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mercoledì 3 novembre 2010

Chiacchiere e distintivo

Una premessa è necessaria: io non credo che i tempi siano maturi per la fine del potere di Silvio Berlusconi, ma è anche vero che io i pronostici li sbaglio con impressionante regolarità, e quindi magari il PresConsMin potrebbe anche dare le dimissioni e ritirarsi a vita privata.
I progressivi smarcamenti nel PdL potrebbero lasciar arguire che qualcosa del genere stia accadendo. I soggetti meno impresentabili se ne vanno o perlomeno prendono progressivamente le distanze, il che ha il non secondario effetto di far aumentare nel partito il peso dei pupazzi e delle macchiette: proprio come avviene in una soluzione che, per effetto dell'evaporazione dell'acqua, vede progressivamente aumentare la concentrazione dei sali tossici. E' possibile che questo processo si svolga nella forma di una reazione a catena: via via che il movimento fondato da Silvio Berlusconi (non ho proprio il cuore di chiamarlo partito) diviene ostaggio dei duri, per l'allontanamento dei puri, il clima potrebbe farsi insostenibile anche per coloro che adesso riescono a traccheggiare, e così via fino alla singolarità finale nella quale rimarrebbe un PdL formato da Berlusconi, Fede, Bondi e Stracquadanio, pronti a rifugiarsi nel Ridotto Alpino Valtellinese.

Ammettiamo per un attimo che proprio stasera, 3 novembre 2010, Berlusconi dovesse rassegnare le dimissioni e ritirarsi a vita privata, e proviamo a guardare la cosa con la prospettiva dello storico di domani: che cosa vedremmo e quale giudizio ci faremmo su questi tempi?
Innanzitutto il 4 novembre ci sembrerebbe molto simile al 26 luglio di sessantacinque anni fa, quando era più facile trovare un chilo di caffè o di cioccolata nei negozi che un fascista per istrada: eccezion fatta per i fedelissimi succitati, pronti ad immolarsi con il capo, tutti gli altri, da Cicchitto alla Santanché, rivendicherebbero la propria purissima estraneità alla politica di questi anni. Cosa non difficile né ridicola, considerato il precedente storico di quel membro del Comitato Centrale del PCI e direttore dell'Organo Ufficiale del Partito Comunista che afferma di non essere mai stato comunista in vita sua.
Ma l'attenzione dello storico non s'incentra tanto sul 26 luglio, che è una data d'interesse per il sociologo dei costumi, quanto sul 24 luglio: vale a dire sulla seduta del Gran Consiglio: perché, è bene ricordarlo sempre, il fascismo in Italia si è autodissolto, non è stato rovesciato dalle opposizioni.
Certo, nella la situazione del 1943 gli italiani avevano molte attenuanti: i sedici anni di dittatura e lo stato di guerra, che rendevano oggettivamente assai difficile il lavoro degli oppositori, perlopiù in esilio.
La situazione del 2010 è ben diversa, e se è vero che Berlusconi non ha la statura politica* di un Mussolini, è altrettanto vero che le opposizioni di oggi, pur avendo un'agibilità poliltica infinitamente maggiore di quelle di allora, nei fatti agiscono in modo infinitamente meno incisivo.
Diciamocelo chiaramente: se Berlusconi dovesse cadere oggi, non sarà per effetto delle insostenibili spallate di un'opposizione di sinistra che lo avrà messo di fronte alle contraddizioni politiche di quindici anni di malgoverno. Sarà per lo sfilarsi di una fronda interna al movimento da lui fondato.

Me lo sento già, lo sdegno di un mio nipotino che nel 2050 dovesse studiare la storia contemporanea, e chiedermi come sia stato possibile che un popolo con un sistema sanitario e scolastico a pezzi abbia accettato senza colpo ferire un regalo di tre miliardi ad Air France. Come abbia potuto darsi che una cricca di affaristi pregiudicati** abbia potuto distruggere la situazione idrogeologica di un Paese, facendolo arrivare al punto di non poter reggere ad un giorno intero di pioggia autunnale. Come io, suo nonno, abbia potuto accettare senza ribellarmi*** una deriva dell'informazione fatta di veline e menzogne, di case di cartapesta spacciate per solidi mattoni; di progetti di ponti avveniristici che sottaciono la mancanza di benzina nei serbatoi delle auto della polizia e di carta igienica nei cessi degli asili.
E, soprattutto, mi sento già lo sdegno di quel nipote che, arrivato al capitolo sulla caduta del regimetto, dovesse scoprire che la scintilla finale che fece cadere tutto non fu lo sbarco degli americani in Sicilia né il bombardamento di San Lorenzo, bensì una telefonata di raccomandazione e le fotografie di un troione mitomane.
Pensando a tutto ciò, mi auguro che Berlusconi arrivi alla fine della legislatura, per essere esautorato dal voto popolare e non dal sospetto di satiriasi. Poi penso che in fondo, per quanto infinitamente ridicolo, è stato meglio mandare Al Capone in galera per evasione fiscale piuttosto che non mandarcelo affatto: e allora ben vengano i troioni, se non siamo stati capaci di dare l'importanza che meritavano alle C.A.S.E., ai Lunardi, ai Mills.


* Precisiamo, a scanso di querele, che intendiamo qui il concetto di statura politica come una grandezza scalare, non vettoriale.
** lapsus calami freudiano. Il lettore aggiunga una "S" in principio di parola.
*** Certo, potrei giustificarmi dicendo che scrivevo su di un blog. Immagino che se lo facessi mi toglierebbe il catetere e mi lascerebbe morire affogato nel mio piscio.

domenica 5 settembre 2010

Il processo breve

Sembra dunque che Berlusconi abbia deciso di non calcare la mano sul processo breve. Forse farà inventare a Ghedini nuovi metodi per sfuggire alla sentenza di primo grado, o forse no.
Sta di fatto che io tutto questo suo accanimento non l'ho mica compreso tanto bene. Infatti, malgrado tutte le sospensioni della prescrizione che finora si sono succedute, una cosa possiamo darla per certa: vale a dire che anche in caso di condanna in primo grado, il processo d'appello non potrebbe mai arrivare a concludersi prima della scadenza del termine oltre il quale i giudici dovrebbero pronunciare il non luogo a procedere.
Berlusconi pertanto potrebbe venir sì condannato, ma poi si avvarrebbe della prescrizione: come già è successo in altri casi (ad esempio nel processo per corruzione semplice relativo al Lodo Mondadori).
Ora, è vero che in un altro paese un capo del governo condannato in primo grado non avrebbe vita semplice e probabilmente dovrebbe rassegnare le dimissioni; ma non riesco ad immaginare che Berlusconi si farebbe molti problemi a far partire il cancan dei mezzi di comunicazione a lui asserviti per trasformare la prescrizione in un'assoluzione con formula piena.
Può essere quindi che il nostro semplicemente abbia fatto i suoi conti e abbia capito che piuttosto che rompere con i fininiani, e con quella parte del suo elettorato che certo non vedrebbe con troppo favore quella che giustamente è stata definita "amnistia mascherata", forse forse gli conviene ripetere il giochetto di sempre e scatenare i Minzolini e i Feltri per ripulirsi la fedina.

mercoledì 25 agosto 2010

Guardare avanti

Ieri Veltroni ha scritto la sua lettera, e Bordone l'ha commentata punto per punto da par suo. L'avrei fatto anch'io, ne avevo voglia: ma sependo che Matteo ci sarebbe riuscito molto meglio di quanto io non avrei potuto fare, ho preferito limitarmi a scrivere un'altra lettera (a dire il vero si tratta di una cosa fatta a due mani, ma vabbe').
Insomma, ci siamo divertiti un po', e ringraziamo per questo l'Innominabile. Ora però è il momento di diventare seri.
Quella lettera al Corriere dimostra una serie di cose. Anzitutto, che Veltroni è malato. Grave.
Si chiama psicosi quel disturbo psichiatrico che, per prendere la definizione di Wikipedia, comporta alterazioni del flusso ideativo fino alla fuga delle idee e all'incoerenza, alterazioni dei nessi associativi come la tangenzialità, le risposte di traverso, i salti di palo in frasca. E ditemi voi se in una frase come "quasi sessanta [governi] in cinquanta anni, come l'andamento del debito pubblico testimonia in modo agghiacciante" non si riscontra una grave alterazione del senso associativo; se "senza Berlusconi in Italia potremo finalmente avere un vero bipolarismo" non dimostra incoerenza; se "sono stato tra i pochi che si sono fatti da parte davvero (caricandomi responsabilità certo non solo mie)" non dimostra tangenzialità e se, infine, "se un milione e mezzo dei 38 milioni di votanti avesse scelto il centrosinistra riformista invece di Berlusconi ora saremmo noi a guidare il Paese" non dimostra fuga disperata delle idee.
La lettera inoltre dimostra, anzi conferma, ciò che sappiamo da tempo: che il Puffo Triste è un mago nell'uso degli aggettivi e degli avverbi; peccato che la lettera sia piena solo di quelli, mentre difetti drammaticamente di sostantivi e predicati. Non un solo concetto, ha espresso il meschino. Aria fritta: condita con aromi tropicali, ma pur sempre aria fritta.

