La lettura della Repubblica di domenica mattina, che ho avuto modo di fare in particolare agio, mi ha stimolato due riflessioni che vi riporto.
La prima riguarda i milioni sprecati per l'acquisto dei famosi vaccini contro l'influenza. Secondo Repubblica* il Governo avrebbe buttato via 180 e passa milioni di euri acquistando con contratti-capestro una o due decine di milioni di dosi di vaccino, mai utilizzate e che tra un po' scadranno.
Cosa scandalosa, dato che si tratta di soldi nostri. Ma siamo certi che Repubblica sia in grado di scagliare la prima pietra? Questa Elena Dusi che scrive un articolo titolato "Ecco quanto ci è costato il flop del vaccino", è solo omonima di quella che il 26 luglio 2009 scriveva «Le autorità del comune di Exeter sono arrivate al punto di individuare il sito per la sepoltura delle eventuali vittime: le catacombe del diciannovesimo secolo che rappresentano una delle mete turistiche della città»?
E il quotidiano stesso, che oggi si scaglia, è o non è lo stesso quotidiano che ha inanellato questi titoli: "Febbre suina, l' America ha paura"; "Febbre suina decine di morti in Messico allarme Oms"; "Febbre suina, l' allarme sale: rischio pandemia"; "Paura in America, il virus a New York: 8 contagiati Città del Messico, vietati i baci e le strette di mano"; "L' Oms alza l' allarme: Sei mesi per il vaccino Ora il virus si trasmette da uomo a uomo"; "Nella valle del contagio: Il virus è partito da qui"; "Negli Usa emergenza nazionale Temiamo vittime anche da noi"?
E, lasciando per un attimo da parte la stampa, e concentrandoci sull'operato del Governo, con che faccia l'opposizione può alzare il ditino, dato che (qui si ha memoria d'elefante) il 28 aprile 2009, a Otto e Mezzo, Ignazio Marino fece passare un pessimo quarto d'ora alla sottosegretaria alla Sanità, accusando il Governo medesimo di aver incapsulato antivirali solo per un milione di persone, quando le dosi necessarie sarebbero state per dieci milioni di persone?
Insomma: quella dell'influenza è stata una campagna sciagurata, nella quale forse le grandi case farmaceutiche hanno avuto il ruolo di registi segreti, forse non ce l'hanno avuto; ma sicuramente il ruolo principale l'hanno giocato la stampa e i mezzi di comunicazione in genere. E che adesso la stampa si scandalizzi mi fa un po' schifo.
La seconda riflessione riguarda l'articolessa del Grande Vecchio del giornalismo, Eugenio Scalfari. Il quale, essendo un Grande Vecchio, ha il diritto di prendersi qualche svarione, ogni tanto: ma quello di ieri è un po' esagerato.
Scrive Scalfari, a proposito della Bonino e delle battaglie civili dei radicali d'antan: «Ricordo bene quegli anni, le battaglie per il divorzio e la legalizzazione dell' aborto, le diffidenze a sinistra e l' opposizione durissima della destra clericale... Ricordo il numero de L'Espresso... che uscì con in copertina una donna incinta inchiodata ad una croce. Ricordo tanti giovani lettori che si erano offerti come volontari per raccogliere le firme per i referendum.»
Ricorda male, Scalfari: dato che a quei referendum, quelli sul divorzio e sull'aborto, furono i NO a vincere: dato che i referendum erano per abrogare le norme su aborto e divorzio.
E' un errore comune, ed un errore pericoloso. Perché quando si parla di battaglie referendarie, nell'uomo di sinistra viene sempre il riflesso pavloviano delle vittorie del 1974 e del 1981: ma si tende a dimenticare che furono vittorie della società laica che si battè, e vinse, contro le forze più retrive e oscurantiste, le quali avevano proposto i referendum abrogativi e raccolto le relative firme.
Il divorzio, e l'aborto, non furono introdotti nel nostro ordinamento dai referendum: furono votati dal Parlamento, e tramite lo strumento del referendum furono messi a rischio. Del resto, come rammentavo qui, lo strumento referendario fu attuato solo nel 1970, grazie all'idea di Fanfani di barattare l'introduzione del divorzio con la istituzione della consultazione popolare, in modo da sottoporre immediatamente al voto popolare il divorzio medesimo.
* cito Repubblica perché è il giornale che ho letto, ma il discorso vale un po' per tutta la stampa
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lunedì 18 gennaio 2010
giovedì 8 ottobre 2009
Piccole verità
Francesco Costa:
Se, per assurdo, lo scellerato referendum sul lodo Alfano si fosse celebrato prima della sentenza della Corte, oggi avremmo ancora il lodo Alfano. Così come ci teniamo la legge 40 grazie alla più folle delle consultazioni referendarie. Questo per dimostrare, per l’ennesima volta, quando sia dannoso e pericoloso un certo populismo parassitario e strumentale, e quanto possa essere catastrofico decidere cosa fare in politica ascoltando la pancia e non la testa. Chi preferisce la pancia vada allo stadio. La politica è una cosa troppo importante per farsi dare la linea da un comico.
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lunedì 22 giugno 2009
L'esito dei referendum (a caldo)
Sarebbe bello che, ad urne chiuse e risultato definito, coloro che si sono schierati per il Sì agli ennesimi improvvidi referendum in materia elettorale si ricredessero e comunciassero a fare un po' di vecchia, sana autocritica.Non voglio qui parlare di chi ha partecipato alla raccolta di firme e poi si è ricreduto. Non che ricredersi sia un atto sordido, anzi! Ma il sospetto che uno come Di Pietro abbia partecipato alla raccolta credendo di trarre un vantaggio tattico dal referendum, e abbia poi ritrattato capendo, dopo due anni, che avrebbe tratto un vantaggio tattico dalla sconfitta è troppo forte.
Non parlo neppure di Mariotto Segni, uno dei pochi personaggi per i quali metto in dubbio il mio principio che le colpe dei padri non debbano ricadere sui figli, e neppure del mendace Guzzetta, il quale via via che si avvicinava la scadenza della chiamata alle urne manipolava la verità con sempre maggior dispregio della realtà, fino ad arrivare alla puntata di Tetris di venerdì scorso: una vera chicca per chi avvia avuto la ventura di vederla.Li vedete qui a fianco, in compagnia del terzo genio della lampada: tre persone che, messe insieme e senza la facoltà di ricatto discendente dal maggioritario puro, non avrebbero neppure la capacità di radunare abbastanza condòmini da deliberare la riparazione delle tegole del tetto ammalorato.
No: penso, ad esempio, al disastroso Veltroni: l'uomo che scommettendo sul bipartitismo è riuscito a mandare in vacca il governo di centro-sinistra, facendo dimettere Mastella. Mossa poco accorta, quando le sorti di un governo si basano su due voti di maggioranza, dei quali uno quasi centenario e l'altro notoriamente banderuola: e il tutto non già per la considerazione che Mastella è un poco di buono, bensì per il velleitario progetto di importare in Italia un progetto di forma di governo all'americana, ciò che sarebbe stupido in sé, ma considerato l'esito delle elezioni politiche e di tutte le elezioni successive (tranne quelle del trentino e le presidenziali, beninteso) sarebbe degno di ricovero al neurodeliri.
Penso a Fini, che porta a casa anche lui una nuova sconfitta che dovrebbe farlo rendere conto del fatto che succedere a Berlusconi come principe sovrano, senza avere di Berlusconi il carisma e soprattutto il patrimonio, sarà impresa difficile assai. La vittoria al referendum era la sola speranza rimastagli: tramontata questa tramonterà anche l'ambizione del delfino in pectore: e probabilmente vedremo nelle prossime settimane un certo mutamento nelle esternazioni e negli atteggiamenti della terza carica dello Stato.
Penso anche a Franceschini, che non si capisce bene in nome di quale debito da pagare si sia imbarcato nel sostenere la disgraziata linea del proprio predecessore: schierandosi per il Sì in un gioco a somma negativa, ché sia in caso di vittoria dei Sì sia in caso di sconfitta del Sì, per il PD sarebbe stata una tragedia (e la sconfitta del Sì in fondo è la tragedia minore, dato che sconfitta è soprattutto la faccia politica del segretario, ma il futuro della sinistra è salvo).Sarebbe bello che tutti costoro ammettessero finalmente che gli italiani non ne vogliono sapere, di avere due partiti; che due partiti vanno bene in America ma qui abbiamo un'altra storia, un'altra cultura e financo un'altra Costituzione e tradizione democratica. Già, perché anche la nostra è una democrazia, magari meno antica, ma democratica: e non è che perché gli USA sono democrazia da più tempo, perciòstesso debbano essere più democrazia di noi.
Potrebbe cominciare, Fini, a non dire che "i quesiti erano complicati": perché non lo erano. I primi due, in particolare, volevano una cosa molto semplice, anche se per motivi tecnici era espressa con migliaia di parole. Il terzo quesito era espresso con molto meno parole, e paradossalmente )per Fini) era il più complesso dei tre, quanto a capirne gli effetti.
Potrebbe proseguire, Guzzetta, a non provarsi a parlare di brogli e intimidazioni ai seggi: che di fronte a un'astensionismo così travolgente, le sue parole suonano un po' ridicole (e aspettiamo poi di vedere quanti saranno i No: perché molti, come ben sappiamo, sono andati comunque a votare, e votare No, con l'idea di respingere i quesiti ma salvaguardare lo spirito dei referendum: sarebbe quindi una bella sorpresa se la percentuale di Sì, su quei pochi voti espressi, fosse poi persino minore del 90 o dell'85%)*.
Potremmo, un po' tutti, piantarla di pensare che i mali del Paese vengano da una cattiva legge elettorale. Perché la legge è cattiva, ma indiscutibilmente in questo momento offre tutti gli strumenti per governare alla coalizione che ha vinto le elezioni: che ha una barca in più di voti. Se l'azione di governo fa schifo, la colpa non è della legge elettorale: è di chi siede in Parlamento, e quindi del popolo italiano, che ha dato a tale coalizione una maggioranza invidiabile e mai vista nella storia repubblicana.
Popolo che si è bevuto un'autocisterna di propaganda, per credere a Berlusconi: e che si berrà altrattante autocisterne, a ciascuna delle prossime elezioni, qualunque sia il sistema elettorale in vigore, foss'anche quello della paupasia.
*aggiornamento: dai primi spogli sembra infatti che i NO siano almeno il 20%
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venerdì 19 giugno 2009
La Voce del padrone
Un interessante articolo de lavoce.info (voi sapete quanto la si ami, da queste parti), parla dei quesiti referendari.
Dicendo che non servono a nulla, specie i primi due.
Non sto pazziando: è proprio così: andatevi a leggere l'articolo, se avete lo stomaco. O leggete queste citazioni:
Questi signori della Voce, dopo averci smarronato per mesi sull'importanza dei temi referendari e sui tremendi costi che avremmo dovuto sopportare, adesso bellamente ci dicono che i referendum non servono a una fava. Malgrado il loro stesso convocarli sia costato dei bei soldini, come dicevo altrove (e sia chiaro che questo lo dico solo per confutare lavoce: non perché io creda che gli istituti democratici debbano venire posposti alle esigenze di bilancio).
Sarà che sono diventato troppo vecchio per queste cose, ma io alle conversioni sulla via di Damasco non ci credo. Il punto è che gli italiani hanno capito che votare SI consegnerebbe il Paese nelle mani di due o tre persone, e delle relative loro segreterie, e sgamato il giochino hanno cominciato a considerare se questa sia o meno una prospettiva piacevole, e hanno deciso per il no.
