Ier sera a Otto e Mezzo il neopresidente del Piemonte, Cota, richiesto di declinare la posizione della Lega sul tema delle intercettazioni, ha detto chiaramente che queste debbono rimanere uno strumento di indagine, ma dev'essere impedita la divulgazione sulla stampa di quanto intercettato.
Se la posizione di Cota corrisponde a quella della Lega intera, è questo un primo passo verso lo smantellamento di una delle riforme più pericolose dell'agenda politica del PresConsMin. Fare delle intercettazioni uno strumento di acquisizione della prova nei confronti di un colpevole già individuato avrebbe portato a una impunità di fatto per tutta quella lunga serie di reati che hanno nelle intercettazioni lo strumento principe d'indagine: in particolare reati finanziari e contro la pubblica amministrazione.
Almeno su questo punto, quindi, non possiamo che rallegrarci del successo elettorale della Lega e del conseguente accrescimento della sua sfera d'influenza sull'agenda del premier.
Quanto al fatto che debba essere contemperato il diritto di cronaca con il diritto alla riservatezza, è forse il caso di fare qualche ragionamento un po' più articolato rispetto al semplice monosillabo.
Partiamo da un dato di buon senso: ciascuno ha diritto a conversare con chi gli pare, e a riporre fiducia nel fatto che quanto egli dice rimanga privato. Rivelare il contenuto di una corrispondenza o di una conversazione di cui siano state parte altre persone è censurabile sotto il profilo penale, mentre rivelare a terzi il contenuto di una conversazione propria è semplicemente un gesto di cattiva educazione e di scarsa civiltà, non punito ma non per questo meno grave.
Ci sono però dei limiti a questo principio: è probabilmente giusto che venga pubblicata una conversazione in cui viene commesso o viene data prova di un reato, tipo la corruzione o la turbativa d'asta. E anche nell'ambito della vita di tutti i giorni, è pure giusto che chi in un determinato gruppo sociale si fa alfiere di una certa tesi, chessò la temperanza, possa essere rintuzzato con la pubblicazione, nell'ambito dello stesso gruppo sociale, di una propria comunicazione in cui mostra la propria ipocrisia: ad esempio una mail che dicesse "Che serata! Mi sono riempito come un otre... e non riuscivo neppure a reggermi in piedi".
Bisogna però stare attenti: perché se in taluni casi, come detto, può essere considerato socialmente accettabile pubblicare brani di conversazione privata, è certamente non etico pubblicare stralci di brani volutamente avulsi dal contesto. Se, ad esempio, il messaggio originale fosse stato il seguente: "Che serata! Mi sono riempito come un otre di frittelle e non riuscivo a reggermi in piedi per il mal di pancia", capite bene che il pubblicarne brani per crearsi un argomento ad hominem contro chi predicasse la temperanza sarebbe non solo maleducato, ma anche intellettualmente disonesto.
A volte poi la conoscenza del contesto cambia radicalmente il senso dello stesso identico messaggio. Un SMS tipo "ti prego! rispondi al telefono!" mette il mittente in una luce assai diversa, a seconda che questi sia un'adolescente brufolosa che importuna il più figo del liceo piuttosto che un quarantenne che due giorni prima è stato beccato in flagranza d'adulterio e scrive alla fidanzata ufficiale.
Se quindi in taluni casi può essere lecito -sia penalmente che eticamente- raccontare in pubblico i fatti e i detti degli altri, perlomeno dovrebbe sempre essere data la possibilità a chi viene messo in piazza di esplicitare il contesto e il paratesto: altrimenti si compie un atto che può essere a seconda dei casi disonesto o infantile, ma comunque pur sempre censurabile.
Poi, chi viene messo in piazza può sempre decidere di tenere per sé i motivi e i contesti, dato che in fondo non gli frega granché della considerazione di quel determinato gruppo sociale; ma questa dev'essere una sua libera scelta, e pertanto deve essere messo in condizione di esercitarla.
