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mercoledì 28 luglio 2010

L'affare del blogger modenese

Forza coso, siamo tutti con te, qualsiasi cosa possiamo fare per aiutarti la facciamo, okay? Fosse pure scoprire dove abita il tipo, tuffarlo in un barile di melassa, ricoprirlo di piume e mandarlo in giro per le strade della sua città con appeso al collo un cartello che recita “kick me in the balls, please”.

Però, a differenza di quel che si dice qui, io resto convinto che la solidarietà sia importantissima, ma che anche le denunce, le querele e le azioni in sede civile siano gli strumenti giusti per affrontare certe cose.
Che la propria reputazione debba essere difesa non solo con la forza dialettica ma anche con la forza della legge.
E che un'organizzazione che permette a chiunque di scrivere cose infamanti, e soprattutto che si rifiuta di cancellarle una volta che viene fatta presente la natura infamante di tali cose, debba essere chiusa o severamente punita. Sia che l'infamato si chiami Gasparri, sia che si chiami Da Vinci.
Certo, era comodo per tutti noi che stiamo da una certa parte quando gli strali andavano nella direzione opposta: ma chi riesce a vedere al di là del proprio naso, si rende conto che oggi tocca a te ma domani può toccare a me: e se non difendo te oggi, domani nessuno difenderà me.

martedì 27 luglio 2010

Scioccherello

Poco fa, un po' di fretta e un po' senza pensarci troppo, ho scritto una cosa per molti versi stupida.
Stupida anzitutto perché, nel richiamarlo, ha indirettamente dato pubblicità e visibilità (quanto consentita dai miei 16,66666 lettori) a un pezzo demenziale scritto da un malato di mente.
Stupida, inoltre, in quanto io stesso, per non averci riflettuto su il tempo dovuto, sulla spinta dell'emozione, ho confuso il tema dell'obbligo di rettifica per i blogger e della responsabilità per diffamazione.
Intendiamoci, non ho cambiato idea: sono tuttora dell'idea che il blogger debba essere responsabile delle proprie azioni, e quindi che debba essere tenuto a rettificare se quanto scrive non rispoponde al vero, e a rispondere in sede penale e civile dei propri fatti e atti illeciti. Semplicemente, riportare un fatto inesatto non costituisce necessariamente diffamazione, mentre il pezzo che avevo linkato era violentemente diffamatorio e quindi non attinente al discorso: per tale motivo l'ho cancellato, e me ne scuso con chi aveva commentato.

sabato 19 giugno 2010

Metànoia

Al post di ieri riguardante la parte del ddl intercettazioni che tratta dell'obbligo di rettifica a carico dei blogger hanno fatto seguito, qui e su FF, una serie di commenti che meritano un approfondimento.
Uno dei punti sollevati è quello dell'irragionevole ristrettezza del termine di 48 ore entro il quale dovrebbe essere pubblicata la rettifica.
Posso anche essere d'accordo sul fatto che il termine sia breve: ma converrete che un termine dev'esserci, altrimenti l'obbligo di rettifica non sarebbe più un obbligo. Quanto sarebbe un limite giusto? Quattro giorni? Una settimana? Già, ma la Pensione Miramare offre pacchetti vacanze da quindici giorni; e se poi avessi in mente di fare quel viaggio a Cuba di tre settimane che sogno da tempo...
No, via, il termine dev'essere di almeno un mese perché, cazzo, il diritto alla vacanza è un diritto costituzionalmente garantito (e non è uno scherzo: lo dice l'art. 36 della Costituzione).

