domenica 8 marzo 2009

Tremonti Bond /5

(continua da qui)

Ci eravamo lasciati con un quizzino riguardante i coefficienti di ponderazione di talune poste dell'attivo. L'elenco completo dei criteri (ricordiamo che ragioniamo secondo la normativa Basilea I, ora non più in vigore, ma i cui principi ci servono a comprendere le dinamiche generali) si trova nella circolare di Bankitalia del 1999 che avevamo richiamato, alle pagine 252 e seguenti; per quanto riguarda i nostri esempi, i coefficienti applicabili sono:
Coefficienti di ponderazione per taluni attivi di bilancio
crediti garantiti da deposito in contanti 0%
cred. gar. da titoli di stato italiani
cred. gar. da una Banca tedesca 20%
cred. gar. da ipoteca su un bilocale in zona semicentrale a Milano 50%
cred. gar. da ipoteca su una centrale di cogenerazione elettro-termica a biogas 100%
cred. gar. da una Banca della Namibia
crediti in bianco (non garantiti)

Come vedete, l'ipoteca su un bilocale è ritenuta più sicura dell'ipoteca su una centrale di cogenerazione: anzi questa garanzia "vale", in termini di assorbimento patrimoniale, quanto la garanzia di una banca namibiana o quanto nessuna garanzia. E c'è una logica in tutto ciò: infatti quando "salta" un finanziamento alla centrale di cogenerazione, spesso vuol dire che c'è qualcosa che non funziona nel modello di business della centrale, e quindi sarà ben difficile venderla; mentre se "salta" un mutuo casa, il problema non è nell'appartamento, bensì nel fatto che il proprietario ha perso il lavoro, oppure ha problemi con donne, gioco, droghe o salute.

Ma abbiamo divagato fin troppo: torniamo sulla strada che ci consentirà di capire questi Tremonti Bond.
Un brevissimo ripasso: abbiamo imparato che l'Autorità di Vigilanza vigila (tò!) affinché i creditori delle Banche possano aver la tranquillità di recuperare i loro crediti; che il principale strumento è il controllo del coefficiente di solvibilità, vale a dire il rapporto tra patrimonio e attivo ponderato, e che tale rapporto deve essere superiore all'8%.
Nei nostri esempi abbiamo parlato solo di crediti, ma ricordiamo che nell'attivo ci sono tante cose (titoli, immobili, partecipazioni...). Cosa succede se l'attivo perde valore, cosa che di questi tempi non sarebbe così bizzarra? Dato che l'attivo sta al denominatore, una sua riduzione sembrerebbe dover incrementare il valore del coefficiente di solvibilità; ma rammentiamo che la medesima riduzione si ripercuote interamente sul patrimonio, che è molto minore dell'attivo: ne consegue che una diminuzione dell'attivo decrementa il coefficiente di solvibilità. Facciamo un esempio, ipotizzando che il coefficiente di ponderazione medio applicabile al portafoglio sia del 70%:
Esercizio 2007
Attivo Passivo
attività 3.000.000patrimonio200.000
debiti2.800.000
coeff. ponderazione medio70%
attivo ponderato2.100.000
coefficiente solvibilità
(200/2.100)
9,52%
 .

Esercizio 2008
Attivo Passivo
attività 2.950.000patrimonio150.000
debiti2.800.000
coeff. ponderazione medio70%
attivo ponderato2.065.000
coefficiente solvibilità
(150/2.065)
7,26%

Ecco come in un momento di crisi una banca con un buon coefficiente di solvibilità può trovarsi a scendere al di sotto del requisito minimo patrimoniale dell'8%, e quindi passare seri guai.

Che cosa si può fare per scongiurare tale possibilità? Una via è quella di diminuire il coefficiente di ponderazione dell'attivo, in modo tale che il denominatore della frazione diminuisca senza influenzare il numeratore.
Un esempio:
Esercizio 2007
Attivo Passivo
attività 3.000.000patrimonio200.000
debiti2.800.000
coeff. ponderazione medio70%
attivo ponderato2.100.000
coefficiente solvibilità
(200/2.100)
9,52%

Esercizio 2008
Attivo Passivo
attività 2.950.000patrimonio150.000
debiti2.800.000
coeff. ponderazione medio60%
attivo ponderato1.770.000
coefficiente solvibilità
(150/1.770)
8,47%

Questa operazione può essere fatta in tanti modi: acquisendo maggiori garanzie o spostando l'operatività su operazioni di natura intrinsecamente più sicura; è ricordate cos'è l'attivo intrinsecamente più sicuro di tutti? I contanti.
Questo significa che uno dei modi per rispondere alla crisi, per la Banca, è quello di smettere di erogare credito e attendere che i crediti erogati vengano ripagati: tali somme infatti "spariscono" dall'attivo ponderato (i contanti sono ponderati allo 0%); fanno diminuire il denominatore senza intaccare il numeratore.
C'è un solo problema: che questa operazione si chiama, nel linguaggio comune, stretta creditizia: le imprese vanno in banca e la banca non dà loro il denaro.

(continua)

sabato 7 marzo 2009

Tremonti Bond /4

(continua da qui; nel frattempo ho fatto qualche importante modifica alla terza puntata, per cui sarebbe il caso di darvi una rilettura, verso il fondo)

Nella scorsa puntata avevamo detto che l'Autorità di Vigilanza stabilisce che il requisito minimo di patrimonializzazione (cioé il valore minimo del coefficiente di solvibilità) è pari all'8%: vale a dire che per ogni 100 euri all'attivo devono esserci almeno 8 euri di patrimonio al passivo. Ci eravamo lasciati anche con un esempio da studiare, che ora sviluppiamo ulteriormente.
Prendiamo queste tre banche qui esemplificate (rammentate sempre che ragioniamo solo sullo stato patrimoniale, vale a dire su una fotografia della situazione, e quindi non ci interessa il fatto che i crediti o i debiti siano fruttiferi di interessi).
Banca 1
Attivo Passivo
clienti 2.000.000patrimonio100.000
debiti1.900.000
Banca 2
Attivo Passivo
clienti2.000.000patrimonio100.000
contanti1.000.000debiti2.900.000

Banca 3
Attivo Passivo
clienti 3.000.000patrimonio100.000
debiti2.900.000
Come potete vedere, la Banca 1 ha una leva (debito/patrimonio) di 19, mentre le Banche 2 e 3 hanno una leva di 29, e pertanto dovrebbero essere molto più rischiose. Dal punto di vista di vigilanza poi dovrebbero essere tutte immediatamente commissariate, dato che la prima ha un coefficiente di solvibilità (patrimonio/attivo) del 5% e le altre due del 3,33%! Ma, se ci pensiamo bene (e sempre tralasciando il discorso interessi), l'amministratore della Banca 2 non avrebbe alcun problema a prendere il milione di contanti in cassa e pagare un milione di debito, trovandosi quindi nella stessa identica situazione della Banca 1

E' quindi possibile affermare che i contanti non dovrebbero entrare nel computo del coefficiente di solvibilità? In effetti sì, e difatti tale coefficiente viene calcolato non già come mero rapporto tra patrimonio e attivo, bensì (è un'ulteriore approssimazione, ma via via ci stiamo avvicinando) come rapporto tra patrimonio e attivo ponderato: ciascuna delle poste dell'attivo viene pesata in una certa percentuale, e quindi entra in tutto o in parte nella determinazione del coefficiente di solvibilità.Per quanto concerne nello specifico i crediti, possiamo dire che un credito "normale" viene ponderato al 100%, e quindi 100 euri di credito assorbono 8 euri di capitale; ma un credito verso un'altra Banca viene ponderato al 20%: ciò significa che un credito di 100 euri, ai fini del calcolo del coefficiente di solvibilità, "vale" solo 20 euri, e quindi assorbe solo 1,6 euri di capitale.
Apriamo una parentesi per dire che le regole di pesatura si sono enormemente complicate con l'introduzione dei criteri dettati dal Nuovo Accordo di Basilea, detto anche (ne avrete sentito parlare spesso) Basilea II. Dato che stiamo cercando di capire i principi base, facciamo finta di essere ancora nel 2005, e che quindi sia vigente la normativa di Basilea I


Vi propongo ancora un piccolo esercizio: non occorre aver fatto vent'anni di recupero crediti per capire che la rischiosità degli attivi (qui di seguito elencati in ordine rigorosamente alfabetico) non è omogenea:
  1. crediti garantiti da deposito in contanti
  2. crediti garantiti da ipoteca su un bilocale in zona semicentrale a Milano
  3. crediti garantiti da ipoteca su una centrale di cogenerazione elettro-termica a biogas
  4. crediti garantiti da titoli di stato italiani
  5. crediti garantiti da una Banca della Namibia
  6. crediti garantiti da una Banca tedesca
Sapreste ordinare le voci dalla più sicura alla più rischiosa? L'esercizio non è così scontato come sembra!