Perché questo pippone, vi starete chiedendo: semplice: perché una cosa è necessario ricordarla, in ogni momento che Dio ci concede su questa terra; una cosa dev'essere il nostro ultimo pensiero prima di andare a letto e il primo quando ci svegliamo.
Noi abbiamo rischiato (poco, ma abbiamo rischiato) di essere governati da Valter Weltroni. Concentratevi bene su questa frase: governati da Walter Veltroni. Grazie al perverso meccanismo maggioritario-bipolare, del quale non a caso Veltroni è uno dei maggiori sostenitori e che fosse per lui avrebbe inasprito, abbiamo rischiato di trovarci per anni in balìa di un folle psicopatico. Uno che avrebbe affrontato la crisi economica a colpi di aggettivazioni suadenti.
Uno che di fronte al terremoto dell'Aquila avrebbe inviato casse di libri, con l'effetto che ben conosce chi abbia visto La Grande Illusion o abbia letto il Don Chisciotte.
Io, lo dico con franchezza e sapendo che alcuni leggendomi troveranno una conferma dell'opinione, sbagliata, che hanno di me, sono F.E.L.I.C.E che a Palazzo Chigi ci sia Berlusconi. Che sarà pure un ladro, un truffatore, un mezzo mafioso, e magari potrebbe anche essere un pedofilo e uno spacciatore di crack. Ma non è un cretino.
E se devo farmi governare da qualcuno, preferisco di gran lunga un brigante che un cretino: perché il brigante fa gli interessi suoi e poi, magari, in fondo in fondo, una volta messosi al sicuro, farà anche i miei e quelli della collettività. Un cretino, invece, è capace solo di fare del male a sé stesso e a tutti gli altri.
Quando ci saranno nuove elezioni; quando si discuterà di nuove leggi elettorale, ricordatevi senpre cosa vuol dire bipolarismo o bipartitismo: ricordate sempre che il maggioritario rischia di obbligarvi a scegliere tra Berlusconi e Veltroni. Se lo farete, rabbrividerete come me e vi augurerete il ritorno al proporzionale più puro.

martedì 24 agosto 2010

Meglio 'nu mal'accordo ca 'na causa vinciuta

Una delle prime udienze di verifica del passivo a cui partecipai, quasi vent'anni fa, ebbe luogo a Napoli. Il Giudice Delegato era uno con la faccia da paracadutista, il pizzetto alla Italo Balbo, e gli mancava solo il calamaio ricavato da una granata inesplosa per somigliare in tutto e per tutto all'ardito di fronte al quale Sordi e Gassman, nella Grande Guerra, si contendono l'ultimo posto mancante nella squadra degli incursori.
Alle spalle aveva l'intera collezione dei calendari dei Carabinieri, e sapevo che pochi giorni prima aveva sbattuto dentro un collega di un'altra banca per concorso in bancarotta fraudolenta, in una vicenda nella quale il poveretto non aveva alcuna colpa se non quella di non essere stato oltremodo prudente.
Uno tosto, insomma. Eppure alle sue spalle non campeggiavano massime morali edificanti né era appesa una giustizia con la spada sguainata: c'era invece un cartello, forse addirittura una fotocopia, che recitava "Meglio 'nu mal'accordo ca 'na causa vinciuta".
E' questo un detto napoletano ben noto, ma potete immaginare la mia sorpresa nel trovarlo nella stanza di un giudice, e di un giudice di quella fatta, per giunta! Eppure, come ebbi a imparare negli anni successivi, tale motto in Italia risponde tragicamente al vero.
I tempi delle giustizia; l'alea delle decisioni; la contradditorietà di molte leggi, che in un punto dicono una cosa e nell'altra il suo contrario, obbligando l'interprete ad astrusi castelli logici; l'assenza di un sistema efficace per il ristoro delle spese legali sostenute dal vincitore della controversia: tutto ciò fa sì che sia di gran lunga meglio, per chi viene chiamato in giudizio ed ha la matematica certezza delle proprie ragioni, addivenire ad un accordo rimettendoci un po' del suo piuttosto che dover affrontare tutti i gradi giurisdizionali.

Tutte queste cose Repubblica le conosce benissimo; e ciononostante ha continuato a battere la grancassa della legge ad aziendam, dapprima con i giornalisti veri e propri, poi facendo intervenire gli intellettuali scandalizzati (e se voi immaginaste quanto mi fa ridere l'idea di un intellettuale che dapprima si scandalizza e poi va allo Strega, come concorrente o come giurato!), ed infine con le lettere dei lettori.
Una delle principali questioni che vengono aperte è: "perché la Mondadori, se è tanto certa di aver ragione, dopo aver vinto due volte non affronta anche il terzo grado di giudizio e preferisce pagare otto milioni?". Noterete l'aporia: dapprima si accusa Mondadori di aver truffato l'Erario grazie al suo mero proprietario, per risparmiare un mare di soldi; dopodiché la si accusa per aver pagato anziché resistere in giudizio.
Non parliamo poi della rete: Francesco Costa ha avuto la cortesia di citare in un suo post i miei pezzi, e ha dovuto sopportare con stoica pazienza un dialogo con lettori che dimostravano o di non essere riusciti a leggere il suo e i miei post, o di non essere riusciti a capire quel che avevano letto, in quanto costantemente sfuggivano dalla questione, unica, di cui stiamo parlando: vale a dire dello stato della causa pendente.
Provo allora, ancora una volta, a riassumere per punti schematici la questione, in un supremo sforzo di chiarezza.
A) la Mondadori aveva in essere con il Fisco un contenzioso da centinaia di milioni;
B) Mondadori ha vinto il contenzioso nei due gradi di giudizio finora svoltisi;
C) l'Erario è ricorso per Cassazione;
D) Mondadori ha chiuso la questione pagando il 5% del valore della causa;
E) in astratto, il 5% corrisponde alla probabilità di vittoria di una parte in Cassazione dopo aver perso nei due precedenti gradi di giudizio;
F) per tale motivo, sempre in astratto, una transazione al 5% nell'ultimo grado di giudizio fa parte della comune prassi commerciale tra imprenditori e in genere tra soggetti privati;
G) l'Erario non segue la prassi che seguono i privati, per una serie di motivi tra i quali, principalmente, a) il fatto che approvare una transazione potrebbe comportare una responsabilità amministrativa del funzionario pubblico e persino un'accusa di peculato, corruzione o concussione e b) il fatto che le spese del giudizio non sono sostenute dal soggetto che decide di ricorrere, bensì dal pubblico c) il pubblico funzionario, piuttosto che rischiare un'accusa amministrativa o penale, le cui spese pagherebbe di tasca propria anche in caso di assoluzione, preferisce di gran lunga non decidere nulla e quindi andare aventi nei giudizi, anche i più campati in aria, facendone pagare le spese allo Stato;
H) il Governo Berlusconi ha approvato una legge che in questo caso specifico elimina la discrezionalità del funzionario pubblico e quindi consente una sorta di transazione obbligatoria a richiesta di parte;
I) Berlusconi è il capo del Governo ed è il (mero) proprietario di Mondadori.

Stringi stringi, la questione è tutta in quella (I), e non negli altri punti. Se il contenzioso con il fisco fosse stato chiuso da De Benedetti, certo nessuno (salvo forse Feltri, ma lui è profumatamente pagato per farlo) si sarebbe scagliato contro di lui. Ma dato che il contenzioso è sato chiuso da un'azienda di Berlusconi, ecco che scoppia il can can: la legge è una vergogna perché ha consentito ad un'azienda di Berlusconi di cavarsela. La legge è una vergogna perché è la dimostrazione palmare del conflitto d'interessi.
E' un atteggiamento stupido.
Le leggi vanno valutate anzitutto per quel che sono, e solo dopo per gli eventuali vantaggi che qualcuno ne può trarre. La legge sulla definizione dei contenziosi fiscali è una buona legge, perché consente a tante imprese vessate dal fisco (l'essere state vessate è dimostrato dalla soccombenza del'Erario nei giudizi di merito) di chiudere la partita e sistemare i propri bilanci, affrontando la crisi con maggiore tranquillità. La legge sul processo breve è una pessima legge perché non risolve uno solo dei problemi della giustizia penale ma ha come unico effetto un'amnistia indiscriminata e di fatto per i soggetti che possono permettersi i migliori difensori.
Sia la legge sul contenzioso fiscale che quella sul processo breve convengono a Berlusconi. Ma se l'una è una buona legge, e l'altra una pessima legge, è profondamente sbagliato fare di tutt'un'erba un fascio e scagliarsi contro entrambe. In primo luogo, perché si annacqua l'opposizione a Berlusconi in una sorta di notte in cui tutti i gatti sono bigi, e in secondo luogo perché ciò è costituzionalmente sbagliato.
E' evidente che Berlusconi ha interessi ovunque. Ma la Costituzione afferma che Berlusconi ha il diritto di elettorato attivo e passivo: può votare, può fare il parlamentare, il capo del governo e persino il presidente della repubblica.
In astratto è certo possibile disciplinare con una legge le situazioni di "conflitto d'interesse", ma attualmente così non è, ed è del tutto cretino pensare che l'attività di Governo dell'Italia di oggi debba essere improntata al rispetto di una legge che non esiste e che neppure il Governo di orientamento politico opposto a Berlusconi ha messo in cantiere.
Si può versare un oceano d'inchiostro per descrivere come dovrebbe essere fatta una legge di questo genere; ma finché non sarà stata approvata dai due rami del Parlamento e firmata dal Presidente della Repubblica, Berlusconi e il suo governo devono governare producendo buone norme.
Quella sul contenzioso fiscale è una norma buona, e pertanto dovrebbe essere fatto, per una volta, un plauso al governo che l'ha proposta e fatta approvare, riservando i fischi, le paginate di intellettuali e le manifestazioni di piazza ai disegni di legge cattivi, che non mancano di certo.