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giovedì 8 aprile 2010
mercoledì 6 gennaio 2010
Via Benedetto Craxi detto Bettino
Con il distacco di chi, tornato dalle vacanze, può legittimamente parlare di argomenti su cui tutti hanno già detto tutto e il contrario di tutto, voglio spendere anch'io i miei due soldini su Bettino Craxi.
Egli è stato una figura fondamentale per me, dal momento che ha dettato la linea, e poi governato il Paese in prima persona, proprio negli anni in cui sono cresciuto e mi sono formato una coscienza politica; e da questa osservazione, del tutto personale e soggettiva, è difficile prescindere. Lo storico deve oggettivizzare, ma oggi è la Befana e io sono ancora a letto, ove sono entrato assai tardi, assai stanco e assai felice: e quindi me ne frego dell'oggettivizzazione.
Quando penso a Craxi, mi vengono in mente due cose: la Crisi di Sigonella e il taglio della Scala Mobile. Per molti, sono entrambe due due cose ottime, da grande statista; per qualcuno, sono l'una ottima e l'una pessima: e io sono di quelli.
Poi, sì, c'è la corruzione, il tangentismo, il Matarèl e l'inaugurazione della Linea 3 a binario unico. Ma quello, secondo il mio infimo parere, era sistema: del quale egli era protagonista ma non attor unico, e di cui è divenuto, poi, unico capro espiatorio, sorta di Agnus populi qui tollit peccata Italiae.
P.S.: quello lì, come pure quella lì, insomma voi sapete di essere voi, hanno il mandato permanente a correggermi gli strafalcioni nelle lingue morte
Egli è stato una figura fondamentale per me, dal momento che ha dettato la linea, e poi governato il Paese in prima persona, proprio negli anni in cui sono cresciuto e mi sono formato una coscienza politica; e da questa osservazione, del tutto personale e soggettiva, è difficile prescindere. Lo storico deve oggettivizzare, ma oggi è la Befana e io sono ancora a letto, ove sono entrato assai tardi, assai stanco e assai felice: e quindi me ne frego dell'oggettivizzazione.
Quando penso a Craxi, mi vengono in mente due cose: la Crisi di Sigonella e il taglio della Scala Mobile. Per molti, sono entrambe due due cose ottime, da grande statista; per qualcuno, sono l'una ottima e l'una pessima: e io sono di quelli.
Poi, sì, c'è la corruzione, il tangentismo, il Matarèl e l'inaugurazione della Linea 3 a binario unico. Ma quello, secondo il mio infimo parere, era sistema: del quale egli era protagonista ma non attor unico, e di cui è divenuto, poi, unico capro espiatorio, sorta di Agnus populi qui tollit peccata Italiae.
P.S.: quello lì, come pure quella lì, insomma voi sapete di essere voi, hanno il mandato permanente a correggermi gli strafalcioni nelle lingue morte
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sabato 5 dicembre 2009
Anniversari
Proprio in questi giorni sono trent'anni giusti che mi innamoro. Mi era capitato anche alle medie e persino alle elementari di avere una qualche attrazione per una compagna di classe, e magari di desiderare di sposarla: ma l'innamoramento, quello fisico che comporta tutte quelle implicazioni che oggi do per scontate, lo sperimentai per la prima volta trent'anni fa.
Sono certo della data perché era il 1979: facevo la prima; sono anche certo del mese, vale a dire a metà tra novembre e dicembre, dato che quello è il periodo in cui si fanno le occupazioni: a gennaio infatti si avvicinava la fine del quadrimestre, e c'erano altre priorità che salvare il mondo.
Io ero un ragazzino un po' timido e di nessuna esperienza, e partecipavo a una cosa più grande di me (credo, ricostruendo a posteriori, che c'entrasse il ministro Valitutti quale causa efficiente: di certo non avevo idea del perché fosse giusto o sbagliato ciò che propugnava, e non mi interessava).
