martedì 27 dicembre 2011

Più negri per tutti

Non sono certo annoverabile tra gli ammiratori del Gilioli, del quale anzi ho spesso commentato negativamente certi articoli che esprimevano idee bassamente populiste e vagamente balzane.
Però quando uno ha ragione ha ragione, e in questo post viene espressa una verità innegabile: che Trenitalia ha scelto, per rappresentare la propria classe più poveraccista, una famiglia di negri (vabbe', saranno pure indiani, ma sempre scuri).

Ecco: tra il fotografo che si incazza per il titolo di questo post, e il giornalista che si incazza per il soggetto della foto, io sto dalla parte del giornalista.

giovedì 22 dicembre 2011

Buon Natale

E' da un po' che non scrivo qua sopra, e anche nel resto della Rete ho rallentato di molto l'attività (peraltro ogni tanto riesco a tirare ancora fuori qualche chicca interessante).
Il fatto è che tra una settimana cambierò lavoro, ancora una volta. Lo cambierò nello strano modo in cui lo cambio io, mantenendo la stessa scrivania, molte delle stesse cartacce e la statuetta bronzea del pescatore che mi guarda; ma si tratta pur sempre di un cambiamento da gestire e quindi il tempo disponibile è ridicolmente scarso.
Ormai però siamo agli sgoccioli: tanti partiranno, tanti saranno presi dalle loro cose familiari, tanti èer motivi loro passeranno un Natale magari un po' diverso dal precedente, chi in meglio chi in peggio, e saranno concentrati su quelle piccole o grandi differenze rispetto a un anno fa.
Ci tengo però ad augurare Buon Natale a tutti, indistintamente: da coloro con cui si è creata una forte e salda amicizia, a coloro con cui non ci sono stati altro che scazzi.
Perché lo spirito del Natale è proprio quello: voler bene al prossimo, anche al prossimo a cui non vuoi bene, almeno un giorno all'anno; ed è per questo che il Natale è una festa che accumuna tutti, credenti e non.
Poi a Santo Stefano si riparte, ma per ora
Buon Natale

domenica 11 dicembre 2011

Ancora su report e telefonini

Oggi Medbunker pubblica un altro post sulla questione dell'autismo e dei vaccini. La storia, detta semplice semplice, è questa: un certo signor Wakefield, qualche anno fa, pubblica su Lancet uno studio da cui risulta una correlazione tra autismo e disturbi intestinali: si trattava di uno studio che non portava a risultati definitivi e soprattutto che non parlava di vaccini, ma l'autore fece di tutto per portare l'attenzione su un certo tipo di vaccino, a suo parere responsabile dell'insorgenza dell'autismo nei bambini che erano stati vaccinati contro morbillo, parotite e rosolia. Da ciò nacque una leggenda metropolitana, ancor oggi difficile da sradicare.
Venne poi fuori che Wakefield non solo aveva inventato di sana pianta una correlazione inesistente tra disturbi intestinali e vaccini, ma anche che aveva bellamente falsificato i risultati delle biopsie effettuate sui bambini autistici. Insomma: non c'era correlazione alcuna non solo tra vaccini e intestini, ma neppure tra intestini e autismo.
Quali le motivazoni del falso? Forse, come dice Medbunker, "la scoperta di un sostanzioso finanziamento da parte di un avvocato che si occupava di cause di risarcimento per molte famiglie di bambini autistici: non essendoci prove per ottenere questi risarcimenti serviva uno studio scientifico sul quale appoggiarsi e Wakefield lo fornì".

Ricordate la puntata di Report sui telefonini? Ecco, se avete un po' di tempo da perdere girando per la rete vedete che, scava scava, alla fin fine tutti i discorsi sui telefonini che causano il cancro finiscono sempre a citare lo studio del prof. Lennart Hardell.
Quello che alla Giannini ha dichiarato, bellamente: «Le nostre risorse arrivano dalle associazioni dei malati di cancro».
Solo una curiosa coincidenza?

Nazista

Ho conosciuto Piergiorgio Odifreddi in una casa milanese di una certa fama.
Credo che egli sia venuto una sola volta; al massimo due in occasione di una breve apparizione di un altro mangiapreti filosofo come lui, gente che ci tiene a dimostrare, bigino di fisica alla mano, che Babbo Natale non esiste perché le renne non sono portaerei nucleari.
L'odifreddi, perlatro, continua a turbare alcune delle mie cene, dato che sopravvive in un angolo della medesima casa in forma di cartonato: e forse per la sua presenza inquietante è quella una delle stanze in cui ceno meno volentieri.
Nella stessa casa ho incontrato tante volte Marco Paolini: che ci è venuto più spesso, ma per i casi della vita non ha avuto il suo cartonato.

Ecco, mi piacerebbe che giovedì l'altro, quando ci sarà da festeggiare il Natale, Odifreddi e Paolini comparissero entrambi in quella stessa casa.
Mi piacerebbe che Paolini avesse letto questa vergognosa puttanata scritta dall'Odifreddi, e mi piacerebbe pure che il Paolini avesse bevuto un po' (il che, considerate le origini bellunesi, è da ritenersi non improbabile).
I due si incontrerebbero, si scruterebbero, e dopo pochi secondi il Paolini prenderebbe per il collo l'Odifreddi, sputandogli in faccia un bel: «NAZISTA!!!», seguito da un manrovescio di forza tale da far arrovesciare l'Odifreddi a terra.
In quel momento accorrerei io, e con i miei stivali chiodati tirerei un calcio in bocca all'Odifreddi in modo da fargli vedere tutte le stelle del cielo e risuonare nella testa i Cori e le Dominazioni.
Ma per poter indossare i miei stivali chiodati è necessario che nevichi e allora ti prego, Signore, fa' che poco prima di Natale ne venga giù tanta!

sabato 10 dicembre 2011

I deliri del vecchio Piero

Chi ha avuto modo di conoscere in rete la mia fidanzata, oggi scomparsa, rammenta bene come lei fosse un'autentica e sincera conservatrice. In molti si chiedevano come fosse possibile che stessimo insieme, e quei pochi che non se lo chiedevano si ponevano il medesimo dubbio per il fatto che lei teneva a quella squadra milanese il cui nome, richiamandola dappresso, offende la nostra bella città.
Alcune cose però ci accumunavano: tra questa la gioia provata nella lettura degli articoli di quel vecchio trombone di Piero Ostellino, che risultavano insopportabilmente ridicoli più a lei che a me, il che è tutto dire.
Spesso il sabato, prima di affrontare il pezzo, scommettavamo su quante volte avremmo incontrato la parola "liberale", declinata nelle sue varie forme, piazzata lì senza alcuna ragione logica che non fosse la soddisfazione dell'autore nell'empirsi la bocca con il suono di quelle consonanti liquide, mentre probabilmente recitava il pezzo alla sfortunata moglie, prima di spedirlo.

Oggi il pezzo di Ostellino è più trombonesco del solito: si scaglia, il nostro, non solo contro Anna Finocchiaro ma persino contro Mario Monti (uno che l'universo mondo non esita a definire un "liberale", ma che per Ostellino lo è troppo poco). Perché mai? Perché il Monti ha osato definire, tra le misure della manovra economica, un'imposta aggiuntiva sui capitali "scudati", vale a dire riportati in Italia dopo essere stati illegalmente portati all'estero.
Pacta sunt servanda!!!, s'écria l'Ostellino. Se è stato promesso che quello sarebbe stato uno scudo, scudo dev'essere e quindi quei capitali sono intoccabili.
Attaccare i capitali scudati, cito letteralmente il buffo opinionista, sarebbe (1) il segno di un pericoloso stress del premier; (2) la fine dello Stato di diritto; (3) l'avvio di un regime stalinista; (4) un ritorno all'Ancien Régime. E tutto perché attaccare quei capitali significa avere -cito testualmente- poco rispetto per la democrazia "formale".

Orbene, io non sono aduso insultare direttamente i personaggi che commento, ma in questo caso mi sento di fare un eccezione, e dico quello che penso senza infingimenti.
Colui che si scalda per il vulnus giuridico consistente nel far pagare una percentuale a dei malfattori che hanno esportato illegalmente dei capitali ammucchiati evadendo le tasse, e che non si scalda per il fatto che le pensioni di 1.000 euri non vengano adeguate all'inflazione, è un p**** di m****.
Chi si scalda per i detentori di capitali, e non si scalda per coloro che sono chiamati ad andare in pensione cinque anni dopo la data che avevano previsto, e in funzione della quale avevano organizzato la propria vita, è uno s*****.
Perché, vedete, c'è Stato di diritto e Stato di diritto, c'è democrazia formale e democrazia formale. E anche in uno Stato di diritto e in una democrazia formale, si dà la precedenza agli anziani, agli onesti lavoratori, ai bambini degli asili nido. E dopo, solo dopo, si pensa agli evasori fiscali e agli esportatori illegali di valuta.

lunedì 5 dicembre 2011

Aliquo dato, aliquo retento

Il pensiero del Civati è sempre un po' troppo complesso per le mie povere sinapsi di onesto macinatore di scartoffie. Egli è laureato in filosofia e quindi muove su piani ultraterreni rispetto a chi per mestiere fa i conticini degli interessi cercando di rimanere al di sotto della soglia usuraria.
Così so di non comprendere per mio difetto certe affermazioni del post pubblicato sul Post, «Aliquo dato, aliquo retento».
Non riesco ad esempio a capire come e perché la rivalutazione degli estimi catastali "possa introdurre una buona progressività". Né capisco come faccia a non capire che l'abolizione delle province non è cosa che si faccia con un tratto di penna, e che quindi devastarle è più serio che abolirle. Ma so che è solo colpa mia.

Ma una cosa vorrei chiedergli: perché, perché mai mi ha messo il brocardo all'ablativo?

venerdì 2 dicembre 2011

Profilattico

Visto che tutti stanno a dire come è bello il profilattico, quanto fa bene il profilattico, come salva la vita il profilattico e quanto si scopa meglio con il profilattico, esprimerò serenamente e pacamente il mio personalissimo punto di vista, in relazione al quale non desidero fare proselitismo né auspico che sia condiviso da alcuno.

Senza profilattico si scopa cento volte meglio che con il profilattico.

Oh, l'ho detto, ora vado a farmi il caffè sereno.

giovedì 1 dicembre 2011

Discorso sul metodo

In questi giorni mi hanno smarronato i santissimi almeno cinque persone (tra cui la ex moglie e la mamma), paventandomi i terribili rischi che corro e faccio correre, in particolare al pargoletto, per il fatto di lasciargli in mano un pericolosissimo strumento che lo porterà alla morte certa in pochi anni: il telefono cellulare.
Tutto nasce da una puntata di Report andata in onda domenica scorsa, nella quale la pur brava e simpatica Sabrina Giannini ha dato una pessima prova del suo talento giornalistico. La cosa si inquadra in un discorso più generale: Report è una trasmissione che è certo assai meglio di tante altre, e sarebbe un vero peccato se fosse eliminata dal palinsesto ma, ahinoi, necessariamente taglia giù certe cose con l'accetta, per motivi di spazio e di comprensibilità: e nel tagliare spesso semplifica in modo populistico e allarmistico, come ho potuto rilevare ogni volta si è parlato di argomenti che conoscevo abbastanza bene.
Molti di voi rammenteranno un'altra puntata di qualche tempo fa, dedicata alle dinamiche della rete, nella quale pure sono state commesse una serie di approssimazioni e leggerezze: in quell'occasione avevo bastiancontrariamente preso la difesa della trasmissione contro il coro di indignados dei socialcosi, usi bere come oro colato tutto ciò che dice la Gabanelli e che solo in quell'occasione si erano rivoltati.