domenica 22 agosto 2010

Rimangio la parola data

Avevo detto che non sarei tornato più sull'argomento Mondadori, ma sono costretto a rimangiarmi la parola data.
Oggi Repubblica pubblica l'ennesimo paginone su quella che il giornale di De Benedetti continua a chiamare legge ad aziendam. Il nuovo articolo non contiene niente di nuovo, e in particolare nulla ci dice né sulla natura del contenzioso tra l'editrice e il fisco, né sui motivi per i quali le sentenze di primo e secondo grado, favorevoli a Mondadori, sarebbero viziate e pertanto suscettibili di esser cassate né, infine, su eventuali indebite pressioni in forza delle quali si possa presupporre o anche solo sospettare che dette sentenze siano state pronunciate da collegi non imparziali.
Viene anche pubblicata, ed è questa la novità, una lettera di Mondadori che dice, in buona sostanza, esattamente ciò che io avevo ripetutamente affermato nei giorni scorsi: vale a dire che, avendo la società vinto in due gradi di giudizio, essa oggi nulla deve al fisco.
Risponde alla lettera Massimo Giannini, con poche righe che nuovamente brillano per ipocrisia.
Afferma, il Giannini, che la lettera doi Mondadori "non smentisce una sola riga della ricopstruzione fatta da Repubblica": e ciò è falso. E' falso perché il giornale ha sempre usato l'indicativo presente (Mondadori deve al fisco 350 milioni), mentre Mondadori afferma, e giustamente, di non dovere al fisco alcunché.
Si chiede poi, il Giannini, perché mai Mondadori, se è così certa del suo buon diritto, non abbia ritenuto preferibile affrontare il giudizio di Cassazione anziché pagare la bellezza di 8 milioni e rotti a fronte di un debito da lei affermato inesistente. La domanda è suggestiva, e capace di far presa sul lettore, ma anche qui Giannini, che è persona intelligente e preparata, bara sapendo di barare.
Io faccio da quasi vent'anni questo mestiere, e innumerevoli volte mi sono trovato a gestire cause passive: cause cioè intentate da terzi nei confronti della Banca per cui lavoro alla quale i terzi stessi hanno chiesto a vario titolo dei soldi. Ci sono stati alcuni casi in cui la Banca aveva torto, molti nei quali aveva ottime ragioni e svariati in cui ero assolutamente certo che la parte che rappresentavo avesse ragione al 100%. Ciononostante, anche in questi ultimi casi spesso io stesso ho proposto di transigere, pagando qualcosa. E' un comportamento del tutto normale per chi fa questo mestiere, e ci sono ottime ragioni per farlo.
L'alea del giudizio, anzitutto: un processo non è una corsa di cavalli, ma purtuttavia non è neppure un'espressione matematica della quale possa affermarsi con obiettiva certezza che il risultato è uno e uno solo, e che gli altri risultati sono sbagliati. Possono esserci revirements giurisprudenzali, come amiamo chiamarli, che cambiano le carte in tavola (è il caso, ad esempio, dell'anatocismo, che fino al 1999 è stato applicato nella più limpida buona fede e nella consapevolezza che fosse perfettamente legittimo, sulla scorta di una costante e cinquantennale giurisprudenza, e che a un tratto la Cassazione ha deciso non essere lecito).
C'è poi l'alea connaturata a qualunque evento futuro: nessuno avrebbe potuto pensare che l'Italia non vincesse contro la Nuova Zelanda, ma così è accaduto. Il futuro è incerto, per definizione: e anche se un evento ha una probabilità del 99% o del 95% di accadere, non si può non tener conto del residuo 1% o 5%.
Tenere aperta una causa, inoltre, è antieconomico. Per un privato ci sono le spese per gli avvocati, che non sono poca cosa; ma per una società quotata ci sono tutta una serie di adempimenti onerosi. I revisori dei conti pretendono di verificare trimestralmente lo stato della causa, chiedono spiegazioni e documenti. Nella nota integrativa di bilancio deve esser dato conto della pendenza della lite; e per importi di questo tipo gli analisti finanziari che studiano dall'estero gli andamenti del titolo devono valutare l'incidenza del rischio e apportare le correzioni da loro ritenute opportune al fine di riclassificare i dati patrimoniali per tenerne conto. Dato che questi analisti sono stranieri, essi non fanno -né si può pretendere che facciano, non avendo accesso alle carte- una valutazione analitica del rischio, e quindi applicano dei coefficienti forfettari di valutazione.
Né questi analisti possono prendera alla base della loro valutazione di rischio la congruità dell'accantonamento a bilancio: essendo società quotata, Mondadori è tenuta alla redazione del bilancio secondo gli standard IAS, il che significa che non può effettuare accantonamenti analitici in dipendenza di una causa passiva il cui esito sia ritenuto favorevole con probabilità superiore al 50%: e certo l'aver vinto in doppio grado di giudizio fa sì che la probabilità di vittoria nel giudizio di legittimità sia da ritenersi sicuramente superiore a detta percentuale.
Mondadori, insomma, ha fatto ciò che il Gruppo Editoriale L'Espresso, così come qualsiasi altro imprenditore avveduto, avrebbe fatto se si fosse trovato nella medesima situazione. Giannini fa notare che Mondadori ci si è trovata perché il Presidente del Consiglio ha voluto far approvare quella legge, il che è indubbiamente vero; ma altrettanto vero è che quella stessa legge è un'opportunità per la generalità delle aziende che si trovano a dover affrontare contenziosi portati avanti dal fisco al di là di qualunque ragionevolezza.
Vale la pena di rammentare che l'imprenditore che intraprende una causa campata in aria paga di tasca propria le spese, e quindi raramente dopo aver perso in due gradi di giudizio pensa a ricorrere in Cassazione (ciò succede solo in presenza di questioni di diritto veramente controverse, o in presenza di seri problemi caratteriali dell'attore): la probabilità di perdere ancora è enorme, e i costi pure.
Anche il fisco paga i costi dei ricorsi persi, ma non la fa di tasca propria il Direttore dell'Agenzia delle Entrate: i costi di quei ricorsi sno pagati dall'Erario, vale a dire da tutti noi, ed è per questo che l'Agenzia può permettersi di coltivare cause perse in partenza: perché i relativi costi gravano su tutti e quindi, in fondo, su nessuno in particolare che ne debba rispondere di persona.

sabato 21 agosto 2010

Una repubblica presidenziale

Nei giorni scorsi abbiamo ferocemente criticato Repubblica per la campagna condotta a tambur battente sulle proprie pagine in relazione alla nuova normativa sulla definizione transattiva dei contenziosi fiscali giunti in Cassazione. Quelli di Repubblica hanno molta più pazienza di me e continuano a battere ogni giorno sullo stesso tasto, mentre io quel che avevo da dire l'ho già detto, per cui mi taccio.
Certo, questa insistenza, che non è stata ripresa da alcun altro organo d'informazione (e ciò per ammissione dello stesso giornale che conduce la battaglia), appare bizzarra: sembrerebbe quasi che il giornale di De Benedetti abbia dei propri conti in sospeso con la casa editrice che ora appartiene a Berlusconi; ma qui non samo andreottiani e non ci permettiamo di pensar male in quanto non sempre ci si indovina.

Per tranquillizzare i cinque lettori del blog, che potrebbero credere che anche io abbia una questione personale, ma con il quotidiano fondato da Scalfari, cambierò argomento e parlerò di un'altra questione che sta a cuore a Repubblica, tanto da avervi dedicato una corposa serie di articoli.
Come ben sapete, le truppe del PresConsMin da un po' di tempo affermano che in caso di rottura della maggioranza che attualmente sostiene il governo non si potrebbe che andare alle elezioni. La questione è stata avanzata da vari esponenti, variamente motivata e alcune volte ritrattata, anche a seguto degli interventi del Quirinale. Repubblica ha dedicato, come dicevo, ampio spazio ad articoli di illustri costituzionalisti che hanno spiegato con grande competenza perché la pretesa del PdL sia una fola che non sta né in cielo né in terra.
L'unico problema è che, a mio avviso, queste spiegazioni sono risultate un po' troppo tecniche, talché mentre appaiono del tutto chiare a una persona con una certa infarinatura di diritto costituzionale (e che perciostesso non ne avrebbe avuto bisogno), di contro possono risultare ostiche o fumose a chi nella vita si occupi di tutt'altro.
Secondo me è un peccato, dato che la spiegazione poteva essere fornita, a mio parere, anche in modo molto più semplice consentendo al grande pubblico di costruirsi meglio la propria opinione: per cui ci provo.
La tesi di Berlusconi e dei suoi portavoce è che con la nuova legge elettorale, che consente e anzi di fatto obbliga i partiti a costituire schieramenti e a designare un capo il cui nome viene indicato nella scheda elettorale, sia avvenuta una rivoluzione nella nostra "Costituzione materiale". Quest'ultimo termine per i costituzionalisti indica una parte di norme che non sono esplicitamente scritte nella Carta, ma sono andate ad integrarla in alcuni punti, per effetto della consuetudine e della prassi.
Dicono, i seguaci del PresConsMin, che per effetto della designazione di Berlusconi come capo dello schieramento che ha vinto le elezioni, il popolo gli abbia conferito il mandato di governare; e dato che la sovranità appartiene al popolo ai sensi dell'art. 1 della Costituzione (nientemeno!) nessun altro possa porre in essere alcunché in ispregio a tale indicazione: pertanto né Napolitano potrebbe conferire un incarico ad altri se non Berlusconi, né i parlamentari potrebbero votare la fiducia o la sfiducia, se non in conformità all'indicazione dello schieramento nelle file del quale sono stati eletti. Quest'ultimo punto poi sarebbe rafforzato dalla circostanza che i parlamentari attualmente non sono scelti dal popolo bensì di fatto nominati dalle segreterie degli schieramenti stessi, anche se la cosa viene fatta passare sotto silenzio perché il porcellum è già talmente inviso a gran parte dell'opinione pubblica da non costituire un valido appiglio dialettico.
Il discorso fila liscio ed è ben argomentato: ma è un mero sofisma, costruito da chi è abile a giocare con le parole ma che si può smontare facilmente una volta trovato il bandolo della matassa.