Un mese sia, quindi. E per un mese io posso quindi lasciare scritto su un blog che chiunque può leggere, e che magari ha anche una certa notorietà a livello locale, la notizia che il mio amico Scorfano ha promosso cinque delle sue alunne, che avrebbero meritato la bocciatura, in cambio di favori sessuali e forniture di metanfetamine.
Certo, la reputazione dello Scorfano potrebbe risentirne un po', durante questo mese: ma io in fondo sono in vacanza, che me ne frega?
Vi sembra giusto? a me, no. Certo, 48 ore sono poche. Ma non è che se il termine fosse stato di 96 ore la blogopalla avrebbe lodato la prudenza e la saggezza del legislatore. Perché tra i blogopallisti vige quasi ubiquitariamente il principio della Casa della Libertà di avanziana memoria: quello per cui ognuno fa quel cazzo che gli pare senza preoccuparsi del resto del mondo. E giù insulti al prossimo, accuse circostanziate argomentate con cipiglio e indice puntato, salvo poi imbufalirsi e gridare al trappolone quando si viene accusati in prima persona di aver commesso una mera leggerezza (ma forse mi sto confondendo con Travaglio).
Insomma: quando si pensa che il diritto alle proprie vacanze venga prima del diritto alla rispettabilità di qualcuno che abbiamo ingiustamente accusato di qualcosa, allora vuol dire che c'è qualcosa che non funziona, nella testa di chi ragiona così.

Poi, come dicevo altrove, sono intimamente certo se questa benedetta rettifica, ammesso che venga mai richiesta a qualcuno, dovesse essere pubblicata non dopo due bensì dopo tre o quattro giorni, non morirà nessuno: e credo improbabile che il richiedente si metta ad incistarsi sul mancato rispetto del termine una volta ottenuto ciò che gli preme. Ma questo è un pronostico personale.

Veniamo ora al discorso che faceva Giacomo nei commenti, riguardo alle eventuali forme di tutela contro il "legal harassment" da parte del mitico potente di turno.
Non è che far anticipare le spese legali sia una forma di tutela contro l'arbitrio dei potenti, anzi: questo significherebbe solo limitare l'accesso alla giustizia a chi ha più mezzi. Il ricco e potente avrebbe il diritto di adire la magistratura quando vuole, mentre chi fa fatica ad arrivare alla fine del mese non avrebbe la possibilità di ottenere giustizia quando subisce un sopruso. Non male come risultato!
Del resto la questione dei costi del sistema giudiziario è incredibilmente complessa, e non sarà certo qui che possiamo dipanarla. Vorrei però fare un'analogia con quanto recentemente accaduto in tema di giudici di pace.
Fino a poco tempo fa chiunque poteva contestare una contravvenzione al codice della strada avanti il Giudice di Pace, gratuitamente. Gli uffici dei giudici erano intasati da decine di migliaia di ricorsi di multati che avevano indubitabilmente torto marcio, ma che con il ricorso avevano una possibilità di risparmiare i 40 o i 70 euri della multa: ricorrere non costava nulla, e il peggio che poteva accadere era di essere condannati dopo un anno a pagare quanto comunque si sarebbe dovuto pagare prima.
Dal 2010 è stato introdotto il contributo unificato anche per il giudizio davanti al Giudice di Pace: il che vuol dire che per adirlo io devo pagare 38 euro, a fondo perduto. Ciò ha drasticamente ridotto il numero di ricorsi, darto che tutto coloro che sapevano di aver torto, e che quindi sarebbero stati comunque condannati, ora non hanno più interesse a ricorrere, dato che finiscono per spendere di più. Di contro, però, quei pochi che hanno ricevuto una multa veramente ingiusta, magari un divieto di sosta semplice che vale proprio 38 euro, non hanno più alcun rimedio contro l'arbitrio del vigile, che magari ha sbagliato a trascrivere la targa. O pagano 38 euro di multa, o pagano 38 euro per far annullare la multa.
Era giusto prima, quando la gente ingolfava gli uffici di moduli prestampati per contestare multe sacrosante? No. Ma è giusto ora, che il cittadino si trova a dover subire un'ingiustizia senza avere alcuno strumento per porvi rimedio? Neppure.
E non pensiate che io abbia in mente una risposta: vi ho solo illustrato il problema.

