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martedì 24 agosto 2010

Meglio 'nu mal'accordo ca 'na causa vinciuta

Una delle prime udienze di verifica del passivo a cui partecipai, quasi vent'anni fa, ebbe luogo a Napoli. Il Giudice Delegato era uno con la faccia da paracadutista, il pizzetto alla Italo Balbo, e gli mancava solo il calamaio ricavato da una granata inesplosa per somigliare in tutto e per tutto all'ardito di fronte al quale Sordi e Gassman, nella Grande Guerra, si contendono l'ultimo posto mancante nella squadra degli incursori.
Alle spalle aveva l'intera collezione dei calendari dei Carabinieri, e sapevo che pochi giorni prima aveva sbattuto dentro un collega di un'altra banca per concorso in bancarotta fraudolenta, in una vicenda nella quale il poveretto non aveva alcuna colpa se non quella di non essere stato oltremodo prudente.
Uno tosto, insomma. Eppure alle sue spalle non campeggiavano massime morali edificanti né era appesa una giustizia con la spada sguainata: c'era invece un cartello, forse addirittura una fotocopia, che recitava "Meglio 'nu mal'accordo ca 'na causa vinciuta".
E' questo un detto napoletano ben noto, ma potete immaginare la mia sorpresa nel trovarlo nella stanza di un giudice, e di un giudice di quella fatta, per giunta! Eppure, come ebbi a imparare negli anni successivi, tale motto in Italia risponde tragicamente al vero.
I tempi delle giustizia; l'alea delle decisioni; la contradditorietà di molte leggi, che in un punto dicono una cosa e nell'altra il suo contrario, obbligando l'interprete ad astrusi castelli logici; l'assenza di un sistema efficace per il ristoro delle spese legali sostenute dal vincitore della controversia: tutto ciò fa sì che sia di gran lunga meglio, per chi viene chiamato in giudizio ed ha la matematica certezza delle proprie ragioni, addivenire ad un accordo rimettendoci un po' del suo piuttosto che dover affrontare tutti i gradi giurisdizionali.

Tutte queste cose Repubblica le conosce benissimo; e ciononostante ha continuato a battere la grancassa della legge ad aziendam, dapprima con i giornalisti veri e propri, poi facendo intervenire gli intellettuali scandalizzati (e se voi immaginaste quanto mi fa ridere l'idea di un intellettuale che dapprima si scandalizza e poi va allo Strega, come concorrente o come giurato!), ed infine con le lettere dei lettori.
Una delle principali questioni che vengono aperte è: "perché la Mondadori, se è tanto certa di aver ragione, dopo aver vinto due volte non affronta anche il terzo grado di giudizio e preferisce pagare otto milioni?". Noterete l'aporia: dapprima si accusa Mondadori di aver truffato l'Erario grazie al suo mero proprietario, per risparmiare un mare di soldi; dopodiché la si accusa per aver pagato anziché resistere in giudizio.
Non parliamo poi della rete: Francesco Costa ha avuto la cortesia di citare in un suo post i miei pezzi, e ha dovuto sopportare con stoica pazienza un dialogo con lettori che dimostravano o di non essere riusciti a leggere il suo e i miei post, o di non essere riusciti a capire quel che avevano letto, in quanto costantemente sfuggivano dalla questione, unica, di cui stiamo parlando: vale a dire dello stato della causa pendente.
Provo allora, ancora una volta, a riassumere per punti schematici la questione, in un supremo sforzo di chiarezza.
A) la Mondadori aveva in essere con il Fisco un contenzioso da centinaia di milioni;
B) Mondadori ha vinto il contenzioso nei due gradi di giudizio finora svoltisi;
C) l'Erario è ricorso per Cassazione;
D) Mondadori ha chiuso la questione pagando il 5% del valore della causa;
E) in astratto, il 5% corrisponde alla probabilità di vittoria di una parte in Cassazione dopo aver perso nei due precedenti gradi di giudizio;
F) per tale motivo, sempre in astratto, una transazione al 5% nell'ultimo grado di giudizio fa parte della comune prassi commerciale tra imprenditori e in genere tra soggetti privati;
G) l'Erario non segue la prassi che seguono i privati, per una serie di motivi tra i quali, principalmente, a) il fatto che approvare una transazione potrebbe comportare una responsabilità amministrativa del funzionario pubblico e persino un'accusa di peculato, corruzione o concussione e b) il fatto che le spese del giudizio non sono sostenute dal soggetto che decide di ricorrere, bensì dal pubblico c) il pubblico funzionario, piuttosto che rischiare un'accusa amministrativa o penale, le cui spese pagherebbe di tasca propria anche in caso di assoluzione, preferisce di gran lunga non decidere nulla e quindi andare aventi nei giudizi, anche i più campati in aria, facendone pagare le spese allo Stato;
H) il Governo Berlusconi ha approvato una legge che in questo caso specifico elimina la discrezionalità del funzionario pubblico e quindi consente una sorta di transazione obbligatoria a richiesta di parte;
I) Berlusconi è il capo del Governo ed è il (mero) proprietario di Mondadori.