(continua)

mercoledì 4 marzo 2009

400 milioni (giocare con i numeri /2)

Chi ha letto un po' di mie note sa che vedo il referendum elettorale proposto da Mariotto Segni & Complici come il fumo negli occhi; e non a caso parlo di fumo, dal momento che ritengo che questo, come quelli che lo hanno preceduto, sia un modo di appellarsi demagogicamente ai più bassi istinti antipolitici dei cittadini al fine di ottenere esattamente il contrario di quanto sbandierato. La vittoria dei sì a questi referendum porterebbe la nostra democrazia costituzionale e parlamentare ad essere mero ostaggio delle segreterie di due partiti, e ciò, si badi, indipendentemente dal ripristino del voto di preferenza.
Ma non intendo entrare nel merito, qui: lo scrivo solo per essere certo che si sia capito che sono di parte.

Voglio invece esaminare questa cifra che viene, nuovamente uso il termine, sbandierata dal comitato promotore.
400 milioni di euro
Questo numero esce da un editoriale de lavoce.info ed è stato ripreso da vari stimati blogghér forse un po' troppo acriticamente.

Ribadisco che si tratta di un'analisi di parte, dato che per me si potrebbe buttar via anche un miliardo per salvare la Costituzione: e questo discorso dovrebbe essere condiviso anche da chi vi giuri sopra. Rilevo, inoltre, che lo stimolo all'economia è fatto anche di deficit spending e forse buttare un po' di soldi in periodo di crisi serve anche per il famoso rilancio dei consumi. Questo solo per dire che io non avrei problemi a spendere 400 milioni, se non lo si fosse capito.

Ma vediamo ora un po' questo benedetto articolo e scopriamo come sono composti, questi 400 milioni.
Anzitutto viene fatta una suddivisione tra costi diretti e costi indiretti: vediamo pertanto dapprima i
Costi diretti
- 74,5 milioni di Euro per il personale ai seggi;
- 63,5 milioni di euro per il personale di pubblica sicurezza;
- 13,5 milioni per prestazioni straordinarie del personale dei Ministeri;
-  5,0 milioni tra trasporto schede e cancelleria;
-  7,2 milioni per noleggio strutture e organizzazione;
- varie altre voci non dettagliate per un totale di 165 milioni.
Prendendo però una frase detta da Maroni in una conferenza stampa in relazione a una stima del possibile risparmio ottenuto abbinando amministrative ed europee, valutato 150 milioni, e dividendo tale cifra per due terzi in quanto le amministrative interesserebbero solo due terzi dell'elettorato, si giunge ad affermare che il risparmio discendente dall'accorpamento del referendum ammonterebbe a 225 milioni, cifra che lavoce (bontà sua) media con i 165 milioni per ottenere un dato, relativo ai costi diretti di 195 milioni.
Ora, converrete che utilizzare quale elemento di calcolo frasi buttate lì nelle conferenze stampa non è proprio il modo migliore di procedere scientificamente. Io quindi prendo a base i 165 milioni, che sono documentati, e osservo che:
1) vi sono ricompresi quasi 65 milioni di costo del personale di PS che, come evidente, sarebbe comunque pagato, in quanto già dipendente dell'Amministrazione. Si può discutere sul fatto che sia o meno opportuno distogliere i poliziotti dal sorvegliare le strade della città, ma non si può dire che quei 65 milioni siano un costo aggiuntivo: questi sono trucchetti da Beppegrillo(tm).
2) i restanti 100 milioni sembrano essere spese vere e proprie; ma si tende sempre a dimenticare che quando è lo Stato, a spendere i soldi, per calcolare correttamente i costi bisogna depurare gli stessi dell'aliquota fiscale: è vero che strutturalmente le tasse vanno da un'altra parte, ma -dal punto di vista del contribuente che si lamenta- se Maroni trasferisce una parte di fondi a Tremonti, per me che pago le tasse si tratta di un mero trasferimento senza alcun effetto sui conti pubblici.
Calcoliamo che una parte dei compensi al personale di seggio sarà soggetta a ritenuta d'acconto e una parte sarà tassata all'aliquota marginale applicata a ciascun dichiarante; per quanto riguarda le retribuzioni per straordinari poi sono sottoposte anche al prelievo previdenziale, per cui una parte di trasferimenti va all'INPS. Le spese vive invece andranno a incrementare il reddito d'esercizio dei fornitori, e saranno tassate all'IRES. Tutto ciò considerato, calcoliamo una ripresa fiscale del 30% e diciamo quindi che i nostri 100 milioni sono diventati 70 milioni.

Costi indiretti
Ma la parte più Travagliata(tm) è sicuramente quella relativa ai costi indiretti, che sono (udite udite):
- 127 milioni di euro, pari al costo di trenta minuti di tempo libero di ciascuno dei 40 milioni di elettori;
- 37 milioni di euro pari al costo sostenuto da un milione di famiglie per la tata del bambino che frequenterebbe le elementari ma il lunedì non potrà andare a scuola: il tutto nel presupposto, evidentemente falso, che *tutte* le elementari restino chiuse e che il 33% delle famiglie debba prendere una tata (che poi dove diavolo si troveranno un milione di tate mi incuriosirebbe di saperlo);
- 37 milioni pari al costo sostenuto dal Paese per la mancata ricchezza prodotta dal personale impegnato ai seggi (calcolato in 100 euro/persona). Viene dato atto per onestà intellettuale che molti scrutatori sono studenti e quindi tale costo consiste nella mera impossibilità di studiare o andare a lezione, ma si afferma apoditticamente che "il personale coinvolto nelle operazioni di voto ha generalmente una produttività più alta della media, quindi le due fonti di distorsione tendono a compensarsi". Il che dimostra che, oltre che in malafede, l'estensore della nota non ha mai visto un seggio.
La conclusione, che virgoletto, è "Si giunge così ad una stima dei costi indiretti pari a circa 201 milioni di euro. Tra costi diretti e indiretti si giunge così a un costo complessivo per la collettività di circa 400 milioni di euro."

La mia conclusione è che il costo è di settanta milioni di euro. Che non sono bruscolini, intendiamoci; ma sono tutt'altra cosa.

Aggiornamento Rectoscopy mi fa notare che i compensi ai componenti delle sezioni elettorali sarebbero esentasse: in tal caso il "costo" (rammentiamoci sempre che di trasferimenti alla fin fine si tratta) salirebbe a 90 milioni. Io me la ricordavo diversamente, dall'ultima volta che ho preso parte alle operazioni di seggio, ma è doveroso verificare.

Aggiornamento /2 Ha ragione rectoscopy: secondo la L. 21/3/1990 n. 53 i compensi elettorali costituiscono rimborso spese non assoggettato a ritenuta fiscale.

Notizie tendenziose

Un po' su tutti i quotidiani italiani campeggia la notizia che i due rumeni arrestati e mezzo linciati per lo stupro di San Valentino non c'entrano: i test sul DNA ritrovato sulla vittima e sul luogo del deliltto lo escludono al di là di qualunque ragionvole dubbio.
Lo dice il Corriere, lo dice la Stampa. Non mi sembra ne parli il Giornale, almeno nella versione ora online, ma lo dice perfino Libero, che certo non è un modello di tolleranza.

