martedì 29 dicembre 2009

Tempo di bilanci

Dato che tra poco andrò ai monti, questo post dovrebbe essere l'occasione per formulare gli auguri di buon anno. I buoni propositi li ho già fatti insieme agli auguri di Natale, e quindi potrebbe essere morta lì.
Prendo però spunto dall'ultimo post di Galatea per scrivere due righe sul senso del tenere un blog: mi sembra utile, specie in questo periodo di stanca.

E' evidente (o almeno è evidente a me) che vi sono molte persone che scrivono per trarre un vantaggio pratico di qualche tipo: c'è chi infarcisce la propria casa di inguardabili banner e adsense (e mi piacerebbe sapere quanto poi in effetti costoro riescano a portare a casa, alla fine del mese); c'è chi fa mestieri inerenti alla comunicazione, alla rete o alla tecnologia in senso lato, e vuole in tal modo guadagnare in autorevolezza; c'è chi vuole, semplicemente, far sì che il proprio nome circoli di bocca in bocca e di tastiera in tastiera.
E' di questi che mi sembra parli Galatea: e certo si tratta di una fetta importante del blogocono, ma non esaustiva.
Ci sono infatti coloro che scrivono principalmente per loro stessi: hanno una passionaccia per la collezione di francobolli della Guinea Orientale e desiderano far conoscere al mondo intero tutte le caratteristiche della dentellatura dell'emissione 1974, come questa fosse la cosa più importante del mondo (e per loro in effetti lo è): costoro potranno avere un traffico limitato a pochi contatti alla settimana o perfino al mese, ma non sarà certo per tale motivo che abdicheranno alla loro passione e smetteranno di scrivere: dato che scrivono principalmente per sé medesimi, e solo in seconda istanza per farsi leggere, essi continueranno imperterriti a pubblicare notizie e informazioni sugli argomenti che stanno loro a cuore.
Certo, sapere di avere un certo pubblico fa piacere a chiunque, ma è tutto una questione di piani e di priorità: ciascuno deve saper riconoscere le proprie.

A me scrivere qui è servito a chiarirmi le idee cento e più volte su argomenti di cui conoscevo gli elementi costitutivi ma che non avevo ancora analizzato: ho la fortuna di possedere alcune competenze tecniche che possono risultare di interesse generale e quindi mi sono conquistato un certo numero di lettori, per dir così, affezionati; ciononostante l'obiettivo che mi pongo è sempre quello di chiarire anzitutto a me stesso, e poi se possibile anche agli altri, le cose.
Poi, mi piace cazzeggiare, e quindi racconto anche della piadina che ho mangiato, per quanto queste sciocchezze tendano a spostarsi sempre più sul social network, dato che si tratta di roba senza futuro alcuno (quello della piadina, ad esempio, l'ho postato qui solo perché qui potevo grassettare).
Trovo quindi che il frequentare un social network abbia sì l'effetto di sfoltire il numero di post, ma allo stesso tempo dovrebbe migliorare la qualità dei medesimi. Tendenzialmente, infatti, qui dovrei o vorrei scrivere solo cose che lette tra un mese possano ancora avere un qualche senso (ma non è detto che vi riesca).
Il diradarsi dei post, insomma, non va visto, a mio parere, come la prima avvisaglia dell'estinzione dei blog amatoriali, ma anzi come un risorgere dei medesimi a nuova vita, dopo un bel po' di tempo in cui "blog" richiamava alla mente quasi solo diari adolescenziali, cuori spezzati e "K" a profusione.
Credo, insomma, che le risorse disponibili si stiano stratificando in livelli ben distinti d'impegno e consapevolezza, un po' come un'emulsione di acqua e olio che, lasciata lì a riposare, in poco tempo si separa in due strati.
In tale quadro il blog costituirà lo stato "nobile" della rete; ma è necessario chiarire che quel "nobile" resterà sempre riferito all'impegno e alla dedizione del tenutario, non alla sua capacità di portare contenuti sensati. Nessuno impedirà agli idioti di bloggare fiumi di sciocchezze sull'invasione degli alieni, sul signoraggio, sul falso sbarco dell'Apollo 11 e via discorrendo, e starà pur sempre al buonsenso e alla capacità critica di chi legge di elaborare le informazioni e decidere a quali e a chi dare fiducia e a quali e a chi negarla. Credo che comunque i blog si contraddistingueranno sempre più per l'originalità dei contenuti (geniali o cretini che siano), dal momento che chi non avrà nulla da dire ma vorrà solo creare un po' di rumore preferirà dirigersi verso altri lidi, dai quali riceverà un ritormo assai più gratificante al suo borbottìo.

E con ciò, tanti auguri di buon 2010 a tutti.

SMS (Save My Soul)

Evento: ingestione di agente tossico.
Luogo dell'evento: Bar Vecchia Milano
Specie di agente tossico: piadina bisunta con prosciutto crudo, fontina, carciofini e melenzane grigliate.
Data inizio evento: 29 dec 2009 13:00 CET
Data fine evento: 29 dec 2009 13:15 CET
Data termine digestione (forecast): 29 jan 2010 13:15 CET

Siamo la coppia più ??? del mondo


Questo scorcio di 2009 continua a riservare sorprese. Mentre negli affari personali le cose vanno a gonfie vele, da un punto di vista generale si vedono sempre più segni di un'imminente fine del mondo contro la quale sarebbe vano qualunque tentativo di resistenza.
Da qui il relativo silenzio del blog: ogni volta che mi viene in mente che potrei scriverci qualcosa, dopo pochi secondi le buone intenzioni sono vinte dalla pulsione a coltivare il mio giardinetto.

