Grande impegno lavorativo e rottura del portatile casalingo mi impediscono di scrivere i consueti pizzoni.
Comunque l'intervista a Latorre su Repubblica mi ha originato lo spunto per avviare una petizione.
Destinatario: Barack Obama, 1600 Pennsylvania Ave., Washington, DC
Testo: Caro Barack (possiamo chiamarti così? in fondo anche il tuo predecessore chiamava Mr. Hussein con il nome di battesimo, quindi...), abbiamo letto sulla stampa nostrale che ti piacerebbe chiudere quella fogna a cielo aperto messa su dal tuo predecessore nella base di Guantanamo, a Cuba.
Ideologicamente riteniamo che non sarebbe una cattiva idea, ma un po' di sano pragmatismo ci spinge a pregarti di non farlo.
Guarda, se vuoi liberare quei poveretti che sono lì senza processo da anni e anni, fai pure, ci mancherebbe. Però qui da noi abbiamo due bulletti che da almeno quindici anni ci stanno spaccando i coglioni a forza di farsi i dispetti l'uno con l'altro.
Noi non è che siamo proprio tutti secchioni, ma qui finché ci son quei due in classe non si riesce nemmeno a compilare la scheda per la refezione, e cominciamo ad avere appetito. Guarda, se te li pigliassi e li mandassi laggiù in vacanza forzata ci faresti proprio un favore.
Uno lo conosci già perché è più americano di te, e poi c'ha anche un bell'appartamento a New York con il quale potrebbe pagarsi le spese del vitto. L'altro faceva il ministro degli esteri fino a qualche mese fa: niente niente che tu e la Clinton già l'abbiate incontrato a qualche cena: vi sarà rimasto impresso!
Vabbé, almeno pensaci, che se ce li prendi poi magari anche qui riusciamo a cambiare qualcosa, chissà.
Con affetto (seguono firme)
lunedì 24 novembre 2008
venerdì 21 novembre 2008
Pareri personali
Visto quel che è accaduto con la vicenda del senatore Villari posso esprimere i seguenti pareri:
Il senatore Villari è un meschino e opportunista voltagabbana;
io sono un povero sprovveduto per aver creduto che potesse non esserlo;
e sono un perfetto cretino per aver perseverato in tale convinzione pur avendo appreso esser lui allievo di Mastella.
A mo' di gogna, lascio intonsi i miei precedenti post, talché ciascuno possa giudicarne la candida ingenuità. Seguirà foto con resti combusti.
Il senatore Villari è un meschino e opportunista voltagabbana;
io sono un povero sprovveduto per aver creduto che potesse non esserlo;
e sono un perfetto cretino per aver perseverato in tale convinzione pur avendo appreso esser lui allievo di Mastella.
A mo' di gogna, lascio intonsi i miei precedenti post, talché ciascuno possa giudicarne la candida ingenuità. Seguirà foto con resti combusti.
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mercoledì 19 novembre 2008
Post-epilogo
Io me ne sto andando a Berlino. E' chiaro che se quando torno Villari anziché dimettersi si fosse avvitato alla poltrona, dovrei fare il giro delle pizzerie della zona, raccogliere un paio di quintalate di cenere e farmi la doccia.
Così, giusto per onestà intellettuale.
Così, giusto per onestà intellettuale.
martedì 18 novembre 2008
Epilogo
Con la sua impuntatura Villari ha costretto il suo partito ad abbandonare definitivamente l'orrendo Orlando e fare il nome di un competente galantuomo quale Sergio Zavoli alla presidenza della Commissione di Vigilanza.
A questo punto Villari dovrà dimettersi, e vedremo se lo farà. Ma se lo farà, credo che tutti noi, e il suo partito in primis, dovremmo fargli un piccolo monumentino.
PS: Sì: lo so che ha l'età di Matusalemme. Ma meglio Matusalemme che Orlando, io la vedo così.
A questo punto Villari dovrà dimettersi, e vedremo se lo farà. Ma se lo farà, credo che tutti noi, e il suo partito in primis, dovremmo fargli un piccolo monumentino.
PS: Sì: lo so che ha l'età di Matusalemme. Ma meglio Matusalemme che Orlando, io la vedo così.
Dolo eventuale
Il dolo eventuale è una bestia che fino a poco tempo fa era conosciuta solo dagli avvocati penalisti e dagli studenti freschi di laurea di giurisprudenza.
Si tratta di quel particolare tipo di volontà in relazione alla quale l'agente che tiene una certa condotta non ha di mira la realizzazione di un certo fatto (come ad esempio la morte per chi spara a qualcuno per ucciderlo), né se la rappresenta come sicuramente connessa alla realizzazione del proprio obiettivo (è il caso di chi spari a un poliziotto per sfuggire alla cattura), bensì se la rappresenta come possibile risultato della propria condotta.
Secondo la Cassazione penale (prendo un paio a caso delle tante sentenze in materia)
Le dispute scolastiche sul sesso degli angeli giungevano a conclusioni molto più chiare e universalmente condivisibili: è chiaro che con queste formulazioni si può affermare tutto e il contrario di tutto.
Neppure il concetto di accettazione del rischio è unanime, dato che la dottrina preferisce il concetto di accettazione dell'evento: si ha cioè dolo se l'agente accetta non solo il rischio connesso alla sua condotta, ma anche l'evento dannoso o, in altre parole, viene riconosciuto il dolo se l'evento è previsto come "concretamente possibile" e la colpa se "la verificabilità dell'evento rimane un'ipotesi astratta".
Chiaro, no? Bene.
Il dolo eventuale è venuto in grande auge nei mesi passati, quando si è affermato, da parte di ambienti governativi e con grande battage di stampa, che chi si mette alla guida avendo bevuto va incriminato per omicidio volontario perché accetta l'ipotesi di poter ammazzare qualcuno. Cosa che a ben vedere vale anche per chi si mette alla guida senza aver bevuto, dato che è fatto di comune esperienza che gli incidenti stradali mortali esistano; ma è la stampa, bellezza, e certe sottigliezze non vanno troppo approfondite, ché ai lettori viene il mal di testa.
Ieri il GUP di Torino ha rinviato a giudizio l'AD di Tyssen per omicidio volontario, adducendo il fatto che egli avesse accettato consapevolmente il rischio di un incidente mortale. Io non voglio qui esprimere il mio accordo o disaccordo con tale decisione: ognuno può ragionare e trarre le proprie personali conclusioni, salvo che sarà poi la Corte d'Assise a giudicare: credo però che dal punto di vista dell'elemento psicologico, la situazione dell'AD di Tyssen sia più grave di quella dell'ubriaco: questo non toglie che potrei essere d'accordo a riconoscere il dolo per entrambi o per nessuno, ma mi sembrerebbe molto sbagliato riconoscerlo per l'ubriaco e non per l'AD.
Il Corriere della Sera, già pronto a cavalcare la tigre della tolleranza zero contro i pirati della strada, sembra invece rinfoderare gli artigli quando si tratta di manager: e difatti oggi sul suo sito, accanto al lancio della notizia, ci sono ben due commenti che lasciano intendere che i giudici hanno esagerato e che poi le cose si metteranno a posto come è giusto che sia.
Due pesi e due misure si chiamano, a casa mia.