La puntata sui telefonini non era molto diversa dalle altre: una serie di affermazioni sul filo dell'obiettività condite da una messe di riflessioni personali e da interviste pilotate agli uomini e donne della strada. Il problema è che l'effetto è stato abbastanza devastante, perlomeno per la mia tranquillità.
Vediamo quindi come si monta un caso dal nulla, andando a vedere non già il filmato della trasmissione (peraltro disponibile sul sito RAI) bensì la trascrizione del medesimo.

La trasmissione parte con una serie di interviste volanti a gente che esprime dubbi sulla sicurezza dell'uso del telefonino. Parlavo prima di interviste pilotate e questo ne è un esempio lampante: non è necessario che si paghi un attore, basta semplicemente andare un po' in giro con una telecamera! Se si riesce a trovare dovunque un coglione qualsiasi che dica che le due torri le ha buttate giù Bush dopo averle imbottite di esplosivo di notte all'insaputa di chi vi lavorava dentro, pensate un po' quanto dovete faticare per trovare un signore con il mal di testa che sospetta del suo cellulare.
Queste però non sono prove scientifiche, bensì minchiate. E Giustamente la Giannini si chiede se qualcuno abbia mai indagato sulla sicurezza dei telefonini. O, meglio, sulla pericolosità delle radiazioni emesse dal cellulare.
Comincia così la fabbricazione del consenso attorno alla tesi. Il cellulare emette radiazioni, le radiazioni sono associate al pericolo e quindi è necessario accertare se quelle radiazioni siano o meno pericolose. Si comincia a spostare l'onere della prova: non è che afferma che il cellulare sia pericoloso a dover fornire una prova di ciò che dice, bensì il contrario. E in questo meccanismo l'uso del termine «radiazione» non è casuale. Si tratta di radiazione elettromagnetica, certo: la stessa emessa dalle lampade, dai monitor, dalle onde del Wi-Fi etc. etc.; in effetti si tratta di onde radio, ma questo è un termine troppo rassicurante, no?
Ha così inizio la parte dedicata ai risultati della ricerca. Viene citato uno studio dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, del quale però non vengono citati i risultati: si parte invace direttamente con un'analisi per vedere chi abbia finanziato lo studio, e viene fuori che i soldi ce li hanno messi in gran parte i produttori di telefonini.
La cosa potrebbe risultarvi sospetta, e la Giannini chiede al responsabile del progetto OMS «che interesse hanno a finanziare degli studi che poi gli possono compromettere gli affari?», ricevendo una risposta di grande buonsenso: «Queste aziende vogliono trovare la verità… Perché non vogliono scoprirla dopo vent’anni quando ormai tutti stanno già usando i cellulari… Se tutti prendono il cancro al cervello loro falliscono». Anziché ammettere che effettivamente la risposta è sensata, la Giannini con un doppio salto carpiato cita l'episodio di quando il Signor Reynard andò in TV a dire che secondo lui il cancro sua moglie l'aveva preso dal cellulare.  Cavoli, merende.
Si arriva ora a parlare di un'altra ricerca, questa volta condotta dalla "Veteran Administration" del Colorado. andate a pagina 7 della trascrizione e leggetevi tutto il brano: noterete che non sono ancora stati detti né i risultati della ricerca dell'OMS né quelli della ricerca della VA: si parla dei soldi della Motorola e si chiude il pezzo con l'affermazione «Penso sia diffuso offrire soldi per avere in cambio ciò che si vuole. Punto», instillando un ulteriore elemento di dubbio complottistico nello spettatore. E rammentate che lo spettatore non è un lettore, non può tornare indietro per riflettere su ciò che è stato detto: egli a questo punto avrà la netta sensazione che l'OMS abbia assolto i telefonini e almeno altri due studi indipendenti ne abbiano provato la pericolosità; e che questi studi siano stati nascosti da Motorola & Co. a suon di dollaroni, il che non è mai avvenuto.
Quello che invece si dice è che le compagnie telefoniche hanno finanziato la ricerca dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (l'OMS, mica dei cantinari!) e non hanno finanziato altre ricerche indipendenti, avviate da soggetti dei quali sappiamo solo che dicono di sé medesimi di essere bravi e onesti (e il mio oste ci ha il vino buono, detto tra noi).
Segue una paginata di gente che ci racconta come tiene il telefonino: mi stupisco apprendendo che taluni lo accostano all'orecchio.
Arriviamo alla parte dedicata a Fiorenzo Marinelli: il telespettatore non ha tempo per googlare, ma noi sì, e scopriamo che il Marinelli da venti anni e passa ce l'ha con tutte le forme di onda elettromagnetica: dal radar, al cellulare, alla televisione, al Wi-Fi. Che poi magari ci avrà anche ragione lui, ma insomma diciamo che è una campana un po' monocorde, che non dovrebbe essere presentato come una persona portatrice di un'opinione terza.
Che ci racconta, il Marinelli? Che i test dei produttori di telefonini sono falsati dal fatto che non si usano modelli reali, bensì manichini: «Viene misurato in una maniera molto complicata, ma in una maniera che è irreale. Nel senso che si misura con una sonda su un fantoccio, riempito di questo gel proteico che dovrebbe avere le stesse caratteristiche di assorbimento. Quindi noi misuriamo il SAR in una sostanza amorfa che è ben lungi da essere simile ad un tessuto cerebrale». Affermazione assai interessante, dato che viene da uno che fa ricerca soprattutto in vitro.
Poi, via con un altro po' di intorcinamento sui finanziamenti, fino al punto (siamo oramai a fine pagina 10 della trascrizione) in cui viene offerto un pezzo del TG2 nel quale si dava conto che l'Istituto Superiore di Sanità affermava che «non ci sono prove evidenti che il telefonino faccia male alla salute (…) Gli unici effetti chiaramente documentati dalla ricerca scientifica sono aumenti di incidenti automobilistici». Soddisfatta la Giannini? Mannò, accipicchia (altrimenti che ci starebbe a fare?). E infatti fuori campo obietta: «Ecco come mettere in evidenza solo alcuni studi, dimenticando sistematicamente quelli che mettono in risalto i rischi del cellulare». Lasciamo perdere l'avverbio sistematicamente, che non può certo applicarsi al lancio di una notizia del TG2, e limitiamoci a rammentare che finora di questi cazzo di studi che mettono in risalto i rischi non ha ancora parlato neppure Report.
Forse per riposarsi un po', la Giannini svicola verso il tema dell'interramento dei cavi dell'alta tensione: una cosa proposta anni fa da qualche anima bella e idiota e che per fortuna nessuno ha mai pensato di fare; ma mi spiegheresti, Sabrina, che cazzo c'entrano le linee dell'alta tensione, che lavorano a 50Hz, con i GSM???
Torniamo al Marinelli, che lamenta di non aver mai avuto una lira se non dall'ISPESL, uno di quegli enti considerati inutili quando ci si scaglia contro i cosiddetti costi della politica, ma che in questa trasmissione diventa il salvatore dell'umanità, e che proprio per questo motivo i membri del Complotto hanno voluto accorpare all'INAIL (il sottinteso è che in questo caso non c'era da risparmiare qualche poltrona, bensì impedire agli onesti ricercatori di scoprire come le grandi multinazionali attentano alla nostra salute). Entra in scena questo Livio Giuliani, per sua stessa ammissione licenziato e sottoposto a quattro provvedimenti disciplinari. Non sappiamo perché si siano accaniti contro di lui, e il silenzio ingenera nello spettatore la sensazione che sia sempre colpa di TIM & Co., anche se nessuno ce lo spiega.
Parte poi un pippone riguardante l'antenna davanti alla casa di Gasparri, che risparmio a me stesso prima ancora che a voi, ed eccoci a pagina 16 (in fondo) dove ci viene fornito un dato d'importanza, vale a dire che la IARC ha classificato le onde emesse dai cellulari nella categoria di rischio 2B («This category is used for agents, mixtures and exposure circumstances for which there is limited evidence of carcinogenicity in humans and less than sufficient evidence of carcinogenicity in experimental animals. It may also be used when there is inadequate evidence of carcinogenicity in humans but there is sufficient evidence of carcinogenicity in experimental animals»).
Tale classificazione discende, sempre seguendo la trasmissione, dalla discordanza tra due studi svedesi, l'uno del prof. Anders Ahlbom del Karoliska di Stoccolma (e, dice la Giannini, «Il Karolinska è l’università che assegna il Nobel per la medicina e la fisiologia, ed è uno dei centri per la ricerca più autorevoli del mondo. Non c’è europeo che metterebbe in discussione uno studio del Karolinska, che da anni pubblica ricerche che assolvono i cellulari»), l'altro di Lennart Hardell, oncologo dell’Università di Orebro, il quale «ha messo in evidenza i rischi delle onde emesse dai cellulari».

Qui viene la parte interessante, e mi perdonerete se vi ho portato fin qui a spasso annoiandovi. Affrontando lo studio del prof. Ahlbom la Giannini ne evidenzia la malafede. Anders Ahlbom difatti ha un fratello che si chiama Gunner, con il quale ha una società di Bruxelles, e Gunner un tempo è stato un lobbista che ha lavorato per le compagnie telefoniche. Ne risulta che il prof. Ahlbom (che lavora per l'istituto che assegna il Nobel per la medicina) è un emerito cialtrone, malgrado sia membro dell’ICNIRP. Mentre il prof. Hardell non è mai stato invitato all'ICNIRP, poverino. Si consoli professore: non mi hanno mai invitato neppure a me. Io pensavo che non mi invitassero perché non sono abbastanza preparato, essendo un povero blogger leguleio, ma ora capisco che è solo perché non ci avevo le conoscenze giuste.
Ricapitoliamo: siamo arrivati al punto in cui lo studio del Karolinska è inattendibile, in quanto condotto da un professore che ha una società insieme al fratello il quale in passato ha lavorato per le compagnie telefoniche. Poi c'è lo studio di DASENBROCK, inattendibile in quanto non dice di essere finanziato anche dalla GSM Association e dalla Mobile Manufacturers Forum, poi «i giapponesi SHIRAI E MIYAKOSHI sono finanziati dall’Association of radio industry and business del Giappone e non hanno dichiarato niente. MIYAKOSHI da questa compagnia di telefonia mobile giapponese. Un altro caso eclatante è quello di Juti Leinen sempre finanziato dalla TECHES che è l’agenzia finlandese che raccoglie le compagnie di telefonia finlandesi».
Tutti truffatori, tranne il buon vecchio Lennart Hardell, che vive di stenti, come dimostra la Giannini quando gli chiede: «Lavora con i finanziamenti pubblici?», ottenendo la mesta risposta: «No, le nostre risorse arrivano dalle associazioni dei malati di cancro».   «Le nostre risorse arrivano dalle associazioni dei malati di cancro». Ah, certo, OK.