venerdì 18 giugno 2010

Metonimie

Tra tutte le schifezze contenute del disegno di legge sulle intercettazioni, due sono quelle di cui più si parla, e precisamente quella che dispone il divieto per la stampa di pubblicare materiali d'indagine e quella che dispone l'obbligo di rettifica in capo ai blogger, assimilando per tale aspetto tali piattaforme ai veri e propri periodici.
Restano quindi in secondo piano i temi riguardanti cose assai più gravi, quali i limiti temporali alle intercettazioni, la competenza a decidere in materia demandata ad un organo collegiale, le restrizioni in tema di ascolti ambientali e così via: e ciò perché anzitutto la stampa si è concentrata sulla disposizione "bavaglio" (n.b.: non sto dicendo che non si sia parlato del resto, ma affermo che si è parlato soprattutto di una norma minore perdendo di vista l'importanza delle altre disposizioni).
Adesso poi è scoppiato il bailamme sul fronte dei blogger. Ho letto tante di quelle sciocchezze, in questi giorni, da farmi seriamente considerare opportuna la chiusura di questa piattaforma e l'iscrizione a una confraternita dedita alla celebrazione di messe nere, in quanto tale passatempo sarebbe molto più dignitoso per la mia immagine pubblica rispetto all'etichetta di "blogger".

Anzitutto, nella la maggior parte dei banfatori della rete sussiste un'enorme confusione tra il
concetto di "rettifica" e la diffamazione. Poi, c'è un clima da assedio di Fort Alamo in forza del quale chiunque abbia l'abitudine di pubblicare fotografie dei propri micetti o racconti edificanti sulla spuntatura dei primi dentini si sente, di colpo, come parte di una segreta carboneria che lotta per il bene contro le forze oscure della Morte Nera. In questo delirio paranoide il gattaro e le neomamme si immaginano che chissà quali potenti esponenti della Trilateral non aspettino altro che le agognate vacanze di una settimana pensione completa alla pensione Miramare di Gabicce Mare per bombardare il blogger di raccomandate A.R. che, ritirate dal portinaio complice della congiura, farebbero scattare l'obbligo di attivarsi immediatamente per pubblicare faldoni di rettifiche: tutto ciò mentre la Signora Lina ha appena portato in sala da pranzo le melanzane alla parmigiana.

Bene: le cose non stanno così.
In primo luogo, mi dispiace per le mamme ansiose, ma come fino ad oggi nessuno le ha minacciate di querelarle per diffamazione, posso assicurar loro anche dopo l'entrata in vigore della nuova legge nessuno se le cagherà, esattamente come prima. Il contatore degli accessi rimarrà penosamente inchiodato su quei cinquanta contatti quotidiani, e il postino, ahiloro, continuerà a portare quelle lettere verdoline: ma solo per i divieti di sosta.