Si tratta di quel particolare tipo di volontà in relazione alla quale l'agente che tiene una certa condotta non ha di mira la realizzazione di un certo fatto (come ad esempio la morte per chi spara a qualcuno per ucciderlo), né se la rappresenta come sicuramente connessa alla realizzazione del proprio obiettivo (è il caso di chi spari a un poliziotto per sfuggire alla cattura), bensì se la rappresenta come possibile risultato della propria condotta.
Secondo la Cassazione penale (prendo un paio a caso delle tante sentenze in materia)
Nel nostro sistema penale, la linea di demarcazione che separa il dolo (eventuale o alternativo) dalla colpa con previsione va ricercata nell'accettazione del rischio; per cui risponderà a titolo di dolo l'agente che, pur non volendo l'evento, accetta il rischio che esso si verifichi come risultato della sua condotta, comportandosi anche a costo di determinarlo; risponderà, invece, a titolo di colpa aggravata l'agente che, pur rappresentandosi l'evento come possibile risultato della sua condotta, agisce nella ragionevole speranza che esso non si verifichi.
La disciplina del dolo eventuale non si sottrae a quella del dolo dettata dall'art. 43 cod. pen., per cui se ne può affermare la sussistenza solo quando l'evento sia stato non solo previsto ma voluto, cioè quando lo stesso sia stato rappresentato dal soggetto, come una conseguenza probabile o, solo possibile, in modo apprezzabile, della sua azione, purché egli non abbia agito nel ragionevole convincimento, o almeno, nella speranza di una sua mancata realizzazione.
Le dispute scolastiche sul sesso degli angeli giungevano a conclusioni molto più chiare e universalmente condivisibili: è chiaro che con queste formulazioni si può affermare tutto e il contrario di tutto.
Neppure il concetto di accettazione del rischio è unanime, dato che la dottrina preferisce il concetto di accettazione dell'evento: si ha cioè dolo se l'agente accetta non solo il rischio connesso alla sua condotta, ma anche l'evento dannoso o, in altre parole, viene riconosciuto il dolo se l'evento è previsto come "concretamente possibile" e la colpa se "la verificabilità dell'evento rimane un'ipotesi astratta".
Chiaro, no? Bene.
Il dolo eventuale è venuto in grande auge nei mesi passati, quando si è affermato, da parte di ambienti governativi e con grande battage di stampa, che chi si mette alla guida avendo bevuto va incriminato per omicidio volontario perché accetta l'ipotesi di poter ammazzare qualcuno. Cosa che a ben vedere vale anche per chi si mette alla guida senza aver bevuto, dato che è fatto di comune esperienza che gli incidenti stradali mortali esistano; ma è la stampa, bellezza, e certe sottigliezze non vanno troppo approfondite, ché ai lettori viene il mal di testa.
Ieri il GUP di Torino ha rinviato a giudizio l'AD di Tyssen per omicidio volontario, adducendo il fatto che egli avesse accettato consapevolmente il rischio di un incidente mortale. Io non voglio qui esprimere il mio accordo o disaccordo con tale decisione: ognuno può ragionare e trarre le proprie personali conclusioni, salvo che sarà poi la Corte d'Assise a giudicare: credo però che dal punto di vista dell'elemento psicologico, la situazione dell'AD di Tyssen sia più grave di quella dell'ubriaco: questo non toglie che potrei essere d'accordo a riconoscere il dolo per entrambi o per nessuno, ma mi sembrerebbe molto sbagliato riconoscerlo per l'ubriaco e non per l'AD.
Il Corriere della Sera, già pronto a cavalcare la tigre della tolleranza zero contro i pirati della strada, sembra invece rinfoderare gli artigli quando si tratta di manager: e difatti oggi sul suo sito, accanto al lancio della notizia, ci sono ben due commenti che lasciano intendere che i giudici hanno esagerato e che poi le cose si metteranno a posto come è giusto che sia.
Due pesi e due misure si chiamano, a casa mia.
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Esercizi di divinazione
Walter Veltroni è candidamente ingenuo: uno che crede che alla fine arrivino sempre i buoni, che di Pietro sia un alleato leale e che con Berlusconi si possa dialogare.
Mentre i buoni arrivano solo nei film, di Pietro è troppo piccolo per potersi permettere la lealtà e degli imbonitori si fidano solo gli allocchi alle fiere di paese.
La vicenda del Presidente della Commissione di Vigilanza va molto al di là dell'esibizione muscolare e anche del controllo sul sistema radiotelevisivo (sistema di importanza fondamentale, ma sul quale il presidente incide men che una singola famiglia Auditel).
Oggi si riuniràla corte marziale il direttivo dei senatori PD per decidere che fare con Villari. La mia previsione è che tutto finirà con un rabbuffetto formale, senza alcuna conseguenza sostanziale.
Non è credibile che non venga preso alcun provvedimento, dato che Veltroni e non solo lui si sono troppo esposti per fare macchina indietro a tutta forza e fermare la nave che va a schiantarsi; ma non è neppure credibile che venga pronunciata una sanzione grave o addirittura l'espulsione, che darebbe il via a una reazione a catena non gestibile da un gruppo dirigente la cui debolezza è pari solo all'arroganza dei toni.
Il fatto è che Veltroni è caduto in un bel trappolone: e il trappolone glielo ha teso non Di Pietro, vittima anche lui della sua sincerità contadina, bensì l'avversario di sempre, quello che ha fondato la televisione alternativa; quello che ha mandato avanti il capo rimanendo sempre un passo indietro perché i nemici impallinassero l'altro (il capo) e risparmiassero lui (il baffo).
Quello che ha ispirato il fido scagnozzo a mettere in bocca a Bocchino (nomina sunt consequentia rerum) il minuetto di Pecorella alla Consulta. D'Alema, insomma.
La cosa veramente tragica è trovarsi oggi a considerare quanto siamo stati fortunati a che Berlusconi abbia vinto le elezioni. Pensate un attimo a cosa sarebbe successo se ci fossimo ritrovati per Presidente del Consiglio uno così ingenuo da farselo mettere in quel posto dal compagno di partito; e con la sabbia.
Cosa avrebbe fatto in piena crisi economica l'uomo che è riuscito a indire una manifestazione a distanza di quattro mesi con la scusa di raccogliere le firme per la petizione, e poi non ha nemmeno detto quante firme alla fine sia riuscito a raccogliere?
Berlusconi e il berlusconismo sono un male per questo paese; ma comincio a credere che tutto sommato siano stati il male minore, vista l'alternativa.
Mentre i buoni arrivano solo nei film, di Pietro è troppo piccolo per potersi permettere la lealtà e degli imbonitori si fidano solo gli allocchi alle fiere di paese.
La vicenda del Presidente della Commissione di Vigilanza va molto al di là dell'esibizione muscolare e anche del controllo sul sistema radiotelevisivo (sistema di importanza fondamentale, ma sul quale il presidente incide men che una singola famiglia Auditel).
Oggi si riunirà
Non è credibile che non venga preso alcun provvedimento, dato che Veltroni e non solo lui si sono troppo esposti per fare macchina indietro a tutta forza e fermare la nave che va a schiantarsi; ma non è neppure credibile che venga pronunciata una sanzione grave o addirittura l'espulsione, che darebbe il via a una reazione a catena non gestibile da un gruppo dirigente la cui debolezza è pari solo all'arroganza dei toni.
Il fatto è che Veltroni è caduto in un bel trappolone: e il trappolone glielo ha teso non Di Pietro, vittima anche lui della sua sincerità contadina, bensì l'avversario di sempre, quello che ha fondato la televisione alternativa; quello che ha mandato avanti il capo rimanendo sempre un passo indietro perché i nemici impallinassero l'altro (il capo) e risparmiassero lui (il baffo).
