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martedì 14 dicembre 2010
venerdì 29 gennaio 2010
C'è crisi, c'è grande crisi /7
Con il mestiere che faccio, non è che possa essere sempre ottimista. Tutti i fascicoli che arrivano sulla mia scrivania sono altrettanti attestati di imprese che non ce l'hanno fatta: riusciranno a salvarsi sull'orlo del precipizio, anche grazie a me, o non riusciranno a frenare in tempo e allora sarò io a dare loro l'ultima spintarella per mandarli giù nel burrone.
Capite bene quindi che la mia visione del mondo, con riferimento alla salute del sistema economico, è un po' distorta: come può esserlo per un regista di porno con cani e cavalli l'idea del sesso, o per un naufrago quella di "isola tropicale".
In questi giorni tuttavia ho colto qualche segnale di scricchiolamento che mi ha lasciato abbastanza perplesso.
Ieri e ieri l'altro ero al bar con un po' di amici per il solito aperitivo. In due sere sono entrate ben tre persone a chiedere se c'era bisogno di personale e a proporsi come camerieri, più un altro che proponeva la propria ditta per le pulizie del locale. Può essere stata solo una coincidenza, ma mi ha colpito: sembrava quasi una processione.
Del pari, ieri ho appreso che due amici (o, più correttamente, amici di amici) hanno perso il lavoro. Ambedue facevano i pubblicitari, guadagnavano rispettivamente bene e molto bene e lavoravano per un'agenzia di primaria importanza, che ha ritenuto di fare a meno di loro.
Non credo che andranno a dormire sotto i ponti, ma certo rimettersi a guardarsi in giro a cionquant'anni non è una cosa facile: anche se ci sono mestieri dove cambiare è parte della normale vita lavorativa, è pur vero che altro è farlo essendo comunque coperti, altro è farlo sotto la scure del bisogno. Un po' come con le donne, che quando non ce l'hai non ne trovi, mentre quando ne hai una se fanno subito sotto altre cinque, e tu ti chiedi dove diavolo queste fossero prima.
Insomma: l'impressione è che tiri una brutta aria, anche se mi rendo conto che dal punto di vista statistico queste osservazioni valgono ben poco.
Capite bene quindi che la mia visione del mondo, con riferimento alla salute del sistema economico, è un po' distorta: come può esserlo per un regista di porno con cani e cavalli l'idea del sesso, o per un naufrago quella di "isola tropicale".
In questi giorni tuttavia ho colto qualche segnale di scricchiolamento che mi ha lasciato abbastanza perplesso.
Ieri e ieri l'altro ero al bar con un po' di amici per il solito aperitivo. In due sere sono entrate ben tre persone a chiedere se c'era bisogno di personale e a proporsi come camerieri, più un altro che proponeva la propria ditta per le pulizie del locale. Può essere stata solo una coincidenza, ma mi ha colpito: sembrava quasi una processione.
Del pari, ieri ho appreso che due amici (o, più correttamente, amici di amici) hanno perso il lavoro. Ambedue facevano i pubblicitari, guadagnavano rispettivamente bene e molto bene e lavoravano per un'agenzia di primaria importanza, che ha ritenuto di fare a meno di loro.
Non credo che andranno a dormire sotto i ponti, ma certo rimettersi a guardarsi in giro a cionquant'anni non è una cosa facile: anche se ci sono mestieri dove cambiare è parte della normale vita lavorativa, è pur vero che altro è farlo essendo comunque coperti, altro è farlo sotto la scure del bisogno. Un po' come con le donne, che quando non ce l'hai non ne trovi, mentre quando ne hai una se fanno subito sotto altre cinque, e tu ti chiedi dove diavolo queste fossero prima.
Insomma: l'impressione è che tiri una brutta aria, anche se mi rendo conto che dal punto di vista statistico queste osservazioni valgono ben poco.
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mercoledì 1 luglio 2009
La cambiale
Da domani lo Stato della California (vale a dire una delle prime dieci economie del pianeta) inizierà a smettere di pagare i fornitori, rilasciando loro degli I.O.U.
In pratica delle cambiali, ma senza scadenza.
In pratica delle cambiali, ma senza scadenza.
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giovedì 18 giugno 2009
Giocare con i numeri (fuori serie)
Mi sono perso qualcosa io, o la Confindustria che oggi dice che l'economia comincerà a riprendersi debolmente nel 2010 è retta dalla stessa signora che due mesi fa diceva che l'economia avrebbe cominciato a riprendersi a luglio di quest'anno?Ed è possibile che i quotidiani che riportano questa notizia oggi non si ricordino proprio per nulla di quanto scrivevano ieri sul medesimo tema, e non scrivano l'unico commento scrivibile, vale a dire che in Confindustria non sanno che pesci prendere e sparano numeri a caso esattamente come chiunque altro?
giovedì 11 giugno 2009
C'è crisi, c'è grande crisi /6
Lo State Controller (il Ragioniere dello Stato) della California ha preso carta, calamaio e penna e ha scritto una letterina al Governatore dello Stato, Arnold Schwarzenegger, e ad alcune altre alte cariche, comunicando loro che in cassa ci sono soldi solo per altri 50 giorni, poi ciccia.
E' vero che la California è uno Stato, ma dato che la moneta in circolazione sono i dollari, non si puo neppure stampare denaro.
Vi ricorda l'Alitalia? Sì, vi ricorda l'Alitalia, solo che la California ha un bilancio grosso modo pari a quello della Francia: e quindi il botto sarebbe bello grosso.
Uno dei motivi per i quali la California si è ridotta così (anche se non certo l'unico) è l'approvazione, in via referendaria, della Proposition 13: un referendum proposto nel 1978 con il quale era stato posto un tetto alle imposte patrimoniali (quelle che in Italia non esistono praticamente, salvo l'ICI sulle non prime case), che sono una delle principali fonte di finanziamento degli altri Stati dell'Unione.
Il che dimostra due cose: la prima, che negli USA sono molto più comunisti che da noi, se comunismo vuol dire imporre imposte sul patrimonio; la seconda, che la democrazia diretta non è sempre un gran bell'affare.
I nostri costituenti, per fortuna, sapendo dove si sarebbe andati a parare hanno escluso che le leggi tributarie potessero essere sottoposte a referendum abrogativo; il che non vuol dire che tale istituto non abbia provocato sufficienti danni, a tutt'oggi.
E' vero che la California è uno Stato, ma dato che la moneta in circolazione sono i dollari, non si puo neppure stampare denaro.
Vi ricorda l'Alitalia? Sì, vi ricorda l'Alitalia, solo che la California ha un bilancio grosso modo pari a quello della Francia: e quindi il botto sarebbe bello grosso.
Uno dei motivi per i quali la California si è ridotta così (anche se non certo l'unico) è l'approvazione, in via referendaria, della Proposition 13: un referendum proposto nel 1978 con il quale era stato posto un tetto alle imposte patrimoniali (quelle che in Italia non esistono praticamente, salvo l'ICI sulle non prime case), che sono una delle principali fonte di finanziamento degli altri Stati dell'Unione.