E' per questo che lo squallido estensore dell'articolo dice "si è cercato di far passare l'idea che": come fosse un complotto massone. No, signori miei: non è che si sia cercato di far passare un'idea: è che l'idea è proprio esattamente quella.
E ci vuole una enorme quantità di disonestà intellettuale per scrivere una frase come la seguente:
E ciò è tanto più grave, o tanto più ridicolo, se consideriamo che questa banda di cialtroni si sono anche permessi di targare il terzo quesito come quello contro le liste bloccate, o contro la partitocrazia verticistica che non consente al popolo di scegliere. Quando ciò che non consentirebbe di operare alcuna scelta, se non quella binaria tra destra e sinistra, sarebbero proprio i primi due quesiti.
Vediamolo un po' da vicino, questo terzo quesito, per capire di cosa effettivamente si tratti dal punto di vista tecnico.
Facciamo conto che in Italia ci siano cinquanta circoscrizioni elettorali, che in ciascuna di queste Berlusconi si presenti capolista e che allo spoglio il PdL prenda 400 seggi.
In ciascuna circoscrizione risulterà eletto Berlusconi (che è il primo) e un tot di altri: alla fine alla Camera ci saranno 50 seggi "targati" Berlusconi e 350 "targati" con il nome di qualcun altro.
Cosa succede ora? E' una specie di gioco delle sedie (rectius seggi) musicali: dato che Berlusconi può occupare una solo seggio, ne rimangono liberi 49 per 50 primi non eletti. Berlusconi gira, gira... e alla fine decide di sedersi su una delle 50 sedie: il primo dei non eletti che aveva quella sedia va a casa, stizzito (ma non tanto, perché avrà poi un sottosegretariato o una poltrona in un CdA), e gli altri 49, con un respiro di sollievo, faranno la valigia per Roma.
Orbene, io mi chiedo e vi chiedo:
E' vero o non è vero che in tutto questo meccanismo l'unico che ci rimette è il 50° potenziale deputato che resta a casa? E' vero o non è vero che all'elettore -eccezion fatta per i clientes del trombato- che rimanga a casa l'uno o l'altro dei peones non gliene potrebbe fregare di meno?
Che al limite, se ci fossero le preferenze, Berlusconi potrebbe scegliere di sedersi sulla poltrona di uno che ha preso un discreto numero di voti ma gli è inviso, commettendo quindi uno spregio alla volontà del corpo elettorale; ma dato che le liste sono bloccate e decise all'interno della segreteria della PdL, la volontà del corpo elettorale c'entra con il piazzamento nei seggi tanto quanto io c'entro con una ballerina di tango argentino.
E quindi, nuovamente, mi chiedo: quale sarebbe mai il vantaggio nell'abolire la possibilità a Berlusconi di presentarsi nei 50 collegi? Ne uscirebbe una classe politica più morale? sarebbe meglio rispettata la volontà popolare? Ne uscirebbe un sistema più giusto?.
No, la risposta è no: non cambierebbe assolutamente nulla.
Dicendo che non servono a nulla, specie i primi due.
Non sto pazziando: è proprio così: andatevi a leggere l'articolo, se avete lo stomaco. O leggete queste citazioni:
Si è cercato di far passare l'idea che il referendum consegnerebbe l'Italia a Silvio Berlusconi, che renderebbe possibile governare anche con percentuali di consenso minime. Il ministro Calderoli ha addirittura detto che il risultato del referendum sarebbe di “assoluta dissonanza con la democrazia”. Non accadrebbe nulla di tutto questo. Di fatto, purtroppo, accadrebbe troppo poco [...]Ora, proviamo a metterci per un attimo dalla parte del cittadino che desidera una democrazia vera, e non dalla parte di quello che desidera semplicemente prendere a calci i politici, non consapevole del fatto che la politica -e quindi i politici che la dirigono- ci sarà sempre.
Qui è sufficiente dire che tutto questo isterico agitarsi mostra solo quanto i nostri rappresentanti siano ferocemente abbarbicati anche alle più piccole fette di potere. Essenzialmente si teme che, una volta costretti a fare liste elettorali uniche con i loro alleati principali, i partiti diversi da Pdl e Pd perdano riconoscibilità e quindi potere.
Questi signori della Voce, dopo averci smarronato per mesi sull'importanza dei temi referendari e sui tremendi costi che avremmo dovuto sopportare, adesso bellamente ci dicono che i referendum non servono a una fava. Malgrado il loro stesso convocarli sia costato dei bei soldini, come dicevo altrove (e sia chiaro che questo lo dico solo per confutare lavoce: non perché io creda che gli istituti democratici debbano venire posposti alle esigenze di bilancio).
Sarà che sono diventato troppo vecchio per queste cose, ma io alle conversioni sulla via di Damasco non ci credo. Il punto è che gli italiani hanno capito che votare SI consegnerebbe il Paese nelle mani di due o tre persone, e delle relative loro segreterie, e sgamato il giochino hanno cominciato a considerare se questa sia o meno una prospettiva piacevole, e hanno deciso per il no.
E' per questo che lo squallido estensore dell'articolo dice "si è cercato di far passare l'idea che": come fosse un complotto massone. No, signori miei: non è che si sia cercato di far passare un'idea: è che l'idea è proprio esattamente quella.
E ci vuole una enorme quantità di disonestà intellettuale per scrivere una frase come la seguente:
Cosa succederebbe se passassero i referendum? Essenzialmente, anziché avere differenti simboli a supporto di un candidato presidente del Consiglio, come accade ora, i partiti dovranno accordarsi ex ante su un unico simbolo e una unica lista. Questo può avvenire mediante l'inclusione di diversi simboli in un unico cerchio o mediante un nuovo simbolo.obliterando il fatto di fondamentale importanza che nel sistema attuale (che comunque fa schifo), perlomeno l'elettore può scegliere, in ciascuno degli schieramenti, uno tra vari partiti (e quindi una delle varie liste bloccate di candidati), mentre un domani, nell'ipotetico caso di vittoria dei Sì, neppure tale minima possibilità di dire la propria resterebbe in vita.
E ciò è tanto più grave, o tanto più ridicolo, se consideriamo che questa banda di cialtroni si sono anche permessi di targare il terzo quesito come quello contro le liste bloccate, o contro la partitocrazia verticistica che non consente al popolo di scegliere. Quando ciò che non consentirebbe di operare alcuna scelta, se non quella binaria tra destra e sinistra, sarebbero proprio i primi due quesiti.
Vediamolo un po' da vicino, questo terzo quesito, per capire di cosa effettivamente si tratti dal punto di vista tecnico.
Facciamo conto che in Italia ci siano cinquanta circoscrizioni elettorali, che in ciascuna di queste Berlusconi si presenti capolista e che allo spoglio il PdL prenda 400 seggi.
In ciascuna circoscrizione risulterà eletto Berlusconi (che è il primo) e un tot di altri: alla fine alla Camera ci saranno 50 seggi "targati" Berlusconi e 350 "targati" con il nome di qualcun altro.
Cosa succede ora? E' una specie di gioco delle sedie (rectius seggi) musicali: dato che Berlusconi può occupare una solo seggio, ne rimangono liberi 49 per 50 primi non eletti. Berlusconi gira, gira... e alla fine decide di sedersi su una delle 50 sedie: il primo dei non eletti che aveva quella sedia va a casa, stizzito (ma non tanto, perché avrà poi un sottosegretariato o una poltrona in un CdA), e gli altri 49, con un respiro di sollievo, faranno la valigia per Roma.
Orbene, io mi chiedo e vi chiedo:
E' vero o non è vero che in tutto questo meccanismo l'unico che ci rimette è il 50° potenziale deputato che resta a casa? E' vero o non è vero che all'elettore -eccezion fatta per i clientes del trombato- che rimanga a casa l'uno o l'altro dei peones non gliene potrebbe fregare di meno?
Che al limite, se ci fossero le preferenze, Berlusconi potrebbe scegliere di sedersi sulla poltrona di uno che ha preso un discreto numero di voti ma gli è inviso, commettendo quindi uno spregio alla volontà del corpo elettorale; ma dato che le liste sono bloccate e decise all'interno della segreteria della PdL, la volontà del corpo elettorale c'entra con il piazzamento nei seggi tanto quanto io c'entro con una ballerina di tango argentino.
E quindi, nuovamente, mi chiedo: quale sarebbe mai il vantaggio nell'abolire la possibilità a Berlusconi di presentarsi nei 50 collegi? Ne uscirebbe una classe politica più morale? sarebbe meglio rispettata la volontà popolare? Ne uscirebbe un sistema più giusto?.
No, la risposta è no: non cambierebbe assolutamente nulla.
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sabato 13 giugno 2009
I referendum costano 22,5 milioni (giochiamo con i numeri)
Un sentito grazie a .mau., che ha richiamato all'attenzione il fatto che la legge preveda i rimborsi elettorali anche per i comitati promotori di iniziative referendarie, nella misura oggi fissata in un euro per ciascuna firma validamente raccolta, fino a concorrenza di 500.000 firme (quindi euri) per consultazione.
Ciò mi ha dato lo spunto per fare alcuni calcoli matematici: non volendo inventare nulla, prendo i dati necessari da siti di economisti importanti e stimati, quali quello de lavoce.info, che a suo tempo aveva stimato il costo del rinvio dei referendum in ben 400 milioni di euri (ne parlavo anche qui).
Il comitato promotore ha depositato in Cassazione nel 2007, al termine della campagna di raccolta, circa 820.000 firme per ciascuno dei quesiti proposti.
Il tempo medio impiegato per andare a firmare può essere stimato in circa 30 minuti: in effetti sarebbe assai maggiore, dato che il numero di banchetti di raccolta è significativamente inferiore a quello dei seggi elettorali, ma prendiamo per buono il dato degli economisti de Lavoce.info.
Ne consegue che, partendo da un costo orario di 3,15 euri per ciascuna mezz'ora, il relativo costo per la collettività ammonta a 2,58 milioni (vi prego di notare che il fatto che l'andare a firmare sia un atto volontario non incide minimamente sul fatto che tale atto abbia un costo: stiamo parlando di costi oggettivi! del resto, altrimenti i signori de lavoce, che sono molto più bravi di me, quando hanno fatto le loro stime avrebbero dovuto tener conto di ciò nei loro calcolo, scorporando perlomeno la quota -sia pur ipotetica- di coloro che avrebbero deciso di astenersi, o addirittura di tutti coloro che ritenevano sbagliato mischiare referendum ed europee, per non parlare degli anziani che non vedono l'ora di andare a votare per riempire la giornata).
Vi sono poi i banchetti di raccolta.
Ipotizziamo quattro banchetti per ciascun capoluogo di provincia (ovviamente Milano si compenserà con Isernia): 400 banchetti; e un banchetto ogni trenta comuni per i restanti 8000 comuni circa: altri 270 banchetti per un totale di 670 banchetti.
Per i 90 giorni di durata della campagna di raccolta firme, sono 60.300 banchetti/giorno.
Ammettendo che a ciascun banchetto, funzionante per dieci ore, siedano da due a tre attivisti (diciamo 2,5 per banchetto) abbiamo 150.000 attivisti/giorno, il valore del cui tempo (valutato 6,3 euri/ora) è pari a 63 euri per giornata di dieci ore, per un totale di 9.5 milioni di euri.