Lei si chiamava Caterina: era bionda, aveva i capelli corti, molto magra e dalla pelle molto chiara, un naso un po' aquilino e degli occhi azzurro-verdi, penetranti. Portava una giacca di renna, con le frange, un saffi (o come diavolo si chiamava, quella roba che portavano tutte, al tempo). Col senno di poi potrei dire che era emaciata e che non aveva scelto un buon deodorante: ma quando lei durante un collettivo si sdraiò sulle mie ginocchia, e cominciò ad accarezzarmi, non ci feci caso.
Mi innamorai, perdutamente come ci si innamora a quattordici anni: e la cosa durò settimane, benché lei già dopo un paio di giorni avesse smesso di sdraiarmisi in grembo e di accarezzarmi.
Con il tempo mi innamorai in un'infinità di modi: m'innamorai di un paio di occhi bistrati e di un nasino lentigginoso; di due labbra rosse e carnose sotto due zigomi pieni; della posizione un po' reclinata di una testa e di un sorriso imbronciato; di una posizione yoga su di una spiaggia greca; di due occhi troppo espressivi che parlavano un accento del sud; di una caricatura di Marilyn Monroe; di un profumo maschile sotto una cascata di ricci neri e di un'infinità di altre cose prive di senso, come privo di senso è in fondo l'innamorarsi.
Alcuni, di questi innamoramenti, sono stati ricambiati, per un giorno o per anni; altri si sono esauriti per consunzione, non ricevendo sufficiente alimento. Col tempo ho imparato a riconoscere i sintomi, a prevenire le situazioni più assurdamente strampalate limitandomi a cascare in quelle semplicemente strampalate.
E ho imparato anche ad essere duro fuori, sapendo che non avrei mai potuto esserlo dentro: a fingere, a dissimulare, a fare agli altri quel che non avrei voluto avessero fatto a me.
Sono passati trent'anni. La differenza rispetto ad allora è che oggi so scegliere quando ne valga la pena e quando no: ma quando ne vale la pena, abbasso tutti gli scudi e torno quel ragazzino nell'aula magna, con il piumino rosso e il cuore che batteva forte.
Sono certo della data perché era il 1979: facevo la prima; sono anche certo del mese, vale a dire a metà tra novembre e dicembre, dato che quello è il periodo in cui si fanno le occupazioni: a gennaio infatti si avvicinava la fine del quadrimestre, e c'erano altre priorità che salvare il mondo.
Io ero un ragazzino un po' timido e di nessuna esperienza, e partecipavo a una cosa più grande di me (credo, ricostruendo a posteriori, che c'entrasse il ministro Valitutti quale causa efficiente: di certo non avevo idea del perché fosse giusto o sbagliato ciò che propugnava, e non mi interessava).
Lei si chiamava Caterina: era bionda, aveva i capelli corti, molto magra e dalla pelle molto chiara, un naso un po' aquilino e degli occhi azzurro-verdi, penetranti. Portava una giacca di renna, con le frange, un saffi (o come diavolo si chiamava, quella roba che portavano tutte, al tempo). Col senno di poi potrei dire che era emaciata e che non aveva scelto un buon deodorante: ma quando lei durante un collettivo si sdraiò sulle mie ginocchia, e cominciò ad accarezzarmi, non ci feci caso.
Mi innamorai, perdutamente come ci si innamora a quattordici anni: e la cosa durò settimane, benché lei già dopo un paio di giorni avesse smesso di sdraiarmisi in grembo e di accarezzarmi.
Con il tempo mi innamorai in un'infinità di modi: m'innamorai di un paio di occhi bistrati e di un nasino lentigginoso; di due labbra rosse e carnose sotto due zigomi pieni; della posizione un po' reclinata di una testa e di un sorriso imbronciato; di una posizione yoga su di una spiaggia greca; di due occhi troppo espressivi che parlavano un accento del sud; di una caricatura di Marilyn Monroe; di un profumo maschile sotto una cascata di ricci neri e di un'infinità di altre cose prive di senso, come privo di senso è in fondo l'innamorarsi.