Quello che ha ispirato il fido scagnozzo a mettere in bocca a Bocchino (nomina sunt consequentia rerum) il minuetto di Pecorella alla Consulta. D'Alema, insomma.
La cosa veramente tragica è trovarsi oggi a considerare quanto siamo stati fortunati a che Berlusconi abbia vinto le elezioni. Pensate un attimo a cosa sarebbe successo se ci fossimo ritrovati per Presidente del Consiglio uno così ingenuo da farselo mettere in quel posto dal compagno di partito; e con la sabbia.
Cosa avrebbe fatto in piena crisi economica l'uomo che è riuscito a indire una manifestazione a distanza di quattro mesi con la scusa di raccogliere le firme per la petizione, e poi non ha nemmeno detto quante firme alla fine sia riuscito a raccogliere?
Berlusconi e il berlusconismo sono un male per questo paese; ma comincio a credere che tutto sommato siano stati il male minore, vista l'alternativa.
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lunedì 17 novembre 2008
Aguzzate la vista
In questi giorni due istituzioni hanno assunto atteggiamenti contrari al senso comune del Paese.
Uno, ne abbiamo parlato a dismisura, è il Partito democratico, che dopo aver predicato la flessibilità di tutto e di tutti (i lavoratori; le coppie omosessuali; i vicentini; gli anti-TAV; i soggetti in coma profondo) si è impuntato su una sola cosa: Leoluca Orlando.
L'altro è la Chiesa, che come tutti sanno continua pervicacemente a insistere sulla vicenda di Eluana Englaro.
So che rischio di essere troppo accecato dall'ideologia o dal fatto di essere affezionato lettore di alcuni blog di sinistra, ma credo di non andare lontano dal vero se affermo che:
la stragrande maggioranza degli italiani, e la maggioranza degli stessi cattolici ritiene che ilpadre di Eluana Englaro debba essere lasciato libero di agire come ha stabilito la magistratura;
la stragrande maggioranza degli italiani, e la maggioranza degli elettori PD ritiene che Villari alla vigilanza RAI sia l'ultimo degli ultimi problemi che il PD dovrebbe preoccuparsi di affrontare.
L'accanimento con cui questi soggetti insistono in rivendicazioni antistoriche rischia loro di far perdere numerosi consensi, ma occhio alle differenze!
Volutamente ho usato il vago termine "Chiesa": sembra infatti che, mentre la CEI (che sarebbe l'organizzazione dei vescovi italiani) continui a battere sul tema, la Chiesa Cattolica (il Vaticano, quindi, che è tutt'altro) abbia di molto allentato la tensione, prendendo anzi posizioni contrarie all'accanimento terapeutico, salvo poi sottolineare come alimentazione e idratazione non possano essere intese come accanimento. L'insieme dell'organizzazione ecclesiale riesce quindi a mostrare sia il lato bigottamente irrazionale ad uso degli ambienti più ciecamente radicali di appoggio alla vita quale che sia (tramite CEI e altri movimenti spontanei dal basso), sia il lato più razionale, tollerante e dialogante, tramite la Curia romana.
Non è un caso che sull'Avvenire, il giornale distribuito nelle parrocchie e diretto in via praticamente esclusiva ai cattolici praticanti, compaiano oggi articoli che descrivono l'atroce sofferenza di chi muore di fame e sete; mentre sull'Osservatore Romano, organo ufficiale del Vaticano diretto sia ai cattolici che agli acattolici, i toni siano di molto più misurati e distaccati.
Ben diverso l'atteggiamento del PD, la cui principale preoccupazione in queste ore sembra quella di dare lezioni pratiche di centralismo democratico; il che per chi afferma di non esser mai stato comunista come Veltroni, e per chi non lo è sicuramente mai stato come la Bindi, è certo un bel risultato.
Questi diversi atteggiamenti forse possono anche farci apprezzare ulteriormente la capacità srategica della Chiesa cattolica, che pur con duemila anni di storia riesce sempre a rinnovarsi e -di fatto- esercitare il proprio potere, almeno su questa nostra sventurata penisola, grazie alla sua capacità di intercettare lo spirito del tempo e presentare a ciascuno il volto a lui più gradito.
Il Partito democratico... beh, è il Partito democratico.
La Chiesa è il nostro passato, e non pretende di essere il nostro futuro anche se, con tutta probabilità lo sarà.
Il PD è appena nato, e vuole diventare il nostro futuro: esattamente come il Terzo Reich, che era destinato a durare mille anni.
Uno, ne abbiamo parlato a dismisura, è il Partito democratico, che dopo aver predicato la flessibilità di tutto e di tutti (i lavoratori; le coppie omosessuali; i vicentini; gli anti-TAV; i soggetti in coma profondo) si è impuntato su una sola cosa: Leoluca Orlando.
L'altro è la Chiesa, che come tutti sanno continua pervicacemente a insistere sulla vicenda di Eluana Englaro.
So che rischio di essere troppo accecato dall'ideologia o dal fatto di essere affezionato lettore di alcuni blog di sinistra, ma credo di non andare lontano dal vero se affermo che:
L'accanimento con cui questi soggetti insistono in rivendicazioni antistoriche rischia loro di far perdere numerosi consensi, ma occhio alle differenze!
Volutamente ho usato il vago termine "Chiesa": sembra infatti che, mentre la CEI (che sarebbe l'organizzazione dei vescovi italiani) continui a battere sul tema, la Chiesa Cattolica (il Vaticano, quindi, che è tutt'altro) abbia di molto allentato la tensione, prendendo anzi posizioni contrarie all'accanimento terapeutico, salvo poi sottolineare come alimentazione e idratazione non possano essere intese come accanimento. L'insieme dell'organizzazione ecclesiale riesce quindi a mostrare sia il lato bigottamente irrazionale ad uso degli ambienti più ciecamente radicali di appoggio alla vita quale che sia (tramite CEI e altri movimenti spontanei dal basso), sia il lato più razionale, tollerante e dialogante, tramite la Curia romana.
Non è un caso che sull'Avvenire, il giornale distribuito nelle parrocchie e diretto in via praticamente esclusiva ai cattolici praticanti, compaiano oggi articoli che descrivono l'atroce sofferenza di chi muore di fame e sete; mentre sull'Osservatore Romano, organo ufficiale del Vaticano diretto sia ai cattolici che agli acattolici, i toni siano di molto più misurati e distaccati.
Ben diverso l'atteggiamento del PD, la cui principale preoccupazione in queste ore sembra quella di dare lezioni pratiche di centralismo democratico; il che per chi afferma di non esser mai stato comunista come Veltroni, e per chi non lo è sicuramente mai stato come la Bindi, è certo un bel risultato.
Questi diversi atteggiamenti forse possono anche farci apprezzare ulteriormente la capacità srategica della Chiesa cattolica, che pur con duemila anni di storia riesce sempre a rinnovarsi e -di fatto- esercitare il proprio potere, almeno su questa nostra sventurata penisola, grazie alla sua capacità di intercettare lo spirito del tempo e presentare a ciascuno il volto a lui più gradito.
Il Partito democratico... beh, è il Partito democratico.
La Chiesa è il nostro passato, e non pretende di essere il nostro futuro anche se, con tutta probabilità lo sarà.
Il PD è appena nato, e vuole diventare il nostro futuro: esattamente come il Terzo Reich, che era destinato a durare mille anni.