E a proposito di giardini, non può stupire che in questo clima di fine millennio (per quanto in effetti ci troviamo all'inizio del secolo, non alla fine) facciano la loro comparsa sugli schermi televisivi nientepopodimeno che Luca Sardella e Janira Majello, indimenticati protagonisti di Verdemattina, della Vecchia Fattoria e di tanti altri programmi enogastrobotanici.
Poco da dire su Mister CappelloMonello, mentre Miss Sorriso ha turbato i sogni di molti adolescenti e anche di qualche ragazzo un po' più grandicello, con il suo inimitabile e indecodificabile accento.
Ci viene spontaneo chiederci se i due, inseparabili sullo schermo, facciano coppia fissa anche nella vita; se abbiano magari coltivato dei bambini; se abitino in una fattoria, come viene spontaneo pensare, o al contrario in un lussuoso appartamento ai Parioli rallegrato da piante finte e fiori di carta.
Soprattutto, ci viene spontaneo di chiederci: «ma chi sono coloro che compereranno l'Agenda 2010 di Luca e Janira con i consigli per vivere in armonia con la natura»?

lunedì 28 dicembre 2009

C'è da riempir le pagine


Per quanto mi sforzi, non riesco proprio a comprendere il senso del mettere sulla home page di Corriere.it il lancio di un articolo dove si racconta che una mamma ha donato un rene al figlio che ne aveva bisogno. Ci sono i nomi dei medici, l'età della mamma e del figlio, il fatto che gli interventi sono in realtà due (uno per l'espianto e uno per l'impianto), e un po' di pubblicità all'ospedale delle Molinette di Torino.
Sembrerebbe la solita marchetta, se non fosse che stiamo parlando di un ospedale pibblico. Si trattasse della Stampa, la cosa sarebbe forse anche comprensibile, per quanto di operazioni così nel solo 2009 lo stesso ospedale ne abbia fatte sette (dato riportato nello stesso articolo).
L'unica spiegazione plausibile è che l'articolista non sapesse proprio come passare altrimenti la giornata.

giovedì 24 dicembre 2009

Auguri

Questo dicembre che volge al termine è stato un mese un po' strano: sono stato preso da un monte di cose mie che mi hanno tenuto lontano dallo scrivere sciocchezze sul blog.
Ne ho scritto invece moltissime, di sciocchezze, sul socialcoso (sì, insomma: Friendfeed): un grande spreco di impegno e di tasti anche se, ad essere onesto, non posso dire che sia stato tutto tempo buttato.

Tra i buoni propositi quindi c'è quello di tornare a scrivere qualcosa che valga la pena di conservare, nei limiti delle mie capacità. A proposito di capacità, l'aver scritto uno dei Post sotto l'Albero mi ha fatto capire che la narrativa non è proprio nelle mie corde: ho fatto una fatica bestiale a rendere vagamente leggibile qualcosa che all'inizio era men che pessimo.
Altro buon proposito per il 2010 è quello di perdere un po' di peso e soprattutto di bere un po' meno: cose evidentemente tra loro collegate. Quello di smettere di bere così tanto è un proposito che mi propongo tutte le mattine che seguono una serata con gli amici, ma devo confessare che quando sono tornato a casa ieri sera avevo un po' pena per me stesso, e quindi, dato che oggi è la vigilia di Natale e il mal di testa non mi è ancora completamente passato, mi piace vedere il tutto come un'occasione per farmi una promessa un po' più solenne.
Ci sarebbe anche il proposito di diventare un po' più responsabile e magari più serio. Potrei ad esempio smettere di prendere il lavoro come un gioco; ma dato che quello che faccio è apprezzato così com'è, in effetti non credo che questo proposito si realizzerà, almeno a breve.
Potrei anche smettere di correre dietro alle donne, di innamorarmi e disinnamorarmi seguendo la frequenza dei cicli lunari e trovarmi una volta per tutte una fidanzata vera e propria con cui costruire qualcosa anziché limitarmi a spassarmela; ma temo che anche questo non succederà tanto facilmente, e che quindi anche nel 2010 continuerò ad essere, in buona sostanza, il solito cretino, con un anno in più sulle spalle.

Vedremo tra un anno cosa sarà successo: nel frattempo, tanti auguri a tutti.

giovedì 17 dicembre 2009

Impareranno mai?

Ho ricevuto un altro SMS pubblicitario (per i lettori non affezionati, rimando qui, qui e qui per far capire quanto queste cose mi infastidiscano).
Ho quindi scritto una letterina.
Spettabile
Servizio clienti $compagnia_telefonica
fax xxxxxxxxx

e p.c. Onorevole Autorità Garante per la protezione dei dati personali
fax yyyyyyyyy

Reclamo - messaggi pubblicitari indesiderati

Egregi signori,
in data odierna, mentre riflettevo sul problema della costruzione delle strutture narrative trattato dal Manzoni nella Lettre à M. C.*** sur l'unité de temps et de lieu dans la tragedie, sono stato distratto nei miei studi dalla ricezione sul mio cellulare di un SMS, che qui integralmente ritrascrivo.
"$compagnia_telefonica presenta la super offerta di Natale. Rispondi SI a questo sms per risparmiare fino a 276 euro in 6 mesi. La promozione Scade il 21/12/2009"
Tale messaggio riveniva dal numero +39xxxxxxxxx e, come confermatomi da un operatore del vostro servizio clienti, è stato effettivamente inviato dalla vostra società.
Non desidero qui soffermarmi sulla povertà lessicale del cosiddetto messaggio, che tale si può definire solo per grazia di una momentanea sospensione del giudizio dacché, come appare evidente anche al lettore meno smaliziato, il medesimo non veicola alcun contenuto.
Credete davvero che un soggetto senziente potrebbe accettare la vostra offerta dando fiducia alla promessa di risparmio ivi contenuta? Io non riesco a capacitarmene. Questo messaggio, che nel suo perentorio irrompere nel turbare la mia tranquillità posso senza dubbio definire villano, potrebbe essere accolto solo da un cliente un po' troppo affezionato che, avendo letto compulsivamente i Pensieri di Pascal, abbia perso il lume della ragione e confonda la Vostra società con il Sommo Bene.
Chiunque altro di fronte a un contenuto così povero di informazioni non potrebbe far altro che cancellare quelle vane parole e tornare al proprio operoso studio. Io, invece, ho interrotto lo studio e intrapreso la scrittura di questa lettera per esternare il mio sdegno.
Non riesco a capacitarmi di come abbiate mai potuto anche solo pensare di avere il diritto di disturbare la mia quiete per mandarmi non già un'offerta, bensì il simulacro della medesima. Non intendo neppure affrontare il tema dell'ingannevolezza di quanto da voi proposto: mi è sufficiente riflettere sul fatto che il supposto risparmio da voi ventilato equivale a quanto io spenda di telefono nel medesimo periodo, per capire che o voi siete diventati un Ente di beneficienza o qualcosa non quadra nella vostra proposta.
Mi indigno, invece, per il fatto che vi siate permessi di utilizzare il mio telefono cellulare in ispregio, prima ancora che alle norme a tutela della riservatezza e della tranquillità dei cittadini, alle regole più elementari della buona creanza.
Vi diffido pertanto dal disturbarmi nuovamente telefonandomi o inviandomi messaggi di qualunque tipo. Qualora proprio vogliate regalarmi dei danari, fate una donazione anonima ad un'istituzione benefica a vostra scelta, senza interessarmi al riguardo né chiedere il mio assenso o la mia approvazione. Qualora intendeste invece propormi vantaggiose offerte commerciali, sappiate che la mia fiducia in esse è pari a quella che Otello riponeva in Desdemona all'esito dei cattivi consigli di Iago: e non è detto che io, come Otello, abbia ragione nel dubitare di voi; ma ciononostante non solo respingerò le vostre profferte, ma mi adopererò per salvaguardare il mio riposo e la mia concentrazione dalle vostre pratiche commerciali invasive e ineducate.
Distinti saluti.