Alcuni, di questi innamoramenti, sono stati ricambiati, per un giorno o per anni; altri si sono esauriti per consunzione, non ricevendo sufficiente alimento. Col tempo ho imparato a riconoscere i sintomi, a prevenire le situazioni più assurdamente strampalate limitandomi a cascare in quelle semplicemente strampalate.
E ho imparato anche ad essere duro fuori, sapendo che non avrei mai potuto esserlo dentro: a fingere, a dissimulare, a fare agli altri quel che non avrei voluto avessero fatto a me.
Sono passati trent'anni. La differenza rispetto ad allora è che oggi so scegliere quando ne valga la pena e quando no: ma quando ne vale la pena, abbasso tutti gli scudi e torno quel ragazzino nell'aula magna, con il piumino rosso e il cuore che batteva forte.
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venerdì 20 novembre 2009
Tempi (mica tanto duri)
Potrei annoiarvi sulla relatività del tempo, le teorie degli universi paralleli, la Gestalt; e ho anche qualche competenza in materia di psicologia analitica, non per mio merito né per mia scelta, con cui potrei fiorire un discorso che al termine risulterebbe inutilmente complicato e mortalmente noioso.
Ed ho già detto quanto questa città possa essere brulla e morta, in certe occasioni; e magari solo il giorno o l'ora dopo, quando cominciavi a non sopportarla più, ti offra su di un piatto d'argento il pegno del suo riscatto, e ti faccia ricominciare ad amarla.
In effetti, a voler essere obiettivi, non è tanto la città: il fulcro sono le persone, le situazioni che si creano tra di esse, gli strumenti che hanno creato le situazioni, le condizioni che ti hanno permesso di accedere a quegli strumenti: alla fine in tutto questo gioco Milano conta ben poco.
Ma quando un giorno ti succede di passare un paio d'ore al termine delle quali ti accorgi di esserti dimenticato dello scorrere del tempo e di tutto il resto (la città, gli strumenti, le situazioni, le condizioni e giù giù, fino al motore immobile); allora devi pur ringraziare qualcuno: e dato che sei un tipo timido, ringrazi Milano.
Ed ho già detto quanto questa città possa essere brulla e morta, in certe occasioni; e magari solo il giorno o l'ora dopo, quando cominciavi a non sopportarla più, ti offra su di un piatto d'argento il pegno del suo riscatto, e ti faccia ricominciare ad amarla.
In effetti, a voler essere obiettivi, non è tanto la città: il fulcro sono le persone, le situazioni che si creano tra di esse, gli strumenti che hanno creato le situazioni, le condizioni che ti hanno permesso di accedere a quegli strumenti: alla fine in tutto questo gioco Milano conta ben poco.
Ma quando un giorno ti succede di passare un paio d'ore al termine delle quali ti accorgi di esserti dimenticato dello scorrere del tempo e di tutto il resto (la città, gli strumenti, le situazioni, le condizioni e giù giù, fino al motore immobile); allora devi pur ringraziare qualcuno: e dato che sei un tipo timido, ringrazi Milano.
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lunedì 16 novembre 2009
Multitasking
E' sempre difficile rendersi conto dei propri limiti: il proverbio della pagliuzza e della trave è una di quelle cose che bisognerebbe trasmettere ai bambini insieme al latte materno.
Certo, è facile vedere i difetti degli altri, dall'esterno: e a volte certi comportamenti ti fanno una rabbia dell'anima: non riesci a capacitarti che qualcuno possa essere tanto inconsapevole rispetto alle proprie azioni o alle proprie capacità.
Con gli anni impari a tue spese i tuoi limiti: ad esempio io, dopo aver bocciato tre volte la mia macchina in parcheggio rigando intere fiancate, ho capito che non riesco a parcheggiare e ascoltare la musica insieme. Ciò fa di me una persona diversamente normale, è vero, ma meglio questo che violentare le bambine, in fondo (non tanto meglio per i proprietari delle altre macchine, perlomeno finché non ho imparato a spegnere la radio). E non riesco neppure a lavorare ascoltando la musica, a scrivere ascoltando la musica e a fare l'amore ascoltando la musica (ciò fa sì che, nel complesso, io ascolti pochetta musica, salvo che quando cucino, ma solo robe che conosco già).