Il che dimostra due cose: la prima, che negli USA sono molto più comunisti che da noi, se comunismo vuol dire imporre imposte sul patrimonio; la seconda, che la democrazia diretta non è sempre un gran bell'affare.
I nostri costituenti, per fortuna, sapendo dove si sarebbe andati a parare hanno escluso che le leggi tributarie potessero essere sottoposte a referendum abrogativo; il che non vuol dire che tale istituto non abbia provocato sufficienti danni, a tutt'oggi.
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domenica 17 maggio 2009
Brrrrrrr!!
What would happen to our economy if nobody were around to fix security holes in Windows and IE??!!
By James Kwak
By James Kwak
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martedì 12 maggio 2009
Anche i pubblicani piangono
C'è crisi per tutti.
E comunque nel bar che frequento, dove sono obbligati a tenere solo la Foster's, non bevo un goccio di birra neppure per isbaglio, dato che -almeno quella spinata- va proprio rivoltare le budella
E comunque nel bar che frequento, dove sono obbligati a tenere solo la Foster's, non bevo un goccio di birra neppure per isbaglio, dato che -almeno quella spinata- va proprio rivoltare le budella
venerdì 1 maggio 2009
Quanto amo quest'uomo!
Sempre lui, quello che scrive sul Foglio.
Professori, "società civile". Gente come Michele Salvati, Tito Boeri, Salvatore Bragantini. Gente che non ha mai saputo cosa sia un rosso sul conto corrente; che non ha idea dell'imbarazzo a telefonare all'amministratore del condominio per dirgli che le spese le pagherai a giugno.
Mon che ci sia nulla di male ad esser ricchi; e pure ad esser ricchi di sinistra, come insegnava Galbraith. Ma quella supponenza; quel "zitto tu che ti insegno a vivere"; quello sguardo da "non sei degno di baciarmi le scarpe"; quell'"io so' professore e tu nun sei un cazzo": ecco, è questo l'insopportabile.
A forza di rifletterci, però, ho capito che almeno su una cosa sono io che sbaglio, perché parlare di coming out referendario di Berlusconi è scorretto. Semmai, si dovrebbe parlare di coming out berlusconiano dei referendari. Una differenza non da poco, che la dice lunga sull’antico rapporto siamese tra sinistra italiana e quel vasto arcipelago composto di veltroniani, prodiani, professori e profeti della “società civile” che da anni dettano la linea dalle colonne di Repubblica, dai salotti televisivi perbene, e da tante altre parti. Un rapporto (e un coming out) che mi pare perfettamente esemplificato da questa vignetta, che pesco dall’altra parte dell’oceano, e cioè da quell’America Latina verso cui ci stiamo rapidamente incamminando.Per la vignetta, andate al post originale.
Professori, "società civile". Gente come Michele Salvati, Tito Boeri, Salvatore Bragantini. Gente che non ha mai saputo cosa sia un rosso sul conto corrente; che non ha idea dell'imbarazzo a telefonare all'amministratore del condominio per dirgli che le spese le pagherai a giugno.
Mon che ci sia nulla di male ad esser ricchi; e pure ad esser ricchi di sinistra, come insegnava Galbraith. Ma quella supponenza; quel "zitto tu che ti insegno a vivere"; quello sguardo da "non sei degno di baciarmi le scarpe"; quell'"io so' professore e tu nun sei un cazzo": ecco, è questo l'insopportabile.
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mercoledì 22 aprile 2009
C'è crisi, c'è grande crisi (precisazione /2)
Scorfano mi odierà perché non solo gli ho fatto andare di traverso la cena di ieri, ma mi ripeto anche oggi.
Rammentate che vi ho raccontato che Citigroup ha fatto un botto di utili perché il mercato pensa che sia a rischio di fallimento?
Bene: non so se c'entri il principio di conservazione dell'energia o qualcosa sull'entropia: sta di fatto che tutte le medaglie hanno due facce.
Morgan Stanley ha presentato una trimestrale che riporta perdite per 177 milioni di dollari. Perdite dovute al fatto che il suo rischio di insolvenza è diminuito. E forse la diminuzione è dovuta al fatto che l'anno scorso aveva avuto un utile di un miliardo di dollari dovuto al fatto che il suo rischio di insolvenza era aumentato?
(potete anche leggere questo Krugman intitolato: Alice in financeland)
Rammentate che vi ho raccontato che Citigroup ha fatto un botto di utili perché il mercato pensa che sia a rischio di fallimento?
Bene: non so se c'entri il principio di conservazione dell'energia o qualcosa sull'entropia: sta di fatto che tutte le medaglie hanno due facce.
Morgan Stanley ha presentato una trimestrale che riporta perdite per 177 milioni di dollari. Perdite dovute al fatto che il suo rischio di insolvenza è diminuito. E forse la diminuzione è dovuta al fatto che l'anno scorso aveva avuto un utile di un miliardo di dollari dovuto al fatto che il suo rischio di insolvenza era aumentato?
(potete anche leggere questo Krugman intitolato: Alice in financeland)
martedì 21 aprile 2009
C'è crisi, c'è grande crisi /5
Pochi giorni fa vi ho raccontato come Goldman Sachs e JP Morgan hanno fatto a far uscire una trimestrale con dei begli utili malgrado avessero perso soldi su quasi tutte le proprie linee di business; e ciò con i soldi dei contribuenti americani e per il tramite di AIG.
Oggi invece vi dico qualcosa sull'altro grande colosso bancario: Citigroup, che ha chiuso la trimestrale con 1,6 miliardi di utili. Bloomberg spiega il dettaglio delle cifre, e se aveste la pazienza di andare fino alla metà dell'articolo trovereste questa criptica frase:"Citigroup posted a $2.5 billion gain from accounting rules that allow companies to profit when their own creditworthiness declines", che vale la pena di spiegare.
Immaginate una situazione in cui ci sono: Alberto il banchiere; Berta la massaia e Cirillo lo speculatore. Berta deve 1.000 dollari ad Alberto, ma ha perso il lavoro, ha due figli da mantenere e il marito è scappato con una ballerina. Alberto sa bene che quei 1.000 dollari esistono solo sulla carta, e se gli va bene ne vedrà solo 400 o al massimo 500 (ma dopo molto tempo e con molte spese). Arriva lo speculatore Cirillo, il quale dice ad Alberto: vendimi il credito verso Berta, e io ti dò subito 400 dollari, così non ci pensi più. Alberto ci pensa sopra 20 secondi e poi vende il credito a Cirillo: perché?
Semplice: Alberto sa bene che Berta non ha occhi per piangere, e una regola d'oro del credito è che non si può cavar soldi dalle rape. Meglio portare a casa meno di quanto si dovrebbe, ma portarlo a casa e non pensarci più.
Ora immaginate che Berta non esista; e neppure Cirillo.
C'è una banca, che si chiama Citigroup, che ha emesso delle obbligazioni. Ha dei debiti, insomma, come normale per una banca. Citigroup però sta messa male: le sue probabilità di diventare insolvente sono consistenti: il mercato non le dà più fiducia. Se qualcuno dovesse comprare un'obbligazione da 1.000 dollari di Citigroup, oggi la comprerebbe a 900 dollari, dato che non si fida. Sul mercato, quindi, il valore di 1.000 dollari di debito di Citigroup è pari a solo 900 dollari.