mercoledì 16 dicembre 2009

Il bidone della pattumiera

C'è questo post di Luca Lani (hat tip Annarella) che spiega come e perché il web stia diventando un gran puttanaio, in cui gli articoli di qualità sono pochi, quelli di scarsa qualità tanti e le copie scopiazzate degli articoli di bassa qualità la grande maggioranza.
Colpa di Google, afferma il Lani, il quale cita anche un ulteriore pezzo sulla frustrazione di chi cerca una recensione su di un oggetto in rete, e trova quasi solo spam.
La tesi infatti è che, dato che Google non fa alcuna differenza tra notizia originale buona, notizia cattiva e notizia copiata, sia molto più conveniente produrre schifezze a basso costo che merce pregiata, dato che per l'utente finale la cacca e la panna montata hanno la stessa visibilità.

Contemporaneamente, assistiamo ad un levare di scudi per la decisione che qualcuno di Google avrebbe preso di censurare le fotografie di Berlusconi ferito al volto (uso il condizionale perché la mia religione impedisce di cercare foto di Presidenti del Consiglio in carica feriti al volto, e quindi non so se ciò sia proprio vero, e il verbo "censurare" lo metto in corsivo acciocché ciascuno possa sostituirlo con quanto meglio gli aggrada).

Caratteristica comune ai due temi sopra accennati è che in entrambi i casi si opera una confusione tra Google e Internet: ragionata e argomentata nel primo esempio, dato che gli autori citati sanno di cosa stanno parlando ma guardano all'effetto sul consumatore finale, meno smaliziato; istintiva nel secondo caso, in cui le accuse di censura arrivano dal basso.
La mia personale opinione è perfin banale, ma dato che l'attualità italiana non offre spunti di conversazione di levatura tale da dedicar loro di tre minuti del mio tempo, ho pensato di esprimerla lo stesso, per riempire una paginetta.
C'era un tempo in cui cercare le cose in rete era un'arte. Arte in senso proprio: tutti erano capaci di scrivere una parola su Altavista, ma più difficile era trovare qualcosa che parlasse proprio di quanto si cercava, e più difficile ancora valutare l'affidabilità di quanto rinvenuto.
Poi è arrivato Google, e tutto è divenuto più semplice: è come se ci avessero messo il servosterzo.
Io, che come prima macchina ho avuto una 127, ho imparato a parcheggiare senza il servosterzo, e ora quando guido la vecchia Twingo di mia madre -che il servosterzo non ce l'ha- parcheggio sempre malvolentieri, dato che si fa fatica: ma ci riesco. Chi ha imparato a guidare con il servosterzo, invece, trova impossibile parcheggiare senza quell'ausilio meccanico. Lo stesso, detto fra noi, vale per il condizionatore, che io ho tenuto rigorosamente spento anche quel giovedì in cui attraversavo la Sardegna in fiamme, con il termometro esterno che segnava 46 gradi, e ripercorrevo la strada che tante volte avevo fatto, quasi con lo stesso caldo, nella 124 di mio padre.

Ma torniamo alla rete: io non so se Google stia o meno diventando inaffidabile, se soffra di un momentaneo squilibrio di crescita o se sia avviato alla decadenza per gigantismo sulla falsariga dell'Impero Romano.
Credo però che il fatto di dover ragionare sulla qualità dei contenuti che ci vengono sottoposti, e quindi di imparare (o re-imparare) a distinguere tra verità e corbellerie, tra interventi originali e idee bizzarre e astruse, non possa che fare del bene agli utenti ed in ultima analisi anche alla rete stessa.
Se oggi il concetto stesso di "ricerca scolastica" si confonde con "ricerca su Google di una articolo copincollabile", allora la presenza in rete di tanta fuffa forse farà sì che lo studente di turno sia costretto a porsi il problema dell'attendibilità di ciò che copincolla; e così facendo sarà costretto a prendere conoscenza dell'argomento studiato.
Del pari, chi sarà riuscito a costruirsi una patente di credibilità, per aver scritto nel corso del tempo cose costantemente sensate e anche modestamente originali, dovrà per forza di cose vedere questa sua fatica premiata, acquisendo una credibilità maggiore rispetto a quella di chi si limita a tumblare ossessivamente cose altrui (che è una pratica non disdicevole, per carità; ma che certo non comporta un gran sacrificio di tempo e neuroni).

In conclusione: io non sono certo che Google stia diventando un bidone della pattumiera con dentro anche qualche portafogli smarrito; ma se così fosse, comunque la cosa non mi preoccupa perché confido che anche in futuro sarò in grado di distinguere i portafogli pieni dalla carta del formaggio; e che coloro che adesso non lo sanno fare dovranno giocoforza imparare a farlo, e alla fine ne saranno contenti.

Casini

Si diceva un tempo che una persona normale a vent'anni non può che essere comunista (o fascista) e a quarant'anni non può che diventare democristiana.
Massima che aveva un suo senso compiuto, se solo rammento le facce e i discorsi di quei due tipi al liceo, l'uno dei quali rappresentava i "giovani socialdemocratici" e l'altro la "gioventù liberale".
Io, ad esser sincero, i quarant'anni li ho passati, e intimamente mi sento ancora comunista.