Bisogna sapere, anzitutto, che il concetto di "Costituzione materiale" esiste, ma si tratta di regole che possono integrare, ma non certo emendare o smentire, quelle della "Costituzione formale", vale a dire quanto sta scritto nero su bianco nel testo ufficiale.
Ora, nella nostra Costituzione ci sono ben due articoli che dicono l'uno che il Presidente della Repubblica sceglie il Presidente del Consiglio dei Ministri, e l'altro che i parlamentari esercitano la loro carica senza vincolo di mandato, cioè senza rispondere del proprio voto ad alcuno se non alla propria coscienza (e, in caso di ricandidatura, ai futuri elettori).
Ora, ammettiamo pure che con la nuova legge elettorale sia avvenuto un mutamento della forma costituzionale dello Stato, che ora sarebbe di fatto una Repubblica presidenziale, o anche solo che la legge in questione possa influire, sia pur minimamente, sulle prerogative del Presidente della Repubblica o sulla libertà del parlamentare eletto. Ebbene, ciò non è possibile.
La nostra infatti è una Costituzione rigida, vale a dire una Costituzione che non può essere modificata con una legge ordinaria; e dato che la legge elettorale è stata approvata in forma ordinaria, i casi possibili sono solo due: A) la legge elettorale non vìola la Costituzione (e pertanto quanto affermano i Berlusconiani è fuffa) oppure B) i Berlusconiani hanno ragione (e pertanto la legge elettorale vìola la Costituzione e, quindi, è incostituzionale).
E' questo un classico caso in cui tertium non datur: bisogna scegliere se stare dalla parte A) o dalla parte B), ma in ogni caso non si può stare dalla parte di Berlusconi.

Sarebbe bello poter dire che in conseguenza di quanto sopra indicato il porcellum è incostituzionale, ma, ahimè, ciò non è per nulla scontato: difatti uno dei principi del nostro ordinamento è che le norme vanno interpretate non isolatamente, bensì anche nel quadro sistematico delle altre norme, prima fra tutte la Costituzione. E, pertanto, se è possibile dare più interpretazioni di una legge, deve essere scelta tra queste quella che rispetta la Costituzione: solo qualora non vi sia alcuna scelta in tal senso possibile, infatti, una legge può essere dichiarata incostituzionale.
Ci teniamo il porcellum, dunque; ma possiamo rimandare al mittente la pretesa di Berlusconi e accoliti di avere, essi soli, il diritto di governare.

giovedì 19 agosto 2010

Ancora un poco

Oggi Repubblica ritorna sulla questione della legge ad personam salva Mondadori, con un lunghissimo articolo a firma di Massimo Giannini: conta infatti ben 2223 parole nell'edizione pubblicata sul web, ma a vederla stampata sembrano molte di più, le parole spese.
Giannini non è uno dei pasdaran del quotidiano, e quindi la cosa ha suscitato ancor più il mio interesse.
In effetti l'analisi che avevo fatto nel post precedente era un po' semplicistica, e va integrata distinguendo i vari piani interpretativi.
Noi abbiamo di fronte un'azienda alla quale il Fisco (o meglio: l'Agenzia delle Entrate) ha chiesto un bòtto di soldi. Per capire bene il fenomeno, è importante cominciare a comprendere che quando il Fisco chiede dei soldi lo fa allo stesso titolo con cui lo fa un soggetto privato: la sua richiesta non statuisce il diritto di ricvevere la somma, esattamente come quando io pretendo che il mio vicino di casa mi paghi un importo perché il suo gatto mi disturba con il suo miagolìo, non per questo ho diritto di ottenere il risarcimento che chiedo.
Certo, questa è una semplificazione, ma le cose stanno in fondo in fondo proprio così: il Fisco è un soggetto pubblico, ma non per questo ha necessariamente ragione.
Due gradi di giudizio hanno statuito che il Fisco aveva torto: questo è un dato di fatto. Giannini sottolinea che la Mondadori era assistita dallo studio di Tremonti, non ancora ministro dell'Economia. Anche questo è un dato di fatto, ma il modo stesso con cui la circostanza è presentata nell'articolo induce il lettore a ritenere che Tremonti abbia potuto influire sulla decisione delle Commissioni Tributarie, il che è una fallacia del tipo post hoc ergo propter hoc.
Mi ripeto: se Repubblica ha delle prove della corruzione, o perlomeno delle indebite pressioni, nei confronti delle due Commissioni Tributarie, deve tirarle fuori: come ha sempre fatto con tutte le questioni riguardanti la cosiddetta P3. Se tali prove non ci sono, quelle di Giannini, e di chi l'ha preceduto, sono solo insinuazioni, che non dovrebbero avere spazio in un giornale che si pretende serio.
Poi c'è tutta la questione delle modalità con le quali sono avvenute due cose: da un lato, la remissione della causa alle Sezioni Unite della Cassazione, avocando la stessa dalla Sezione Tributaria; dall'altra, le modalità con le quali è entrata in vigore la normativa riguardante la transazione fiscale dei soggetti che avessero vinto i ricorsi tributari nei due gradi del giudizio di merito.
Parliamo anzitutto dell'attribuzione alle Sezioni Unite: è un fatto non frequente, ma non eccezionale e neppur raro: si va alle Sezioni Unite, su decisione del primo Presidente, "sui ricorsi che presentano una questione di diritto gia' decisa in senso difforme dalle sezioni semplici, e su quelli che presentano una questione di massima di particolare importanza". Noi non sappiamo, perché Repubblica, pur così informata, non ce lo dice, quale sia la motivazione con la quale il Presidente Carbone ha disposto la rimessione alle Sezioni Unite: l'articolo si dilunga sull'età di Carbone, sull'innalzamento del termine del pensionamento, sui suoi coinvolgimenti con Carboni e Lombardi: ma non ci dice quale sia la motivazione con la quale ha rimesso la causa. L'articolo, quindi, alimenta un sospetto: che Carbone abbia rimesso la causa come corrispettivo di quanto ottenuto dal Governo: ma senza una spiegazione sui motivi di rimessione, questo rimane un mero sospetto. C'erano già dei precedenti, sulla materia in discussione? Erano precedenti conformi o c'era una difformità giurisprudenziale? Qual era la questione di massima? era o non era di particolare importanza? Non lo sappiamo; e non credo che Giannini non lo sappia: semplicemente non ce lo dice. Forse non lo dice perché si tratterebbe di materia troppo tecnica e noiosa e quindi non "giornalistica": ma avendoci gia intrattenuto assai, credo che qualche riga sul tema non sarebbe stata sprecata.
Veniamo infine al tema dell'iter di approvazione del'emendamento salva Mondadori. Non nego che nella ricostruzione di Repubblica l'atteggiamento del Governo e del parlamentare che ha presentato l'emendamento appaia quanto meno sospetto, ma anzittto questo sospetto non fa venir meno le considerazioni espresse poco sopra, vale a dire il fatto che Mondadori avesse già vinto in due gradi di giudizio e che pertanto, al momento dell'approvazione del'emendamento, NULLA doveva al Fisco. In secondo luogo, è forse il caso di rammentare che l'emendamento si inseriva in un pacchetto di provvedimenti che dovevano liberare risorse finanziarie dalle imprese per consentire loro di affrontare la crisi: e liberare accantonamenti appostati in bilancio a fronte di impegni fiscali, per i quali si sia già vinto due volte in giudizio, mi sembra che ben possa andare in questo senso.
Certo, sarebbe molto meglio che lo Stato e gli Enti Pubblici (ASL in primis) pagassero i creditori: questo come provvedimento anticrisi sarebbe molto più efficace della definizione transattiva dei contenziosi tributari arrivati in Cassazione ad iniziativa dell'Agenzia delle Entrate; ma per far ciò ci vogliono denari che Tremonti non ha; mentre per la definizione di questi contenziosi non solo non ci vogliono denari, ma anzi si fa cassa.
In conclusione: l'articolo di oggi non spiega: ribadisce quanto già detto in precedenza da Repubblica (la quale si vanta, e non a caso, di aver dato la notizia "in splendida solitudine"); ma non spiega punto. Allunga la frittata ma non dà né all'uomo della strada né al tecnico del diritto alcuna notizia né nessun indizio in grado di chiarire se il torto di Mondadori sia una mera idea del direttore del giornale o un qualcosa con un fondamento un minimo più solido.
In assenza di questi chiarimenti, la cosiddetta "informazione" di Giannini e della redazione è un po' come quella che Don Basilio suggerisce a Don Bartolo: una ridda di voci che alla fin trabocca, e scoppia, si propaga si raddoppia e produce un'esplosione come un colpo di cannone.
A questo punto, che differenza c'è tra Giannini e Travaglio? E tra Mauro e Padellaro?

venerdì 13 agosto 2010

Forse è ora di cambiar giornale

Quando uno deve incazzarsi ogni volta che apre il giornale, e ciò malgrado la linea politica di fondo del medesimo coincida con la propria, forse è ora di risparmiare quell'eurino all'edicola o di investirlo in fogli meno cialtroni.
Qualche giorno fa mi sono incazzato per quel demenziale articolo di uno dei miei bersagli d'elezione, quel Carlo Petrini di cui abbiamo già parlato anche qui e che incarna alla perfezione il modello del luddista-chic. Questo imbonitore da fiera di paese persegue con ammirevole costanza il proprio scopo, che è quello di farsi lautamente retribuire per dire qualche ovvietà condita in una salsa di reminiscenze ancestrali e di nostalgia per i bei tempi che furono. Repubblica ha ospitato un suo lunghissimo e verboso pezzo nel quale parla di un campo coltivato con semi OGM, facendo intendere che da quel piccolo appezzamento di terreno sarebbe partita la rovina e la desertificazione dell'Italia intiera.
Il punto è che l'articolo è infarcito di falsità, come spiega assai bene il buon Bressanini: falso il fatto che quei semi possano far male alla salute dell'uomo (anzi!, suggerisce Bressanini); falso il fatto che fosse urgente distruggere quel campo, in quanto essendo le piante già fiorite non hanno modo di infestare i campi limitrofi; falso infine il fatto che quella coltivazione fosse illegale. E si tratta di falsità in ordine crescente di certezza, dato che possiamo anche invocare qualche diavolo di principio di precauzione, che ha la stessa validità scientifica dell'uomo nero per far addormentare i bambini, ma non possiamo certo dubitare della vigenza o meno di un regolamento europeo, anche se Zaia finge di non conoscerlo.
Pochi giorni dopo un branco di montati, gente del tipo di quelli che vanno a liberare le cavie dai laboratori, per dire il sottogenere umano, è andato a distruggere il campo segnalato dal Petrini. Il quale, se vi fosse un magistrato a Pordenone, dovrebbe essere riconosciuto colpevole di concorso nella devastazione, come stabilisce il Codice.

