli, se ben rammento) le galere non debbono essere hotel a cinque stelle. In effetti sono d'accordo che non debbano essere luoghi dotati di terme, ristoranti sontuosi e concierges in divisa. Ma da questo alla topaia/carro bestiame vi sono mille sfumature, e chi ritiene che l'unica sfumatura possibile sia il carro bestiame probabilmente, prima ancora di non essere un buon cittadino, non è il buon cristiano che pretenderebbe di essere. Il che mi sembra dimostrare che la maggioranza degli Italiani è composta di cattivi cittadini e di cattivi cristiani.
Probabilmente lo stesso cittadino che si è scandalizzato per la TV a schermo piatto non avrà neppure degnato di un'occhiata l'altra notizia di oggi, quella relativa agli ex criminali che si sono pentiti e che dovrebbero vivere protetti dallo Stato. Come riporta la Repubblica, il Servizio di protezione per i collaboratori di giustizia non ha un soldo, e quindi, candidamente, non paga quello che dovrebbe pagare: affitti, bollette, avvocati, diarie.
Certo, uno potrebbe anche dire che i destinatari di questi benefici in fondo sono pur sempre dei criminali e quindi che cazzo vogliono?, ma sbaglierebbe di grosso. Anzitutto perché (e questo dall'articolo di Repubblica non emerge) del programma di protezione fanno parte non solo i pentiti ma anche degli onestissimi cittadini che si sono trovati ad essere testimoni o addirittura vittime di fatti di criminalità organizzata, e per testimoniare contro i colpevoli hanno dovuto cambiare vita e identità per aver salva la pelle; in secondo luogo perché, quand'anche vi fossero solo criminali efferati, ciononostante se uno Stato (non un sedicenne in crisi ormonale: uno Stato) prende un impegno, logica e dignità vogliono che quell'impegno venga rispettato.
Invece no: il nostro Stato non ha fondi per pagare neppure chi collabora per la giustizia; figuriamoci se riuscirà mai a mettere «mobili moderni» dentro le carceri.
venerdì 22 luglio 2011
Due o tre cose che ho capito di Odifreddi
La Mondadori ha messo in linea, sul suo canale YouTube, un breve spezzone dell'incontro recentemente svoltosi tra Piergiorgio Odifreddi e alcuni selezionati membri di punta del blogocono. Non è roba lunga: quattro minuti e mezzo in tutto, per cui vale la pena di spenderci un po' del proprio tempo, anche per fare il gioco del riconoscimento facciale.
Sono sufficienti questi pochi minuti, comunque, per capire che l'ossessione del nostro divulgatore ha raggiunto livelli di tale acutezza da averlo oramai fatto scivolare in una deriva all'esito del quale approderà alla sicura boa del grillotravaglismo, vale a dire quella configurazione del pensiero splendidamente descritta dall'altro Grillo (il Marchese) con il motto «Io so' io e voi non siete un cazzo»
Riesce, il nostro, a:
(a) affermare, in ispregio alle risultanze di tutta la storiografia, cristiana e non, che non vi siano prove dell'esistenza di Gesù quale personaggio storico. Si tratta di un tema del quale ho molto dibattuto, da agnostico qual sono, e che conosco abbastanza bene. Potrei passare una parte delle vacanze estive a raccogliere una bibliografia di massima, ma dato che all'Odifreddi si crede adotterò il suo stesso modus operandi e vi dico semplicemente che da circa tre secoli oramai solo pochi stravaganti scienziati negano che vi sia stato un personaggio a nome Gesù che predicava in Galilea. In ogni caso su wikipedia, specie nella pagina inglese, trovate già una caterva di riferimenti che dovrebbero bastare a convincere chiunque non fosse irrimediabilmente in mala fede.