Però, ogni volta che vedo Casini e che lui non si mette a parlare di vita e d'aborto, accidenti, non riesco a far altro che dargli ragione.

lunedì 14 dicembre 2009

My two cents


domenica 13 dicembre 2009

Il Post sotto l'albero 2009

Ogni tanto penso che diventiamo adulti solo per per poter giocare seriamente, perché c’è un gusto tutto particolare nel fare i cialtroni in giacca e cravatta. E’ per quello che ogni anno inizia un minuetto fatto di inviti, di solleciti, di sms, di autocandidature, di c’è-ancora-posto e quando-è-la-scadenza-per-la-consegna, di suppliche e lamentele e tutto il resto: per mettere insieme questa cosa che – forse – avrete il coraggio e la tempra di leggere fino in fondo. E’ un lavoraccio, che però vale la pena fare, vale la pena mettere in piedi un teatrino che coinvolge decine di trenta-quaranta-cinquantenni se in una sera di dicembre arriva una mail che dice “grazie per avermi fatto scrivere dopo dieci anni”. Il PslA è un regalo di regali, si fa il proprio e se ne ricevono molti altri in cambio: quando lo si riceve si sorride, si fa un inchino, gli si dà un’occhiata: a volte lo si legge, a volte no, a volte lo si ricicla e lo si fa avere al vicino noioso o all’amica con la quale si vuole fare bella figura. Il PslA ha una sola, vera, grande dote: è gratuito; e in tempi di crisi, buttala via.
Quella qui sopra è la prefazione di Sir Squonk al Post sotto l'Albero (o PslA) 2009.
Che è una cosa da blogger, fatta da blogger, letta da blogger e che non ha alcun senso fuori dal mondo dei blogger, in teoria: e quindi parlarne qui non dovrebbe avere del pari alcun senso, dato che ci conosciamo ormai tutti a menadito e tutti sappiamo che il PslA è uscito, anche quest'anno.
Però questa è la teoria, mentre la pratica dice che il PslA è una gran bella cosa, che riesce a sposare lo spirito natalizio del donare qualcosa con la pulsione all'autoaffermazione che sotto sotto cova in chiunque si prenda la briga di mettere in piazza i propri pensieri. E, sarà perché è Natale, sarà perché l'artefice è una persona buona, sarà perché qualcuno sa scrivere proprio bene e chi non sa scrivere comunque si è sforzato: insomma, questo matrimonio partorisce qualcosa a cui voler bene anche prima di aver iniziato a leggerlo.
Qui trovate il Post sotto l'Albero 2009. C'è anche un pezzo che ho scritto io, lungo perché purtropo io so scrivere solo così, e che spero non annoierà troppo il lettore di passaggio.

lunedì 7 dicembre 2009

Metriche trascendentali

Della bizzarra banda di elboniani cui hanno affidato il doppiaggio italiano di West Wing abbiamo detto abbastanza. a volte perfino abbiamo esagerato, addossando a loro colpe che in effetti sono solo il portato del nostro culturame borghese: come nel pippone a suo tempo affastellato per spiegare come si ordina un Martini degno di questo nome.

Qui, però, la cosa è differente. Il Presidente degli Stati Uniti viene eletto per quattro anni. Lo sanno anche i sassi. Lo sanno le troie, lo sanno i lenoni i cazzi lo sanno, lo sanno i coglioni!*. Lo sa anche chi ha creato la serie, dato che la campagna per rielezione avviene, to', proprio alla quarta serie annuale, il che dovrà pur avere un senso, o no?

E allora, razza di elboniani, come diavolo vi è venuto in mente di doppiare «Four more years! Four more years!» con «Altri otto anni! Altri otto anni»?

*trattasi di citazione colta, beninteso.

sabato 5 dicembre 2009

Serie TV

Di certo Jed Bartlet, con la sua infinita cultura, conosce bene la Lettre à M. C*** sur l'unité de temps et de lieu dans la tragedie.
Non mi stupirei che la conoscesse anche Aaron Sorkin, per quanto non ne sia certo.

La Lettre tuttavia è molto importante per capire perché sia sbagliato considerare le serie televisive come materiale di serie B, buone al più per il facile sollazzo di qualche casalinga frustrata o di una classe di impiegati priva degli strumenti culturali per un intrattenimento più alto e troppo pigra per andare al cinema.
Dopo tanti anni di immaginario visivo, abbiamo perso l'innocenza, quella che ci faceva restare a bocca aperta davanti alla mummia della mamma di Norman: ormai ci servono personaggi veri, con le sfumature, le incertezze e le testardaggini di tutti noi. anzi, meglio: vogliamo persone, e non più personaggi.
Non vogliamo più racconti, ma romanzi: pretendiamo i romanzi di Dumas, di Hugo: ma senza la voglia e la pazienza per leggerli. Il cinema, le due o le tre ore del cinema, sono il racconto; le serie sono i romanzi d'oggi: e questo è il motivo per cui avranno sempre più autorevolezza, negli anni che verranno.

Appendice

Io non so se quei due occhi troppo espressivi che parlavano un accento del sud leggano queste pagine, ma forse è arrivato il momento di chiedere loro scusa per ciò che ho fatto, e per ciò che non ho fatto.

Anniversari

Proprio in questi giorni sono trent'anni giusti che mi innamoro. Mi era capitato anche alle medie e persino alle elementari di avere una qualche attrazione per una compagna di classe, e magari di desiderare di sposarla: ma l'innamoramento, quello fisico che comporta tutte quelle implicazioni che oggi do per scontate, lo sperimentai per la prima volta trent'anni fa.
Sono certo della data perché era il 1979: facevo la prima; sono anche certo del mese, vale a dire a metà tra novembre e dicembre, dato che quello è il periodo in cui si fanno le occupazioni: a gennaio infatti si avvicinava la fine del quadrimestre, e c'erano altre priorità che salvare il mondo.
Io ero un ragazzino un po' timido e di nessuna esperienza, e partecipavo a una cosa più grande di me (credo, ricostruendo a posteriori, che c'entrasse il ministro Valitutti quale causa efficiente: di certo non avevo idea del perché fosse giusto o sbagliato ciò che propugnava, e non mi interessava).
Lei si chiamava Caterina: era bionda, aveva i capelli corti, molto magra e dalla pelle molto chiara, un naso un po' aquilino e degli occhi azzurro-verdi, penetranti. Portava una giacca di renna, con le frange, un saffi (o come diavolo si chiamava, quella roba che portavano tutte, al tempo). Col senno di poi potrei dire che era emaciata e che non aveva scelto un buon deodorante: ma quando lei durante un collettivo si sdraiò sulle mie ginocchia, e cominciò ad accarezzarmi, non ci feci caso.
Mi innamorai, perdutamente come ci si innamora a quattordici anni: e la cosa durò settimane, benché lei già dopo un paio di giorni avesse smesso di sdraiarmisi in grembo e di accarezzarmi.
Con il tempo mi innamorai in un'infinità di modi: m'innamorai di un paio di occhi bistrati e di un nasino lentigginoso; di due labbra rosse e carnose sotto due zigomi pieni; della posizione un po' reclinata di una testa e di un sorriso imbronciato; di una posizione yoga su di una spiaggia greca; di due occhi troppo espressivi che parlavano un accento del sud; di una caricatura di Marilyn Monroe; di un profumo maschile sotto una cascata di ricci neri e di un'infinità di altre cose prive di senso, come privo di senso è in fondo l'innamorarsi.
Alcuni, di questi innamoramenti, sono stati ricambiati, per un giorno o per anni; altri si sono esauriti per consunzione, non ricevendo sufficiente alimento. Col tempo ho imparato a riconoscere i sintomi, a prevenire le situazioni più assurdamente strampalate limitandomi a cascare in quelle semplicemente strampalate.
E ho imparato anche ad essere duro fuori, sapendo che non avrei mai potuto esserlo dentro: a fingere, a dissimulare, a fare agli altri quel che non avrei voluto avessero fatto a me.