Essere d'accordo con Gasparri /2
Eh, sì: il titolo di questo post ha quell'esponente /2 (o come diavolo vogliate chiamarlo). Ciò dimostra che non è la prima volta che mi trovo in questa sgradevole situazione, di condividere il mio pensiero con uno dei peggiori esponenti di uno dei peggiori schieramenti politici dell'Italia repubblicana.
Tenere un blog, tuttavia, porta una serie di vantaggi: primo fra tutti quello che il tuo pensiero può essere pubblicato e rimane lì, con tanto di data e ora, alla disposizione di chiunque voglia consultarlo (salva ovviamente l'onestà intellettuale di non andare a modificare gli articoli a posteriori).
E' per questo che non ho nessun problema a dire che condivido anche le singole parole di Gasparri, il quale afferma che
Arrogante, perché ritiene che alle primarie la gente del piddì non abbia eletto un segratario di partito (perdipiù in un'elezione degna dei fasti della Bulgaria d'antan), bensì investito vita natural durante un monarca assoluto.
Stupido per aver trascinato il suo partito e la speranza di metà degli italiani nel baratro paludoso di piccole lotte intestine, ripicche sterili e impuntature di principio, salvo poi evanescere come nebbia al sole quando si è trattato di affrontare questioni di principio vere.
Incapace perché il segretario del maggior partito di opposizione deve avere una scaltrezza e un acume politico finissimo per non cadere a ogni piè sospinto nelle trappole che gli vengono tese, mentre Veltroni dimostra di avere la scaltrezza e l'esperienza di un project manager neolaureato messo lì a gestire un progetto di fusione tra banche rivali: per farlo fallire.
Tenere un blog, tuttavia, porta una serie di vantaggi: primo fra tutti quello che il tuo pensiero può essere pubblicato e rimane lì, con tanto di data e ora, alla disposizione di chiunque voglia consultarlo (salva ovviamente l'onestà intellettuale di non andare a modificare gli articoli a posteriori).
E' per questo che non ho nessun problema a dire che condivido anche le singole parole di Gasparri, il quale afferma che
Veltroni è arrogante, stupido e incapace.
Arrogante, perché ritiene che alle primarie la gente del piddì non abbia eletto un segratario di partito (perdipiù in un'elezione degna dei fasti della Bulgaria d'antan), bensì investito vita natural durante un monarca assoluto.
Stupido per aver trascinato il suo partito e la speranza di metà degli italiani nel baratro paludoso di piccole lotte intestine, ripicche sterili e impuntature di principio, salvo poi evanescere come nebbia al sole quando si è trattato di affrontare questioni di principio vere.
Incapace perché il segretario del maggior partito di opposizione deve avere una scaltrezza e un acume politico finissimo per non cadere a ogni piè sospinto nelle trappole che gli vengono tese, mentre Veltroni dimostra di avere la scaltrezza e l'esperienza di un project manager neolaureato messo lì a gestire un progetto di fusione tra banche rivali: per farlo fallire.
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venerdì 14 novembre 2008
Dimissioni

Leggo e rileggo che Veltroni avrebbe invitato o intimato Villari a dimettersi dalla carica di presidente della Commissione di Vigilanza, e che Villari stia facendo melina attendendo di parlare con Napolitano, Schifani e Fini.
Napolitano ha mandato a dire che non c'entra, Schifani che è all'estero, rimane Fini che è buono per tutte le stagioni.
Si è scomodato spesso e a sproposito Flaiano, ma direi che è proprio il momento di dire che la situazione è grave ma non seria.
Se rimanesse un briciolo di dignità ai due attori, di sicuro nelle prossime ore dovrebbe essere presentata almeno una lettera di dimissioni: quella di Villari da Presidente della Commissione di Vigilanza.
O quella di Veltroni da segretario del PD. E sarebbe meglio la seconda che ho detto.
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Certo che se piovesse...
Se piovesse mi incazzerei, dato che -come ogni giorno, peraltro, se non piove- sono in bici.
E il venerdì per ovvi motivi mi rompe massimamente lasciare la bici nella cantina della banca, dato che poi tutto il week-end resterei senza.
Ciononostante, dopo aver letto l'accorato appello di BeppeGrillo(tm) in coda a questo post mi viene una gran voglia di pioggia e tirar di vento.
GrilloBeppe(TM): perché vieni a Milano? Devi fare una commissione? Devi registrare una trasmissione televisiva? Devi fare una visita medica? Hai insomma un qualche diavolo di motivo per venir qui e dovendo circolare in città ti fai prestare una bici da un amico? Benissimo; non che ci fosse bisogno di renderlo pubblico, ma ti capisco perché un blog è un blog, e se io ho raccontato che sono uscito una sera con una gnocca tu puoi anche raccontare che vai in giro in bici a fare la spesa.
Oppure vieni a Milano per insegnarci qualcosa perché tu sei il santone che sa tutto quel che ci vuole per sopravvivvere alla nostra società e noi milanesi siamo i poveri tapini capaci solo di pensare a SUV e coca?
Io ho proprio l'impressione che quella giusta sia la seconda che ho detto, e che la tua intenzione sia di venir qui a far due pedalate in centro per far vedere quanto sei bravo bello buono e quanto abbiamo da imparare da te. E ti mando un cordiale vaffanculo.
E il venerdì per ovvi motivi mi rompe massimamente lasciare la bici nella cantina della banca, dato che poi tutto il week-end resterei senza.
Ciononostante, dopo aver letto l'accorato appello di BeppeGrillo(tm) in coda a questo post mi viene una gran voglia di pioggia e tirar di vento.
GrilloBeppe(TM): perché vieni a Milano? Devi fare una commissione? Devi registrare una trasmissione televisiva? Devi fare una visita medica? Hai insomma un qualche diavolo di motivo per venir qui e dovendo circolare in città ti fai prestare una bici da un amico? Benissimo; non che ci fosse bisogno di renderlo pubblico, ma ti capisco perché un blog è un blog, e se io ho raccontato che sono uscito una sera con una gnocca tu puoi anche raccontare che vai in giro in bici a fare la spesa.
Oppure vieni a Milano per insegnarci qualcosa perché tu sei il santone che sa tutto quel che ci vuole per sopravvivvere alla nostra società e noi milanesi siamo i poveri tapini capaci solo di pensare a SUV e coca?
Io ho proprio l'impressione che quella giusta sia la seconda che ho detto, e che la tua intenzione sia di venir qui a far due pedalate in centro per far vedere quanto sei bravo bello buono e quanto abbiamo da imparare da te. E ti mando un cordiale vaffanculo.
Un paese normale /3

Un paese normale è un Paese in cui, tra tutte le fotografie che ci sono per istrada, se ne possono trovare anche quelle di donne con le braccia aperte.
A Milano si vedono foto di donne con le gambe aperte, ma le braccia aperte sono proibite.
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mercoledì 12 novembre 2008
Vigilanza disarmata
questo post è iniziato calmo, poi mi sono scaldato nello scrivere
Secondo Repubblica la maggioranza della Commissione di Vigilanza si prepara a votare un proprio presidente qualora la minoranza insista a proporre Leoluca Orlando quale unico candidato.
Io sono completamente d'accordo con la maggioranza.
Dal punto di vista tecnico-giuridico l'elezione di un presidente espresso dalla minoranza non è un diritto: è una prassi, un accordo tra gentiluomini, una intesa cordiale.