Ma la raccolta di firme coinvolge anche gli enti territoriali: in particolare ciascun Comune deve mettere a disposizione il segretario comunale per raccogliere e autenticare le firme di chi desiderasse sottoscrivere la proposta. Non è chissà che lavoro, ma un minimo di organizzazione deve esserci: raccolta della modulistica, predisposizione di locali, orari...
Diciamo che ciò impegni ciascun comune per trenta minuti al giorno (che mi sembra proprio il minimo minimo, tra segretario, usceri e altri addetti): su 8000 comuni fanno 4000 ore/giorno, pari a 500 giornate lavorative/giorno; che per 90 giorni sono 45.000 giornate lavorative (queste -badate bene- pagate dal contribuente), pari a sei milioni di euri, alla tariffa di 102 euri/giorno (qui si tratta di giorni lavorativi, non di tempo libero; e lavoce.info stima in 102 euri il costo della giornata lavorativa media).
Ci sono poi i magistrati di Cassazione che formano l'Ufficio Centrale per il referendum, composto da tutti i presidenti di sezione; i giudici della Corte costituzonale; i presidenti della repubblica, del Senato e della Camera, nonché tutte le relative segreterie e cancellerie, che devono attivarsi. tutta gente ben pagata, fra l'altro. Facciamo un forfait e diciamo che questo scherzo viene a costare solo un milioncino, ok?
Quanto alle schede elettorali, ne vengono stampate circa 50 milioni a quesito, e pertanto 150 milioni. A 0.026 euri/scheda, prezzo determinato dalla commissione Tariffe del MEF, vengono 3,9 milioni tondi tondi.
Tralasciamo il resto, e scopriamo che Guzzetta e Mariotto Segni ci sono costati, con la loro iniziativa, 22,5 milioni e rotti di euri: dato che vi apparirà un'enormità, ma del tutto in linea -e anzi prudente- rispetto a quello de lavoce.info che ha infiammato per mesi il dibattito politico.
Ora, dato che questi signori ci sono già costati tanto, e considerato con quale puntigliosa attenzione hanno sempre detto che sarebbe stato immorale sprecare tanti soldi in un momento di crisi come questo, immagino che converranno con me sul fatto che il rimborso elettorale di 1,5 milioni di euri (vale a dire un euro per 500.000 firme per tre quesiti) sarebbe proprio indecente.
E pertanto, invito tutti coloro che abbiano a cuore il bene del paese a disertare le urne, affinché il quorum non venda raggiunto e i rimborsi elettorali non siano erogati.
Ciò mi ha dato lo spunto per fare alcuni calcoli matematici: non volendo inventare nulla, prendo i dati necessari da siti di economisti importanti e stimati, quali quello de lavoce.info, che a suo tempo aveva stimato il costo del rinvio dei referendum in ben 400 milioni di euri (ne parlavo anche qui).
Il comitato promotore ha depositato in Cassazione nel 2007, al termine della campagna di raccolta, circa 820.000 firme per ciascuno dei quesiti proposti.
Il tempo medio impiegato per andare a firmare può essere stimato in circa 30 minuti: in effetti sarebbe assai maggiore, dato che il numero di banchetti di raccolta è significativamente inferiore a quello dei seggi elettorali, ma prendiamo per buono il dato degli economisti de Lavoce.info.
Ne consegue che, partendo da un costo orario di 3,15 euri per ciascuna mezz'ora, il relativo costo per la collettività ammonta a 2,58 milioni (vi prego di notare che il fatto che l'andare a firmare sia un atto volontario non incide minimamente sul fatto che tale atto abbia un costo: stiamo parlando di costi oggettivi! del resto, altrimenti i signori de lavoce, che sono molto più bravi di me, quando hanno fatto le loro stime avrebbero dovuto tener conto di ciò nei loro calcolo, scorporando perlomeno la quota -sia pur ipotetica- di coloro che avrebbero deciso di astenersi, o addirittura di tutti coloro che ritenevano sbagliato mischiare referendum ed europee, per non parlare degli anziani che non vedono l'ora di andare a votare per riempire la giornata).
Vi sono poi i banchetti di raccolta.
Ipotizziamo quattro banchetti per ciascun capoluogo di provincia (ovviamente Milano si compenserà con Isernia): 400 banchetti; e un banchetto ogni trenta comuni per i restanti 8000 comuni circa: altri 270 banchetti per un totale di 670 banchetti.
Per i 90 giorni di durata della campagna di raccolta firme, sono 60.300 banchetti/giorno.
Ammettendo che a ciascun banchetto, funzionante per dieci ore, siedano da due a tre attivisti (diciamo 2,5 per banchetto) abbiamo 150.000 attivisti/giorno, il valore del cui tempo (valutato 6,3 euri/ora) è pari a 63 euri per giornata di dieci ore, per un totale di 9.5 milioni di euri.
Ma la raccolta di firme coinvolge anche gli enti territoriali: in particolare ciascun Comune deve mettere a disposizione il segretario comunale per raccogliere e autenticare le firme di chi desiderasse sottoscrivere la proposta. Non è chissà che lavoro, ma un minimo di organizzazione deve esserci: raccolta della modulistica, predisposizione di locali, orari...
Diciamo che ciò impegni ciascun comune per trenta minuti al giorno (che mi sembra proprio il minimo minimo, tra segretario, usceri e altri addetti): su 8000 comuni fanno 4000 ore/giorno, pari a 500 giornate lavorative/giorno; che per 90 giorni sono 45.000 giornate lavorative (queste -badate bene- pagate dal contribuente), pari a sei milioni di euri, alla tariffa di 102 euri/giorno (qui si tratta di giorni lavorativi, non di tempo libero; e lavoce.info stima in 102 euri il costo della giornata lavorativa media).
Ci sono poi i magistrati di Cassazione che formano l'Ufficio Centrale per il referendum, composto da tutti i presidenti di sezione; i giudici della Corte costituzonale; i presidenti della repubblica, del Senato e della Camera, nonché tutte le relative segreterie e cancellerie, che devono attivarsi. tutta gente ben pagata, fra l'altro. Facciamo un forfait e diciamo che questo scherzo viene a costare solo un milioncino, ok?
Quanto alle schede elettorali, ne vengono stampate circa 50 milioni a quesito, e pertanto 150 milioni. A 0.026 euri/scheda, prezzo determinato dalla commissione Tariffe del MEF, vengono 3,9 milioni tondi tondi.
Tralasciamo il resto, e scopriamo che Guzzetta e Mariotto Segni ci sono costati, con la loro iniziativa, 22,5 milioni e rotti di euri: dato che vi apparirà un'enormità, ma del tutto in linea -e anzi prudente- rispetto a quello de lavoce.info che ha infiammato per mesi il dibattito politico.
Ora, dato che questi signori ci sono già costati tanto, e considerato con quale puntigliosa attenzione hanno sempre detto che sarebbe stato immorale sprecare tanti soldi in un momento di crisi come questo, immagino che converranno con me sul fatto che il rimborso elettorale di 1,5 milioni di euri (vale a dire un euro per 500.000 firme per tre quesiti) sarebbe proprio indecente.
E pertanto, invito tutti coloro che abbiano a cuore il bene del paese a disertare le urne, affinché il quorum non venda raggiunto e i rimborsi elettorali non siano erogati.
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giovedì 11 giugno 2009
C'è crisi, c'è grande crisi /6
Lo State Controller (il Ragioniere dello Stato) della California ha preso carta, calamaio e penna e ha scritto una letterina al Governatore dello Stato, Arnold Schwarzenegger, e ad alcune altre alte cariche, comunicando loro che in cassa ci sono soldi solo per altri 50 giorni, poi ciccia.
E' vero che la California è uno Stato, ma dato che la moneta in circolazione sono i dollari, non si puo neppure stampare denaro.
Vi ricorda l'Alitalia? Sì, vi ricorda l'Alitalia, solo che la California ha un bilancio grosso modo pari a quello della Francia: e quindi il botto sarebbe bello grosso.
Uno dei motivi per i quali la California si è ridotta così (anche se non certo l'unico) è l'approvazione, in via referendaria, della Proposition 13: un referendum proposto nel 1978 con il quale era stato posto un tetto alle imposte patrimoniali (quelle che in Italia non esistono praticamente, salvo l'ICI sulle non prime case), che sono una delle principali fonte di finanziamento degli altri Stati dell'Unione.
Il che dimostra due cose: la prima, che negli USA sono molto più comunisti che da noi, se comunismo vuol dire imporre imposte sul patrimonio; la seconda, che la democrazia diretta non è sempre un gran bell'affare.
I nostri costituenti, per fortuna, sapendo dove si sarebbe andati a parare hanno escluso che le leggi tributarie potessero essere sottoposte a referendum abrogativo; il che non vuol dire che tale istituto non abbia provocato sufficienti danni, a tutt'oggi.
E' vero che la California è uno Stato, ma dato che la moneta in circolazione sono i dollari, non si puo neppure stampare denaro.
Vi ricorda l'Alitalia? Sì, vi ricorda l'Alitalia, solo che la California ha un bilancio grosso modo pari a quello della Francia: e quindi il botto sarebbe bello grosso.
Uno dei motivi per i quali la California si è ridotta così (anche se non certo l'unico) è l'approvazione, in via referendaria, della Proposition 13: un referendum proposto nel 1978 con il quale era stato posto un tetto alle imposte patrimoniali (quelle che in Italia non esistono praticamente, salvo l'ICI sulle non prime case), che sono una delle principali fonte di finanziamento degli altri Stati dell'Unione.
Il che dimostra due cose: la prima, che negli USA sono molto più comunisti che da noi, se comunismo vuol dire imporre imposte sul patrimonio; la seconda, che la democrazia diretta non è sempre un gran bell'affare.
I nostri costituenti, per fortuna, sapendo dove si sarebbe andati a parare hanno escluso che le leggi tributarie potessero essere sottoposte a referendum abrogativo; il che non vuol dire che tale istituto non abbia provocato sufficienti danni, a tutt'oggi.
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lunedì 8 giugno 2009
Due osservazioni a caldo
Due osservazioni a caldo, così come vengono e senza sparare pipponi.
La prima è più una battuta o meglio una chiosa a ciò che ci siamo detti nei giorni scorsi: vale a dire che nei dibattiti televisivi su successi, tenute e sconfitte, ciascun partito si presenta in quanto partito e non con la faccia degli eletti a Strasburgo: e pertanto Melandri e Fassino (che sono quelli che vanno ai dibattiti e dichiarano sui giornali) possono vantarsi per i successi in realtà ascrivibili a Scalfarotto e Serracchiani: voti dati a questi ultimi da elettori che, se in lista vi fossero stati solo rappresentanti dell'apparato centrale del partito mai e poi mai avrebbero votato PD. Fa parte delle regole del gioco, per carità: lo sapevamo fin dall'inizio che sarebbe andata così; ma a chi ha votato potrebbe anche fare un po' rabbia.
La seconda: ammettendo, con una forzatura, che si possano ascrivere anche i radicali nel coacervo del centrosinistra, esiste un 10% di voto disperso che qualora confluisse nel PD potrebbe portarlo ad essere di un pelo il primo partito. questa osservazione, che potrebbe far pensare a taluno, in primis Franceschini o Sofri, che votare sì al referendum possa essere una buona idea è smentita da tutta una serie di circostanze.