Sono passati trent'anni. La differenza rispetto ad allora è che oggi so scegliere quando ne valga la pena e quando no: ma quando ne vale la pena, abbasso tutti gli scudi e torno quel ragazzino nell'aula magna, con il piumino rosso e il cuore che batteva forte.

lunedì 30 novembre 2009

Concorso esterno

Si parla tanto in questi giorni del reato di concorso esterno in associazione mafiosa, per il fatto che taluno dice (e talun altro smentisce) che il Presidente del consiglio e uno dei suoi più fidi collaboratori sarebbero -o starebbero per essere- indagati a tale titolo.
I giornali hanno scritto tanto, raccontando perlopiù che si tratta di un reato inventato dalla giurisprudenza, che tuttavia è costante nel riconoscerne l'esistenza. Non so se quelli che leggo io sono tutti cattivi giornali, o se io, preso da altri affari, abbia capito male ciò che leggevo. Sta di fatto che detta così, quella del concorso esterno sarebbe una bufala clamorosa, e ben farebbe Ferrara a scagliarsi contro questa corbelleria.
Difatti nel nostro sistema costituzionale esiste una cosa chiamata riserva di legge: l'art. 25 cost. stabilisce che "Nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso": ciò significa non solo che le leggi penali non sono retroattive, ma anche che solo per mezzo di una legge (e non quindi di un'altra fonte normativa di rango inferiore, come un regolamento) può essere definita una fattispecie penale.
Non è contemplata da nessuna parte la creazione di un reato da parte della magistratura, in ossequio al principio della divisione dei poteri e all'art.101 Cost, secondo il quale "I giudici sono soggetti soltanto alla legge".

Com'è allora questo fatto, del concorso esterno? E' vero che non esiste nel codice e se lo sono inventato i giudici? Se avete voglia, cerco di spiegarvelo in modo (spero) semplice.
Dobbiamo partire dall'art. 110 del Codice penale, il quale dispone: "Quando più persone concorrono nel medesimo reato, ciascuna di esse soggiace alla pena per questo stabilita": ciò significa che se due persone si accordano per commettere un delitto (ad esempio il marito ingaggia un sicario per ammazzare la moglie), entrambi rispondono in egual modo del reato di omicidio, dato che hanno concorso nel provocare la morte della tapina.
Ci si può chiedere se per incorrere nel concorso sia necessario fare qualcosa o meno: e la giurisprudenza, del tutto costante, ha stabilito che non è necessario fare: il concorso può anche essere morale qualora il comportamento del concorrente sia tale da rafforzare (il che è meno che  determinare) il proposito delittuoso dell'agente. E' il caso, per dire, di uno che di fronte al proposito del marito di ammazzare la moglie adultera lo sproni e lo rafforzi in tale convincimento, anche senza necessità di aiutarlo a trovare le armi necessarie.

L'art. 110 si applica a qualunque reato. Quindi non è che si possa concorrere solo nell'omicidio o nella rapina: si può concorrere in tutto (possiamo dire che non esiste un "concorso tipico").
Si può pertanto concorrere anche nel reato di cui all'art. 416 del Codice penale, che recita:
Associazione per delinquere
Quando tre o più persone si associano allo scopo di commettere più delitti, coloro che promuovono o costituiscono od organizzano l'associazione sono puniti, per ciò solo, con la reclusione da tre a sette anni.
Per il solo fatto di partecipare all'associazione, la pena è della reclusione da uno a cinque anni.
I capi soggiacciono alla stessa pena stabilita per i promotori.
Se gli associati scorrono in armi le campagne o le pubbliche vie si applica la reclusione da cinque a quindici anni.
La pena è aumentata se il numero degli associati è di dieci o più.
Se l'associazione è diretta a commettere taluno dei delitti di cui agli articoli 600, 601 e 602, si applica la reclusione da cinque a quindici anni nei casi previsti dal primo comma e da quattro a nove anni nei casi previsti dal secondo comma.
e così pure in quello previsto dall'art. 416-bis, che ne è una specificazione:
Associazione di tipo mafioso
Chiunque fa parte di un'associazione di tipo mafioso formata da tre o più persone, è punito con la reclusione da sette a dodici anni.
Coloro che promuovono, dirigono o organizzano l'associazione sono puniti, per ciò solo, con la reclusione da nove a quatordici anni.
L'associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgano della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri, ovvero al fine di impedire od ostacolare il libero esercizio del voto o di procurare voti a sé o ad altri in occasione di consultazioni elettorali.
Se l'associazione è armata si applica la pena della reclusione da nove a quindici anni nei casi previsti dal primo comma e da dodici a ventiquattro anni nei casi previsti dal secondo comma.
L'associazione si considera armata quando i partecipanti hanno la disponibilità, per il conseguimento della finalità dell'associazione, di armi o materie esplodenti, anche se occultate o tenute in luogo di deposito.
Notate che per rientrare nell'associazione a delinquere e nell'associazione mafiosa non è necessario aver commesso qualche azione criminale specifica: l'essersi associati al fine di commettere dei delitti è già per sé solo un delitto, e grave.