Che prevede che nelle commissioni cd. "di controllo" la maggioranza faccia confluire i voti su un esponente designato dalla minoranza. Ma ciò non vuol dire che gli uni abbiano un obbligo e gli altri un diritto: vuol dire che ci si deve mettere d'accordo su un soggetto designato, non imposto.
Gli esponenti del PdL, ai quali sia chiaro non va la benché minima mia simpatia, avrebbero torto marcio se (a) avessero sistematicamente rifiutato qualunque candidato designato da PD+IdV o (b) avessero respinto la candidatura di una personalità che, per chiara e indiscussa competenza nella materia radiotelevisiva, fosse evidentemente risultata essere uno dei migliori esponenti della minoranza a tale carica.
Leoluca Orlando non ha alcuna competenza di alcun tipo al riguardo: diverso sarebbe stato se si fosse trattato della Commissione Antimafia, dove la questione sarebbe stata perlomeno da discutere approfonditamente; ma alla vigilanza RAI Orlando non ha nessun titolo da far valere più di qualunque altro componente della minoranza, per cui è giusto che venga mandato a fondo, visto che non ha avuto il buon senso di ritirarsi di sua sponte. E se la minoranza (PD+IdV) insisterà malgrado tutto sul suo nome, si meriterà di affondare definitivamente in questa trista vicenda.
Ma così, si può dire, vince l'arroganza e il ricatto del PdL. No, non è assolutamente vero: e lo spiego.
Chi abbia conservato un benché minimo senso dello Stato ha ben chiaro che il Presidente di un organo parlamentare deve essere presidente di tutti. Ben diverso è un ruolo esecutivo, dove si è di parte in quanto espressione di una maggioranza. Il Parlamento è espressione di maggioranza e minoranza, e i suoi vertici devono quindi essere imparziali.
Mi ripeto: Fini deve essere imparziale. Schifani deve essere imparziale. Napolitano (che rappresenta lo Stato) DEVE essere imparziale. Berlusconi non deve essere imparziale.
Essere imparziale non vuol dire solo comportarsi in modo equilibrato nello svolgimento del proprio mandato: vuol dire anche godere della fiducia dell'una e dell'altra parte: anche quando si viene eletti.
Sbaglia la maggioranza che impone un nominativo sgradito alla minoranza, in quanto avrebbe il dovere di cercare un compromesso; ma almeno se lo può permettere. Però la minoranza che cerca di imporre un nominativo alla maggioranza adotta un comportamento semplicemente ridicolo. Fai il bullo, fai il muscolare e non hai i muscoli? Allora sei scemo.
E' il bello del maggioritario: uno schieramento da una parte, uno dall'altra. Uno ha più voti, uno ne ha di meno.
Veltroni (e Di Pietro, ovviamente) se lo sono voluto. Hanno detto che piaceva loro correr da soli? Hanno cantato le lodi del bipartitismo quando hanno perso le elezioni? Hanno portato in Parlamento molti più deputati rispetto al loro quoziente elettorale per effetto dell'espulsione della sinistra dal Parlamento?
E allora adesso vadano a quel paese, loro e i loro paladini da operetta dei pupi.
Secondo Repubblica la maggioranza della Commissione di Vigilanza si prepara a votare un proprio presidente qualora la minoranza insista a proporre Leoluca Orlando quale unico candidato.
Io sono completamente d'accordo con la maggioranza.
Dal punto di vista tecnico-giuridico l'elezione di un presidente espresso dalla minoranza non è un diritto: è una prassi, un accordo tra gentiluomini, una intesa cordiale.
Che prevede che nelle commissioni cd. "di controllo" la maggioranza faccia confluire i voti su un esponente designato dalla minoranza. Ma ciò non vuol dire che gli uni abbiano un obbligo e gli altri un diritto: vuol dire che ci si deve mettere d'accordo su un soggetto designato, non imposto.
Gli esponenti del PdL, ai quali sia chiaro non va la benché minima mia simpatia, avrebbero torto marcio se (a) avessero sistematicamente rifiutato qualunque candidato designato da PD+IdV o (b) avessero respinto la candidatura di una personalità che, per chiara e indiscussa competenza nella materia radiotelevisiva, fosse evidentemente risultata essere uno dei migliori esponenti della minoranza a tale carica.
Leoluca Orlando non ha alcuna competenza di alcun tipo al riguardo: diverso sarebbe stato se si fosse trattato della Commissione Antimafia, dove la questione sarebbe stata perlomeno da discutere approfonditamente; ma alla vigilanza RAI Orlando non ha nessun titolo da far valere più di qualunque altro componente della minoranza, per cui è giusto che venga mandato a fondo, visto che non ha avuto il buon senso di ritirarsi di sua sponte. E se la minoranza (PD+IdV) insisterà malgrado tutto sul suo nome, si meriterà di affondare definitivamente in questa trista vicenda.
Ma così, si può dire, vince l'arroganza e il ricatto del PdL. No, non è assolutamente vero: e lo spiego.
Chi abbia conservato un benché minimo senso dello Stato ha ben chiaro che il Presidente di un organo parlamentare deve essere presidente di tutti. Ben diverso è un ruolo esecutivo, dove si è di parte in quanto espressione di una maggioranza. Il Parlamento è espressione di maggioranza e minoranza, e i suoi vertici devono quindi essere imparziali.
Mi ripeto: Fini deve essere imparziale. Schifani deve essere imparziale. Napolitano (che rappresenta lo Stato) DEVE essere imparziale. Berlusconi non deve essere imparziale.
Essere imparziale non vuol dire solo comportarsi in modo equilibrato nello svolgimento del proprio mandato: vuol dire anche godere della fiducia dell'una e dell'altra parte: anche quando si viene eletti.
Sbaglia la maggioranza che impone un nominativo sgradito alla minoranza, in quanto avrebbe il dovere di cercare un compromesso; ma almeno se lo può permettere. Però la minoranza che cerca di imporre un nominativo alla maggioranza adotta un comportamento semplicemente ridicolo. Fai il bullo, fai il muscolare e non hai i muscoli? Allora sei scemo.
E' il bello del maggioritario: uno schieramento da una parte, uno dall'altra. Uno ha più voti, uno ne ha di meno.
Veltroni (e Di Pietro, ovviamente) se lo sono voluto. Hanno detto che piaceva loro correr da soli? Hanno cantato le lodi del bipartitismo quando hanno perso le elezioni? Hanno portato in Parlamento molti più deputati rispetto al loro quoziente elettorale per effetto dell'espulsione della sinistra dal Parlamento?
E allora adesso vadano a quel paese, loro e i loro paladini da operetta dei pupi.
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C'è crisi, c'è grande crisi
Quando gli avvocati dei grandi studi legali ti richiamano ogni giorno per rammentarti che sono *molto* interessati al lavoretto che gli stai proponendo e che un tempo avrebbero girato sul collaboratore neolaureato, vuol dire che le cose non si stanno mettendo troppo bene.
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Rivoluzione copernicana
Warning: this post is rather geeky: it could be for you just a senseless yada yada
Mi capita di consumarmi nel ricordo dei tempi in cui gli uomini erano veri uomini e sapevano quotare come si deve. Poi i sysadmin hanno cominciato a chiudere la porta 119 e gli utenti hanno iniziato a sentire il bisogno del botta e risposta in tempo reale; e così tutto (quasi tutto) è finito.
