Il Generale Friedrich Fromm può essere considerato uno degli autorevoli esponenti del biscarpismo: nel 1944, reso edotto sia pur per sommi capi del piano che avrebbe dovuto rovesciare il regime hitleriano, decise di non schierarsi né da una parte né dall'altra, attendendo l'esito degli eventi.
Decise così di non denunciare i cospiratori, ma allo stesso tempo di non far nulla per aiutare il loro disegno. Per quanto le circostanze precise dell'attentato del 1944 siano tutt'altro che chiare, è abbastanza certo che Fromm prese una posizione chiara e netta solo al momento dell'avvio effettivo dell'Operazione Valchiria, allorquando si rifiutò di firmare il piano operativo schierandosi così contro i congiurati: ma sembra che il motivo di questa presa di posizione vada ricercato nell'aver ricevuto una telefonata di Keitel che l'aveva informato del fatto che Hitler era scampato all'attentato.
Una volta fallito il colpo di stato Fromm, contravvenendo apertamente agli ordini che Hitler aveva personalmente impartito al maggiore Remer, imbastì una corte marziale che condannò a morte Stauffenberg e alcuni altri congiurati. Che l'esecuzione immediata dei medesimi abbia avuto corso per eccesso di zelo o al contrario per cancellare definitivamente le tracce di un coinvolgimento di Fromm non è chiaro: sta di fatto che Fromm fu immediatamente arrestato da Goebbles, che credeva nella seconda che ho detto, e nei mesi seguenti radiato dall'esercito e successivamente fucilato.
Che c'entra tutto ciò con l'attuale segretario del PD? Forse poco o nulla, o forse molto. Qui di seguito do la mia interpretazione, che non pretende di esser vera né documentata: è semplicemente la mia visione, che potete prendere per quel che vi pare.
Bersani è un segretario debole: io credo che lo sia un po' per carattere (meno autistico e più diplomatico rispetto al mentecatto che lo ha preceduto, e non parlo di Franceschini) e un po' perché il PD è un grande calderone nel quale il vertice non può che vivacchiare alla giornata nel tentativo di tenere insieme tutte le varie anime che compongono il partito.
In effetti Bersani sconta il peccato originale del Partito, la forma datagli dall'inutile idiota che con la vocazione maggioritaria e l'aspirazione all'autosufficienza ha ridotto i resti di quello che fu il più grande partito comunista dell'occidente a un gelatinoso ammasso di persone irridentisi l'un l'altra.
Certo, si potrebbe dire che dal disegno originale sia sparito l'anelito all'autosufficienza rimanendo solo la vocazione maggioritaria, ma se ci pensate bene anche Faccia da Tonto non ha mai creduto davvero nell'autosufficienza, tanto da imbarcare a bordo i radicali, e allearsi con Di Pietro.
Il PD di oggi quindi non è granché diverso da quello sognato dal Puffo Triste, salvo per il fatto che quest'ultimo almeno, nel suo idiotico autismo, credeva in quella fanfaronata di progetto da lui creata, laddove Bersani non ha neppure questo stimolo d'orgoglio personale.
In questa situazione non è che vi siano grandi possibilità: o si cerca di salvare il progetto politico del partito, la vocazione maggioritaria, il ruolo baricentrale rispetto al centrosinistra, o si cerca di perseguire un progetto politico diverso, superando l'attuale forma del PD e ripensando alla radice la funzione del partito, a partire dai temi del radicamento nella società, del programma da formulare e delle alleanze da stringere.
Il problema è che non si possono perseguire entrambi gli obiettivi, che sono antitetici: il PD, come impostato dall'Orfano Scrittore è un'entità strutturalmente perdente, non potendo darsi né programma né radicamento, a costo di disfarsi (come in parte è già accaduto). Per vincere bisogna quindi cambiare tutto, distruggere il partito leggero e rifondarlo come un partito vero: come era il vecchio PCI e come, ancor oggi, è la Lega.
Bersani non ha il coraggio, o la forza, o entrambi, di prendere questa decisione. Non gli piace il PD di oggi, ma è il primo a credere di non poterlo trasformare. Si limita quindi a bordesare sottocosta, grazie a quelle due-tre parole d'ordine sempre attuali (cacciare Berlusconi, priorità al lavoro, la giustizia sociale...), che sono spendibili solo fintanto che si sta all'opposizione, ma che non si può certo dire costituiscano un programma di governo essendo, per l'appunto, un programma di opposizione. In questo piccolo cabotaggio, pur essendo potenzialmente a pochi mesi dal voto per il rinnovo delle Camere, non ha avuto neppure la forza di dare una chiara indicazione sulle alleanze che intenderebbe coltivare: e converrete che scegliere tra il centro e la sinistra sarebbe un bell'atto di coraggio: scegliere è cosa che possa dare i tormenti ma non per questo meno indispensabile.
Spera, Bersani, che passata la buriana, e magari approfittando dell'altrettanto innegabile crisi della destra, a un tratto le nuvole si aprano e si riesca a individuare la rotta da seguire, ma, a mio parere, si tratta di una pia illusione. Comunque vadano le cose, sarà ben difficile che gli amici possano riconoscergli il merito di ciò che ha fatto (ben poco), mentre i molti nemici non avranno difficoltà a rinfacciargli le scelte che non ha assunto.
A quel punto la fucilazione -in senso politico, beninteso- sarà inevitabile.
Visualizzazione post con etichetta pd. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta pd. Mostra tutti i post
lunedì 13 dicembre 2010
domenica 12 dicembre 2010
giovedì 18 novembre 2010
La rivoluzione in cachemere

Però contro Albertini avete combattuto per dieci anni...Ecco: se magari l'avessi capito prima, che lo scopo ultimo del Partito Democratico era quello di sdoganare Albertina, questo blog si sarebbe risparmiato tante parole inutili.
Erano anche gli anni in cui noi non esistevamo come Partito Democratico.
Etichette:
pd
lunedì 18 ottobre 2010
Servono risposte

Lo afferma il vicepresidente del PD in questa dichiarazione.
E ci ha ragione, ci ha: in effetti i suoi dieci punti erano così complessi e arzigogolati che mi fa ancor male la testa, dalla fatica che ho fatto a commentarli.
Etichette:
pd
lunedì 11 ottobre 2010
The Great PD Swindle
La crisi nella quale naviga il Partito Democratico è talmente nera da far ritenere improbabile che il pur caparbio e concreto Bersani possa riuscire a rischiarare anche solo lievissimamente il panorama.
Certo non lo aiutano granché i dirigenti di prima fascia, quelle persone che dovrebbero collaborare con il segretario per dare una direzione a quello che sembra un vascello alla deriva.
Ogni volta che Bersani riesce a tirar fuori una cosa sensata, ecco che l'ex-segretario-della-corrente-che-non-è-una-corrente-a-lui-avversa prende carta, calamaio e pennino e ti scrive una lettera a qualche direttore di giornale o, addirittura, agli Italiani. Provocando, nella migliore delle ipotesi, ilarità e mali di ventre. E quando non è l'Uomo delle Figurine, salta sempre fuori qualche figura di secondo o terzo piano a rompere qualche uovo, perfin sodo, nel paniere.
L'impressione che ne trae l'osservatore esterno, quello che tutti i giorni si sveglia, magari ancora al buio, per andare a guadagnarsi la giornata, è che la Direzione del partito che vorrebbe andare al Governo sia molto simile al cortile di una scuola elementare all'ora della ricreazione: chi gioca alla palla, chi salta l'elestico, chi mangiucchia la merendina e chi cerca di rubare la focaccia al compagno. Anche il livello del discorrere non è molto lontano: Giacomino rimprovera a Simone di non avergli prestato la penna azzurra settimana scorsa, ed è per questo che oggi lui ha rifiutato di dargli la gomma pane. Anzi di più: Giacomino va da Carletto e gli comunica, serio, che Simone non è più suo amico e non giocheranno mai più insieme. Poi, fortunatamente, si va alla refezione e tutti fanno pace, fino all'indomani.
Ecco: in questo quadro edificante ci mancavano un po' i due vicepresidenti. Perché la Bindi, poverella, ha il suo bel daffare a rintuzzare le provocazioni di Berlusconi, e quindi la vediamo spesso in TV. Non che il rintuzzamento sia un progetto politico articolato, ma sempre meglio di niente. Dei due vicepresidenti invece sappiamo ben poco. Anzi, io che sono un ragazzo di campagna posso ammettere con candore che la Sereni manco so che faccia abbia, mentre Scalfarotto è assai più noto, dato che tutti sanno che ha abitato a Mosca e che sta con un uomo.
Sono due qualità non comunissime, in ispecie la prima, ma aspettavamo con ansia che emergesse qualche cosa in più, che giustificasse il suo essere al secondo posto nella gerarchia del secondo partito italiano: ché altrimenti avremmo potuto pensar male, immaginandoci che fosse stato messo lì solo in quanto conoscitore del russo o, peggio, in quanto omosessuale. Pensar male, dicevo, perché non è che vi siano molte alternative: e se fosse stato scelto per il russo, ciò avrebbe gettato una luce nuova o inquietante sui rapporti tra il PD e Putin, facendoci perfin sospettare che lo scandalo del lettone di Berlusconi fosse in realtà una manovra del partito d'opposizione per screditare il premier, mentre se fosse stato scelto in quanto gay, questo significherebbe che il partito che vorrebbe esser di governo sceglie i suoi vertici a seconda di dove buttano il pisello e non per le loro capacità individuali, il che non è punto bello.
Finalmente Scalfarotto ci ha dato le soddisfazioni che ci attendevamo: ci ha messo un bel po', per far bene il lavoro, ma alla fine ha partorito un programma politico, anzi un decalogo, dato che si tratta di un pensiero complesso, articolato in dieci punti.
Diciamolo pure: ci son cadute non solo le braccia, ma anche gambe, palle e globi oculari. Il problema principale della società italiana, secondo il secondo del secondo partito, è l'assenza dei diritti dell'amore: che è un'affermazione che ci saremmo attesi da Cicciolina, ai bei tempi in cui sedeva in Parlamento, e che ci ha fatto piacere solo perché ci ha riportato agli anni in cui eravamo più in forma di oggi, e saltavamo la cavallina senza preoccuparci dell'ufficio l'indomani. Non sto a tediarvi su quanto questa tematica sia scollata dalle preoccupazioni degli italiani: vi rimando ad Annarella che addirittura ha fatto un disegnino.
Voglio invece esortarvi a leggere ed assaporare i punti, uno per uno, e a rimirare la pochezza elaborativa di una persona che non è un uomo della strada, non è un tifoso da bar che sciorina la sua formazione ideale e può permettersi di sbagliare virgole, congiuntifi e perfino mettere un difensore al posto d'un centrocampista.
No: Scalfarotto è la seconda carica del secondo partito italiano. Che gli piaccia o meno, è un politico; anzi deve piacergli per forza, visto che non glielo ha mica ordinato il dottore, di accettare la vicepresidenza. E un politico deve avere perlomeno il buongusto di articolare il suo pensiero correttamente, sistematizzando i concetti e usando i termini appropriati.