Ma visto che Citigroup mette in bilancio i propri debiti al mark-to-market, cioè li contabilizza al valore di mercato, ecco che magicamente al passivo Citigroup non ha più 1.000 dollari di debiti, bensì solo 900; e la differenza di 100 dollari, che da qualche parte deve essere contabilizzata, viene appostata come un utile.
Avete letto bene: Citigroup ha fatto utili grazie al fatto che rischia di fallire; e se stesse messa ancora peggio, gli utili sarebbero ancora maggiori: se il valore di mercato delle sue obbligazioni fosse solo 800, l'uile sarebbe stato di ben 200 dollari!!!
Con questo giochino Citigroup ha fatto, come detto prima, 2,5 miliardi di dollari di utili; e con altri giochini simili un altro miliardo, per un totale di 3,5 miliardi di guadagni taroccati. Visto che l'utile netto della trimestrale è di 1,6 miliardi di dollari, ne risulta che in realtà Citigroup ha perso quasi 2 miliardi di dollari.
Bello il mondo della finanza, vero? e adesso, non vi sembra che ci sia da stare un po' preoccupati, malgrado Tremonti e Marcegaglia dicano che va tutto bene, madama la marchesa?
Oggi invece vi dico qualcosa sull'altro grande colosso bancario: Citigroup, che ha chiuso la trimestrale con 1,6 miliardi di utili. Bloomberg spiega il dettaglio delle cifre, e se aveste la pazienza di andare fino alla metà dell'articolo trovereste questa criptica frase:"Citigroup posted a $2.5 billion gain from accounting rules that allow companies to profit when their own creditworthiness declines", che vale la pena di spiegare.
Immaginate una situazione in cui ci sono: Alberto il banchiere; Berta la massaia e Cirillo lo speculatore. Berta deve 1.000 dollari ad Alberto, ma ha perso il lavoro, ha due figli da mantenere e il marito è scappato con una ballerina. Alberto sa bene che quei 1.000 dollari esistono solo sulla carta, e se gli va bene ne vedrà solo 400 o al massimo 500 (ma dopo molto tempo e con molte spese). Arriva lo speculatore Cirillo, il quale dice ad Alberto: vendimi il credito verso Berta, e io ti dò subito 400 dollari, così non ci pensi più. Alberto ci pensa sopra 20 secondi e poi vende il credito a Cirillo: perché?
Semplice: Alberto sa bene che Berta non ha occhi per piangere, e una regola d'oro del credito è che non si può cavar soldi dalle rape. Meglio portare a casa meno di quanto si dovrebbe, ma portarlo a casa e non pensarci più.
Ora immaginate che Berta non esista; e neppure Cirillo.
C'è una banca, che si chiama Citigroup, che ha emesso delle obbligazioni. Ha dei debiti, insomma, come normale per una banca. Citigroup però sta messa male: le sue probabilità di diventare insolvente sono consistenti: il mercato non le dà più fiducia. Se qualcuno dovesse comprare un'obbligazione da 1.000 dollari di Citigroup, oggi la comprerebbe a 900 dollari, dato che non si fida. Sul mercato, quindi, il valore di 1.000 dollari di debito di Citigroup è pari a solo 900 dollari.
Ma visto che Citigroup mette in bilancio i propri debiti al mark-to-market, cioè li contabilizza al valore di mercato, ecco che magicamente al passivo Citigroup non ha più 1.000 dollari di debiti, bensì solo 900; e la differenza di 100 dollari, che da qualche parte deve essere contabilizzata, viene appostata come un utile.
Avete letto bene: Citigroup ha fatto utili grazie al fatto che rischia di fallire; e se stesse messa ancora peggio, gli utili sarebbero ancora maggiori: se il valore di mercato delle sue obbligazioni fosse solo 800, l'uile sarebbe stato di ben 200 dollari!!!
Con questo giochino Citigroup ha fatto, come detto prima, 2,5 miliardi di dollari di utili; e con altri giochini simili un altro miliardo, per un totale di 3,5 miliardi di guadagni taroccati. Visto che l'utile netto della trimestrale è di 1,6 miliardi di dollari, ne risulta che in realtà Citigroup ha perso quasi 2 miliardi di dollari.
Bello il mondo della finanza, vero? e adesso, non vi sembra che ci sia da stare un po' preoccupati, malgrado Tremonti e Marcegaglia dicano che va tutto bene, madama la marchesa?
lunedì 20 aprile 2009
C'è crisi, c'è grande crisi /4
Dopo che Tremonti ha detto che non c'è più il pericolo di una crisi globale della finanza e delle borse, ci si è messa anche la presidentessa di Confindustria a dire che già dalla seconda metà del 2009 dovrebbe iniziare la ripresa, o quantomeno un'inversione di tendenza.
Vale, in questi casi, il vecchio adagio per cui in tempo di guerra la verità è la prima vittima: Tremonti e Marcegaglia fanno benissimo a comportarsi come si comportano e dire quello che dicono: sarebbero anzi irresponsabili ad alimentare le preoccupazioni! Del resto, una parte non indifferente delle crisi è anche legata ad un profilo psicologico: la mancanza di fiducia alimenta le crisi, e creare una fiducia, anche immotivata, può far incamminare verso una soluzione.
Purtroppo le cose stanno un po' diversamente, e i segnali che vedo io (io che non sono Tremonti e Marcegaglia, beninteso, e neppure un economista) sono scricchiolii, tanto più pericolosi in quanto intervengono in un clima in cui l'attenzione e la tensione si sono un po' rilassate, dopo tanti mesi di timori.
Faccio degli esempi americani, per due motivi: il primo è che le nostre economie, volenti o nolenti, dipendono comunque dall'andamento degli USA: un aggravarsi della crisi di là dell'oceano non potrebbe che avere effetti catastrofici nella vecchia Europa. Gli USA, inoltre, hanno una politica fortemente interventista contro la crisi, a differenza dell'Europa (i cui governi peraltro giustificano il loro minor interventismo con il fatto che in Europa, a differenza che negli USA, esistono degli istituti di stato sociale che sono per loro natura anticiclici, e impediscono che coloro che hanno perso il lavoro finiscano nella spirale della miseria).
C'è poi il fatto che ci sono molte più occasioni per documentarsi sull'economia americana , come dimostrano i link lì sulla destra.
Dico subito che le righe che seguono sono abbastanza tecniche: se non dovessi essere abbastanza chiaro, me ne scuso fin d'ora.
La prima cosa preoccupante viene proprio dalla circostanza che anche il governo USA sembra in difficoltà: secondo il New York Times, Obama avrebbe intenzione di utilizzare in maniera più incisiva i fondi TARP (i famosi 700 miliardi di dollari di salvataggio pubblico), senza doverne chiedere altri al Congresso, utilizzandoli per sottoscrivere azioni ordinarie anziché privilegiate.
Per farla molto semplice: le azioni ordinarie hanno diritto pieno di voto, mentre quelle privilegiate no: questo vuol dire andare verso la nazionalizzazione (almeno parziale) delle banche, il che è stato finora un tabù.