Anzitutto, il fatto che qualora per assurdo il PD riuscisse a prendere i voti di RC, S&L e radicali, allora il PdL prenderebbe quelli della Lega, ma allora il PD prenderebbe quelli dell IdV e allora il PdL quelli di Casini. Ci sembra assurdo tutto ciò? A me sì, ma badate bene che la logica di ciascun passaggio successivo non è meno solida di quella del passaggio precedente.
Anzi, la circostanza che un 10-12% di italiani (comprendiamo anche la Destra) abbia votato buttando via scientemente il voto, pur di non darlo a uno dei partiti maggiori che hanno imposto lo sbarramento al 4%, dimostra che il cosiddetto "voto utile" non ha alcuna presa, o perlomeno che non ha alcuna presa a sinistra.
Coloro che credono nei valori della sinistra preferiscono buttare via il proprio suffragio piuttosto che darlo al partito che vede nelle sue file Binetti, Rutelli e Melandri (e Penati).
Qualora quindi per avventura dovesse essere raggiunto il quorum ai referenda elettorali (data per scontata la vittoria del Sì sui voti espressi), il vantaggio in termini di mera tattica per il PD sarebbe minuscolo; mentre il vulnus inflitto al sistema di regole democratiche enorme.
Temo che la dirigenza del PD questo ragionamento non lo voglia o non lo sappia fare, e temo che in queste due settimane che ci separano dalla prossima chiamata alle urne sentiremo ragionamenti esattamente opposti: vero è che ultimamente ci azzecco poco, per cui aspettiamo e stiamo a vedere cosa succederà.
La prima è più una battuta o meglio una chiosa a ciò che ci siamo detti nei giorni scorsi: vale a dire che nei dibattiti televisivi su successi, tenute e sconfitte, ciascun partito si presenta in quanto partito e non con la faccia degli eletti a Strasburgo: e pertanto Melandri e Fassino (che sono quelli che vanno ai dibattiti e dichiarano sui giornali) possono vantarsi per i successi in realtà ascrivibili a Scalfarotto e Serracchiani: voti dati a questi ultimi da elettori che, se in lista vi fossero stati solo rappresentanti dell'apparato centrale del partito mai e poi mai avrebbero votato PD. Fa parte delle regole del gioco, per carità: lo sapevamo fin dall'inizio che sarebbe andata così; ma a chi ha votato potrebbe anche fare un po' rabbia.
La seconda: ammettendo, con una forzatura, che si possano ascrivere anche i radicali nel coacervo del centrosinistra, esiste un 10% di voto disperso che qualora confluisse nel PD potrebbe portarlo ad essere di un pelo il primo partito. questa osservazione, che potrebbe far pensare a taluno, in primis Franceschini o Sofri, che votare sì al referendum possa essere una buona idea è smentita da tutta una serie di circostanze.
Anzitutto, il fatto che qualora per assurdo il PD riuscisse a prendere i voti di RC, S&L e radicali, allora il PdL prenderebbe quelli della Lega, ma allora il PD prenderebbe quelli dell IdV e allora il PdL quelli di Casini. Ci sembra assurdo tutto ciò? A me sì, ma badate bene che la logica di ciascun passaggio successivo non è meno solida di quella del passaggio precedente.
Anzi, la circostanza che un 10-12% di italiani (comprendiamo anche la Destra) abbia votato buttando via scientemente il voto, pur di non darlo a uno dei partiti maggiori che hanno imposto lo sbarramento al 4%, dimostra che il cosiddetto "voto utile" non ha alcuna presa, o perlomeno che non ha alcuna presa a sinistra.
Coloro che credono nei valori della sinistra preferiscono buttare via il proprio suffragio piuttosto che darlo al partito che vede nelle sue file Binetti, Rutelli e Melandri (e Penati).
Qualora quindi per avventura dovesse essere raggiunto il quorum ai referenda elettorali (data per scontata la vittoria del Sì sui voti espressi), il vantaggio in termini di mera tattica per il PD sarebbe minuscolo; mentre il vulnus inflitto al sistema di regole democratiche enorme.
Temo che la dirigenza del PD questo ragionamento non lo voglia o non lo sappia fare, e temo che in queste due settimane che ci separano dalla prossima chiamata alle urne sentiremo ragionamenti esattamente opposti: vero è che ultimamente ci azzecco poco, per cui aspettiamo e stiamo a vedere cosa succederà.
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lunedì 25 maggio 2009
Facia de tola
Facia de tola. In milanese (lett.) faccia di latta: dicesi di sfrontato: colui che non prova vergogna.
Francesco Costa riporta questa frase pronunciata da Dario Franceschini: uno del quale, a guardarlo, tutto sembrerebbe potersi dire tranne che sia una facia de tola:
Dacché, quando gli si è fatto notare, tempo addietro, che qualora fosse passato il referendum si sarebbe fatta una cortesia a Berlusconi, egli non si è colpito la fronte con il palmo della mano borbottando: "Accidenti, che sciocchezza ha fatto il mio predecessore" (cosa che, fra l'altro, gli sarebbe stata facile): no, lui l'ha messa sul piano dei Princìpi, con maiuscola e accento tonico:
E mi scuseranno per l'avvilente paragone i capitani delle bettoline, dato che la loro nobile attività di trasporto di merci tra porti limitrofi è antica e nobile: la praticavano i Fenici, i Cretesi, i Micenei. Popoli passati alla Storia, che a quattro millenni di distanza dal loro sorgere tuttora studiamo sui sussidiari delle scuole elementari: il che, prevediamo, non avverà per il Partito Democratico, malgrado la lungimiranza del segretario pro-tempore.
* o quel che è, oggi
Francesco Costa riporta questa frase pronunciata da Dario Franceschini: uno del quale, a guardarlo, tutto sembrerebbe potersi dire tranne che sia una facia de tola:
Chi dice che se vince il sì al referendum si consegna il paese a Berlusconi dice una panzana. La legge attuale assegna l’identico premio di maggioranza alla lista o alla coalizione che ottiene un voto in più. Quindi sono io a chiedere: è preferibile per il Pd una legge elettorale che unisce Pdl e Lega, o un’altra, come quella che esce dal referendum, che li divide?E questo ci dimostra che invece il Franceschini è foderato di latta, e a doppio strato.
Dacché, quando gli si è fatto notare, tempo addietro, che qualora fosse passato il referendum si sarebbe fatta una cortesia a Berlusconi, egli non si è colpito la fronte con il palmo della mano borbottando: "Accidenti, che sciocchezza ha fatto il mio predecessore" (cosa che, fra l'altro, gli sarebbe stata facile): no, lui l'ha messa sul piano dei Princìpi, con maiuscola e accento tonico:
Che partito sarebbe un partito che cambia idea, ripeto: dopo aver a lungo discusso, solo perché il premier distrattamente ha detto a Varsavia che sosterrà il Sì. La domanda alla quale gli italiani devono rispondere il 21 giugno è la seguente: volete abrogare la legge porcata, quella che sottrae agli elettori il diritto di scegliersi non solo i partiti ma anche le persone da mandare in Parlamento? Togliendo di mezzo la politologia, chi ha contrastato con durezza quella norma non può che rispondere Sì. Poi ci saranno 4 anni, qualunque sia l’esito referendario, per fare una buona legge elettorale (citato da Sofri giovane)E quindi, delle due l'una: o vale il discorso sui grandi Princìpi, sul fatto che la contingenza di una situazione elettorale momentanea non può guidare il Partito nel Cammino verso il Sol dell'Avvenire*: posizione nobile, ma velleitaria alquanto; o al contrario il cammino viene guidato dalla tattica di piccolo cabotaggio del cercare di dividere la Lega dal PdL.
E mi scuseranno per l'avvilente paragone i capitani delle bettoline, dato che la loro nobile attività di trasporto di merci tra porti limitrofi è antica e nobile: la praticavano i Fenici, i Cretesi, i Micenei. Popoli passati alla Storia, che a quattro millenni di distanza dal loro sorgere tuttora studiamo sui sussidiari delle scuole elementari: il che, prevediamo, non avverà per il Partito Democratico, malgrado la lungimiranza del segretario pro-tempore.
* o quel che è, oggi
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venerdì 15 maggio 2009
Sassolini nella scarpa
C'è un post di Matteo Bordone (che fa seguito ad analogo pezzo del collega Luca Sofri), che ironizza sul fatto che Di Pietro prima abbia raccolto le firme per i referenda elettorali e poi abbia scelto di stare dalla parte del no.
Personalmente credo che chiunque abbia il diritto di ripensare le proprie scelte sbagliate: i fumatori, converrete, possono decidere di smettere di fumare, senza che qualcuno debba o possa accusarli di incongruenza morale; o no?
Non vogliamo scomodare Manzoni, notoriamente fuori moda, e che ci farebbe apparire inguaribilmente conservatori e passatisti: non in linea con la pulsione verso la modernità che informa di sé le nuove leve del centrosinistra; ma possiamo anche portare esempi più attuali se ragioniamo sul fatto che persino i frequentatori abituali di minorenni possono avere un momento di resipiscenza e decidere di tornare a giacersi con piacenti coetanee.
Che poi, tornando in argomento, Di Pietro sui referenda abbia ora scelto "bianco" solo perché Berlusconi ha scelto "nero", è un falso problema. Ciò che bisogna valutare, al momento dell'espressione della sovranità popolare, non è quali siano le motivazioni che muovono i fautori del "bianco" e quelli del "nero": ciò che conta è solo se "bianco" sia o meno più giusto di "nero".
Non succederà mai, ma il giorno in cui Vittorio Feltri e Mario Giordano dovessero presentare un referendum per abolire il finanziamento pubblico alla scuola privata, e Franceschini, D'Alema e Vendola dovessero schierarsi per il "NO"; quel giorno io andrei a votare per il "SI". Anche se ciò costituisse un plebiscito a favore di Feltri e Berlusconi: semplicemente perché credo che sia giusto abolire il finanziamento alla scuola privata, e non mi interessa chi sta da una parte e chi dall'altra.
Mi ha colpito, del post citato, un commento dello stesso autore: alla domanda Tu al referendum cosa voterai? Regali anche le prossime elezioni a Berlusconi?, egli risponde:
Ecco, credo sia il caso di dire, pacatamente e serenamente, che la democrazia non è una società commerciale. Che i soci di minoranza (fuor di metafora: coloro che perdono le elezioni) hanno dei diritti che non discendono dalla rappresentanza politica in Parlamento, bensì dal fatto di essere uomini o cittadini; e in quanto cittadini hanno diritto di partecipare ai processi decisionali, tramite i propri rappresentanti.
Mi sono venuti i brividi quando a un certo punto si è parlato, nei mille dibattiti sul maggioritario, del diritto di tribuna da concedere ai partiti minori: un'immagine che mi evoca alla mente Ciccio Ingrassia sull'albero che urla al vento "Voglio una donnaaaaaaa!!!!".
Se il 10, il 20 o il 30% del corpo elettorale è escluso dalla partecipazione alla vita democratica, e può al più contare su uno scranno defilato dal quale lanciare qualche proclama pomposo, come un nonnino un po' suonato al quale si fa fare il brindisi a Natale, allora non siamo più in democrazia: siamo, mi ripeto, in un'assemblea societaria.