E ora parliamo di responsabilità.
Una regola fondamentale della società civile, e direi dello stesso essere uomini e non più bambini, è quella dell'assunzione di responsabilità. Io non posso dire impunemente ai quattro venti che Travaglio è un criminale condannato per la strage di Capaci. Mi sta antipatico Travaglio, non concordo con le sue idee e il suo modo di fare giornalismo, ma resta il fatto che Travaglio e la strage di Capaci non c'entrano nulla l'uno con l'altro.
E se mi permetto di affermare che c'è un legame tra lui e la mafia, debbo essere in grado di provarlo e comunque devo essere pronto ad assumermi la responsabilità di ciò che affermo.
I casi sono due: o mi limito a postare foto di gatti, o decido di parlare di cose serie che possono rompere i coglioni a qualcuno. Dato che nessuno mi ordina di farlo, se decido di farlo io, che sono un adulto responsabile delle mie azioni, devo mettere anche in conto che colui a cui rompo i coglioni si incazzi. Semplice, no?
Già, dirà qualcuno: ma quello è un potente mentre io sono un povero blogger. Che è come dire che se ho di fronte Mike Tyson ho il diritto di pestargli i piedi tutte le volte che mi pare e lui deve stare fermo e farsi dolere i calli. Nossignori: se decido di rompere i coglioni a Mike Tyson devo mettere in conto che lui mi tiri una centra. E queste sono cose che non si imparano a giurisprudenza, bensì al primo anno dell'asilo, quando il bambino impara a stare al suo posto e a non stuzzicare quello più grosso di lui.
Ma la libertà di parola, direte voi. Ma la libertà di parola non è la libertà di dire qualunque cazzata salti in mente senza subirne le conseguenze. La libertà di parola è, al contrario, la libertà di dire qualunque cazzata salti in mente essendo pronti a subirne le conseguenze.
Tempo addietro fui interessato da una mia collega per un problema riguardante un suo amico. Costui, primario di un ospedale pubblico, era stato accusato di corruzione e successivamente assolto con formula piena. Un giornalista di quelli notissimi (non MT, un altro contiguo) aveva scritto in un articolo che il tipo si era fatto qualche mese di galera, il che era, semplicemente, falso. La notizia era stata ripresa da una serie di blog, certo in buona fede confidando nell'autorevolezza del giornalista, talché cercando il nome di questo tizio su Google ciò che veniva fuori era che il tipo si era fatto vari mesi al gabbio.
Notate che sul giornale in cui l'articolo era apparso era stata pubblicata, come dovuto, la rettifica. Sui vari blog che avevano ripreso la cosa non c'era stato modo di far cancellare i post e/o pubblicare uno straccio di scuse. Semplicemente la verità era stata ignorata, ed era rimasta in linea una notizia falsa.
Ora, chiedetevi un po' se la cosa vi sembra giusta. Non stiamo parlando di opinioni qui: stiamo parlando di fatti; e un fatto quale l'essere stato o meno in galera non è che possa essere vero o falso a seconda dell'opinione politica di chi lo scrive.

Pretendere che un qualsiasi cretino, per il solo fatto di aver aperto un account su Splinder, abbia il diritto di sputtanare chiunque senza risponderne ad alcuno è, seguite bene il labiale, i.n.g.i.u.s.t.o.
Ed è ingiusto indipendentemente dal fatto che si vada a sputtanare un potente o l'ultimo dei bidelli: se io affermo, falsamente, che il mio portinaio si incula le galline, sto commettendo un'azione ignobile. Se io dico che Silvio Berlusconi si incula le galline sto commettendo un'azione altrettanto ignobile: e ciò è indipendente dal fatto che Berlusconi sia un potente e il portinaio stia al seminterrato dell'ascensore sociale; ed è perfino indipendente dal fatto che uno dei due abbia in passato falsamente affermato la medesima cosa (almeno per chi simpatizza per l'associazione Nessuno Tocchi Caino).

E quindi, per concludere, io trovo giustissimo che se taluno afferma una cosa falsa, abbia poi l'obbligo di rettificare quella cosa falsa, e il dovere morale di chiedere anche scusa.

mercoledì 28 aprile 2010

Flame

Una flame war è un genere letterario che -non sempre, per carità- ha un certo suo fascino.
Su Piste ce n'è in corso una strepitosa.

domenica 21 marzo 2010

Anche oggi ho imparato qualcosa /2

E poi c'è anche chi sarebbe pure simpatico e godibile, ma per il fatto che il suo blog ha avuto 720.000 visite in due annetti scarsi si è montato la testa e non ha capito che al di là dello schermo c'è un mondo vero: un mondo difficile per confrontarsi con il quale occorrono tante cose, e fra queste una bella dose di umiltà e una certa capacità di riconoscere i propri difetti oltre che i propri pregi.

martedì 16 marzo 2010

Anche oggi ho imparato qualcosa

Oggi, ad esempio, ho imparato che nella blogosfera, come del resto nella vita, ci sono persone colte, intelligenti e largamente apprezzate che preferirebbero farsi tagliare l'organo che hanno più caro piuttosto che dichiarare: «Quella volta lì ho scritto una cazzata: me ne scuso. Anzi no: non me ne scuso nemmeno perché scrivere una cazzata può sempre capitare; però lo ammetto».