Questa riflessione non mi viene tanto da un thread per vecchi babbioni miei coetanei, quanto da una constatazione che mi è apparsa improvvisamente chiara un paio di giorni fa.
Ho ormai sistematicamente rinunciato a quotare sotto i messaggi di posta perché ho il timore che la maggior parte dei miei destinatari non si renda conto che ho fornito una risposta. E' chiaro che è un circolo vizioso, dacché così contribuisco a far venir meno una sana abitudine, ma tant'è, non mi posso permettere di rischiare di non essere letto: requiescat in pacem.
Qualcosa però mi è rimasto attaccato e non credo che si perderà mai.
Anzitutto, l'abitudine di pensare a quello che c'è sotto ciò che scrivo. Non è raro che scorrendo i messaggi che ricevo, che arrivano a contenere un 20-30 replay, a un certo punto si trovino commenti, apprezzamenti o vere e proprie notizie che chiaramente non sarei dovuto venire a conoscere: e questo in situazioni conflittuali mi dà un grande vantaggio competitivo.
Poi l'abitudine di pensare a come verrà letto e interpretato il messaggio da parte del destinatario: è straordinario notare come anche persone che per mestiere scrivono lettere, e pertanto sono abituate ad interpretarne il senso esplicito e le possibili interpretazioni capziose, di fronte alla e-mail abdichino del tutto a questo senso critico e buttino giù la prima cosa che salta loro in mente. Credo che molto sia dovuto alla sostanziale differenza che passa tra cliccare un bottone virtuale sullo schermo e firmare un foglio di carta. E credo che Giovanni Greco, Pirotti e i loro eponimi siano stati un formidabile vaccino contro questa tendenza.
Infine, credo anche che mi sia rimasto un insano fondo di cinismo, per aver potuto toccare con mano quanta stupidità ci possa essere, lì fuori, e quanto sia impossibile ritenere di aver toccato il fondo perché c'è sempre qualcun altro pronto a sorprenderti.
Mi capita di consumarmi nel ricordo dei tempi in cui gli uomini erano veri uomini e sapevano quotare come si deve. Poi i sysadmin hanno cominciato a chiudere la porta 119 e gli utenti hanno iniziato a sentire il bisogno del botta e risposta in tempo reale; e così tutto (quasi tutto) è finito.
Questa riflessione non mi viene tanto da un thread per vecchi babbioni miei coetanei, quanto da una constatazione che mi è apparsa improvvisamente chiara un paio di giorni fa.
Ho ormai sistematicamente rinunciato a quotare sotto i messaggi di posta perché ho il timore che la maggior parte dei miei destinatari non si renda conto che ho fornito una risposta. E' chiaro che è un circolo vizioso, dacché così contribuisco a far venir meno una sana abitudine, ma tant'è, non mi posso permettere di rischiare di non essere letto: requiescat in pacem.
Qualcosa però mi è rimasto attaccato e non credo che si perderà mai.
Anzitutto, l'abitudine di pensare a quello che c'è sotto ciò che scrivo. Non è raro che scorrendo i messaggi che ricevo, che arrivano a contenere un 20-30 replay, a un certo punto si trovino commenti, apprezzamenti o vere e proprie notizie che chiaramente non sarei dovuto venire a conoscere: e questo in situazioni conflittuali mi dà un grande vantaggio competitivo.
Poi l'abitudine di pensare a come verrà letto e interpretato il messaggio da parte del destinatario: è straordinario notare come anche persone che per mestiere scrivono lettere, e pertanto sono abituate ad interpretarne il senso esplicito e le possibili interpretazioni capziose, di fronte alla e-mail abdichino del tutto a questo senso critico e buttino giù la prima cosa che salta loro in mente. Credo che molto sia dovuto alla sostanziale differenza che passa tra cliccare un bottone virtuale sullo schermo e firmare un foglio di carta. E credo che Giovanni Greco, Pirotti e i loro eponimi siano stati un formidabile vaccino contro questa tendenza.
Infine, credo anche che mi sia rimasto un insano fondo di cinismo, per aver potuto toccare con mano quanta stupidità ci possa essere, lì fuori, e quanto sia impossibile ritenere di aver toccato il fondo perché c'è sempre qualcun altro pronto a sorprenderti.
martedì 11 novembre 2008
Un paese normale /2
E a proposito di paesi normali, vorrei dire due paroline due sul lodo Alfano, approfittando di riflessioni venute in mente in bici dopo che stamane (non ho capito bene perché) la radio ne parlava.
In un paese normale una persona di non specchiata virtù di regola non viene premiata dall'elettorato. Una persona di fatto riconosciuta colpevole di reati gravi, come la corruzione in atti giudiziari, sparisce dalla circolazione e non solo non si presenta alle elezioni, ma tiene un profilo il più possibile basso e invisibile (sì, lo so, il condannato è Previti, non Berlusconi, per effetto delle attenuanti generiche; ma la sostanza è la medesima, ne converrete, dato che il pasticcio l'avevano fatto insieme).
In un paese normale, un politico che crea e disfa leggi a seconda della sua convenienza personale verrebbe rovesciato dal suo scranno a furor di popolo. Nel nostro paese non solo viene rieletto con una marea di consensi, ma addirittura i suoi consensi crescono con il passare del tempo.
L'ovvia conclusione è che non solo questo non è un paese normale, ma anche che Berlusconi è normale per questo paese.
E allora, mi chiedo, ha senso scandalizzarsi per il lodo Alfano? Perché, lo dice la Costituzione, mica me lo sono inventato io, la sovranità appartiene al popolo. E il popolo una volta può sbagliare e pentirsene; una seconda volta può ripetere l'errore senza rendersene conto; ma se per la terza volta al governo va un personaggio, diciamo così, chiacchierato, questo vuol dire che il popolo lo vuole veramente, di farsi governare in questo modo.
A queste osservazioni il giurista duro e puro risponde che quella stessa Costituzione afferma che viviamo in uno stato di diritto, che tutti sono uguali davanti alla legge, che il Pubblico Ministero ha l'obbligo di esercitare l'azione penale. Princìpi, e fondamentali.
Ma princìpi per contrastare i quali in questi anni abbiamo subito diluvi legislativi che hanno fatto di questo paese una sorta di repubblica delle banane: il principio dell'incompatibilità tra GIP/GUP e la decisione sulle misure cautelari; l'abrogazione dei reati di falso in bilancio; il lodo Schifani; la tremenda Legge Cirielli, che sembra scritta agli albori dell'Illuminismo. Tutto ciò per citare solo alcuni -i più famosi- dei provvedimenti ad personam che hanno imbarbarito il nostro ordinamento giuridico.
E sullo sfondo la minaccia, incombente da quindici anni ormai, della separazione delle carriere in magistratura e dello svuotamento del ruolo del CSM.
Ora, mi chiedo: tutto ciò vale veramente la pena? Vale veramente al pena di imbarbarire il nostro corpus legislativo e distruggere le nostre istituzioni per cercare di sentir pronunciare una condanna che con tutta probabilità non sarà mai pronunciata, a carico di una persona che presto o tardi uscirà dalla scena politica a causa dell'età, ma non certo in forza di condanna?
Certo, riconoscendo una volta per tutte l'immunità del PresConsMin ne faremmo una sorta di sovrano assoluto, un Re Sole sottoposto unicamente al proprio arbitrio e alla propria coscienza; ma forse -e lo dico con un forse, ma lo dico perché questo per l'appunto non è un paese normale - è meglio questa prospettiva che quella di mandare in vacca un paese intero.
