Ci sono persone che d'un tratto diventano un'icona: ti chiedi come è possibile che fino ad allora fossero nell'ombra, o comunque in seconda fila; fino al giorno in cui, d'improvviso, emergono dalla massa o anche solo dalla seconda fila per divenire protagonisti.
Cofferati, quando era in predicato di diventare il leader del centrosinistra: lo ricordate? E che dire di Nichi Vendola, che sembrava dover rifondare il comunismo? Il giovane Scalfarotto (giovane si fa per dire), pur amato quasi solo nella ristrettissima cerchia dei blogger, sembrava avere un radioso futuro, e così pure la Serracchiani, forte del fatto di essere stata la prima ad aver l'occasione di dire davanti a Franceschini ciò che centinaia o migliaia di persone dicevano senza poterlo fare in presenza del destinatario del messaggio.
Il problema è che, passato quel momento di innamoramento e passione, spesso lasciano enormi delusioni; e ogni riferimento a Cofferati è del tutto voluto (ma potete metterci anche Veltroni, per quei tanti che all'inizio ci hanno creduto: io fortunatamente no; ma con Cofferati mi ero lasciato infinocchiare).
Concedetemi una divagazione milanese, che non c'entra nulla con il prosieguo, per dire che a Milano abbiamo avuto la gioia di vedere quali campioni della nostra parte politica figure che qualunque altro italiano avrebbe considerato impresentabili a prescindere dal colore politico: Diego Masi, sonoramente trombato alle regionali del '95, già con Segni poi nel governo D'Alema poi in Forza Italia.
Aldo Fumagalli, che concorse alla poltrona di sindaco nel '97 con l'obiettivo di fare il sindaco e basta, e che infatti una volta sconfitto si dimise immediatamente dalla poltrona di capo dell'opposizione, di cui non gliene infischiava un tubo.
Bruno Ferrante, pure candidato sindaco nel 2006, che pure dopo la sconfitta trovò una altra comoda poltrona su cui sedersi, seppur non immediatamente: ebbe il buongusto di aspettare un sei mesi circa.
Insomma: qui non ci si è mai fatti mancare nulla, e dovremmo essere abbastanza scafati da capire che una rondine di pensiero non fa primavera; ma ci ricaschiamo sempre lo stesso. Torniamo a bomba.
Ignazio Marino recentemente era divenuto il campione della laicità dello stato e del pensiero che ci piace. La sua lotta per la dignità della morte di Eluana Englaro e per essa della libertà di scegliere di tutti noi; il suo appello per il testamento biologico; la sua competenza in materia e non ultima la sua estromissione dalla commissione sanità del Senato a seguito di uno degli ultimi colpi di coda dell'innominabile ex segretario: tutto ciò aveva contribuito a fare di questo medico cattolico eppur laicissimo un mito per molti di noi.
Ed è per questo che questa sera, vederlo battibeccare a Otto e Mezzo con la sottosegretaria alla sanità, Francesca Martini, è stata una grande delusione. Perfino per un lombardo e milanese, uno abituato a sopravvivere alle delusioni lasciandosele alle spalle dopo pochi minuti.
L'argomento era quello dell'influenza suina, e mannaggia se io ho capito se sia una bufala totale o ci sia molto di vero o anche solo qualche grammo di vero affogato in palettate di sciocchezze; ma non è questo il punto.
Il punto è che i due discutevano animatamente, perché Marino imputava al governo il fatto che in Italia, oggi come oggi, ci sono medicinali (il famoso Tamiflu) sufficienti per curare un milione di ammalati, che sono appena il 7% della popolazione mentre altrove, ad esempio in Austria, ne hanno abbastanza per curarne il 50%.
La Martini rispondeva che in realtà anche in Italia ce l'abbiamo, il medicinale; ma Marino ribatteva che ce l'abbiamo sì, ma nei bidoni, mentre bisogna metterlo nelle capsule, e che per far questo ci vogliono quattro settimane mentre le capsule già pronte sono solo un milione.
