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lunedì 11 giugno 2012

Napoletoni

Loretta Napoleoni è una di quelle figure che vanno di moda oggi: una persona che ha prodotto dei lavori molto importanti su uno specifico tema (nello specifico, il riciclaggio), e che in forza di ciò è divenuta una sorta di guru dell'economia, interrogabile su tutto e da tutti; i quali tutti spesso dimenticano che abita a Londra e non a Delfi.
Qui sotto c'è il video di un'intervista rilasciata a Vloganza (un'altra storia un po' triste e un po' allegra, ma non divaghiamo) dove la nota economista spiega -alla vigilia della caduta del governo Berlusconi- che l'Italia avrebbe dovuto uscire dall'Euro e dichiarare default. si tratta di una tesi nota, propalata anche da gianrobertogrillo(tm), al quale la Napoleoni non a caso ha dimostrato d'esser assai vicina, specie a seguito del successo di M5S a Parma.


Qui invece c'è un ingegnere che spiega, con parole comprensibili perfino a un grillino, perché il default pilotato e la svalutazione competitiva siano immense cazzate.
E voi a chi credete: all'economista o all'ingegnere?

mercoledì 26 agosto 2009

TK e WV

TK e WV non sono gli ultimi ritrovati di qualche oscuro guru statunitense per sottrarre tempo alla nostra produttività, sulla falsariga di FF, FB e via discorrendo.

TK è Ted Kennedy: tutti i telegiornali e i quotidiani online ne stanno parlando e domani potremo leggere anche i coccodrilli stampati nero su bianco.
Io non ho nulla da dire, ma mi ha colpito -e commosso- quanto ha scritto Krugman sul suo blog, che mi limito a copincollare qui, senza ulteriori commenti
I don’t have much to say, except a personal thought. I remember the days, several decades ago, when Ted Kennedy was treated — mainly, but not only, on the right — as a figure of derision. He was mocked for his appearance, his personal life, his unabashed liberalism.
And now he’s remembered as a great man. The thing is, he didn’t change — he always was.

Veniamo a WV. Sapete bene quale sia la mia opinione sul personaggio: e per questo farete un balzo sulla sedia quando vi dirò che oggi ho letto una cosa che me l'ha fatto risultare simpatico.
Sembra incredibile, lo so; e se aggiungo che ciò avviene in contemporanea con la pubblicazione del nuovo romanzo (vabbe', romanzo si fa per dire, ovviamente) il vostro stupore aumenterà. In quest'impresa impossibile è riuscito Antonio Polito, con un articolo sul Riformista dal titolo Il Noi di Veltroni e il Super-Ego di Berlusconi, che vi consiglio caldamente di leggere se anche voi volete passare un momento di serenità o meditate, chessò, un viaggio in Africa.

mercoledì 22 aprile 2009

C'è crisi, c'è grande crisi (precisazione /2)

Scorfano mi odierà perché non solo gli ho fatto andare di traverso la cena di ieri, ma mi ripeto anche oggi.
Rammentate che vi ho raccontato che Citigroup ha fatto un botto di utili perché il mercato pensa che sia a rischio di fallimento?
Bene: non so se c'entri il principio di conservazione dell'energia o qualcosa sull'entropia: sta di fatto che tutte le medaglie hanno due facce.

Morgan Stanley ha presentato una trimestrale che riporta perdite per 177 milioni di dollari. Perdite dovute al fatto che il suo rischio di insolvenza è diminuito. E forse la diminuzione è dovuta al fatto che l'anno scorso aveva avuto un utile di un miliardo di dollari dovuto al fatto che il suo rischio di insolvenza era aumentato?
(potete anche leggere questo Krugman intitolato: Alice in financeland)