Un momento: associazioni dei malati di cancro?. Cioé, mi stai dicendo che l'unico studio che dimostra una correlazione tra tumore ed uso dei cellulari è quello finanziato da chi ha interesse ad addossare la propria malattia non già alla sfiga che ti becca, bensì ad una causa esterna precisa e solvibile? Caspiterina! Se il fratello lobbista era un conflitto d'interesse, questa è un'esplosione di interessi, una bomba atomica di interessi. Lo evidenzia la Giannini? Manco per il cazzo (absit iniuria verbis, Sabrina).
Siamo quasi in chiusura. Abbiamo l'intervista al Marcolini, la cui moglie è morta di neurinoma: «Da quale parte usava il cellulare?» «A sinistra» «E dove l’ha avuto il neurinoma?» «A sinistra» (soccorrimi, .mau.: quante probabilità c'erano che la risposta fosse la medesima?). Abbiamo il gradito ritorno di Fiorenzo Marinelli, per il quale siamo tutti cavie e presto faremo parte anche del progetto Soylent Green. Abbiamo i consigli finali: «Il treno è una gabbia di elettromagnetismo, in macchina abbassare un po’ il finestrino». Qui la Giannini ha confuso le onde elettromagnetiche con il funo di sigaretta, ma ve bene così, in fondo è domenica sera e siamo tutti un po' stanchi.

martedì 29 novembre 2011

Quella carezza della sera

Non so, a me pare che aiutare un malato di depressione a suicidarsi sia un po' come curare un anemico con un salasso.
Io non sono certo contrario al suicidio assistito, ma credo che un medico dovrebbe prestarvisi solo quando ha di fronte un malato terminale, o comunque un malato che non è in grado di disporre da solo di sé.
E non conta che chi chiede assistenza sia convinto di quello che vuol fare, né che ci abbia meditato per mesi o per anni: la depressione è una malattia spesso inguaribile, però controllabile con le cure adeguate. E dato che la volontà di suicidio è un sintomo delal depressione, assecondare tale volontà significa aiutare la malattia nel suo decorso anziché combatterla.
Daresti una purga a chi sta morendo di dissenteria?

lunedì 28 novembre 2011

Il mucchio selvaggio


L'altra sera sono andato a vedere il concerto dei Fuck Yous, la band capitanata da Livefast che, se vogliamo dirla tutta, non ha un nome tra i più fini della piazza. Ma se credete che una rock band debba avere un nome fino, allora probabilmente nella diatriba tra Robert Palmer e Bruce Springsteen parteggiavate per il primo, oppure siete troppo piccini per rammentare di cosa stia parlando.

Comunque, sta di fatto che nell'avanspettacolo c'era occasione di incontrare un bel po' di gente che non conoscevo di persona, ma essendo io legato al ragazzino -il quale, giustamente, se ne stava un po' in imbarazzo, unico minorenne maschio (poi c'era Jules, ma lei in quanto ottenne era troppo piccina per lui [e spero che apprezziate la mia capacità di annidare incisi {peraltro inutili}])- mi sono saltato un bel po' di facce: e forse anche la grappa della signora Livefast ha avuto il suo ruolo.

Insomma, alle 23 il concerto è iniziato. Il cantante era completamente ubriaco, il che dimostra che egli è uomo d'onore dato che aveva promesso che non sarebbe salito sul palco se non in condizioni tali da non stare in piedi: e difatti un paio di volte è rovinato sulle pedaliere, il che non ha peggiorato il sound (anche questo è un complimento, salvo per le groupie di Robert Palmer).

Qui dovrei fare una recensione del concerto, ma dato che io non distinguo un rullante da un fretless bass la cosa è tutt'altro che facile. Posso però dire che verso la metà del concerto ho avuto un'illuminazione e mi sono reso conto di vedere redivivi i grandi The Who (i giovini all'ascolto possono guardare qui per farsi un'idea).
Certo, Livefast non ha i riccioli boccolosi di Roger Daltrey, Skate (il batterista) ha sì rotto un pezzo del suo strumento, ma senza quella malagrazia che Keith Moon aveva acquisito in tanti anni di onorato casino, e Zukko (il chitarrista) non ci ha deliziato con il windmill. Ma in tutto quel puttanaio che succedeva sul palco spiccava la deliziosa -non solo come performer- bassista Molecole, che in perfetta sintonia con il gran vecchio John Entwistle se ne stava calma e placida a pizzicare le corde con precisione, guardando perplessa gli altri compagni d'avventura.
Alcune introduzioni di Livefast hanno spinto Nichita a chiedermi di cosa parlassero le canzoni: ho avuto agio a trincerarmi dietro al fatto che il cantante fosse un po' alticcio e pertanto non riuscissi a decifrarne l'accento oxoniano, così ho potuto evitare di tradurre "Swastika shaved pussy" o di spiegare il segreto di Alide (che poi se qualcuno me lo spiegasse anche a me gli sarei grato).
Alla fine i più tosti della serata si sono esibiti in caròle irlandesi: la presenza di una gentile signora tra i pogatori ha evitato che ci si facesse troppo male, in ispecie da parte di chi non ci ha più l'età ma si sente giovYne dentro.

Una grande serata: chi non è venuto fa bene a mangiarsi le mani e il cappello in attesa della prossima occasione.

lunedì 21 novembre 2011

Monoculi

Lo Stefano di questa mostra è uno dei più cari amichetti miei, ci ha le manine (vabbe', il diminutivo è una licenza poetica) d'oro e fa delle cose belle e inquietanti.
Espone all'Acquario Civico insieme a un'altra svitata quanto lui, e la mostra sta lì fino all'Epifania, per cui tempo per andarci ce n'è a strafottere.
L'ingresso è anche libero, per cui se avete un attimo di tempo perché non farci un salto?
Se poi ci andate alla vernice, il 2 dicembre, ci vediamo pure e ci beviamo a scrocco un bicchiere.


Fresche di giornata

Sulla homepage del Corriere oggi appare questa notizia.

domenica 20 novembre 2011

Quelli della decrescita

Di deficienti che pensano alla decrescita felice ce n'è una vagonata. La differenza rispetto agli indignados sta nel fatto che questi ultimi sono ragazzini viziati che manifestano contro le multinazionali filmando con l'iPhone le proprie maschere prodotte da Warner e comperate su Amazon, per poi caricare il video su Youtube; quelli della decrescita hanno invece un'allure ben più seria, e fanno finta di sapere cosa stanno banfando.
Uno di questi decrescenti figuri è Paolo Cacciari, noto (noto?) in quanto fratello di quell'altro a sua volta noto più per ciò che ha fatto in Brianza che per quel che ha combinato nella città di cui era sindaco; ma rischieremmo di divagare e quindi concentriamoci sul decrescente e sull'intervista recentemente rilasciata la quale, essendo ricchissima di corbellerie, è stata subito ripresa su un blog dell'unico foglio italiano il cui direttore riesce a dare dignità a Zio Tibia Sallusti: e non mi riferisco solo al fatto che Zio Tibia paga i propri collaboratori.
Il cerchio si chiude, dato che il tenutario del blog, tale (di nuovo!) Stefano Corradino, altri non è se non colui che ha intervistato il Cacciari: e lo ringraziamo dell'uno e dell'altro pezzo, che ci hanno regalato qualche quarto d'ora di divertita letizia.

Il problema, ora che ci siamo ripresi dalle convulsioni, è da che parte iniziare a dipanare l'aggrovigliata matassa di stronzate che ci hanno così allietato.
Forse potremmo cominciare dal Corradino e dalla sua affermazione Il baratto è la forma primordiale di economia. Solo al 620 a.C. (la data divide gli storici) sarebbe attribuita l’invenzione della moneta. Complimenti, Corradino! Lei ha letto Wikipedia ma, come cerco di insegnare a mio figlio, non basta copincollare, bisogna anche capire quello che si legge.
Vero è infatti che probabilmente verso il VII secolo a.c. nacque la moneta, ma intesa come coin, non come money. Non è che prima dell'invenzione della moneta metallica si usasse il baratto: si usavano i metalli preziosi, solo che li si pesava. E, guardi, per cose piccole si usava addirittura scambiarsi le conchiglie, il sale e mille altre cose; ma non si barattava quasi nulla, per l'enorme scomodità insita nel baratto.
Veda, Corradino: Lei sarà anche un giornalista pubblicista, e ci ha un blog sul sito di un quotidiano che certo non è tenero con la Chiesa, ma se avesse mai pensato di compulsare la Bibbia, o anche solo il sussidiario delle elementari, alle pagine sull'antico Egitto, si sarebbe reso conto che porre la fine del baratto nel VII secolo è una sciocchezza, e che nessuno storico si è mai diviso su tale opinione, e che è molto molto furbo mettere le mani avanti dicendo che la data divide gli storici al fine di mascherare in forma di contrasto storiografico la propria mancanza d'approfondimento. Metodo, quel di inventarsi di sana pianta le cose, peraltro dimolto utilizzato dal direttore della testata che ospita il blog.

Passiamo ora al Cacciari, che al lettore disattento (o fideisticamente prono a bersi tutto ciò che gli ammannisce la testata quotidiana, immerso in una permanente sospensione del senso critico) sembra ragionare con tanto di testa sule spalle. Ma proviamo a destrutturare il discorso: a sfrondare parentesi e incisi: a togliere un po' di pizzi e merletti per guardare la ciccia, insomma.
Abbiamo così agio di leggere stille di pensiero quali:
"Quando i manager dell’industria vengono pagati con le azioni e non con i fatturati industriali, allora si capisce bene che il sistema economico è semplicemente impazzito" (petizione di principio, caro il mio Cacciari: perché mi afferma ciò? A parte il fatto che quando mai i manager vengono pagati con i fatturati? al limite con gli utili; ma resta il fatto che ciascuno ha diritto di farsi pagare come meglio crede: magari anche in greggi di pecore. Lo sostiene Lei stesso, più sotto)
"Ogni debito ha il difetto di portarsi dietro un creditore che chiederà per se sempre qualche denaro in più del rendimento dei profitti industriali. E’ la crescita che produce il debito!" (confondere il saggio d'interesse con il tasso di crescita del PIL è cosa talmente idiota che può essere solo una vigliaccata retorica. Tana!)
"si possono creare e produrre dei beni, delle cose utili senza che assumano per forza la forma di merci" (complimenti: Lei mi ha scoperto che siamo parte di un'economia basata sui servizi. Mi compiaccio vivissimamente)
"Serge Latouche dice che dobbiamo “decolonizzare l’immaginario” e Gregory Bateson scriveva di “ecologia della mente”" (Estiquatsi!)
"il nuovo potente paradigma che ci indica come sia possibile transitare dalla società del possesso a quella dell’essere, dalla competizione alla cooperazione, dal saccheggio alla preservazione, alla sufficienza, all’abbastanza, alla frugalità." (Si risparmi di considerarmi cretino; e si rammenti che ci si dovrebbe sciacquare sempre la bocca quando si esce la carta "paradigma" per indicare una propria fantasia)
"noi siamo sicuramente scemi" (come dargli torto?)
"Il guaio è quando natura e lavoro diventano meri strumenti (coseificazione e alienazione) per l’accrescimento del capitale impiegato nei cicli produttivi. La famosa “distruzione creativa” schumpeteriana distrugge più di quanto non riesca a creare." ("paradigma" era più concreto: qui siamo alle parole in libertà senza controllo, ma sempre vestite di un qualche broccato che dovrebbe ingenerare nel lettore ammirazione e rispetto per il profondo intellettuale che le maneggia)
"Swadeshi, diceva Gandhi, per indicare l’autodeterminazione dei villaggi. Comunanze, si potrebbero chiamare, ma non chiuse, in reciproco, paritario rapporto tra loro. Bioregioni. Per un’idea di bioumanesimo planetario." (probabilmente beve: sarà contento Petrini).