Quando uno scrive «Estendere la possibilità di sposarsi a tutti i cittadini», scrive una cazzata, perché tutti i cittadini hanno il diritto di sposarsi. Probabilmente Scalfarotto ha pensato fosse più arguto scrivere così piuttosto che «consentire il matrimonio tra persone del medesimo sesso», dato che lo Stato non gli consente di sposare chi vuole lui. Ma resta una cazzata, dato che l'affermazione di Scalfarotto può essere interpretata solo da chi già sappia che Scalfarotto è omosessuale (sì, lo so, continuare a ripetere "omosessuale" ammazza il ritmo dello scritto, ma se scrivessi "frocio", parola che tutti indistintamente gli omosessuali usano per definirsi ritenendola di uso riservato esclusivamente a loro, poi mi darebbero dell'OMOFOBO).
«Riconoscere per legge le prerogative dei conviventi» è una cazzata. Perché altro sono le prerogative, altro sono i diritti. Un politico dovrebbe avere le basi del lessico e del diritto: impiegare anni per tirar fuori un programma e non farlo rileggere a qualcuno che sappia la differenza tra prerogative e diritti mostra tutta la pochezza dell'uomo.
L'«Approvazione di una legge sull’omogenitorialità» è uno dei pochi punti sensati. Io personalmente sono ferocemente contrario, ma perlomeno è un punto sul quale si può essere favorevoli o contrari senza mettersi a ridere. Puccioso peraltro il commento, laddove lo Scalfarotto crede che «questa è una di quelle leggi che un paese civile dovrebbe approvare in poche ore all’unanimità», dimostrando di avere una conoscenza dell'Italia e del mondo, come dire, vaga.
L'«estensione della legge Mancino all’omofobia e alla transfobia», oltre che farmi imparare una parola nuova, ha il vantaggio di superare l'orrenda proposta a suo tempo presentata dalla Concia. Mi preoccupa perché il mondo è pieno di deficienti che pensano che essere, putacaso, contro l'omogenitorialità sia la medesima cosa dell'essere omofobo, e quindi già vedo daventi a me lo spettro della galera, ma comunque ho fiducia nella magistratura, come Berlusconi.
Terminano qui i punti scalfarottiani che hanno un certo senso. Ora iniziano quelli dadaisti.
«Sradicare il bullismo dalle scuole». Trovatemi un partito politico che abbia nel programma l'affermazione di una cultura del bullismo nelle scuole, e vi pago una cena. Ma non è tanto questo il punto surreale, quanto che per I.S. il bullismo si eserciti solo sui giovani omosessuali. Chiunque abbia un figlio che va a scuola sa come stanno le cose; Scalfarotto no, e questo forse spiega il punto, che è stato inserito per dimostrare quanto sia necessaria la legge sull'omogenitorialità. O forse Scalfarotto riesce ad interpretare il mondo solo attraverso le lenti del suo essere e del suo vissuto, senza riuscire a fare (o meglio: senza provarsi a fare) uno sforzo di generalizzazione. Il che, per il secondo del secondo, non è proprio una bel modo di presentarsi.
«Riassegnazione anagrafica alle persone transessuali senza necessità dell’intervento chirurgico». Potremmo anche arrivare al sesso stagionale: quest'autunno-inverno va la donna, ma per la primavera-estate si prevede che torni di moda il maschio.
«Sviluppare una seria cultura contro le discriminazioni sui luoghi di lavoro». Forse Scalfarotto è stato anche in Giappone, dove prima dell'inizio del lavoro si fanno le adunate d'indottrinamento. Perché, essendo il secondo del secondo, certo sa che le leggi contro la discriminazione ci sono già: il problema sono le mentalità, non le leggi. Ma compito dello Stato è fare le leggi, non cambiare le menti. A quello pensano le chiese, non gli Stati. O perlomeno non gli stati democratici.
«Numero minimo di consiglieri d’amministrazione donne nelle aziende quotate in Borsa»: una solenne minchiata. A parte il fatto che non si vede perché riservare posti alle donne dimenticandosi di omosessuali, transessuali, negri, ebrei, obesi, ipovedenti e diabetici, resta il fatto che i componenti dei CdA sono nominati, liberamente, dalle assemblee degli azionisti. Non siamo al tempo dei Soviet, e le aziende, per quanto quotate, sono degli azionisti, non dello Stato, che non si deve impipare di cose che non gli debbono interessare.
«Riservare un periodo di astensione esclusiva dal lavoro per i padri». Un'altra di quelle cose che stanno a metà tra il dirigismo e la teocrazia, come si evince bene dalla spiega: "in questo modo il padre è effettivamente costretto a spupazzarsi il pargoletto e a diventare genitore con pari responsabilità". Costretto, già. E le frustate se non cambia bene i pannolini, a quando?
«Riaffermare la laicità dello stato con norme che ribadiscano la sua neutralità rispetto a tutte le religioni». Punto nobile, di antica tradizione. Scalfrotto deve averlo messo per arrivare a dieci, dato che fa a pugni con la sua concezione di teocrazia illuminata.
Questo il quadro della proposta. Da ridere, più che da piangere. Poi c'è la reazione dello Scalfarotto, che dopo aver pubblicato al cosa su Friendfeed ha incontrato taluno che, abbastanza pacatamente, gli ha detto che alcune cose non lo convincevano. Il problema è che Scalfarotto non si è nemmeno provato ad argomentare, non ha accettato il contradditorio, non ha accettato il fatto che possa esserci qualcuno che la pensa in modo diverso da lui: e nemmeno su tutti i punti, come me, ma perfino su uno solo.
Lo sviluppo della discussione è lì, da leggere. Ed è uno sviluppo che non dà certo l'impressione di un politico navigato, capace di difendere le proprie tesi. Speriamo non vada in televisione, che ne verrebbe fuori una ben magra figura per lui e per il suo povero partito.
Certo non lo aiutano granché i dirigenti di prima fascia, quelle persone che dovrebbero collaborare con il segretario per dare una direzione a quello che sembra un vascello alla deriva.
Ogni volta che Bersani riesce a tirar fuori una cosa sensata, ecco che l'ex-segretario-della-corrente-che-non-è-una-corrente-a-lui-avversa prende carta, calamaio e pennino e ti scrive una lettera a qualche direttore di giornale o, addirittura, agli Italiani. Provocando, nella migliore delle ipotesi, ilarità e mali di ventre. E quando non è l'Uomo delle Figurine, salta sempre fuori qualche figura di secondo o terzo piano a rompere qualche uovo, perfin sodo, nel paniere.
L'impressione che ne trae l'osservatore esterno, quello che tutti i giorni si sveglia, magari ancora al buio, per andare a guadagnarsi la giornata, è che la Direzione del partito che vorrebbe andare al Governo sia molto simile al cortile di una scuola elementare all'ora della ricreazione: chi gioca alla palla, chi salta l'elestico, chi mangiucchia la merendina e chi cerca di rubare la focaccia al compagno. Anche il livello del discorrere non è molto lontano: Giacomino rimprovera a Simone di non avergli prestato la penna azzurra settimana scorsa, ed è per questo che oggi lui ha rifiutato di dargli la gomma pane. Anzi di più: Giacomino va da Carletto e gli comunica, serio, che Simone non è più suo amico e non giocheranno mai più insieme. Poi, fortunatamente, si va alla refezione e tutti fanno pace, fino all'indomani.
Ecco: in questo quadro edificante ci mancavano un po' i due vicepresidenti. Perché la Bindi, poverella, ha il suo bel daffare a rintuzzare le provocazioni di Berlusconi, e quindi la vediamo spesso in TV. Non che il rintuzzamento sia un progetto politico articolato, ma sempre meglio di niente. Dei due vicepresidenti invece sappiamo ben poco. Anzi, io che sono un ragazzo di campagna posso ammettere con candore che la Sereni manco so che faccia abbia, mentre Scalfarotto è assai più noto, dato che tutti sanno che ha abitato a Mosca e che sta con un uomo.
Sono due qualità non comunissime, in ispecie la prima, ma aspettavamo con ansia che emergesse qualche cosa in più, che giustificasse il suo essere al secondo posto nella gerarchia del secondo partito italiano: ché altrimenti avremmo potuto pensar male, immaginandoci che fosse stato messo lì solo in quanto conoscitore del russo o, peggio, in quanto omosessuale. Pensar male, dicevo, perché non è che vi siano molte alternative: e se fosse stato scelto per il russo, ciò avrebbe gettato una luce nuova o inquietante sui rapporti tra il PD e Putin, facendoci perfin sospettare che lo scandalo del lettone di Berlusconi fosse in realtà una manovra del partito d'opposizione per screditare il premier, mentre se fosse stato scelto in quanto gay, questo significherebbe che il partito che vorrebbe esser di governo sceglie i suoi vertici a seconda di dove buttano il pisello e non per le loro capacità individuali, il che non è punto bello.
Finalmente Scalfarotto ci ha dato le soddisfazioni che ci attendevamo: ci ha messo un bel po', per far bene il lavoro, ma alla fine ha partorito un programma politico, anzi un decalogo, dato che si tratta di un pensiero complesso, articolato in dieci punti.
Diciamolo pure: ci son cadute non solo le braccia, ma anche gambe, palle e globi oculari. Il problema principale della società italiana, secondo il secondo del secondo partito, è l'assenza dei diritti dell'amore: che è un'affermazione che ci saremmo attesi da Cicciolina, ai bei tempi in cui sedeva in Parlamento, e che ci ha fatto piacere solo perché ci ha riportato agli anni in cui eravamo più in forma di oggi, e saltavamo la cavallina senza preoccuparci dell'ufficio l'indomani. Non sto a tediarvi su quanto questa tematica sia scollata dalle preoccupazioni degli italiani: vi rimando ad Annarella che addirittura ha fatto un disegnino.
Voglio invece esortarvi a leggere ed assaporare i punti, uno per uno, e a rimirare la pochezza elaborativa di una persona che non è un uomo della strada, non è un tifoso da bar che sciorina la sua formazione ideale e può permettersi di sbagliare virgole, congiuntifi e perfino mettere un difensore al posto d'un centrocampista.
No: Scalfarotto è la seconda carica del secondo partito italiano. Che gli piaccia o meno, è un politico; anzi deve piacergli per forza, visto che non glielo ha mica ordinato il dottore, di accettare la vicepresidenza. E un politico deve avere perlomeno il buongusto di articolare il suo pensiero correttamente, sistematizzando i concetti e usando i termini appropriati.
Quando uno scrive «Estendere la possibilità di sposarsi a tutti i cittadini», scrive una cazzata, perché tutti i cittadini hanno il diritto di sposarsi. Probabilmente Scalfarotto ha pensato fosse più arguto scrivere così piuttosto che «consentire il matrimonio tra persone del medesimo sesso», dato che lo Stato non gli consente di sposare chi vuole lui. Ma resta una cazzata, dato che l'affermazione di Scalfarotto può essere interpretata solo da chi già sappia che Scalfarotto è omosessuale (sì, lo so, continuare a ripetere "omosessuale" ammazza il ritmo dello scritto, ma se scrivessi "frocio", parola che tutti indistintamente gli omosessuali usano per definirsi ritenendola di uso riservato esclusivamente a loro, poi mi darebbero dell'OMOFOBO).