Notizie che non lo erano

Io sono un affezionato lettore di Paul Krugman, e talvolta mi dimentico che sia un economista americano, dato che su molte cose la pensa come il bancario lombardo che c'è da quest'altra parte dello schermo.
Non ho potuto fare a meno di ricordarmene oggi, rendendomi conto che perfino uno dei più acerrimi critici dell'amministrazione Bush sembra accorgersi solo ora del fatto che l'11 settembre è servito come pretesto per attaccare l'Irak.
Condivido comunque lo scandalo, per quanto un po' in ritardo, per quello che lui efficacemente riassume così:
Let’s say this slowly: the Bush administration wanted to use 9/11 as a pretext to invade Iraq, even though Iraq had nothing to do with 9/11. So it tortured people to make them confess to the nonexistent link.
There’s a word for this: it’s evil.

lunedì 30 marzo 2009

Banana republic

Visto che siamo in tema di letture impegnate, sul numero di maggio 2009 (sì, lo so che siamo in marzo, ma così va il mondo) di Atlantic ci sarà un articolo di Simon Johnson sulla crisi finanziaria e i piani del governo Obama per superarla.
L'articolo è molto interessante e non molto tecnico, per cui alla portata di chiunque, e -stringendo e semplificando all'osso, voi mi perdonerete- in pratica dice che bisognerebbe perndere un po' di management delle banche e mandarlo a casa, nazionalizzare le banche stesse per ripristinare la fiducia nella solvibilità, e con essa il funzionamento del mercato; dopodiché si potranno anche rivendere le banche così risanate per non tenerle in mano pubblica.

E' un concetto, quello della nazionalizzazione, che non può essere preso neppure in considerazione, negli USA. Io ne parlavo in fondo a questo post, in una digressione stizzita che mi sono permesso nel mentre raccontavo del funzionamento dei Tremonti Bond; ma certo non conto granché.
Ne parla da tempo anche Krugman, che ha evidenziato le criticità del piano Geithner prima ancora che venisse reso pubblico, e che proprio per tale sua posizione ipercritica ormai è considerato alla stregua di un inguaribile comunista (se ne è accorto perfino Sofri giovane, leggendo Newsweek). E se andate a vedere un po' di articoli vecchi tratti da quei siti che sulla colonna qui, a destra, sono marcati come "Economie", probabilmente vedrete che è da qualche mese, che se ne parla.

Ma la cosa veramente interessante è che Simon Johnson non è Krugman o un altro professore universitario, chiuso nella torre d'avorio della sua cattedra, o perlomeno non è solo quello. E' stato capo economista del Fondo Monetario Internazionale, vale a dire di quella istituzione che è l'espressione più pura e dura del neoliberismo d'assalto.
L'FMI (o IMF in acronimo inglese) è quell'ente che arriva nei paesi del terzo mondo (e non solo del terzo) disastrati, tipo Argentina, per intenderci, e impone la svendita di tutto il patrimonio pubblico, il taglio ai diritti dei lavoratori e alle pensioni dei pensionati, il rincaro dei servizi e la abolizione della sanità pubblica, per dire. Gente con le palle, insomma, che non guardano in faccia nessuno.
bene: Johnson dice, papale papale, che se gli USA non fossero gli USA, l'FMI imporrebbe la nazionalizzazione delle banche:
The challenges the United States faces are familiar territory to the people at the IMF. If you hid the name of the country and just showed them the numbers, there is no doubt what old IMF hands would say: nationalize troubled banks and break them up as necessary.
E' un punto di vista interessante, da prendere in considerazione seriamente. E per inciso ci dà anche la sensazione della differenza tra la situazione del mercato finanziario americano ed europeo, ed anche se vogliamo delle differenze tra Europa e Italia.
In Europa, infatti, sono state fatte delle nazionalizzazioni, negli scorsi mesi, senza pensarci su troppo (Fortis, per dirne una, e così varie banche inglesi), mentre negli USA non se ne riesce neppure a parlare pubblicamente, e ci si incentra sul problema del bonus ai dirigenti, come se quelli fossero i problemi!
In Italia, a Dio piacendo, il problema proprio non si pone: che sia perché, come dice Tremonti, i banchieri non sanno l'inglese, oppure (come più probabile) perché la Vigilanza di Banca d'Italia è composta da gente che sa fare il suo mestiere (e difatti Tremonti vorrebbe togliere queste persone e mettere in campo i prefetti), sta di fatto che in Italia le Banche hanno la febbre, ma non rischiano certo la pelle.
E' per questo che lo strumento dei Tremonti Bond è più che sufficiente per fronteggiare la situazione attuale: questo a Tremonti gli va riconosciuto; ma bisogna anche tener presente che la sua soluzione ha dovuto fronteggiare un problema di vari ordini di grandezza minore di quello che hanno dovuto fronteggiare i suoi omologhi nel resto del mondo: e ciò non certo per merito suo.