Non sono un multitasker, insomma, qualunque cosa ciò voglia dire: sono uno di quelli all'antica, che fa una cosa per volta, perché di cervello ne ha uno solo. In qualche occasione su FriendFeed ci si trova con un po' di amici e conoscenti a commentare in diretta certe trasmissioni televisive (i Floris, i Santoro): è richiesto un minimo di malizia biologica, nel senso che le orecchie debbono ascoltare la TV e occhi e dita guardare il PC e la tastiera: cosa che non sembra difficile, ma spesso mi accorgo che perdo del tutto il filo della trasmissione e di fatto la seguo tramite i commenti.
La fregatura è che i socialcosi, come vengono confidenzialmente chiamati, sono di quelle cose un po' carne e un po' pesce che non si sa mai bene come classificare: ci puoi esprimere un pensiero astratto all'universo mondo, come si faceva con l'attacchinaggio di manifesti sui muri del liceo, e ci puoi fare una conversazione a due, come ai tempi del "Mi pensi? ma quanto mi pensi?" che i veterani della rete ben ricorderanno, dato che Yvonne Sciò pubblicizzava la famigerata TUT.
C'è chi in questo blob contenutistico ci si muove bene, e riesce a fare contemporaneamente otto cose: chattare con tre persone diverse, seguire il flusso pubblico, guardare un telefilm e laccarsi le unghie. C'è chi, quando apre una chat (ocomediavolosichiama) crede di essere al telefono, o al tavolo di un ristorante apparecchiato per due.
A me è capitato solo una volta, nella vita, di andare a pranzo con una signorina la quale, mentre stava seduta con me, ha fatto cinque o sei telefonate, che non riguardavano né l'anziana madre ricoverata d'urgenza in unita coronarica (ci mancherebbe!) né l'allagamento del salotto a seguito dell'esondazione del Lambro (ci mancherebbe, di nuovo!) né question di lavoro (il che non sarebbe una scusa, comunque). E' stata forse l'unica volta nella mia vita in cui ho proposto di dividere il conto, alla fine.
Certo, dovrei rendermi conto che i socialcosi non sono ristoranti: ma forse sono ormai troppo anzYano, per queste cose.
Certo, è facile vedere i difetti degli altri, dall'esterno: e a volte certi comportamenti ti fanno una rabbia dell'anima: non riesci a capacitarti che qualcuno possa essere tanto inconsapevole rispetto alle proprie azioni o alle proprie capacità.
Con gli anni impari a tue spese i tuoi limiti: ad esempio io, dopo aver bocciato tre volte la mia macchina in parcheggio rigando intere fiancate, ho capito che non riesco a parcheggiare e ascoltare la musica insieme. Ciò fa di me una persona diversamente normale, è vero, ma meglio questo che violentare le bambine, in fondo (non tanto meglio per i proprietari delle altre macchine, perlomeno finché non ho imparato a spegnere la radio). E non riesco neppure a lavorare ascoltando la musica, a scrivere ascoltando la musica e a fare l'amore ascoltando la musica (ciò fa sì che, nel complesso, io ascolti pochetta musica, salvo che quando cucino, ma solo robe che conosco già).
Non sono un multitasker, insomma, qualunque cosa ciò voglia dire: sono uno di quelli all'antica, che fa una cosa per volta, perché di cervello ne ha uno solo. In qualche occasione su FriendFeed ci si trova con un po' di amici e conoscenti a commentare in diretta certe trasmissioni televisive (i Floris, i Santoro): è richiesto un minimo di malizia biologica, nel senso che le orecchie debbono ascoltare la TV e occhi e dita guardare il PC e la tastiera: cosa che non sembra difficile, ma spesso mi accorgo che perdo del tutto il filo della trasmissione e di fatto la seguo tramite i commenti.