La Martini, che devo confessare mi faceva un po' pena, anche per la sua incapacità di ribadire esponendo con chiarezza -e in ordine logico- i propri argomenti, faceva notare che se proprio ce ne fosse stato bisogno si poteva sempre sciogliere il medicinale nei bicchieri d'acqua, attirando gli strali del Marino che si rideva tutto all'idea che nell'emergenza si sciogliessero nell'acqua le polverine. E qui la Martini si riscattava, facendo notare che di emergenza adesso come adesso non ce n'è nessuna; e comunque l'attività di incapsulamento era già avviata.
Io aspettavo: tifavo!, perché la signora dicesse le uniche tre cose logiche anche per il profano, vale a dire che: A) crede davvero che entro domani si ammaleranno un milione di persone? e: B) crede davvero che nel corso della prossima settimana si ammaleranno dieci milioni di persone (che dieci milioni di dosi, facendo il conto della serva, si possono incapsulare in una settimana)? e: C) crede davvero che se venti milioni di italiani si ammalassero in una settimana, ci sarebbe da andare tanto per il sottile a distribuire il farmaco con i cucchiaini?
Ma la signora ciò non ha detto, e Marino aveva gioco facile a stroncarla dicendo che l'Austria ce le aveva, le capsule, e noi no; e perché loro sì e noi no?
Un dialogo tra sordi; e soprattutto un dialogo disonesto. Marino queste cose le sapeva benissimo. Sa meglio di me che buona parte dell'allarme è una montatura; sa meglio di me che se entro la prossima settimana ci saranno dieci milioni di dosi di antivirale si potranno curare le pesti suina, aviaria, canina e marsupiale per i prossimi trent'anni, visti i precedenti degli altri allarmi-di-fine-di-mondo risoltisi in una scoreggina.
Sa, soprattutto, che in una situazione da 28 giorni dopo non si va tanto per il sottile: si prende l'esercito, lo si manda per le strade occupando militarmente il territorio e si dichiara la legge marziale: a quel punto si distribuiscono i farmaci con i cucchiaini fregandosene del fatto che non è tanto bello; ma quello è solo un film.
Marino sa, insomma, che il nostro Paese è del tutto preparato ad affrontare un'emergenza quale quella di questa influenzaccia, che farà colare il naso e avrà anche ammazzato -forse- qualcuno, ma è tutto tranne che Ebola o Vaiolo.
Io credo che vi siano dei limiti etici al dibattito politico. Far montare l'allarmismo facendo credere allo spettatore che entro quattro settimane ci potranno essere quaranta milioni di ammalati di una malattia potenzialmente mortale non è un buon modo di fare politica né un buon servizio per il Paese.
Non lo sarebbe neppure se ci fossero da vincere le elezioni: perché perfino Machiavelli non ha mai detto che il fine giustifica qualunque mezzo, dacché il fine, in effetti, NON giustifica i mezzi se non in caso di forza maggiore; e se far perdere consensi a Berlusconi non costituirebbe comunque forza maggiore, a maggior ragione non lo è la speranza di far fare una magra figura a una sottosegretaria del suo governo in una trasmissione di scarso ascolto.
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martedì 28 aprile 2009
venerdì 29 agosto 2008
Callcenter girl
(post lunghetto che parla a suo modo di etica)
Qualche settimana fa ricevo il famigerato SMS di TIM che mi informa che la mia tariffa sarà aumentata. Faccio due calcoli, e soprattutto vedo che TIM non ha più in catalogo nessun tipo dell'unica tariffa che interessa a me, vale a dire quella che mi fa pagare esattamente quanto parlo: niente scatti alla risposta, niente scatti anticipati. Niente di niente, voglio: solo una banale formula matematica: $quello_che_paghi = $secondi * $prezzo_secondo.