C'è però un giornale che imposta l'articolo dicendo che se quel brutto tipo lì ha confessato, in qualche modo deve entrarci, e se proprio non sarà stato lui allora vuol dire che sta coprendo qualcuno. Del resto il tipo che ha confessato si è lasciato catturare come un pollo anche se c'erano le sue foto sul giornale, e questo è un sicuro indizio che voleva farsi catturare e quindi ha qualcosa da nascondere, no?
Quanto all'altro, quello che non ha confessato, era andato a Livorno, "precipitosamente": evidentemente stava scappando, non voleva farsi catturare e quindi ha qualcosa da nascondere, è chiaro.
Certo, quello che ha confessato dice che l'hanno picchiato, ma "non è in grado di dimostrarlo e il suo corpo non ne mostra tracce". Tutti sanno che queste cose, la polizia che mena gli arrestati, si vedono solo nei film americani e in quelli di propaganda dei no-global. E poi "fino al momento dell'interrogatorio, viene sorvegliato a vista da un funzionario con la testa sulle spalle, per altro figlio di un noto magistrato": quale migliore rassicurazione potreste immaginare della stabilità sulle sue spalle della testa di un figlio di tanti lombi?
Il giornale si chiama Repubblica, e l'articolo a firma di Carlo Bonini. Così, giusto per ricordarselo.

martedì 3 marzo 2009

Tremonti Bond /3

(segue da qui)
Ora che abbiamo cominciato a capire un pochino come funziona lo stato patrimoniale, riprendiamo l'esempio della Banca Aggressiva che avevamo fatto nella prima puntata.
Se ben ricordate, avevamo visto l'andamento delle cose dal punto di vista economico, vale a dire analizzando costi e ricavi per vedere se avevamo creato o perso ricchezza. Anche in questo caso possiamo disegnare una tabella, che in termini bilancistici si chiama conto economico: compiliamo i due esempi, sia nel caso in cui le cose vadano bene che in quello in cui vadano male.

Conto economico
ricavi (interessi attivi)100.000
costi (interessi passivi)-76.000
utile24.000
Conto economico
ricavi (interessi attivi)100.000
costi (interessi passivi)-76.000
perdite su crediti-40.000
utile-16.000
Notate che nell'esempio della prima puntata avevamo detto che i ricavi erano di € 60.000, ma in effetti era una semplificazione, in quanto con tutta probabilità avremmo dovuto incassare € 100.000 di interessi (o magari un po' meno, dato che il cliente saltato certo non ci ha pagato gli interessi), mentre gli €40.000 persi sono di capitale. Nel secondo modello di conto economico ciò viene evidenziato.
A questo punto proviamo a vedere come questo si riflette dal punto di vista patrimoniale anziché economico: preoccupiamoci cioé di analizzare la situazione non tanto per come creiamo valore, bensì per come varia il nostro patrimonio. La situazione di partenza è la seguente:
AttivoPassivo
denaro prestato
(crediti verso clienti)
2.000.000patrimonio100.000
denaro preso in prestito
(debiti verso terzi)
1.900.000
Vediamo ora cosa succede quando ci salta il cliente dei 40.000 euro: per non complicarci la vita con gli interessi, supponiamo che ciò succeda il 1° gennaio, quando ancora non sono maturati né interessi attivi né passivi:
AttivoPassivo
denaro prestato
(crediti verso clienti)
1.960.000patrimonio60.000
denaro preso in prestito
(debiti verso terzi)
1.900.000
Da questo esempio capiamo (o perlomeno si dovrebbe capire, se fosse spiegato decorosamente ;-) che il rischio è contenuto nell'attivo, e che tale rischio al passivo si ripercuote tutto sul patrimonio, che fa da un po' da cuscinetto: lo "assorbe" prima che si ripercuota sul debito. Proviamo un po' ad immaginare cosa succederebbe se le cose andassero *veramente* male, e anziché saltarci un cliente da € 40.000 ce ne saltassero quattro tutti insieme, per complessivi € 160.000:
AttivoPassivo
denaro prestato
(crediti verso clienti)
1.840.000patrimonio0
denaro preso in prestito
(debiti verso terzi)
1.840.000
Ma se ci pensiamo non è possibile, dato che i nostri correntisti i soldi li vogliono indietro, e tutti! Quindi lo schema corretto è:
AttivoPassivo
denaro prestato
(crediti verso clienti)
1.840.000patrimonio-60.000
denaro preso in prestito
(debiti verso terzi)
1.900.000

Abbiamo un patrimonio negativo, situazione che ha due vie d'uscita: o i soci (gli azionisti) mettono mano al portafoglio e tirano fuori altri soldi, o si portano i libri contabili in Tribunale e ci penserà il curatore fallimentare a pagare i creditori.

Rammenterete che nella prima puntata avevamo detto che la leva finanziaria (vale a dire il rapporto tra debito e patrimonio) aumentava il rendimento del patrimonio ma anche i rischi. Dall'esempio abbiamo però visto che quello che è rischioso è l'attivo, non il passivo: pagare i debiti infatti è una triste certezza, mentre essere pagati dai nostri creditori è un mero auspicio.
Possiamo quindi dire che la solidità della struttura patrimoniale (l'inverso del rischio, quindi) può essere misurata dal rapporto tra patrimonio e attivo: nel caso della nostra Banca Aggressiva, all'inizio tale coefficiente era pari al 5% [100.000/2.000.000]; successivamente scende a poco più del 3% [60.000/1.960.000], e successivamente diventa addirittura negativo.
Come avevamo visto, l'Autorità di Vigilanza (la Banca d'Italia) vigila sulle Banche non tanto per salvaguardare gli azionisti (a ciò avrebbe dovuto pensare la CONSOB, prima delle ultime riforme) bensì per salvaguardare i creditori delle Banche stesse: pertanto quello che interessa alla Banca d'Italia non è tanto la leva finanziaria, che d'ora in poi dimenticheremo, quanto il rapporto che abbiamo appena visto tra patrimonio e (semplifichiamo, per ora) attivo, che non a caso viene detto coefficiente di solvibilità: e infatti la normativa di Vigilanza prevede che ciascuna banca debba mantanere costantemente un requisito minimo di patrimonializzazione, facendo sì che il coefficiente di solvibilità non scenda mai al di sotto dell'8%.

Proviamo ora a complicare un po' le cose: Qual è la banca più rischiosa, tra queste due (o, se preferite, qual è la più solida?

Banca Prima
AttivoPassivo
crediti verso clienti2.000.000patrimonio100.000
denaro preso in prestito
(debiti verso terzi)
1.900.000
Banca Seconda
AttivoPassivo
crediti verso clienti2.000.000patrimonio100.000
contanti1.000.000debiti verso terzi2.900.000


(continua)

lunedì 2 marzo 2009

Tremonti Bond /2

(Segue da qui)
Dopo aver visto il concetto di leva finanziaria ora saltiamo un po' di palo in frasca e facciamo un'altra ipotesi di scuola per spiegare sommarissimamente come funziona un bilancio: chiunque abbia un'infarinatura di ragioneria potrà arrabbiarsi per le castronerie che leggerà, ma per gli altri può essere interessante.