Orbene, questo fa nascere un problema, che la giurisprudenza ha dovuto affrontare: è possibile concorrere in un reato associativo? Vale a dire: se qualcuno aiuta i componenti di un'associazione a delinquere, egli risponde del reato in quanto fa parte dell'associazione, o ne risponde a titolo di concorso?
Immaginiamo una banda di rapinatori che si uniscano al fine di rapinare banche: poniamo caso che ci siano l'autista, il solista del mitra, il basista e un paio di pistoleri sciammannati. Questi signori hanno bisogno di una base dove riunirsi e magari tenere le armi, ed è possibile che utilizzino uno scantinato affittato da un pensionato, il quale è perfettamente consapevole di cosa fanno quei signori, tanto che chiede loro di pagare 2.000 euri al mese invece dei 200 euri che sarebbero congrui. Notate, per maggior chiarezza, che i rapinatori sono talmente sfigati che vengono beccati ancor prima di fare la prima rapina, e quindi dovranno rispondere solo del reato associativo, e non delle rapine.
Ora, il problema che i giudici si sono trovati a dover risolvere è: il pensionato in questione:
1) fa parte a pieno titolo dell'associazione;
2) concorre con gli associati nel reato di associazione per delinquere (o associazione mafiosa), pur non facendo parte dell'associazione;
3) non concorre nel reato di associazione in quanto la struttura del medesimo non consente di concorrervi (o si fa parte dell'associazione, o non ne si fa parte, e lui non è abbastanza coinvolto da farne parte).

Ecco: la giurisprudenza ha stabilito che la soluzione giusta è la numero 2. Non è stata una decisione facile: una corrente non minuscola riteneva che le possibili scelte potessero essere solo la 1 o la 3, vale a dire: o dentro o fuori. E' stata una decisione non certo semplice, come succede per molte decisioni assunte dalla Corte di Cassazione, ma è stata una decisione motivata e molto interessante dal punto di vista tecnico.
Notate però una cosa: se la decisione fosse stata diversa, il vecchietto di cui sopra probabilmente sarebbe stato condannato in quanto associato: e ciò in quanto, pur avendo concorso esternamente all'associazione, è indubbio che vi abbia concorso.
Lo stesso principio varrebbe per il concorso esterno in associazione mafiosa: è molto probabile che tra il "concorrere" e l'"esterno", sarebbe stato il primo a prevalere.

sabato 28 novembre 2009

Il prossimo Presidente del Consiglio

Suvvia, sappiamo tutti che Berlusconi non è eterno e che tempo un paio d'anni dovrà ritirarsi: diciamo fine 2011 o inizio 2012.
Ci sarà ancora davanti un anno e mezzo di legislatura, e benché taluno creda (o affermi) che Napolitano dovrebbe sciogliere le camere, è assai improbabile che egli lo faccia senza aver tentato una soluzione parlamentare alla crisi.

Io sono in grado di anticipare il nome del prossimo Presidente del Consiglio.

Già, perché oggi sono andato a vedere 2012; e se storcete la bocca è perché non avete un figlio decenne con amico coetaneo, e non sapete la gioia che danno i salti di gioia quando proponete loro di andare a vedere 2012.
Comunque, sono andato, ho apprezzato la fauna che riempiva la sala, che mi ha rinfrancato nella mia convinzione che il suffragio universale sia profondamente sbagliato, e che comunque bisognerebbe dare il voto solo dai 29 anni in su.
E ho anche visto le famose scene in cui si parla del Presidente del Consiglio italiano, che anziché andare a salvarsi con gli altri potenti, si raccoglie in preghiera.
Il fatto è che quel presidente non è Berlusconi, non ci assomiglia punto. volete sapere a chi assomiglia? Nell'aspetto, nell'incedere, nel portamento? A Tabacci.
E' lui (magari un po' smagrito) quando viene ripreso in video, ed è lui, pienamente, quando la camera gli zooma addosso, in mezzo a Piazza San Pietro, raccolto in preghiera.
E dato che queste profezie si avverano sempre (la forza dei Maya e la forza di Hollywood, tutto in un colpo solo!), eccovi svelato il nome del successore del Cavaliere

venerdì 27 novembre 2009

Makkox

Io non conosco abbastanza il fumetto italiano per sapere se Makkox sia o meno il miglior autore in circolazione sulla piazza, anche se in effetti lo penso.
E non credo nemmeno che sia un uomo d'onore: perché se somiglia ai suoi lettori (e deve per forza somigliar loro, per la precisione con cui li ha descritti), allora non è che lo sia tanto. Ma ci consoliamo, noi e lui, pensando che gli uomini d'onore alla fine fanno una brutta figura e una brutta fine; e noi preferiamo essere uomini normali, con le nostre debolezze e le nostre vigliaccherie.
Ma Makkox è un uomo di parola, ne ho avuto la prova. E quindi, cazzo, è un uomo.

