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venerdì 13 agosto 2010

Forse è ora di cambiar giornale

Quando uno deve incazzarsi ogni volta che apre il giornale, e ciò malgrado la linea politica di fondo del medesimo coincida con la propria, forse è ora di risparmiare quell'eurino all'edicola o di investirlo in fogli meno cialtroni.
Qualche giorno fa mi sono incazzato per quel demenziale articolo di uno dei miei bersagli d'elezione, quel Carlo Petrini di cui abbiamo già parlato anche qui e che incarna alla perfezione il modello del luddista-chic. Questo imbonitore da fiera di paese persegue con ammirevole costanza il proprio scopo, che è quello di farsi lautamente retribuire per dire qualche ovvietà condita in una salsa di reminiscenze ancestrali e di nostalgia per i bei tempi che furono. Repubblica ha ospitato un suo lunghissimo e verboso pezzo nel quale parla di un campo coltivato con semi OGM, facendo intendere che da quel piccolo appezzamento di terreno sarebbe partita la rovina e la desertificazione dell'Italia intiera.
Il punto è che l'articolo è infarcito di falsità, come spiega assai bene il buon Bressanini: falso il fatto che quei semi possano far male alla salute dell'uomo (anzi!, suggerisce Bressanini); falso il fatto che fosse urgente distruggere quel campo, in quanto essendo le piante già fiorite non hanno modo di infestare i campi limitrofi; falso infine il fatto che quella coltivazione fosse illegale. E si tratta di falsità in ordine crescente di certezza, dato che possiamo anche invocare qualche diavolo di principio di precauzione, che ha la stessa validità scientifica dell'uomo nero per far addormentare i bambini, ma non possiamo certo dubitare della vigenza o meno di un regolamento europeo, anche se Zaia finge di non conoscerlo.
Pochi giorni dopo un branco di montati, gente del tipo di quelli che vanno a liberare le cavie dai laboratori, per dire il sottogenere umano, è andato a distruggere il campo segnalato dal Petrini. Il quale, se vi fosse un magistrato a Pordenone, dovrebbe essere riconosciuto colpevole di concorso nella devastazione, come stabilisce il Codice.

Dato che sono in condizioni di connettività precarie avevo pensato di tener la cosa per me, ma ieri mi sono letto un'altra intemerata del balordo, e non sono più riuscito a trattenermi. Questo articolo ha finalmente messo il Petrini nella luce che si merita: quella di un nostalgico dell'ancien régime: un uomo fuori dal suo tempo che sogna una società in cui pochi eletti possano godere delle gioie della vita e della gola, mentre tutt'attorno frotte di popolani avviliti e luridi pagano le decime e scendono nei profondi pozzi delle miniere di carbone, avendo per unico nutrimento una fetta di pane nero con un pezzetto di Camembert, ma piccolo.
Il Petrini, quello stesso che ha passato una vita a lamentarsi perché le genti che debbono arrivare alla fine del mese comperano il Castellino al posto del Barbaresco, senza riuscire a capire quale mistero di abbruttimento e di propaganda multinazionale porti costoro a trattarsi così male, si è ora accorto che il prezzo del Barbaresco sta scendendo e, accipicchia, questo consentirebbe a qualcuno dei bevitori di Castellino di comperarsene una bottiglia, magari in occasione del proprio onomastico. Jattura! ché in quel caso, qualora il castellinante si barbareschizzasse, ecco che l'aura magica e iniziatica del Sommo Bevitore di Barbaresco finirebbe a mal partito. "Tutto qui", direbbe il popolano? Fiumi di inchiostri, di parole al vento e di tessere dell'ARCI per questo?
Immaginate come deve sentirsi, il Petrini, alla sola idea che i suoi presìdi da capalbiese possano divenire popolari e diffondersi un poco. Sarebbe come un prete ortodosso che vi facesse andare dietro l'iconostasi o, per restare in tema, un prete cattolico che vi allungasse il calice e la pisside per fare merenda. No, non si potrebbe proprio accettarlo: e così ecco che il nostro, dopo una mezza vita a insultare il popolino che mangia e beve schifezze, auspica che debba continuare a mangiare e bere schifezze, per non inquinare il corpo mistico dell'iscritto all'arcigola.