E non ci sarebbe niente di male, intendiamoci, se solo si trattasse di una scelta meditata e politica, dovuta al fatto che è scandaloso (io la penso così) che i contribuenti paghino i debiti delle banche senza sottrarne la proprietà agli azionisti precedenti.
Invece, almeno a leggere il NYT e i commenti in giro di tutti i colori, l'impressione che si trae è che la scelta sia dettata proprio dal fatto che i soldi sono quasi finiti e/o che ne servono molti di più di quanti siano stati stanziati. Il che è molto ma molto preoccupante: anche perché la pezza trovata è peggio del buco. Se andate a ripassare la lezioncina sulla parte alta del passivo di bilancio, il patrimonio, rammenterete che dal bianco (il capitale sociale) al nero (il debito garantito) ci sono tante sfumature; ma una cosa è certa, vale a dire che le azioni ordinarie e quelle privilegiate sono, rispettivamente, bianco e panna chiaro; e in ogni caso molto più chiare dei debiti a cui dovrebbero fare da "cuscinetto". Quindi, come ben puntualizzano Krugman e altri, spostare i fondi da azioni privilegiate a ordinarie non serve assolutamente a nulla, se non a far quadrare un po' di indici che tuttavia sono semplici rapporti matematici privi di sostanza reale.
Metter in piedi un intervento puramente cosmetico potrebbe anche avere un senso: ma se ciò va contro i sacri principi del capitalismo americano ed è destinato a scatenare violente reazioni, allora vuol dire che altre vie per far qualcosa non ce ne sono. Devo confessare che la cosa mi ha un po' turbato.
(ora è tardi, la seconda cosa brutta la racconto poi)
aggiornamento: Krugman (sempre lui) spiega molto meglio di me la (non) differenza tra azioni ordinarie e privilegiate
Vale, in questi casi, il vecchio adagio per cui in tempo di guerra la verità è la prima vittima: Tremonti e Marcegaglia fanno benissimo a comportarsi come si comportano e dire quello che dicono: sarebbero anzi irresponsabili ad alimentare le preoccupazioni! Del resto, una parte non indifferente delle crisi è anche legata ad un profilo psicologico: la mancanza di fiducia alimenta le crisi, e creare una fiducia, anche immotivata, può far incamminare verso una soluzione.
Purtroppo le cose stanno un po' diversamente, e i segnali che vedo io (io che non sono Tremonti e Marcegaglia, beninteso, e neppure un economista) sono scricchiolii, tanto più pericolosi in quanto intervengono in un clima in cui l'attenzione e la tensione si sono un po' rilassate, dopo tanti mesi di timori.
Faccio degli esempi americani, per due motivi: il primo è che le nostre economie, volenti o nolenti, dipendono comunque dall'andamento degli USA: un aggravarsi della crisi di là dell'oceano non potrebbe che avere effetti catastrofici nella vecchia Europa. Gli USA, inoltre, hanno una politica fortemente interventista contro la crisi, a differenza dell'Europa (i cui governi peraltro giustificano il loro minor interventismo con il fatto che in Europa, a differenza che negli USA, esistono degli istituti di stato sociale che sono per loro natura anticiclici, e impediscono che coloro che hanno perso il lavoro finiscano nella spirale della miseria).
C'è poi il fatto che ci sono molte più occasioni per documentarsi sull'economia americana , come dimostrano i link lì sulla destra.
Dico subito che le righe che seguono sono abbastanza tecniche: se non dovessi essere abbastanza chiaro, me ne scuso fin d'ora.
La prima cosa preoccupante viene proprio dalla circostanza che anche il governo USA sembra in difficoltà: secondo il New York Times, Obama avrebbe intenzione di utilizzare in maniera più incisiva i fondi TARP (i famosi 700 miliardi di dollari di salvataggio pubblico), senza doverne chiedere altri al Congresso, utilizzandoli per sottoscrivere azioni ordinarie anziché privilegiate.
Per farla molto semplice: le azioni ordinarie hanno diritto pieno di voto, mentre quelle privilegiate no: questo vuol dire andare verso la nazionalizzazione (almeno parziale) delle banche, il che è stato finora un tabù.
E non ci sarebbe niente di male, intendiamoci, se solo si trattasse di una scelta meditata e politica, dovuta al fatto che è scandaloso (io la penso così) che i contribuenti paghino i debiti delle banche senza sottrarne la proprietà agli azionisti precedenti.
Invece, almeno a leggere il NYT e i commenti in giro di tutti i colori, l'impressione che si trae è che la scelta sia dettata proprio dal fatto che i soldi sono quasi finiti e/o che ne servono molti di più di quanti siano stati stanziati. Il che è molto ma molto preoccupante: anche perché la pezza trovata è peggio del buco. Se andate a ripassare la lezioncina sulla parte alta del passivo di bilancio, il patrimonio, rammenterete che dal bianco (il capitale sociale) al nero (il debito garantito) ci sono tante sfumature; ma una cosa è certa, vale a dire che le azioni ordinarie e quelle privilegiate sono, rispettivamente, bianco e panna chiaro; e in ogni caso molto più chiare dei debiti a cui dovrebbero fare da "cuscinetto". Quindi, come ben puntualizzano Krugman e altri, spostare i fondi da azioni privilegiate a ordinarie non serve assolutamente a nulla, se non a far quadrare un po' di indici che tuttavia sono semplici rapporti matematici privi di sostanza reale.
Metter in piedi un intervento puramente cosmetico potrebbe anche avere un senso: ma se ciò va contro i sacri principi del capitalismo americano ed è destinato a scatenare violente reazioni, allora vuol dire che altre vie per far qualcosa non ce ne sono. Devo confessare che la cosa mi ha un po' turbato.
(ora è tardi, la seconda cosa brutta la racconto poi)
aggiornamento: Krugman (sempre lui) spiega molto meglio di me la (non) differenza tra azioni ordinarie e privilegiate
martedì 31 marzo 2009
CDO (istituzioni di finanza strutturata)
Ho già segnalato in questo post un video che spiega in modo molto semplice e intuitivo i fondamenti della finanza strutturata e in particolare dei fenomeni che stanno alla base delle cartolarizzazioni e dei cosiddetti "titoli tossici", vale a dire CDO (Collateralized debt obligations) e ABS (Asset Backed Security).
Chi volesse approfondire l'argomento con un taglio un po' più tecnico può leggere l'articolo Structured Finance for Beginners su The Baseline Scenario, che a sua volta sintetizza un interessantissimo (e corposo!) articolo di tre docenti della Harvard Business School intitolato "The Economics of Structured Finance".
E' roba per gente che non è del tutto digiuna di matematica, ma bastano gli studi liceali, non è che ci voglia una laurea.
Un concetto in particolare viene approfondito con grande chiarezza, ed è quello della non confrontabilità tra i rating assegnati alle obbligazioni ordinarie e ai titoli di finanza strutturata.