martedì 24 marzo 2009

Bycycle shed /2

Il titolo di questo post (che è la continuazione di questo) si riferisce al principio organizzativo definito da Cyril Northcote Parkinson secondo il quale gli assuntori di decisioni complesse si perdono nella discussione di particolari senza importanza e anzi prestano un'attenzione inversamente proporzionale alla dimensione del problema.
L'esempio è quello di un consiglio d'amministrazione che deve deliberare sulla costruzione di una centrale nucleare e di un riparo per le biciclette in cortile. Molto probabilmente sulla centrale nucleare non si farà altro che approvare il progetto presentato, dato che nessuno attorno a quel tavolo ha la benché minima competenza per dare un benché minimo contributo, mentre sul riparo molti potranno prendere la parola per dire quale sia il colore migliore, la forma o il materiale: perché si tratta di un argomento alla portata di chiunque.

Se ne parlava qualche giorno fa a proposito dei bonus ai dirigenti di AIG: 160 o 200 milioni di dollari, che sono una briciola rispetto ai 160 miliardi di dollari erogati ad AIG per pagare le proprie obbligazioni.
Oggi tutti i giornali parlano del piano Geithner come di una panacea che dovrebbe tirare fuori il mondo dalla crisi: fa eccezione il solito Krugman, ma lui è uno che vede sempre il bicchiere mezzo vuoto, quandi non conta.

In realtà andando a vedere bene il piano, si tratta di un formidabile contributo fornito dall'amminnistrazione Obama agli speculatori finanziari e alle banche che hanno assunto rischi incontrollati. In altre parole: un mezzo per:
a) far arricchire un po' di squali e
b) distorcere il meccanismo della concorrenza trasferendo risorse dai banchieri prudenti ai banchieri imprudenti, lasciando questi ultimi al loro posto.


Purtroppo non ho il tempo per sviluppare questi concetti (oggi DEVO proprio lavorare), e quindi mi limito a lasciare un po di link qui, qui (questo sembra molto tecnico ma è comprensibile anche al profano), qui; e a fare una sola considerazione, vale a dire che i privati, nel piano:
- mettono il 7,5% dei denari;
- prendono il 50% degli utili;
- hanno il 100% del controllo delle società che verranno create.

Badate bene: non sto dicendo che la strada presa sia sbagliata: non ho la pretesa di insegnare al governo USA cosa deve fare: è possibile, e forse addirittura probabile, che il piano di Tim Geithner sia l'unico praticabile (anche se Krugman, che comunque ha vinto un Nobel e quindi un po' più di autorità ce l'ha, così non crede; ma lui in fondo in fondo è un comunista mancato :-))).
Sto dicendo semplicemente che è un piano che presenta delle fortissime criticità, non tanto dal punto di vista delle probabilità di successo (non è di ciò che discutiamo), quanto dal punto di vista etico. Se far arricchire degli speculatori è l'unico modo di salvare l'economia americana, ben venga; ma sia chiaro che si stanno facendo arricchire degli speculatori. E le cifre messe in campo sono di tre o addirittura quattro ordini di grandezza superiori a quelle dei bonus AIG.
Solo che a criticare i bonus sono capaci tutti, perché è qualcosa di immediatamente percettibile; mentre a capire il piano ci vuole studio e fatica.

mercoledì 11 marzo 2009

Questo pazzo pazzo mondo

Leggo non senza sorpresa dal blog di Krugman che il prezzo dei CDS sul debito pubblico USA ha raggiunto i 100 BPS (cioè l'1%).