Pochi giorni dopo ricevo un altro SMS che in informa che TIM mi ha attivato una fantastica e convenientissima promozione. Io odio le promozioni: parto sempre dal concetto che l'operatore vuole i miei soldi, e qualunque cosa faccia, la fa a tal fine; mentre io del mio denaro voglio fargliene avere il meno possibile. Chiamalo conflitto di interessi, se vuoi; sta di fatto che voglio essere artefice perlomeno della mia tariffa, non potendo esserlo del mio destino.
Fortunatamente, so già come vanno 'ste cose: TIM ti attiva la tariffa aggratis, e se tu non fai nulla te la disattiva, e amici come prima. Non perdi niente, ma mi girano lo stesso gli zebedei dato che l'SMS mi fa lo stesso effetto del testimone di Geova che mi citofona la domenica mattina.
Decido che dopo dieci anni TIM non è più il mio operatore; mi informo su come fare il passaggio a Wind e mi ricordo, in quella circostanza, che la mia SIM è ancora intestata a mia madre, che me l'aveva regalata: pertanto prima di fare il passaggio devo intestarmi la SIM. Vado quindi in un centro TIM, scoprendo che rubare il numero telefonico altrui è la cosa più semplice del mondo, dato che nessuno ti controlla niente; dopodiché il mio numero di telefono è veramente mio.
La sera, telefono al 119 per verificare che la modifica di intestazione sia stata inserita a sistema; la signorina cordiale (chiamiamola Alessandra) mi conferma la cosa e mi chiede un minuto per descrivermi la fantastica promozione, e convenientissima. Io, che non solo ho visto Tutta la vita davanti, ma addirittura ho anche fatto eoni fa l'intervistatore, mi faccio gentilmente descrivere la tariffa, senza nemmeno ascoltare, e poi saluto caramente.
Qualche giorno dopo mi arriva l'ennesimo SMS che mi dice: "occhio, tra due giorni ti si rinnova la promozione: se vuoi disattivarla fai questo e quello". La cosa mi fa incazzare come una belva: io non ho alcuna intenzione di passare anche un solo secondo della mia vita a pararmi il culo per evitare che la TIM mi freghi anche un solo euro. Avrei potuto essere all'estero, avrei potuto essere in ospedale; potrebbero avermi amputato le mani impedendomi di mandare SMS di disattivazione a destra e a manca. E poi mi viene fuori l'anima da giurista, che sa che nessun soggetto può stipulare un contratto con il silenzio-assenso.
Telefono quindi al 119, veramente incazzato, e scopro che avrei dato il mio consenso. Faccio uno più uno e capisco che la simpatica signorina della volta precedente, Alessandra, non solo mi ha descritto la tariffa, ma me l'ha anche venduta.
La nuova signorina mi chiede se voglio aprire un reclamo. Ha una sfumatura di voce dalla quale colgo un invito a fare tarallucci e vino e non pensarci più, per non mettere nei casini l'operatrice che aveva fatto l'attivazione; io sto un po' sospeso e poi le chiedo di aprire il reclamo
Non sarebbe cambiato niente se io quel reclamo non l'avessi aperto: non avevo ancora pagato nulla e la cosa sarebbe finita lì. Ora invece Alessandra, nell'ordine: andrà nei casini, verrà cazziata, perderà il premio, verrà licenziata, perderà la casa, le toglieranno la figlia e si suiciderà col gas, facendo esplodere l'intera palazzina (tragico bilancio di 25 morti e 87 feriti).
Però, Alessandra si è approfittata di me; e tramite suo (e di centinaia di ragazze nelle sua condizioni) la TIM si approfitta del fatto che per uno che si incazza ce ne sono 500 che si fanno succhiare i tre euri senza accorgersene; e 50 che se ne accorgono ma stanno zitti, per non far andare nei casini una povera signorina.
So bene che la colpa non è di Alessandra, ma del modello produttivo che TIM ha potuto mettere in piedi (grazie a Biagi e Ichino, to'); e so altrettanto bene che la mia reazione non colpirà TIM: ne farà le spese solo Alessandra, che è l'ultima ruota del carro che nessuno tutela.