Dato che sono in condizioni di connettività precarie avevo pensato di tener la cosa per me, ma ieri mi sono letto un'altra intemerata del balordo, e non sono più riuscito a trattenermi. Questo articolo ha finalmente messo il Petrini nella luce che si merita: quella di un nostalgico dell'ancien régime: un uomo fuori dal suo tempo che sogna una società in cui pochi eletti possano godere delle gioie della vita e della gola, mentre tutt'attorno frotte di popolani avviliti e luridi pagano le decime e scendono nei profondi pozzi delle miniere di carbone, avendo per unico nutrimento una fetta di pane nero con un pezzetto di Camembert, ma piccolo.
Il Petrini, quello stesso che ha passato una vita a lamentarsi perché le genti che debbono arrivare alla fine del mese comperano il Castellino al posto del Barbaresco, senza riuscire a capire quale mistero di abbruttimento e di propaganda multinazionale porti costoro a trattarsi così male, si è ora accorto che il prezzo del Barbaresco sta scendendo e, accipicchia, questo consentirebbe a qualcuno dei bevitori di Castellino di comperarsene una bottiglia, magari in occasione del proprio onomastico. Jattura! ché in quel caso, qualora il castellinante si barbareschizzasse, ecco che l'aura magica e iniziatica del Sommo Bevitore di Barbaresco finirebbe a mal partito. "Tutto qui", direbbe il popolano? Fiumi di inchiostri, di parole al vento e di tessere dell'ARCI per questo?
Immaginate come deve sentirsi, il Petrini, alla sola idea che i suoi presìdi da capalbiese possano divenire popolari e diffondersi un poco. Sarebbe come un prete ortodosso che vi facesse andare dietro l'iconostasi o, per restare in tema, un prete cattolico che vi allungasse il calice e la pisside per fare merenda. No, non si potrebbe proprio accettarlo: e così ecco che il nostro, dopo una mezza vita a insultare il popolino che mangia e beve schifezze, auspica che debba continuare a mangiare e bere schifezze, per non inquinare il corpo mistico dell'iscritto all'arcigola.

Lasciamo un attimo il Petrini, che sono certo che ritroveremo presto, e concentriamoci un momento su una notizia del tutto diversa. Parliamo dell'ennesima legge ad personam del presidente del consiglio, il cui perverso meccanismo vene spiegato in questo pezzo.
Dunque, secondo Repubblica Berlusconi -o meglio la Mondadori- ha evaso 173 milioni di tasse, che diventerebbero 350 milioni oggi per effetto di sanzioni e interessi. Berlusconi, quale PresConsMin, si è quindi fatto una legge che consente di evitare la Cassazione pagando solo il 5% del valore della lite. La Mondadori quindi ha pagato otto milioni e se l'è cavata quasi gratis.
Il fatto è che la norma in questione consente di transigere i contenziosi fiscali per i quali l'agenzia delle entrate abbia perso i ricorsi in primo grado e in appello. Il fisco ha contestato alla Mondadori l'evasione, e la Mondadori ha fatto ricorso e l'ha vinto. Poi il fisco è ricorso in appello, e la Mondadori ha di nuovo vinto. Poi il fisco è ricorso in Cassazione: non è detto che la Mondadori avrebbe di nuovo vinto: diciamo che, con due ricorsi vinti alle spalle, aveva una probabilità di perdere del 5%: vale a dire esattamente l'importo che la legge consente a chiunque di pagare per chiudere definitivamente la pendenza con un'Agenzia delle Entrate che, nonostante due pronunce giurisdizionali contrarie, insiste nella propria tesi.
Immaginate di prendere una multa per eccesso di velocità: il comune vi manda a casa la foto e voi vi accorgete che la macchina fotografata non è la vostra. Fate ricorso al Giudice di Pace, pagando il dovuto balzello, e quello vi dà ragione. Ma il comune, non pago, ricorre in appello: e per difendervi dovete a questo punto pagare anche l'avvocato, e caro. La corte d'Appello vi dà, evidentemente, ragione: ma il comune s'intigna e ricorre in Cassazione, costringendovi a difendervi con un (carissimo) avvocato cassazionista.
Ecco: più o meno le cose stanno così. Certo: non è scontato che la Mondadori abbia così palesemente ragione; e magari è anche possibile che i due ricorsi vinti lo siano stati non in forza del torto dell'Agenzia delle entrate bensì della corruzione operata sulle commissioni tributarie di primo e secondo grado, e che quindi in Cassazione l'esito si sarebbe rovesciato. Ma i casi sono due: o Repubblica ha delle prove, o perlomeno delle indiscrezioni che potrebbero avvalorare questa tesi, e in tal caso avrebbe dovuto tirarle fuori, o non le ha. E in tal caso resta il fatto che, ieri come ieri, la Mondadori al fisco non doveva neppure un euro: altro che 350 milioni.
Notate poi l'astuzia: in tutto l'articolo il fatto che Mondadori avesse vinto in due gradi di giudizio emerge solo in un inciso, come se si trattasse di una notizia secondaria a completamento della proposizione principale. Come ho fatto io qui sopra, quando ho messo detto che Berlusconi -o meglio la Mondadori- deve al fisco tutti quei soldi.

Qui la questione non è di essere pro o contro Berlusconi: certo per me sarebbe infinitamente più facile scagliarmi contro Feltri o Zio Tibia Sallusti: ma non avendo lo stomaco per leggerli non posso farlo. La questione è di fare buono o cattivo giornalismo; e per quanto possa apprezzare un'informazione di parte, non posso accettare che l'essere di parte sfoci nell'informare male o addirittura nello scrivere cose false. Perché in questo caso non ho più il diritto di formarmi le mie idee, pur sapendo che la fonte da cui attingo mi indirizza in qualche direzione: se mi viene raccontato il falso divento un burattino nelle mani dei giornalisti dei quali cerco di fidarmi: e ciò non lo posso accettare.

lunedì 28 giugno 2010

Non c'è due senza tre

Il caso di Scajola, il ministro che non sa chi gli ha pagato la casa, era stato un bel capitombolo politico-mediatico per il governo Berlusconi: come hanno detto molti, gli italiani li puoi prendere per il culo su moltissime cose, ma non devi toccare la casa: un bene per il quale noi abbiamo un attaccamento senza eguali in Europa, come dimostra la rapporto tra proprietari e locatari, acquisito a prezzo di sacrifici che per la maggior parte di noi durano una vita.

C'è poi un'altra cosa alla quale gli italiani sono molto sensibili: le storture del sistema giudiziario.
Chiunque abbia mai avuto a che fare con un tribunale civile sa bene che ottenere giustizia quando si subisce un torto è quasi impossibile, dal momento che anche qualora le proprie ragioni siano riconosciute, il tempo necessario vanifica gli effetti della sentenza vittoriosa.
E chiunque sia incappato nelle maglie della giustizia penale, o conosca qualcuno che vi sia transitato, sa che si tratta di un enorme frullatore dal quale puoi uscire magari assolto, ma mai intero, bensì seriamente minato nello spirito e nel portafoglio.
Sembra un paradosso quello che dico, dal momento che Berlusconi è stato il primo a farsi le leggi a suo uso e consumo proprio per evitare i giudici penali: e non occasionalmente, anzi con costanza persino ammirevole in tutti questi anni.
Ma Berlusconi è un po' un'eccezione: è riuscito a ficcare nella testa dei suoi elettori il concetto che non sia lui che sfugge alla giustizia, bensì che la giustizia lo perseguiti per il bene che fa al Paese, e che quindi le sue azioni contro la magistratura e il sistema penale non siano altro che l'esercizio di un diritto naturale di legittima difesa.

Ora però arriva la questione di Brancher: un perfetto sconosciuto, che nella testa dell'elettore berlusconiano non evoca successo e speranze di prosperità (in effetti non evoca proprio un bel niente, diciamocelo).
Questo signor Nessuno, fatto ministro d'improvviso, non si sa per cosa, che dopo una settimana invoca il legittimo impedimento adducendo la panzana, subito sbugiardata dal Presidente della Repubblica, di dover organizzare un ministero inesistente, è un altro errore di comunicazione gravissimo da parte di Berlusconi e del suo entourage.
Lo stesso Brancher, anziché ritirarsi in un angolo e aspettare che la tempesta passi, riesce a peggiorare le cose di giorno in giorno. Tutta da godere l'intervista rilasciata al TG3 ieri sera (è trascritta su Repubblica, ma se volete ascoltarla dalla viva voce del protagonista la trovate qui, da 1:50 a 3:25). Una tale jattanza, per usare un termine caro al vecchio Giacinto, non può che alienare mazzi di consensi.