Salvo che per Odifreddi la prova definitiva dell'inesistenza di Gesù Cristo (sempre come personaggio storico) sia il fatto che il Papa nel suo libro non si spende a dimostrarne l'esistenza. Il che, a casa mia, è una fallacia logica grande come una casa;
(b) dimostrare di non essere ancora riuscito a capire che il credere è un atto di fede e che il capire è un atto di ragione. anche qui siamo di fronte ad una fallacia logica: nel Teorema di Pitagora non si deve credere: lo si deve capire. Si crede in ciò che non si può dimostrare; ciò che si può dimostrare lo si capisce. Non si crede nel fatto che le terra sia rotonda: lo si credeva due o tre millenni fa. Dopo Rutheford non si crede nel fatto che esistano gli atomi, ma ci credeva Democrito. Affermare che non si può credere in qualcosa che non si può dimostrare è una cialtronata (e difatti, dato che non lo ho ancora letto, io credo che il libro di Odifreddi sia una inutile raccolta di corbellerie, mentre so che i Promessi Sposi è un capolavoro);
(c) dimostrare di avere una cultura generale quantomeno zoppicante, dal momento che l'aggettivo «medievale» vicino a «San Pietro» sarebbe da matita blu perfino per un ragazzino delle medie.
Sono sufficienti questi pochi minuti, comunque, per capire che l'ossessione del nostro divulgatore ha raggiunto livelli di tale acutezza da averlo oramai fatto scivolare in una deriva all'esito del quale approderà alla sicura boa del grillotravaglismo, vale a dire quella configurazione del pensiero splendidamente descritta dall'altro Grillo (il Marchese) con il motto «Io so' io e voi non siete un cazzo»
Riesce, il nostro, a:
(a) affermare, in ispregio alle risultanze di tutta la storiografia, cristiana e non, che non vi siano prove dell'esistenza di Gesù quale personaggio storico. Si tratta di un tema del quale ho molto dibattuto, da agnostico qual sono, e che conosco abbastanza bene. Potrei passare una parte delle vacanze estive a raccogliere una bibliografia di massima, ma dato che all'Odifreddi si crede adotterò il suo stesso modus operandi e vi dico semplicemente che da circa tre secoli oramai solo pochi stravaganti scienziati negano che vi sia stato un personaggio a nome Gesù che predicava in Galilea. In ogni caso su wikipedia, specie nella pagina inglese, trovate già una caterva di riferimenti che dovrebbero bastare a convincere chiunque non fosse irrimediabilmente in mala fede.
Salvo che per Odifreddi la prova definitiva dell'inesistenza di Gesù Cristo (sempre come personaggio storico) sia il fatto che il Papa nel suo libro non si spende a dimostrarne l'esistenza. Il che, a casa mia, è una fallacia logica grande come una casa;
(b) dimostrare di non essere ancora riuscito a capire che il credere è un atto di fede e che il capire è un atto di ragione. anche qui siamo di fronte ad una fallacia logica: nel Teorema di Pitagora non si deve credere: lo si deve capire. Si crede in ciò che non si può dimostrare; ciò che si può dimostrare lo si capisce. Non si crede nel fatto che le terra sia rotonda: lo si credeva due o tre millenni fa. Dopo Rutheford non si crede nel fatto che esistano gli atomi, ma ci credeva Democrito. Affermare che non si può credere in qualcosa che non si può dimostrare è una cialtronata (e difatti, dato che non lo ho ancora letto, io credo che il libro di Odifreddi sia una inutile raccolta di corbellerie, mentre so che i Promessi Sposi è un capolavoro);
(c) dimostrare di avere una cultura generale quantomeno zoppicante, dal momento che l'aggettivo «medievale» vicino a «San Pietro» sarebbe da matita blu perfino per un ragazzino delle medie.
Senso delle proporzioni
Ieri sono accadute alcune cose: (i) il salvataggio del debito greco, e con esso della moneta che tutti abbiamo in tasca; (ii) l'apertura di una crisi che potrebbe avere effetti dirompenti tra i due partiti che governano il Paese; (iii) la scoperta che uno dei più importanti centri di cura e ricerca italiani potrebbe essere lo snodo di un sistema di mazzette tale da far impallidire i tempi di Forlani.
Oggi l'edizione online del Corriere della Sera apre a caratteri di scatola con un servizio sui liceali che filmano le professoresse.
Oggi l'edizione online del Corriere della Sera apre a caratteri di scatola con un servizio sui liceali che filmano le professoresse.
mercoledì 20 luglio 2011
Poi si può sempre scavare
E' inutile, ma a volte vale la pena di fare anche le cose inutili per lasciare testimonianza del proprio pensiero, sperando che un giorno il mondo migliori e venga separato il grano dal loglio.
