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martedì 8 giugno 2010

Sindrome cinese

Questo film parla di una bella signora che vorrebbe fare la giornalista di cose serie, e avrebbe anche per le mani uno scoop che andrebbe ad infastidire dei pezzi grossi. Però il direttore del telegiornale per cui lavora le fa fare solo i servizi su agenzie di recapito di auguri cantati, compleanni di tigri allo zoo, palloni aerostatici che si posano su roulottes.
Sindrome cinese è un film del 1979, e come ben vedete è molto datato: queste cose al giorno d'oggi non succedono più.

martedì 2 marzo 2010

Invictus

Nel processo che lo sta portando a divenire il maggiore maitre à penser dei nostri tempi, Clint Eastwood ha creato un altro film che richiede un certo sforzo interpretativo per essere apprezzato appieno, proprio come il precedente (di cui avevamo parlato qui).
Gran Torino non era un film sul razzismo, bensì sul dovere: le differenze e le inimicizie tra razze e popoli sono un tema ormai portante per il nostro regista preferito (si vedano ad esempio i due film su Iwo Jima), che però sfrutta sempre l'argomento per parlare, attraverso la diversità e il conflitto, di cose più elevate.
Il tema di Invictus è la forza di volontà; anzi: la forza della volontà. La forza di una volontà di ferro che ha consentito a Mandela di resistere trenta e passa anni in una minuscola cella da cui usciva per spaccare pietre, e che gli ha fatto imparare la lingua, le usanze e il modo di pensare dei suoi nemici, sorretto avendo una poesia come unico compagno nei momenti di debolezza.
La volontà che attraverso un'enorme senso di responsabilità (si torna al tema del dovere!) spinge il capitano Pienaar a trascinare la sua squadra verso la vittoria. A tal proposito è da fare un'applauso particolare a come è stata tracciata la figura di Pienaar, che risulta quasi scevro dall'ambizione sportiva nel raggiungimento del traguardo, come se avesse interiorizzato e condiviso il disegno assai più alto di Mandela, e si rendesse conto di quanto infimo sia il valore della coppa rispetto al progetto di costruzione di un nuovo Paese (e la battuta al cronista, dove egli caustico sottolinea che dietro gli SpringBoks ci sono 42 milioni di sudafricani è significativa).
E la volontà è anche quella che consente a due squadre di guardie del corpo, che avrebbero ogni motivo al mondo per odiarsi, di lavorare insieme. Un altro regista avrebbe costruito una storia in cui alla fine i neri e i bianchi, tra loro colleghi, sarebbero diventati amici e si sarebbero bevuti una birra per festeggiare la vittoria. Eastwood si limita a farli sorridere insieme. Forzatamente, a comando, ma insieme. E il capo della squadra nera continuerà fino alla fine a odiare il rugby, forse non solo per motivi professionali. E il suo collega a non capire nulla della partita, fino all'ultimo; ma in tutto questo tempo avranno lavorato -e sorriso- insieme.

Certo, era facile e scontato far emergere come un colosso la figura di Mandela. La sorpresa è Pienaar, che ne esce quasi alla pari: è lui il primo esegeta del pensiero di Mandela, che interiorizza e fa proprio: e così è lui ad accorgersi per primo che "i tempi sono cambiati", è lui a trascinare la squadra ad allenarsi nelle baraccopoli, è lui che fa da cinghia di trasmissione tra il Presidente e la squadra, che non ha capito che in gioco non c'è solo una coppa. Ed è lui a regalare alla famiglia quattro biglietti, non tre: perché ormai nel nuovo Sudafrica della famiglia fa parte anche quella che fino a pochi mesi prima era la serva, e ora è una collaboratrice domestica.
Certo, un film così non poteva essere scevro di un po' di retorica: e il bambino nero che si avvicina alla macchina dei poliziotti, durante la partita, la rappresenta appieno. Il suo abbraccio finale è talmente scontato da acquisire un significato ulteriore: sembra messo lì a ricordarci che quella a cui abbiamo appena assistito è una favola, per quanto vera, dove secondo le regole bisogna chiudere con un e vissero felici e contenti.