Mi piacerebbe chiedere, a questi campioni del bipartitismo, se sanno che nel Senato degli Stati Uniti, faro di luce e democrazia che illumina l'intero globo terracqueo, per far passare una legge è necessario il consenso di 60 senatori. Su 100. Non 50 su 100 o 60 su 120: 60 su 100.
Qui da noi, Segni e Guzzetta propongono una riforma per la quale chi prende il 30% dei voti potrebbe far ciò che vuole. Un bell'esempio di coerenza tra modello e sua trasposizione, non c'è che dire.
Visto che ci siamo, commentiamo anche questo post di Francesco Costa, variazione sul tema della frequentatissima e sempreverde fallacia ad hominem tu quoque: questa volta l'estensore se la piglia con Furio Colombo, che invita a disertare le urne, in quanto il medesimo nel 2005 aveva detto che fare propaganda per l'astensione era antidemocratico (erano i tempi dei famigerati referenda sulla legge 40).
Orbene, se una persona, si chiami Colombo, Piccione o Costa, oggi dice "verde" mentre ieri rebus sic stantibus aveva detto "rosso", è evidente che ha un problema di coerenza. Almeno una volta ha mentito; o perlomeno almeno una volta ha assunto un'opinione sbagliata.
Il fatto è che nessuno, sulla base di queste sole informazioni, può in alcun modo inferire se la posizione sbagliata (o falsa) sia "verde" oppure "rosso" (o anche entrambe, se non siamo di fronte a una scelta che ammette solo due possibilità).
Accusare Furio Colombo di incoerenza non porta un microgrammo di ragione né a coloro che propugnano la legittimità della propaganda astensionista né al loro avversari. Perché se vogliamo giudicare una scelta dalla dirittura morale di chi la propugna (e noi non lo vogliamo, perché è una sciocchezza, ma sviluppiamo comunque il ragionamento), allora sia la posizione astensionista che quella contraria sono state entrambe sostenute da un voltagabbana; e il fatto che tale voltagabbana oggi assuma una certa posizione non vuol dire che tale posizione sia perciostesso più o meno meritevole di quella che egli medesimo aveva assunto ieri.
Poi, per carità, nel dibattito politico ci stanno, queste forzature: è un po' il concetto di dolus bonus per il quale i pubblicitari possono anche dire che un detersivo lava più bianco del bianco: sono slogan, non risultati scientifici.
Ma questo ditino alzato, questo ergersi a censori morali, questo catonizzarsi, che sposta il problema della scelta referendaria dal merito dei quesiti ai meriti dei querenti, ecco: tutto ciò abbruttisce la vita democratica, e rende un cattivo servizio al paese e anche al mero buonsenso.
* Anzi, se vogliamo il referendum è anche peggio, dato che farebbe comandare con meno del 51%
Personalmente credo che chiunque abbia il diritto di ripensare le proprie scelte sbagliate: i fumatori, converrete, possono decidere di smettere di fumare, senza che qualcuno debba o possa accusarli di incongruenza morale; o no?
Non vogliamo scomodare Manzoni, notoriamente fuori moda, e che ci farebbe apparire inguaribilmente conservatori e passatisti: non in linea con la pulsione verso la modernità che informa di sé le nuove leve del centrosinistra; ma possiamo anche portare esempi più attuali se ragioniamo sul fatto che persino i frequentatori abituali di minorenni possono avere un momento di resipiscenza e decidere di tornare a giacersi con piacenti coetanee.
Che poi, tornando in argomento, Di Pietro sui referenda abbia ora scelto "bianco" solo perché Berlusconi ha scelto "nero", è un falso problema. Ciò che bisogna valutare, al momento dell'espressione della sovranità popolare, non è quali siano le motivazioni che muovono i fautori del "bianco" e quelli del "nero": ciò che conta è solo se "bianco" sia o meno più giusto di "nero".
Non succederà mai, ma il giorno in cui Vittorio Feltri e Mario Giordano dovessero presentare un referendum per abolire il finanziamento pubblico alla scuola privata, e Franceschini, D'Alema e Vendola dovessero schierarsi per il "NO"; quel giorno io andrei a votare per il "SI". Anche se ciò costituisse un plebiscito a favore di Feltri e Berlusconi: semplicemente perché credo che sia giusto abolire il finanziamento alla scuola privata, e non mi interessa chi sta da una parte e chi dall'altra.
Mi ha colpito, del post citato, un commento dello stesso autore: alla domanda Tu al referendum cosa voterai? Regali anche le prossime elezioni a Berlusconi?, egli risponde:
Me ne frego di Berlusconi e voto quello che mi sembra giusto. Se vincerà Berlusconi, vorrà dire che avrà avuto più voti. Io faccio il cittadino, non il politico.In questa risposta è contenuta tutta l'essenza del berlusconismo, che ormai ha permeato di sé la società italiana a qualunque livello. La concezione della democrazia come un consiglio d'amministrazione o un'assemblea condominiale: dove chi ha il 51% comanda e gli altri fanno le belle statuine*.
Ecco, credo sia il caso di dire, pacatamente e serenamente, che la democrazia non è una società commerciale. Che i soci di minoranza (fuor di metafora: coloro che perdono le elezioni) hanno dei diritti che non discendono dalla rappresentanza politica in Parlamento, bensì dal fatto di essere uomini o cittadini; e in quanto cittadini hanno diritto di partecipare ai processi decisionali, tramite i propri rappresentanti.
Mi sono venuti i brividi quando a un certo punto si è parlato, nei mille dibattiti sul maggioritario, del diritto di tribuna da concedere ai partiti minori: un'immagine che mi evoca alla mente Ciccio Ingrassia sull'albero che urla al vento "Voglio una donnaaaaaaa!!!!".
Se il 10, il 20 o il 30% del corpo elettorale è escluso dalla partecipazione alla vita democratica, e può al più contare su uno scranno defilato dal quale lanciare qualche proclama pomposo, come un nonnino un po' suonato al quale si fa fare il brindisi a Natale, allora non siamo più in democrazia: siamo, mi ripeto, in un'assemblea societaria.
Mi piacerebbe chiedere, a questi campioni del bipartitismo, se sanno che nel Senato degli Stati Uniti, faro di luce e democrazia che illumina l'intero globo terracqueo, per far passare una legge è necessario il consenso di 60 senatori. Su 100. Non 50 su 100 o 60 su 120: 60 su 100.
Qui da noi, Segni e Guzzetta propongono una riforma per la quale chi prende il 30% dei voti potrebbe far ciò che vuole. Un bell'esempio di coerenza tra modello e sua trasposizione, non c'è che dire.
Visto che ci siamo, commentiamo anche questo post di Francesco Costa, variazione sul tema della frequentatissima e sempreverde fallacia ad hominem tu quoque: questa volta l'estensore se la piglia con Furio Colombo, che invita a disertare le urne, in quanto il medesimo nel 2005 aveva detto che fare propaganda per l'astensione era antidemocratico (erano i tempi dei famigerati referenda sulla legge 40).
Orbene, se una persona, si chiami Colombo, Piccione o Costa, oggi dice "verde" mentre ieri rebus sic stantibus aveva detto "rosso", è evidente che ha un problema di coerenza. Almeno una volta ha mentito; o perlomeno almeno una volta ha assunto un'opinione sbagliata.
Il fatto è che nessuno, sulla base di queste sole informazioni, può in alcun modo inferire se la posizione sbagliata (o falsa) sia "verde" oppure "rosso" (o anche entrambe, se non siamo di fronte a una scelta che ammette solo due possibilità).
Accusare Furio Colombo di incoerenza non porta un microgrammo di ragione né a coloro che propugnano la legittimità della propaganda astensionista né al loro avversari. Perché se vogliamo giudicare una scelta dalla dirittura morale di chi la propugna (e noi non lo vogliamo, perché è una sciocchezza, ma sviluppiamo comunque il ragionamento), allora sia la posizione astensionista che quella contraria sono state entrambe sostenute da un voltagabbana; e il fatto che tale voltagabbana oggi assuma una certa posizione non vuol dire che tale posizione sia perciostesso più o meno meritevole di quella che egli medesimo aveva assunto ieri.
Poi, per carità, nel dibattito politico ci stanno, queste forzature: è un po' il concetto di dolus bonus per il quale i pubblicitari possono anche dire che un detersivo lava più bianco del bianco: sono slogan, non risultati scientifici.
Ma questo ditino alzato, questo ergersi a censori morali, questo catonizzarsi, che sposta il problema della scelta referendaria dal merito dei quesiti ai meriti dei querenti, ecco: tutto ciò abbruttisce la vita democratica, e rende un cattivo servizio al paese e anche al mero buonsenso.
* Anzi, se vogliamo il referendum è anche peggio, dato che farebbe comandare con meno del 51%
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martedì 12 maggio 2009
Volete abrogare la legge porcata?
Qualcuno dei blogger più famosi, per cortesia, lo spieghi a Luca Sofri; e lui, che può, lo spieghi a Franceschini, che non lo ha ancora capito, tanto da aver reso la dichiarazione che ho messo come titolo.
Con i referenda elettorali non, ripeto NON, si abroga la legge porcata.
Al contrario, si esaltano quelle caratteristiche che la rendono porcata.
Abrogarla vorrebbe dire tornare indietro. I referenda la mandano avanti.
E andare avanti, se la direzione è il baratro, è una sciocchezza.
Con i referenda elettorali non, ripeto NON, si abroga la legge porcata.
Al contrario, si esaltano quelle caratteristiche che la rendono porcata.
Abrogarla vorrebbe dire tornare indietro. I referenda la mandano avanti.
E andare avanti, se la direzione è il baratro, è una sciocchezza.
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venerdì 1 maggio 2009
Quanto amo quest'uomo!
Sempre lui, quello che scrive sul Foglio.
Professori, "società civile". Gente come Michele Salvati, Tito Boeri, Salvatore Bragantini. Gente che non ha mai saputo cosa sia un rosso sul conto corrente; che non ha idea dell'imbarazzo a telefonare all'amministratore del condominio per dirgli che le spese le pagherai a giugno.
Mon che ci sia nulla di male ad esser ricchi; e pure ad esser ricchi di sinistra, come insegnava Galbraith. Ma quella supponenza; quel "zitto tu che ti insegno a vivere"; quello sguardo da "non sei degno di baciarmi le scarpe"; quell'"io so' professore e tu nun sei un cazzo": ecco, è questo l'insopportabile.
A forza di rifletterci, però, ho capito che almeno su una cosa sono io che sbaglio, perché parlare di coming out referendario di Berlusconi è scorretto. Semmai, si dovrebbe parlare di coming out berlusconiano dei referendari. Una differenza non da poco, che la dice lunga sull’antico rapporto siamese tra sinistra italiana e quel vasto arcipelago composto di veltroniani, prodiani, professori e profeti della “società civile” che da anni dettano la linea dalle colonne di Repubblica, dai salotti televisivi perbene, e da tante altre parti. Un rapporto (e un coming out) che mi pare perfettamente esemplificato da questa vignetta, che pesco dall’altra parte dell’oceano, e cioè da quell’America Latina verso cui ci stiamo rapidamente incamminando.Per la vignetta, andate al post originale.
Professori, "società civile". Gente come Michele Salvati, Tito Boeri, Salvatore Bragantini. Gente che non ha mai saputo cosa sia un rosso sul conto corrente; che non ha idea dell'imbarazzo a telefonare all'amministratore del condominio per dirgli che le spese le pagherai a giugno.