(no, il link non ce lo metto)

martedì 29 dicembre 2009

Tempo di bilanci

Dato che tra poco andrò ai monti, questo post dovrebbe essere l'occasione per formulare gli auguri di buon anno. I buoni propositi li ho già fatti insieme agli auguri di Natale, e quindi potrebbe essere morta lì.
Prendo però spunto dall'ultimo post di Galatea per scrivere due righe sul senso del tenere un blog: mi sembra utile, specie in questo periodo di stanca.

E' evidente (o almeno è evidente a me) che vi sono molte persone che scrivono per trarre un vantaggio pratico di qualche tipo: c'è chi infarcisce la propria casa di inguardabili banner e adsense (e mi piacerebbe sapere quanto poi in effetti costoro riescano a portare a casa, alla fine del mese); c'è chi fa mestieri inerenti alla comunicazione, alla rete o alla tecnologia in senso lato, e vuole in tal modo guadagnare in autorevolezza; c'è chi vuole, semplicemente, far sì che il proprio nome circoli di bocca in bocca e di tastiera in tastiera.
E' di questi che mi sembra parli Galatea: e certo si tratta di una fetta importante del blogocono, ma non esaustiva.
Ci sono infatti coloro che scrivono principalmente per loro stessi: hanno una passionaccia per la collezione di francobolli della Guinea Orientale e desiderano far conoscere al mondo intero tutte le caratteristiche della dentellatura dell'emissione 1974, come questa fosse la cosa più importante del mondo (e per loro in effetti lo è): costoro potranno avere un traffico limitato a pochi contatti alla settimana o perfino al mese, ma non sarà certo per tale motivo che abdicheranno alla loro passione e smetteranno di scrivere: dato che scrivono principalmente per sé medesimi, e solo in seconda istanza per farsi leggere, essi continueranno imperterriti a pubblicare notizie e informazioni sugli argomenti che stanno loro a cuore.
Certo, sapere di avere un certo pubblico fa piacere a chiunque, ma è tutto una questione di piani e di priorità: ciascuno deve saper riconoscere le proprie.

A me scrivere qui è servito a chiarirmi le idee cento e più volte su argomenti di cui conoscevo gli elementi costitutivi ma che non avevo ancora analizzato: ho la fortuna di possedere alcune competenze tecniche che possono risultare di interesse generale e quindi mi sono conquistato un certo numero di lettori, per dir così, affezionati; ciononostante l'obiettivo che mi pongo è sempre quello di chiarire anzitutto a me stesso, e poi se possibile anche agli altri, le cose.
Poi, mi piace cazzeggiare, e quindi racconto anche della piadina che ho mangiato, per quanto queste sciocchezze tendano a spostarsi sempre più sul social network, dato che si tratta di roba senza futuro alcuno (quello della piadina, ad esempio, l'ho postato qui solo perché qui potevo grassettare).
Trovo quindi che il frequentare un social network abbia sì l'effetto di sfoltire il numero di post, ma allo stesso tempo dovrebbe migliorare la qualità dei medesimi. Tendenzialmente, infatti, qui dovrei o vorrei scrivere solo cose che lette tra un mese possano ancora avere un qualche senso (ma non è detto che vi riesca).
Il diradarsi dei post, insomma, non va visto, a mio parere, come la prima avvisaglia dell'estinzione dei blog amatoriali, ma anzi come un risorgere dei medesimi a nuova vita, dopo un bel po' di tempo in cui "blog" richiamava alla mente quasi solo diari adolescenziali, cuori spezzati e "K" a profusione.
Credo, insomma, che le risorse disponibili si stiano stratificando in livelli ben distinti d'impegno e consapevolezza, un po' come un'emulsione di acqua e olio che, lasciata lì a riposare, in poco tempo si separa in due strati.
In tale quadro il blog costituirà lo stato "nobile" della rete; ma è necessario chiarire che quel "nobile" resterà sempre riferito all'impegno e alla dedizione del tenutario, non alla sua capacità di portare contenuti sensati. Nessuno impedirà agli idioti di bloggare fiumi di sciocchezze sull'invasione degli alieni, sul signoraggio, sul falso sbarco dell'Apollo 11 e via discorrendo, e starà pur sempre al buonsenso e alla capacità critica di chi legge di elaborare le informazioni e decidere a quali e a chi dare fiducia e a quali e a chi negarla. Credo che comunque i blog si contraddistingueranno sempre più per l'originalità dei contenuti (geniali o cretini che siano), dal momento che chi non avrà nulla da dire ma vorrà solo creare un po' di rumore preferirà dirigersi verso altri lidi, dai quali riceverà un ritormo assai più gratificante al suo borbottìo.