«Riconoscere per legge le prerogative dei conviventi» è una cazzata. Perché altro sono le prerogative, altro sono i diritti. Un politico dovrebbe avere le basi del lessico e del diritto: impiegare anni per tirar fuori un programma e non farlo rileggere a qualcuno che sappia la differenza tra prerogative e diritti mostra tutta la pochezza dell'uomo.
L'«Approvazione di una legge sull’omogenitorialità» è uno dei pochi punti sensati. Io personalmente sono ferocemente contrario, ma perlomeno è un punto sul quale si può essere favorevoli o contrari senza mettersi a ridere. Puccioso peraltro il commento, laddove lo Scalfarotto crede che «questa è una di quelle leggi che un paese civile dovrebbe approvare in poche ore all’unanimità», dimostrando di avere una conoscenza dell'Italia e del mondo, come dire, vaga.
L'«estensione della legge Mancino all’omofobia e alla transfobia», oltre che farmi imparare una parola nuova, ha il vantaggio di superare l'orrenda proposta a suo tempo presentata dalla Concia. Mi preoccupa perché il mondo è pieno di deficienti che pensano che essere, putacaso, contro l'omogenitorialità sia la medesima cosa dell'essere omofobo, e quindi già vedo daventi a me lo spettro della galera, ma comunque ho fiducia nella magistratura, come Berlusconi.
Terminano qui i punti scalfarottiani che hanno un certo senso. Ora iniziano quelli dadaisti.
«Sradicare il bullismo dalle scuole». Trovatemi un partito politico che abbia nel programma l'affermazione di una cultura del bullismo nelle scuole, e vi pago una cena. Ma non è tanto questo il punto surreale, quanto che per I.S. il bullismo si eserciti solo sui giovani omosessuali. Chiunque abbia un figlio che va a scuola sa come stanno le cose; Scalfarotto no, e questo forse spiega il punto, che è stato inserito per dimostrare quanto sia necessaria la legge sull'omogenitorialità. O forse Scalfarotto riesce ad interpretare il mondo solo attraverso le lenti del suo essere e del suo vissuto, senza riuscire a fare (o meglio: senza provarsi a fare) uno sforzo di generalizzazione. Il che, per il secondo del secondo, non è proprio una bel modo di presentarsi.
«Riassegnazione anagrafica alle persone transessuali senza necessità dell’intervento chirurgico». Potremmo anche arrivare al sesso stagionale: quest'autunno-inverno va la donna, ma per la primavera-estate si prevede che torni di moda il maschio.
«Sviluppare una seria cultura contro le discriminazioni sui luoghi di lavoro». Forse Scalfarotto è stato anche in Giappone, dove prima dell'inizio del lavoro si fanno le adunate d'indottrinamento. Perché, essendo il secondo del secondo, certo sa che le leggi contro la discriminazione ci sono già: il problema sono le mentalità, non le leggi. Ma compito dello Stato è fare le leggi, non cambiare le menti. A quello pensano le chiese, non gli Stati. O perlomeno non gli stati democratici.
«Numero minimo di consiglieri d’amministrazione donne nelle aziende quotate in Borsa»: una solenne minchiata. A parte il fatto che non si vede perché riservare posti alle donne dimenticandosi di omosessuali, transessuali, negri, ebrei, obesi, ipovedenti e diabetici, resta il fatto che i componenti dei CdA sono nominati, liberamente, dalle assemblee degli azionisti. Non siamo al tempo dei Soviet, e le aziende, per quanto quotate, sono degli azionisti, non dello Stato, che non si deve impipare di cose che non gli debbono interessare.
«Riservare un periodo di astensione esclusiva dal lavoro per i padri». Un'altra di quelle cose che stanno a metà tra il dirigismo e la teocrazia, come si evince bene dalla spiega: "in questo modo il padre è effettivamente costretto a spupazzarsi il pargoletto e a diventare genitore con pari responsabilità". Costretto, già. E le frustate se non cambia bene i pannolini, a quando?
«Riaffermare la laicità dello stato con norme che ribadiscano la sua neutralità rispetto a tutte le religioni». Punto nobile, di antica tradizione. Scalfrotto deve averlo messo per arrivare a dieci, dato che fa a pugni con la sua concezione di teocrazia illuminata.
Questo il quadro della proposta. Da ridere, più che da piangere. Poi c'è la reazione dello Scalfarotto, che dopo aver pubblicato al cosa su Friendfeed ha incontrato taluno che, abbastanza pacatamente, gli ha detto che alcune cose non lo convincevano. Il problema è che Scalfarotto non si è nemmeno provato ad argomentare, non ha accettato il contradditorio, non ha accettato il fatto che possa esserci qualcuno che la pensa in modo diverso da lui: e nemmeno su tutti i punti, come me, ma perfino su uno solo.
Lo sviluppo della discussione è lì, da leggere. Ed è uno sviluppo che non dà certo l'impressione di un politico navigato, capace di difendere le proprie tesi. Speriamo non vada in televisione, che ne verrebbe fuori una ben magra figura per lui e per il suo povero partito.
Etichette:
pd
sabato 20 marzo 2010
Milioni di milioni
Il problema, vedete, non è tanto che Berlusconi dica di aver portato in piazza un milione di persone. E neppure che altri dicano che è una bufala.
Il problema vero è che chi lo dice oggi ieri diceva che è una bufala, e chi oggi sbufala, ieri sparava numeri ancor più grossi.
Ed una volta tanto non ho nemmeno da perderci troppo tempo a dimostrare quest'affermazione: questo post l'ho già scritto 17 mesi fa (P.S: se ci doveste andare, scorrete fino in fondo, please).
Etichette:
berlusconi,
pd
domenica 15 novembre 2009
Quel che mi piace della Rete
Che le cose restano, e si ritrovano facilmente.
Facile, oggi, parlare di Veltroni e scaricargli sopra badilate di merda. Che se le merita, per carità.
Ma talora ti fa più innervosire il fatto che uno sia passato dalla tua parte, piuttosto che se ne resti dalla sua: perché oggi son bravi tutti, a dire quant'è coglione, il Puffo Triste, e quanto sono stati imbecilli quelli che hanno creduto in lui, e quanto il minestrone binettiano fosse una puttanata, e il maggioritario "io son io e voi non siete un cazzo" vada bene solo per il Marchese del Grillo.
Quanti 26 luglio deve ancora vivere, questo paese?
Etichette:
innominabile,
pd
mercoledì 28 ottobre 2009
martedì 27 ottobre 2009
Dio acceca chi vuole perdere
Poche cose mi fanno incazzare più della spocchia elitista.
La spocchia di chi è convinto di esser sempre dalla parte della ragione anche quando tutti gli dicono che sta andando verso il burrone; e lui a dire "non avete capito un cazzo, ho ragione io!"
Finché fa Plonk, come Vil Coyote.
Ecco, scrivere: Gli elettori, nella stragrande maggioranza maturi (per non dire anziani), tutti novecenteschi, come è ovvio che sia, hanno seguito questa strada, e hanno fatto bene, e ha avuto ragione chi ha scelto Bersani, chi ci ha creduto, chi ha investito su di lui. Su questo non ci piove per sminuire la scelta del popolo delle primarie (nello stesso post si parla di bocciofilìa, di sospetto verso i nuovi medie e di tutto ciò che fa anzYano) sarebbe anche legittimo, pur se un po' stupido. Se scritto da chi le primarie le ha sempre combattute.
E' spocchioso, villanamente spocchioso, se viene scritto da chi aveva fatto delle primarie una bandiera, contro chi -eletto- era contrario alle primarie medesime, che pur l'hanno eletto.
La spocchia di chi è convinto di esser sempre dalla parte della ragione anche quando tutti gli dicono che sta andando verso il burrone; e lui a dire "non avete capito un cazzo, ho ragione io!"
Finché fa Plonk, come Vil Coyote.
Ecco, scrivere: Gli elettori, nella stragrande maggioranza maturi (per non dire anziani), tutti novecenteschi, come è ovvio che sia, hanno seguito questa strada, e hanno fatto bene, e ha avuto ragione chi ha scelto Bersani, chi ci ha creduto, chi ha investito su di lui. Su questo non ci piove per sminuire la scelta del popolo delle primarie (nello stesso post si parla di bocciofilìa, di sospetto verso i nuovi medie e di tutto ciò che fa anzYano) sarebbe anche legittimo, pur se un po' stupido. Se scritto da chi le primarie le ha sempre combattute.
E' spocchioso, villanamente spocchioso, se viene scritto da chi aveva fatto delle primarie una bandiera, contro chi -eletto- era contrario alle primarie medesime, che pur l'hanno eletto.
Etichette:
pd
domenica 25 ottobre 2009
mercoledì 14 ottobre 2009
In difesa di Paola Binetti
Premessa.
Su questa questione del voto sulla cosiddetta legge anti-omofobia ci sarebbe da dire una valanga di vagonate di cose che mi risparmio e vi risparmio in attesa che cali l'ansia di prestazione di chi crede di dover sempre dire qualcosa non appena i fatti accadono, senza prima fermarsi a riflettere un po'.
Chi mi legge da tempo sa che la mia opinione l'ho già espressa in un post che ha avuto anche un certo seguito di pubblico, e chi non mi segue da tempo può cercarselo: non lo linko perché quel post, astratto dal contesto, farebbe subito gridare allo scandalo, come infatti ha gridato allo scandalo chi allora l'ha letto.
Post.
Paola Binetti ha votato contro la cosiddetta legge anti-omofobia, e metà del Partito Democratico ha finalmente sollevato il problema se sia opportuno o meno pretendere le sue dimissioni.
Io da mesi vado ripetendo che la Costituzione prevede che i deputati siano eletti senza vincolo di mandato, e pertanto il fatto che la Binetti voti in modo contrario alla linea ufficiale del partito costituisce, per me che aspiro ad essere minimamente coerente con me stesso, almeno sulle questioni di principio, il mero esercizio di un diritto.
Chi deve pagare, per il fatto che la Binetti abbia votato come ha votato, non è la Binetti stessa; e, secondo il mio modo forse un po' troppo manicheo di affrontare le cose politiche, non è neppure chi ha deciso di metterla in lista, in posizione tale da assicurarne l'approdo a Montecitorio.
Possiamo discutere o meno se vi sia stato un errore: ma se ammettiamo che errore vi sia stato, questo va ricercato alle origini: nell'aver fondato un partito nel quale si è ritenuto di mettere dentro, con pari dignità e pari diritti, Bersani e Franceschini; Rutelli e D'Alema; Concia e Binetti.
Anziché un partito è stata fatta una pasta e fagioli, con il beneplacito di tutti gli iscritti, simpatizzanti ed elettori che sono andati alle primarie a votare per il Puffo capocuoco.
Senza pensare che, quando si mangia la pasta e fagioli il giorno prima di una riunione importante, è molto facile che poi si possano creare dei momenti di forte imbarazzo.