Io -devo averlo già scritto da qualche parte- sono ormai diventato assai cinico, ma credo proprio che tutti i tentativi di giudicarlo, quell'uno solo, si dimostreranno vani, e sarà quindi la Storia a farlo al posto nostro. Forse è meglio quindi lavorare per risolvere i problemi di cinquanta milioni di abitanti, lasciando perdere le responsabilità di uno solo.
In un paese normale una persona di non specchiata virtù di regola non viene premiata dall'elettorato. Una persona di fatto riconosciuta colpevole di reati gravi, come la corruzione in atti giudiziari, sparisce dalla circolazione e non solo non si presenta alle elezioni, ma tiene un profilo il più possibile basso e invisibile (sì, lo so, il condannato è Previti, non Berlusconi, per effetto delle attenuanti generiche; ma la sostanza è la medesima, ne converrete, dato che il pasticcio l'avevano fatto insieme).
In un paese normale, un politico che crea e disfa leggi a seconda della sua convenienza personale verrebbe rovesciato dal suo scranno a furor di popolo. Nel nostro paese non solo viene rieletto con una marea di consensi, ma addirittura i suoi consensi crescono con il passare del tempo.
L'ovvia conclusione è che non solo questo non è un paese normale, ma anche che Berlusconi è normale per questo paese.
E allora, mi chiedo, ha senso scandalizzarsi per il lodo Alfano? Perché, lo dice la Costituzione, mica me lo sono inventato io, la sovranità appartiene al popolo. E il popolo una volta può sbagliare e pentirsene; una seconda volta può ripetere l'errore senza rendersene conto; ma se per la terza volta al governo va un personaggio, diciamo così, chiacchierato, questo vuol dire che il popolo lo vuole veramente, di farsi governare in questo modo.
A queste osservazioni il giurista duro e puro risponde che quella stessa Costituzione afferma che viviamo in uno stato di diritto, che tutti sono uguali davanti alla legge, che il Pubblico Ministero ha l'obbligo di esercitare l'azione penale. Princìpi, e fondamentali.
Ma princìpi per contrastare i quali in questi anni abbiamo subito diluvi legislativi che hanno fatto di questo paese una sorta di repubblica delle banane: il principio dell'incompatibilità tra GIP/GUP e la decisione sulle misure cautelari; l'abrogazione dei reati di falso in bilancio; il lodo Schifani; la tremenda Legge Cirielli, che sembra scritta agli albori dell'Illuminismo. Tutto ciò per citare solo alcuni -i più famosi- dei provvedimenti ad personam che hanno imbarbarito il nostro ordinamento giuridico.
E sullo sfondo la minaccia, incombente da quindici anni ormai, della separazione delle carriere in magistratura e dello svuotamento del ruolo del CSM.
Ora, mi chiedo: tutto ciò vale veramente la pena? Vale veramente al pena di imbarbarire il nostro corpus legislativo e distruggere le nostre istituzioni per cercare di sentir pronunciare una condanna che con tutta probabilità non sarà mai pronunciata, a carico di una persona che presto o tardi uscirà dalla scena politica a causa dell'età, ma non certo in forza di condanna?
Certo, riconoscendo una volta per tutte l'immunità del PresConsMin ne faremmo una sorta di sovrano assoluto, un Re Sole sottoposto unicamente al proprio arbitrio e alla propria coscienza; ma forse -e lo dico con un forse, ma lo dico perché questo per l'appunto non è un paese normale - è meglio questa prospettiva che quella di mandare in vacca un paese intero.
Io -devo averlo già scritto da qualche parte- sono ormai diventato assai cinico, ma credo proprio che tutti i tentativi di giudicarlo, quell'uno solo, si dimostreranno vani, e sarà quindi la Storia a farlo al posto nostro. Forse è meglio quindi lavorare per risolvere i problemi di cinquanta milioni di abitanti, lasciando perdere le responsabilità di uno solo.
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lunedì 10 novembre 2008
Un paese normale
A mio modo di vedere (io sono un mite), basta poco per definire "normale" un paese. Ciononostante avverto ormai con una certa frequenza che il mio non si può definire tale: a volte lo evinco anche solo da sciocchezze.
Mi piacerebbe, ad esempio, vivere in un paese nel quale le due catene televisive di Stato non tentassero di riscattare la quantità di tette, culi e Carlo Conti propinata quotidianamente programmando ogni settimana almeno uno sceneggiato sulla vita di santi, papi o eroi di guerra.
Mi piacerebbe, ad esempio, vivere in un paese nel quale le due catene televisive di Stato non tentassero di riscattare la quantità di tette, culi e Carlo Conti propinata quotidianamente programmando ogni settimana almeno uno sceneggiato sulla vita di santi, papi o eroi di guerra.
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Segni dei tempi
Domenica volevo andare alla Triennale a vedere la mostra di Valentina. Prendo la bici, vado al Parco, mi metto in fila per il biglietto... e scopro che la mostra sta alla Bovisa.
A quel punto avrei potuto anche andare alla Bovisa, ma temevo di essere un po' stretto coi tempi in quanto poi sarei dovuto andare a prendere Nichita che era a casa di un amichetto.
Mi addentro quindi nel Parco, nel quale comunque vado abbastanza sovente: ma questa volta senza bambini da far divertire, bensì solo per gironzolare senza meta.
Sarà stata questa diversa disposizione d'animo, sarà stato che è un fenomeno scoppiato solo adesso, sarà stato che già c'era ma finché non è divenuto eclatante non me ne sono accorto (io ho uno spirito di osservazione veramente poco sviluppato): sta di fatto che ad un certo punto mi sono reso conto di come fossero formati i gruppetti sui prati, e di quanti ce ne fossero.
Era già da qualche tempo che alla domenica il Parco è preso d'assalto da torme di signore di mezza età (e talora anche di tre quarti) dall'inconfondibile accento, e sppesso anche fisionomia, russa o limitrofa. Sono evidentemente le badanti delle quali la città si sta pian pianino riempiendo e di cui non ci rendiamo conto gli altri giorni perché fanno una vita segregata, quasi prigioniere della casa e del vecchietto che accudiscono.
La domenica evidentemente è il giorno libero e si ritrovano in uno dei pochi posti tutto sommato accogliente della città (per chi non fosse di Milano: quel "tutto sommato" vuol dire che il posto non è accogliente, a ben vedere, ma è il meglio che Milano sa offrire), facendo gruppo e portandosi dietro il pic-nic.
Sono scene che si vedono ormai un po' dappertutto nella nostre città: è un fatto che mi aveva colpito più a Bergamo, nel piazzale antistante la stazione, anche per il tragico squallore del posto.
Quello che mi ha colpito ieri è stato invece il notare che questi gruppi non sono più composti solo da signore, ma sono diventati misti, composti in parti non molto dissimili di signore slave e ragazzotti di origine evidentemente maghrebina o giù di lì, e di qualche lustro in meno, in media.
Lì per lì la cosa mi ha fatto una gran tristezza: la prima impressione è che infatti un maghrebino e una russa c'entrino tra loro come il gelato e il sugo d'arrosto; e quindi osservare questa comunità eterogenea mi aveva dato l'impressione di essere in una specie di laboratorio sociale nel quale un ricercatore sadico avesse deciso di forzare l'acqua e l'olio ad emulsionarsi spontaneamente (e tale impressione era rafforzata dalla disparità di età, che rendeva questi gruppi a prima vista veramente artificiosi).