Forse ho fatto la cosa giusta: nessuno in fondo obbligava Alessandra ad essere connivente con quel modello; ma è anche vero che quando si versa nel bisogno non si può andar tanto per il sottile, ed è per questo che non la sento colpevole. Allo stesso modo avverto fortissimamente la colpevolezza di TIM, e mi sento inadeguato per il fatto di potermi rivalere solo su Alessandra.
Qualche settimana fa ricevo il famigerato SMS di TIM che mi informa che la mia tariffa sarà aumentata. Faccio due calcoli, e soprattutto vedo che TIM non ha più in catalogo nessun tipo dell'unica tariffa che interessa a me, vale a dire quella che mi fa pagare esattamente quanto parlo: niente scatti alla risposta, niente scatti anticipati. Niente di niente, voglio: solo una banale formula matematica: $quello_che_paghi = $secondi * $prezzo_secondo.
Pochi giorni dopo ricevo un altro SMS che in informa che TIM mi ha attivato una fantastica e convenientissima promozione. Io odio le promozioni: parto sempre dal concetto che l'operatore vuole i miei soldi, e qualunque cosa faccia, la fa a tal fine; mentre io del mio denaro voglio fargliene avere il meno possibile. Chiamalo conflitto di interessi, se vuoi; sta di fatto che voglio essere artefice perlomeno della mia tariffa, non potendo esserlo del mio destino.
Fortunatamente, so già come vanno 'ste cose: TIM ti attiva la tariffa aggratis, e se tu non fai nulla te la disattiva, e amici come prima. Non perdi niente, ma mi girano lo stesso gli zebedei dato che l'SMS mi fa lo stesso effetto del testimone di Geova che mi citofona la domenica mattina.
Decido che dopo dieci anni TIM non è più il mio operatore; mi informo su come fare il passaggio a Wind e mi ricordo, in quella circostanza, che la mia SIM è ancora intestata a mia madre, che me l'aveva regalata: pertanto prima di fare il passaggio devo intestarmi la SIM. Vado quindi in un centro TIM, scoprendo che rubare il numero telefonico altrui è la cosa più semplice del mondo, dato che nessuno ti controlla niente; dopodiché il mio numero di telefono è veramente mio.
La sera, telefono al 119 per verificare che la modifica di intestazione sia stata inserita a sistema; la signorina cordiale (chiamiamola Alessandra) mi conferma la cosa e mi chiede un minuto per descrivermi la fantastica promozione, e convenientissima. Io, che non solo ho visto Tutta la vita davanti, ma addirittura ho anche fatto eoni fa l'intervistatore, mi faccio gentilmente descrivere la tariffa, senza nemmeno ascoltare, e poi saluto caramente.
Qualche giorno dopo mi arriva l'ennesimo SMS che mi dice: "occhio, tra due giorni ti si rinnova la promozione: se vuoi disattivarla fai questo e quello". La cosa mi fa incazzare come una belva: io non ho alcuna intenzione di passare anche un solo secondo della mia vita a pararmi il culo per evitare che la TIM mi freghi anche un solo euro. Avrei potuto essere all'estero, avrei potuto essere in ospedale; potrebbero avermi amputato le mani impedendomi di mandare SMS di disattivazione a destra e a manca. E poi mi viene fuori l'anima da giurista, che sa che nessun soggetto può stipulare un contratto con il silenzio-assenso.
Telefono quindi al 119, veramente incazzato, e scopro che avrei dato il mio consenso. Faccio uno più uno e capisco che la simpatica signorina della volta precedente, Alessandra, non solo mi ha descritto la tariffa, ma me l'ha anche venduta.
La nuova signorina mi chiede se voglio aprire un reclamo. Ha una sfumatura di voce dalla quale colgo un invito a fare tarallucci e vino e non pensarci più, per non mettere nei casini l'operatrice che aveva fatto l'attivazione; io sto un po' sospeso e poi le chiedo di aprire il reclamo
Non sarebbe cambiato niente se io quel reclamo non l'avessi aperto: non avevo ancora pagato nulla e la cosa sarebbe finita lì. Ora invece Alessandra, nell'ordine: andrà nei casini, verrà cazziata, perderà il premio, verrà licenziata, perderà la casa, le toglieranno la figlia e si suiciderà col gas, facendo esplodere l'intera palazzina (tragico bilancio di 25 morti e 87 feriti).