Lasciamo un attimo il Petrini, che sono certo che ritroveremo presto, e concentriamoci un momento su una notizia del tutto diversa. Parliamo dell'ennesima legge ad personam del presidente del consiglio, il cui perverso meccanismo vene spiegato in questo pezzo.
Dunque, secondo Repubblica Berlusconi -o meglio la Mondadori- ha evaso 173 milioni di tasse, che diventerebbero 350 milioni oggi per effetto di sanzioni e interessi. Berlusconi, quale PresConsMin, si è quindi fatto una legge che consente di evitare la Cassazione pagando solo il 5% del valore della lite. La Mondadori quindi ha pagato otto milioni e se l'è cavata quasi gratis.
Il fatto è che la norma in questione consente di transigere i contenziosi fiscali per i quali l'agenzia delle entrate abbia perso i ricorsi in primo grado e in appello. Il fisco ha contestato alla Mondadori l'evasione, e la Mondadori ha fatto ricorso e l'ha vinto. Poi il fisco è ricorso in appello, e la Mondadori ha di nuovo vinto. Poi il fisco è ricorso in Cassazione: non è detto che la Mondadori avrebbe di nuovo vinto: diciamo che, con due ricorsi vinti alle spalle, aveva una probabilità di perdere del 5%: vale a dire esattamente l'importo che la legge consente a chiunque di pagare per chiudere definitivamente la pendenza con un'Agenzia delle Entrate che, nonostante due pronunce giurisdizionali contrarie, insiste nella propria tesi.
Immaginate di prendere una multa per eccesso di velocità: il comune vi manda a casa la foto e voi vi accorgete che la macchina fotografata non è la vostra. Fate ricorso al Giudice di Pace, pagando il dovuto balzello, e quello vi dà ragione. Ma il comune, non pago, ricorre in appello: e per difendervi dovete a questo punto pagare anche l'avvocato, e caro. La corte d'Appello vi dà, evidentemente, ragione: ma il comune s'intigna e ricorre in Cassazione, costringendovi a difendervi con un (carissimo) avvocato cassazionista.
Ecco: più o meno le cose stanno così. Certo: non è scontato che la Mondadori abbia così palesemente ragione; e magari è anche possibile che i due ricorsi vinti lo siano stati non in forza del torto dell'Agenzia delle entrate bensì della corruzione operata sulle commissioni tributarie di primo e secondo grado, e che quindi in Cassazione l'esito si sarebbe rovesciato. Ma i casi sono due: o Repubblica ha delle prove, o perlomeno delle indiscrezioni che potrebbero avvalorare questa tesi, e in tal caso avrebbe dovuto tirarle fuori, o non le ha. E in tal caso resta il fatto che, ieri come ieri, la Mondadori al fisco non doveva neppure un euro: altro che 350 milioni.
Notate poi l'astuzia: in tutto l'articolo il fatto che Mondadori avesse vinto in due gradi di giudizio emerge solo in un inciso, come se si trattasse di una notizia secondaria a completamento della proposizione principale. Come ho fatto io qui sopra, quando ho messo detto che Berlusconi -o meglio la Mondadori- deve al fisco tutti quei soldi.

Qui la questione non è di essere pro o contro Berlusconi: certo per me sarebbe infinitamente più facile scagliarmi contro Feltri o Zio Tibia Sallusti: ma non avendo lo stomaco per leggerli non posso farlo. La questione è di fare buono o cattivo giornalismo; e per quanto possa apprezzare un'informazione di parte, non posso accettare che l'essere di parte sfoci nell'informare male o addirittura nello scrivere cose false. Perché in questo caso non ho più il diritto di formarmi le mie idee, pur sapendo che la fonte da cui attingo mi indirizza in qualche direzione: se mi viene raccontato il falso divento un burattino nelle mani dei giornalisti dei quali cerco di fidarmi: e ciò non lo posso accettare.