Congediamo Cacciari, e torniamo al Corradino e al suo dotto articolo, ché non sarà certo uno strafalcione storico a sminuirne la profondità.
Il Corradino quindi ci propugna il ritorno al baratto, pubblicizzando anche una Settimana del Baratto che dovrebbe essere una gran figata, non foss'altro perché ci ha anche una pagina su Facebook.
Come scrive il Corradino, "In cambio di un soggiorno di uno o due notti gli ospiti canteranno, daranno qualche lezione di pianoforte, doneranno il loro olio e vino o un vecchio computer impolverato ma ancora funzionante. Nessun pagamento, nessun prelievo al bancomat nè anticipo contanti. Lo scambio è in natura" (e il grassetto è suo).
Bene, la volete sapere una cosa? Tutto ciò è vietato. Non si può fare, è illegale.
Si chiama evasione fiscale, e più precisamente evasione dell'Imposta sul Valore Aggiunto: perché l'IVA va pagata comunque, cari i miei bucolici nostalgici dei bei tempi che furono, quando si andava a far la spesa con qualche pecora nel borsellino. E francamente mi piacerebbe molto che, in quel B&B dove il gitante fa lezione di aramaico alla figlia dell'oste, a un certo punto entrasse un finanziere e pretendesse di vedere la fattura; e mi piacerebbe che i barattanti si guardassero nelle palle degli occhi esclamando: "ma come... non sapevamo... ma l'abbiamo letto sul giornale... ma perché non ce l'hanno detto..."; e mi piacerebbe, soprattutto, sapere come farà Saint-Just Travaglio a giustificare che sul proprio foglio sia stato pubblicato un invito ad evadere le tasse.

venerdì 18 novembre 2011

Il poeta e il contadino

Molti di voi rammenteranno che all'inizio dell'estate la Camera bocciò un disegno di legge costituzionale presentato dall'Italia dei Valori (lo trovate trascritto in questo mio vecchio post), con il quale si cancellava la parola "Province" dalla Costituzione, fregandosene altamente di come si sarebbe poi disciplinato il passaggio delle competenze (e dei bilanci, dei dipendenti, dei beni e via discorrendo) di questi enti apparentemente inutili ad altri enti presumibilmente più utili.
La proposta del partito di Di Pietro, infatti, si limitava a dire che a ciò ci si sarebbe pensato entro un anno con legge ordinaria. In parole povere, Di Pietro aveva presentato una proposta di legge per dare una mano di bianco su un muro che avrebbe dovuto essere costruito da altri, dopo l'imbiancatura.
Si trattava di un provvedimento demenziale, populista e demagogico, buono solo per fare quell'ammuina che permette di dire «Noi abbiamo fatto!!!» anche a chi non ha fatto un beato cazzo. Certo alcuni noti commentatori si sono indignati per l'astensione allora espressa dal PD: ma il loro sdegno non fa che rafforzare la convinzione che quella proposta fosse una sesquipedale cazzata.

Io questa cosa me la ricordo molto bene, perché mi ci ero dimolto indignato pur io, anche se nel senso opposto a quello dei commentatori sopra richiamati. E pertanto doppiamente gradita mi è risultata questa frase contenuta nelle dichiarazione programmatiche del Governo Monti:
Il riordino delle competenze delle Province può essere disposto con legge ordinaria; la prevista specifica modifica della Costituzione potrà completare il processo, consentendone la completa eliminazione, così come prevedono gli impegni presi con l’Europa.
Prima si costruisce il muro, poi lo si imbianca.

mercoledì 16 novembre 2011

Il medioevo prossimo venturo

In questi giorni (e da ultimo in particolare in molti commenti al mio post precedente apparsi sul socialcoso fighetto) si risente parlare di speculazione finanziaria e di ricchezza finanziaria, come se tutto ciò che esce dalla "finanza" sia un qualcosa di diverso e contrapposto a tutto ciò che esce dall'"economia reale".
Mi rendo conto che ciò che all'inizio appariva come una mera semplificazione giornalistica è divenuta, nelle menti del grande pubblico, una realtà oggettiva e indiscutibile: da una parte l'operaio (che essendo operaio è per definizione operoso) e il contadino (operoso in quanto diretto discendente del bove); dall'altra il finanziere in ghette e cilindro uscito paro paro dalle pagine di Brecht, il cui unico scopo nella vita è di impoverire i ceti produttivi per arricchirsi smodatamente.
Il buffo di tutto ciò è che spesso coloro che si convincono di questa banalità del male sono gli stessi che non si fanno scrupoli di depositare i propri sudati risparmi sul conto arancio offerto da una multinazionale olandese, al solo fine di spuntare qualche decimo di punto in più sul saggio degli interessi attivi, contravvenendo così ai precetti che dal Deuteronomio, su su fino a San Tommaso, vietano qualunque forma di interesse in quanto usurario.
Bisogna quindi decidersi: o si accetta il concetto che il denaro non può produrre denaro (e quindi si chiudono i conti correnti, si nazionalizzano gli appartamenti messi a reddito, si cancellano con un tratto di penna le polizze vita e i fondi pensione), o si ammette che rispetto alle tesi del Doctor Angelicus è passata un po' d'acqua sotto i ponti.
Non c'è nulla di male nel voler vivere in un mondo più semplice, nel quale non esistono le assicurazioni e se la casa brucia si chiede aiuto ai vicini per ricostruirla. Va benissimo desiderare una vita nella quale si vive del proprio, e quando arriva un momento di difficoltà (o magari si vuol comperare casa) i parenti fino al sesto grado si fanno in quattro per darti i soldi necessari, che poi verranno restituiti pian piano con il ricavato del proprio lavoro di lanaiuolo. Beninteso, va benissimo se hai parenti fino al sesto grado, e se costoro ti aiutano; altrimenti sei un po' nella merda, e campi di patate. Anzi no: le patate qui non sono ancora arrivate.

lunedì 14 novembre 2011

Sovranità popolare e mercati finanziari

Si è molto discusso in questi giorni sull'antinomia tra politica e finanza e sul vulnus che la caduta del governo Berlusconi, e ancor più l'incarico a Mario Monti, avrebbero inferto alla democrazia parlamentare e persino alla stessa sovranità dell'Italia.
Il concetto, espresso con varie sfumature sia da destra che da sinistra, è questo: dal momento che il cambio di governo non è stato deciso da un voto del Parlamento sovrano, bensì eterodiretto dalle istituzioni europee, a loro volta costrette dalla speculazione finanziaria, ecco che in Italia avremmo un'abdicazione della sovranità del popolo in favore della sovranità dei mercati. In altre parole: accettando (e anzi propugnando) la nomina di Monti a capo del Governo, Napolitano avrebbe sancito la rinuncia al principio «una testa (di un cittadino italiano) un voto» in favore del principio assai meno democratico «un milione di dollari (di uno speculatore dovunque egli sia) un voto».
È questa, invero, una ricostruzione suggestiva: è indubbio infatti che la crisi del governo sia nata per l'impossibilità di affrontare le tempeste ribassiste sui titoli di Stato, ed è parimenti indubbio che il Parlamento, con le notevoli eccezioni di Lega e IDV, sia pur diversamente sfumate, si stia apprestando a concedere a Monti una sorta di mandato in bianco. È pure vero che l'impressione tratta dalla lettura dei giornali, nella scorsa settimana, è che venti bps di oscillazione sullo spread dei titoli di Stato sembrano oramai contare sulle scelte del Paese molto di più che un milione di voti. E questo non è punto bello.

Diametralmente opposta la posizione bersanian-casiniana secondo la quale quando la casa brucia si chiamano i pompieri senza preoccuparsi troppo dei dettagli, e poi, una volta che l'incendio si è spento, si cerca di salvare il salvabile e di ricostruire quanto è bruciato. Sono queste considerazioni di buon senso che però non risolvono, né tantomeno affrontano, il problema di fondo: è giusto, è accettabile che un oscuro trader di una banca d'affari caymanese abbia più potere di mille cittadini italiani nella scelta dei Governi della Repubblica?

Molti commentatori oggi sui giornali si muovono tra i due poli di questo dilemma, e anche i più fervidi difensori della scelta Monti puntano sull'emergenzialità della situazione finanziaria internazionale disegnando uno scenario di necessità, nel quale le regole possono essere legittimamente stiracchiate pur di salvare la barca che affonda; in tal senso, fra l'altro, va letta l'esigenza di non procedere allo scioglimento delle Camere e alle conseguenti elezioni anticipate in quanto, si afferma, durante la campagna elettorale il Paese rischierebbe seriamente di portare i libri in Tribunale.
In realtà le cose non stanno proprio così: l'analisi sopra riportata pencola vistosamente fin dalle fondamenta, e questo fa sì che tutte le successive conclusioni siano da riverificare.
Affermare che il Governo Berlusconi sia caduto per effetto della speculazione finanziaria è, semplicemente, falso. Il Governo Berlusconi è caduto per ben altri motivi: è caduto perché in buona sostanza non è esistito e non ha governato. Occupandosi unicamente di togliere le castagne dal fuoco al proprio leader, il Governo in questi tre anni e passa si è occupato principalmente di questioni del tutto estranee agli interessi del Paese: processi brevi, processi lunghi, intercettazioni, via via fino all'allentamento di vincoli in materia di riciglaggio (nei primi giorni) e alla modifica delle norme sulle quote di successione dei legittimari (negli ultimi giorni). Il tutto avrebbe anche potuto avere un senso, purché l'attenzione sui provvedimenti ad personam non facesse perdere la concentrazione sulla crescita economica, la lotta alle evasioni e la messa in sicurezza dei conti pubblici. Di questo però a Palazzo Chigi se ne sono strafregati, come icasticamente dimostrato dallo squallido balletto agostano in cui, di fronte a una situazione oramai avvitata, Tremonti *ha uscito* dal cappello, tra mille cazzate, un provvedimento tanto finanziariamente inutile quanto squallidamente ideologico quale l'abolizione delle festività civili.
Questa dimostrata insipienza è quella che ha dato la stura ai mercati, i quali di fronte al fallimento della politica di un'intera Nazione non fanno altro che prendere atto della situazione e traggono le proprie conclusioni.
L'uomo della strada pensa che i mercati finanziari siano una moderna versione dei Savi di Sion: una specie di cupola ultramafiosa in cui i capi delle grandi Banche mondiali si riuniscono, magari in qualche località sperduta del Colorado o della Svizzera, e decidono tutti insieme quale Stato rovesciare nel corso della settimana successiva. Dopodiché i trader vengono informati delle decisioni dall'alto e cominciano a vendere BTP con la velocità di criceti nella ruota, sperando che il banco salti (probabilmente questo mito ha presa in rete anche perché richiama un po' la struttura di un DDoS, che fa molto fico).
In effetti le cose non stanno così, e non stanno così per un motivo molto semplice: in ogni transazione finanziaria c'è chi compra e chi vende, e pure chi ci perde e chi ci guadagna: se compro e poi il titolo sale ho vinto, se compro e poi il titolo scende ho perso. La fortuna della singola banca, e giù giù fino al singolo trader, è quella di prevedere le mosse dei mercati meglio e prima degli altri, ed per questo che è inconcepibile un cartello finanziario di dimensioni tali da affossare uno Stato che bene o male è ancora membro del G8.
Niente cupola, quindi: semplicemente la constatazione, prima da parte di pochi e poi via via da parte di tutti, che il Governo italiano stava andando definitivamente in vacca, con conseguente corsa a liberarsi delle esposizioni verso quel Paese.
I Ferrara e le Santanché lamentano che la speculazione finanziaria abbia di fatto rovesciato il voto popolare; ma questa posizione è identica a quella di chi abbia costruito una casa abusiva sul greto di un torrente e se la veda trascinare via dalle acque alle prime piogge: l'errore l'ha fatto lui, non il fiume.
Così nel caso che ci interessa l'errore l'hanno fatto gli italiani: da quelli che hanno creduto a Mariotto Segni, quando prometteva loro che il bipolarismo li avrebbe fatti padroni del loro destino, giù giù fino a quelli che ancora ieri scendevano in piazza per riaffermare la favola della figlia di Mubarak o che nei bar ti spiegano che Berlusconi è stato vittima del signoraggio bancario.
E' la seconda volta in meno di un secolo che la totale incapacità degli italiani a distinguere uno statista da un cialtrone porta il Belpaese a mettere a rischio la stabilità dell'Europa intera: ed è solo perché in fondo vale sempre lo stereotipo dell'italiano pizza-spaghetti-mandolino -e quindi simpatico mattacchione- che ancora gli altri popoli europei non cominciano a chiedere ai loro governanti di trattare noi allo stesso modo in cui Churchill voleva trattare la Germania uscita sconfitta dal II conflitto mondiale (suddividerla in decine di piccoli staterelli dediti al pascolo delle vacche).