Su questa questione del voto sulla cosiddetta legge anti-omofobia ci sarebbe da dire una valanga di vagonate di cose che mi risparmio e vi risparmio in attesa che cali l'ansia di prestazione di chi crede di dover sempre dire qualcosa non appena i fatti accadono, senza prima fermarsi a riflettere un po'.
Chi mi legge da tempo sa che la mia opinione l'ho già espressa in un post che ha avuto anche un certo seguito di pubblico, e chi non mi segue da tempo può cercarselo: non lo linko perché quel post, astratto dal contesto, farebbe subito gridare allo scandalo, come infatti ha gridato allo scandalo chi allora l'ha letto.
Post.
Paola Binetti ha votato contro la cosiddetta legge anti-omofobia, e metà del Partito Democratico ha finalmente sollevato il problema se sia opportuno o meno pretendere le sue dimissioni.
Io da mesi vado ripetendo che la Costituzione prevede che i deputati siano eletti senza vincolo di mandato, e pertanto il fatto che la Binetti voti in modo contrario alla linea ufficiale del partito costituisce, per me che aspiro ad essere minimamente coerente con me stesso, almeno sulle questioni di principio, il mero esercizio di un diritto.
Chi deve pagare, per il fatto che la Binetti abbia votato come ha votato, non è la Binetti stessa; e, secondo il mio modo forse un po' troppo manicheo di affrontare le cose politiche, non è neppure chi ha deciso di metterla in lista, in posizione tale da assicurarne l'approdo a Montecitorio.
Possiamo discutere o meno se vi sia stato un errore: ma se ammettiamo che errore vi sia stato, questo va ricercato alle origini: nell'aver fondato un partito nel quale si è ritenuto di mettere dentro, con pari dignità e pari diritti, Bersani e Franceschini; Rutelli e D'Alema; Concia e Binetti.
Anziché un partito è stata fatta una pasta e fagioli, con il beneplacito di tutti gli iscritti, simpatizzanti ed elettori che sono andati alle primarie a votare per il Puffo capocuoco.
Senza pensare che, quando si mangia la pasta e fagioli il giorno prima di una riunione importante, è molto facile che poi si possano creare dei momenti di forte imbarazzo.
Etichette:
pd
mercoledì 7 ottobre 2009
Sitting on a chimera
Oggi Francesco Costa pubblica un lucido post che spiega con chiarezza perché il PD sembri andare meno a donnine di facili costumi, negli ultimi tempi, e anche perché è quasi certo che a breve tornerà a farlo.
Dall'analisi, che condivido, io inferisco anche un'altra cosa: che il PD è una chimera, un qualcosa che non diventerà mai un animale compiuto, che non avrà mai la capacità di crescere e di procreare e, in ultima analisi, che non avrebbe mai dovuto nascere.
Un po' come quei bambini, frutto di fecondazioni in vitro di madri ultrasessantenni, che vedono nel volto della mamma il ritratto della propria fine.
Dall'analisi, che condivido, io inferisco anche un'altra cosa: che il PD è una chimera, un qualcosa che non diventerà mai un animale compiuto, che non avrà mai la capacità di crescere e di procreare e, in ultima analisi, che non avrebbe mai dovuto nascere.
Un po' come quei bambini, frutto di fecondazioni in vitro di madri ultrasessantenni, che vedono nel volto della mamma il ritratto della propria fine.
Etichette:
pd
martedì 29 settembre 2009
Matteo /2
Oggi Matteo non solo scrive un articolo sul PD che condivido fin nelle virgole*, ma oltretutto contiene l'affermazione che Keith Moon era dio; e tutto ciò mi ricorda di quella volta che (se ben rammento all'Orfeo, nel 1984) ci fu un concerto di Cecil Taylor.
Non è proprio un concerto facile, Cecil Taylor, anzi! E oltretutto io e Federico poi avremmo dovuto passare la notte ad attacchinare per Loris Zaffra, nome che per taluno sarà tristemente evocativo (e voglio tranquillizzarlo dicendo che non lo facevamo perché ci piacesse ma solo perché ci pagavano).
Così, alla fine del concerto eravamo abbastanza stremati, ma pur ci dicevamo -«che bello», dato che a diciannove anni hai ancora il candore -o l'idiozia- di dire -«che bello» quando sai che un concerto dev'essere bello per forza; e ciò anche se in realtà hai la netta impressione che se fossi andato tu, lì sul palco a pestare tasti a caso, nessuno si sarebbe accorto della differenza.
Le luci si erano già accese, il pubblico si alzava, e a un tratto Taylor si è messo a suonare: musica classica, divinamente: non certo per farci vedere, caso mai avessimo dubbi che lui sapeva suonare: forse solo per passatempo. Ma noi cogliemmo il fatto che sapeva suonare.
Ecco, Matteo oggi mi ha fatto lo stesso effetto, e oltretutto ha detto che Keith Moon era dio.
* e perfino nel sapiente uso del punto e virgola.
Non è proprio un concerto facile, Cecil Taylor, anzi! E oltretutto io e Federico poi avremmo dovuto passare la notte ad attacchinare per Loris Zaffra, nome che per taluno sarà tristemente evocativo (e voglio tranquillizzarlo dicendo che non lo facevamo perché ci piacesse ma solo perché ci pagavano).
Così, alla fine del concerto eravamo abbastanza stremati, ma pur ci dicevamo -«che bello», dato che a diciannove anni hai ancora il candore -o l'idiozia- di dire -«che bello» quando sai che un concerto dev'essere bello per forza; e ciò anche se in realtà hai la netta impressione che se fossi andato tu, lì sul palco a pestare tasti a caso, nessuno si sarebbe accorto della differenza.
Le luci si erano già accese, il pubblico si alzava, e a un tratto Taylor si è messo a suonare: musica classica, divinamente: non certo per farci vedere, caso mai avessimo dubbi che lui sapeva suonare: forse solo per passatempo. Ma noi cogliemmo il fatto che sapeva suonare.
Ecco, Matteo oggi mi ha fatto lo stesso effetto, e oltretutto ha detto che Keith Moon era dio.
* e perfino nel sapiente uso del punto e virgola.
martedì 14 luglio 2009
Manifesto dei Valori
Questo articolo del Corriere ci racconta che sul TG3 è andato in onda un servizio che diceva, riferendosi al caldo torrido di Piazza San Pietro: «Domani il Papa va in vacanza e ci saranno anche due gatti... che gli strapperanno un sorriso, almeno quanto i proverbiali quattro gatti, forse un po' di più, che hanno ancora il coraggio e la pazienza di ascoltare ancora le sue parole»
Ci dice anche del vicepresidente della commissione di vigilanza Rai, Giorgio Merlo, il quale ha accusato la testata, parlando di «deriva anticlericale, singolare e volgare». «Stupiscono - ha scritto Merlo in una nota - le parole contenute nel servizio andato in onda ieri sera alla edizione delle 19 del Tg3».
Questo Giorgio Merlo è un deputato del Partito Democratico. Non penso di fare una deduzione azzardata se credo che, in quanto tale, egli sarà anche iscritto al medesimo partito. Ma per iscriversi, il buon Merlo dovrebbe aver adempiuto a quanto disposto dall'art.2 c.2 dello Statuto, e quindi dovrebbe aver sottoscritto il Manifesto dei Valori: quel documento nel quale, tra uno sbadiglio e l'altro, si può leggere
A questo punto, mi vien da chiedermi come si possa negare la tessera a BeppeGrillo(tm)
Ci dice anche del vicepresidente della commissione di vigilanza Rai, Giorgio Merlo, il quale ha accusato la testata, parlando di «deriva anticlericale, singolare e volgare». «Stupiscono - ha scritto Merlo in una nota - le parole contenute nel servizio andato in onda ieri sera alla edizione delle 19 del Tg3».
Questo Giorgio Merlo è un deputato del Partito Democratico. Non penso di fare una deduzione azzardata se credo che, in quanto tale, egli sarà anche iscritto al medesimo partito. Ma per iscriversi, il buon Merlo dovrebbe aver adempiuto a quanto disposto dall'art.2 c.2 dello Statuto, e quindi dovrebbe aver sottoscritto il Manifesto dei Valori: quel documento nel quale, tra uno sbadiglio e l'altro, si può leggere
Il principio costituzionale della laicità dello Stato rappresenta un valore essenziale dell’impegno del Partito Democratico. La laicità dello Stato garantisce il rispetto di ogni persona nelle sue convinzioni più profonde e assicura a ciascuno gli stessi diritti e gli stessi doveri. Allo stesso modo, tanto più in un’epoca contrassegnata da nuove conquiste di civiltà, ma anche da antichi e recenti fondamentalismi, la laicità dello Stato garantisce che le istituzioni appartengano a tutti e che le decisioni democratiche siano assunte in modo libero e autonomo.
A questo punto, mi vien da chiedermi come si possa negare la tessera a BeppeGrillo(tm)
Etichette:
pd
lunedì 13 luglio 2009
Tutti i nodi vengono al pettine
La boutade di Beppe Grillo, che pretenderebbe di concorrere alla carica di segretario del PD, sembra già morta prima ancora di nascere, grazie al fatto che il noto comico avrebbe dovuto essere iscritto al partito già da qualche tempo, ai sensi dell'art. 9 c.3 dello Statuto.
Ma ammettiamo per un attimo che tale norma non vi fosse, e che quindi Grillo potesse chiedere l'iscrizione e partecipare alla corsa.
Secondo lo Statuto (art. 2 c.2),
Per quanto riguarda lo Statuto, è un documento assolutamente neutrale, in quanto disciplina le forme di organizzazione e i meccanismi di funzionamento del PD: sottoscrivibile tanto da Veltroni che Gianfranco Fini che da Pino Rauti.
Riguardo al Codice Etico, si tratta di uno di quei bei documenti molto americani, che dicono che gli iscritti devono essere onesti, pluralisti, responsabili, onesti, sobri; rispettare la partecipazione delle donne e la laicità dello Stato, e lavorare un po' per il partito.
Anche qui, si tratta di cose che possono sottoscrivere Veltroni e Fini; magari Rauti e Bossi meno, dato che si parla di rispetto delle minoranze; ma in fondo sono parole nelle quali può star dentro tutto. Del resto c'è anche il richiamo alla laicità dello Stato, e salvo errori al PD sono iscritti Dorina Bianchi e la Binetti, no?
Veniamo al Manifesto dei Valori. Io vi ho messo il link: ma se putacaso siete sul posto di lavoro, e non siete soli nella vostra stanza, state attenti, prima di aprirlo. Perché se doveste cominciare a leggerlo, in ben poco tempo il vostro vicino di scrivania comincerebbe a sentire un sordo rumore proveniente dall'impianto di condizionamento; e dopo aver provato più volte a spegnerlo e riaccenderlo, si volterebbe verso di voi e capirebbe che il disturbo altro non era che il profondo ron ron del vostro sonno.