E' questo quindi il secondo grave capitombolo in poco tempo. A quando il terzo?

giovedì 17 giugno 2010

7 milioni e mezzo (giocare con i numeri /6)

Trovate l'inghippo contenuto nelle due proposizioni che seguono.

"Ah, Lei vorrebbe un aumento? Dunque, vediamo un po' quanto in effetti Lei lavori. Un anno è composto di 365 giorni. Lei dorme otto ore al giorno, vale a dire 122 giorni in un anno: restano 243 giorni. Lei inoltre gode di otto ore di tempo libero ogni giorno: sono altri 122 giorni, e quindi ne restano 121 per il lavoro. Lei inoltre non lavora per 52 domeniche all'anno, e quindi restano 69 giorni. E' in libertà mezza giornata ogni sabato: fanno 26 giorni all'anno e quindi ne restano 43 per il lavoro. Gode inoltre di quattro settimane di ferie pagate, cioè 28 giorni che vanno ulteriormente sottratti, facendone restare 15. Se poi mi toglie Natale, S.Stefano, Capodanno, il 25 aprile e il primo maggio... facciamo otto giorni, via. Quanti ne restano? sette?
E NON SI VERGOGNA A CHIEDERMI UN AUMENTO SE LAVORA SI' E NO UNA SETTIMANA ALL'ANNO???"


"Ci sono in italia circa 150 mila telefoni sotto controllo: considerando 50 persone per ogni telefono, vengono fuori così 7 milioni e mezzo di persone che possono essere ascoltate. Questa non è vera democrazia, è una cosa che non tolleriamo più"

lunedì 26 aprile 2010

Il compagno Fini

Già da tempo Gianfranco Fini è visto con un certo favore da gran parte dell'elettorato di centrosinistra. Tra gli elementi che hanno fatto breccia nel cuore di molti che un tempo lo consideravano semplicemente un fascista, possiamo ricordare: il suo senso dello Stato che si distingue dialetticamente dalla concezione berlusconiana dell'esercizio del potere come fonte di arricchimento o comunque di utilità personale; l'attenzione ai problemi dell'integrazione e della cittadinanza, con le proposte di consentire il voto amministrativo agli immigrati e semplificare il processo di naturalizzazione; il giusto rilievo dato al principio di laicità, ben espresso nel caso di Eluana Englaro e nella discussione delle proposte sul testamento biologico; le aperture in tema di omosessualità e riconoscimento delle coppie di fatto. E potremmo proseguire.
Dopo lo showdown di giovedì scorso alla Direzione Nazionale del PdL l'entusiasmo per questo politico, già delfino di Almirante, ha raggiunto vertici insospettabili fino a poche settimane fa: al punto che taluni, non troppo provocatoriamente, vedrebbero meglio lui al posto di Bersani quale leader del Partito Democratico o perlomeno ne preconizzano un ruolo di sponda.

In effetti non si tratta di una cosa nuova: ai tempi in cui si faceva politica nei licei, e magari ogni tanto ce le si dava di santa ragione, capitava spessissimo che su molte tematiche (chessò: il ruolo dell'Italia nella NATO, la lotta alla corruzione, la moralizzazione della vita pubblica, il supporto a movimenti autonomistici come in EIRE e in Palestina) le posizioni dei rossi e dei fasci fossero tra loro perfettamente sovrapponibili.
Tale comunanza di obiettivi tattici ingenerava una notevole confusione nel quattordicenne dell'epoca, che maturava la convinzione che quelli del Fronte della Gioventù fossero dei naturali alleati contro i ciellini e i repubblicani, e si chiedeva perché mai non ci si potesse mettere insieme per menare costoro, anziché menarsi tra uguali.
Interveniva allora la lezioncina che spiegava quali siano i valori della Destra e quali i valori della Sinistra, evidenziando che malgrado la comunanza di obiettivi tattici, le ideee stesse di società dei due fronti siano tra loro antitetiche; e come per avere una comprensione delle differenze occorra guardare ai grandi sistemi e non solo alla battaglia del giorno dopo.
Si imparava così che la dialettica tra Destra e Sinistra può declinarsi in una congerie di dicotomie: Doveri/Diritti; Egualitarismo/Liberismo; Individualismo/Collettivismo; Responsabilità individuale/Protezione sociale; Gerarchia/Libertà; Nazionalismo/Internazionalismo; Patriottismo/Multiculturalismo; Corporativismo/Conflitto tra classi (e mi scuserete se butto lì un po' di roba, troppo di fretta).
Orbene, di tutti questi valori non ve ne è uno solo che Gianfranco Fini abbia mostrato di aver abbandonato o anche solo messo in secondo piano.
Gianfranco Fini è, solidamente, un uomo di destra: uno che pensa che prima venga lo Stato e poi gli individui, che la Patria sia il primo bene; che lo Stato debba regolare ma non correggere i vizi del mercato; che la stratificazione sociale sia funzionale allo sviluppo e che i correttivi debbano intervenire solo nella misura in cui servano a limitare le tensioni sociali; che le Regole vadano seguite in quanto Regole.
Il problema sta a Sinistra: sta nel fatto che è la Sinistra italiana che in questi ultimi tre lustri ha perso la propria natura, trasformandosi in una mera associazione elettorale contro Berlusconi. Del resto il concetto stesso di Sinistra è sparito: si parla di Centrosinistra e non per caso, se pensiamo che gli unici governi riconducibili a quest'area sono stati diretti da un uomo che viene da una tradizione del tutto diversa: e difatti le istanze di sinistra, quali potrebbero essere l'appiattimento della curva di Lorenz o il rafforzamento della tutela dei lavoratori nei confronti dei datori di lavoro, non hanno avuto alcuno spazio.
Non parliamo poi di Veltroni, che per portare in Parlamento gli industriali del Nord-Est è riuscito persino a (re)inventarsi il Patto tra Produttori: vale a dire il principio fondamentale alla base della Carta del Lavoro. Carta del Lavoro che a sua volta non è del 1997 e non è figlia di Marco Biagi: è di Giuseppe Bottai, è del 1927 ed è stata uno dei documenti fondamentali dello Stato fascista.
Insomma: il problema identitario non pertiene a Gianfranco Fini, bensì alla sinistra. E finché la Sinistra si preoccuperà di Berlusconi, della metodologia terapeutica delle sue disfunzioni erettili e dello stato di purezza nel quale riceve il Corpo di Cristo; ebbene fino ad allora quella Sinistra non sarà mai in grado di capire perché Gianfranco Fini sia un avversario e non un potenziale alleato.
Fortuna che Fini lo capisce bene, almeno lui.

martedì 20 aprile 2010

Poi, lo giuro, la pianto.

Però, cazzo, non riesco a tener ferme le mani.
L'antiberlusconiano a cui siamo sempre più affezionati, il Gilioli, anche oggi ha trovato un motivo per prendersela con il Presidente del Consiglio. Anche oggi con un argomento ad hominem, che come ben sa chiunque abbia fatto i precorsi di logica è sempre un cattivo argomento.
Ieri se la prendeva perché Berlusconi ha sorriso per un paio di secondi al funerale, oggi si dichiara un po' infastidito perché il medesimo ha ricevuto l'Eucarestia pur essendo divorziato. E il bello è che il Gilioli si infastidisce pur non essendo neppure cattolico, come egli stesso tiene a precisare.

Be', io pure non sono cattolico, ma ho preso un bel voto all'esame di diritto canonico, e quindi anche questa volta tranquillizzerò il nostro arringapopoli, sperando che prima o poi si decida a indirizzare la propria ira su cose più serie dei sorrisi e delle ostie date o negate.
Il Canone 915 del Codex Juris Canonici recita: «Ad sacram communionem ne admittantur excommunicati et interdicti post irrogationem vel declarationem poenae aliique in manifesto gravi peccato obstinate perseverantes». Vale a dire: «Non siano ammessi alla sacra comunione gli scomunicati e gli interdetti, dopo l'irrogazione o la dichiarazione della pena e gli altri che ostinatamente perseverano in peccato grave manifesto.».
Ora, come in tutti i testi giuridici ben fatti (e il codex Juris Canonici lo è) ciascuna parola ha un proprio senso ben preciso. In particolare, quel "manifesto" e quell',"obstinate perseverantes" non sono lì per dare spunti al professore di latino per il compito in classe di fine mese: esprimono concetti ben precisi.
L'ostinata perseveranza significa «l’esistenza di una situazione oggettiva di peccato che dura nel tempo e a cui la volontà del fedele non mette fine, non essendo necessari altri requisiti (atteggiamento di sfida, ammonizione previa, ecc.) perché si verifichi la situazione nella sua fondamentale gravità ecclesiale». E non sono io ad affermarlo forte del mio trenta in diritto canonico, bensì il Pontificio Consiglio per i problemi legislativi, nella dichiarazione che potete trovare qui.
Insomma, per farla breve: i divorziati possono accedere al Sacramento dell'Eucarestia. Chi non vi può accedere sono coloro che, divorziati o meno, vivono more uxorio con una persona che non è il coniuge legittimo (secondo il Diritto Canonico). e dato che, come tutti ben sanno, Silvio Berlusconi non vive più in istato di concubinaggio con la signora Miriam Raffaella Bartolini, ecco che non vi è motivo per cui egli non debba accedere al Sacramento.

lunedì 19 aprile 2010

Espunto dal contesto


L'altro giorno avevo scritto un post un po' criptico: parlava di intercettazioni ma in effetti voleva sottolineare che censurare qualcuno sulla base di una frase estratta dal contesto di una lunga conversazione è un esercizio fin troppo facile e quasi sempre scorretto.
Non fa differenza l'hype nato da questa fotografia di Berlusconi sorridente al funerale di Raimondo Vianello: chi vuol fare lo sforzo di andarsi a vedere una delle tante versioni del video che circolano su youTube (questa, ad esempio) capisce bene che il sorriso non è altro che una reazione di gioia per il fatto che Pippo Baudo con la sua orazione funebre e la chiamata del nome del defunto ha per qualche secondo fatto riscuotere la vedova dalla propria afflizione.