Ecco, io penso questo:
* che pubblicare dei messaggi privati scambiati tra due amanti sia una grande porcheria;
* che il fatto che uno dei due amanti abbia ammazzato la moglie non faccia venir meno il giudizio di cui sopra;
* che il fatto che uno dei due amanti sia, in effetti, *sospettato* di aver ammazzato la moglie rende il tutto una solenne porcheria, dato che l'effetto che si ottiene è la costruzione a tavolino di un perfetto colpevole quando nessuno ha ancora stabilito se l'amante in questione abbia o meno commesso il delitto di cui lo si accusa;
* chepubblicare copincollare quei dialoghi senza preoccuparsi di fare prima un sed 's/nome cognome/iniziale_nome iniziale_cognome/g' per evitare di esporre al pubblico il nome della poveretta che si è trovata coinvolta in questa vicenda senza entrarci per un cazzo non abbia a che fare con il diritto di cronaca ma sia, invece, da pezzi di merda;
* che pubblicare le fotografie della poveretta di cui sopra non abbia per un cazzo a che fare con il diritto di cronaca ma abbia, invece, tantissimo a che fare con l'essere degli enormi pezzi di merda;
* che il giornale diretto dal signore qui sopra in effige non è l'unico foglio incartapesci che ha pubblicato quel nome e quel cognome, ma ciò, lungi dal diminuire la quantità di merda, è solo una dimostrazione della validità dell'assioma della scelta e del fatto che il paradosso di Banach-Tarski non è in effetti un paradosso, bensì solida realtà.
Dopodiché, che il signore qui sopra mi quereli pure: vorrà dire che venderò la casa e chiederò a Niccolò Ghedini di difendermi: ché lui è certo una persona migliore.
ah: i link non funzionano: servono solo a futura memoria. Tanto chi vuole arrivarci sa bene come si chiama il giornale in questione
Ecco, io penso questo:
* che pubblicare dei messaggi privati scambiati tra due amanti sia una grande porcheria;
* che il fatto che uno dei due amanti abbia ammazzato la moglie non faccia venir meno il giudizio di cui sopra;
* che il fatto che uno dei due amanti sia, in effetti, *sospettato* di aver ammazzato la moglie rende il tutto una solenne porcheria, dato che l'effetto che si ottiene è la costruzione a tavolino di un perfetto colpevole quando nessuno ha ancora stabilito se l'amante in questione abbia o meno commesso il delitto di cui lo si accusa;
* che
* che pubblicare le fotografie della poveretta di cui sopra non abbia per un cazzo a che fare con il diritto di cronaca ma abbia, invece, tantissimo a che fare con l'essere degli enormi pezzi di merda;
* che il giornale diretto dal signore qui sopra in effige non è l'unico foglio incartapesci che ha pubblicato quel nome e quel cognome, ma ciò, lungi dal diminuire la quantità di merda, è solo una dimostrazione della validità dell'assioma della scelta e del fatto che il paradosso di Banach-Tarski non è in effetti un paradosso, bensì solida realtà.
Dopodiché, che il signore qui sopra mi quereli pure: vorrà dire che venderò la casa e chiederò a Niccolò Ghedini di difendermi: ché lui è certo una persona migliore.
ah: i link non funzionano: servono solo a futura memoria. Tanto chi vuole arrivarci sa bene come si chiama il giornale in questione
martedì 19 luglio 2011
Vi spiego la decrescita felice
Dato che a qualche coglione (spesso qualche coglione con villa al mare, domestica filippina e tata per i bimbi) piace ogni tanto tirare fuori la decrescita felice, oggi rendo un servizio di pubblica utilità e vi spiego la decrescita felice.
Oggi: guadagnate duemila euri e siete infelici.
Domani: guadagnate millecinquecento euri e siete felici.
Che cazzo avrete da essere felici, non lo sapete: chiedetelo al coglione, che non lo so neppure io.
Oggi: guadagnate duemila euri e siete infelici.
Domani: guadagnate millecinquecento euri e siete felici.
Che cazzo avrete da essere felici, non lo sapete: chiedetelo al coglione, che non lo so neppure io.
Psicopatologia di Ezio Mauro
Oramai non so più decidere se Ezio Mauro sia solo intellettualmente disonesto, come credevo fino a poco fa, o proprio inadeguato*.