Mon che ci sia nulla di male ad esser ricchi; e pure ad esser ricchi di sinistra, come insegnava Galbraith. Ma quella supponenza; quel "zitto tu che ti insegno a vivere"; quello sguardo da "non sei degno di baciarmi le scarpe"; quell'"io so' professore e tu nun sei un cazzo": ecco, è questo l'insopportabile.
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giovedì 30 aprile 2009
Parola per parola
Ci sono delle volte che ci si sente di sottoscrivere un pensiero parola per parola.
Questo post di Francesco Cundari vorrei averlo scritto io; dato che non l'ho fatto mi limito a riportarlo.
Mi piace notare che non si fa cenno a Berlusconi: il cesarismo non è un problema legato alla statura morale della persona che volta a volta incarna il ruolo di Cesare, bensì della forma di Stato e di governo. La statura politica di Bonaparte era indiscutibilmente sueriore a quella di Berlusconi e pure a quella di tutti i politici della seconda e pure della prima repubblica; ma ciò non toglie che il bonapartismo non avesse niente a che spartire con la democrazia.
Se al posto di Berlusconi ci fosse Fini o Maroni, sarebbe la stessa cosa. Se ci fosse Casini, pure. E se ci fosse Franceschini (o Veltroni, per gli amanti dello spanking, o Prodi per i nostalgici, o perfino Enrico Berlinguer), pure.
Una democrazia con un solo uomo al comando, sia pur per cinque anni, altro non è che una dittatura della demagogia e del populismo; e allora, forse forse, è meglio una dittatura vera: di quelle con OVRA e MVSN, ché almeno ciascuno sa che cosa ha di fronte. Del resto a Fouché ci stiamo già arrivando.
Questo post di Francesco Cundari vorrei averlo scritto io; dato che non l'ho fatto mi limito a riportarlo.
Il tema della selezione dei gruppi dirigenti resta però ugualmente attuale e degno di essere discusso, come attuale e di rilevante interesse pubblico è il tema della legge elettorale nazionale (con liste bloccate) e del referendum (che di quella legge aggraverebbe tutti i difetti). E’ la questione centrale della democrazia: chi e come seleziona i gruppi dirigenti. Un filo comune conduce infatti dai partiti personali alle liste bloccate, dalle liste bloccate alle candidature improbabili, a un Parlamento muto, a una democrazia bloccata. Bloccata in uno scontro tra due leader indiscussi e indiscutibili – quando ce ne siano almeno due – a capo di due partiti-coalizione tenuti insieme esclusivamente da loro, e dove pertanto potrebbero fare più o meno quello che preferiscono. Con il comprensibile desiderio di trasferire questo modello alle istituzioni: il governo – o meglio, il capo del governo – a decidere, e il Parlamento, composto a quel punto pressoché interamente di vallette e valletti da lui personalmente nominati, a ratificare senza tante storie (proprio come i loro partiti).
E’ uno spettacolo che in buona parte si è già svolto sotto i nostri occhi. Il problema non è dunque la valletta che passi direttamente dagli studi televisivi alle aule del Parlamento, ma il crescente numero di servizievoli valletti che già circondano il capo, in tutti i partiti e in tutti i gruppi parlamentari. Questo è oggi il vero problema democratico. Non se un deputato o un ministro, prima di essere eletto, facesse la velina. Ma che lo faccia dopo.
Mi piace notare che non si fa cenno a Berlusconi: il cesarismo non è un problema legato alla statura morale della persona che volta a volta incarna il ruolo di Cesare, bensì della forma di Stato e di governo. La statura politica di Bonaparte era indiscutibilmente sueriore a quella di Berlusconi e pure a quella di tutti i politici della seconda e pure della prima repubblica; ma ciò non toglie che il bonapartismo non avesse niente a che spartire con la democrazia.
Se al posto di Berlusconi ci fosse Fini o Maroni, sarebbe la stessa cosa. Se ci fosse Casini, pure. E se ci fosse Franceschini (o Veltroni, per gli amanti dello spanking, o Prodi per i nostalgici, o perfino Enrico Berlinguer), pure.
Una democrazia con un solo uomo al comando, sia pur per cinque anni, altro non è che una dittatura della demagogia e del populismo; e allora, forse forse, è meglio una dittatura vera: di quelle con OVRA e MVSN, ché almeno ciascuno sa che cosa ha di fronte. Del resto a Fouché ci stiamo già arrivando.
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mercoledì 29 aprile 2009
Articolo 138
Berlusconi ha dichiarato che per riformare la Costituzione l'opposizione non serve: ciò mi spinge a formulare un'osservazione e una considerazione.
L'osservazione.
I primi a modificare la Costituzione a colpi di maggioranza, nel 2001, furono quei partiti e quelle forze politiche che oggi costituiscono il Partito Democratico. Ricorderete la riforma approvata alla fine del secondo governo Amato, in un miope e vano tentativo di evitare una sconfitta elettorale che giunse, puntuale come una cartella esattoriale: e sonora.
Questa, del privilegiar la tattica alla strategia, e del saper perdere sia le battaglie che le guerre, sembra una caratteristica distintiva di questa sfortunata area politica, quella cosiddetta del centrosinistra senza trattino. Vedremo se, con il precedente del 2001, Franceschini avrà l'animo di rispondere a Berlusconi, consapevole com'è di tale peccato originale.
La considerazione.
Quei molti che ancora credono che i referenda proposti da Mariotto Segni abbiano un qualche valore farebbero bene a riflettere attentamente: considerare che un sistema elettorale il quale, a prescindere dalle candidature e dall'esito del voto, darebbe la maggioranza assoluta dei seggi a un solo partito, e attribuirebbe i seggi medesimi a persone nominate dai vertici dello stesso (e ciò indipendentemente dall'esito del terzo quesito referendario, mero specchietto per allodole), avrebbe il seguente effetto:
attribuire a una sola persona la potestà di cambiare la Costituzione.
Accennavo, tempo addietro, al fatto che la nostra Costituzione è stata pensata per funzionare in un regime parlamentare e proporzionale: e valga il vero.
L'Assemblea Costituente rispecchiava un Paese diviso in varie grandi correnti di pensiero: i cattolici e i comunisti, i principali; e i liberali e i socialisti, meno forti. Era certo ai costituenti che qualunque governo sarebbe stato necessariamente di coalizione tra queste correnti politiche e sociali, e difatti scrissero una Costituzione che rispecchiava tale assetto.
Venuti alla decisione su come modificarla, la Costituzione, si resero perfettamente conto che una maggioranza qualificata di due terzi avrebbe conferito a una delle due forze maggiori un potere di veto su qualunque modifica, mentre una maggioranza assoluta avrebbe comunque fatto sì che la modifica fosse condivisa almeno tra due delle correnti. Stabilirono così che la maggioranza necessaria per le modifiche costituzionali fosse assoluta e non qualificata, ma, per prevenire gli scollamenti tra Palazzo e Paese, stabilirono pure la sottoponibilità a referendum qualora la maggioranza raggiunta non fosse così plebiscitaria (il 67%!) da far presupporre juris et de jure la concordanza tra voto parlamentare e sentimento del Paese.
Qualunque modifica della legge elettorale che attribuisca la maggioranza assoluta dei seggi a una sola forza, anche debole del solo 25% dei voti, costituisce una evidente rottura di questo delicato meccanismo. Con l'attuale legge elettorale, che di fatto, mediante il meccanismo delle liste bloccate, cancella l'art. 67 (Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato), il sistema che si verrebbe a creare è definibile solo come bonapartismo; a voler esser delicati!
L'osservazione.
I primi a modificare la Costituzione a colpi di maggioranza, nel 2001, furono quei partiti e quelle forze politiche che oggi costituiscono il Partito Democratico. Ricorderete la riforma approvata alla fine del secondo governo Amato, in un miope e vano tentativo di evitare una sconfitta elettorale che giunse, puntuale come una cartella esattoriale: e sonora.
Questa, del privilegiar la tattica alla strategia, e del saper perdere sia le battaglie che le guerre, sembra una caratteristica distintiva di questa sfortunata area politica, quella cosiddetta del centrosinistra senza trattino. Vedremo se, con il precedente del 2001, Franceschini avrà l'animo di rispondere a Berlusconi, consapevole com'è di tale peccato originale.
La considerazione.
Quei molti che ancora credono che i referenda proposti da Mariotto Segni abbiano un qualche valore farebbero bene a riflettere attentamente: considerare che un sistema elettorale il quale, a prescindere dalle candidature e dall'esito del voto, darebbe la maggioranza assoluta dei seggi a un solo partito, e attribuirebbe i seggi medesimi a persone nominate dai vertici dello stesso (e ciò indipendentemente dall'esito del terzo quesito referendario, mero specchietto per allodole), avrebbe il seguente effetto:
attribuire a una sola persona la potestà di cambiare la Costituzione.
Accennavo, tempo addietro, al fatto che la nostra Costituzione è stata pensata per funzionare in un regime parlamentare e proporzionale: e valga il vero.
L'Assemblea Costituente rispecchiava un Paese diviso in varie grandi correnti di pensiero: i cattolici e i comunisti, i principali; e i liberali e i socialisti, meno forti. Era certo ai costituenti che qualunque governo sarebbe stato necessariamente di coalizione tra queste correnti politiche e sociali, e difatti scrissero una Costituzione che rispecchiava tale assetto.
Venuti alla decisione su come modificarla, la Costituzione, si resero perfettamente conto che una maggioranza qualificata di due terzi avrebbe conferito a una delle due forze maggiori un potere di veto su qualunque modifica, mentre una maggioranza assoluta avrebbe comunque fatto sì che la modifica fosse condivisa almeno tra due delle correnti. Stabilirono così che la maggioranza necessaria per le modifiche costituzionali fosse assoluta e non qualificata, ma, per prevenire gli scollamenti tra Palazzo e Paese, stabilirono pure la sottoponibilità a referendum qualora la maggioranza raggiunta non fosse così plebiscitaria (il 67%!) da far presupporre juris et de jure la concordanza tra voto parlamentare e sentimento del Paese.
Qualunque modifica della legge elettorale che attribuisca la maggioranza assoluta dei seggi a una sola forza, anche debole del solo 25% dei voti, costituisce una evidente rottura di questo delicato meccanismo. Con l'attuale legge elettorale, che di fatto, mediante il meccanismo delle liste bloccate, cancella l'art. 67 (Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato), il sistema che si verrebbe a creare è definibile solo come bonapartismo; a voler esser delicati!
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giovedì 16 aprile 2009
2,5 milioni (giocare con i numeri /3)
Il Corriere lancia la notizia di uno studio prodotto da McAfee e ICF (lo dovreste trovare qui) in base al quale lo spam mondiale consumerebbe la stessa quantità di energia di 2,5 milioni di abitazioni (che a un tratto nell'articolo diventano poi autovetture).
Ora, 33 miliardi di chilowattora sono un po' tantini, pur considerando che di spam ce n'è proprio tanto: andiamo a leggere il report.
Vediamo subito un'affermazione interessante:
Ma il bello deve venire:
Le emissioni di CO2 che vengono attribuite allo spam dal report nient'altro sono che il respiro di coloro che stanno seduti davanti al computer e perdono tempo con lo spam, calcolate sulla base di tre secondi a messaggio:
Se poi il titolo questo post vi ricorda stranamente altri articoli simili che ho scritto in passato, credete che non s'è fatto apposta.