E con ciò, tanti auguri di buon 2010 a tutti.

giovedì 25 giugno 2009

Traffic jam


Nel caso potessi aver avuto qualche dubbio, il post pubblicato nel tardo pomeriggio di ieri e il grafico dei log a meno di 24 ore di distanza mi hanno definitivamente convinto che non vi sia alcuna correlazione tra la qualità di un articolo e la quantità di visite.

lunedì 6 aprile 2009

Verba volant

Sono, questi del babbo di un bimbo di quarta, mesi di ripasso dei verbi. Anche uno che, non per vantarsi, crede di riuscire a mantenere una certa proprietà di linguaggio, e quindi di saper utilizzare correttamente i vari modi e tempi che la nostra lingua offre, si trova talvolta nel dubbio se una certa costruzione richieda un indicativo o un congiuntivo, ad esprimere prepotente sicurezza o ad indicare, per mezzo di un dubbio solo retorico, una perentoria sicumera.
E ancor più complesso lo spiegarli, quei modi e quei tempi: chiarire i dubbi del bambino che pur parlando con grande proprietà non si è mai reso conto della complessità del linguaggio che usa quotidianamente. Perché nel momento stesso in cui si comincia a spiegare ci si rende conto di aver dimenticato tante cose, e che anche noi stessi abbiamo perlo la sistematicità, con il trascorrere degli anni.
Per voi che avvertite lo stesso problema, c'è oggi un bel post di Scorfano, che vi consiglio.

mercoledì 11 febbraio 2009

Sono lusingato


venerdì 6 febbraio 2009

Sfoghetto

Passata la sorpresa per aver letto inaspettate manifestazioni d'affetto (e non è un artificio retorico) vado a ridefinire ciò che ho scritto ieri sera preso dallo sconforto dopo aver letto dei risultati di una giornata all'esito della quale il nostro è divenuto un paese peggiore.

Anzitutto partiamo da una dichiarazione di metodo: chi scrive lo fa anzitutto per sé stesso, anche se il fatto di essere letti e apprezzati non guasta. Come ben sa Giovanna, uno può nutrirsi di spaghetti Barilla con il pesto della Slunga, o di trofie tirate a mano con il pesto del mortaio; e in antrambi i casi non morirà di fame, ma vuoi mettere la differenza?
No, lo sfogo non riguardava questa finestra, bensì l'incapacità -mia e non solo mia- di far transitare messaggi che siano in grado di modificare, anche infinitesimamente, qualche visione del mondo.
Quando scrivo che il comportamento di Sacconi grida vendetta e che questo è un paese di merda, lo scrivo per me e in subordine per i trenta lettori, ma sono perfettamente consapevole che non convincerò nessuno, che già non ne sia convinto, che questo E' un paese di merda.

Perché il messaggio che scrivo si perde nel rumore dei milioni di messaggi che vengono scritti e che perlopiù non verranno mai letti, salvo taluno, sporadico, che verrà letto frettolosamente come passatempo tra un integrale e un 700, secondo il mestiere di ognuno (quello del rumore è un tema cui accennavamo, nella settimana dei Commentatori Ufficiali ;-), parlando di Wikipedia, in particolare qui nota di colore: pensavo di essermi rincoglionito, che ricordavo di averla già tirata fuori dal cappello la Comune, ed eccola qui, finalmente la ritrovo!).
La facilità con cui si possono scrivere e pubblicare cose fa sì che il nostro universo informativo si stia evolvendo nella direzione della mappa di Borges: ognuno crea la sua opinione e diviene sordo a quelle altrui, esattamente come succede nel 90% delle discussioni su it-wiki.