mercoledì 25 novembre 2009

Sindrome bipolare

Un editoriale di angelo Panebianco sul Corriere preconizza oggi la fine del bipolarismo. E che Panebianco si esprima in questi termini, considerata la storia sua e del giornale su cui scrive, è in effetti un segno che la fine del bipolarismo medesimo si è ormai già consumata.
Non sappiamo cosa arriverà, in seguito, ma possiamo oggi fare qualche riflessione sullo sfortunato destino che questo Paese ha subìto negli ultimi quindici anni, nel corso dei quali abbiamo vissuto un sistema politico importato dall'estero senza logica e senza criterio, sulla base di astratte concezioni politologiche di opinionisti pagati per esprimere pensieri un tanto al chilo i quali hanno trovato sponda fertile alle loro idee raccogliticce in una classe politica dominata dalla sete di potere per il potere.
Mi guardo indietro e penso alla classe politica di quando ho iniziato a interessarmi delle cose, e mi figuro non dico un Moro o un Berlinguer o un Lama, ma anche solo uno Zaccagnini, un Natta, un Carniti.
E' impietoso il confronto con la classe politica di oggi, non c'è bisogno di sottolinearlo perché lo sappiamo tutti, ma credo sia oggi l'occasione giusta per ribadire che buona parte di questo degrado è dovuto al fatto che il meccanismo di selezione della classe politica è stato villanamente falsato dall'importazione di un modello di selezione della rappresentanza popolare che non ha nulla a che vedere con noi e le nostre tradizioni. I mischioni in cui si sono infilati tutti e il contrario di tutti, unendo sotto lo stesso simbolo i Mastella e i Rizzo, sono evidentemente figli di un sistema elettorale che, premiando il voto marginale (quello che avrebbe consentito di raggiungere l'agognata meta del 50% più uno dei voti) faceva scegliere chi ci avrebbe governato per cinque anni proprio a coloro a cui non ne fregava un cazzo.
Mi spiego meglio, per coloro che non avessero ben chiaro il concetto di marginalità: allineiamo su di un'ipotetica retta tutti gli elettori in funzione della loro maggiore o minore aderenza alle idee del partito che hanno votato, mettendo all'estrema destra i forzitalioti duri e puri, all'estrema sinistra gli unionisti duri e puri, e via via verso il centro gli indecisi. Ecco, proprio nel mezzo ci sono coloro che scelgono chi votare a seconda dell'abbinamento cromatico tra la scheda e il simbolo, la forma degli occhiali del rappresentante di lista o il sapore del primo caffè della mattina. I ventiquattromila elettori che hanno dato la vittoria a Prodi nel 2006 questo erano: la parte peggiore del Paese (se peggiore è, come credo, la parte occupata a guardare anzitutto la propria pancia e solo dopo la realtà circonvicina).
Credere, come ha fatto il Puffo Triste, che il meccanismo di selezione delle candidature e dei quadri intermedi partitici potesse influire in senso positivo sulla qualità della proposta politica è stata una scellerata sciocchezza, che non ha fatto altro che aiutare la ulteriore diluizione dei contenuti anche all'interno degli schieramenti. Il risultato: un'omeopatizzazione delle idee, sempre più affogate nel diluente di parole-slogan buone per contenere qualunque cosa.
Vogliamo parlare di Riformismo? Ma che caspita significa riformismo? tutto si può riformare: l'importante è capire in che senso lo si vuol fare. Vuoi liberalizzare ulteriormente il mercato del lavoro o vuoi tornare a regolarlo in modo più rigido? sono riformismi ambedue, ma di segno opposto; e a meno che voi, quando andate in un ristorante costoso, non siate abituati a ordinare "un cibo, prego", la mancanza di contenuti non dovrebbe starvi punto bene.
Vogliamo vedere ora il mito della governabilità, quello per il quale bisogna che in Parlamento vi sia una maggioranza forte perché il Paese ha bisogno di decisioni e non di chiacchiere e mercanteggiamenti tra correnti, e per raggiungere tal fine si ritiene di drogare il risultato delle elezioni premiando chi prende un po' più voti? Bene, io credo che dopo questi diciotto mesi di governo Berlusconi, chiunque in futuro dovesse parlare di governabilità meriterebbe di essere sputato in faccia, salvo che non dia prova dell'essere stato ibernato o rinchiuso in isolamento senza accesso ad alcun mezzo d'informazione.
Poi, per carità, nessun sistema è perfetto; ma credo proprio che rispetto a ciò che abbiamo adesso, anche il tiro dei dadi sarebbe un sostanziale miglioramento.

domenica 22 novembre 2009

Ceffoni

Correva l'anno 2004, e io mi ero fidanzato, abbastanza felicemente, con una signora che aveva un che di diverso dalla norma. Il 90% delle mie relazioni infatti ha avuto luogo con donne passate sotto le sgrinfie dello psicanalista, e pur se Milano è una città che si discosta dalla media nazionale, capite bene che io devo avere un certo magnete, per attrarre ed essere attratto sempre da quel tipo di persone. Nel caso specifico, invece, questa signora non solo era passata dallo psicanalista, ma faceva anche la psicanalista di suo, seppur tirocinante; e al contempo la neuropsichiatra infantile.
I nostri riposi notturni erano spesso interrotti dall'infermiera che telefonava per dire che una delle bambine della comunità da lei diretta si era bevuta una bottiglia di shampoo, o aveva dato fuoco al materasso, o ancora si era impiccata o tagliata le vene. A volte, a cena, squillava il telefono e lei per un'oretta se ne stava fuori dal ristorante a parlare con la sorvegliante o la matta di turno, convincendola a farsi fare un'iniezione, mentre io facevo il commesso viaggiatore, solo al tavolo, con la candela tristemente accesa solo per me.
Una volta, dopo che una delle bambine aveva rovesciato il carrello del pranzo per ripicca contro uno degli educatori, lasciando tutta la comunità a mangiar panini, avevo espresso l'opinione che forse forse un paio di sani ceffoni avrebbero fatto molto più di ore passate a convincere le matte che i carrelli debbono stare sui pavimenti e gli shampi nelle bottiglie: tanto più che buona parte di quelle ore erano trascorse fuori dell'orario di lavoro, lei all'addiaccio e io a rimirare la (costosissima) candela che si accorciava, meditando sui vantaggi delle osterie di paese e dei ristoranti a prezzo fisso.
La prima volta che tirai fuori quest'argomento, quello dei ceffoni, ricevetti tale e tanta lavata di capo da farmi desiderare non solo di non aver mai avviato quel discorso, ma perfino di non essere nato. La Violenza, la Responsabilità, la Crescita, il Libero Arbitrio, la Costruzione del Sé. Tutte robe bellissime, per carità; ma quando poi mi trovavo a parlare del cibo con la candela, o peggio a passare le nottate in macchina sotto l'ospedale di ***, tutte queste Parole Maiuscole mi sembravano vane; e non sono tuttora certo che le iniezioni, l'unico strumento efficace una volta esclusi i ceffoni, non siano un rimedio peggiore.

Nell'ottobre di quell'anno lei partecipò a un congresso a Pisa: Pisa infatti è la sede della principale scuola di specialità in neuropsichiatria infantile, e lei aveva passato lì gli anni di studio dopo la laurea.
Decidemmo di fare una vacanzina e andare con Nichita, che all'epoca aveva cinque anni, e che aveva in grandissima simpatia la mia compagna, che sapeva sempre come prenderlo, grazie ad anni di mestiere. Naturalmente in quei giorni frequentammo perlopiù neuropsichiatri infantili: colleghi e soprattutto colleghe che avevano studiato insieme e che erano tornati in città dalle varie parti d'Italia apposta per quel congresso.
Tutta gente espertissima di bambini e di adolescenti; e -ohibò, che caso- un solo genitore: io.
Mi sentivo sotto esame, non lo nego; e non avevo ancora sviluppato certi aspetti un po' egotici del mio carattere, tali da farmene fregare dell'opinione di un consesso di esperti.
Fui quindi molto trattenuto: quando Nichita faceva qualcosa di sbagliato non ponevo in atto tutti quei complessi rituali che avevo sviluppato con il tempo, con i quali gli indicavo che era ora di smetterla di fare ciò che stava facendo bensì, in omaggio allo spirito del tempo e della compagnia, cercavo di farlo ragionare.
In tempi normali, qualora Nichita avesse cominciato, chessò, a provare il filo del coltello sulla sua giacca, gli avrei detto dapprima "piantala", poi "se non la pianti ti spezzo le ditina", poi ancora "adesso ti arriva un ceffone": annuncio serio (a differenza del precedente), al quale lui sapeva che sarebbe immancabilmente seguito il ceffone, se avesse deciso di persistere.
In quell'occasione, invece, non facevo nulla di tutto ciò. cercavo di far sì che Nichita non si tagliuzzasse la giacca, o i pantaloni del vicino, declinandogli per filo e per segno come e qualmente la giacca costasse molto, e sarebbe stato un vero peccato non potersi coprire adeguatamente una volta usciti. In ciò avevo manforte dagli altri convitati, i quali aggiungevano alle mie tante argomentazioni di buon senso, così che il tutto sembrava più un congresso del PD che una cena tra amici.
Nichita, semplicemente, se ne strafregava. Il punto è che un bambino di cinque anni non ha un'idea abbastanza chiara della linea del tempo e delle relazioni di causa ed effetto. Si annoia? Si taglia la giacca: e nessuna argomentazione razionale potrà far sì che la paura del freddo possa avere la meglio sulla distrazione del momento.