Un'ultima nota sulla godibilità del film: ci ho portato Nichita, che tra poco compirà 11 anni e quindi temevo che si potesse annoiare: in fondo non è esattamente un film d'azione, questo Invictus. Invece, grazie anche a qualche commento nel corso della proiezione per spiegargli il contesto e alcuni passaggi forse un po' troppo criptici per lui, ne è uscito entusiasta. Il che dimostra, ancor più, la grandezza dell'autore.

martedì 12 gennaio 2010

Le mie notti con Maud


Avevo vent'anni, più o meno, e nella mia cameretta postadolescenziale, un venerdì sera, facevo zapping tra canali seri e televisioni private, aspettando che venisse la mezzanotte e mezza per girare su Telereporter*: il triste episodio del Tri Basei* non si era infatti ancora verificato.
Nel girovagare, incappai nella sigla di Fuori Orario, che ancor oggi non riesco a far a meno di ascoltare tutta per intero. Ascoltai fors'anche due minuti di Ghezzi fuori sync, per dire come stavo in pace con il mondo intero, e poi continuai a girovagare per l'etere.
Non rammento bene come andò: può essere che il film su Telereporter l'avessi già visto, può essere che fosse molto noioso o può essere che fosse un piccolo capolavoro, che dopo una ventina di minuti già avesse raggiunto il suo scopo. Sta di fatto che a un tratto rigirai sul terzo canale, proprio mentre Jean-Louis, Maud e François si stavano sedendo a tavola.
Fu l'illuminazione: fu lì che decisi, con un atto di volontà che ancora adesso mi resta inspiegabile, conoscendomi come mi conosco, che avrei dovuto imparare il cinema. E il francese, per di più.
Da allora ho visto migliaia di film: brutti, belli e bellissimi. Mi sono impaurito, ho riso, mi sono commosso e forse in un paio di casi mi è perfino scesa la lacrimuccia.
L'emozione provata con i film di Rohmer (quelli del secolo scorso!), però, è rimasta unica: e se anche uno solo dei miei lettori occasionali si innamorerà del cinema per aver visto La Femme de l'aviateur, Conte d'hiver o lo stesso Ma nuit chez Maud dopo esser passato di qui, allora questo blog avrà avuto un senso.



* roba che capiamo solo noi milanesi sui 45

giovedì 7 gennaio 2010

Sherlock Holmes

Dunque, alla fine sono andato a vedere Sherlock Holmes: non per decidere chi fosse più sdraiabile tra i due protagonisti uomini, che non è questo il mio genere; e nemmeno per decidere chi avrei sdraiato tra le due donne, ché sono cose, queste del fantasticare sulle dive o i divi del cinema, che a una certa età tutti dovrebbero smettere di fare, al pari del vantarsi delle puzzette con gli amici o tirare le trecce alle compagne di classe.

Sono andato a vedere Sherlock Holmes perché immaginavo che Nichita si sarebbe divertito: lui in effetti si è divertito, ed io pure; ma adesso mi toccherà spiegargli che quello che abbiamo visto ha pochissimo a che fare con Sherlock Holmes e moltissimo, invece, con John McClane.