Stringi stringi, la questione è tutta in quella (I), e non negli altri punti. Se il contenzioso con il fisco fosse stato chiuso da De Benedetti, certo nessuno (salvo forse Feltri, ma lui è profumatamente pagato per farlo) si sarebbe scagliato contro di lui. Ma dato che il contenzioso è sato chiuso da un'azienda di Berlusconi, ecco che scoppia il can can: la legge è una vergogna perché ha consentito ad un'azienda di Berlusconi di cavarsela. La legge è una vergogna perché è la dimostrazione palmare del conflitto d'interessi.
E' un atteggiamento stupido.
Le leggi vanno valutate anzitutto per quel che sono, e solo dopo per gli eventuali vantaggi che qualcuno ne può trarre. La legge sulla definizione dei contenziosi fiscali è una buona legge, perché consente a tante imprese vessate dal fisco (l'essere state vessate è dimostrato dalla soccombenza del'Erario nei giudizi di merito) di chiudere la partita e sistemare i propri bilanci, affrontando la crisi con maggiore tranquillità. La legge sul processo breve è una pessima legge perché non risolve uno solo dei problemi della giustizia penale ma ha come unico effetto un'amnistia indiscriminata e di fatto per i soggetti che possono permettersi i migliori difensori.
Sia la legge sul contenzioso fiscale che quella sul processo breve convengono a Berlusconi. Ma se l'una è una buona legge, e l'altra una pessima legge, è profondamente sbagliato fare di tutt'un'erba un fascio e scagliarsi contro entrambe. In primo luogo, perché si annacqua l'opposizione a Berlusconi in una sorta di notte in cui tutti i gatti sono bigi, e in secondo luogo perché ciò è costituzionalmente sbagliato.
E' evidente che Berlusconi ha interessi ovunque. Ma la Costituzione afferma che Berlusconi ha il diritto di elettorato attivo e passivo: può votare, può fare il parlamentare, il capo del governo e persino il presidente della repubblica.
In astratto è certo possibile disciplinare con una legge le situazioni di "conflitto d'interesse", ma attualmente così non è, ed è del tutto cretino pensare che l'attività di Governo dell'Italia di oggi debba essere improntata al rispetto di una legge che non esiste e che neppure il Governo di orientamento politico opposto a Berlusconi ha messo in cantiere.
Si può versare un oceano d'inchiostro per descrivere come dovrebbe essere fatta una legge di questo genere; ma finché non sarà stata approvata dai due rami del Parlamento e firmata dal Presidente della Repubblica, Berlusconi e il suo governo devono governare producendo buone norme.
Quella sul contenzioso fiscale è una norma buona, e pertanto dovrebbe essere fatto, per una volta, un plauso al governo che l'ha proposta e fatta approvare, riservando i fischi, le paginate di intellettuali e le manifestazioni di piazza ai disegni di legge cattivi, che non mancano di certo.