La fregatura è che i socialcosi, come vengono confidenzialmente chiamati, sono di quelle cose un po' carne e un po' pesce che non si sa mai bene come classificare: ci puoi esprimere un pensiero astratto all'universo mondo, come si faceva con l'attacchinaggio di manifesti sui muri del liceo, e ci puoi fare una conversazione a due, come ai tempi del "Mi pensi? ma quanto mi pensi?" che i veterani della rete ben ricorderanno, dato che Yvonne Sciò pubblicizzava la famigerata TUT.
C'è chi in questo blob contenutistico ci si muove bene, e riesce a fare contemporaneamente otto cose: chattare con tre persone diverse, seguire il flusso pubblico, guardare un telefilm e laccarsi le unghie. C'è chi, quando apre una chat (ocomediavolosichiama) crede di essere al telefono, o al tavolo di un ristorante apparecchiato per due.
A me è capitato solo una volta, nella vita, di andare a pranzo con una signorina la quale, mentre stava seduta con me, ha fatto cinque o sei telefonate, che non riguardavano né l'anziana madre ricoverata d'urgenza in unita coronarica (ci mancherebbe!) né l'allagamento del salotto a seguito dell'esondazione del Lambro (ci mancherebbe, di nuovo!) né question di lavoro (il che non sarebbe una scusa, comunque). E' stata forse l'unica volta nella mia vita in cui ho proposto di dividere il conto, alla fine.
Certo, dovrei rendermi conto che i socialcosi non sono ristoranti: ma forse sono ormai troppo anzYano, per queste cose.
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sabato 14 novembre 2009
La Belle et le Bad Boy
Ci sono quelle mattine, che nel dormiveglia cominci ad avvertire dapprima nell'inconscio, e poi ahimè con piena coscienza, una sensazione che sale dallo stomaco, si intensifica, diviene un odore e infine un sapore. Sa di <LongIsland-MilanoTorino-Cosmopolitan-WhiteLady-Martini-Martini-Martini-Birretta[Birretta? Birretta! Doh!]-GewurtzTraminer-Gavi-Lambrusco[con la frittura, il Lambrusco, già]-Teroldego-Moscato-Sambuchino[Averna, what else?]-Fernettino-Fernettino-Sambuchino-Grappino-Limoncello[e dillo, che sei un cretino!]-MississippiMule-Stinger-Birretta[Doh!]>
E ad ogni nuova vampata di quella sensazione, tu rammenti ciascuno dei bicchieri, ciascuno dei sorsi, ciascuna goccia di ciascun sorso; ti penti, ti insulti e prometti di non farlo più, maimaimaimai più.
Poi monta il mal di testa: prendi un Brufen: ormai hai imparato la lezione. I sintomi passano e dopo una ventina di minuti, bel bello, riesci ad alzarti portandoti dentro solo il divertimento della sera prima, in una giornata che volge al bello.
Ci sono quelle altre mattine, che nel dormiveglia cominci ad avvertire dapprima un senso di vago disagio, come se avessi una sensazione di aver fatto qualcosa di male, ma non sai bene cosa possa mai essere, quella sciocchezza che hai commesso, finché i contorni del problema cominciano a delineartisi con più chiarezza, e rammenti di aver scritto delle cose, provocando e rispondendo a provocazioni.
E ti ripassa nella memoria ciascuna frase, ciascuna proposizione e ciascuna parola; ti penti, t'insulti, ti dai del cretino.
Vai a rileggere poi, abbattuto, e ti rendi conto di quanto tu possa essere apparso idiota e fanfarone; e inetto nel non cogliere significati e nel non riuscirne a trasmetterne.