lunedì 27 aprile 2009

Gran Torino

Uscendo dalla sala cinematografica, ciò che più colpisce di Gran Torino sono i commenti degli spettatori che hanno condiviso con voi quelle due orette scarse.
Indottrinati a dovere dalla stampa sul fatto che il film che stavano per vedere fosse un capolavoro, evidentemente quei signori di mezz'età si attendevano che delle giovani ragazze discinte avrebbero aspirato le loro anime; e le accompagnatrici dei signori certo fantasticavano sul vortice di passione, tormento ed estasi nelle quali si sarebbero immerse e annegate.
E' quindi con ben comprensibile disappunto che, al risveglio della luce, gli spettatori tra loro vicini si guardassero con un misto di imbarazzo e timidezza: occhiate espressive di dubbio e disappunto che non riescono a trovare il loro oggetto: se il film, così piattamente deludente; i critici cinematografici, così boriosamente intellettuali e sempre pronti a definire "capolavoro" un filmetto che il figlio cugino dello zio Antonio, quello che fa i filmini ai matrimoni, avrebbe reso molto più avvincente; o (e questo è il dubbio che impedisce di esprimere il proprio pensiero!) sé medesimi, incapaci di penetrare nelle profondità di quella che in fondo ci appare sempre più una pellicola scialba che non vale i 4 euri del biglietto Esselunga. Ma ai commentatori di professione è tanto piaciuto, e un perché ci deve pur essere, Santo Dio!
Il breve percorso dalla poltrona all'uscita, nel cortile del multisala, e già si colgono i primi "ma ti è piaciuto, vero?" e le attese repliche "sì, certo, un capolavoro, ma... (un po' lento/un po' lungo/un po' triste/un po' confuso...); e immagino che nel ritorno, in auto, i meno sicuri di sé abbiano trovato la chiave interpretativa "una grande lezione contro il razzismo"; e i più boriosi abbiano, alla fine tratto la conclusione:
Gran Torino è una boiata pazzesca!

Il fatto, ahinoi e ahiloro, è che Gran Torino è un capolavoro: ma un capolavoro vero, elitario: non un silenzio degli innocenti in grado di piacere a tutti, bensì una cosa come la poesia di Gozzano (to'!) o un quadro di Schifano; una cosa per esperti, insomma, che allontana da sé chi esperto non è ma vorrebbe farsi passare per tale.
Anche un pons asinorum, questo film: che ci permettere di identificare subito i cattivi commentatori: se leggete un critico secondo cui Gran Torino è un film sul razzismo, ecco: quello è un cattivo critico, e l'unica attenuante per lui sarebbe il non aver visto il film per trascorrere un pomeriggio con l'amante; ché altrimenti andrebbe licenziato in tronco dal foglio che imbratta.

Gran Torino è un film rohmeriano sul fallimento, sul riscatto e sullo scopo della vita. Il protagonista, Kowalski, è una persona eminentemente morale, e non è vero che disprezzi l'umanità, i figli, i negri o i musi gialli. Egli disprezza chi gli sta intorno perché costoro non hanno una morale, e quindi non sono uomini: tutto qui.
Kowalski non vuole salvare Tao: gli si avvicina quando Tao, ribellandosi al cugino, dimostra di avere dei valori morali; e lo stesso fa con il prete, quando riconosce in lui l'uomo -pur prete- anziché il prete e basta.
L'universo morale di Kowalski è racchiuso tutto nella confessione: ha tradito la moglie (che tradimento, poi!), ha evaso le tasse e non è stato un buon padre. Doveri primigeni (si potrebbe dire primitivi) cui non ha saputo adempiere, e per questo -e solo per questo- è colpevole: tutti i morti ammazzati non contano, perché erano dovere nel senso più puro.
Come dovere è far sì che i deboli non soccombano ai forti, siano questi gialli, neri o bianchi. E se mi contestate quest'ultima affermazione, dicendo che ci sono nel film prepotenti gialli e prepotenti neri ma non prepotenti bianchi, vuol dire che alla penultima scena dormivate saporitamente: buon per voi.
E dovere è anche quello di riparare i torti generati: la trista fine di Sue è imputabile esclusivamente a Kowalski, che ha creduto di essere ancora in Corea e di avere il potere di rendere giustizia, ma era in errore. Ed è per riparare al suo errore che l'epilogo è quello che è: Kowalski non è un idealista: è giusto e rigido, prima di tutto con sé stesso.
Consentitemi di esagerare e dire che ricorda, Kowalski, il Jean-Louis di Ma nuit chez Maud, con quella sua incrollabile sicumera che lo rende certo di essere un Giusto dalla parte del giusto, e che il mondo non possa altro che andare nella direzione del Giusto e del Dovere, tanto che per affermare la propria Ragione non serve una pistola vera: basta il gesto con le dita (certo, se dietro la macchina ci fosse stato Rohmer forse i gangsta si sarebbero dileguati; ma Eastwood è più smaliziato, ed è costretto a far estrarre a Kowalski il cannone vero: ma con la morte nel cuore).