domenica 22 agosto 2010

Rimangio la parola data

Avevo detto che non sarei tornato più sull'argomento Mondadori, ma sono costretto a rimangiarmi la parola data.
Oggi Repubblica pubblica l'ennesimo paginone su quella che il giornale di De Benedetti continua a chiamare legge ad aziendam. Il nuovo articolo non contiene niente di nuovo, e in particolare nulla ci dice né sulla natura del contenzioso tra l'editrice e il fisco, né sui motivi per i quali le sentenze di primo e secondo grado, favorevoli a Mondadori, sarebbero viziate e pertanto suscettibili di esser cassate né, infine, su eventuali indebite pressioni in forza delle quali si possa presupporre o anche solo sospettare che dette sentenze siano state pronunciate da collegi non imparziali.
Viene anche pubblicata, ed è questa la novità, una lettera di Mondadori che dice, in buona sostanza, esattamente ciò che io avevo ripetutamente affermato nei giorni scorsi: vale a dire che, avendo la società vinto in due gradi di giudizio, essa oggi nulla deve al fisco.
Risponde alla lettera Massimo Giannini, con poche righe che nuovamente brillano per ipocrisia.
Afferma, il Giannini, che la lettera doi Mondadori "non smentisce una sola riga della ricopstruzione fatta da Repubblica": e ciò è falso. E' falso perché il giornale ha sempre usato l'indicativo presente (Mondadori deve al fisco 350 milioni), mentre Mondadori afferma, e giustamente, di non dovere al fisco alcunché.
Si chiede poi, il Giannini, perché mai Mondadori, se è così certa del suo buon diritto, non abbia ritenuto preferibile affrontare il giudizio di Cassazione anziché pagare la bellezza di 8 milioni e rotti a fronte di un debito da lei affermato inesistente. La domanda è suggestiva, e capace di far presa sul lettore, ma anche qui Giannini, che è persona intelligente e preparata, bara sapendo di barare.
Io faccio da quasi vent'anni questo mestiere, e innumerevoli volte mi sono trovato a gestire cause passive: cause cioè intentate da terzi nei confronti della Banca per cui lavoro alla quale i terzi stessi hanno chiesto a vario titolo dei soldi. Ci sono stati alcuni casi in cui la Banca aveva torto, molti nei quali aveva ottime ragioni e svariati in cui ero assolutamente certo che la parte che rappresentavo avesse ragione al 100%. Ciononostante, anche in questi ultimi casi spesso io stesso ho proposto di transigere, pagando qualcosa. E' un comportamento del tutto normale per chi fa questo mestiere, e ci sono ottime ragioni per farlo.
L'alea del giudizio, anzitutto: un processo non è una corsa di cavalli, ma purtuttavia non è neppure un'espressione matematica della quale possa affermarsi con obiettiva certezza che il risultato è uno e uno solo, e che gli altri risultati sono sbagliati. Possono esserci revirements giurisprudenzali, come amiamo chiamarli, che cambiano le carte in tavola (è il caso, ad esempio, dell'anatocismo, che fino al 1999 è stato applicato nella più limpida buona fede e nella consapevolezza che fosse perfettamente legittimo, sulla scorta di una costante e cinquantennale giurisprudenza, e che a un tratto la Cassazione ha deciso non essere lecito).
C'è poi l'alea connaturata a qualunque evento futuro: nessuno avrebbe potuto pensare che l'Italia non vincesse contro la Nuova Zelanda, ma così è accaduto. Il futuro è incerto, per definizione: e anche se un evento ha una probabilità del 99% o del 95% di accadere, non si può non tener conto del residuo 1% o 5%.
Tenere aperta una causa, inoltre, è antieconomico. Per un privato ci sono le spese per gli avvocati, che non sono poca cosa; ma per una società quotata ci sono tutta una serie di adempimenti onerosi. I revisori dei conti pretendono di verificare trimestralmente lo stato della causa, chiedono spiegazioni e documenti. Nella nota integrativa di bilancio deve esser dato conto della pendenza della lite; e per importi di questo tipo gli analisti finanziari che studiano dall'estero gli andamenti del titolo devono valutare l'incidenza del rischio e apportare le correzioni da loro ritenute opportune al fine di riclassificare i dati patrimoniali per tenerne conto. Dato che questi analisti sono stranieri, essi non fanno -né si può pretendere che facciano, non avendo accesso alle carte- una valutazione analitica del rischio, e quindi applicano dei coefficienti forfettari di valutazione.
Né questi analisti possono prendera alla base della loro valutazione di rischio la congruità dell'accantonamento a bilancio: essendo società quotata, Mondadori è tenuta alla redazione del bilancio secondo gli standard IAS, il che significa che non può effettuare accantonamenti analitici in dipendenza di una causa passiva il cui esito sia ritenuto favorevole con probabilità superiore al 50%: e certo l'aver vinto in doppio grado di giudizio fa sì che la probabilità di vittoria nel giudizio di legittimità sia da ritenersi sicuramente superiore a detta percentuale.
Mondadori, insomma, ha fatto ciò che il Gruppo Editoriale L'Espresso, così come qualsiasi altro imprenditore avveduto, avrebbe fatto se si fosse trovato nella medesima situazione. Giannini fa notare che Mondadori ci si è trovata perché il Presidente del Consiglio ha voluto far approvare quella legge, il che è indubbiamente vero; ma altrettanto vero è che quella stessa legge è un'opportunità per la generalità delle aziende che si trovano a dover affrontare contenziosi portati avanti dal fisco al di là di qualunque ragionevolezza.
Vale la pena di rammentare che l'imprenditore che intraprende una causa campata in aria paga di tasca propria le spese, e quindi raramente dopo aver perso in due gradi di giudizio pensa a ricorrere in Cassazione (ciò succede solo in presenza di questioni di diritto veramente controverse, o in presenza di seri problemi caratteriali dell'attore): la probabilità di perdere ancora è enorme, e i costi pure.
Anche il fisco paga i costi dei ricorsi persi, ma non la fa di tasca propria il Direttore dell'Agenzia delle Entrate: i costi di quei ricorsi sno pagati dall'Erario, vale a dire da tutti noi, ed è per questo che l'Agenzia può permettersi di coltivare cause perse in partenza: perché i relativi costi gravano su tutti e quindi, in fondo, su nessuno in particolare che ne debba rispondere di persona.