Insomma: questo manifesto dei valori, che dovrebbe dare la linea politica è per metà un'accozzaglia di frasi inutili e roboanti dichiarazioni di principi talmente universali da apparirne inutile la declamazione ("Ridare voce ai giovani"; "le energie del Paese sono grandi"; "riduzione dei privilegi"; "libertà delle donne"; "sviluppo sostenibile"; "diritti umani"; "etica pubblica condivisa"; "laicità dello Stato"), e per un'altra metà talmente generali da non costituire in alcun modo un discrimine politico verso alcuno ("sviluppo del Mezzogiorno"; "far ripartire lo sviluppo"; "offrire uguali opportunità"; "equità sociale"). Restano giusto un paio di cose "di sinistra", come direbbe Moretti, a proposito di dignità del lavoro, di integrazione degli immigrati e di "sistema scolastico pubblico integrato".
Insomma: in questi tre documenti vi si può riconoscere chiunque, con l'eccezione forse di Ratzinger e Kamenei; ma anche Mussolini, se solo espungessimo il riferimento al sistema bipolare, ci avrebbe potuto apporre la firma sopra; e così pure il padrone delle ferriere, che magari lascia morire di asbestosi il propri operai, ma nella propria carta dei valori aziendali state pur certi che avrà infilato dentro la tutela della dignità dei lavoratori.
E allora? Allora, al PD ci si può iscrivere chi vuole: questo è il punto.
C'era un tempo in cui i partiti erano partiti: organizzazioni dichiaratamente di parte, portatori di ideologie ben precise e connotate, a cui aderiva chi si riconosceva in quella ideologia. Tutti insieme gli iscritti, attraverso i vari meccanismi interni che culminavano dei congressi, dettavano la linea politica, sempre però nel rispetto, sostanziale e non meramente formale, dell'ideologia.
Ora i partiti, quelli che sono rimasti, sono associazioni di persone che si connotano solo per essersi associate insieme, senza il collante di un'ideologia (o anche solamente di qualche idea) che indirizzi e in una certa misura giustifichi il loro stare insieme.
E così nascono iniziative, quali quella di Luca Sofri, che si propone come punto di aggregazione dei desiderata di chi si riconosce nel PD, e che sarebbe meritoria, come iniziativa "dal basso", se non fosse che proprio il suo venire dal basso, e l'invilupparsi del dibattito in polemiche e polemicucce, evidenziano in pieno quanto l'unica cosa che accumuni tra loro gli iscritti e i simpatizzanti del PD sia, per l'appunto, l'essere iscritti o l'essere simpatizzanti del PD.
Cosa questa, mi sia concesso di dirlo a posteriori, anche se sembra un facile e sterile esercizio, era evidente a chiunque al tempo del sorgere di tale soggetto politico si chiedeva cosa ci potessero azzeccare tra loro gli ex democristiani e gli ex comunisti.
Il fatto, lettori miei, è che questo Partito Democratico tutto è tranne che un partito: perché un'organizzazione non può porsi come "di parte" e poi aprire le porte a tutti: è una banale questione di logica socratica. Tra le due istanze, l'essere di parte e l'essere aperto, il PD ha scelto l'essere aperto: ma così aperto che lo si potrebbe definire spalancato, nel puerile tentativo di attrarre i più possibili al fine di alimentare il proprio SuperIo maggioritario.
Tentativo miserrimo e destinato a fallire: perché, Giovanna correggimi se sbaglio, nella zuppa di pesce ci vanno tanti pesci diversi, e più sono tanti e diversi più e buona; ma se cominci a metterci dentro un petto di pollo, una coscia di gallina, una costina di maiale e una lombatina di agnello, la zuppa di pesce comincia a venir rifiutata dagli avventori; e se poi ci aggiungi melanzane, carote, latte, limone e scamorza a cubetti (per quanto di eccellente qualità), hai fatto solo una zozzeria buona per il pastone dei maiali.
Questo PD sconta questo peccato originale: di essere un pastone nel quale chiunque può entrare e pretendere di avere il proprio spazio di parola. Riflettiamoci sopra per un secondo, e rendiamoci conto di quanto sia assurda la situazione: un partito che per statuto accetta chiunque, e in compenso propugna l'esclusione dalle istituzioni dei portatori degli interessi di minoranza, tramite leggi elettorali, sbarramenti e quant'altro.
La logica, l'essenza stessa della democrazia, vorrebbe che nei partiti (che sono soggetti privati e di parte) vi fossero solo coloro che la pensano in maniera simile, mentre nelle istituzioni (che sono pubbliche e di tutti) vi fosse possibilità per tutti di partecipare, in proprio o tramite i propri rappresentanti.
Il PD, fin dalla nascita, ha confuso sé stesso con un'istituzione (del resto è un po' il modello del Democratic Party americano): ed è forse per questo che lo statuto ha la stessa adamantina semplicità di un regolamento di sottocommissione ministeriale.
Certo, adesso i nodi vengono al pettine: e se uno come Grillo si presenta alla porta della sezione, e si dichiara pronto a sottoscrivere quei tre documenti, come si fa a negargli la tessera? Secondo lo Statuto non si può: e non si potrebbe neppure se alla porta si presentasse Gasparri.
Fortuna che c'è la scappatoia, e Grillo quand'anche si iscrivesse non potrà concorrere alla segreteria: perché sarebbe stato l'ultimo atto di una farsa durata fin troppo a lungo.
Ma ammettiamo per un attimo che tale norma non vi fosse, e che quindi Grillo potesse chiedere l'iscrizione e partecipare alla corsa.
Secondo lo Statuto (art. 2 c.2),
Per «iscritti/iscritte» si intendono le persone che, cittadine e cittadini italiani nonché cittadine e cittadini dell’Unione europea residenti ovvero cittadine e cittadini di altri Paesi in possesso di permesso di soggiorno, si iscrivono al partito sottoscrivendo il Manifesto dei valori, il presente Statuto, il Codice etico, e accettando di essere registrate nell’Anagrafe degli iscritti e delle iscritte oltre che nell’Albo pubblico delle elettrici e degli elettori.
Per quanto riguarda lo Statuto, è un documento assolutamente neutrale, in quanto disciplina le forme di organizzazione e i meccanismi di funzionamento del PD: sottoscrivibile tanto da Veltroni che Gianfranco Fini che da Pino Rauti.
Riguardo al Codice Etico, si tratta di uno di quei bei documenti molto americani, che dicono che gli iscritti devono essere onesti, pluralisti, responsabili, onesti, sobri; rispettare la partecipazione delle donne e la laicità dello Stato, e lavorare un po' per il partito.
Anche qui, si tratta di cose che possono sottoscrivere Veltroni e Fini; magari Rauti e Bossi meno, dato che si parla di rispetto delle minoranze; ma in fondo sono parole nelle quali può star dentro tutto. Del resto c'è anche il richiamo alla laicità dello Stato, e salvo errori al PD sono iscritti Dorina Bianchi e la Binetti, no?
Veniamo al Manifesto dei Valori. Io vi ho messo il link: ma se putacaso siete sul posto di lavoro, e non siete soli nella vostra stanza, state attenti, prima di aprirlo. Perché se doveste cominciare a leggerlo, in ben poco tempo il vostro vicino di scrivania comincerebbe a sentire un sordo rumore proveniente dall'impianto di condizionamento; e dopo aver provato più volte a spegnerlo e riaccenderlo, si volterebbe verso di voi e capirebbe che il disturbo altro non era che il profondo ron ron del vostro sonno.
Insomma: questo manifesto dei valori, che dovrebbe dare la linea politica è per metà un'accozzaglia di frasi inutili e roboanti dichiarazioni di principi talmente universali da apparirne inutile la declamazione ("Ridare voce ai giovani"; "le energie del Paese sono grandi"; "riduzione dei privilegi"; "libertà delle donne"; "sviluppo sostenibile"; "diritti umani"; "etica pubblica condivisa"; "laicità dello Stato"), e per un'altra metà talmente generali da non costituire in alcun modo un discrimine politico verso alcuno ("sviluppo del Mezzogiorno"; "far ripartire lo sviluppo"; "offrire uguali opportunità"; "equità sociale"). Restano giusto un paio di cose "di sinistra", come direbbe Moretti, a proposito di dignità del lavoro, di integrazione degli immigrati e di "sistema scolastico pubblico integrato".
Insomma: in questi tre documenti vi si può riconoscere chiunque, con l'eccezione forse di Ratzinger e Kamenei; ma anche Mussolini, se solo espungessimo il riferimento al sistema bipolare, ci avrebbe potuto apporre la firma sopra; e così pure il padrone delle ferriere, che magari lascia morire di asbestosi il propri operai, ma nella propria carta dei valori aziendali state pur certi che avrà infilato dentro la tutela della dignità dei lavoratori.
E allora? Allora, al PD ci si può iscrivere chi vuole: questo è il punto.
C'era un tempo in cui i partiti erano partiti: organizzazioni dichiaratamente di parte, portatori di ideologie ben precise e connotate, a cui aderiva chi si riconosceva in quella ideologia. Tutti insieme gli iscritti, attraverso i vari meccanismi interni che culminavano dei congressi, dettavano la linea politica, sempre però nel rispetto, sostanziale e non meramente formale, dell'ideologia.
Ora i partiti, quelli che sono rimasti, sono associazioni di persone che si connotano solo per essersi associate insieme, senza il collante di un'ideologia (o anche solamente di qualche idea) che indirizzi e in una certa misura giustifichi il loro stare insieme.
E così nascono iniziative, quali quella di Luca Sofri, che si propone come punto di aggregazione dei desiderata di chi si riconosce nel PD, e che sarebbe meritoria, come iniziativa "dal basso", se non fosse che proprio il suo venire dal basso, e l'invilupparsi del dibattito in polemiche e polemicucce, evidenziano in pieno quanto l'unica cosa che accumuni tra loro gli iscritti e i simpatizzanti del PD sia, per l'appunto, l'essere iscritti o l'essere simpatizzanti del PD.
Cosa questa, mi sia concesso di dirlo a posteriori, anche se sembra un facile e sterile esercizio, era evidente a chiunque al tempo del sorgere di tale soggetto politico si chiedeva cosa ci potessero azzeccare tra loro gli ex democristiani e gli ex comunisti.
Il fatto, lettori miei, è che questo Partito Democratico tutto è tranne che un partito: perché un'organizzazione non può porsi come "di parte" e poi aprire le porte a tutti: è una banale questione di logica socratica. Tra le due istanze, l'essere di parte e l'essere aperto, il PD ha scelto l'essere aperto: ma così aperto che lo si potrebbe definire spalancato, nel puerile tentativo di attrarre i più possibili al fine di alimentare il proprio SuperIo maggioritario.
Tentativo miserrimo e destinato a fallire: perché, Giovanna correggimi se sbaglio, nella zuppa di pesce ci vanno tanti pesci diversi, e più sono tanti e diversi più e buona; ma se cominci a metterci dentro un petto di pollo, una coscia di gallina, una costina di maiale e una lombatina di agnello, la zuppa di pesce comincia a venir rifiutata dagli avventori; e se poi ci aggiungi melanzane, carote, latte, limone e scamorza a cubetti (per quanto di eccellente qualità), hai fatto solo una zozzeria buona per il pastone dei maiali.