Insomma: nessuno ci ha imposto di rinunciare a una fetta della nostra sovranità, e quindi Mario Monti non è il leader di un colpo di Stato ordito dalle plutodemocrazie giudaiche internazionali: questo è un mito che lasciamo che Ferrara (troppo intelligente per crederci) ammannisca ai suoi lettori. Le cose stanno assai diversamente: il resto del mondo ci ha detto: «fate come cazzo credete, ma noi vi molliamo». E noi, che oltre ai 28 Ottobre abbiamo avuto anche dei 25 Luglio, abbiamo aperto gli occhi all'ultimo momento utile e ci siamo rassegnati ad ammettere che per tanti anni siamo stati un ammasso di deficienti invasati, poveri sciocchi inseguitori un'insegna i cui colori non comprendevamo. E così noi, non i trader caymanesi, abbiamo cambiato: meglio tardi che mai.

mercoledì 9 novembre 2011

Elogio della modernità

Siamo nel 2011 (quasi 2012) e l'edizione online del principale quotidiano nazionale riesce a mettere impunemente sulla sua home page la notizia che alla figlia di un noto cantante piacciono le femmine.
E: no, l'aver messo la parola proibiti tra caporali non giustifica comunque l'uso della medesima.

martedì 8 novembre 2011

Buone notizie?

Per l'Inps era totalmente cieco e da oltre quindici anni percepiva una pensione d'invalidità totale, compresa un'indennità di accompagnamento. I carabinieri di Bergamo lo hanno arrestato mentre faceva giardinaggio nella sua abitazione, dopo averlo pedinato per sei mesi mentre passeggiava con la moglie, aiutava un amico a parcheggiare l'auto e montava l'ombrellone sulla spiaggia per ripararsi dal sole. In manette è finito un uomo di 68 anni, originario della Bassa Bergamasca, con l'accusa di truffa aggravata e continuata. I militari lo controllavano da aprile, dopo una segnalazione arrivata in caserma. L'uomo era stato dichiarato cieco totale nel 1995 e da allora, secondo le indagini, aveva percepito indebitamente dall'Inps una somma pari ad oltre 150 mila euro. L'uomo si trova ora agli arresti domiciliari.
Il candidato, dopo aver letto questa notizia, indichi verso quali soggetti debba indirizzarsi la propria indignazione e i relativi motivi.

sabato 22 ottobre 2011

La coerenza delle proprie idee

E' oramai da un bel po' di tempo che questo blog* ha intrapreso una sua campagna di moralizzazione per mettere in guardia le genti dal fare dichiarazioni o compiere azioni senza pensare alle conseguenze di ciò che si dice o si fa. Roba del tipo che plaudere alla pubblicazione di intercettazioni sulla vita privata della gente, solo perché quella gente ci sta un po' sul cazzo, potrebbe dimostrarsi una mossa poco astuta se un giorno qualcuno pubblicasse le telefonate nostre o di qualcuno che ci sta simpatico e va a travestiti, per esempio.
Il concetto alla base di questa campagna è che, seppure sia vero che solo gli scemi non cambiano mai idea, la coerenza è comunque un valore di una certa importanza: e chi smentisce oggi quello che diceva ieri dovrebbe dichiararlo apertamente, che sta dicendo il contrario di quanto aveva affermato, perché in caso contrario rischia di apparire nient'altro che un povero cialtrone.
Certo, talvolta la ritrosia e la timidezza impediscono di fare quel minimo di autocritica: in tal caso però bisogna confidare che i propri lettori apprezzino questo atteggiamento -come dire- virginale, e comprendano da soli che l'autore ha cambiato idea, si è pentito, ma non vuole dirlo per non parlare troppo di sé annoiando il suo pubblico e apparendo un inguaribile presuntuoso.

Vittorio Zucconi si trova proprio in questa situazione: oggi ha pubblicato un post nel quale dice peste e corna di Minzolini, il quale ha pubblicato sul proprio TG tante immagini di Gheddafi massacrato. La cosa, dice giustamente Zucconi, è inammissibile, dal momento che il TG1 entra nelle case, all'ora di cena, e lo si può guardare anche quando non lo si vuole espressamente vedere.

Vittorio Zucconi è il direttore di Repubblica.it, esattamente come Minzolini è il direttore del TG1.
Repubblica.it ha pubblicato una caterva di foto e filmati di Gheddafi massacrato, esattamente come ha fatto il TG1. Lo ha fatto anche in home page, che è la pagina dove si va a finire, da casa o dal posto di lavoro, prima ancora di sapere quali saranno le notizie del giorno; perché nella home page di repubblica.it ci vanno tutti, ma proprio tutti, e molti addirittura ce l'hanno come pagine iniziale, quella che viene caricata a prescindere.
Vittorio Zucconi evidentemente ha capito di aver fatto una minchiata, ma dato che è timido non vuole esternare questo suo pentimento. Lo facciamo noi per lui, lieti del fatto che da oggi in poi repubblica.it non avrà più né foto di morti, né titoli sensazionalistici, né colonnini infami, né donne poco vestite.
Grazie, Vittorio: ce ne hai messo un po', di tempo, ma alla fine hai capito.




* che poi sono io, lo so io e lo sapete voi. Ma spersonalizzare fa sembrare il tutto una cosa coi controcoglioni.

mercoledì 19 ottobre 2011

Lo Stato di diritto secondo Gilioli

Secondo il nostro tribuno preferito (che oramai ha di gran lunga sorpassato Travaglio nella nostra personale classifica tribunizia), avvalersi della facoltà di non rispondere -che viene riconosciuta a qualunque imputato o indagato per un elementare principio di civiltà giuridica- non è l'esercizio di un diritto, bensì una soperchieria della Casta.

Circuito, cortino.

Anche Leonardo oggi si spende in un lunghissimo pippone sugli insurrezionalisti incappucciati e su come e qualmente costoro condividano con i terroristi d'antan l'ideologia ma non la metodologia.
Il Disagiato, pure lui, si spende per far notare che nel mondo reale del Grande Centro Commerciale la gente non parla di manifestazioni e devastazioni, ma di cose assai più concrete quali la tassa sui rifiuti, mentre sui blog è tutto un fiorire di analisi e interpretazioni sui nuovi ribelli.

In realtà, se volete sentire la mia opinione, questo episodio altro non è che l'ennesima prova della stretta e imprescindibile correlazione intercorrente tra il mondo dei blogger (o come diavolo si chiamino, adesso che i blog sono fuori moda) e stampa. Quella bella vecchia stampa che i pestatori di tasti in rete continuano a sognare di sostituire con le notizie provenienti dal basso, con il giornalismo individuale e con la ricerca personale delle fonti e delle interpretazioni.
E invece niente, ecco che tutti cascano sempre in quel brutto vizio di prendere gli articoli di Repubblica e di scriverci sopra un pezzo, magari per dire che Repubblica fa schifo.
Il fatto è che il blogger, il quale spesso pensa di essere uno strafico giustiziere dei torti e un analista finissimo della realtà che Jack Ryan a lui gli fa una pippa, alla fin fine ha una vita di merda come quella di tutti gli altri: va al lavoro o allo studio, mangia un panino a mezzogiorno, la sera fa la spesa o va all'aperitivo e magari qualche volta esce per un cinemino o si tromba un travestito sui viali. Tutte cose belle e utili, per carità, ma assai poco interessanti per il resto del mondo.
E così il nostro blogger, che di suo fa una vita normale (e quindi abbastanza di merda, mediaticamente parlando) si attacca ai giornali e si beve avidamente tutto ciò che questi gli ammanniscono, perdendo financo quel minimo di senso critico che il normale lettore del Bar Sport mantiene.
Il normale impiegato delle poste, una volta vista la foto del ragazzotto che lancia un estintore, pensa «che pirla, a lanciare un estintore e farsi beccare», e poi se ne va a leggere le pagelle della Inter.
Il giornalista cerca di riempire quel lancio dell'estintore di significati reconditi, di scavare nell'intimità del giovine, nei turbamenti del padre, nel tessuto sociale del piccolo paese, negli studi compiuti e nei precedenti (precedenti?!?) per droga. Il giornalista ci ha delle pagine da riempire, e sa che questo tipo di cose appassiona il pubblico assai più della liberazione di un soldato rapito di cui non frega un cazzo a nessuno salvo che a Fiamma Nirenstein.
Il pubblico legge, si divaga, esattamente come si divaga quando legge delle avventure di Fabrizio Corona o risolve il Sudoku, dopodiché con il giornale ci va a incartare il pesce.
Il blogger no, lui non può disinteressarsi, deve dare il suo prezioso contributo, e ribadisce a pappagallo quello che hanno scritto quei giornali che segue in rete, cambiando qualche parola qua e là e offrendo il fondamentale contributo integrativo della propria storia personale: da quella volta che andò in manifestazione e si spararono i lacrimogeni, all'epico episodio della carica della polizia, che se lui non fosse stato più che furbo (era andato al bar a fare una partitina a Defender) l'avrebbero preso e arrestato.