Però, Alessandra si è approfittata di me; e tramite suo (e di centinaia di ragazze nelle sua condizioni) la TIM si approfitta del fatto che per uno che si incazza ce ne sono 500 che si fanno succhiare i tre euri senza accorgersene; e 50 che se ne accorgono ma stanno zitti, per non far andare nei casini una povera signorina.
So bene che la colpa non è di Alessandra, ma del modello produttivo che TIM ha potuto mettere in piedi (grazie a Biagi e Ichino, to'); e so altrettanto bene che la mia reazione non colpirà TIM: ne farà le spese solo Alessandra, che è l'ultima ruota del carro che nessuno tutela.
Forse ho fatto la cosa giusta: nessuno in fondo obbligava Alessandra ad essere connivente con quel modello; ma è anche vero che quando si versa nel bisogno non si può andar tanto per il sottile, ed è per questo che non la sento colpevole. Allo stesso modo avverto fortissimamente la colpevolezza di TIM, e mi sento inadeguato per il fatto di potermi rivalere solo su Alessandra.
Il velo e il museo
La recente vicenda del guardiano di museo che ha impedito l'ingresso a una donna coperta dal velo islamico offre l'occasione per una riflessione sui diritti di libertà nella nostra società.
Credo sia necessario premettere che dal punto di vista intimamente personale a me infastidisce profondamente vedere per strada donne coperte da capo piedi; ma non desidero qui illustrare le mie pulsioni personali, bensì analizzare metodicamente qual è l'atteggiamento che sarebbe corretto tenere secondo ragione.
Ulteriore necessaria premessa è che nella nostra società nel valutare la liceità dei comportamenti individuali si parte dal principio per cui è consentito tutto ciò che non è proibito; e quindi non è la donna velata che deve rintracciare una norma etica o giuridica che la legittimi a velarsi, bensì il custode del museo che deve adeguatamente motivare il proprio comportamento.
Ciò posto, credo che, anche alla luce del dibattito che si è sviluppato, vi siano due sole possibili ragioni in base alle quali si potrebbe o dovrebbe vietare l'accesso al museo, vale a dire:
- l'indebita ostentazione di simboli religiosi (vieto il velo e la Kippah);
- i motivi di ordine pubblico (vieto il velo e il passamontagna).
Vediamo ora se le regole della nostra società sono coerenti rispetto all'una e/o all'altra motivazione.
Per quanto riguarda l'indebita ostentazione in luogo pubblico di simboli religiosi, si noti anzitutto che si tratta di un problema etico e non giuridico, dal momento che non esiste una norma penale o amministrativa che vieti di andare in giro con velo o Kippah. A tal proposito si è –a mio parere a sproposito- tirato in ballo il dibattito francese sul velo a scuola, che tuttavia nasce in un contesto ben diverso.
Diciamo subito che secondo me un insegnante che si presentasse in classe con il velo o la Kippah dovrebbe essere immediatamente allontanato dalle lezioni: e ciò perché l'insegnante è un pubblico ufficiale che deve porsi equanimamente nei confronti di tutti, e non dichiarare la propria vicinanza ideologica a un gruppo di studenti. Va da sé che, nella misura in cui la religione cattolica non è religione di Stato, lo stesso medesimo identico ragionamento vale per le croci; e se la croce ci dà meno fastidio non è perché sia ontologicamente meno connotata religiosamente: è solo che alla croce siamo più abituati.
Diverso è il discorso per quanto riguarda gli studenti: ciascuno di essi non rappresenta che sé stesso, e quindi dovrebbe essere libero di fare come gli pare; tuttavia credo che l'ostentazione di un'appartenenza rischi seriamente di turbare la particolare alchimia di una classe, vanificando o comunque ostacolando il progetto educativo; e quindi, nel nome dell'interesse generale, credo che per lo studente valga quanto detto per l'insegnante.