Il bello è che non è che ci tenga molto a convincerlo, il prossimo: ho smesso di fare politica uscito dal liceo; sono stato iscritto a un partito per un anno (ma in effetti per due riunioni sole, all'esito della cui seconda non mi son più appalesato); ho fatto anche il sindacalista allontanandomi disgustato anche dal sindacato, e sono giunto, all'esito di questo percorso personale, a considerare che il mondo può andare anche a rotoli mentre io lo guardo da fuori e mi occupo di me, di mio figlio e di quei pochi amici di una vita.
L'ultima volta che ho lottato è stato per oppormi alla deriva maggioritaria di Mariotto Segni, deriva che ci ha portato a quel che siamo oggi, un paese costretto a scegliere tra un furfante e un inetto. Ambedue ostaggi della conta dei voti e costretti ad appellarsi ai peggiori istinti dell'uomo: il bastone; l'unità identitaria; la furbizia.

Me ne sono stato alla finestra, mentre questo paese diveniva un pessimo paese. Ieri sera per un attimo la misura si è colmata, e mi sono trovato assalito dallo schifo, a rimettere in discussione il mio cinico disinteresse verso i miei connazionali. Oggi è un altro giorno, piove a dirotto e devo anche inventarmi una simulazione di Monte Carlo da zero; per cui chiudo qui questo post che non riuscirebbe ad avere un senso compiuto neppure se ci lavorassi tutto il giorno.

giovedì 5 febbraio 2009

Sfogo

Non ce la faccio più. In giornate come questa, che senso ha continuare a scrivere il proprio pensiero per trenta lettori che sono già d'accordo con te? Mi chiedo in che diavolo di posto sono finito a vivere, cosa ne è degli ideali che avevo al liceo.
Non riconosco più il sistema di regole che ho studiato all'Università e del quale mi sono appassionato ritenendolo -pur tra tanti difetti- un distillato di civiltà.
Sono stufo e so di essere solo.

PS: questo post è stato interpretato come un lamento per mancanza di lettori, ma così non è (colpa mia, peraltro, che non so scrivere breve). Qui la decodifica.

lunedì 2 febbraio 2009

Provincialismi

Lo so, sono terribilmente provinciale, ma mi chiedo perché mai dalle parti del vertice del blogocono italiano ci si debba preoccupare tanto del giorno della marmotta quando qui da noi abbiamo i giorni della merla e la Candelora.

lunedì 26 gennaio 2009

Dei testi delle canzoni

Io ho un grave difetto congenito che mi impedisce di capire i testi delle canzoni. Non sto scherzando: è proprio che non riesco a sentire la musica e capire cosa dice chi ci parla sotto: mi distraggo. Mi sento molto simile a Gerald Ford, che secondo Lyndon B. Johnson non era in grado di mangiare chewing-gum e camminare allo stesso tempo.
Dico di più: io non riesco nemmeno a leggere i versi. Quando vedo un testo con degli a capo lo salto a pié pari. Ci sono dei gialli dove a un certo punto compare una filastrocca che magari dà la chiave per capire tutto. Io la salto: non riesco a leggerla.
Insomma: io e i versi siamo su pianeti diversi. Tanto leggo la prosa quanto rifiuto quelle frasette corte corte e pretenziose. Certo, questo non agevola moltissimo il rapporto con la signora con la quale mi accompagno, che fa la poetessa; ma in fondo non è che si basi sull'intellettualità, quindi...