Passarono tre o quattro giorni. Era domenica, eravamo su una terrazza, in un bar sul Lungarno; c'erano un paio di colleghi tra cui la primaria di neuropsichiatria infantile di un grandissimo ospedale. Nel corso di quei tre giorni, Nichita aveva capito che era successo qualcosa: come uno scassinatore tenta la combinazione per vedere se riesce a cogliere il rumore degli scatti, lui aveva dapprima tentato di prendersi delle piccole libertà, per poi allargarsi via via sempre di più, non trovando la mia consueta resistenza.
Nel momento che sto ora narrando, Nichita è in piedi, sul tavolo, i bicchieri rovesciati. Un panino nella mano, dal quale ha estratto la bresaola che brandisce sopra di sé, come l'uva per un Bacco, e canta. La primaria, alla quale debbo riconoscere un'enorme coerenza nelle proprie idee e una calma olimpica (e che naturalmente è priva di figli, ci mancherebbe!) a un tratto cede, e tra sé borbotta «eh, certo, forse a questo punto ci vorrebbe un intervento correttivo».
Io un secondo più tardi sarei comunque scattato, avendone abbastanza; ma lei mi aveva preceduto e a quel punto, liberato del mio senso di soggezione psicologica, tiro giù il mostro dal tavolo, e con la voce più cattiva che riesco ad impostare gli intimo di piantarla di fare lo stronzo. In tempi normali tale minaccia sarebbe bastata a farlo smettere immediatamente, ma quelli non erano tempi normali, e lui non poteva essersi accorto che ra tornata in auge l'aria di un tempo: per cui riprende, sereno e fiducioso nel fatto che la punizione non arriverà. Un altro richiamo, inutile, dopodiché, adeguatamente preannunciato, parte un ceffone, che si sente fino a Lucca e che gli fa rivoltare la testa.
In quel preciso momento succedono due cose: Nichita, sbalordito, si rende conto che la pacchia è finita, e si chiude in un mutismo rancoroso, liberando tutta la compagnia della sua ingombrante presenza; la primaria, borbottando, accenna a qualcosa sul fatto che "bisognerebbe dare delle sculacciate perché lo schiaffo umilia". Io la fisso, occhi negli occhi, e le dico: - "vedi, *** capisco che per te possa essere difficile intenderlo, ma sappi che per farlo smettere con le sculacciate avrei dovuto dargliene tante da strappargli la pelle del culo, mentre con un solo ceffone, proprio perché lo umilia, ha capito e ha smesso. Questa io la chiamo educazione, quella tortura".

Non pretendo di essere il migliore dei padri possibili: perché fare il genitore non è cosa che si impari e non ci sono esami che tengano; so anche che ci sono bambini che mai si permetterebbero di comportarsi come si comporterebbe mio figlio in un ipotetico stato di natura. Io, per dire, ero un bambino buonissimo, talmente buono che ho dovuto arrivare a quasi vent'anni per svegliarmi un po' e liberarmi dalla mia indicibile timidezza. Quanto io ero chiuso e triste, e quindi buono, tanto lui è aperto e espansivo, e quindi vivace.
Io ringrazio Dio tutti i giorni, che non sia com'ero io, ma allo stesso tempo ho un preciso dovere di contrastare le tendenze più anarchiche del carattere, e ricondurlo nell'ambito dei comportamenti socialmente accettabili.
Per non rompere i coglioni al vicino d'aereo o di ristorante: ma soprattutto per far sì che un giorno sia un uomo e non un cretino.

Due olive e una ciliegia (wonkish)


Il Vodka Martini è una cosa un po' troppo da educande per me: l'unico modo serio di bere la vodka, anche la Flagman comperata al supermercatino sotto casa nell'estrema periferia di San Pietroburgo a un euro a bottiglia (e che è molto più buona di tutte quella che ci propinano per russe qui in Italia, tipo Stoliza o Moskoviza), è: fredda (moderatamente fredda, anzi per meglio dire fresca); liscia; in piccoli bicchierini (magari di cristallo lavorato).
Il Martini richede il profumo del gin che involgarisca la nota secca e allo stesso tempo morbida del vermut. Il Martini non è la contessa di Guermantes: è Vivian Ward che, vestita a festa, va nel ristorante chic e sbanca tutto con il suo stile pur restando, dentro, una troia da strada.
Un Martini on the rocks (e tanto più quindi un Vodka Martini on the rocks) è poi un gradino più sotto nella scala del perbenismo: il ghiaccio che si scioglie lentamente nel bicchiere diluisce il cocktail facendolo apparire meno rude; ma in realtà, come sa bene l'intenditore, quell'acqua incarognisce la purezza del distillato e conferisce al tutto un retrogusto di topo morto non molto apprezzato. Certo, se si tratta di far colpo su Amy tutto è lecito, per carità, ma qui stiamo parlando di cose da uomini.
E' quindi con un certo stupore che ieri sera il mio barista preferito, quando dopo aver bevuto un paio di classici (un Milano-torino, un Long Island che-come-lo-fa-lui-non-lo-fa-nessuno e un White Lady) gli ho chiesto qualcosa di *molto* secco, mi ha propinato un French Martini: vale a dire un Martini on the rocks corretto all'Angostura. Mentre me lo serviva, mi ha avvertito che si trattava di una composizione *molto* impegnativa, ed in effetti così è stato.
Con quel bicchiere in mano (uno di svariati) mi sarebbe piaciuto sentirmi un po' Josh, ma non ho potuto: per ammorbidire il tutto, infatti, la guarnizione viene fatta con una ciliegia al maraschino, non con le olive.

 

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