giovedì 19 agosto 2010

Ancora un poco

Oggi Repubblica ritorna sulla questione della legge ad personam salva Mondadori, con un lunghissimo articolo a firma di Massimo Giannini: conta infatti ben 2223 parole nell'edizione pubblicata sul web, ma a vederla stampata sembrano molte di più, le parole spese.
Giannini non è uno dei pasdaran del quotidiano, e quindi la cosa ha suscitato ancor più il mio interesse.
In effetti l'analisi che avevo fatto nel post precedente era un po' semplicistica, e va integrata distinguendo i vari piani interpretativi.
Noi abbiamo di fronte un'azienda alla quale il Fisco (o meglio: l'Agenzia delle Entrate) ha chiesto un bòtto di soldi. Per capire bene il fenomeno, è importante cominciare a comprendere che quando il Fisco chiede dei soldi lo fa allo stesso titolo con cui lo fa un soggetto privato: la sua richiesta non statuisce il diritto di ricvevere la somma, esattamente come quando io pretendo che il mio vicino di casa mi paghi un importo perché il suo gatto mi disturba con il suo miagolìo, non per questo ho diritto di ottenere il risarcimento che chiedo.
Certo, questa è una semplificazione, ma le cose stanno in fondo in fondo proprio così: il Fisco è un soggetto pubblico, ma non per questo ha necessariamente ragione.
Due gradi di giudizio hanno statuito che il Fisco aveva torto: questo è un dato di fatto. Giannini sottolinea che la Mondadori era assistita dallo studio di Tremonti, non ancora ministro dell'Economia. Anche questo è un dato di fatto, ma il modo stesso con cui la circostanza è presentata nell'articolo induce il lettore a ritenere che Tremonti abbia potuto influire sulla decisione delle Commissioni Tributarie, il che è una fallacia del tipo post hoc ergo propter hoc.
Mi ripeto: se Repubblica ha delle prove della corruzione, o perlomeno delle indebite pressioni, nei confronti delle due Commissioni Tributarie, deve tirarle fuori: come ha sempre fatto con tutte le questioni riguardanti la cosiddetta P3. Se tali prove non ci sono, quelle di Giannini, e di chi l'ha preceduto, sono solo insinuazioni, che non dovrebbero avere spazio in un giornale che si pretende serio.
Poi c'è tutta la questione delle modalità con le quali sono avvenute due cose: da un lato, la remissione della causa alle Sezioni Unite della Cassazione, avocando la stessa dalla Sezione Tributaria; dall'altra, le modalità con le quali è entrata in vigore la normativa riguardante la transazione fiscale dei soggetti che avessero vinto i ricorsi tributari nei due gradi del giudizio di merito.
Parliamo anzitutto dell'attribuzione alle Sezioni Unite: è un fatto non frequente, ma non eccezionale e neppur raro: si va alle Sezioni Unite, su decisione del primo Presidente, "sui ricorsi che presentano una questione di diritto gia' decisa in senso difforme dalle sezioni semplici, e su quelli che presentano una questione di massima di particolare importanza". Noi non sappiamo, perché Repubblica, pur così informata, non ce lo dice, quale sia la motivazione con la quale il Presidente Carbone ha disposto la rimessione alle Sezioni