Giusto per dare qualche indicazione, il concetto è in pratica il seguente (cerco di spiegarlo in due parole, che saranno confuse e noiose: leggete solo se veramente interessati): le agenzie di rating assegnano un "punteggio", comunemente indicato con una serie di lettere, che esprime una stima della probabilità che un dato debitore divenga insolvente o che un dato strumento finanziario possa non essere onorato.
Un titolo con un rating "AAA" ha una probabilità di solo lo 0.02% di non essere pagato, e quindi è molto tranquillo. Se io ho un insieme di beni (crediti ipotecari, ad esempio) che hanno complessivamente un rating inferiore, anche di molto, a quello "AAA", posso convertire il loro valore in strumenti finanziari (titoli): se tutti i titoli hanno lo stesso rango, il loro rating sarà identico a quello degli attivi sottostanti.
Ma si possono costruire varie categorie di titoli, ciascuna delle quali sarà preferita nel pagamento rispetto a quella successiva. In tal modo si crea un "cuscinetto" di titoli che probabilmente non verranno mai pagati (quelli che stanno in fondo alla pila), e che perciostesso garantiscono il fatto che i titoli che stanno in cima alla pila verranno pagati per intero (in quanto le perdite non si distribuiranno equamente su tutti i titoli, bensì solo qu quelli di meno preferiti).
Strutturando adeguatamente l'ammontare delle varie fette di titoli si può far in modo che i titoli più sicuri abbiano una probabilità di non essere pagati inferiore allo 0,02%, meritando così il rating "AAA", che consente di venderli agli investitori (es. i fondi pensione).
L'articolo dimostra quanto però il giochino sia pericoloso, per due motivi: anzitutto, in quanto la probabilità di default degli attivi sottostanti può presentare un indice di correlazione significativo, che in caso di crisi sistemica può falsare completamente il modello; successivamente, in quanto la "sicurezza" dei titolil di prima scelta non è dovuta a una vera qualità dei beni sottostanti, bensì ad un meccanismo di leva finanziaria: ciò (unitamente al coefficiente di correlazione) fa sì che i titoli presentino una alta sensitività a variazioni anche minime della probabilità di default complessiva degli asset sottostanti.
Chi volesse approfondire l'argomento con un taglio un po' più tecnico può leggere l'articolo Structured Finance for Beginners su The Baseline Scenario, che a sua volta sintetizza un interessantissimo (e corposo!) articolo di tre docenti della Harvard Business School intitolato "The Economics of Structured Finance".
E' roba per gente che non è del tutto digiuna di matematica, ma bastano gli studi liceali, non è che ci voglia una laurea.
Un concetto in particolare viene approfondito con grande chiarezza, ed è quello della non confrontabilità tra i rating assegnati alle obbligazioni ordinarie e ai titoli di finanza strutturata.
Giusto per dare qualche indicazione, il concetto è in pratica il seguente (cerco di spiegarlo in due parole, che saranno confuse e noiose: leggete solo se veramente interessati): le agenzie di rating assegnano un "punteggio", comunemente indicato con una serie di lettere, che esprime una stima della probabilità che un dato debitore divenga insolvente o che un dato strumento finanziario possa non essere onorato.
Un titolo con un rating "AAA" ha una probabilità di solo lo 0.02% di non essere pagato, e quindi è molto tranquillo. Se io ho un insieme di beni (crediti ipotecari, ad esempio) che hanno complessivamente un rating inferiore, anche di molto, a quello "AAA", posso convertire il loro valore in strumenti finanziari (titoli): se tutti i titoli hanno lo stesso rango, il loro rating sarà identico a quello degli attivi sottostanti.
Ma si possono costruire varie categorie di titoli, ciascuna delle quali sarà preferita nel pagamento rispetto a quella successiva. In tal modo si crea un "cuscinetto" di titoli che probabilmente non verranno mai pagati (quelli che stanno in fondo alla pila), e che perciostesso garantiscono il fatto che i titoli che stanno in cima alla pila verranno pagati per intero (in quanto le perdite non si distribuiranno equamente su tutti i titoli, bensì solo qu quelli di meno preferiti).
Strutturando adeguatamente l'ammontare delle varie fette di titoli si può far in modo che i titoli più sicuri abbiano una probabilità di non essere pagati inferiore allo 0,02%, meritando così il rating "AAA", che consente di venderli agli investitori (es. i fondi pensione).
L'articolo dimostra quanto però il giochino sia pericoloso, per due motivi: anzitutto, in quanto la probabilità di default degli attivi sottostanti può presentare un indice di correlazione significativo, che in caso di crisi sistemica può falsare completamente il modello; successivamente, in quanto la "sicurezza" dei titolil di prima scelta non è dovuta a una vera qualità dei beni sottostanti, bensì ad un meccanismo di leva finanziaria: ciò (unitamente al coefficiente di correlazione) fa sì che i titoli presentino una alta sensitività a variazioni anche minime della probabilità di default complessiva degli asset sottostanti.
lunedì 30 marzo 2009
Non impareranno mai

Io mi domando e dico:
ma come diavolo è possibile che i giornalisti in generale e i giornalisti economici in particolare non abbiano ancora capito che qualche giorno di borsa in rialzo non basta a dire che la crisi è finita?
Persino il Sole 24 ore di domenica aveva in prima pagina un articolo pieno di ottimismo sul recupero delle quotazioni: cosa scriveranno domani?
Non è che mi ci diverta, a fare la Cassandra: e capisco anche che i giornali hanno una certa responsabilità morale nel cercare di far ripartire un po' di fiducia: in tal senso qualche notarella ottimistica, e anche qualche tacere di troppo sulle notizie meno liete non può fare che del bene.
Invece cantare un giorno vittoria e l'altro dopo tragedia; raccontare un giorno di miliardi bruciati e il giorno successivo di miliardi magicamente reintegrati; dare l'impressione di un mondo altalenante nel quale nulla è certo e tutto in balìa del momento come viaggiatori sulla scialuppa in un mare in tempesta: bene, questo è il miglior modo per iniettare sfiducia e spingere qualunque consumatore, scafato o meno che sia, a tenere i propri euri sotto il materasso rimandando l'acquisto di qualunque cosa: anche solo di una cintura del Dottor Gibaud.
Ne parlavo qui, ormai sei mesi fa. Sei mesi, sono passati da quando le prime pagine dei giornali facevano le montagne russe, e a distanza di sei mesi continuano a fare gli stessi saliscendi, come prima: come se non avessero ancora imparato nulla.
Banana republic
Visto che siamo in tema di letture impegnate, sul numero di maggio 2009 (sì, lo so che siamo in marzo, ma così va il mondo) di Atlantic ci sarà un articolo di Simon Johnson sulla crisi finanziaria e i piani del governo Obama per superarla.
L'articolo è molto interessante e non molto tecnico, per cui alla portata di chiunque, e -stringendo e semplificando all'osso, voi mi perdonerete- in pratica dice che bisognerebbe perndere un po' di management delle banche e mandarlo a casa, nazionalizzare le banche stesse per ripristinare la fiducia nella solvibilità, e con essa il funzionamento del mercato; dopodiché si potranno anche rivendere le banche così risanate per non tenerle in mano pubblica.