lunedì 13 ottobre 2008

Sfida senza regole

Girare un film che sembra uno spot pubblicitario poteva essere un'idea originale al tempo di nove settimane e mezzo: ora è banale e fastidioso al tempo stesso.
Il risultato finale De Niro e Pacino non potevano immaginarselo, ma comunque mentre giravano qualche sospetto avrebbe dovuto venir loro: in altri tempi se ne sarebbero andati dal set, ma, si sa, i tempi cambiano, la gente pure e le cure medico-geriatriche sono sempre più care, per cui devono averci pensato un po' su e deciso di arrivare alla fine.
Ci hanno messo la stessa convinzione di Luigi XVI mentre saliva al patibolo; ma in fondo la salita al patibolo di Luigi XVI è l'unico atto veramente da re che abbia fatto in vita, per cui ci potevamo anche star dentro e raggiungere una risicata sufficienza.
Ma qui siamo in Italia, e i film te li fanno vedere doppiati, ché il doppiaggio italiano è il migliore del mondo. Non so se avete mai visto sul satellite i telefilm "doppiati" in polacco: sotto c'è la colonna sonora originale, e sopra c'è un signore che legge le battute di tutti gli attori, maschi o femmine, vecchi o giovani, con il pathos di un'annunciatrice di stazioni ferroviarie. ecco: il doppiaggio era proprio così: fuori sync, fuori tempo, fuori tono: fuori di testa.
Poi c'è Carla Gugino, che è una gran bella gnocca. Ma non basta.

domenica 7 settembre 2008

La famiglia passaguai

Ieri, annoiato, ciondolante e un po' di cattivo umore mi sono messo su La famiglia passaguai, solo perché ce l'avevo lì ed era la prima cosa che mi era venuta sul telecomando.

Lo so bene che non è grande cinema, e che il film nel finale è inutilmente caciarone e rumoroso; sta di fatto che, pur essendo il film del 1951 e oggi obiettivamente datatissimo, ho riso per un'ora e passa come un cretino.

Tralasciando per un attimo Fabrizi, De Filippo e la Ninchi, un applauso va a Luigi Pavese, semplicemente magnifico, con il cocomero in mano e l'altra mano in testa a coprirsi la pelata; e il bagnante scemo è una macchietta che ancor oggi fa scuola.


sabato 30 agosto 2008

Tutta una vita davanti

Avendone letto -perlatro con mia perplessità- molto bene; considerato che seguo con interesse una quantità di blog di precari più o meno disperati o soddisfatti; approfittando della mancanza di alternative del deserto agostano, sono andato a vedere Tutta una vita davanti.

Virzì riesce pienamente nel difficilissimo concept che si è imposto: non rappresentare nemmeno un personaggio vero; solo macchiette.  Macchiettistici i protagonisti, i comprimari, i personaggi di sfondo.  tutti sono congelati in una e una sola attitudine; tutti riescono a suonare inappellabilmente falsi.

Riuscire a rendere non verosimile persino l'anziano signore che va a puttane, quello che si vede solo per 25 fotogrammi con i pantaloni calati, richiede una capacità narrativa fuori dal comune, roba da Fellini o Ferreri.

Il punto è che una simile operazione dovrebbe essere inquadrata in una sceneggiatura adatta: in quello che sui tamburini dei giornali, non sapendo bene come descrivere, chiamano genere grottesco.  Virzì invece prende un soggetto che di grottesco non ha nulla, costruisce attorno una sceneggiatura più o meno seria e la popola di maschere vuote.

Farebbe bene, chi ha parlato di ritorno della tradizione della commedia all'italiana, a rivedersi qualche minutaggio di Sordi o di Gassmann, per capire la differenza tra una caricatura e una mera macchietta.


 

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