Supponiamo di aver scritto nei ritagli di tempo un libro di successo stampato in Times New Roman 18 interlinea 2,5 che ci ha fruttato $500.000, e di aver messo gli occhi su un appartamento a New York che ci costerebbe $1.000.000: che facciamo?
Semplice: andiamo in banca e chiediamo un prestito di $500.000! A questo punto abbiamo $1.000.000 e compriamo la casa, come sintetizzato dal seguente schema:
Costi sostenutiFonti finanziarie
appartamento1.000.000vendita libri500.000
prestito banca500.000

Siamo ora felici proprietari di una casa che vale $1.000.000, ma quant'è la nostra ricchezza? Non certo un milione di dollari, dato che non abbiamo guadagnato nulla da un giorno all'altro! Facciamo uno schema molto simile al precedente:
Valore dei beniDi chi sono i soldi?
appartamento1.000.000nostri500.000
della banca500.000

Ecco: dallo schema si capisce bene (lo spero, almeno) che quel nostri è la nostra ricchezza.
Immaginiamo ora che da un giorno all'altro si diffonda la notizia che sotto il nostro appartamento verrà sviluppata un'area di urbanizzazione pregiata con un parco sontuoso, servizi d'eccellenza e parcheggi gratuiti per residenti: probabilmente il valore del nostro appartamento schizzerà a $1.100.000, non credete? E allora vediamo il nostro schema, tenenedo presente che alla banca di questo schizzamento di valore non gliene deve importare nulla: sempre $500.000 le dobbiamo:
Valore dei beniDi chi sono i soldi?
appartamento1.100.000nostri600.000
della banca500.000

L'appartamento è aumentato di valore di $100.000 e allo stesso tempo la nostra ricchezza è aumentata di $100.000: ed è normale, dato che il debito non muta (notate, per inciso, che anche qui vale il concetto di leva finanziaria: l'appartamento è aumentato di valore del 10% [100.000/1.000.000], e la nostra ricchezza del 20% [100.000/500.000]).
Allo stesso modo, se il sindaco anziché un giardino di delizie decidesse di costruire davanti alle nostre finestre una fonderia, probabilmente il valore dell'appartamento crollerebbe del 20% passando a $800.000, e la nostra ricchezza sprofonderebbe del 40%:
Valore dei beniDi chi sono i soldi?
appartamento800.000nostri300.000
della banca500.000

Da questi esempi si evince abbastanza chiaramente che la nostra ricchezza, o per meglio dire il nostro patrimonio, altro non è che il valore dei nostri beni meno il valore dei nostri debiti.
Dato che i debiti, nel nostro esempio, non sono minimamente influenzati dal valore dei nostri beni, tutte le variazioni di valore dei beni si ripercuotono interamente sulla nostra ricchezza; possiamo dire quindi che il rischio è interamente a nostro carico, il che può essere un bene se il valore sale, ma un male se il valore scende. Oltretutto per effetto della leva, che rende minore il denominatore della frazione, la percentuale con cui tali variazioni di valore si ripercuotono sulla nostra ricchezza aumenta con l'aumentare della leva.

Immaginiamo ora di non essere un famoso(?) scrittore(???) bensì una piccola società, lo schemino diventerebbe un pezzo del bilancio, e precisamente lo stato patrimoniale
AttivoPassivo
immobile1.000.000patrimonio500.000
debiti verso banche500.000

Notate le differenze: il nostri è diventato patrimonio, come avevamo raccontato prima; ma soprattutto il "Di chi sono i soldi?" è diventato "Passivo".
E' molto importante capire questo: chi non si occupa di bilanci tende a credere che il passivo siano i debiti, ma non è così: il passivo è formato da debiti e patrimonio, o ricchezza che dir si voglia, che concettualmente è proprio il contrario dei debiti! In effetti una ragione c'è, se ci pensiamo bene: la società in fondo esiste solo perché ci sono dei soci che ne possiedono le quote o le azioni: e quella che oggi è ricchezza, il giorno in cui la società dovesse essere sciolta non si volatilizzerà: saranno soldi che torneranno ai soci. Da questo punto di vista quindi anche il patrimonio è un debito della società, verso i suoi soci.

(continua)

Tremonti Bond

Molti si sono chiesti cosa diavolo siano questi Tremonti Bond.
In particolare, appare oscuro ai più come sia possibile che il Tesoro presti del danaro alle Banche a tassi attorno all'8%, nel momento in cui l'EURIBOR viaggia sotto il 2%. In pratica il Tesoro starebbe prestando soldi a strozzo, con uno spread di oltre 600 bps (dove bps è la sigla di basis points, e 1 BPS significa in termini finanziari uno spread del 0,01%).
Oltretutto questi bond dovrebbero servire ad aiutare le piccole imprese, ma a logica si direbbe che, se le banche prendono denaro all'8%, minimo minimo lo presteranno al 10%, e quindi lo spread per l'imprenditore andrebbe oltre gli 800 bps!
In realtà le cose non stanno così, ma per capirlo è necessario anzitutto addentrarsi nei meccanismi finanziari del funzionamento di una banca.

Ammettiamo di essere uno strozzino che ha messo da parte una certa sommetta, diciamo 2 milioni di euro. Decidiamo di prestarli a un po' di imprese, diciamo al 5%: alla fine dell'anno quindi ci verranno restituiti €2.100.000, e sottraendo i due milioni investiti, che andiamo a recuperare, avremo fatto 100.000 euro di interessi, che saranno il nostro utile.
(notate che se li avessimo investiti in titoli di stato al 3% il nostro utile -sempre tralasciando il capitale di due milioni restituito alla scadenza- sarebbe stato di €60.000; quindi possiamo dire che prestare denaro a privati invece che allo stato ci ha fruttato €40.000, che non è poi 'sto granché, se consideriamo il rischio che qualcuno non ci restituisca i soldi: questo, tra parentesi, spiega perché gli strozzini pratichino tassi da strozzini.)

Ammettiamo ora di avere una maggiore rispettabilità, e di fondare una banca, nella quale mettiamo solo €1.000.000, mentre €1.000.000 ce lo facciamo prestare da altre banche o addirittura ce lo ritroviamo in casa, versatici dai nostri correntisti; ipotizziamo infine che il costo di questo milione che ci viene prestato sia il 4%.
Alla fine dell'anno avremo sempre i nostri 100.000 euro di ricavi, da cui dovremo togliere €40.000 di interessi che dovremo pagare sul milione che abbiamo preso in prestito. La differenza è di €60.000, che rispetto al milione che abbiamo impiegato ci dà un utile del 6%.
Ricorrere all'indebitamento quindi ha incrementato i nostri utili!

Ammettiamo adesso di essere *molto* aggressivi e mettere solo €100.000 nostri, e €1.900.000 presi in prestito o comunque raccolti, che ci costino sempre il 4%.
a fine anno avremo i soliti €100.000 di ricavi, cui dovremo sottrarre €76.000 per gli interessi sul debito. La differenza è di €24.000, che rispetto ai 100.000 che abbiamo investito ci dà un rendimento del 24%!

E' quindi evidente che meno soldi mettiamo rispetto a quelli che prendiamo in prestito, più il nostro investimento renderà; e dato che quel rendimento è quello con cui si pagano i dividendi agli azionisti, è chiaro che sulla base di questo ragionamento qualunque banchiere vorrebbe ridurre al minimo il rapporto tra il patrimonio (i soldi degli azionisti) e il debito o, il che è lo stesso, massimizzare il rapporto tra debito e patrimonio: rapporto che comunemente è chiamato leva finanziaria.
Il problema è che aumentando la leva aumentano i rendimenti, ma aumentano anche i rischi. Ipotizziamo infatti che uno dei clienti ai quali abbiamo prestato il denaro, diciamo €40.000, non ce lo renda più, e quindi i nostri ricavi alla fine dell'anno non siano i famosi €2.100.000 (di cui 2 milioni di rimborso del capitale) bensì solo €2.060.000.
Se siamo lo strozzino (leva = 0), il nostro utile si è ridotto a €60.000, vale a dire il 3% di due milioni.
Se siamo il banchiere prudente (leva = 1), dobbiamo sottrarre ai €60.000 di ricavi gli €40.000 di interessi sul debito (non possiamo mica dire che non li paghiamo perché uno dei nostri clienti ci è saltato!), e quindi il nostro utile scende a €20.000, vale a dire il 2% (meno dei famosi titoli di stato di cui si era ipotizzato).
Se siamo il banchiere aggressivo (leva = 19), dobbiamo sottrarre ai €60.000 di ricavi addirittura €76.000 di interessi: ne risulta che abbiamo una perdita secca di €16.000, pari al 16%: non solo non abbiamo guadagnato, ma addirittura abbiamo perso.