E' un concetto, quello della nazionalizzazione, che non può essere preso neppure in considerazione, negli USA. Io ne parlavo in fondo a questo post, in una digressione stizzita che mi sono permesso nel mentre raccontavo del funzionamento dei Tremonti Bond; ma certo non conto granché.
Ne parla da tempo anche Krugman, che ha evidenziato le criticità del piano Geithner prima ancora che venisse reso pubblico, e che proprio per tale sua posizione ipercritica ormai è considerato alla stregua di un inguaribile comunista (se ne è accorto perfino Sofri giovane, leggendo Newsweek). E se andate a vedere un po' di articoli vecchi tratti da quei siti che sulla colonna qui, a destra, sono marcati come "Economie", probabilmente vedrete che è da qualche mese, che se ne parla.
Ma la cosa veramente interessante è che Simon Johnson non è Krugman o un altro professore universitario, chiuso nella torre d'avorio della sua cattedra, o perlomeno non è solo quello. E' stato capo economista del Fondo Monetario Internazionale, vale a dire di quella istituzione che è l'espressione più pura e dura del neoliberismo d'assalto.
L'FMI (o IMF in acronimo inglese) è quell'ente che arriva nei paesi del terzo mondo (e non solo del terzo) disastrati, tipo Argentina, per intenderci, e impone la svendita di tutto il patrimonio pubblico, il taglio ai diritti dei lavoratori e alle pensioni dei pensionati, il rincaro dei servizi e la abolizione della sanità pubblica, per dire. Gente con le palle, insomma, che non guardano in faccia nessuno.
bene: Johnson dice, papale papale, che se gli USA non fossero gli USA, l'FMI imporrebbe la nazionalizzazione delle banche:
In Europa, infatti, sono state fatte delle nazionalizzazioni, negli scorsi mesi, senza pensarci su troppo (Fortis, per dirne una, e così varie banche inglesi), mentre negli USA non se ne riesce neppure a parlare pubblicamente, e ci si incentra sul problema del bonus ai dirigenti, come se quelli fossero i problemi!
In Italia, a Dio piacendo, il problema proprio non si pone: che sia perché, come dice Tremonti, i banchieri non sanno l'inglese, oppure (come più probabile) perché la Vigilanza di Banca d'Italia è composta da gente che sa fare il suo mestiere (e difatti Tremonti vorrebbe togliere queste persone e mettere in campo i prefetti), sta di fatto che in Italia le Banche hanno la febbre, ma non rischiano certo la pelle.
E' per questo che lo strumento dei Tremonti Bond è più che sufficiente per fronteggiare la situazione attuale: questo a Tremonti gli va riconosciuto; ma bisogna anche tener presente che la sua soluzione ha dovuto fronteggiare un problema di vari ordini di grandezza minore di quello che hanno dovuto fronteggiare i suoi omologhi nel resto del mondo: e ciò non certo per merito suo.
L'articolo è molto interessante e non molto tecnico, per cui alla portata di chiunque, e -stringendo e semplificando all'osso, voi mi perdonerete- in pratica dice che bisognerebbe perndere un po' di management delle banche e mandarlo a casa, nazionalizzare le banche stesse per ripristinare la fiducia nella solvibilità, e con essa il funzionamento del mercato; dopodiché si potranno anche rivendere le banche così risanate per non tenerle in mano pubblica.
E' un concetto, quello della nazionalizzazione, che non può essere preso neppure in considerazione, negli USA. Io ne parlavo in fondo a questo post, in una digressione stizzita che mi sono permesso nel mentre raccontavo del funzionamento dei Tremonti Bond; ma certo non conto granché.
Ne parla da tempo anche Krugman, che ha evidenziato le criticità del piano Geithner prima ancora che venisse reso pubblico, e che proprio per tale sua posizione ipercritica ormai è considerato alla stregua di un inguaribile comunista (se ne è accorto perfino Sofri giovane, leggendo Newsweek). E se andate a vedere un po' di articoli vecchi tratti da quei siti che sulla colonna qui, a destra, sono marcati come "Economie", probabilmente vedrete che è da qualche mese, che se ne parla.
Ma la cosa veramente interessante è che Simon Johnson non è Krugman o un altro professore universitario, chiuso nella torre d'avorio della sua cattedra, o perlomeno non è solo quello. E' stato capo economista del Fondo Monetario Internazionale, vale a dire di quella istituzione che è l'espressione più pura e dura del neoliberismo d'assalto.
L'FMI (o IMF in acronimo inglese) è quell'ente che arriva nei paesi del terzo mondo (e non solo del terzo) disastrati, tipo Argentina, per intenderci, e impone la svendita di tutto il patrimonio pubblico, il taglio ai diritti dei lavoratori e alle pensioni dei pensionati, il rincaro dei servizi e la abolizione della sanità pubblica, per dire. Gente con le palle, insomma, che non guardano in faccia nessuno.
bene: Johnson dice, papale papale, che se gli USA non fossero gli USA, l'FMI imporrebbe la nazionalizzazione delle banche:
The challenges the United States faces are familiar territory to the people at the IMF. If you hid the name of the country and just showed them the numbers, there is no doubt what old IMF hands would say: nationalize troubled banks and break them up as necessary.E' un punto di vista interessante, da prendere in considerazione seriamente. E per inciso ci dà anche la sensazione della differenza tra la situazione del mercato finanziario americano ed europeo, ed anche se vogliamo delle differenze tra Europa e Italia.
In Europa, infatti, sono state fatte delle nazionalizzazioni, negli scorsi mesi, senza pensarci su troppo (Fortis, per dirne una, e così varie banche inglesi), mentre negli USA non se ne riesce neppure a parlare pubblicamente, e ci si incentra sul problema del bonus ai dirigenti, come se quelli fossero i problemi!
In Italia, a Dio piacendo, il problema proprio non si pone: che sia perché, come dice Tremonti, i banchieri non sanno l'inglese, oppure (come più probabile) perché la Vigilanza di Banca d'Italia è composta da gente che sa fare il suo mestiere (e difatti Tremonti vorrebbe togliere queste persone e mettere in campo i prefetti), sta di fatto che in Italia le Banche hanno la febbre, ma non rischiano certo la pelle.
E' per questo che lo strumento dei Tremonti Bond è più che sufficiente per fronteggiare la situazione attuale: questo a Tremonti gli va riconosciuto; ma bisogna anche tener presente che la sua soluzione ha dovuto fronteggiare un problema di vari ordini di grandezza minore di quello che hanno dovuto fronteggiare i suoi omologhi nel resto del mondo: e ciò non certo per merito suo.
martedì 24 marzo 2009
Bycycle shed /2
Il titolo di questo post (che è la continuazione di questo) si riferisce al principio organizzativo definito da Cyril Northcote Parkinson secondo il quale gli assuntori di decisioni complesse si perdono nella discussione di particolari senza importanza e anzi prestano un'attenzione inversamente proporzionale alla dimensione del problema.
L'esempio è quello di un consiglio d'amministrazione che deve deliberare sulla costruzione di una centrale nucleare e di un riparo per le biciclette in cortile. Molto probabilmente sulla centrale nucleare non si farà altro che approvare il progetto presentato, dato che nessuno attorno a quel tavolo ha la benché minima competenza per dare un benché minimo contributo, mentre sul riparo molti potranno prendere la parola per dire quale sia il colore migliore, la forma o il materiale: perché si tratta di un argomento alla portata di chiunque.