mercoledì 7 luglio 2010

Veltroni docet

Voi sapete già cosa penso del Puffo Triste: l'uomo più vuoto del mondo. Purtroppo anche nello spazio intergalattico ogni tanto si trova un atomo d'idrogeno, e l'Innominabile, ha la rara capacità di ammantare di retorica semplicistica ogni singolo atomo d'idrogeno che circola nella sua calotta cranica, riuscendo ad affermare cose imbarazzanti per chiunque (del tipo "la vittoria di Obama è un successo del PD") raccogliendo applausi in luogo di pomodori.
Ma non è di lui che voglio parlare oggi, bensì di un suo degno epigono: quel Carlin Petrini che ha costruito un'impero fondato su una paranomasia («saperi e sapori») e un paradosso («meglio mangiare poco e spender tanto caro piuttosto che mangiar tanto e spender poco»).
Il Petrini, che già tanti danni ha fatto alla mia città e ancor più ne farà nel corso dei prossimi cinque anni, oggi si cimenta su Repubblica in un'articolessa degna, per lunghezza e ampollosità, del Fondatore.
Lamenta, il creatore del MPCNSMCQMDA, il fatto che il contadino venda le carote a nove centesimi al chilo. E: ah!, e: oh!, e uh!, e: come andremo avanti, Signora mia!.
Dopo l'espositio e la lamentatio arriva la ricerca del colpevole, che naturalmente è la grande distribuzione che ammazza il contadino anziché «portarlo in palmo di mano come base profonda e intelligente della nostra società» (del resto, sin dalla notte dei tempi il contadino ha scarpe grosse e cervello fino: dev'essere a questo intramontabile motto che si è ispirato il Carlin).
Poi, purtroppo, il Petrin ci si avvita un po' intorno al suo discorso: già, perché toccando la grande distribuzione va a parare non solo su Caprotti (che notoriamente è uno schiavista fascista e quindi se ne può dire il peggio possibile), ma soprattutto sulle Coop, che sono amiche (e, detto tra noi, non saranno fasciste ma sono schiaviste molto più dell'Esselunga, e fidatevi se vi dico che è così).
Si esibisce quindi, il bevitor di chinotto, in un triplo salto mortale carpiato, trasferendo la colpa dei nove centesimi al chilo dal commerciante al consumatore, reo di comperare le mozzarelle blu («perché costano pochissimo, poi al massimo se vedo che sono blu le butto via») e le zucchine fuori stagione a sei-sette euri al chilo, lamentandosene, mentre adesso che sono in stagione costano un euro o poco più. Se non riuscite a cogliere alcun nesso tra lo spender tanto per le zucchine fuori stagione e il pagar poco le carote al contadino, tranquillizzatevi: non è la canna che vi siete fatti ier sera: è proprio che di logica non ce n'è alcuna.
Siamo all'ultimo capoverso, per nostra fortuna, e il tono si eleva: «Mi chiedo quando avremo una politica agroalimentare degna di questo nome, che educhi i cittadini a scelte responsabili, sostenibili e piacevoli, che dia una mano a quei contadini che producono in maniera corretta per il loro e il nostro bene». Da quel che pare d'intendere, il concetto di politica agricola del Petrini corrisponde più o meno all'assegnare un carabiniere ad ogni banco di verdura, che impedisca ai consumatori di acquistare le carote a buon prezzo costringendoli a riempire le sporte di carote (magari marchiate Cibolento) che costino assai di più. Perché per il nostro, come leggete, la politica agricola si fa sui cittadini, non sui contadini.
Del resto «Per anni gli agricoltori sono stati assistiti con sussidi a pioggia, depauperando così il loro modo di produrre e fare impresa, e oggi sono isolati e gabbati. Dobbiamo aspettare anche noi che la buona agricoltura ci muoia tra le braccia? Perché nessuno scende in piazza per difendere i contadini?»
Ecco, guardate: ce n'è voluto ma siamo arrivati, in zona Cesarini, a una frase sensata.
Il fatto è che in Italia, come del resto in tutta Europa, si produce molto più di quanto sia necessario per il consumo. E i prodotti agricoli, lo si insegna alla prima lezione di economia, sono caratterizzati da una forte anelasticità della curva della domanda: che sembra un concetto astruso, ma in soldoni significa che bene o male, in un anno, voi mangerete sempre la stessa quantità di cibo, indipendentemente dal fatto che i prezzi salgano o scendano. Certo, se le carote schizzano in alto magari mangerete più zucchine; ma se i prezzi di tutti i prodotti raddoppiano o si dimezzano, non per questo mangerete la metà o il doppio.
Questo fenomeno, dell'anelasticità della domanda, ha un effetto complementare sul prezzo: se aumenta l'offerta di prodotti, i prezzi scendono rapidamente, dato che come abbiamo visto i consumatori non è che si ingozzino come oche da fois gras; e viceversa in tempi di raccolti magri, come ci insegna la storia moderna, i prezzi schizzano alle stelle in quanto i consumatori, per quanto stringano la cinghia, hanno comunque bisogno di un apporto minimo di calorie, e se le contendono a qualunque prezzo.
Si tratta di un fenomeno economico conosciuto anche dagli studenti di liceo, ma evidentemente non dal Petrini, il quale lamenta dei sussidi a pioggia erogati agli agricoltori non sapendo, o facendo finta di non sapere, che sin dal dopoguerra tutta l'agricoltura europea lavora in perdita e campa esclusivamente sui sussidi della PAC (Politica Agricola Comune). Già: perché la CEE è nata principalmente per sostenere l'agricoltura, che già dalla metà degli anni '50 era un settore in crisi (e non a caso parallelamente è nata la CECA, al fine di sostenere un altro settore in crisi da sovraproduzione).
E' per questo che ci sono i sussidi agricoli; è per questo che ci sono i fenomeni dei contadini pagati per _non_ lavorare i campi; è per questo che ci sono le distruzioni delle arance e le quote latte: perché i consumatori non possono mangiare tre chili d'arance al giorno o bere due litri di latte.
Già: le quota latte: le stesse quote latte che ora penalizzano gli allevatori, e che sono ingiustamente penalizzanti per l'Italia, tanto che sotto il Pirellone bivaccano i trattori, a bordo dei quali ci sono quegli stessi allevatori che per aver sistematicamente evaso l'IVA sul latte prodotto si sono ritrovati le proprie quote assegnate non in base alla produzione reale, bensì in base a quella fatturata, dieci volte inferiore.
«Perché nessuno scende in piazza per difendere i contadini?» Forse, se ci pensa un po', ci arriva lo stesso Petrini.

* Mangiam Piano Ché Noi Siam Mica Come Quelle Merde Degli Americani

 

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