Tutta questa premessa per dire che a me delle canzoni di Povia e di Gino Paoli, quand'anche le dovessi sentire, tutto quello che resterà in testa sarà il ritornello più o meno orecchiabile, che potrei canticchiare sotto la doccia facendo "zum zum tarattatattà" inventando le note (non so neppure distinguere un Sol da un Diesis).
Non vi sarebbe quindi alcun motivo per parlare di questi due distillati della cultura Made in Italy, se non fosse che il Blogocono(tm) -almeno quello che io seguo- in questi giorni ha espresso con veemenza le proprie idee sui due artisti.
Per quanto ho letto io (ammetto che potrebbe essere una fotografia parziale del fenomeno) le considerazioni che vanno per la maggiore sono:
  • Povia è un poco di buono perché pensa che i gay siano malati da guarire: è gravissimo che la sua canzone venga cantata / bisogna impedirlo a qualunque costo / bisogna fare le barricate e bruciare il teatro Ariston
  • Paoli viene indegnamente / ingiustamente attaccato dalla triade Mussolini-Carlucci-Moige: è inammissimile una tale limitazione alla libertà di parola / dell'artista / della poesia.

  • Mi sembra che tutti i miei 25 lettori possano concordare sul fatto che un essere, umano o animale che sia, che viene attaccato dalla sullodata triade non possa che meritare, aprioristicamente, tutta la nostra stima. E quindi Gino Paoli è il nostro eroe, per quanto antipatico possa starci.
    Ma, francamente, non mi sembra che la posizione del povero Povia sia granché differente. La sua colpa è, mi sembra, quella di essere attaccato dall'Arcigay anziché dal Moige; ma credo che se vogliamo difendere il diritto di parola, questo debba valere per tutti e non solo per coloro che sono attaccati dai nostri nemici o difesi dai nostri amici o da coloro che sentiamo più ideologicamente vicini: in questo modo si arriva a difendere (o viceversa a condannare) una causa solo perché viene sposata da Santoro; si giudica il giudizio o il giudice, e non il merito delle cose.
    Oltretutto questa cosa di Povia mi è ancora più oscura, dal momento che, a quanto ho visto spendendo 30 secondi su internet (ché tanti ne meritava, non uno di più), sembrerebbe che il testo di questa benedetta canzone non sia stato ancora reso pubblico: per cui coloro che lo criticano criticherebbero qualcosa che non conoscono.

    lunedì 1 dicembre 2008

    Emigrantes

    Sul sito del Corriere compare un articolo in cui si dice che BeppeGrillo(tm) ha comprato casa in Isvizzera.
    Tanti stanno commentando la cosa, io non intendo farlo perché della cosa me ne cale poco.
    Quello che mi lascia basito è che l'articolo dedichi una decina di righe (e corte, che c'è la foto) alla notizia, e una quindicina di righe ai commenti dei politici.

    Surreali, a mio mod di vedere, i commenti di Giorgio Merlo, un signore che fra l'altro fa parte della Commissione di Vigilanza RAI (forse che ci sia qualcosa nelle macchinette del caffé, laggiù?), secondo il quale, almeno a detta del virgolettato del Corriere: non credo sia possibile chiudere un blog senza motivazioni previste dalla legge". E anche: "Se uno minaccia di espatriare deve anche spiegare le ragioni"

    Le motivazioni previste dalla legge? Spiegare le ragioni?
    Chi mi segue da un po' sa cosa ne penso di BeppeGrillo(tm), ma pensare che un privato cittadino debba giustificare qualcosa a Merlo è veramente assurdo.
    Pensasse, Merlo, a trovare le giustificazioni per i suoi compagni di lista, tipo questa o questo.

    mercoledì 24 settembre 2008

    Strange Maps

    Dopo un preoccupante periodo di pausa, ha ripreso le pubblicazioni Strange Maps, a mio avviso uno degli oggetti della rete più affascinanti e sconcertanti, in senso etimologico.

    Formalmente sarà anche un blog, ma di fatto ciascun post è un'occasione per riflettere sul mondo, ogni volta da un punto di vista diverso, e mettere in discussione le proprie certezze e le proprie idées reçues.  E anche un po' sé stessi.


     

    legalese
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