nota a margine
Mi accorgo che sempre più i miei post sono improntati a una difesa di Berlusconi e accoliti dalle critiche dei detrattori.
Comprendo che qualcuno potrebbe anche pensare che io mi stia avvicinando al popolo della libertà, e che presto mi si potrà vedere in giro incravattato e impomatato.
Le cose non stanno così: continuo a pensare sempre il peggio possibile di Berlusconi e del berlusconismo: ma non posso, tuttavia, evitare di rimarcare che l'opposizione a lui e alla sua ideologia è sempre più debole e scentrata: e ciò sia da parte del mondo della Rete (che per fortuna conta quanto una zanzara) sia, ahimè, da parte del mondo della politica vera.
Opporsi a Berlusconi utilizzando come arma i suoi sorrisi, le sue ville e anche le sue puttane anziché i suoi atti politici è il modo migliore per garantire un lungo perpetuarsi della sua permanenza al potere. Ed è per questo che questa, e le mille altre sciocchezze dell'antiberlusconismo militante, debbono essere segnalate e combattute.

giovedì 1 aprile 2010

Chiosa ai risultati elettorali

Mi rendo conto adesso che è arrivato il momento di dichiarare:
«Quella volta lì ho scritto una cazzata: me ne scuso» con i miei lettori.
Sarà per un'altra volta

sabato 20 marzo 2010

Milioni di milioni


Il problema, vedete, non è tanto che Berlusconi dica di aver portato in piazza un milione di persone. E neppure che altri dicano che è una bufala.
Il problema vero è che chi lo dice oggi ieri diceva che è una bufala, e chi oggi sbufala, ieri sparava numeri ancor più grossi.
Ed una volta tanto non ho nemmeno da perderci troppo tempo a dimostrare quest'affermazione: questo post l'ho già scritto 17 mesi fa (P.S: se ci doveste andare, scorrete fino in fondo, please).

domenica 31 gennaio 2010

Salvare la pelle

L'articolessa odierna di Eugenio Scalfari è più brillante del solito, e dice cose interessanti sulle strategie del principale partito d'opposizione alla luce delle sciagurate primarie pugliesi. C'è anche un post scriptum, nel quale il Grande Vecchio critica Adriano Celentano per aver espresso l'opinione che sarebbe meglio concedere una volta per tutte l'immunità a Berlusconi e lasciarlo lavorare in pace.
In effetti il noto strimpellatore aveva detto qualche cosa di un po' diverso: ma forse, per averlo scritto su un giornale concorrente, Scalfari l'ha letto frettolosamente. Prova ne sia che Scalfari accusa Celentano di non essersi accorto che il governo sta rilanciando il nucleare in Italia, laddove questo punto nell'articolo del molleggiato è stato evidenziato in maiuscolo. Ma non è sulla bega tra giornalista e cantautore che voglio soffermarmi, quanto sulla questione dell'immunità.

Il concetto di Stato di Diritto implica la soggezione di tutti i cittadini alla legge. Non è incompatibile con l'assolutismo sovrano, come ben evidenziato nella famosa frase "Ci sarà un giudice a Berlino" di cui avevamo parlato qui, dato che nessuno potrebbe negare che Federico il Grande fosse un bell'esempio di sovrano assoluto, ma certo è il fondamento stesso della democrazia rappresentativa. La democrazia si basa infatti sulle regole del gioco, e le regole debbono valere per tutti, altrimenti il gioco è sleale (e quindi si torna all'assolutismo o alla dittatura).
Ciò non toglie che vi siano ordinamenti in cui le regole, pur restando valide, vengano sospese nella propria applicazione in presenza di particolari status. E' il caso del Presidente della Repubblica francese, ad esempio, che non può essere sottoposto a processo per la durata del suo mandato. Analogo tentativo, come ricorderete, fu fatto in Italia con il cosiddetto Lodo Schifani prima, e Lodo Alfano poi: ma per il fatto di essere state promulgate come leggi ordinarie entrambe queste normative furono censurate dalla Corte costituzionale.
Dal punto di vista dei princìpi, tutto ciò è molto bello. Il problema è che il nostro Presidente del Consiglio ha una quantità di processi pendenti, e non per bagattelle, ed essendo anzitutto un uomo, prima che un'istituzione, ha la legittima pulsione di salvare la pellaccia.
Da qui la paralisi dell'attività legislativa e di governo, tesa ad inventare sempre nuovi modi per portare a casa una simil-immunità. E via via che il gioco si fa duro, il tiro viene alzato, come dimostra l'ultimo disegno di legge sul processo breve, con il quale per salvare uno solo si fa strame di centinaia di migliaia di posizioni processuali.
Credo che nessuno dei miei lettori voglia salvare Berlusconi dalla giusta punizione per i propri reati, ma forse è venuta ora di chiedersi se il gioco valga la candela. Certo, sono consapevole del fatto che il "processo breve" è stato inventato proprio per alzare il tiro e quindi arrivare a un accordo condiviso sull'immunità; e che quindi accettare l'immunità sarebbe cascare nel trappolone di Berlusconi. Consentire l'immunità a Berlusconi sarebbe, insomma, un bel passare per bischeri. Ma talvolta anche passare per bischeri non è forse necessario?
Il punto fondamentale è che Berlusconi ha il potere. Ha in mano il governo, ed ha in mano il Parlamento grazie a una maggioranza schiacciante e fedelissima, per il fatto di essere costituita di cooptati e non di eletti.
Non solo: ha anche il consenso popolare, dato che solo un idealista potrebbe pensare che, se si andasse oggi al voto, l'esito delle elezioni sarebbe diverso da quello di due anni fa.
Berlusconi, insomma, grazie al proprio impero mediatico, alla legge elettorale e a un sistema di alleanze politiche sapientemente costruito è, di fatto, quanto di più simile ad un monarca abbiamo avuto nella storia repubblicana.
Concedergli un'immunità per la durata della sua permanenza al potere lo rafforzerebbe? Forse. E dico "forse" perché è già talmente forte da potersi salvare comunque, sia pur a prezzo della monopolizzazione della funzione legislativa e della distruzione del sistema giuridico, come abbiamo detto, talché egli comunque è in grado di ottenere il risultato sperato (la salvezza): ma a che prezzo!
La concessione di un'immunità gli consentirebbe di ottenere il medesimo risultato, ma il prezzo per la società e per l'integrità del nostro ordinamento sarebbe infinitamente inferiore. Certo, dal punto di vista dei princìpi è cosa da far accaponare la pelle, ma forse forse è l'ora di ritenere che un po' di sano pragmatismo non guasti.
E comunque, il problema imprescindibile è sempre quello: che egli ha il consenso popolare dalla sua parte: e finché l'avrà, penserà comunque prima a salvare la pelle e poi a curare gli interessi dello Stato. Se vi fosse una possibilità, nel breve, di infliggergli una quantità di batoste elettorali, lo stesso senso di pragmatismo indurrebbe a concentrarsi sulla lotta politica per conseguire tale scopo: ma allo stato dei fatti quella è una strada senza speranza, e allora, mi dico, tanto vale andare a vedere il suo gioco e comunciare una nuova stagione.

lunedì 14 dicembre 2009

My two cents


venerdì 13 novembre 2009

Il giusto processo

E rubiamoli, questi due o venti minuti al lavoro, e scriviamo un po' qualcosa di più analitico, su questa farsa di disegno di legge!

La proposta, che potete leggere qui, è furbetta: di quella furbizia del bambino che crede di scampare alla punizione nascondendo i cocci del barattolo di marmellata rotto sotto il tappeto.
Essa si situa infatti nell'ambito delle norme sull'equa riparazione in caso di violazione del termine ragionevole del processo, al quale introduce un nuovo e pomposo richiamo all'art. 111 Cost. (rammentatelo, questo numero: ci servirà ancora!).
Dopo aver sparato questa salva di cannone, il DDL prevede che «Non sono considerati irragionevoli, nel computo di cui al comma 3, i periodi che non eccedono la durata di due anni per il primo grado, di due anni per il grado di appello e di ulteriori due anni per il giudizio di legittimità». Una doppia negativa che statuisce che sopra i due anni, la durata può essere irragionevole, mentre sotto i due anni di certo non lo è. Ma perché, direte voi, questo arzigogolo? Be', perché, se andate a rileggere bene, nella proposta non c'è mica scritto "processo penale": c'è scritto "processo". Che può essere penale, civile o amministrativo.
Infilare nella legge sull'equa riparazione una norma che statuisse che qualunque processo -anche in corso- di durata superiore a due anni farebbe sorgere il diritto a un risarcimento, sarebbe stata la bancarotta dello Stato, come ben sa chiunque abbia avuto a che fare con un tribunale per il risarcimento di un incidente automobilistico o per una lite condominiale.
Abbiamo quindi, nel DDL, una norma che limita l'applicabilità dell'equa riparazione, stabilendo un limite minimo di durata che prima non esisteva. E subito dopo, all'art. 2 del DDL, un'altra norma che stabilisce il limite massimo per la durata del processo penale, decorso il quale esso si estingue. Capite anche voi che le due cose fanno a pugni, vero? Vedendola da un punto di vista sistematico, non è difficile arguire che i due anni sarebbero destinati a diventare, anche in civile, una soglia fissa: o di qua o di là.
Il che dà luogo a questo paradosso: se tutti noi che leggiamo questo blog oggi ci facessimo causa l'un l'altro, per un milione di euri, coltivassimo tutte queste azioni e attendessimo semplicemente i tempi del Tribunale di Milano, tra un paio d'anni avremmo tutti titolo per pretendere dallo Stato il risarcimento per il tempo trascorso, a spese del contribuente. Capite bene che si tratta di un sistema destinato a non funzionare, vero?