Questo PD sconta questo peccato originale: di essere un pastone nel quale chiunque può entrare e pretendere di avere il proprio spazio di parola. Riflettiamoci sopra per un secondo, e rendiamoci conto di quanto sia assurda la situazione: un partito che per statuto accetta chiunque, e in compenso propugna l'esclusione dalle istituzioni dei portatori degli interessi di minoranza, tramite leggi elettorali, sbarramenti e quant'altro.
La logica, l'essenza stessa della democrazia, vorrebbe che nei partiti (che sono soggetti privati e di parte) vi fossero solo coloro che la pensano in maniera simile, mentre nelle istituzioni (che sono pubbliche e di tutti) vi fosse possibilità per tutti di partecipare, in proprio o tramite i propri rappresentanti.
Il PD, fin dalla nascita, ha confuso sé stesso con un'istituzione (del resto è un po' il modello del Democratic Party americano): ed è forse per questo che lo statuto ha la stessa adamantina semplicità di un regolamento di sottocommissione ministeriale.
Certo, adesso i nodi vengono al pettine: e se uno come Grillo si presenta alla porta della sezione, e si dichiara pronto a sottoscrivere quei tre documenti, come si fa a negargli la tessera? Secondo lo Statuto non si può: e non si potrebbe neppure se alla porta si presentasse Gasparri.
Fortuna che c'è la scappatoia, e Grillo quand'anche si iscrivesse non potrà concorrere alla segreteria: perché sarebbe stato l'ultimo atto di una farsa durata fin troppo a lungo.
Etichette:
pd
venerdì 10 luglio 2009
Sacrificare il giavazzismo
Malgrado i miei eroici propositi, e nonostante il fatto che abbia tante cose da scrivere, anche oggi sono costretto a lavorare.
Ciononostante, invito alla lettura di questa intervista a Salvatore Biasco, che mi sembra di grande interesse.
(hat tip: Francesco Cundari)
Ciononostante, invito alla lettura di questa intervista a Salvatore Biasco, che mi sembra di grande interesse.
(hat tip: Francesco Cundari)
Etichette:
pd
venerdì 3 luglio 2009
La gramigna
Avete presente quella simpatica pianta infestante, quella che una volta che arriva in un campo per toglierla dovete buttarci sopra un'autocisterna di Napalm?
Ecco, Walter Veltroni ieri ha preso la parola, con alcuni suoi amici. Io l'ho seguito sulla TV di D'Alema, e intanto su Nutramico si è sviluppata una spettacolosa discussione, che meglio di qualunque commento serioso io possa postare qui dà il senso di cosa sia successo. Vi assicuro che è stata un'esperienza memorabile.
La trascrizione inizia dall'arrivo di Uoltèr: ho tolto i nomi dei singoli contributori ed alcuni messaggi relativi a problemi tecnici nella trasmissione, che non c'entravano granché.
ho anche aggiunto alcuni grassetti, per i pigri che vogliono andare subito al sodo.
- Veltroni
- comincia con saviano
- il paese sta male ...
- ha perso un'occasione d'oro " il paese sta male..." io m'aspettavo e anche io non sto benessimo
- oddio, ha cominciato dal novecento
- "è la sfortuna"
- che dice uolter?
- Sento che sta per dire: "la sua struggente bellezza"
- struggente no dai.
- e peccché questo paese è immobile.
- lo sento anche io borgo, lo sento.
- ricordare alla nostra memoria. as opposed to ricordare alla nostra cistifellea.
- non ci sarebbe neanche bisogno di starne a discutere.
- Vocazione maggioritaria non era l'idea di andare da soli.
- ...era un'altra cosa...
- a me quando dice "un grande partito riformista" con quella voce teatrale vengono gli istinti omicidi. lo dice sempre uguale.
- FACEBOOOOOOK!!!!!
- ha detto facebook :|
- oDDIOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO
- facebook??? sta porcoXXXX parlando di facebook?!
- facebook!!!
- si scrivono lettere
- la lettera noooooooooooooooo
- porcalaputtanatroia SI!!!!!
- LA LETTERA SIIIIIIIIIII SIIIIIIIIIIIS IIIIIIIIII
- le lettereeeeeee!!!!1
- noo la lettera da Facebook nooo
- però non è morta...
- la gente si scrive. parla dialoga si incontra si conosce. rimorchia. manca una nticchia alla membrana.
- aaaaaaaaah le lettere!!!
- sei sempre tu walter sei sempre tu
- Guia, per favore, lo tiri giù tu un bestemmione serio al posto mio?
- chi è che diceva "però porello"? ndò sta? ndò sta??
- non è morta, però gli scrive matricola alienata. (magari la lettera chiude con: valter, porca madonna, pensaci tu)
- porello 'ncazzo
- ma cazzo ma come si fa, ma davvero la lettera, non voglio davvero crederci
- anche lo striscione "bentornato walter" :D
- anto', guarda che ha ragione lui. il fatto stesso che noi siam qui a dire la lettera vuol dire che è il suo trademark, e quindi funziona. la lettera sta a valtere come i comunisti a berl.
- ha citato due volte Berlusconi..è la svolta tanto attesa :)
- io ho sentito il gelo in sala, e credo tutti i prossimi si siano girati verso diego - se è ancora lì
- però poteva parlare anche prima eh, che ora c'è il palio da vedere, altro che valter
- a iniziatico, guarda che ieri non c'era niente di iniziatico, oggi invece non sto a capì un cazzo.
- può essere, ma non si fa il leader politico parlando al pubblico della dandini.
- non ci credo che state ascoltando uolter. io.non.ci.credo. con lui abbiamo perso. perso.
- malumore in sala
- c'è una pelata molesta...
- c'e' telese steso in terra
- rianimatelo :))
- Credo che stasera o domani Veltroni sia per queste bande a presenziare al dibbattito sulla presentazione di un film di regista mozambiquense... vedete un po'voi, eh.
- non posso venire. mi dispiace tantotanto. sono in india.
- quell'orrore che sono le segreterie dei partiti. mestieraccio, indeed.
- prima parlava di "coalizione riformista necessaria" e adesso dice che le coalizioni sono inutili e dannose.. in meno di 10 minuti ha già cambiato idea
- barack obama è un'idea. l'idea platonica di negro?
- obama ha spostato 9 milioni di voti. chi ha detto che abbiamo perso? siamo dei grandi.
- veramente: però porello dice tutto, ancora non riesce a convincersi che non è lui segretario
- te lo ridico io: abbiamo perso. punto.
- con la citazione di c'eravamo tanto amati mi ha guadagnato un sacco di punti
- Ma se M. Jackson si è fatto bianco, cosa aspetta lui a farsi nero, per avvicinarsi al suo idolo?
- Warte non basta dire una cosa per assodarla, cioè servirebbe anche una qualche attinenza rispetto alla realtà, ecco...
- ti faccio presente che ha citato il più sfigato e insopportabile e loser personaggio della storia del cinema, roba che ashley wilkes in confronto è un modello vincente.
- su c'eravamo tanto amati non sento ragioni, sono fan cieco tipo quelli che guardano the rocky horror picture show e recitano tutte le battute in costume
- Non fischiare Berlusconi perché non fischiavano Bush...
- antò, ci andiamo insieme, una sera nicola lo fai tu un'altra io
- cmq mi pare di capire: tutto a posto no? abbiamo vinto? abbiamo vinto. lui si è dimesso per un tragico errore e insomma tutto come prima no?
- (vorrei far notare che lui fa il vago, ma ho appena sentito fischi pure a lui...sogno o son desta?)
- lo stanno fischiando? stanno fischiando uolter? giura.
- sisisiì, fischi. ma all'americana.
- ha aggiornato il reportorio delle citazioni in questi mesi, cmq.
- anto', uno dei miei tre film italiani preferiti, ma pure via col vento (non tra gli italiani, ci fosse bisogno di specificare), epperò dimmi che personaggio scegli e ti dirò eccetera.
- O_O ma praticamente incita alle banlieues?
- ha avuto più tempo per leggere.
- ma il condominio di Sassuolo diventerà la nuova casalinga di voghera?
- ed ecco arriva il bipartitismo. tombola!
- di fatto ha sostituito il "ma anche" con "coniugare" per il resto stesso schema.
- frangetta braccia grosse, eh.
- il conflitto di interessi? lui che era il vicepresidente del consiglio di un governo che non ha fatto nulla?
- lo stupore del giovane walter
- vabbé: mi spiegate che minchia c'entra la rivoluzione verde e l'Iran, che non ci arrivo proprio (o confonde il colore delle foglie e quello delle bandiere?
- un noi collettivo, as opposed to un noi majestatis.
- "per fortuna che c'è la rete", se leggesse qual che gli stiamo cucendo addosso, se lo rimangerebbe.
- che umile "non ho mai detto io"
- ho riaperto che s'era bloccato e ho sentito "io sono fuori ma da un certo punto di vista non sono mai andato via"
- vabbè ma mo la causa dell'iran??? la gente che non scende in piazza? non scende no e il fatto che tu sia lì ne è la prova.
- oddio ringrazia i suoi fans per lo striscione
- "non è più il tempo dei ritorni"
- i fanz sono commozzi.
- evvai!
- Paro paro Clinton, che diceva di non aver mai fatto sesso con monica, perché i pompini non sono sesso
- "non m'hanno fatto lavorare"
- adesso piange...
- il nuovo ch'avanza
- la melandri è commossa.
- Sul Santoddio la Binetti è morta.
- la difesa di frangetta. non ci sto credendo.
- difesa deboluccia mi pare: "ha detto una cosa che non si doveva dire, ma santoddio quanta gente ha detto cose che non si dovevano dire?"
- con un tono paternalista, eh eh eh, ha sbagliato però....
- ha bevuto, non c'è dubbio.
- "si organizzano modularmente", il partito dell'ikea.
- l'ha detto, sono fuori da queste elezioni (e vado in africa)
- adesso se è il mio walter cita pure la summer school, il circo massimo e la summer school
- e la vittoria in trentino
- un'altra letteraaaaaaaaaaaaaaa
- altra lettera. chiedo l'eutanasia.
- deve morire
- è forte però, comincio ad alimentare una sorta di rispetto dovuto a chi intigna
- so d'accordo antò, ci vuole coraggio
- trademark. valter senza lettera sarebbe come la niù coke.
- vabbé, ma ormai siamo all'autocaricatura
- e sempre storie tristissime: come una volta che c'era il premio per il bimbo più buono d'Italia
- buoni propositi per l'anno in corso: spezzare le dita a chi scrive le letterine a varte.
- io. non. ci credo. che. ha. tirato. fuori. la. lettera. mi state prendendo per il culo. lo sento.
- applauso fiacco: anche il pubblico non ne può più
- SOGNO NO. SOGNO NO!!!!!
- vedi stare in india?
- il sogno di un'Italia migliore .... son commosso :(( , ma mi ricorda un altro signore...
- beh ragazzi qui la cosa è lampante: dobbiamo scegliere tra chi vuole il sogno e chi vuole la realtà. fate un po' voi.