Senza farla tanto lunga, i CDS sono dei derivati assimilabili ad assicurazioni sui crediti (e sono anche uno dei principali motivi per cui il colosso AIG sta messo male come sta messo).
Il meccanismo è semplicissimo: io avanzo dei soldi da qualcuno, ma temo che possa fallire: mi assicuro pagando una certa percentuale del mio credito a un'assicurazione (o un'istituzione finanziaria), che mi pagherà lei nel caso in cui il mio debitore non lo faccia.

Dire che i CDS sul debito USA hanno raggiunto i 100 BPS vuol dire che un signore che possiede un milione di dollari di titoli di stato federali può assicurarsi per 10.000 dollari (l'1%) contro il rischio che i titoli non vengano onorati dal governo federale.
Avete capito qual è il fatto sorprendente?

S

P

O

I

L

E

R

E' che il giorno in cui il governo USA dovesse smettere di pagare i titoli di stato, non è neppur lontanamente immaginabile che qualunque istituzione finanziaria possa davvero pensare di onorare i CDS emessi. Saremmo in un mondo completamente diverso dall'attuale, con nuove regole, probabilmente basate sull'uso delle clave, dell'arco e della freccia; e delle tute antiradiazioni per i fortunati che ne hanno potuto venire in possesso per tempo.

Come icasticamente ha sottolineato Nassim Taleb, i CDS sono un po' come un'assicurazione contro l'affondamento del Titanic venduta da un assicuratore che viaggia sul Titanic; e in questo caso il Titanic sarebbe l'intero sistema economico mondiale.

Dopodiché, nei commenti al post di Krugman ci sono delle belle spiegazioni su come il formalismo della matematica finanziaria giustifichi il fiorire di un mercato dei CDS sul debito USA; ma questa è solo la dimostrazione che la matematica finanziaria non ha più alcuna aderenza con la realtà che ci circonda.

giovedì 11 dicembre 2008

Sapore d'Europa

Il solito Krugman segnala e spiega il contenuto di un'intervista di Newsweek al ministro delle finanze tedesco, Herr Steinbrück.
Vero è che Krugman tende per sua natura al pessimismo, ma il pezzo è da leggere perché spiega, con la consueta chiarezza, quanto la posizione tedesca, contraria a una politica di incentivi pubblici, sia nefasta.
In estrema sintesi, il concetto è che ormai la politica monetaria non ha alcuno strumento per agevolare l'uscita dalla crisi, dato che i tassi di interesse sono ormai prossimi allo zero (in USA) o stanno per raggiungere lo zero (in Europa): ciò significa che l'unica leva che rimane è quella fiscale.
Ma l'integrazione delle economie europee fa sì che, in mancanza di un coordinamento tra tutti gli attori, una politica espansionista adottata da un paese andrebbe a diluirsi in buona parte (Krugman stima il 40%) verso gli altri paesi, vanificando l'effetto moltiplicatore della politica espansiva.

In effetti ci sono altre due variabili che Krugman non cita e forse, con i suoi occhi da statunitense, non riesce neppure a cogliere appieno.
La prima è la circostanza che l'unione europea assomiglia molto più a un condominio che ad una federazione di stati, e quindi nessuno andrebbe a investire una lira sapendo che qualche centesimo potrebbe andare a vantaggio del vicino (specie se il vicino in questione si chiama Germania, perché se fosse il Lussemburgo, ovviamente, se ne fregherebbero tutti). Il problema quindi non è la diluizione dell'effetto moltiplicatore, bensì la sindrome del portoghese.
La seconda è che non è del tutto vero che i tassi reali in Europa stanno tendendo allo zero, e questo per effetto della politica non più miope bensì cieca della BCE, istituzione tecnocratica se mai ne sia esistita una, che libera di non dover rispondere ad alcun potere politico delle proprie azioni continua a allargare i cordoni della borsa molto meno di quanto sarebbe necessario. E' vero che il problema sta nel manico, dato che il mandato della BCE è istituzionalmente solo quello di controllare l'inflazione, e non vi è dubbio che ci sia riuscita, dato che andiamo verso un'inflazione negativa.