Qui abbiamo una prima pagina di Repubblica che, a seguito delle perdite di borsa di ieri (perdite seguite ad alcuni giorni di rialzi), spara un titolone sull'inadeguatezza della manovra economica, con affianco un bell'editoriale del Direttore sulla necessità che il PresConsMin adesso si dimetta. Qui a fianco abbiamo il titolo della Repubblica on line di oggi (si vede anche il link all'editoriale, scioccamente dimenticato lì).
Il Direttore in questione sembra una di quelle povere anime descritte da Oliver Sacks, che non riescono a ricordare nulla di quanto accaduto oltre due ore prima. Mauro sembra non ricordare (o forse non è in grado di capirlo, a causa della sua -possibile- inadeguatezza) che oggi le borse perdono, domani guadagnano, poi perdono e poi guadagnano, e così via più o meno all'infinito.
Pretendere le dimissioni di Berlusconi quando il MIB chiude per una giornata (o anche per tre o quattro giorni consecutivi) con il segno meno è, lo dico in legalese, una sesquipedale puttanata, esattamente come lo sarebbe pretendere che resti al proprio posto quando il MIB chiude con il segno più.
Peraltro la cosa sacksiana dev'essere comune tra i Direttori di De Benedetti, dato che anche Vittorio Zucconi, direttore del quotidiano on-line, casca nella stessa scempiaggine.
Certo, dopo due settimane consecutive di ribassi potremmo anche considerare che l'economia vada male e che il premier sia inadeguato, come in effetti è. Ma leggere l'inadeguatezza del premier nell'indice giornaliero di borsa è come leggere i programmi della RAI sulla lista della spesa del fruttarolo.
* lemma che viene scelto perché i venti che mi sono venuti in mente prima di esso erano troppo da querela.
Qui abbiamo una prima pagina di Repubblica che, a seguito delle perdite di borsa di ieri (perdite seguite ad alcuni giorni di rialzi), spara un titolone sull'inadeguatezza della manovra economica, con affianco un bell'editoriale del Direttore sulla necessità che il PresConsMin adesso si dimetta. Qui a fianco abbiamo il titolo della Repubblica on line di oggi (si vede anche il link all'editoriale, scioccamente dimenticato lì).
Il Direttore in questione sembra una di quelle povere anime descritte da Oliver Sacks, che non riescono a ricordare nulla di quanto accaduto oltre due ore prima. Mauro sembra non ricordare (o forse non è in grado di capirlo, a causa della sua -possibile- inadeguatezza) che oggi le borse perdono, domani guadagnano, poi perdono e poi guadagnano, e così via più o meno all'infinito.
Pretendere le dimissioni di Berlusconi quando il MIB chiude per una giornata (o anche per tre o quattro giorni consecutivi) con il segno meno è, lo dico in legalese, una sesquipedale puttanata, esattamente come lo sarebbe pretendere che resti al proprio posto quando il MIB chiude con il segno più.
Peraltro la cosa sacksiana dev'essere comune tra i Direttori di De Benedetti, dato che anche Vittorio Zucconi, direttore del quotidiano on-line, casca nella stessa scempiaggine.
Certo, dopo due settimane consecutive di ribassi potremmo anche considerare che l'economia vada male e che il premier sia inadeguato, come in effetti è. Ma leggere l'inadeguatezza del premier nell'indice giornaliero di borsa è come leggere i programmi della RAI sulla lista della spesa del fruttarolo.
* lemma che viene scelto perché i venti che mi sono venuti in mente prima di esso erano troppo da querela.
martedì 12 luglio 2011
Donna e sotto i 40 anni
Se Silvio Berlusconi avesse proposto di istituire un'Autorità per il Risanamento del Martoriato Paese, prenotando alla presidenza della medesima una figura della quale avesse taciuto il nome, indicando solo le due caratteristiche di cui al titolo di questo post (donna e sotto i 40 anni), probabilmente tutti gli organi di stampa e il mitico popolo della rete avrebbero iniziato a sbertucciarlo.
La 3M avrebbe vito l'ennesimo rilancio del giro d'affari, grazie ai massicci acquistidegli zombie di Ezio Mauro dei lettori di Repubblica. Forse ci sarebbe stato anche un ritrovo in una piaza milanese, con Serena Dandini e Lella Costa sul palco.