Ecco, Walter Veltroni ieri ha preso la parola, con alcuni suoi amici. Io l'ho seguito sulla TV di D'Alema, e intanto su Nutramico si è sviluppata una spettacolosa discussione, che meglio di qualunque commento serioso io possa postare qui dà il senso di cosa sia successo. Vi assicuro che è stata un'esperienza memorabile.
La trascrizione inizia dall'arrivo di Uoltèr: ho tolto i nomi dei singoli contributori ed alcuni messaggi relativi a problemi tecnici nella trasmissione, che non c'entravano granché.
ho anche aggiunto alcuni grassetti, per i pigri che vogliono andare subito al sodo.
- Veltroni
- comincia con saviano
- il paese sta male ...
- ha perso un'occasione d'oro " il paese sta male..." io m'aspettavo e anche io non sto benessimo
- oddio, ha cominciato dal novecento
- "è la sfortuna"
- che dice uolter?
- Sento che sta per dire: "la sua struggente bellezza"
- struggente no dai.
- e peccché questo paese è immobile.
- lo sento anche io borgo, lo sento.
- ricordare alla nostra memoria. as opposed to ricordare alla nostra cistifellea.
- non ci sarebbe neanche bisogno di starne a discutere.
- Vocazione maggioritaria non era l'idea di andare da soli.
- ...era un'altra cosa...
- a me quando dice "un grande partito riformista" con quella voce teatrale vengono gli istinti omicidi. lo dice sempre uguale.
- FACEBOOOOOOK!!!!!
- ha detto facebook :|
- oDDIOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO
- facebook??? sta porcoXXXX parlando di facebook?!
- facebook!!!
- si scrivono lettere
- la lettera noooooooooooooooo
- porcalaputtanatroia SI!!!!!
- LA LETTERA SIIIIIIIIIII SIIIIIIIIIIIS IIIIIIIIII
- le lettereeeeeee!!!!1
- noo la lettera da Facebook nooo
- però non è morta...
- la gente si scrive. parla dialoga si incontra si conosce. rimorchia. manca una nticchia alla membrana.
- aaaaaaaaah le lettere!!!
- sei sempre tu walter sei sempre tu
- Guia, per favore, lo tiri giù tu un bestemmione serio al posto mio?
- chi è che diceva "però porello"? ndò sta? ndò sta??
- non è morta, però gli scrive matricola alienata. (magari la lettera chiude con: valter, porca madonna, pensaci tu)
- porello 'ncazzo
- ma cazzo ma come si fa, ma davvero la lettera, non voglio davvero crederci
- anche lo striscione "bentornato walter" :D
- anto', guarda che ha ragione lui. il fatto stesso che noi siam qui a dire la lettera vuol dire che è il suo trademark, e quindi funziona. la lettera sta a valtere come i comunisti a berl.
- ha citato due volte Berlusconi..è la svolta tanto attesa :)
- io ho sentito il gelo in sala, e credo tutti i prossimi si siano girati verso diego - se è ancora lì
- però poteva parlare anche prima eh, che ora c'è il palio da vedere, altro che valter
- a iniziatico, guarda che ieri non c'era niente di iniziatico, oggi invece non sto a capì un cazzo.
- può essere, ma non si fa il leader politico parlando al pubblico della dandini.
- non ci credo che state ascoltando uolter. io.non.ci.credo. con lui abbiamo perso. perso.
- malumore in sala
- c'è una pelata molesta...
- c'e' telese steso in terra
- rianimatelo :))
- Credo che stasera o domani Veltroni sia per queste bande a presenziare al dibbattito sulla presentazione di un film di regista mozambiquense... vedete un po'voi, eh.
- non posso venire. mi dispiace tantotanto. sono in india.
- quell'orrore che sono le segreterie dei partiti. mestieraccio, indeed.
- prima parlava di "coalizione riformista necessaria" e adesso dice che le coalizioni sono inutili e dannose.. in meno di 10 minuti ha già cambiato idea
- barack obama è un'idea. l'idea platonica di negro?
- obama ha spostato 9 milioni di voti. chi ha detto che abbiamo perso? siamo dei grandi.
- veramente: però porello dice tutto, ancora non riesce a convincersi che non è lui segretario
- te lo ridico io: abbiamo perso. punto.
- con la citazione di c'eravamo tanto amati mi ha guadagnato un sacco di punti
- Ma se M. Jackson si è fatto bianco, cosa aspetta lui a farsi nero, per avvicinarsi al suo idolo?
- Warte non basta dire una cosa per assodarla, cioè servirebbe anche una qualche attinenza rispetto alla realtà, ecco...
- ti faccio presente che ha citato il più sfigato e insopportabile e loser personaggio della storia del cinema, roba che ashley wilkes in confronto è un modello vincente.
- su c'eravamo tanto amati non sento ragioni, sono fan cieco tipo quelli che guardano the rocky horror picture show e recitano tutte le battute in costume
- Non fischiare Berlusconi perché non fischiavano Bush...
- antò, ci andiamo insieme, una sera nicola lo fai tu un'altra io
- cmq mi pare di capire: tutto a posto no? abbiamo vinto? abbiamo vinto. lui si è dimesso per un tragico errore e insomma tutto come prima no?
- (vorrei far notare che lui fa il vago, ma ho appena sentito fischi pure a lui...sogno o son desta?)
- lo stanno fischiando? stanno fischiando uolter? giura.
- sisisiì, fischi. ma all'americana.
- ha aggiornato il reportorio delle citazioni in questi mesi, cmq.
- anto', uno dei miei tre film italiani preferiti, ma pure via col vento (non tra gli italiani, ci fosse bisogno di specificare), epperò dimmi che personaggio scegli e ti dirò eccetera.
- O_O ma praticamente incita alle banlieues?
- ha avuto più tempo per leggere.
- ma il condominio di Sassuolo diventerà la nuova casalinga di voghera?
- ed ecco arriva il bipartitismo. tombola!
- di fatto ha sostituito il "ma anche" con "coniugare" per il resto stesso schema.
- frangetta braccia grosse, eh.
- il conflitto di interessi? lui che era il vicepresidente del consiglio di un governo che non ha fatto nulla?
- lo stupore del giovane walter
- vabbé: mi spiegate che minchia c'entra la rivoluzione verde e l'Iran, che non ci arrivo proprio (o confonde il colore delle foglie e quello delle bandiere?
- un noi collettivo, as opposed to un noi majestatis.
- "per fortuna che c'è la rete", se leggesse qual che gli stiamo cucendo addosso, se lo rimangerebbe.
- che umile "non ho mai detto io"
- ho riaperto che s'era bloccato e ho sentito "io sono fuori ma da un certo punto di vista non sono mai andato via"
- vabbè ma mo la causa dell'iran??? la gente che non scende in piazza? non scende no e il fatto che tu sia lì ne è la prova.
- oddio ringrazia i suoi fans per lo striscione
- "non è più il tempo dei ritorni"
- i fanz sono commozzi.
- evvai!
- Paro paro Clinton, che diceva di non aver mai fatto sesso con monica, perché i pompini non sono sesso
- "non m'hanno fatto lavorare"
- adesso piange...
- il nuovo ch'avanza
- la melandri è commossa.
- Sul Santoddio la Binetti è morta.
- la difesa di frangetta. non ci sto credendo.
- difesa deboluccia mi pare: "ha detto una cosa che non si doveva dire, ma santoddio quanta gente ha detto cose che non si dovevano dire?"
- con un tono paternalista, eh eh eh, ha sbagliato però....
- ha bevuto, non c'è dubbio.
- "si organizzano modularmente", il partito dell'ikea.
- l'ha detto, sono fuori da queste elezioni (e vado in africa)
- adesso se è il mio walter cita pure la summer school, il circo massimo e la summer school
- e la vittoria in trentino
- un'altra letteraaaaaaaaaaaaaaa
- altra lettera. chiedo l'eutanasia.
- deve morire
- è forte però, comincio ad alimentare una sorta di rispetto dovuto a chi intigna
- so d'accordo antò, ci vuole coraggio
- trademark. valter senza lettera sarebbe come la niù coke.
- vabbé, ma ormai siamo all'autocaricatura
- e sempre storie tristissime: come una volta che c'era il premio per il bimbo più buono d'Italia
- buoni propositi per l'anno in corso: spezzare le dita a chi scrive le letterine a varte.
- io. non. ci credo. che. ha. tirato. fuori. la. lettera. mi state prendendo per il culo. lo sento.
- applauso fiacco: anche il pubblico non ne può più
- SOGNO NO. SOGNO NO!!!!!
- vedi stare in india?
- il sogno di un'Italia migliore .... son commosso :(( , ma mi ricorda un altro signore...
- beh ragazzi qui la cosa è lampante: dobbiamo scegliere tra chi vuole il sogno e chi vuole la realtà. fate un po' voi.
Etichette:
innominabile,
pd
giovedì 2 luglio 2009
In difesa di Debora Serracchiani
Alzino la mano chi nelle ultime 24 ore non hanno pensato o scritto male di Debora Serracchiani
Ieri per la giovane promessa dei piombini è stata una giornataccia, obiettivamente. Essere scaricata (con molto stile, ma scaricata) persino da Luca Sofri, che tra i mille difetti che possiede non si può certo dire sia una banderuola, e che era stato uno dei suoi più attivi sostenitori, non dev'essere stata certo una sensazione piacevole.
Dopo gli altari, ieri quindi è stato il giorno della polvere: declinata in mille modi diversi: su queste pagine ad esempio si è scritto un post polveroso e cattivello, ma neppur tanto (e comunque, datemene atto, di altari non ne erano mai venuti fuori in precedenza); su altre pagine sono state scritte cose lucide che allargano la visuale oltre il personaggio in sé, rappresentando la sua sconfitta come la nostra sconfitta. In generale invece c'è stato un allontanamento dal cadavere che puzza, comportamento in odore di 25 luglio e molto molto italiano: e pertanto trovo assai più apprezzabile quanto scritto da Francesco Costa, il quale acriticamente ma con il cuore difende la persona in cui aveva creduto (per inciso: provate ad aprire in due finestre affiancate il post di Sofri e quello di Costa, e giocate a scoprire le differenze, che mi fanno dare i giudizi che ho dato: è un bell'esercizio di analisi del testo).
Poi la Debora ha avuto anche una sfiga non indifferente, quale quella di essere difesa da Marco Travaglio. Sono cose da cui una persona con un minimo di morale e senso etico dovrebbe potersi riprendere solo con mille difficoltà, ma sono certo che i suoi elettori avranno apprezzato.
Tutto questo popo' di premessa per cercare di trarre qualche considerazione generale su quanto abbiamo visto. Scorfano, sopra citato, dice «soprattutto la colpa è nostra, che abbiamo bisogno di un leader, a tutti i costi [...] Ce la prendiamo con lei, perché sappiamo che è una sconfitta nostra.». E' una chiave di lettura valida, ma credo che, purtroppo, ci sia di più.