Tutte queste sono belle parole, ma si scontrano con la banale constatazione che nelle nostre classi sono appesi i crocefissi; e allora se si vuol essere coerenti secondo me i casi sono due: o riusciamo a rimuovere i crocefissi, o consentiamo agli insegnanti di presentarsi velati.
Ancora diverso, comunque, è il caso dell'utente occasionale di un servizio pubblico quale un museo, che sicuramente non rappresenta altro che sé stesso e che quindi può ostentare tutto ciò che gli pare, sempre purché il simbolo religioso non sia contrario alla decenza o costituisca apologia di un crimine, come potrebbe essere il caso di una setta pedofila o paranazista.
Veniamo ora al problema, completamente diverso, dei motivi di ordine pubblico. Esistono delle norme (emanate in tempi non proprio gloriosi del nostro lontano e recente passato) che vietano di presentarsi in pubblico a volto coperto: pertanto come non posso entrare nel museo con il passamontagna, così non posso entrarci con il velo.
E' un ragionamento che ha molto di condivisibile, ma anche qui ci scontriamo con la constatazione che il museo non è diverso dalla strada: pertanto se vieto l'accesso al museo devo anche vietare e sanzionare tutte coloro che circolano in strada così acconciate; e non de jure condendo, ma proprio in base alla normativa vigente.
Qui il problema è l'applicabilità della norma: i poteri pubblici sono in grado di assicurare questo controllo sul territorio? Perché io gente con il passamontagna in giro non ne vedo, ma donne coperta da capo a piedi sì, e tante.
E se la maggioranza di costoro viene lasciata in pace, e gli episodi sanzionati sono talmente rari da finire sul giornale, vuol dire che la norma nella nostra società è da considerare di fatto superata (un po' come quegli statute americani che in alcune città vietano di praticare vietano il sesso orale); e quindi il singolo che per avventura viene colpito ha tutto il diritto di considerarsi ingiustamente discriminato.
Ora, siamo sicuri che nella nostra società sia possibile sanzionare un comportamento che è sentito come dovuto da una parte di popolazione certo minoritaria, ma comunque numericamente non minuscola e in crescita (e non mi riferisco tanto al fatto che sia giusto, bensì praticabile)?
E' un problema che non mi devo porre tanto io o il guardiano, e che non può essere demandato alla sola legge Reale, promulgata più di trent'anni fa per rispondere a esigente totalmente diverse (il passamontagna, per l'appunto): richiede un ripensamento del nostro modo di vivere il tessuto urbano e sociale, che non può prescindere da un intervento squisitamente politico dei poteri pubblici.
Credo sia necessario premettere che dal punto di vista intimamente personale a me infastidisce profondamente vedere per strada donne coperte da capo piedi; ma non desidero qui illustrare le mie pulsioni personali, bensì analizzare metodicamente qual è l'atteggiamento che sarebbe corretto tenere secondo ragione.
Ulteriore necessaria premessa è che nella nostra società nel valutare la liceità dei comportamenti individuali si parte dal principio per cui è consentito tutto ciò che non è proibito; e quindi non è la donna velata che deve rintracciare una norma etica o giuridica che la legittimi a velarsi, bensì il custode del museo che deve adeguatamente motivare il proprio comportamento.
Ciò posto, credo che, anche alla luce del dibattito che si è sviluppato, vi siano due sole possibili ragioni in base alle quali si potrebbe o dovrebbe vietare l'accesso al museo, vale a dire:
- l'indebita ostentazione di simboli religiosi (vieto il velo e la Kippah);
- i motivi di ordine pubblico (vieto il velo e il passamontagna).
Vediamo ora se le regole della nostra società sono coerenti rispetto all'una e/o all'altra motivazione.