Se ne parlava qualche giorno fa a proposito dei bonus ai dirigenti di AIG: 160 o 200 milioni di dollari, che sono una briciola rispetto ai 160 miliardi di dollari erogati ad AIG per pagare le proprie obbligazioni.
Oggi tutti i giornali parlano del piano Geithner come di una panacea che dovrebbe tirare fuori il mondo dalla crisi: fa eccezione il solito Krugman, ma lui è uno che vede sempre il bicchiere mezzo vuoto, quandi non conta.
In realtà andando a vedere bene il piano, si tratta di un formidabile contributo fornito dall'amminnistrazione Obama agli speculatori finanziari e alle banche che hanno assunto rischi incontrollati. In altre parole: un mezzo per:
a) far arricchire un po' di squali e
b) distorcere il meccanismo della concorrenza trasferendo risorse dai banchieri prudenti ai banchieri imprudenti, lasciando questi ultimi al loro posto.
Purtroppo non ho il tempo per sviluppare questi concetti (oggi DEVO proprio lavorare), e quindi mi limito a lasciare un po di link qui, qui (questo sembra molto tecnico ma è comprensibile anche al profano), qui; e a fare una sola considerazione, vale a dire che i privati, nel piano:
- mettono il 7,5% dei denari;
- prendono il 50% degli utili;
- hanno il 100% del controllo delle società che verranno create.
Badate bene: non sto dicendo che la strada presa sia sbagliata: non ho la pretesa di insegnare al governo USA cosa deve fare: è possibile, e forse addirittura probabile, che il piano di Tim Geithner sia l'unico praticabile (anche se Krugman, che comunque ha vinto un Nobel e quindi un po' più di autorità ce l'ha, così non crede; ma lui in fondo in fondo è un comunista mancato :-))).
Sto dicendo semplicemente che è un piano che presenta delle fortissime criticità, non tanto dal punto di vista delle probabilità di successo (non è di ciò che discutiamo), quanto dal punto di vista etico. Se far arricchire degli speculatori è l'unico modo di salvare l'economia americana, ben venga; ma sia chiaro che si stanno facendo arricchire degli speculatori. E le cifre messe in campo sono di tre o addirittura quattro ordini di grandezza superiori a quelle dei bonus AIG.
Solo che a criticare i bonus sono capaci tutti, perché è qualcosa di immediatamente percettibile; mentre a capire il piano ci vuole studio e fatica.
L'esempio è quello di un consiglio d'amministrazione che deve deliberare sulla costruzione di una centrale nucleare e di un riparo per le biciclette in cortile. Molto probabilmente sulla centrale nucleare non si farà altro che approvare il progetto presentato, dato che nessuno attorno a quel tavolo ha la benché minima competenza per dare un benché minimo contributo, mentre sul riparo molti potranno prendere la parola per dire quale sia il colore migliore, la forma o il materiale: perché si tratta di un argomento alla portata di chiunque.
Se ne parlava qualche giorno fa a proposito dei bonus ai dirigenti di AIG: 160 o 200 milioni di dollari, che sono una briciola rispetto ai 160 miliardi di dollari erogati ad AIG per pagare le proprie obbligazioni.
Oggi tutti i giornali parlano del piano Geithner come di una panacea che dovrebbe tirare fuori il mondo dalla crisi: fa eccezione il solito Krugman, ma lui è uno che vede sempre il bicchiere mezzo vuoto, quandi non conta.
In realtà andando a vedere bene il piano, si tratta di un formidabile contributo fornito dall'amminnistrazione Obama agli speculatori finanziari e alle banche che hanno assunto rischi incontrollati. In altre parole: un mezzo per:
a) far arricchire un po' di squali e
b) distorcere il meccanismo della concorrenza trasferendo risorse dai banchieri prudenti ai banchieri imprudenti, lasciando questi ultimi al loro posto.
Purtroppo non ho il tempo per sviluppare questi concetti (oggi DEVO proprio lavorare), e quindi mi limito a lasciare un po di link qui, qui (questo sembra molto tecnico ma è comprensibile anche al profano), qui; e a fare una sola considerazione, vale a dire che i privati, nel piano:
- mettono il 7,5% dei denari;
- prendono il 50% degli utili;
- hanno il 100% del controllo delle società che verranno create.
Badate bene: non sto dicendo che la strada presa sia sbagliata: non ho la pretesa di insegnare al governo USA cosa deve fare: è possibile, e forse addirittura probabile, che il piano di Tim Geithner sia l'unico praticabile (anche se Krugman, che comunque ha vinto un Nobel e quindi un po' più di autorità ce l'ha, così non crede; ma lui in fondo in fondo è un comunista mancato :-))).
Sto dicendo semplicemente che è un piano che presenta delle fortissime criticità, non tanto dal punto di vista delle probabilità di successo (non è di ciò che discutiamo), quanto dal punto di vista etico. Se far arricchire degli speculatori è l'unico modo di salvare l'economia americana, ben venga; ma sia chiaro che si stanno facendo arricchire degli speculatori. E le cifre messe in campo sono di tre o addirittura quattro ordini di grandezza superiori a quelle dei bonus AIG.
Solo che a criticare i bonus sono capaci tutti, perché è qualcosa di immediatamente percettibile; mentre a capire il piano ci vuole studio e fatica.
lunedì 23 marzo 2009
C'è crisi, c'è grande crisi /3
Uno dei più drammatici effetti della crisi economica mondiale può essere osservato nel fatto che la Godwin's Law necessita di essere riformulata, sostituendo a "Hitler" una delle seguenti espressioni: signoraggio; derivati tossici; denaro virtuale.
Con l'importante differenza che più o meno chiunque sa dire qualcosa di sensato sul nazismo; mentre ben pochi sanno anche vagamente cosa sia un derivato.
Con l'importante differenza che più o meno chiunque sa dire qualcosa di sensato sul nazismo; mentre ben pochi sanno anche vagamente cosa sia un derivato.
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martedì 10 marzo 2009
C'è crisi, c'è grande crisi /2
Grazie a Cottica, via .mau., ho trovato questo splendido video che in dieci munuti spiega la crisi dei mutui e, fra l'altro, la leva finanziaria di cui abbiamo perlato negli scorsi giorni.
Il video è godibilissimo e commentato in un inglese così semplice che riesce a seguirlo perfino un bancario come me, alla faccia del ministro Tremonti!
The Crisis of Credit Visualized from Jonathan Jarvis on Vimeo.
Il video è godibilissimo e commentato in un inglese così semplice che riesce a seguirlo perfino un bancario come me, alla faccia del ministro Tremonti!
The Crisis of Credit Visualized from Jonathan Jarvis on Vimeo.
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martedì 13 gennaio 2009
C'è crisi, c'è grande crisi /2
In effetti questa non è una notizia di crisi, bensì una curiosità.