Ecco il motivo per cui il banchiere prudente non può permettersi una leva troppo elevata: perché è troppo rischiosa.
Ma come sappiamo viviamo in un mondo di squali avidi, e anche i banchieri debbono rispondere agli azionisti, che vogliono vedere i dividendi e non ci mettono poi molto a vendere le azioni della Banca Prudente e acquistare quelle della Banca Aggressiva: certo rischiano, ma finché le cose vanno bene chi se ne importa? Basta pensare alla saga dei bond argentini: ci saranno anche state tante vecchiette truffate, tra i compratori; ma c'erano anche tantissimi che hanno visto solo il tasso di rendimento fregandosene del fatto che fossero rischiosi, e pensando che a loro non sarebbe capitato, di perderci.
Ma la leva elevata non è un rischio solo per il banchiere e gli azionisti: lo è anche per l'economia in generale: infatti come abbiamo visto il banchiere aggressivo ha perso dei soldi; e se ne avesse persi troppi, non avrebbe avuto di che ripagare i debiti. Detto in modo spiccio: di che restituire i soldi ai correntisti.

E' per questo che in tutti i sistemi bancari sono previste delle regole di vigilanza, che definiscono esattamente quanto dev'essere il valore massimo della leva ammissibile o, che è lo stesso, la percentuale minima di patrimonio che la banca deve avere a copertura del rischio che taluni crediti diventino inesigibili.
In Italia l'autorità di vigilanza è la Banca d'Italia, e la relativa normativa è pubblicata sul suo sito in forma di due circolari (prima che corriate a leggervele, vi avverto, sono un 1.200 pagine circa), una del 1999, più volte aggiornata, e una del 2006 che recepisce la normativa cosiddetta "Basilea II".

Ma torniamo al nostro esempio: abbiamo visto che se le cose vanno bene, o perlomeno vanno non troppo male, il patrimonio ha un rendimento superiore rispetto al debito: e ciò è ben comprensibile, in quanto chi investe in patrimonio affronta un rischio ben superiore a chi presta i soldi a debito.
Chi fa controllo di gestione considera infatti che il costo "standard" per il patrimonio sia attorno al 9%: vale a dire che considera che i soldi che sono "di proprietà" della banca (e che in effetti sono dei suoi azionisti) debbano produrre un interesse del 9%: che beninteso non sarà un vero e proprio interesse, bensì quanto sarà distribuito a fine anno in forma di dividendi agli azionisti.
Cominciamo quindi a vedere che i "Tremonti Bond" hanno un tasso ben superiore rispetto al debito (Euribor+spread), ma inferiore rispetto al costo del capitale.

(continua)

martedì 24 febbraio 2009

Le ultime parole famose


Non posso certo invidiare il nuovo segretario del PD, che il primo giorno di lavoro già si trova una grana, e bella grossa.
Certo, fa specie vedere che a distanza di pochi giorni le dichiarazioni rilasciate all'indomani dell'avvicendamento di Ignazio Marino siano utili solo per incartare il pesce.
Ma la domanda che mi pongo è un'altra: che diavolo spera di ottenere Rutelli? E' ovvio che non potrà mai trasformare il PD nell'UDC di Buttiglione (dico Buttiglione perché Casini è già più avanti di lui sulla strada della modernità). Per quanto, come scrivevo ieri, il sistema maggioritario amplifichi la forza ricattatoriacontrattuale dei soggetti contigui al centro (Binetti, ad esempio) è chiaro che tale forza non può essere utilizzata per trascinare un partito intero, ma al più solo per condizionarne alcune scelte (in tal senso prego coloro che hanno commentato criticamente il mio post di fare un'ulteriore riflessione su queste dinamiche).
Ma Rutelli è ormai del tutto isolato dentro quello scatolone chiamato partito, e quindi l'unica logica spiegazione a questa accelerazione è che stia cercando di serrare le fila di alcuni seguaci per portarseli dietro nella nuova casa degli italiani di centro e d'oltre Tevere.
Mi domando se sia saggio il suo comportamento: se cioé rompere il giocattolo costruito anche da lui possa davvero giovergli un giorno, o se al contrario gli farà rimanere addosso un marchio d'infamia. Io sono più propenso alla seconda che ho detto, non foss'altro perché nella mia vita lavorativa ho cambiato tanti incarichi ma non ho mai fatto o detto niente contro i precedenti colleghi, e ciò mi è servito tantissimo, nel corso del tempo, in quanto quei moedesimi colleghi quando ho avuto bisogno non mi hanno lesinato il loro appoggio.
Ma quello che mi domando con ancora più curiosità è cosa diavolo aspetti il resto del PD a cacciare via lui e i suoi venti accoliti. Hanno paura della scissione? Hanno paura di perdere venti parlamentari e un tre percento di voti?
Forse non si rendono conto che nei rapporti di forza che ci sono oggi alla Camera e al Senato, venti parlamentari contano come due o duecento, dato che la destrà ha comunque da sola una schiacciante maggioranza.
E forse non si rendono conto che per tenere quel tre percento ne hanno già perso un dieci abbondante; e continuano a perderne giorno dopo giorno (il che, si badi, mi farebbe un immenso piacere, se solo a sinistra ci si riuscisse a mettere d'accordo per una forza che riuscisse a intercettarli, quei voti perduti).

lunedì 23 febbraio 2009

Liberali

Grazie a Scorfano, apprendo con vivo interesse da questo articolo della (ri)nascita del Partito Liberale Italiano.
Interesse vieppiù ravvivato dalla circostanza che vicesegretario è nientepopodimeno che Paolo Guzzanti, e che il nuovo soggetto politico si è già diviso in correnti, l'una facente capo a De Luca e Guzzanti e l'altra a Taradash e Diaconale. Completa il quadro idiliaco un sopravvissuto a sé stesso come Carlo Scognamiglio.

Simili notizie, una volta smesso di sorridere, dovrebbero secondo la comune vulgata incrinare la convinzione che in Italia serva, e presto, un ritorno al proporzionale. E invece no, e vi spiego il perché.
Un "partito" forte dello 0,3% dei voti rappresenta lo 0,3% dei cittadini, e dovrebbe avere in Parlamento lo 0,3% dei seggi, in un sistema proporzionale puro.
Diciamo pure che raddoppi i consensi grazie a Guzzanti, arrivando allo 0,6%: dato che secondo la Costituzione vigente vi sono circa 1000 parlamentari (630 deputati e 315 senatori elettivi), ciò corrisponderebbe a 6 parlamentari, 4 alla Camera e 2 al Senato. In teoria, dato che in effetti su cifre così ridicole anche il sistema elettorale della prima repubblica non era veramente proporzionale, e se tanto mi dà tanto avrebbe attribuito al più un paio di deputati e zero senatori.

Ma facciamo anche conto che il sistema sia purissimamente proporzionale e, per semplificare, facciamo finta che ci sia una camera sola con 1000 persone dentro. Questo partito conterebbe, guarda caso, esattamente quanto conto io in un'assemblea condominiale: il condominio dove vivo infatti è molto grande, ed io possiedo giusto giusto i sei millesimi.
Il mio voto, quindi, conta meno di un due di spade quando è briscola coppe; ciò non toglie però che a volte le mie idee siano state seguite dai condomini; ma non in forza di veti o ricatti: semplicemente perché in certe questioni (quali, ad esempio, se coltivare o meno una causa nei confronti di una ditta fornitrice) ho una certa esperienza e so dire cose di buon senso che vengono colte come tali dagli altri partecipanti.
Quella è la mia forza: non certo l'espressione del mio voto, che -preso isolatamente- non è mai stato in grado di spostare di qua o di là una delibera.