Maurizio Ferrera, al termine di un lungo, inutile, noiosissimo e demagogico articolo leggero come uno Scalfari d'antan (e perdipiù pesantemente sponsorizzato dall'editoriale di FdB) propone di istituire un ente inutile che dovrebbe, se ho ben letto fra le righe del fumoso pensiero del notista, togliere ai pensionati per finanziare l'invecchiamento attivo e la crescita inclusiva (qualsiasi cosa tali locuzioni significhino nell'universo semiologico parallelo abitato dal Ferrera).
Il colpo di genio (o di teatro?) dell'imbrattapagine ha luogo nella frase finale, quando nel delineare le competenze che dovrebbero avere i reggitori di quest'Idra, il Ferrera (che -forse per una svista- non abbiamo ritrovato nel borderò dei collaboratori fissi del Post, né ci risulta sedere nel consiglio comunale della nota città d'arte capoluogo di una regione rossa del centritalia) afferma che su nomi e funzioni c'è tempo per discutere, ma l'importante è che il presidente sia donna e i componenti tutti rigorosamente (rigorosamente, checazzo, sia mai che ci scappi fuori Frangetta) al di sotto dei 40 anni.
Finché ci saranno simili cialtroni a commentare l'attualità politica e l'andamento dell'economia, Berlusconi e i suoi ministri saranno certi di dormire (quando dormono!) tra due guanciali.
La 3M avrebbe vito l'ennesimo rilancio del giro d'affari, grazie ai massicci acquisti
Maurizio Ferrera, al termine di un lungo, inutile, noiosissimo e demagogico articolo leggero come uno Scalfari d'antan (e perdipiù pesantemente sponsorizzato dall'editoriale di FdB) propone di istituire un ente inutile che dovrebbe, se ho ben letto fra le righe del fumoso pensiero del notista, togliere ai pensionati per finanziare l'invecchiamento attivo e la crescita inclusiva (qualsiasi cosa tali locuzioni significhino nell'universo semiologico parallelo abitato dal Ferrera).
Il colpo di genio (o di teatro?) dell'imbrattapagine ha luogo nella frase finale, quando nel delineare le competenze che dovrebbero avere i reggitori di quest'Idra, il Ferrera (che -forse per una svista- non abbiamo ritrovato nel borderò dei collaboratori fissi del Post, né ci risulta sedere nel consiglio comunale della nota città d'arte capoluogo di una regione rossa del centritalia) afferma che su nomi e funzioni c'è tempo per discutere, ma l'importante è che il presidente sia donna e i componenti tutti rigorosamente (rigorosamente, checazzo, sia mai che ci scappi fuori Frangetta) al di sotto dei 40 anni.
Finché ci saranno simili cialtroni a commentare l'attualità politica e l'andamento dell'economia, Berlusconi e i suoi ministri saranno certi di dormire (quando dormono!) tra due guanciali.
E' rabbia, è amore
Poi.
Poi ci sarebbe anche da fare qualche riflessione su chi vende la pelle dell'orso prima di averlo ammazzato.
Se si afferma che il PresConsMin e i suoi Responsabili sono da allontanare o da mettere sotto tutela, o magari perfino in galera perché hanno portato alla bancarotta il Paese (ammesso poi che si possa assumere un tale stato di sospensione del giudizio da ritenere possibile che il Paese dichiari fallimento dopo due giorni di mercati ballerini), allora bisogna essere altrettanto pronti ad affermare a fine settimana (quando la Borsa avrà recuperato e il differenziale di tasso con i mitici Bund tedeschi sarà rientrato nella normalità) che il PresConsMin è un Vero Salvatore Della Patria e che bisognerebbe erigere monumenti in suo onore.
Questo è ciò che richiederebbe un po' di onestà intellettuale e di visione politica che vada al di là dell'orizzonte temporale dato dal «cara, butta la pasta che arrivo».
Altrimenti si dimostra non solo di essere miopi e un po' cialtroni, ma anche di non aver mai letto un giornale degno di questo nome, e di non essersi mai accorti che le speculazioni finanziarie sono come i temporali estivi: arrivano sempre a sorpresa, fanno un po' di danni e poi se ne vanno. E, soprattutto, non stanno a guardare chi ha in quel momento in mano le chiavi di casa.
Poi ci sarebbe anche da fare qualche riflessione su chi vende la pelle dell'orso prima di averlo ammazzato.