Unite: l'articolo si dilunga sull'età di Carbone, sull'innalzamento del termine del pensionamento, sui suoi coinvolgimenti con Carboni e Lombardi: ma non ci dice quale sia la motivazione con la quale ha rimesso la causa. L'articolo, quindi, alimenta un sospetto: che Carbone abbia rimesso la causa come corrispettivo di quanto ottenuto dal Governo: ma senza una spiegazione sui motivi di rimessione, questo rimane un mero sospetto. C'erano già dei precedenti, sulla materia in discussione? Erano precedenti conformi o c'era una difformità giurisprudenziale? Qual era la questione di massima? era o non era di particolare importanza? Non lo sappiamo; e non credo che Giannini non lo sappia: semplicemente non ce lo dice. Forse non lo dice perché si tratterebbe di materia troppo tecnica e noiosa e quindi non "giornalistica": ma avendoci gia intrattenuto assai, credo che qualche riga sul tema non sarebbe stata sprecata.
Veniamo infine al tema dell'iter di approvazione del'emendamento salva Mondadori. Non nego che nella ricostruzione di Repubblica l'atteggiamento del Governo e del parlamentare che ha presentato l'emendamento appaia quanto meno sospetto, ma anzittto questo sospetto non fa venir meno le considerazioni espresse poco sopra, vale a dire il fatto che Mondadori avesse già vinto in due gradi di giudizio e che pertanto, al momento dell'approvazione del'emendamento, NULLA doveva al Fisco. In secondo luogo, è forse il caso di rammentare che l'emendamento si inseriva in un pacchetto di provvedimenti che dovevano liberare risorse finanziarie dalle imprese per consentire loro di affrontare la crisi: e liberare accantonamenti appostati in bilancio a fronte di impegni fiscali, per i quali si sia già vinto due volte in giudizio, mi sembra che ben possa andare in questo senso.
Certo, sarebbe molto meglio che lo Stato e gli Enti Pubblici (ASL in primis) pagassero i creditori: questo come provvedimento anticrisi sarebbe molto più efficace della definizione transattiva dei contenziosi tributari arrivati in Cassazione ad iniziativa dell'Agenzia delle Entrate; ma per far ciò ci vogliono denari che Tremonti non ha; mentre per la definizione di questi contenziosi non solo non ci vogliono denari, ma anzi si fa cassa.
In conclusione: l'articolo di oggi non spiega: ribadisce quanto già detto in precedenza da Repubblica (la quale si vanta, e non a caso, di aver dato la notizia "in splendida solitudine"); ma non spiega punto. Allunga la frittata ma non dà né all'uomo della strada né al tecnico del diritto alcuna notizia né nessun indizio in grado di chiarire se il torto di Mondadori sia una mera idea del direttore del giornale o un qualcosa con un fondamento un minimo più solido.
In assenza di questi chiarimenti, la cosiddetta "informazione" di Giannini e della redazione è un po' come quella che Don Basilio suggerisce a Don Bartolo: una ridda di voci che alla fin trabocca, e scoppia, si propaga si raddoppia e produce un'esplosione come un colpo di cannone.
A questo punto, che differenza c'è tra Giannini e Travaglio? E tra Mauro e Padellaro?