Ben diverso è il peso in un sistema bipolare: quel prefisso telefonico può far la differenza, e quindi il peso di chi lo apporta ad una coalizione è molto incrementato dalla funzione di "ago della bilancia". E se non mi credete e vi sembrano vaneggiamenti senili, forse dovreste rinfrescarvi la memoria con nomi come Mastella o Binetti. Due parlamentari che, soli o con due-tre sodali, hanno tenuto in scacco il governo Prodi, costringendolo l'una a rinunciare a punti qualificanti del programma, l'altro addirittura ad andare a casa.
Notate poi che anche in un'ottica bipartitica le cose non cambiano, anzi! Teoricamente, se fosse passato l'ultimo dei referendum di Mariotto Segni, l'alleanza PD-IDV (e correlativamente PdL-Lega) non avrebbe avuto ragion d'essere (il premio di maggioranza sarebbe stato preso dal solo PdL); ma ci vuol poco a comprendere che le cose sarebbero andate ben diversamente: gli alleati, sia pur alleati a fini meramente eletorali, sarebbero stati inglobati nelle liste del partito maggiore, esattamente come successe con i Radicali nelle liste PD.
In conclusione: guardiamo con simpatia al buon Guzzanti, e preoccupiamoci del fatto che grazie all'attuale legge elettorale tale buffo personaggio (ne avete mai letto il blog?) possa inopinatamente acquisire un'importanza superiore allo zero virgola poco.

giovedì 19 febbraio 2009

Facebook cambia le condizioni di utilizzo

Tutti voi sapete già benissimo che Facebook ha cambiato le condizioni d'utilizzo, e così prima possedeva i contenuti da voi messi se non cancellavate l'accaunt ma poi se lo cancellavate non li possedeva più, e poi possedeva i contenuti anche se cancellavate l'accaunt, e poi (ma poi-poi) possiede contenuti se non li cancellate ma comunque, sia che cancellate o meno l'accaunt continua a tenere i contenuti ma senza possederli, e comunque quel signore lì col nome difficile da scrivere ha scritto che poi (poi-poi-poi) scriverà tutto meglio per farsi capire anche da chi non riesce a capirci nulla.

Quello che non ho capito io è: ma come fanno "contenuti" e "facebook" a stare insieme in una frase di senso compiuto?

mercoledì 18 febbraio 2009

Svegliatevi!

No, non mi sono convertito a Geova.
Da tempo cerco di trovare un supporto dottrinale alla mia opinione secondo la quale il Partito Democratico è nato tutto sbagliato.
Mai avrei sperato di trovarne uno autorevole come questo (a proposito: scusami, Mog, ma è una tua omonima)!
Riporto qui il testo dell'appello: leggetelo con attenzione e poi ne parliamo
NON TORNIAMO INDIETRO
Il Partito Democratico è nato per cambiare l’Italia. Non è solo, ne’ innanzitutto, la sintesi di due tradizioni politiche del secolo scorso, gloriose ma storicamente esaurite. E’ il progetto di portare il nostro paese nella contemporaneità, nel mondo che cambia. Innovazione, mobilità sociale, trasparenza ed equità in un paese che appare invece sempre più bloccato, diviso e chiuso nelle proprie paure e nel proprio passato. Quella missione di cambiamento è oggi non solo valida, ma necessaria ed urgente. E’ un progetto culturale prima ancora che politico. La sua realizzazione richiede coraggio, coerenza, coesione ed uno sguardo puntato con fermezza sul futuro. Sarà un lavoro lungo, che avrà bisogno di energia, senso di responsabilità e spirito di squadra. Noi siamo pronti a continuare a lavorare per realizzarlo.

le lettere accentate le ho messe a posto io

Bene, l'avete letto? Cosa vi fa venire in mente?
A me viene in mente una parola: velleitarismo.
    velleitario [vel-lei-tà-rio] agg., s. (pl.m. -ri)
    1 Irrealizzabile: progetto v.
    2 Che ha ambizioni superiori alla capacità di realizzarle: un giovane v.

E' un progetto culturale prima ancora che politico.
Ragazzi: di là c'è Gasparri, Tremonti, Maroni. Calderoli. e questi sono i migliori.
Poi c'è gente come Sergio Di Gregorio, Renato Farina, Mauro Pili, Raffaele Fitto, Esteban Caselli, Giuseppe Ciarrapico, Luigi Grillo. Una classe di accaparratori che guardano anzitutto al proprio tornaconto personale, e solo poi alla cosa pubblica.
Ecco: sono questi. E di qua (o perlomeno: in questa direzione), c'è un progetto culturale.
Svegliatevi, ragazzi!

Testamento biologico

Non si sorprenderanno i miei affezionati lettori nell'apprendere che aderisco all'appello di Ignazio Marino a favore di una legge sul testamento biologico che "confermi il diritto alla salute ma non il dovere alle terapie".
A tal punto, aderisco, che in questi giorni mi sono chiesto se avrei aderito anche all'eventuale proposta di referendum abrogativo laddove questa fosse stata presentata.

Rammentavo certo di aver scritto della mia contrarietà all'istituto del referendum allorquando una simile eventualità era stata proposta da Di Pietro sul Lodo Alfano; ma mi sono chiesto se tale posizione non meritasse di essere rivista in relazione a materie che riguardano la sfera delle libertà civili individuali, in linea peraltro con la buona tradizione dei referenda su divorzio e aborto degli anni '70 e primi '80: quando i Radicali facevano cosa di sinistra, insomma.
Poi sono andato a rileggermi quanto avevo scritto qui e mi sono accorto che le mie ragioni espresse pochi mesi fa valgono (almeno ciò è quanto io ravviso) anche ora e su questo tema.
Parlare di diritto alla vita o alla morte rende certamente la causa molto più nobile che parlare di galera, e perfino di galera per il PresConsMin; ma ciò non toglie il problema strutturale derivante dalla sovrapposizione di astensionismo fisiologico e astensionismo orientato al non-raggiungimento del quorum: il che ha come effetto non solo una artificiosa amplificazione dei fautori del "no" a qualsiasi proposta abrogativa ma anche, e soprattutto, una presunzione di orientamento contrario da parte della maggioranza del corpo elettorale che va ad inficiare qualunque successivo dibattito sul tema.
La batosta subita da coloro che ritenevano di dover cambiare la legge sulla procreazione assistita tramite referendum comporta che oggi sia praticamente impossibile rimettere in discussione i fondamenti di tale norma (e non solo perché oggi al Governo c'è la stessa maggioranza che ebbe ad approvarla a suo tempo).
Del resto, se ci pensiamo bene, il successo ai referendum su divorzio e aborto fu un successo dei NO, non dei SI'. Il vero successo fu l'approvazione delle leggi su divorzio e aborto, non la loro abrogazione.
E' quindi più che mai importante firmare adesso la petizione di Marino e partecipare a ogni iniziativa che vada in tale direzione, sperando (ma sappiamo già quanto conto ci si possa fare) che ciò possa in qualche misura orientare il dibattito parlamentare.
Altrimenti, possiamo sempre aspettare delle elezioni in cui cambi la maggioranza...

Chi è causa del suo mal...

Un ringraziamento al Corriere della Sera per aver riesumato questa foto d'archivio che rappresenta efficacemente ciò che, a nostro avviso, ci ha condotto al punto in cui siamo.
L'anno successivo a questa fotografia, scattata poco prima della celebrazione del referendum elettorale del 2000 (per fortuna una sonora batosta per i due figuri), Veltroni riuscì a portare il PDS all'ambito traguardo del 16 e mezzo percento (un italiano su sei!!!), e come oggi ebbe il buongusto di dimettersi.
Questa parola, buongusto, io la uso evidentemente con ironia: ma leggendo qui e là sembra quasi che WV abbia fatto una graziosa concessione, ad andarsene: una cosa da gentiluomo inglese d'altri tempi. E tutta la sua conferenza stampa è stata improntata al lancio di questo messaggio.
Tutte le volte che lo abbiamo sentito dire "me ne assumo la responsabilità" abbiamo anche visto e sentito il birignao di chi sta fra le righe facendo intendere che lui sa benissimo di non avere alcuna responsabilità, ma si deve prendere il fardello solo perché è il capo; e i capi si prendono fardelli.
Provo a esprimere meglio il concetto. Quando ho fatto catechismo, mi avevano insegnato che per la Confessione occorre a) il pentimento e b) il proposito di non peccare più. Io non so se quest'uomo si sia pentito del male che ha fatto; ma sono certo che non ha imparato niente da questa lezione, perché è tuttora autisticamente convinto di essere nel giusto. Come Mariotto Segni, del resto.