Per quanto riguarda l'indebita ostentazione in luogo pubblico di simboli religiosi, si noti anzitutto che si tratta di un problema etico e non giuridico, dal momento che non esiste una norma penale o amministrativa che vieti di andare in giro con velo o Kippah. A tal proposito si è –a mio parere a sproposito- tirato in ballo il dibattito francese sul velo a scuola, che tuttavia nasce in un contesto ben diverso.
Diciamo subito che secondo me un insegnante che si presentasse in classe con il velo o la Kippah dovrebbe essere immediatamente allontanato dalle lezioni: e ciò perché l'insegnante è un pubblico ufficiale che deve porsi equanimamente nei confronti di tutti, e non dichiarare la propria vicinanza ideologica a un gruppo di studenti. Va da sé che, nella misura in cui la religione cattolica non è religione di Stato, lo stesso medesimo identico ragionamento vale per le croci; e se la croce ci dà meno fastidio non è perché sia ontologicamente meno connotata religiosamente: è solo che alla croce siamo più abituati.
Diverso è il discorso per quanto riguarda gli studenti: ciascuno di essi non rappresenta che sé stesso, e quindi dovrebbe essere libero di fare come gli pare; tuttavia credo che l'ostentazione di un'appartenenza rischi seriamente di turbare la particolare alchimia di una classe, vanificando o comunque ostacolando il progetto educativo; e quindi, nel nome dell'interesse generale, credo che per lo studente valga quanto detto per l'insegnante.
Tutte queste sono belle parole, ma si scontrano con la banale constatazione che nelle nostre classi sono appesi i crocefissi; e allora se si vuol essere coerenti secondo me i casi sono due: o riusciamo a rimuovere i crocefissi, o consentiamo agli insegnanti di presentarsi velati.
Ancora diverso, comunque, è il caso dell'utente occasionale di un servizio pubblico quale un museo, che sicuramente non rappresenta altro che sé stesso e che quindi può ostentare tutto ciò che gli pare, sempre purché il simbolo religioso non sia contrario alla decenza o costituisca apologia di un crimine, come potrebbe essere il caso di una setta pedofila o paranazista.
Veniamo ora al problema, completamente diverso, dei motivi di ordine pubblico. Esistono delle norme (emanate in tempi non proprio gloriosi del nostro lontano e recente passato) che vietano di presentarsi in pubblico a volto coperto: pertanto come non posso entrare nel museo con il passamontagna, così non posso entrarci con il velo.
E' un ragionamento che ha molto di condivisibile, ma anche qui ci scontriamo con la constatazione che il museo non è diverso dalla strada: pertanto se vieto l'accesso al museo devo anche vietare e sanzionare tutte coloro che circolano in strada così acconciate; e non de jure condendo, ma proprio in base alla normativa vigente.
Qui il problema è l'applicabilità della norma: i poteri pubblici sono in grado di assicurare questo controllo sul territorio? Perché io gente con il passamontagna in giro non ne vedo, ma donne coperta da capo a piedi sì, e tante.
E se la maggioranza di costoro viene lasciata in pace, e gli episodi sanzionati sono talmente rari da finire sul giornale, vuol dire che la norma nella nostra società è da considerare di fatto superata (un po' come quegli statute americani che in alcune città vietano di praticare vietano il sesso orale); e quindi il singolo che per avventura viene colpito ha tutto il diritto di considerarsi ingiustamente discriminato.
Ora, siamo sicuri che nella nostra società sia possibile sanzionare un comportamento che è sentito come dovuto da una parte di popolazione certo minoritaria, ma comunque numericamente non minuscola e in crescita (e non mi riferisco tanto al fatto che sia giusto, bensì praticabile)?
E' un problema che non mi devo porre tanto io o il guardiano, e che non può essere demandato alla sola legge Reale, promulgata più di trent'anni fa per rispondere a esigente totalmente diverse (il passamontagna, per l'appunto): richiede un ripensamento del nostro modo di vivere il tessuto urbano e sociale, che non può prescindere da un intervento squisitamente politico dei poteri pubblici.
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