venerdì 13 agosto 2010

Forse è ora di cambiar giornale

Quando uno deve incazzarsi ogni volta che apre il giornale, e ciò malgrado la linea politica di fondo del medesimo coincida con la propria, forse è ora di risparmiare quell'eurino all'edicola o di investirlo in fogli meno cialtroni.
Qualche giorno fa mi sono incazzato per quel demenziale articolo di uno dei miei bersagli d'elezione, quel Carlo Petrini di cui abbiamo già parlato anche qui e che incarna alla perfezione il modello del luddista-chic. Questo imbonitore da fiera di paese persegue con ammirevole costanza il proprio scopo, che è quello di farsi lautamente retribuire per dire qualche ovvietà condita in una salsa di reminiscenze ancestrali e di nostalgia per i bei tempi che furono. Repubblica ha ospitato un suo lunghissimo e verboso pezzo nel quale parla di un campo coltivato con semi OGM, facendo intendere che da quel piccolo appezzamento di terreno sarebbe partita la rovina e la desertificazione dell'Italia intiera.
Il punto è che l'articolo è infarcito di falsità, come spiega assai bene il buon Bressanini: falso il fatto che quei semi possano far male alla salute dell'uomo (anzi!, suggerisce Bressanini); falso il fatto che fosse urgente distruggere quel campo, in quanto essendo le piante già fiorite non hanno modo di infestare i campi limitrofi; falso infine il fatto che quella coltivazione fosse illegale. E si tratta di falsità in ordine crescente di certezza, dato che possiamo anche invocare qualche diavolo di principio di precauzione, che ha la stessa validità scientifica dell'uomo nero per far addormentare i bambini, ma non possiamo certo dubitare della vigenza o meno di un regolamento europeo, anche se Zaia finge di non conoscerlo.
Pochi giorni dopo un branco di montati, gente del tipo di quelli che vanno a liberare le cavie dai laboratori, per dire il sottogenere umano, è andato a distruggere il campo segnalato dal Petrini. Il quale, se vi fosse un magistrato a Pordenone, dovrebbe essere riconosciuto colpevole di concorso nella devastazione, come stabilisce il Codice.

Dato che sono in condizioni di connettività precarie avevo pensato di tener la cosa per me, ma ieri mi sono letto un'altra intemerata del balordo, e non sono più riuscito a trattenermi. Questo articolo ha finalmente messo il Petrini nella luce che si merita: quella di un nostalgico dell'ancien régime: un uomo fuori dal suo tempo che sogna una società in cui pochi eletti possano godere delle gioie della vita e della gola, mentre tutt'attorno frotte di popolani avviliti e luridi pagano le decime e scendono nei profondi pozzi delle miniere di carbone, avendo per unico nutrimento una fetta di pane nero con un pezzetto di Camembert, ma piccolo.
Il Petrini, quello stesso che ha passato una vita a lamentarsi perché le genti che debbono arrivare alla fine del mese comperano il Castellino al posto del Barbaresco, senza riuscire a capire quale mistero di abbruttimento e di propaganda multinazionale porti costoro a trattarsi così male, si è ora accorto che il prezzo del Barbaresco sta scendendo e, accipicchia, questo consentirebbe a qualcuno dei bevitori di Castellino di comperarsene una bottiglia, magari in occasione del proprio onomastico. Jattura! ché in quel caso, qualora il castellinante si barbareschizzasse, ecco che l'aura magica e iniziatica del Sommo Bevitore di Barbaresco finirebbe a mal partito. "Tutto qui", direbbe il popolano? Fiumi di inchiostri, di parole al vento e di tessere dell'ARCI per questo?
Immaginate come deve sentirsi, il Petrini, alla sola idea che i suoi presìdi da capalbiese possano divenire popolari e diffondersi un poco. Sarebbe come un prete ortodosso che vi facesse andare dietro l'iconostasi o, per restare in tema, un prete cattolico che vi allungasse il calice e la pisside per fare merenda. No, non si potrebbe proprio accettarlo: e così ecco che il nostro, dopo una mezza vita a insultare il popolino che mangia e beve schifezze, auspica che debba continuare a mangiare e bere schifezze, per non inquinare il corpo mistico dell'iscritto all'arcigola.