Io vi dico come la penso: i vandali sono solo vandali, non terroristi. I giornali montano la vicenda perché questo fa vendere copie, e anche perché disegnare scenari apocalittici in questo momento serve agli editori simpatizzanti dell'una e dell'altra parte politica. La gente comune capisce che è tutto un parla-parla, commenta con un paio di battute a torna a preoccuparsi della scuola dei figli. Resta il blogger, imprigionato in questo meccanismo presenzialista, costretto a cucire interminabili tele di penelope per avere, anche oggi, l'occasione di fare un po' di accessi e di far rammentare del proprio esistere.

mercoledì 12 ottobre 2011

Una foto val più di mille parole

Gia qualche tempo addietro avevo espresso dei giudizi non pienamente lusinghieri su quei ragazzetti figli di papà che si fanno chiamare indignados e che hanno quale unico progetto per il loro agire l'andare in giro con la faccia coperta dalla maschera di un signore baffuto.
Questi giovini, che non sanno niente di credito, di debito, di economia e probabilmente neppure di calcio, hanno avuto oggi la bella pensata di andare a manifestare davanti alla Banca d'Italia per farsi dare un po' di mazzate e poter così sfoderare l'arma vincente di chi non ha nulla da proporre: il vittimismo gratuito.
E difatti la vittima è arrivata, in persona di una ragazzina che si è presa una manganellata o calcio nei denti e, povera lei!, si è spaccata il labbro: il che probabilmente dovrebbe dimostrare che la polizia di oggidì non ha nulla a che invidiare a quella cilena di Pinochet, nell'immaginario dei buffoni, mentre a me ricorda la luminosa figura di SCF, nota attivista del Fronte della Gioventù dei miei tempi, poi coniugata RDC, la quale era usa andare al mercato dei libri usati di Piazza Vetra di MLS e DP, con una maglietta con la croce celtica, per farsi rullare di cartoni e gridare alla sinistra violenta.
Ma, espressa la nostra umana solidarietà alla labbrolesa, soffermiamoci un secondo sulla fotografia che ritrae quei bei tomi davanti alla Banca d'Italia di Bologna, e che in altra foto vediamo addirittura portare in processione la statua di Santa Insolvenza e slogan quali «Not Our Debt».
Potremmo credere che sia gente che si pasce di parole quali "riduzioni dei consumi" "decrescita felice", "no al capitalismo", e probabilmente se ne pascono, come mi dice un amico che sa il castigliano e che mi assicura che il secondo cartello da sinistra, nella foto grande, ci esorta a considerare come il capitalismo non funzioni e che la vita sia altra cosa.
Ma come presentano le loro rivendicazioni, costoro? Non su un normale foglione di carta, come si faceva ai miei tempi, bensì sulla sagoma dell'oggetto più fighettisticamente capitalistico che ci sia: un telefonino al succo di mela.
L'unico che sembra aver mantenuto i piedi per terra è il primo figuro, quello che ha un normale tabellone bianco. Sul quale sta scritto: «NO al prestito d'onore».
Il quale prestito d'onore dev'essere una cosa ben cattiva, se l'indignato ci si intigna. Sarebbe bello che ci spiegasse anche il motivo della sua contrarietà, dato che a casa mia il prestito d'onore è quello che si dà, sulla sola parola, a chi non ha mezzi per studiare o aprire una piccola attività, né garanzie da offrire a un istituto finanziatore, e che consente a chi parte svantaggiato di risalire la scala sociale. Faticosamente, certo, ma meglio una scala mobile ferma che un'arrampicata sulla parete liscia.
Al manifestante questa cosa non devono avergliela spiegata: lui il prestito d'onore non l'ha chiesto e quindi non si è accattato l'iPhone, il che spiega perché mai il sua cartello sia più bruttino degli altri.

giovedì 6 ottobre 2011

Stare scomodo

Ieri ho pronunciato un discorso (che si dovrebbe chiamare elegia, ma io ho fatto lo scientifico) davanti ad alcuni amici e a una cassa.
Gli amici hanno ascoltato con viva attenzione e partecipazione, mentre la cassa se ne stava lì, a fare la cassa. Sono certo che tra gli amici ce ne erano alcuni profondamente convinti che il contenuto della cassa non esaurisse ciò che era stata colei che era l'oggetto del discorso. Forse (ma di questo non sono certo) ce ne erano alcuni altrettanto convinti che lei e il contenuto della cassa coincidessero perfettamente.

Credere è una grande fatica, ma anche una grande consolazione in certi momenti, quando senti il bisogno di dire ancora qualcosa a chi non può più sentirti: sapere che l'amore non finisce nel momento in cui si avvita il coperchio della cassa, o anche solo sapere che quel discorso è stato ascoltato non solo dagli amici vivi, ma anche da un residuo di colei per la quale ci eravamo riuniti, ecco questa cosa sarebbe di enorme conforto.
D'altro canto anche credere che la persona umana coincida con un numero spropositato di cellule interconnesse e di correnti elettriche che le circondano può essere altrettanto consolante: l'ateo convinto, quello che SA che Dio non esiste, non si fa tanti problemi. Con l'ultimo respiro tutto è finito, e poi saranno fatti altrui smazzarsi quel che resta. Chi se n'è andato non è nella cassa: non esiste più e quindi dal suo punto di vista è come se non fosse mai esistito: tutto ciò che ne resta sono dei collegamenti elettrici nel cervello di chi l'ha conosciuto, e dei rapporti giuridici da sistemare.

Sono, quella di chi crede e di chi nega, due certezze che sono parimenti atti di fede. E' atto di fede credere in un Dio buono e misericordioso (o anche in un Dio distante e vendicativo), ma è anche atto di fede credere che quel Dio non esista.
L'ateo razionalista confonde la ricerca di Dio con un processo penale: dato che nessuno può fornire la prova della Sua esistenza, ecco dimostrato che Dio non esiste. Ma questo argomento può funzionare, per l'appunto, in un processo penale, dove esiste il principio in dubio pro reo e dove in caso di mancato raggiungimento della prova si assolve.
Ma la vita e l'universo non sono un'aula di giustizia, il credente non è un imputato e l'esistenza di Dio non è una prova da raggiungere. Senza prendere esempi domestici e recenti, credo che quasi tutti coloro che leggono siano convinti che O.J. Simpson abbia ammazzato sua moglie, anche se non è stato possibile provarlo. E' un principio di civiltà giuridica ("meglio cento colpevoli fuori piuttosto che un innocente dentro") il fatto che egli sia stato assolto in mancanza di prova, ma la sostanza dei fatti è che la moglie l'ha ammazzata comunque.
Ridurre il problema dell'esistenza di Dio alla ricerca di una prova è sciocco, riduttivo ed arrogante: se veramente esiste un Dio onnipotente che non vuole farsi vedere, come fa un piccolo uomo a pretendere di stanarlo con le armi di una logica fallace (nel caso di Odifreddi la logica vien meno, e rimane solo il "fallace")?

Di contro, altrettanti dubbi vengono guardando l'altra faccia della medaglia. Ammettendo che esista un Dio infinitamente buono e potente, come diavolo è possibile che la sua bontà e potenza siano state utilizzate solo per far scrivere qualche libro sacro e per guarire alcuni ammalati? Perché, santo Cielo, con tutto quello che succede nel mondo, con tutte le guerre, i campi profughi, le sofferenze, le violenze e le povertà, la potenza di questo Essere si limita a far piangere qualche statua e togliere qualche Parkinson? Meglio allora pensare che Egli non agisca per nulla sul mondo; ma se non agisce ecco che la Sua infinita bontà non ha più ragion d'essere. Come è possibile che quel Dio infinitamente buono ci chieda di essere buoni e caritatevoli, di fare sacrifici e rinunce, e poi non alzi quel dito che potrebbe risolvere d'un colpo solo tutti i mali del mondo?
E però anche questa non è una prova della sua inesistenza, perché potrebbe essere che quello che noi crediamo male in realtà sia la nostra interpretazione fallace di qualcos'altro: il cane che viene portato dal veterinario pensa che quel signore voglia farlo soffrire, ma solo perché non ha gli strumenti cognitivi per comprendere che quel male è in realtà un bene.

Certo, l'ateo crede di partire da una posizione di vantaggio, dato che in assenza di qualunque prova dell'esistenza di Dio è più logico credere alla sua inesistenza, ma di contro egli è come un testimone che afferma che il semaforo era rosso quando 99 altri testimoni l'hanno visto verde. E' possibile che egli abbia ragione, ma se la stragrande maggioranza dell'umanità crede, be' allora la persona un minimo intelligente ha il dovere di porsi il dubbio di essere in torto: pensare di essere l'unico depositario del vero in un mondo di cretini è un atto perlomeno arrogante, e magari il daltonico sei tu, non gli altri 99 testimoni.

Ecco: in tutto ciò io sono lì, in mezzo. Ho pronunciato quel discorso con la speranza che il contenuto di quella cassa non esaurisse tutto ciò che lei era stata, ma è solo una speranza, non riesco a crederci.
E' un po' come avere in tasca un biglietto della lotteria: qualcuno per il fatto di aver quel biglietto si considera già ricco; qualcun altro conoscendo le probabilità di vittoria considera che il valore di quel biglietto sia nullo o quasi.
Io il biglietto ce l'ho, e non so cosa pensare se non che devo attendere l'estrazione; ma dato che l'estrazione avverrà il giorno in cui nella cassa ci sarò io, ecco che questa lunga attesa diventa insopportabile.

martedì 4 ottobre 2011

Dopo

Il post di questo pomeriggio mi è costato moltissimo.
Non a scriverlo: mi è venuto di getto, senza praticamente una correzione, salvo un presente nella prima parte che ho dovuto modificare dopo.
Il fatto è che da più di un anno quel post mi pesava dentro: sapevo che a un certo punto sarei stato di fronte alla scelta se tenerlo solo per me o pubblicarlo, e così per più un anno ho riflettuto su questo momento, che avrei vissuto davanti allo schermo: era un modo per pensare in modo meno crudo al momento che avrei vissuto ai piedi del letto.
Qualcuno potrà sdegnarsi perché un post su un blog non è il modo ortodosso per dare un certo tipo di annuncio: a costoro ho già risposto con il post di stamane che, come mi ha scritto una persona per nulla ignava, bensì molto discreta e che mi è stata vicino fin dall'inizio, era come una smentita arrivata prima del comunicato da smentire: come un neutrino, insomma.

Il peso vero l'ho portato perché quell'annuncio è nel mio stile, non nello stile di Mad: lei me lo avrebbe impedito con tutte le sue forze, ma io ho voluto farlo lo stesso.
La cosa prima o poi sarebbe comunque venuta fuori: anche un anno fa, quando Mad era stata in ospedale per due mesi, mi ero arrampicato sugli specchi per inventare qualche storia da raccontare a coloro che non l'avevano vista più scrivere sul coso.
Prima o poi se ne sarebbe parlato, magari travisando e tirando fuori un mare di sciocchezze, come tante altre volte abbiamo visto succedere. Meglio dirla tutta, quindi, subito.

Ci sono poi le manifestazioni d'affetto: ne ho ricevute tantissime, o meglio le ha ricevute lei per mio tramite. Un paio di persone le ho sentite al telefono, e piangevano come vitelli per una persona mai conosciuta; altri hanno scritto di aver pianto come vitelli, e sono certo che sia così.
Io, a mia volta, mi sono commosso profondamente leggendo alcuni dei tanti messaggi che ho ricevuto oggi: messaggi che dimostrano l'affetto, l'amicizia e l'amore (usiamola, questa parola, quando ci vuole) che molti di voi provavano e provano verso di lei e verso di me.
Credo che questa pienezza di sentimenti assolva la violenza che ho fatto a Mad nell'andare consapevolmente contro la sua volontà. Io non ho il dono della fede che lei aveva: ma se lei dovesse aver ragione, e se potesse leggere quello che ho letto io oggi, sono certo che mi perdonerebbe e che proverebbe una sincera gioia nel vedere quante persone le sono state vicino con il cuore: persone tutte verso le quali anche lei provava sentimenti fortissimi.