Il lupo perde il pelo

Walter Veltroni, nella conferenza stampa, non sta facendo quello che sarebbe legittimo aspettarsi da lui a questo punto: dire "ho sbagliato".

Sta invece dicendo: "ho ragione io, ma gli altri sono tutti stronzi".

Bé, lasciatemelo dire: quando uno fa così, vale la filastrocca dei bambini: chi lo dice sa di esserlo mille volte più di me

11:27: tira fuora la scuola di Cortona
11:28: tira fuori il Circo Massimo
11:31: "c'è bisogno che ci si senta una squadra"
(purtroppo mi pagano per fare altro; ma se andata da Francesco Costa trovate paro paro il succo di qual che stavo iniziando a scrivere)

martedì 17 febbraio 2009

Continua così, fatti del male.

C'è un signore, di cui non faccio il nome perché lo cito troppo spesso, che ha scritto questa cosa:
Da ieri spiego agli scettici cosa penso della vittoria di Matteo Renzi: penso di non condividere con lui molte cose che pensa e che dice, che lui sia un giovane rutelliano cattolico (cattolico in politica, non come fede privata), e che di certo mi troverei molto più d’accordo sui contenuti con uno come Bersani, per esempio.
Ma per come stanno le cose in Italia e nel PD, oggi conta molto di più un ricambio del metodo che non la condivisione dei contenuti: e l’eventualità che il futuro del PD sia nelle mani di Bersani - persona esperta e capace - mi pare quindi catastrofica. Mentre la vittoria di Renzi mi pare una buona cosa. Dovrebbero pensarci i giovani del PD che stanno acquattati attorno al vecchio aspettando il loro turno.

Bene: io penso che continuare a concentrarsi sul metodo e non sul merito delle cose sia una colossale cazzata.
La politica si fa prima mettendo dei contenuti e poi trovando il modo per farli passare.
La politica del prima trovare lo spallone e poi decidere cosa mettergli nello zaino è esattamente la politica che ha portato il centro-sinistra italiano al più totale e assoluto fallimento della storia della nostra democrazia.

Dimissioni /2

Non è una cosa della quale si debba abusare, ma talvolta autocitarsi può andar bene, se si crede ancora in quanto si è a suo tempo scritto:
Le dimissioni hanno uno straordinario effetto catartico per l'organizzazione il cui capo si dimette: salvo casi eccezionali non importa quanto le prime e le seconde linee della struttura (e quindi la struttura stessa, ontologicamente determinata) fossero coinvolte negli errori di valutazione del capo o addirittura nelle sue furfanterie: con la rimozione del vertice l'organizazione può ripartire a nuovo, o perlomeno sperare di farlo.
E la cosa più curiosa di tutte è che la catarsi coinvolge anche il capo che, finalmente, si decide a lasciare il posto. Non importa quanti svarioni o quante marachelle abbia commesso: con le dimissioni, magari seguite da un ritiro in campagna o su un'isoletta lontana dalle rotte più battute, il dimissionario riesce a costruirsi una nuova credibilità.
Non è che che le dimissioni possano rendere la verginità a una vecchia baldracca: ma sono comunque l'equivalente di un intervento di imenoplastica, che ben può ingannare gli utenti meno smaliziati.
E -questo è sorprendente- funzionano anche quando è perfettamente chiaro che colui che le ha rassegnate lo ha fatto solo perché non aveva alcuna altra scelta, in quanto un minuto dopo sarebbe stato cacciato a pedate.
Io non so se Veltroni creda nel Partito Democratico: credo che sia troppo arrogante ed egoriferito per credere in qualunque cosa che non sia sé medesimo. Ma se ci crede, l'unica cosa sensata che può fare è dimettersi. Subito.

Non l'ha fatto subito, ma alla fine Veltroni si è dimesso: lo ritroveremo tra un tre-quattro anni -o forse anche prima, dati i tempi- a darci lezioni su come si fa politica.
Ora la palla sta al PD. Questo blog non ha mai voluto bene al PD, fin dal suo primo post: e in questo crede di aver dimostrato un minimo di coerenza, anche se la coerenza non è un valore in sé, come dimostra la Storia.
Il suo autore si rende tuttavia conto che per la rinascita di un'idea di Sinistra in Italia sarà pur sempre necessario fare i conti con quella parte di popolazione che, in buona fede e tra molti tormenti interiori, costituisce la base di quello che, per dissennata scelta della propria dirigenza, è il partito del Centro italiano.
Noi non siamo così cinici da credere al tanto peggio tanto meglio e sperare che, attraverso la dispersione dell'apparato di partito, i suoi elettori emigrino verso formazioni più vicine al nostro -e forse per molti al loro- sentire.

E' quindi con sincerità che vogliamo esprimere i nostri auguri a chi prenderà le redini di quel carrozzone (certo una direzione collegiale, in un primo tempo, ma nella quale ci sarà certo un leader in pectore).
Attraverso lo sfrondamento di tutte quelle parti che sono state imbarcate a puro fine di conquistare questa o quella manciata di inutili voti vicini al Vaticano, alla Confindustria, ai sindacati gialli o neri.
Attraverso una nuova attenzione rivolta ai problemi del Paese anziché a quelli dell'arrivare a governare del Paese.
Attraverso la convocazione di iniziative tempestive e la formulazione di proposte concrete, abbandonando la politica fatta di metafore suggestive e proposte solide come castelli di sabbia.
Attraverso, soprattutto, una rinnovata attenzione alle idee di una Sinistra i cui valori in Italia hanno ancora molto di positivo da esprimere, e che pur dialetticamente può dialogare con un Centro illuminato che si rispecchi nei valori dell'eguaglianza sociale e delle libertà individuali, in contrapposizione a una Destra codina fautrice del liberismo in economia e del controllo pervasivo dell'individuo nel privato.

Buon lavoro, davvero.

Cincinnato

Naturalmente io non credo che Veltroni abbia davvero deciso di ritirarsi in campagna a scrivere best seller (che, se lui non fosse Veltroni, best seller non sarebbero certo).
Semplicemente, è perfettamente consapevole del fatto che in questo momento, a poca distanza dal disastro annunciato delle europee, la sua poltrona puzza di letame lontano miglia, e nessuno sarebbe così scemo da sedercisi sopra.
Confermerà le dimissioni e starà a divertirsi guardando (quel pollo di) Bersani sedercisi sopra dopo averci steso un telo di plastica?
O si farà firmare un mandato in bianco per fare qualsiasi cosa lui voglia e stoppando definitivamente le polemiche (che naturalmente riprenderebbero dopo poche ore?)
Sono le 15:30, aspettiamo curiosi.

Prendo a calci l'avversario inerme a terra

Sì, lo so: non è bello.
Ma forse c'è ancora qualcuno che, giorno per giorno, continua ostinatamente a chiedersi che senso ha creare un partito-pastone, che ha come unico motivo di esistere quello di accorpare una massa eterogenea di voti tale da raggiungere la massa critica necessaria a diventare uno dei due maggiori partiti italiani, e così aspirare a raggiungere il potere una volta riformata la legge elettorale e la Costituzione in modo tale da far esistere solo due partiti sulla scena politica, approfittando del fatto che prima o poi, in un quadro del genere, l'alternanza è fisiologica.