Il District Attorney di New Orleans (corrispondente al nostro Procuratore della Repubblica) ha annunciato che molto probabilmente si troverà costretto a chiedere il fallimento dell'Ufficio ai sensi del Chapter 9 della legge fallimentare federale.
Il Chapter 9 è una delle varie forme di fallimento conosciute dal diritto federale statunitense, e certo una delle più rare, in quanto riguarda esclusivamente le "municipality", definite come "political subdivision or public agency or instrumentality of a State". Probabilmente quindi l'ufficio del D.A. rientra nella definizione, anche se la cosa non è del tutto scontata.
Ma quello che è interessante è il motivo per cui il D.A. prevede di dover chiedere il fallimento del proprio ufficio: in quanto non è in grado di pagare un risarcimento di circa 15 milioni di dollari, riconosciuto in primo grado a un certo John Thompson, che ha passato 18 comodi anni nel braccio della morte prima di essere riconosciuto innocente. Il procuratore ha anche dichiarato che prima di chiedere il fallimento esaurirà la serie degli appelli; il che in soldoni significa che il nostro amico John, dopo aver trascorso quel lungo periodo di vacanza, dovrà attendere qualche anno per la celebrazione dei processi di grado successivo, e successivamente vedrà solo una parte di quanto la giuria gli ha riconosciuto.
(via CreditSlips)
Il District Attorney di New Orleans (corrispondente al nostro Procuratore della Repubblica) ha annunciato che molto probabilmente si troverà costretto a chiedere il fallimento dell'Ufficio ai sensi del Chapter 9 della legge fallimentare federale.
Il Chapter 9 è una delle varie forme di fallimento conosciute dal diritto federale statunitense, e certo una delle più rare, in quanto riguarda esclusivamente le "municipality", definite come "political subdivision or public agency or instrumentality of a State". Probabilmente quindi l'ufficio del D.A. rientra nella definizione, anche se la cosa non è del tutto scontata.
Ma quello che è interessante è il motivo per cui il D.A. prevede di dover chiedere il fallimento del proprio ufficio: in quanto non è in grado di pagare un risarcimento di circa 15 milioni di dollari, riconosciuto in primo grado a un certo John Thompson, che ha passato 18 comodi anni nel braccio della morte prima di essere riconosciuto innocente. Il procuratore ha anche dichiarato che prima di chiedere il fallimento esaurirà la serie degli appelli; il che in soldoni significa che il nostro amico John, dopo aver trascorso quel lungo periodo di vacanza, dovrà attendere qualche anno per la celebrazione dei processi di grado successivo, e successivamente vedrà solo una parte di quanto la giuria gli ha riconosciuto.
(via CreditSlips)
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giovedì 11 dicembre 2008
Sapore d'Europa
Il solito Krugman segnala e spiega il contenuto di un'intervista di Newsweek al ministro delle finanze tedesco, Herr Steinbrück.
Vero è che Krugman tende per sua natura al pessimismo, ma il pezzo è da leggere perché spiega, con la consueta chiarezza, quanto la posizione tedesca, contraria a una politica di incentivi pubblici, sia nefasta.
In estrema sintesi, il concetto è che ormai la politica monetaria non ha alcuno strumento per agevolare l'uscita dalla crisi, dato che i tassi di interesse sono ormai prossimi allo zero (in USA) o stanno per raggiungere lo zero (in Europa): ciò significa che l'unica leva che rimane è quella fiscale.
Ma l'integrazione delle economie europee fa sì che, in mancanza di un coordinamento tra tutti gli attori, una politica espansionista adottata da un paese andrebbe a diluirsi in buona parte (Krugman stima il 40%) verso gli altri paesi, vanificando l'effetto moltiplicatore della politica espansiva.
In effetti ci sono altre due variabili che Krugman non cita e forse, con i suoi occhi da statunitense, non riesce neppure a cogliere appieno.
La prima è la circostanza che l'unione europea assomiglia molto più a un condominio che ad una federazione di stati, e quindi nessuno andrebbe a investire una lira sapendo che qualche centesimo potrebbe andare a vantaggio del vicino (specie se il vicino in questione si chiama Germania, perché se fosse il Lussemburgo, ovviamente, se ne fregherebbero tutti). Il problema quindi non è la diluizione dell'effetto moltiplicatore, bensì la sindrome del portoghese.
La seconda è che non è del tutto vero che i tassi reali in Europa stanno tendendo allo zero, e questo per effetto della politica non più miope bensì cieca della BCE, istituzione tecnocratica se mai ne sia esistita una, che libera di non dover rispondere ad alcun potere politico delle proprie azioni continua a allargare i cordoni della borsa molto meno di quanto sarebbe necessario. E' vero che il problema sta nel manico, dato che il mandato della BCE è istituzionalmente solo quello di controllare l'inflazione, e non vi è dubbio che ci sia riuscita, dato che andiamo verso un'inflazione negativa.
Vero è che Krugman tende per sua natura al pessimismo, ma il pezzo è da leggere perché spiega, con la consueta chiarezza, quanto la posizione tedesca, contraria a una politica di incentivi pubblici, sia nefasta.
In estrema sintesi, il concetto è che ormai la politica monetaria non ha alcuno strumento per agevolare l'uscita dalla crisi, dato che i tassi di interesse sono ormai prossimi allo zero (in USA) o stanno per raggiungere lo zero (in Europa): ciò significa che l'unica leva che rimane è quella fiscale.
Ma l'integrazione delle economie europee fa sì che, in mancanza di un coordinamento tra tutti gli attori, una politica espansionista adottata da un paese andrebbe a diluirsi in buona parte (Krugman stima il 40%) verso gli altri paesi, vanificando l'effetto moltiplicatore della politica espansiva.
In effetti ci sono altre due variabili che Krugman non cita e forse, con i suoi occhi da statunitense, non riesce neppure a cogliere appieno.
La prima è la circostanza che l'unione europea assomiglia molto più a un condominio che ad una federazione di stati, e quindi nessuno andrebbe a investire una lira sapendo che qualche centesimo potrebbe andare a vantaggio del vicino (specie se il vicino in questione si chiama Germania, perché se fosse il Lussemburgo, ovviamente, se ne fregherebbero tutti). Il problema quindi non è la diluizione dell'effetto moltiplicatore, bensì la sindrome del portoghese.
La seconda è che non è del tutto vero che i tassi reali in Europa stanno tendendo allo zero, e questo per effetto della politica non più miope bensì cieca della BCE, istituzione tecnocratica se mai ne sia esistita una, che libera di non dover rispondere ad alcun potere politico delle proprie azioni continua a allargare i cordoni della borsa molto meno di quanto sarebbe necessario. E' vero che il problema sta nel manico, dato che il mandato della BCE è istituzionalmente solo quello di controllare l'inflazione, e non vi è dubbio che ci sia riuscita, dato che andiamo verso un'inflazione negativa.
mercoledì 12 novembre 2008
C'è crisi, c'è grande crisi
Quando gli avvocati dei grandi studi legali ti richiamano ogni giorno per rammentarti che sono *molto* interessati al lavoretto che gli stai proponendo e che un tempo avrebbero girato sul collaboratore neolaureato, vuol dire che le cose non si stanno mettendo troppo bene.
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