Sono certo che mi capirete se non ho risposto alle mail, ai DM e agli SMS: l'unica cosa che avrei potuto scrivere oggi sarebbe stata un insipido "grazie"; spero di avere il tempo, la voglia e anche un po' la forza di rispondere a ciascuno individualmente, ma ci vorrà un po'.
Alcuni mi hanno chiesto dei funerali: sono cose che si chiedono al momento, ma poi sappiamo che la vita, gli impegni e tutto quanto ci portano altrove; e poi in fondo basta il pensiero.
Sul serio: non c'è alcun bisogno che alcuno si senta obbligato a fare atto di presenza. Non serve a me, non serve a lei, non serve a voi.
So però per certo che qualcuno ci tiene davvero, al di là della frase di circostanza o dell'arroganza del bel gesto; so pure che qualcuno può aver buttato lì l'amo per educazione, ma magari si è già pentito: a questi ultimi voglio dire che li capisco perfettamente e che non mi riterrò minimamente offeso o deluso qualora nel frattempo ci avessero ripensato.
Dato che non posso distinguere tra i primi e i secondi, e dato che nel bailamme di oggi rischio di essermi perso qualcuno, prego tutti coloro che fossero fermamente intenzionati a venire di manifestarmi nuovamente (anche se l'hanno già fatto) o ex novo la propria intenzione con un DM, una mail, un piccione viaggiatore. A chi mi scriverà risponderò non appena avrò le coordinate precise: per ora posso solo dire che sarà mercoledì, probabilmente di mattina, dalle parti di via Washington.
Buonanotte, e grazie ancora.

lunedì 3 ottobre 2011

Due anni

Tutto cominciò due anni fa, nel modo più stupido che si possa immaginare.
Ebbi una discussione, per motivi tutto sommato futili, sul blog di una frequentatrice del socialcoso alla quale dovevo esser risultato molto antipatico. La cosa non meriterebbe di essere ricordata se non fosse che a seguito di quello scambio di contumelie M. mi scrisse un messaggio per rappresentarmi il suo punto di vista sull'argomento che aveva originato lo scambio d'opinioni.
Fino ad allora M. era stata solo un'altra socialcosista, una tipa un po' strana, molto riservata e che parlava di cose che per lo più non capivo, come moda e sfilate. Fino a quel momento i nostri rapporti si erano limitati a qualche battuta, e a una sua serrata critica alla qualità delle mie stoviglie.
Sapete come succedono queste cose: si inizia una corrispondenza telematica, che poi diventa telefonica. A un certo punto ci si incontra; e incontrare M. fu tutt'altro che facile, dato che lei era riservatissima. Ma tanto insistei che alla fine cedette, una sera di Sant'Ambrogio.
Il primo impatto non fu granché positivo, anche perché io al primo incontro non sono mai stato un granché. Persi tempo a parlare di cose mie, spesi qualche parola sull'altra socialcosista: e questa cosa M. me l'ha sempre rinfacciata, bonariamente.
Insomma: le cose andarono male, ma io insistei e insistei, e così il primo gennaio ci mettemmo insieme.
Dopo due settimane a casa di M. c'erano due spazzolini da denti.

Poco dopo M. cominciò a zoppicare, per uno strappo o qualcosa di simile. Lo strappo non guariva, ma M. aveva una paura fottuta dei dottori, e solo dopo qualche mese, imponendomi di forza, ottenni che si lasciasse visitare e fare una radiografia, da cui emerse che lo strappo non era uno strappo.
M. con i dottori non ci voleva nemmeno parlare, e così fui io a dirle questo, come fui io a dirle che si trattava di un tumore, e poi che quel tumore era maligno.
A luglio iniziarono le cure, ma oramai la cosa era andata così avanti che l'osso si ruppe, e gliene misero uno nuovo di pacca.
Io passavo gran parte del tempo in ospedale, grazie anche al fatto che mio figlio era in vacanza in montagna: lei era immobilizzata, e quindi io le leggevo le lettere demenziali di Veltroni e gli articoli lunari di Severgnini, tanto che ci divertimmo a scrivere delle finte lettere e dei finti articoli, litigando sulla scelta dell'espressione più colorita.
Pian pianino le cose andarono meglio, M. ricominciò a camminare, per quanto certo non corresse, e intanto faceva la terapia che avrebbe potuto iniziare assai prima.
Facevamo una vita molto casalinga, un po' per il suo carattere e un po' per i postumi dell'operazione alla gamba. Nel frattempo la terapia le aveva fatto perdere i capelli, ma lei non si fece mai vedere da me senza la parrucca, che teneva anche a letto e persino durante il giorno, quando era sola, per paura che entrassi in casa a sorpresa, come spesso facevo, e la vedessi in quello stato poco elegante.
Qualche tempo fa fummo invitati a una mangiata in campagna da un altro socialcosista: a M. sarebbe piaciuto partecipare, e oramai si era ristabilita abbastanza da poter viaggiare senza problemi. Alla fine decise di declinare l'invito, non volendo farsi vedere con la stampella e la parrucca, e temendo che qualche malalingua un giorno potesse prenderla in giro.
Ad agosto ci siamo fatti l'unica vera vacanza della nostra relazione: siamo andati a Gressoney, io, lei e il cagnone. Fu una settimana piacevolissima, anche se per la prima volta la nuova terapia le dava un po' di nausea.
Fu in montagna che cominciammo a vedere le puntate di Fringe, che la fidanzata di un altro socialcosista elegante le aveva consigliato, e che ci appassionò entrambi.

Una settimana fa stavamo vedendo una puntata della terza serie quando, malgrado il mio daltonismo, mi accorsi che gli occhi erano un po' giallastri. Lei, fedele al comportamento che aveva sempre tenuto, negò.
Martedì i medici dissero a me e a suo fratello che ormai c'erano poche settimane. A lei non lo dissero: avrebbero dovuto dirglielo proprio oggi, quando sarebbe dovuta tornare in ospedale, né noi potevamo farlo, né lo volevamo.
Venerdì mattina avrei dovuto partire per Budapest, per festeggiare i quarant'anni di amicizia con un mio compagno di giochi d'infanzia che ancor oggi è il mio miglior amico. Ero un po' tormentato non sapendo che fare: rimandare il viaggio sarebbe stato come dirle che stava molto più male di quanto credesse, e quindi decisi di partire.
Giovedì sera M. cucinò, litigammo perché io pretendevo di cenare con la tovaglia mentre lei preferiva le tovagliette all'americana, e come sempre vinsi io. Poi ci guardammo due puntate di Fringe della terza serie, e al momento di alzarsi dal divano M. mi chiese di aiutarla perché era stanca.
Fu un'ispirazione: la mattina dopo decisi di non partire e di passare il finesettimana con lei, forse l'ultimo in cui avremmo potuto stare sereni approfittando dell'ignoranza della sua condizione.  Poi sarebbero venuti i momenti difficili, la coscienza della fine; ma avremmo avuto tre giorni tutti per noi.
E difatti abbiamo passato tre giorni di coccole e abbracci.
Venerdì siamo arrivati alla terz'ultima puntata della terza serie, ma sabato sera M. non se la sentiva di finire le ultime due puntate, e preferì andare a letto, dov'è rimasta tutto ieri.

Ho iniziato a scrivere questo post dopo che il prete ha dato a M. l'estrema unzione: ero seduto a fianco a lei, con il PC in grembo, come abbiamo fatto per due anni.
Quando ho finito di scrivere "spazzolino da denti" ho alzato gli occhi, e M. era morta.
Adesso sto finendo di scrivere questo post: sicuramente lei non lo approverebbe, ma per tutto il tempo della nostra vita insieme la rete e le sue amicizie sono sempre state un elemento importante.
Così ho scritto il post in prima persona, raccontando di quello che io ho passato e provato, e ora premerò il tasto per pubblicarlo.

Questo è il mio blog

Questo è il mio blog, e su questo mio blog scrivo quello che voglio.
Non scrivo per attirare l'attenzione, non scrivo per avere traffico, né per guadagnar qualche centesimo risicato con squallide pubblicità, né per avere la mia foto sul giornale e spiegare quanto sono bravo e famoso e quanta gente mi adori. Scrivo per me, di ciò di cui sento il bisogno di scrivere.
Certe cose potranno apparire fastidiose, certi lettori potranno chiedersi se sia giusto o opportuno scrivere ciò che scrivo; ma io non scrivo per loro.
Chi desidera leggere qualcosa di rilassante può scegliere tra migliaia di blog con foto di gattini, cagnolini e lattanti. Chi desidera rispecchiarsi nelle proprie idee può scegliere tra centinaia di blog che spiegano che Berlusconi è il Male Assoluto e Beppe Grillo il Bene Supremo. Chi desidera leggere qualcosa di utile può scegliere tra decine di blog che spiegano come cucinare la pasta al burro e l'uovo al tegamino.

Non ve l'ha ordinato il dottore di leggere queste pagine. Lo schermo che state fissando non sono i Promessi Sposi, voi non siete uno studente di seconda liceo e non c'è nessun professore pelato che vi chiederà di riassumere quello che avete letto.
Se state leggendo queste righe è una scelta vostra, e lo sarà sempre: ogni volta che tornerete su queste pagine sarà una scelta vostra e soltanto vostra.
Se quel che leggete vi infastidice, prendetevela solo con voi stessi: i cretini siete voi, non sono io.

lunedì 26 settembre 2011

Senso delle proporzioni

La chiesa è contro il divorzio l'aborto le unioni omosessuali. la chiesa è quella che potrebbe farci morire attaccati a dei tubi. la chiesa punta a sminuire il ruolo della scuola pubblica in favore della scuola privata. la chiesa non paga le tasse. Che la chiesa sia ora critica nei confronti di Berlusconi non fa della  chiesa un'istituzione migliore.


venerdì 23 settembre 2011

Outing (seconda parte)

1. Teomondo Scrofalo
2. Felice Caccamo
3. Rambaldo Buttiglione
4. Ada Venzolato in De Martiris
5. Renato Baldi
6. Giuseppe Baiocchi detto Peppe
7. Benito Cerbottana
8. Peppino Capone
9. Armandino Girasole
10. Duca Lamberti

Sì, lo so, è una vera porcheria pubblicare i nomi di tutti questi omosessuali senza uno straccio di prova. E quand'anche ci fossero le prove sarebbe una porcheria pubblicarli senza il loro consenso. E magari qualche nome l'ho tirato pure fuori a caso per fare dieci, numero tondo. E molti di voi già si sono scandalizzati quando guegli altri stronzi hanno pubblicato l'altra lista.

Ma a me, che mi frega? Avete alzato la voce, non ve lo ricordate?