domenica 30 novembre 2008

Comprendere la realtà

"It is difficult to get a man to understand something, when his salary depends upon his not understanding it!"
(Upton Sinclair, via Krugman)

venerdì 7 novembre 2008

Un'iniezione di ottimismo

No, non c'entra nulla con il post qui sotto.
Questo è Krugman:
The unemployment rate has now risen more than 2 percentage points from its pre-recession low. In 1990-1992 the unemployment rate rose 2.6 percentage points. Given what’s happening to retail sales, manufacturing, and so on, it’s now a certainty that unemployment has a lot further to rise. So the “worst recession in 25 years” thing is now baked in. The only question is whether we hit “worst slump since the Great Depression” territory.

martedì 14 ottobre 2008

Miseria e Nobeltà

E' ammirevole l'understatment con il quale Paul Krugman ha comunicato sul suo blog di aver vinto il premio Nobel:
An interesting morning
A funny thing happened to me this morning …
ma potrebbe trattarsi solo di un vezzo, direte voi.

Ci facciamo un'idea ulteriore del personaggio leggendo l'autobiografia -peraltro risalente al 1992 e quindi scritta in tempi non sospetti- postata il giorno dopo, nella quale Krugman mantiene uno stile distaccato e pacato, come davanti a un caminetto:
I have a self-serving theory: interesting ideas have very little to do with interesting life experiences. According to this theory a person who has grown up in eight countries and speaks five languages, who has taken a dogsled across Siberia and a raft down the Amazon, is no more likely to have a deep insight into social science than someone who grew up in a safe middle-class suburb reading science-fiction novels.

Anche passaggi forti, che varrebbero pagine di riflessioni e potrebbero risultare forieri di polemiche annose, vengono risolti con una levità che lascia sbalorditi:
In particular, my experience in a country in which it was a major challenge even to decide whether output was rising or falling gave me a lasting allergy to models that tell you that a potentially useful policy exists without giving you any way to determine what that policy is.

Confrontiamo ora questo stile con quello di Giuliano Ferrara, che oggi sul suo giornale non solo rosica
Il Nobel comminato al genietto che scrive sempre il contrario di quello che pensiamo noi
ma sembra proprio perdere il controllo delle dita sulla tastiera e, non si sa se per far bella figura con un fiorito parlottio, o proprio per eccesso di rabbia, scempia periodi che richiedono lunghi minuti di riflessione per tranne un fantasma di significato come:
La verità di noi liberisti assassini è che la finanza impazzita, nata nell’era clintoniana e bipartisan della bolla della new economy, del denaro facile e della deregolamentazione spinta dei mercati, è il prodotto di un’utopia socialglobalista: tutti ricchi e tutti proprietari nella sterminata classe media. Invece l’economia reale dell’era supply side, dove è stata sostenuta dai tagli fiscali, ha retto e ha prodotto la ricchezza produttiva e tecnologica immensa che il mondo oggi non sa dove mettere per eccesso di sfiducia. E per quel tratto ciclico dell’economia di mercato, ansiosa di un periodo di recessione come il corpo umano di un periodo di riposo (lo ha scritto il magico professor Forte, su questo giornale). Ma gli americani dicono che ciascuno ha diritto alle proprie opinioni, non ai fatti. Perciò, con i fatti che corrono, noi meritiamo oggi un posto d’osservazione dietro la lavagna, mentre a Krugman tocca il peso del Nobel.
Il processo di bertinottizzazione avanza rapidissimo.

A proposito: non sarà che anche Citati (via Sofri) stia rosicando?

lunedì 13 ottobre 2008

Notizie che fanno bene /2

Il Nobel a Paul Krugman è una splendida notizia. Il suo blog ha l'unico difetto di contenere tanta, tantissima roba: troppa, per uno che deve anche lavorare, ogni tanto.

 

legalese
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