Ora, 33 miliardi di chilowattora sono un po' tantini, pur considerando che di spam ce n'è proprio tanto: andiamo a leggere il report.
Vediamo subito un'affermazione interessante:
A year’s email at a typical medium-size business uses 50,000 KWh; more than one fifth of that annual use can be associated with spamMa non viene in alcun modo dimostrato che se lo spam cessase, sarebbe possibile scalare il sistema in modo da fargli assorbire meno energia. E, per inciso, ho anche qualche dubbio sul fatto che un sistema di e-mail in una media impresa possa assorbire 6 KW (pari a 50.000 KWh/anno): o ci mettiamo anche dentro i PC (e sicuramente andiamo ben al di sopra) o, anche a voler mettere due server dedicati, uno storage con replica e un apparato di rete, a quella cifra non ci si arriva.
Ma il bello deve venire:
Much of the energy consumption associated with spam (80 percent) comes from end-users deleting spam and searching for legitimate email (false positives).Dunque, cos'è l'80% di quei 33 Terawatt imputabili allo spam? Nient'altro che l'energia consumata dagli utenti mentre controllano lo spam.
Le emissioni di CO2 che vengono attribuite allo spam dal report nient'altro sono che il respiro di coloro che stanno seduti davanti al computer e perdono tempo con lo spam, calcolate sulla base di tre secondi a messaggio:
It takes an average of three seconds for a user to view and delete a spam message. Although spam flters block approximately 80 percent of spam before it reaches the user, the massive quantities of email spam and the increasing ingenuity of spammers leave a large number of spam messages in end-user inboxes. Approximately 104 billion user hours per year go to reading and manually deleting spam.Certo, se lo spam non ci fosse potrebbero dedicarsi ad altro, ma siamo proprio certi che smetterebbero di respirare? Io non credo proprio; e quindi l'articolo altro non è che una bufala bella e buona, sponsorizzato da un'azienda che vende sistemi antispam.
Se poi il titolo questo post vi ricorda stranamente altri articoli simili che ho scritto in passato, credete che non s'è fatto apposta.
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Vista corta
Certo, non tutti sono come Violante.
Luca Sofri, che è un idealista (non è una parolaccia) ha preso a spendersi come un leone a favore del referendum. Oggi scrive:
aggiornamento: sembra che anche Francesco Costa, con il quale avevo polemizzato proprio su quest'argomento, qualche tempo fa, si stia ricredendo sull'opportunità della vittoria dei sì. Forse in fondo in fondo c'è speranza anche per Sofri.
Luca Sofri, che è un idealista (non è una parolaccia) ha preso a spendersi come un leone a favore del referendum. Oggi scrive:
Fossero ganzi, al PD adesso porterebbero mezza Italia a votare al referendumRicorda il motto, Luca: Dio acceca coloro che vuole perdere; e dalle parti del PD forse hanno già perso a sufficienza, per ora, non credi?
aggiornamento: sembra che anche Francesco Costa, con il quale avevo polemizzato proprio su quest'argomento, qualche tempo fa, si stia ricredendo sull'opportunità della vittoria dei sì. Forse in fondo in fondo c'è speranza anche per Sofri.
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Resipiscenza
La disputa sulle date del referendum sta per esaurirsi; si può perciò cominciare a parlare del merito. Gli intenti che spinsero i referendari ad assumere l'iniziativa nel 2007 erano più che lodevoli. Di fronte al rischio che il panorama rissoso delle coalizioni proprio della scorsa legislatura diventasse un carattere strutturale del nostro sistema politico, proposero di liquidare quelle coalizioni attribuendo il premio di maggioranza alla sola lista vincente. In ogni scelta politica ci sono vantaggi e danni. Allora i vantaggi erano superiori ai danni.
Ora, però, il superamento di quel tipo di coalizioni è avvenuto per via politica. Nel 2008 Veltroni, con coraggio, si coalizzò con la sola Idv e Berlusconi lo seguì stringendo un patto solo con la Lega. E' difficile pensare che si possa tornare alle carovane di un tempo: i primi a ribellarsi sarebbero gli elettori. Perciò, guadagnati per via politica i vantaggi che si volevano conseguire attraverso il referendum, bisogna fare i conti con i danni.
Il quesito principale intende attribuire il premio di maggioranza alla lista che abbia preso più voti: la lista vincente alla Camera o al Senato, in ipotesi anche solo con il 30% dei voti, otterrebbe il 55% dei seggi. Già oggi non gli elettori, ma i capi dei partiti, caso unico nel mondo avanzato, hanno il potere di scegliere i componenti del Parlamento. Il referendum conferma questa loro prerogativa e anzi la potenzia perché mette nelle mani di un solo uomo, il capo del partito vincente, chiunque esso sia, la scelta della maggioranza assoluta dei parlamentari. Le preoccupazioni aumentano quando si guarda agli statuti dei partiti e alle prassi che caratterizzano la loro vita interna: ben pochi partiti politici oggi potrebbero definirsi democratici, visto che molti funzionano con modalità carismatiche e populiste. Se domani vincesse il Sì, un solo partito, in netta minoranza nel Paese, diventerebbe maggioranza assoluta in Parlamento e potrebbe ad esempio, da solo, eleggere il Capo dello Stato, impossessarsi dei mezzi d'informazione, cambiare secondo le proprie convenienze la legge elettorale e i regolamenti parlamentari. Il Parlamento diventerebbe una protesi del governo, anzi del presidente del Consiglio, chiunque esso sia.
Oggi la maggioranza Pdl-Lega assicura una certa dialettica politica che non blocca la democrazia ma favorisce il confronto; lo stesso sarebbe accaduto se avesse vinto la coalizione Pd-Idv. Se domani, grazie al referendum, governasse solo il Pdl o solo il PD la democrazia sarebbe più salda? Il bipartitismo non è una bestemmia, ma esige un sistema elettorale che dia ai cittadini la possibilità di scegliere i propri parlamentari e regole democratiche in tutti i principali partiti. Queste condizioni oggi non ci sono e pertanto il bipartitismo che verrebbe fuori dal referendum consoliderebbe in realtà le attuali oligarchie.
Mi sembra assai rischioso sostenere che conviene far vincere il Si per potere poi cambiare la legge Calderoli. Se davvero ci fosse una maggioranza per cambiare la legge elettorale, perché non la si è cambiata tempestivamente, anche per evitare il referendum? In realtà oggi non c'è una maggioranza per una nuova legge elettorale ed è difficile che possa esserci domani, quando i vincenti avrebbero nelle proprie mani tutto il potere.
Tutto questo che sta qui sopra non l'ho scritto io: l'ha scritto Luciano Violante, sulla Stampa. Forse all'interno del PD si sta comunciando a ragionare sull'ennesima sciocchezza fatta da Veltroni (e Franceschini): quella di propugnare una riforma plebiscitaria e antidemocratica della legge elettorale che darebbe i pieni poteri a Berlusconi.
Sa di tragedia greca, questo PD che non è riuscito a fare una legge sul conflitto d'interessi quando era al potere sotto falso nome, epperò riesce a spendersi anima e corpo per una riforma che favorisca la totale presa del potere da parte del proprio avversario.
Come scriveva Francesco Cundari ier l'altro:
Ora, però, il superamento di quel tipo di coalizioni è avvenuto per via politica. Nel 2008 Veltroni, con coraggio, si coalizzò con la sola Idv e Berlusconi lo seguì stringendo un patto solo con la Lega. E' difficile pensare che si possa tornare alle carovane di un tempo: i primi a ribellarsi sarebbero gli elettori. Perciò, guadagnati per via politica i vantaggi che si volevano conseguire attraverso il referendum, bisogna fare i conti con i danni.
Il quesito principale intende attribuire il premio di maggioranza alla lista che abbia preso più voti: la lista vincente alla Camera o al Senato, in ipotesi anche solo con il 30% dei voti, otterrebbe il 55% dei seggi. Già oggi non gli elettori, ma i capi dei partiti, caso unico nel mondo avanzato, hanno il potere di scegliere i componenti del Parlamento. Il referendum conferma questa loro prerogativa e anzi la potenzia perché mette nelle mani di un solo uomo, il capo del partito vincente, chiunque esso sia, la scelta della maggioranza assoluta dei parlamentari. Le preoccupazioni aumentano quando si guarda agli statuti dei partiti e alle prassi che caratterizzano la loro vita interna: ben pochi partiti politici oggi potrebbero definirsi democratici, visto che molti funzionano con modalità carismatiche e populiste. Se domani vincesse il Sì, un solo partito, in netta minoranza nel Paese, diventerebbe maggioranza assoluta in Parlamento e potrebbe ad esempio, da solo, eleggere il Capo dello Stato, impossessarsi dei mezzi d'informazione, cambiare secondo le proprie convenienze la legge elettorale e i regolamenti parlamentari. Il Parlamento diventerebbe una protesi del governo, anzi del presidente del Consiglio, chiunque esso sia.
Oggi la maggioranza Pdl-Lega assicura una certa dialettica politica che non blocca la democrazia ma favorisce il confronto; lo stesso sarebbe accaduto se avesse vinto la coalizione Pd-Idv. Se domani, grazie al referendum, governasse solo il Pdl o solo il PD la democrazia sarebbe più salda? Il bipartitismo non è una bestemmia, ma esige un sistema elettorale che dia ai cittadini la possibilità di scegliere i propri parlamentari e regole democratiche in tutti i principali partiti. Queste condizioni oggi non ci sono e pertanto il bipartitismo che verrebbe fuori dal referendum consoliderebbe in realtà le attuali oligarchie.
Mi sembra assai rischioso sostenere che conviene far vincere il Si per potere poi cambiare la legge Calderoli. Se davvero ci fosse una maggioranza per cambiare la legge elettorale, perché non la si è cambiata tempestivamente, anche per evitare il referendum? In realtà oggi non c'è una maggioranza per una nuova legge elettorale ed è difficile che possa esserci domani, quando i vincenti avrebbero nelle proprie mani tutto il potere.
Tutto questo che sta qui sopra non l'ho scritto io: l'ha scritto Luciano Violante, sulla Stampa. Forse all'interno del PD si sta comunciando a ragionare sull'ennesima sciocchezza fatta da Veltroni (e Franceschini): quella di propugnare una riforma plebiscitaria e antidemocratica della legge elettorale che darebbe i pieni poteri a Berlusconi.
Sa di tragedia greca, questo PD che non è riuscito a fare una legge sul conflitto d'interessi quando era al potere sotto falso nome, epperò riesce a spendersi anima e corpo per una riforma che favorisca la totale presa del potere da parte del proprio avversario.
Come scriveva Francesco Cundari ier l'altro:
C’è una sola ragione per augurarsi che Silvio Berlusconi accolga l’appello in favore dell’accorpamento di europee e referendum che con tanta insensata insistenza viene da tutto il Pd, a cominciare da Dario Franceschini. Che se lo meriterebbero.Quanto alla balzana idea ora propugnata da anche da D'Alema del "facciamo vincere i sì e poi facciamo una nuova e buona legge", c'è da chiedersi se il deputato di Gallipoli non abbia ancora preso abbastanza batoste nella propria vita, e perché continui a desiderarne di ulteriori. Come riporta lo stesso Cundari, in altro articolo, nel quale dà conto di altre voci critiche nel PD:
Ma è proprio sicuro che dopo la vittoria del “sì”, dati gli attuali rapporti di forza, a Berlusconi non converrebbe far saltare tutto e correre a elezioni anticipate, con una legge che potrebbe dare la maggioranza assoluta al solo Pdl, per di più nella legislatura che dovrà eleggere il nuovo capo dello stato? Questo è il dubbio che comincia a diffondersi nel Pd.