Trivio


Un bel dialogo, quello tra il Responsabile Scilipoti e il giornalista del TG3 Danilo Scarrone.
Quest'ultimo chiede chiede al primo: «Ha letto Standard & Poor?», frase che ha lo stesso livello di accuratezza logico-grammaticale di «Ha letto Banca Papolare di Misano?».
Scilipoti risponde: «no, non l'ho letto», utilizzando correttamente il maschile ritenendo forse trattarsi di un libro appena uscito (e comunque, nel dubbio sul genere del complemento, è corretto l'utilizzo del maschile).
Il giornalista, insinuante, chiede a Scilipoti se egli sappia cosa sia questo "Standard and Poor", esponendosi alla presa per il culo dell'interlocutore che lo prega di dargli l'agognata spiegazione. Lo Scarrone, tradendo l'origine siciliana, risponde «è unn'agenzzia di rrrrrAAting» (e qui cominciamo a comprendere: per il sedicente giornalista «agenzia» equivale a «notizia», e quindi è comprensibile che nella sua ottica miope si possa "leggere un'agenzia").
Il dialogo si chiude sull'immagine di Scilipoti che prende per il culo il giornalista, e questi così fesso da non accorgersene neppure.
Epic Win di Scilipoti, Fail di Scarrone, Epic Fail dello schiavetto di Repubblica che ripassa il tutto senza un briciolo di comprensione del testo, del contesto e del tono.

Trivio e quadrivio

Non è certo una novità che nella nostra formazione culturale (e non parlo solo dell'Italia, ma di tutto l'Occidente se non del mondo intiero) si ritenga molto più importante articolare correttamente un verbo che saper moltiplicare due numeri.
La stessa gente che alza il sopracciglio o addirittura [sviene] di fronte ad un «pò», ad un «qual'è» o addirittura di fronte ad un «ad un» non si fa nessun problema ad ammettere che non ha alcuna idea di quanto incida sul prezzo finale un aumento dell'IVA del 5%, quale quello avvenuto con l'ultima finanziaria; e, anzi, rivendica con orgoglio tale ignoranza.

Il Corriere della Sera, con un articolo firmato dalla Redazione online (chissà, magari lo stesso pivello, a dimostrazione che la nostra giornalista scientifica preferita ha lasciato degni epigoni in Via Solferino) oggi spara questa bella verità:
C'è la conferma ufficiale: la velocità della luce è stata superata. I neutrini sono più veloci della luce di circa 60 nanosecondi.
Sono quelle cose che fanno girare i cosiddetti non solo a chi abbia finito il liceo scientifico, ma persino a chi si sia limitato alla lettura di qualche Urania.
Chi scrive, sia pur online per una rubrica di (pseudo)scienza dovrebbe avere il buon gusto di conoscere l'ABC, esattamente come chi cura una rubrica di cultura cinese dovrebbe avere non dico una conoscenza madrelingua del mandarino, ma perlomeno essere in grado di distinguere un ideogramma cinese da uno coreano.
E non si dica che si tratta di un errore, un refuso, una distrazione.
Un giornalista può essere un pò stanco, e commettere un refuso. Ma qual'è il giornalista, o l'uomo della strada, che potrebbe permettersi di scrivere frasi come:
- Oggi ho trovato traffico: alla fine ho timbrato con tre chilometri di ritardo.
- Signo', so' venuti cinquanta secondi di trippa in più. Che faccio, lascio?
- E la benzina rincara di cinque kelvin per mole. Dove andremo a finire, signora mia?

giovedì 22 settembre 2011

I.G.E.

Che l'Adusbef non perda occasione per sollevare allarmi campati in aria lo sapevamo già; e quanto alla Federconsumatori ne ha già scritto lo Scorfano, e quindi io mi limito a rilevare che al loro sito manca solo un'allegra musichetta MIDI per godere di quel sapore retrò che fa tanto IE4 .
Non ci saremmo aspettati, tuttavia, che queste sedicenti associazioni riuscissero a trovare la sponda di un giornale abbastanza squalificato per prendere per vere le loro affermazioni; ma dato che si trattava di dar contro al governo per gli effetti della manovra economica, ecco che Repubblica subito ha risposto all'appello: al Direttore, al Fondatore e all'Editore non riesce proprio a entrare in mente che si potrebbe contrastare efficacemente Berlusconi anche solo scrivendo cose vere anziché infarcendo di cazzate ogni articolo.
Ecco quindi che ti salta fuori nella pagina dell'economia un pezzo che ci fa fare un salto all'indietro di quasi quarant'anni, riportandoci ai bei tempi di Ezio Vanoni, quando Berta filava e vigeva l'I.G.E. (Imposta Generale sulle Entrate), espressione di una economia quasi preindustriale nella quale ciascun passaggio produttivo era penalizzato dall'applicazione indiscriminata dell'imposta sull'intero prezzo.
Poi i modelli economici sono cambiati: si è passati dalla fabbrica totale, nella quale si facevano i telai, i cerchioni e le selle, a modelli produttivi in cui operatori specializzati fanno ciascuno un pezzo della lavorazione. Con molto ritardo rispetto all'evoluzione del sistema produttivo, nel 1973 nacque l'I.V.A., che come tutti sanno si "scarica", di talché anche se i passaggi produttivi sono uno, venti o duecento, alla fin fine l'effetto sul consumatore finale è il medesimo.
Ecco: Adusbef, Federconsumatori e Repubblica sono riusciti a riportarci ai tempi della fonovaligia Geloso; e noi consumatori e lettori siamo grati per questa bella divagazione proustiana.

martedì 20 settembre 2011

C'è molta crisi.

Questo qui è un vestitino in vetrina in via Montenapoleone.
C'è vicino il cartellino del prezzo, secondo il quale l'oggettino viene via per 12.700 euri.
So bene di essere un vecchio moralista che di certe cose non ne capisce nulla però, ecco, a me il vederlo mi ha fatto un po' girare i coglioni.


(ride)

Ringrazio Sir Squonk per essersi sobbarcato l'onere di leggere le trascrizioni di parte delle 100.000 intercettazioni che hanno riguardato il giro di donne del Presidente del Consiglio senza assopirsi (del resto egli soggre notoriamente di insonnia), e soprattutto per aver mantenuto un grado di attenzione sufficiente a notare quel (ride) che nei brogliacci segue la frase «perché vedi io a tempo perso faccio il primo ministro» e che la giornalista Sarzanini Fiorenza si è dimenticata di evidenziare, al pari dei titolisti dei vari quotidiani che hanno creduto opportuno riempire una decina abbondante di pagine copincollando verbali.

L'altro giorno avevo già fatto timidamente notare che per interpretare la frase: «vi scagionerò tutti» come indice di colpevolezza ci vuole una bella dose di sospensione del senso del ridicolo, o perlomeno una crassa ignoranza del vocabolario. Oggi non posso sottacere il fatto che essere chiamati a rispondere di una frase che non costituisce né prova alcun reato, detta nel corso di una conversazione privata con un conoscente, è cosa degna della Gestapo; e se la frase viene estrapolata da un contesto e viene evidenziata a caratteri di scatola, sottacendo il fatto che costituisse un motto di spirito, allora siamo nel campo della falsificazione bella e buona: più o meno dalle parti di quei poliziotti centramericani che ti ficcano la coca nelle tasche del giubbotto per fare un arresto in più.

domenica 18 settembre 2011

Ingegnere, risponda

Perché col Paese in crisi il Suo giornale dedica una dozzina abbondante di pagine al giorno a Lavitola e Tarantini e un paio scarse a a Trichet e Barroso?

sabato 17 settembre 2011

Parla con me

Io Parla con me l'o visto un paio di volte.
Una volta perché la sfatta conduttrice chiattona* intervistava un'amica mia.
L'altra volte perché avevo una febbre così alta da non riuscire ad alzarmi dal divano per prendere il telecomando e girare su Protestantesimo per farmi quattro risate in allegria.

In entrambe le occasioni mi sono annoiato mortalmente, e nella prima mi sono pure incazzato, perché di tutte le cose interessanti che so che la mia amica avrebbe potuto dire, manco una gli era stata chiesta.
Diciamo pure che non mi mancherà, ecco.

* spero che a nessuno di coloro che prendono in giro Brunetta e Berlusconi per i loro problemi di statura ed erettili possa venire in mente di contestare questa verità oggettiva.

venerdì 16 settembre 2011

Do the right thing

Torniamo ad occuparci di Beppe Severgnini e della sua iniziativa volta a rieducare i malandrini che parcheggiano dove non dovrebbero.
Se girate in rete, ma anche se vi limitate a guardare i commenti all'articolo del Corriere, troverete un gran dibattito sul contemperamento tra diritto alla privacy e diritto di cronaca (se poi avete lo stomaco troppo debole per i commenti del Corriere, potete limitarvi ai commenti da Mantellini, che rispecchiano le medesime posizioni ma con un maggior rispetto per l'ortografia).
tutte cose belle che tuttavia, come spesso accade, non centrano il bersaglio, anche se per comprenderne il motivo occorre un minimo di ragionamento (non vorrei che ciò spaventasse Severgnini, ma mi tranquillizzo pensando che comunque non sarà arrivato fin qua).
Cambiamo giornale, quindi, e andiamo su Repubblica, che ci racconta di quest'altra bella iniziativa del presidente di un'associazione di froci (absit iniuria verbis) che ha messo su un bel sito con il quale intende fare un po' di outing, vale a dire pubblicare a loro insaputa nomi e cognomi di 10 politici (per iniziare) che predicano in un modo e poi sotto le lenzuola razzolano in un altro.
Nel sito messo su da quel genio, che dev'essersi sentito un nuovo Assange de' noantri, si legge: «L’outing (termine che viene usato in modo sbagliato dai giornalisti italiani che sono in molti casi ignoranti e pigri) è uno strumento politico duro ma giusto». Anche qui due aggettivi che cercano di contemperarsi: duro e giusto; ma se sul duro non ci sono molti dubbi (salvo che taluno pensi che non sia "duro" l'effetto di veder pubblicato il proprio nome come ricchione quando si tiene famiglia), il "giusto" è tale solo perché l'ideatore dell'iniziativa la pensa così.

Proviamo a tirare le fila.
Che cosa hanno in comune tutte queste persone? Semplicemente, credono di essere nel giusto, e che coloro che non pensano come loro sbaglino. E, dato che loro hanno ragione e gli altri torto, ritengono di avere il diritto di fare ciò che a loro piace, senza preoccuparsi delle conseguenze delle loro azioni.
Ma, questo è il punto veramente importante, il problema non è di essere o meno nel giusto, bensì di saper valutare le conseguenze di ciò che si fa.
Severgnini paladino della giustizia. Mancuso paladino della giustizia. Assange paladino della giustizia. Aguirre paladino della giustizia. Peccato che per Severgnini, Mancuso, Assange e Aguirre il concetto di giustizia coincida con l'idea di giustizia che loro hanno in mente.
Devastati da un ego ipertrofico, tutti questi personaggi hanno perso la capacità di confrontare il proprio io con il mondo esterno, tal quali i bambini che fino ai tre-quattro anni pensano che l'intero mondo sia un'estensione di essi stessi e quindi al loro servizio.
Poi i bambini si scontrano con il principio di realtà, e comprendono che il mondo non è il loro volere; ma taluni non riescono a superare quella fase, e continuano a ritenersi unici, giusti e irripetibili.
Di solito poi diventano così:

o così:

 

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