Ti rendi conto che forse forse sarebbe ora che ti comperassi uno di quei manuali galanti per facilitare il dialogo tra gli uomini e le donne d'oggi: tipo quello della Blasi*, per dire (certo, anche la Soncini* ha scritto qualcosa, ma quello è un'altro campionato, e non potrai mai arrivare a capirci dentro nulla: è troppo intelligente e sofisticato per te, che sei un ragazzo di campagna ed ogni tanto sbagli gli apostrofi** e scrivi faccine :-((()
Ti rileggi, ti turbi, ti penti, ti maledici. Poi a un tratto, verso il fondo, trovi scritto «ok, andata»: ti accorgi che per quanto banale, scontato e presuntuoso tu sia stato, alla fine le cose non sono andate per niente male, anzi! E se ti rileggi una seconda volta ti convinci anche che prima di arrivarci, a quell'«ok, andata» che hai anelato e per il quale hai speso le tue energie, sei anche riuscito a segnare un paio di punticini, assolvendo un compito tutt'altro che banale con un'interlocutrice mille volte più smaliziata di te, che ora ti senti un po' meno ragazzo di campagna (ma lo sei, rammentalo sempre: non montarti la testa!)
Ti viene in mente di rileggere un pensiero che avevi scritto poche ore prima e concludi, sbalordito, che ogni tanto ci pigli. Sei ancora un discreto giocatore, ti hanno ammesso al tavolo; ora devi vincere.
La giornata volge al bello.
* nessuna scrittrice è stata maltrattata nella produzione di questo post.
** fa pendant con «un'altro campionato». spiegare le battute, uff.
E ad ogni nuova vampata di quella sensazione, tu rammenti ciascuno dei bicchieri, ciascuno dei sorsi, ciascuna goccia di ciascun sorso; ti penti, ti insulti e prometti di non farlo più, maimaimaimai più.
Poi monta il mal di testa: prendi un Brufen: ormai hai imparato la lezione. I sintomi passano e dopo una ventina di minuti, bel bello, riesci ad alzarti portandoti dentro solo il divertimento della sera prima, in una giornata che volge al bello.
Ci sono quelle altre mattine, che nel dormiveglia cominci ad avvertire dapprima un senso di vago disagio, come se avessi una sensazione di aver fatto qualcosa di male, ma non sai bene cosa possa mai essere, quella sciocchezza che hai commesso, finché i contorni del problema cominciano a delineartisi con più chiarezza, e rammenti di aver scritto delle cose, provocando e rispondendo a provocazioni.
E ti ripassa nella memoria ciascuna frase, ciascuna proposizione e ciascuna parola; ti penti, t'insulti, ti dai del cretino.
Vai a rileggere poi, abbattuto, e ti rendi conto di quanto tu possa essere apparso idiota e fanfarone; e inetto nel non cogliere significati e nel non riuscirne a trasmetterne.
Ti rendi conto che forse forse sarebbe ora che ti comperassi uno di quei manuali galanti per facilitare il dialogo tra gli uomini e le donne d'oggi: tipo quello della Blasi*, per dire (certo, anche la Soncini* ha scritto qualcosa, ma quello è un'altro campionato, e non potrai mai arrivare a capirci dentro nulla: è troppo intelligente e sofisticato per te, che sei un ragazzo di campagna ed ogni tanto sbagli gli apostrofi** e scrivi faccine :-((()
Ti rileggi, ti turbi, ti penti, ti maledici. Poi a un tratto, verso il fondo, trovi scritto «ok, andata»: ti accorgi che per quanto banale, scontato e presuntuoso tu sia stato, alla fine le cose non sono andate per niente male, anzi! E se ti rileggi una seconda volta ti convinci anche che prima di arrivarci, a quell'«ok, andata» che hai anelato e per il quale hai speso le tue energie, sei anche riuscito a segnare un paio di punticini, assolvendo un compito tutt'altro che banale con un'interlocutrice mille volte più smaliziata di te, che ora ti senti un po' meno ragazzo di campagna (ma lo sei, rammentalo sempre: non montarti la testa!)
Ti viene in mente di rileggere un pensiero che avevi scritto poche ore prima e concludi, sbalordito, che ogni tanto ci pigli. Sei ancora un discreto giocatore, ti hanno ammesso al tavolo; ora devi vincere.
La giornata volge al bello.
* nessuna scrittrice è stata maltrattata nella produzione di questo post.
** fa pendant con «un'altro campionato». spiegare le battute, uff.
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