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mercoledì 15 aprile 2009
Esercizi di democrazia
Con tutto il fatto che non sopporto Santoro e, pur non avendola vista, sono propenso a credere che la puntata di AnnoZero sul terremoto non sia stata un modello di informazione equilibrata, trovo che sia semplicemente ridicolo pretendere un riequilibrio informativo da parte di una RAI che da ormai dieci giorni spende metà del palinsesto a farci vedere quanto brava sia la Protezione civile, efficiente il Governo e generosi i parlamentari.
Non molto tempo fa mi lagnavo del fatto che fosse un po' assurdo, a 24 ore di distanza dal sisma, lamentarsi della carenza di bagni chimici e di pasti caldi; ma ciò non vuol dire che mi beva la storia che tutto va bene madama la Marchesa, intendiamoci.
Quello che imputo a Santoro (e, ripeto, lo dico in generale, ché la trasmissione non l'ho vista) è che il suo atteggiamento di rabbiosa faziosità riesce a sputtanare qualunque causa, anche la più giusta.
A differenza di Vespa, apparentemente equidistante ma in effetti sempre insinuante e tendenzioso, e di Fede, che fa della partigianeria un elemento di comicità rendendosi simpatico (o quantomeno ridicolo) anche all'avversario politico, Santoro, con quell'espressione accigliata e l'eloquio alla Saint-Just riesce, ogni volta ho la sventura di guardarlo, a farmi odiare qualunque causa egli propugni. E nel 90% delle volte le cause che lui propugna sono anche le mie, di cause.
Ciò detto, avere un contraltare alle truppe cammellate dei vari TG che mostrano presidenti pompieri e governanti pietosi (nel senso di pietas, biricchini!) sarebbe doveroso, e a Santoro -in mancanza d'altri- andrebbe fatto un encomio, non avviato un procedimento disciplinare.
Quanto a Vauro, poi, è semplicemente disgustoso che il suo allontanamento dalla trasmissione avvenga per effetto di una vignetta in cui, per quanto passi tempo a mirare e rimirare, non riesco a trovare nulla di irriguardoso nei confronti dei terremotati (ma nei confronti di chi ha improvvidamente proposto il piano casa, sì).
Veniamo al titolo del post.
Vedo che i miei timidi tentativi per smontare le menzogne riguardo ai 400 milioni di risparmio da referendum non hanno sortito effetto alcuno (e, confesso, me l'aspettavo!). Credo quindi che si andrà a votare insieme alle europee, dato che ormai le pressioni sono divenute irresistibili, con conseguente raggiungimento del quorum, e che in tal caso i sì siano destinati a vincere.
Credete veramente che dare la maggioranza assoluta dei voti al partito del Presidente Berlusconi sia una bella idea? Io credo di no, e credo che quella dell'editto bulgaro di Santoro (e del nuovo editto abruzzese di Vauro) sarà robetta, in confronto a quanto potrà fare una volta ottenuto il controllo del Parlamento.
E, tanto per chiarezza, credo pure che anche la prospettiva che la maggioranza assoluta possa andare a Franceschini, o a un suo epigono, non muti di un millimetro il giudizio. Primo, perché è del tutto irragionevole supporre che Franceschini possa vicere; secondo, perché dare pieni poteri a chi ci sta più simpatico non è in alcun modo più democratico, bensì al limite solo più furbo.
E i furbi, come ci insegna D'Alema, fanno sempre una fine meschina.
aggiornamento: sul blog di .mau. il link alle vignette irriguardose (quelle sì!).
Non molto tempo fa mi lagnavo del fatto che fosse un po' assurdo, a 24 ore di distanza dal sisma, lamentarsi della carenza di bagni chimici e di pasti caldi; ma ciò non vuol dire che mi beva la storia che tutto va bene madama la Marchesa, intendiamoci.
Quello che imputo a Santoro (e, ripeto, lo dico in generale, ché la trasmissione non l'ho vista) è che il suo atteggiamento di rabbiosa faziosità riesce a sputtanare qualunque causa, anche la più giusta.
A differenza di Vespa, apparentemente equidistante ma in effetti sempre insinuante e tendenzioso, e di Fede, che fa della partigianeria un elemento di comicità rendendosi simpatico (o quantomeno ridicolo) anche all'avversario politico, Santoro, con quell'espressione accigliata e l'eloquio alla Saint-Just riesce, ogni volta ho la sventura di guardarlo, a farmi odiare qualunque causa egli propugni. E nel 90% delle volte le cause che lui propugna sono anche le mie, di cause.
Ciò detto, avere un contraltare alle truppe cammellate dei vari TG che mostrano presidenti pompieri e governanti pietosi (nel senso di pietas, biricchini!) sarebbe doveroso, e a Santoro -in mancanza d'altri- andrebbe fatto un encomio, non avviato un procedimento disciplinare.
Quanto a Vauro, poi, è semplicemente disgustoso che il suo allontanamento dalla trasmissione avvenga per effetto di una vignetta in cui, per quanto passi tempo a mirare e rimirare, non riesco a trovare nulla di irriguardoso nei confronti dei terremotati (ma nei confronti di chi ha improvvidamente proposto il piano casa, sì).
Veniamo al titolo del post.
Vedo che i miei timidi tentativi per smontare le menzogne riguardo ai 400 milioni di risparmio da referendum non hanno sortito effetto alcuno (e, confesso, me l'aspettavo!). Credo quindi che si andrà a votare insieme alle europee, dato che ormai le pressioni sono divenute irresistibili, con conseguente raggiungimento del quorum, e che in tal caso i sì siano destinati a vincere.
Credete veramente che dare la maggioranza assoluta dei voti al partito del Presidente Berlusconi sia una bella idea? Io credo di no, e credo che quella dell'editto bulgaro di Santoro (e del nuovo editto abruzzese di Vauro) sarà robetta, in confronto a quanto potrà fare una volta ottenuto il controllo del Parlamento.
E, tanto per chiarezza, credo pure che anche la prospettiva che la maggioranza assoluta possa andare a Franceschini, o a un suo epigono, non muti di un millimetro il giudizio. Primo, perché è del tutto irragionevole supporre che Franceschini possa vicere; secondo, perché dare pieni poteri a chi ci sta più simpatico non è in alcun modo più democratico, bensì al limite solo più furbo.
E i furbi, come ci insegna D'Alema, fanno sempre una fine meschina.
aggiornamento: sul blog di .mau. il link alle vignette irriguardose (quelle sì!).
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giovedì 9 aprile 2009
Piccola provocazione
Dato che:
Ma perché mai tutti coloro che sono così pronti a ergersi a difesa delle pubbliche casse in occasione di questa tornata referendaria, non hanno mai speso una mezza voce contro il sistema del doppio turno?
Vi rammento che ai tempi del proporzionale si andava a votare una volta e basta; era poi l'assemblea eletta (dal Parlamento al Consiglio circoscrizionale) e eleggere a sua volta il presidente.
Da quando abbiamo il maggioritario abbiamo introdotto nelle elezioni locali il doppio turno. Io l'ho in odio, dato che si tratta di un sistema intimamente connesso al principio maggioritario, e l'abolirei seduta stante; ma coloro che l'hanno in simpatia, e che sono gli stessi che ritengono l'accorpamento di europee e referenda come la panacea per tutti i mali italiani, come si pongono di fronte a questo problema?
E ora, una nota a margine: come emerso da questa discussione sul blog di Marta Meo (giù, in basso nei commenti), tra tutte le cazzate che il famoso articolo su lavoce.info ha sparato e che ho successivamente confutato, c'è una sciocchezza che mi era sfuggita: quasi ovunque infatti le scuole saranno già chiuse il 15 giugno, e quindi ecco che i 37 milioni spesi in tate per i bambini delle elementari sfumano come neve al sole.
- sono notoriamente uno che si incista;
- sono ferocemente contrario ad ogni deriva maggioritaria, bipolaristica o bipartitica; e dichiarandolo posso essere di parte senza patemi morali;
- sono alle prese con un documento lungo, complicato e confuso da mettere a posto e sento prepotente il bisogno di una pausa;
- mi rendo conto con stupore che i 400 milioni inesistenti crescono sempre più (ieri ho visto da qualche parte che erano divenuti 500!);
- sono in un periodo di stanza creativa e non ho nulla di meglio da scrivere per soddisfare il mio bisogno di autoaffermazione,
Ma perché mai tutti coloro che sono così pronti a ergersi a difesa delle pubbliche casse in occasione di questa tornata referendaria, non hanno mai speso una mezza voce contro il sistema del doppio turno?
Vi rammento che ai tempi del proporzionale si andava a votare una volta e basta; era poi l'assemblea eletta (dal Parlamento al Consiglio circoscrizionale) e eleggere a sua volta il presidente.
Da quando abbiamo il maggioritario abbiamo introdotto nelle elezioni locali il doppio turno. Io l'ho in odio, dato che si tratta di un sistema intimamente connesso al principio maggioritario, e l'abolirei seduta stante; ma coloro che l'hanno in simpatia, e che sono gli stessi che ritengono l'accorpamento di europee e referenda come la panacea per tutti i mali italiani, come si pongono di fronte a questo problema?
E ora, una nota a margine: come emerso da questa discussione sul blog di Marta Meo (giù, in basso nei commenti), tra tutte le cazzate che il famoso articolo su lavoce.info ha sparato e che ho successivamente confutato, c'è una sciocchezza che mi era sfuggita: quasi ovunque infatti le scuole saranno già chiuse il 15 giugno, e quindi ecco che i 37 milioni spesi in tate per i bambini delle elementari sfumano come neve al sole.
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mercoledì 8 aprile 2009
martedì 7 aprile 2009
Una preghiera
Non prendetemi per uno sciacallo dei sentimenti, e sappiate che mi rendo conto che si tratta di un argomento impopolare.
Lasciatemi lanciare una preghiera affinché non si pensi di ricostruire l'Abruzzo con i 400 milioni del referendum.
Guardate, io ci sto anche, ad accorpare le elezioni con i referenda e mandare i soldi in Abruzzo.
Purché tutti coloro che vanno a votare debbano prima pagare i 3,15 euri che secondo lavoce.info sarebbero costati loro per il proprio tempo perso. Purché le madri dei bimbi delle elementari versino agli abruzzesi quanto avrebbero dovuto spendere di tata. Purché gli imprenditori versino la quota della maggior ricchezza prodotta.
A queste condizioni, ci sto e mi impegno fin d'ora a votare e pagare.
Lasciatemi lanciare una preghiera affinché non si pensi di ricostruire l'Abruzzo con i 400 milioni del referendum.
Guardate, io ci sto anche, ad accorpare le elezioni con i referenda e mandare i soldi in Abruzzo.
Purché tutti coloro che vanno a votare debbano prima pagare i 3,15 euri che secondo lavoce.info sarebbero costati loro per il proprio tempo perso. Purché le madri dei bimbi delle elementari versino agli abruzzesi quanto avrebbero dovuto spendere di tata. Purché gli imprenditori versino la quota della maggior ricchezza prodotta.
A queste condizioni, ci sto e mi impegno fin d'ora a votare e pagare.
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