Bene: se qualcuno ancora se lo chiedesse, questa intervista gli fornirà formidabili argomenti per rafforzare la convinzione che di senso non ce ne sia neanche un po'.

A proposito: sarebbe magari ora che la squadra del segretario del Pd prendesse qualche lezione di recupero sulle fallacie logiche, e in particolare su quella denominata "Petizione di principio" (in inglese, icasticamente, "begging the question".
Veltroni e i suoi pretoriani potrebbero così accorgersi che continuare ad affermare apoditticamente che il Partito Democratico è qualcosa da cui non si può tornare indietro "perché tornare indietro non avrebbe più senso", come fa qui Tonini, o qui il suo capobastone, sempre bravissimo a trovare metafore suggestive che mascherano la pochezza o l'inesistenza di argomentazioni solide: bé, continuare ad affermare ciò non ha senso.

aggiornamento: questo post è stato scritto prima che su Repubblica comparisse l'intervista a Paola Binetti che attacca Ignazio Marino. Lo precisiamo perché non si dica che ci piace vincere facile.

Ora è tutto molto più semplice

Il Partito Democratico, come ricorderete, era nato con una "spiccata vocazione maggioritaria".
Poi, dopo la batosta delle elezioni politiche, è diventato il parito del 33%, quello che vota un italiano su tre.
Hanno fatto seguito alcune sconfitte e molti successi: la Summer School, il Circo Massimo, la vittoria in Trentino, la nascita della televisione, il formarsi del movimento dei gggiovani, l'elezione di Obama. Tutta roba che nasce dal confronto con gli elettori, come si vede. Specialmente per quanto riguarda le elezioni in Trentino Alto Adige, un grande successo con il candidato di Centro che ha sopravanzato quello del Centro-destra di ben 20 punti: ed è solo l'amara gelosia di Gasparri che gli ha fatto biascicare che in Trentino il candidato uscente aveva sì preso 20 punti in più, ma partiva con 30 punti di vantaggio!
Restava, tuttavia, quell'amarezza nel constatare che, anche se "L’Italia è un Paese migliore della destra che la governa." (cit.), gli italiani forse sono un po' meno simili all'Italia e un po' più alla destra che li governa: e difatti quel 33%, quell'italiano su tre, ogni tanto tendeva a nascondersi o perlomeno a distrarsi: a dimenticare a casa la tessera elettorale, come ad esempio in Abruzzo.

Ora è tutto molto più semplice: abbiamo capito che il Pd viene votato da un italiano su quattro, non un italiano su tre: in fondo la differenza tra tre e quattro è di un solo italiano, e cosa volete che conti un solo italiano?
Magari alle prossime europee si ammala anche. E se non si dovesse ammalare, vuoi mettere il successo, se raggiungono il 26%?

lunedì 16 febbraio 2009

Lezioni italoamericane - la cauzione /4

(prosegue da qui)
Avevamo lasciato Carlo I prestare il proprio assenso al Petition of rights, e quasi subito dopo sciogliere il Parlamento e avviare un periodo di quasi undici anni di governo personale. Nel 1649 gli fu tagliata la testa, e nel 1660 il figlio Carlo II riprese la corona.
E proprio Carlo II diede il proprio assenso all'Habeas Corpus Act 1679, un atto del parlamento con il quale si ribadivano ancora una volta le garanzie giudiziarie contro gli arresti arbitrari costituite, anzitutto,  dalla possibilità di emettere il writ of habeas corpus. L'atto del 1679 è così famoso che molti credono erroneamente che sia all'origine del principio stesso dell'Habeas Corpus, che invece come abbiamo visto è assai anteriore.
L'atto -si noti- ribadisce senza innovare, per quanto, considerati i tempi che correvano, lo stesso ribadire era per certi versi rivoluzionario: consideriamo infatti che in pieno periodo di restaurazione dell'assolutismo sovrano il Parlamento richiama le garanzie della Magna Carta, concesse in epoca feudale da un sovrano infinitamente meno potente e costretto quindi al compromesso con la nobiltà. Comunque, per quanto specificamente ci interessa, si statuisce che:
and thereupon within two days after the party shall be brought before them, the said lord chancellor or lord keeper, or such justice or baron before whom the prisoner shall be brought as aforesaid, shall discharge the said prisoner from his imprisonment, taking his or their recognizance, with one or more surety or sureties, in any sum according to their discretions, having regard to the quality of the prisoner and nature of the offence[...]
unless it shall appear... that the party so committed... for such matters or offences for the which by the law the prisoner is not bailable.

In pratica, quindi, l'Habeas Corpus Act 1679 ribadisce, con maggior chiarezza che nel passato, che il prigioniero condotto davanti al giudice in forza di un Writ of Habeas Corpus deve essere rilasciato entro due giorni, previa costituzione di una cauzione di qualunque importo, a discrezione del giudice e tenuto conto della condizione personale del prigioniero, salvo che sia detenuto per causa per le quali la legge esclude il rilascio su cauzione.
Come ricorderete, la legge da ultimo richiamata altro non era che lo Statute of Westminster I 1275, che ad oltre 400 anni di distanza è quindi ancor vivo e vegeto; e il tempo sembra proprio essersi fermato, se consideriamo che, ora come allora, la quantificazione della cauzione è rimessa all'arbitrio del giudice, che può vanificare tale garanzia con l'imposizione di una somma sproporzionata.

Ma se dal 1679 ci spostiamo al 1689, ecco che le cose cambiano moltissimo: vediamo perché.
Nel 1685 Carlo II muore, e la corona viene assunta dal fratello minore Giacomo II, il quale aveva un'enorme quantità di difetti: era anzitutto un fautore dell'assolutismo, anche se i tempi ormai stavano cambiando; ma fin qui non ci sarebbe stato granché di male.
Il problema è che Giacomo, durante l'esilio in Francia al tempo del Protettorato, si era convertito al cattolicesimo. Tuttavia le figlie del primo matrimonio erano state allevate come protestanti, su preciso ordine di Carlo II, e in particolare la maggiore, Mary, aveva sposato Guglielmo d'Orange, pure d'indiscussa fede protestante.
Dopo la morte della prima moglie Giacomo aveva sposato Maria d'Este, ovviamente cattolica anch'essa, ma finché il matrimonio era rimasto privo di discendenza la classe dirigente inglese non aveva sollevato troppi problemi, rassicurata dalla posizione di Mary quale erede al trono.
Tuttavia nel 1688 Giacomo e Maria diedero la luce a un figlio maschio (quindi primo in linea di successione), che sarebbe stato allevato nel cattolicesimo. Di fronte alla prospettiva che la Corona fosse assunta da una dinastia di papisti, i nobili protestanti invitarono Guglielmo d'Orange a sbarcare in Inghilterra e "salvare la religione protestante".
Guglielmo non si fece pregare; molti nobili inglesi si schierarono con lui e Giacomo, malgrado la superiorità numerica e l'appoggio della Francia di Luigi XIV (il cui aiuto aveva tuttavia rifiutato, nel timore di alienarsi ancor di più la nazione ingelse) fuggì.

Fu così che la "gloriosa rivoluzione" (anche se gli storici sono divisi tra considerarla una rivoluzione o un'invasione) si concluse con l'offerta del trono a Guglielmo e Maria (William and Mary), congiuntamente: e ciò per superare le divisioni tra chi riteneva che spettasse a Mary per diritto successorio o a William per conquista e per espressione della "sovranità popolare" (espressione troppo moderna, ma che rende l'idea).
E' chiaro che a questo punto tutte le teorie sull'assolutismo sovrano, la discendenza diretta del potere regale da Dio e la superiorità del Re alla Legge avevano una forza infinitamente inferiore a quanto ipotizzabile solo 10 anni prima, sotto Carlo II. E infatti uno dei primi atti dei due sovrani fu la promulgazione del Bill of Rights, specie di patto tra Corona e Parlamento di cui parleremo nella prossima puntata

(continua)

 

legalese
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