Proseguendo nell'esame dell'art. 2, altri strafalcioni (oltre che di sintassi) balzano all'occhio. Nel 2005, come forse ricorderete, è stata introdotta nell'ordinamento una norma che differenzia i termini di prescrizione (o meglio, per essere tecnici, i termini massimi di aumento del termine a seguito di interruzione della medesima) secondo che l'imputato sia o meno recidivo ("ex Cirielli"). Ciò ben si giustifica, da un punto di vista sistematico, dato che il termine di prescrizione è basato sulla pena massima edittale, vale a dire la pena prevista per il reato senza tener conto della recidiva, la quale ha tuttavia l'effetto di aumentare la pena edittale medesima. In altre parole: se la legge prevede una pena edittale di otto anni, il temine di prescrizione viene calcolato sugli otto anni, anche se per effetto della recidiva ne prenderei, in realtà, 12. Ecco perché il legislatore ha previsto che comunque il termine massimo della prescrizione interrotta venga pure esso aumentato.
Orbene, nel nuovo DDL viene introdotta surrettiziamente una "prescrizione processuale", istituto del quale non si era mai sentito parlare e che viene giustificato dalla necessità di adeguare il nostro ordinamento al principio di giusta durata del processo. Ma come si fa a giustificare il fatto che il recidivo non abbia diritto a un processo di giusta durata? Nel nostro ordinamento chiunque, anche il criminale più incallito, ha diritto ad essere giudicato con un "giusto processo": lo dice la Costituzione, all'art. 111 (to'!): e si tratta di una norma che dovrebbe essere ben nota ai firmatari del DDL: non solo perché la richiamano all'inizio del disegno, ma anche perché fu proprio Berlusconi ad introdurla, nel 1999, per i motivi che forse rammenterete.
Dire che tutti, tranne i recidivi, hanno diritto a un "giusto processo" è, come dire, una stortura: una fesseria: e dirlo nella stessa proposta di legge che attacca alle norme sull'equa riparazione proprio (lo ricordate?) il cappello dell'art. 111 significa essere non solo fessi, ma anche in malafede.

venerdì 30 ottobre 2009

Piccole lezioni di diritto ad uso di chi non ha una laurea in Giurisprudenza

Giuseppe D'Avanzo in un articolo su Repubblica impapocchia, come spesso fa, un po' di carte.
Non alla Travaglio, che dice "bianco" quando dovrebbe dire "nero", ma comunque in maniera suggestiva, facendo ipotizzare che Berlusconi ritenesse che un "video del Presidente" fosse un video a lui riconducibile.
Per l'effetto (per l'effetto per D'Avanzo, dato che c'è un buco logico non piccolo da colmare) l'articolo chiude ponendo all'attenzione dei lettori la possibilità che Berlusconi si sia reso colpevole del reato di ricettazione, in quanto «È indubbio che Silvio Berlusconi si sia intromesso per far acquistare, prima, e occultare, poi, quella "cosa proveniente da un delitto"»
L'articolo è talmente fumoso che persino nell'ambiente dei blogger, notoriamente infestato da comunisti (e per davvero, mica come in magistratura!) la cosa è stata solo blandissimamente ripresa.
Luca Sofri, per dirne uno, cita l'articolo facendo notare che la versione di D'Avanzo è "piuttosto ardita": e quel "piuttosto" è un bell'eufemismo.

E difatti, vediamo un po' cosa dice il Codice Penale:
Art. 648. - Ricettazione.
Fuori dei casi di concorso nel reato, chi, al fine di procurare a sé o ad altri un profitto, acquista, riceve od occulta denaro o cose provenienti da un qualsiasi delitto, o comunque si intromette nel farle acquistare, ricevere od occultare, è punito con la reclusione da due ad otto anni e con la multa da euro 516 a euro 10.329.

Notate quel «al fine di procurare a sé o ad altri un profitto»? Non è lì per caso, come vezzo stilistico. In diritto si chiama "dolo specifico", e sta a significare che perché il reato esista, il reo deve avere quella specifica finalità: di trarre profitto dalla propria azione o di far sì che altri ne tragga profitto. Se il fine è quello di aiutare un'altra persona il reato non sussiste, e ciò nonostante il fatto che, con la sua condotta, il soggetto faccia sì che altri traggano profitto: perché non vi era, appunto, quel "dolo specifico": quella finalità.
Cass. Pen. Sez. 2, Sentenza n. 7525 del 23/02/1982 Ud. (dep. 30/07/1982 ) Rv. 154841
Quando la cooperazione delittuosa con gli altri imputati è intesa al conseguimento di un fine di lucro, di un'utilità concreta e materiale mediante l'ottenuto possesso delle cose di provenienza furtiva o mediante l'intromissione per far acquistare ad altri l'ingiusto profitto, ricorre il delitto di ricettazione e non quello di favoreggiamento reale, che consiste invece nella condotta di chi presta l'aiuto richiesto, per assicurare ad altri il prodotto o il profitto o il prezzo del reato, disinteressatamente e senza fine di locupletazione. (NdR: locupletazione è un modo un po' brutto di dire arricchimento)

Cass. Pen. Sez. 2, Sentenza n. 11712 del 02/05/1980 Ud. (dep. 08/11/1980 ) Rv. 146538
Il delitto di ricettazione si differenzia da quello di favoreggiamento reale in relazione al fine specifico che nella ricettazione e costituito dall'intento di procurare a se o ad altri un profitto, mentre nel favoreggiamento consiste nell'aiuto apprestato dall'agente ad altri per assicurare il prodotto o il profitto o il prezzo di un reato

Certo, si potrebbe anche dire che in effetti Berlusconi intendeva trarre profitto dalla propria opera di intermediazione, in quanto l'avvisare Marrazzo era un avvertimento in stile mafioso, o che comunque intendesse poi ottenerne favori: ma è una cosa che, per quanto uno possa voler male a Silvio Berlusconi, non ha uno straccio di prova e, ad essere franchi, mi pare anche un po' sciocca.
Non posso certo dire di conoscere Silvio Berlusconi, ma mi sembra che rientri pienamente nella psicologia del personaggio l'aiutare la persona (anche se avversario politico) che si trova in difficoltà per motivi di pantalone.

Ed è un peccato che D'Avanzo, preso dalla foga censoria, si sia inventato un'inesistente ricettazione alla quale ben pochi hanno mostrato di credere. E' un peccato perché, se avete letto bene il testo delle massime che vi ho trascritto, c'è un reato che si attaglia, questo sì perfettamente, alla condotta del PresConsMin:
Art. 379. Favoreggiamento reale.
Chiunque fuori dei casi di concorso nel reato e dei casi previsti dagli articoli 648, 648-bis, 648-ter, aiuta taluno ad assicurare il prodotto o il profitto o il prezzo di un reato, è punito con la reclusione fino a cinque anni se si tratta di delitto, e con la multa da euro 51 a euro 1.032 se si tratta di contravvenzione.

E' indubbio (dato che egli stesso l'ha affermato) che Silvio Berlusconi abbia in prima persona offerto a Marrazzo i riferimenti dell'agenzia che stava mettendo sul mercato il video: e con tale comportamento, sebbene non posto in essere a fine di trarne o farne trarre profitto, ha certo aiutato coloro che stavano tentando di piazzare la merce.
E notate che in questo caso non si configura neppure il tentativo, bensì il delitto consumato. Infatti l'aiuto è stato fornito, e il fatto che l'estorsione non sia andata a buon fine non rileva, come insegna
Cass. Pen. Sez. 6, Sentenza n. 778 del 08/10/1998 Ud. (dep. 21/01/1999 ) Rv. 212286
Per integrare la condotta materiale del reato di favoreggiamento reale, previsto dall'art. 379 cod. pen., è sufficiente il semplice aiuto all'autore di un reato finalizzato da parte di costui al conseguimento dell'utilità illecita, indipendentemente dal fatto che il favoreggiato riesca effettivamente a conseguire il prodotto, il profitto o il prezzo del reato. (La Corte, nella specie, ha ritenuto che ricorresse l'ipotesi del reato di favoreggiamento reale, consumato e non tentato, nella condotta di un soggetto che aveva aiutato altra persona ad assicurarsi il parziale provento della vendita di refurtiva facendole accendere depositi vincolati a nome di un terzo ignaro, e così cercando di impedire l'assoggettamento delle somme a sequestro)


In conclusione, sembrerebbe proprio che il Presidente del Consiglio, nell'avvisare Marrazzo di quanto stava accadento e nell'aiutarlo a cercare di salvare il salvabile ricomprando il video si sie reso colpevole di un delitto contro l'amministrazione della giustizia (titolo III del libro II del Codice Penale).

venerdì 16 ottobre 2009

Siete alla frutta

Mantellini qui dice di essere pessimista. E ce ne sarebbe ben donde: il servizio di Canale 5 (parte soccombente) sul giudice Mesiano sfonda un buon numero di limiti finora invalicati del buon gusto e della dignità umana e professionale.

Ma, pensandoci bene, non è così. Guardate il video: avete mai visto una persona più normale di questo signore?
E quello che racconta Zio Tibia Sallusti, è o non è la normalità più banale, che ben conosce chiunque abbia avuto a che fare con le aule giudiziarie, per mestiere o per sfortuna?
Be', credo che dare dello "stravagante" a questo giudice sia essere alla frutta. Non solo sono finite le argomentazioni buone, ma persino quelle cattive: restano solo quelle farlocche.
Se poi qualcuno volesse leggersi la sentenza scritta dal giudice Mesiano, la può trovare qui.


 

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