Mi dava, insomma, la sensazione di sbirciare da un buco della serratura, e di vedere non esseri umani che disponessero liberamente del loro arbitrio bensì anime costrette forzatamente a convivere per combattere la solitudine di una metropoli a loro straniera ed ostile; e che proprio nel combatterla evidenziavano ancor di più la propria infelicità.
Poi ci ho ripensato, e mi sono detto che in realtà io stavo vedendo la soluzione, del problema, mentre quando il problema c'era non me ne ero neanche accorto: certo avevo letto e sentito parlare della penosa condizione del migrante; ma sempre in astratto, come oggetto di studio privo della concretezza dell'essere umano in carne ed ossa. E quegli esseri umani adesso erano lì, davanti a me, in allegra compagnia e senza minimamente preoccuparsi di apparire o non apparire tali, presi semplicemente a divertirsi insieme.
Ci dev'essere una morale, dietro a tutto ciò: io comunque alla fine mi sono rallegrato anche se un fondo di malinconia mi è rimasto: e si vede anche da questo post che è molto più confuso e inconcludente del solito.
A quel punto avrei potuto anche andare alla Bovisa, ma temevo di essere un po' stretto coi tempi in quanto poi sarei dovuto andare a prendere Nichita che era a casa di un amichetto.
Mi addentro quindi nel Parco, nel quale comunque vado abbastanza sovente: ma questa volta senza bambini da far divertire, bensì solo per gironzolare senza meta.
Sarà stata questa diversa disposizione d'animo, sarà stato che è un fenomeno scoppiato solo adesso, sarà stato che già c'era ma finché non è divenuto eclatante non me ne sono accorto (io ho uno spirito di osservazione veramente poco sviluppato): sta di fatto che ad un certo punto mi sono reso conto di come fossero formati i gruppetti sui prati, e di quanti ce ne fossero.
Era già da qualche tempo che alla domenica il Parco è preso d'assalto da torme di signore di mezza età (e talora anche di tre quarti) dall'inconfondibile accento, e sppesso anche fisionomia, russa o limitrofa. Sono evidentemente le badanti delle quali la città si sta pian pianino riempiendo e di cui non ci rendiamo conto gli altri giorni perché fanno una vita segregata, quasi prigioniere della casa e del vecchietto che accudiscono.
La domenica evidentemente è il giorno libero e si ritrovano in uno dei pochi posti tutto sommato accogliente della città (per chi non fosse di Milano: quel "tutto sommato" vuol dire che il posto non è accogliente, a ben vedere, ma è il meglio che Milano sa offrire), facendo gruppo e portandosi dietro il pic-nic.
Sono scene che si vedono ormai un po' dappertutto nella nostre città: è un fatto che mi aveva colpito più a Bergamo, nel piazzale antistante la stazione, anche per il tragico squallore del posto.
Quello che mi ha colpito ieri è stato invece il notare che questi gruppi non sono più composti solo da signore, ma sono diventati misti, composti in parti non molto dissimili di signore slave e ragazzotti di origine evidentemente maghrebina o giù di lì, e di qualche lustro in meno, in media.
Lì per lì la cosa mi ha fatto una gran tristezza: la prima impressione è che infatti un maghrebino e una russa c'entrino tra loro come il gelato e il sugo d'arrosto; e quindi osservare questa comunità eterogenea mi aveva dato l'impressione di essere in una specie di laboratorio sociale nel quale un ricercatore sadico avesse deciso di forzare l'acqua e l'olio ad emulsionarsi spontaneamente (e tale impressione era rafforzata dalla disparità di età, che rendeva questi gruppi a prima vista veramente artificiosi).
Mi dava, insomma, la sensazione di sbirciare da un buco della serratura, e di vedere non esseri umani che disponessero liberamente del loro arbitrio bensì anime costrette forzatamente a convivere per combattere la solitudine di una metropoli a loro straniera ed ostile; e che proprio nel combatterla evidenziavano ancor di più la propria infelicità.
Poi ci ho ripensato, e mi sono detto che in realtà io stavo vedendo la soluzione, del problema, mentre quando il problema c'era non me ne ero neanche accorto: certo avevo letto e sentito parlare della penosa condizione del migrante; ma sempre in astratto, come oggetto di studio privo della concretezza dell'essere umano in carne ed ossa. E quegli esseri umani adesso erano lì, davanti a me, in allegra compagnia e senza minimamente preoccuparsi di apparire o non apparire tali, presi semplicemente a divertirsi insieme.
Ci dev'essere una morale, dietro a tutto ciò: io comunque alla fine mi sono rallegrato anche se un fondo di malinconia mi è rimasto: e si vede anche da questo post che è molto più confuso e inconcludente del solito.
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venerdì 7 novembre 2008
Un'iniezione di ottimismo
No, non c'entra nulla con il post qui sotto.
Questo è Krugman:
Questo è Krugman:
The unemployment rate has now risen more than 2 percentage points from its pre-recession low. In 1990-1992 the unemployment rate rose 2.6 percentage points. Given what’s happening to retail sales, manufacturing, and so on, it’s now a certainty that unemployment has a lot further to rise. So the “worst recession in 25 years” thing is now baked in. The only question is whether we hit “worst slump since the Great Depression” territory.
Notti
Ieri sera ho fatto veramente tardi.
Ho finito la serata con una donna molto bella, molto intelligente, molto di successo, e molto poco sicura di sé.
Da tempo ho rinunciato a capire le donne, ma ancora talvolta riesco a stupirmi: se avessi un decimo della bellezza e del successo della mia compagna di ieri sera camminerei a due spanne dal marciapiede e sarei molto più antipatico e supponente di quanto già non sia.
Per carità, non è la prima volta che mi accompagno a persone che fanno voltare la gente per strada (con una ci ho anche fatto un figlio), ma ieri sera sono rimasto colpito: mi faceva quasi rabbia (anzi: senza quasi) questo contrasto tra il suo essere e il suo ritenersi. Del resto la rabbia è uno stato d'animo comune tra me e lei: la sola altra volta in cui ci eravamo visti avevamo avuto un furioso e imbarazzante litigio, di fronte a una dozzina di altri commensali.
Per farla breve: alla fine anziché corteggiarla ho passato la serata a farle un'iniezione di autostima, e non ci sono nemmen riuscito troppo bene. Ma in fondo anche questo è corteggiare, no?
Ho finito la serata con una donna molto bella, molto intelligente, molto di successo, e molto poco sicura di sé.
Da tempo ho rinunciato a capire le donne, ma ancora talvolta riesco a stupirmi: se avessi un decimo della bellezza e del successo della mia compagna di ieri sera camminerei a due spanne dal marciapiede e sarei molto più antipatico e supponente di quanto già non sia.
Per carità, non è la prima volta che mi accompagno a persone che fanno voltare la gente per strada (con una ci ho anche fatto un figlio), ma ieri sera sono rimasto colpito: mi faceva quasi rabbia (anzi: senza quasi) questo contrasto tra il suo essere e il suo ritenersi. Del resto la rabbia è uno stato d'animo comune tra me e lei: la sola altra volta in cui ci eravamo visti avevamo avuto un furioso e imbarazzante litigio, di fronte a una dozzina di altri commensali.
Per farla breve: alla fine anziché corteggiarla ho passato la serata a farle un'iniezione di autostima, e non ci sono nemmen riuscito troppo bene. Ma in fondo anche questo è corteggiare, no?
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