Se si afferma che il PresConsMin e i suoi Responsabili sono da allontanare o da mettere sotto tutela, o magari perfino in galera perché hanno portato alla bancarotta il Paese (ammesso poi che si possa assumere un tale stato di sospensione del giudizio da ritenere possibile che il Paese dichiari fallimento dopo due giorni di mercati ballerini), allora bisogna essere altrettanto pronti ad affermare a fine settimana (quando la Borsa avrà recuperato e il differenziale di tasso con i mitici Bund tedeschi sarà rientrato nella normalità) che il PresConsMin è un Vero Salvatore Della Patria e che bisognerebbe erigere monumenti in suo onore.
Questo è ciò che richiederebbe un po' di onestà intellettuale e di visione politica che vada al di là dell'orizzonte temporale dato dal «cara, butta la pasta che arrivo».
Altrimenti si dimostra non solo di essere miopi e un po' cialtroni, ma anche di non aver mai letto un giornale degno di questo nome, e di non essersi mai accorti che le speculazioni finanziarie sono come i temporali estivi: arrivano sempre a sorpresa, fanno un po' di danni e poi se ne vanno. E, soprattutto, non stanno a guardare chi ha in quel momento in mano le chiavi di casa.
Crisi banche e borse a picco (/2)
Non è che non mi sia accorto che c'è casino, lì fuori.
E' che non ho nulla di intelligente da dire, per cui me ne sto zitto in attesa di capirci qualcosa: mi pare più dignitoso che sparare in prima pagina fotografie di impiegati in lacrime, quando la borsa perde 4 punti, e il giorno dopo fanfare e champagne quando ne recupera 4.
(per uno strano effetto di incatastamento temporale il mio blog ha pubblicato questo post tre anni fa, e addirittura ci ha aggiunto dei commenti. Saranno le tempeste elettromagnetiche.)
E' che non ho nulla di intelligente da dire, per cui me ne sto zitto in attesa di capirci qualcosa: mi pare più dignitoso che sparare in prima pagina fotografie di impiegati in lacrime, quando la borsa perde 4 punti, e il giorno dopo fanfare e champagne quando ne recupera 4.
(per uno strano effetto di incatastamento temporale il mio blog ha pubblicato questo post tre anni fa, e addirittura ci ha aggiunto dei commenti. Saranno le tempeste elettromagnetiche.)
lunedì 11 luglio 2011
C'è crisi, c'è grande crisi /?
Che la CONSOB si riunisca di domenica per assumere una delibera per controllare le operazioni corte fa pensare che le cose non stiano andando proprio benissimo.
venerdì 8 luglio 2011
Scandali al sole
Se ho ben capito l'inchiesta dell'Espresso sulla famigerata Struttura Delta, io ora dovrei scandalizzarmi.
Dovrei scandalizzarmi perché la stessa direttrice marketing della RAI discute con il produttore di un programma di intrattenimento se sia o meno il caso di mandarlo in onda il giorno dopo la morte del Papa.
Dovrei scandalizzarmi perché la stessa direttrice marketing pensa di avvisare il Presidente del Consiglio dei Ministri (quarta carica dello Stato) del fatto che il Presidente della Repubblica (prima carica dello Stato) pensa di fare un messaggio a reti unificate.
Ma io non riesco a scandalizzarmi: e non è che abbia perso colpi, dato che per certe cose, invece, mi scandalizzo ancora.
Dovrei scandalizzarmi perché la stessa direttrice marketing della RAI discute con il produttore di un programma di intrattenimento se sia o meno il caso di mandarlo in onda il giorno dopo la morte del Papa.
Dovrei scandalizzarmi perché la stessa direttrice marketing pensa di avvisare il Presidente del Consiglio dei Ministri (quarta carica dello Stato) del fatto che il Presidente della Repubblica (prima carica dello Stato) pensa di fare un messaggio a reti unificate.
Ma io non riesco a scandalizzarmi: e non è che abbia perso colpi, dato che per certe cose, invece, mi scandalizzo ancora.
giovedì 7 luglio 2011
Understatement
«voglia di voltare pagina e riprenderci il futuro che respiriamo adesso»
«sentivo forte l’emozione di parlare a delle persone speciali: gli innovatori d’Italia»
«cercavo un posto sicuro dove conservarli, e ho pensato che quel posto eravate voi»
«sentivo forte l’emozione di parlare a delle persone speciali: gli innovatori d’Italia»
«cercavo un posto sicuro dove conservarli, e ho pensato che quel posto eravate voi»
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