Lasciamo un attimo il Petrini, che sono certo che ritroveremo presto, e concentriamoci un momento su una notizia del tutto diversa. Parliamo dell'ennesima legge ad personam del presidente del consiglio, il cui perverso meccanismo vene spiegato in questo pezzo.
Dunque, secondo Repubblica Berlusconi -o meglio la Mondadori- ha evaso 173 milioni di tasse, che diventerebbero 350 milioni oggi per effetto di sanzioni e interessi. Berlusconi, quale PresConsMin, si è quindi fatto una legge che consente di evitare la Cassazione pagando solo il 5% del valore della lite. La Mondadori quindi ha pagato otto milioni e se l'è cavata quasi gratis.
Il fatto è che la norma in questione consente di transigere i contenziosi fiscali per i quali l'agenzia delle entrate abbia perso i ricorsi in primo grado e in appello. Il fisco ha contestato alla Mondadori l'evasione, e la Mondadori ha fatto ricorso e l'ha vinto. Poi il fisco è ricorso in appello, e la Mondadori ha di nuovo vinto. Poi il fisco è ricorso in Cassazione: non è detto che la Mondadori avrebbe di nuovo vinto: diciamo che, con due ricorsi vinti alle spalle, aveva una probabilità di perdere del 5%: vale a dire esattamente l'importo che la legge consente a chiunque di pagare per chiudere definitivamente la pendenza con un'Agenzia delle Entrate che, nonostante due pronunce giurisdizionali contrarie, insiste nella propria tesi.
Immaginate di prendere una multa per eccesso di velocità: il comune vi manda a casa la foto e voi vi accorgete che la macchina fotografata non è la vostra. Fate ricorso al Giudice di Pace, pagando il dovuto balzello, e quello vi dà ragione. Ma il comune, non pago, ricorre in appello: e per difendervi dovete a questo punto pagare anche l'avvocato, e caro. La corte d'Appello vi dà, evidentemente, ragione: ma il comune s'intigna e ricorre in Cassazione, costringendovi a difendervi con un (carissimo) avvocato cassazionista.
Ecco: più o meno le cose stanno così. Certo: non è scontato che la Mondadori abbia così palesemente ragione; e magari è anche possibile che i due ricorsi vinti lo siano stati non in forza del torto dell'Agenzia delle entrate bensì della corruzione operata sulle commissioni tributarie di primo e secondo grado, e che quindi in Cassazione l'esito si sarebbe rovesciato. Ma i casi sono due: o Repubblica ha delle prove, o perlomeno delle indiscrezioni che potrebbero avvalorare questa tesi, e in tal caso avrebbe dovuto tirarle fuori, o non le ha. E in tal caso resta il fatto che, ieri come ieri, la Mondadori al fisco non doveva neppure un euro: altro che 350 milioni.
Notate poi l'astuzia: in tutto l'articolo il fatto che Mondadori avesse vinto in due gradi di giudizio emerge solo in un inciso, come se si trattasse di una notizia secondaria a completamento della proposizione principale. Come ho fatto io qui sopra, quando ho messo detto che Berlusconi -o meglio la Mondadori- deve al fisco tutti quei soldi.

Qui la questione non è di essere pro o contro Berlusconi: certo per me sarebbe infinitamente più facile scagliarmi contro Feltri o Zio Tibia Sallusti: ma non avendo lo stomaco per leggerli non posso farlo. La questione è di fare buono o cattivo giornalismo; e per quanto possa apprezzare un'informazione di parte, non posso accettare che l'essere di parte sfoci nell'informare male o addirittura nello scrivere cose false. Perché in questo caso non ho più il diritto di formarmi le mie idee, pur sapendo che la fonte da cui attingo mi indirizza in qualche direzione: se mi viene raccontato il falso divento un burattino nelle mani dei giornalisti dei quali cerco di fidarmi: e ciò non lo posso accettare.

 

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