La Serracchiani non ha mai detto cose nuove o originali (noi possiamo permetterci di affermarlo, avendolo scritto in tempi non sospetti): epperò è divenuta una figura di riferimento del partito, un'eurodeputata ultravotata e una candidata in pectore alla guida del PD, che ieri riceveva cinquecento telefonate da altrettanti lingottini e oggi -grazie anche al passo indietro fatto- tratta da pari a pari con il segretario e decide linee e strategie.
Com'è possibile che un discorso solo, peraltro neppur tanto originale, abbia potuto provocare tutto ciò? Dacché, come giustamente osserva Davide, già l'intervento all'Era Glaciale dimostrava che non vi fosse un serbatoio di ulteriori idee a cui attingere.
Io credo che il fulcro della questione non sia solo la voglia di leader.
Certo, c'è anche questa. Da quando lo sventato progetto di trasformazione maggioritaria del nostro Stato avviato da Mariotto Segni con il referendum elettorale (quello di quindic'anni fa, non quello recente) ci ha portato in un sistema via via sempre più bipolare, l'attenzione dei cittadini si è spostata dal "chi votare per fare cosa" al "chi votare". E il nostro sistema politico si è incredibilmente involuto.
Pensateci un po': sembra che qualunque argomento dell'agenda politica debba poter essere affrontato solo in due possibili modi, consustanziali a solo due possibili schieramenti. Questo può avere un senso in temi quali la politica estera o il governo dell'economia, che sono organici all'azione di indirizzo politico della maggioranza di governo.
Ma se andiamo su temi operativi, quali l'assegnazione di fondi per la ricostruzione e la definizione delle relative modalità, o etici, quali il testamento biologico, non ha alcun senso che le posizioni espresse in Parlamento debbano essere perfettamente sovrapponibili alla mappa dell'aula per schieramento elettorale (fatta eccezione per Casini, che pur galleggiando in un limbo centrista ha almeno il pregio di decidere volta per volta quale sia la soluzione giusta per il Paese: decisioni che in massima parte non condivido, ma decisioni anziché preconcetti).
Rammentate il divorzio e l'aborto? Rammentate che sono istituti inseriti nel nostro ordinamento non grazie ai referendum, bensì dal Parlamento (è bene ricordarlo, questo particolare, che si tende troppo spesso a dimenticare)? E chi aveva la maggioranza relativa, chi era al governo? La Democrazia Cristiana.
C'è stato, in questo paese, un tempo in cui i partiti che avevano il 40% avevano il 40%, e si alleavano con altri partiti per raggiungere il 50% e governare; e ogni tanto saltavano fuori dei temi sui quali anche tra partiti di governo non era possibile trovare un'intesa; e il Parlamento, sovrano, decideva formando delle maggioranze ad hoc su singoli temi: quali il divorzio, ad esempio. E ciononostante i governi non cadevano, né ponevano la questione di fiducia.
Certo, in quel tempo felice i partiti dovevano avere delle idee: dovevano dire agli elettori cosa avrebbero fatto in questo, in quello e in codesto caso; e la linea così decisa, nei congressi, apparteneva al partito, che vi rimaneva legato a prescindere dal fatto che il segretario si chiamasse Nicolazzi o Longo.
Poi è arrivato Meriotto Segni, e subito dopo Berlusconi. La politica è diventata la spasmodica ricerca di un nome, una guida, un messia: un qualcuno a cui dare fiducia incondizionata e delega in bianco.
Che importano le piattaforme programmatiche? Sono espressioni da matusa: parole che non si possono più sentire. Cosa importa veramente? La capacità di raccogliere consenso, e quindi: la simpatia, la telegenia, la facondia.
No, dico: vi ricordate che rischiavamo di avere Rutelli come Presidente del Consiglio?. Ecco, appunto, ci siamo capiti.
Quali sono le qualità che i piombini hanno detto che deve avere il leader del PD? Essere nuovo, non essere d'apparato, essere giovane. Come Obama, insomma.
Chissenefrega quale sarà la sua posizione sull'articolo 18 o sulla politica edilizia: l'importante è che sia giovane e nuovo. Come Obama.
Ed è una cosa che mi fa imbestialire, ogni volta che sento di Obama: perché quello sta dall'altra parte dell'Oceano, non qui. E se Veltroni era patetico quando enumerava tra i grandi successi del Partito Democratico la vittoria di Obama, preso nel suo americanismo al punto di non riuscire a cogliere la differenza intercorrente tra il PD e il Democratic Party, i piombini sono avvilenti.
Perché almeno Veltroni lo faceva nella disperata necessità di trovare qualche stellina da appuntare alla propria bandiera, mentre i piombini e i loro seguaci si rispecchiano nella caratteristiche obamiane per pura e semplice miopia.
Mi sembra che sia il Sofri giovane, quello che ama parlare di saggi, di dita e di lune: bene, forse dovrebbe fare un po' di autocritica ed accettare il fatto che il Presidente degli Stati Uniti è Barack Obama, il quale è nuovo e giovane; non che il Presidente sia un signore nuovo e giovane il quale si chiami Barack Obama. Non foss'altro perché se andiamo a prendere l'insieme dei nuovi e giovani e non d'apparato, dentro ci troviamo anche Sarah Palin.
Ma se facciamo un passo ulteriore, signori miei, il fatto grave è che a meglio vedere i piombini hanno ragione. Perché l'imbarbarimento della politica che noi quarantaepassaenni riusciamo a vedere, un trentenne non lo può cogliere dacché la politica, per lui, è sempre stata scontro di personalismi e non già contrapposizione di idee: e quindi loro in quell'ottica ragionano.
Non sbagliano quindi i piombini a cercare spasmodicamente un leader, e investire fiducia nel primo o nella prima che passa, a condizione che abbia un bel sorriso e una certa dose di simpatia: sbagliamo noi, io per primo, a non aver capito che la politica italiana questo è diventato.
E così capisco, e financo apprezzo, a questo punto, Francesco Costa, che di anni non ne ha ancora trenta, che si scaglia contro il cosiddetto revival berlingueriano: perché questo è l'ambiente nel quale è cresciuto e si è formato, e la responsabilità di questo ambiente è almeno in parte mia, che ai tempi dei referendum di Mariotto Segni votai No, ma non mossi un dito per convincere almeno uno dei miei conoscenti a votare No anch'egli. Enon solo capisco il Costa, ma sono pure costretto a chiedermi se lo Zambardino, che non ha l'attenuante dell'età, e del PCI è stato iscritto, come Sandro Bondi, forse forse non sia lui ad aver ragione, nella critica a Berlinguer, e non sia io quello rimasto irrimediabilmente fuori dal tempo: come quei vecchietti che si incontravano nelle osterie di paese, che continuavano a ripetere incessantemente «Ai miei tempi...».
Ieri per la giovane promessa dei piombini è stata una giornataccia, obiettivamente. Essere scaricata (con molto stile, ma scaricata) persino da Luca Sofri, che tra i mille difetti che possiede non si può certo dire sia una banderuola, e che era stato uno dei suoi più attivi sostenitori, non dev'essere stata certo una sensazione piacevole.
Dopo gli altari, ieri quindi è stato il giorno della polvere: declinata in mille modi diversi: su queste pagine ad esempio si è scritto un post polveroso e cattivello, ma neppur tanto (e comunque, datemene atto, di altari non ne erano mai venuti fuori in precedenza); su altre pagine sono state scritte cose lucide che allargano la visuale oltre il personaggio in sé, rappresentando la sua sconfitta come la nostra sconfitta. In generale invece c'è stato un allontanamento dal cadavere che puzza, comportamento in odore di 25 luglio e molto molto italiano: e pertanto trovo assai più apprezzabile quanto scritto da Francesco Costa, il quale acriticamente ma con il cuore difende la persona in cui aveva creduto (per inciso: provate ad aprire in due finestre affiancate il post di Sofri e quello di Costa, e giocate a scoprire le differenze, che mi fanno dare i giudizi che ho dato: è un bell'esercizio di analisi del testo).
Poi la Debora ha avuto anche una sfiga non indifferente, quale quella di essere difesa da Marco Travaglio. Sono cose da cui una persona con un minimo di morale e senso etico dovrebbe potersi riprendere solo con mille difficoltà, ma sono certo che i suoi elettori avranno apprezzato.
Tutto questo popo' di premessa per cercare di trarre qualche considerazione generale su quanto abbiamo visto. Scorfano, sopra citato, dice «soprattutto la colpa è nostra, che abbiamo bisogno di un leader, a tutti i costi [...] Ce la prendiamo con lei, perché sappiamo che è una sconfitta nostra.». E' una chiave di lettura valida, ma credo che, purtroppo, ci sia di più.
La Serracchiani non ha mai detto cose nuove o originali (noi possiamo permetterci di affermarlo, avendolo scritto in tempi non sospetti): epperò è divenuta una figura di riferimento del partito, un'eurodeputata ultravotata e una candidata in pectore alla guida del PD, che ieri riceveva cinquecento telefonate da altrettanti lingottini e oggi -grazie anche al passo indietro fatto- tratta da pari a pari con il segretario e decide linee e strategie.
Com'è possibile che un discorso solo, peraltro neppur tanto originale, abbia potuto provocare tutto ciò? Dacché, come giustamente osserva Davide, già l'intervento all'Era Glaciale dimostrava che non vi fosse un serbatoio di ulteriori idee a cui attingere.
Io credo che il fulcro della questione non sia solo la voglia di leader.
Certo, c'è anche questa. Da quando lo sventato progetto di trasformazione maggioritaria del nostro Stato avviato da Mariotto Segni con il referendum elettorale (quello di quindic'anni fa, non quello recente) ci ha portato in un sistema via via sempre più bipolare, l'attenzione dei cittadini si è spostata dal "chi votare per fare cosa" al "chi votare". E il nostro sistema politico si è incredibilmente involuto.
Pensateci un po': sembra che qualunque argomento dell'agenda politica debba poter essere affrontato solo in due possibili modi, consustanziali a solo due possibili schieramenti. Questo può avere un senso in temi quali la politica estera o il governo dell'economia, che sono organici all'azione di indirizzo politico della maggioranza di governo.
Ma se andiamo su temi operativi, quali l'assegnazione di fondi per la ricostruzione e la definizione delle relative modalità, o etici, quali il testamento biologico, non ha alcun senso che le posizioni espresse in Parlamento debbano essere perfettamente sovrapponibili alla mappa dell'aula per schieramento elettorale (fatta eccezione per Casini, che pur galleggiando in un limbo centrista ha almeno il pregio di decidere volta per volta quale sia la soluzione giusta per il Paese: decisioni che in massima parte non condivido, ma decisioni anziché preconcetti).
Rammentate il divorzio e l'aborto? Rammentate che sono istituti inseriti nel nostro ordinamento non grazie ai referendum, bensì dal Parlamento (è bene ricordarlo, questo particolare, che si tende troppo spesso a dimenticare)? E chi aveva la maggioranza relativa, chi era al governo? La Democrazia Cristiana.
C'è stato, in questo paese, un tempo in cui i partiti che avevano il 40% avevano il 40%, e si alleavano con altri partiti per raggiungere il 50% e governare; e ogni tanto saltavano fuori dei temi sui quali anche tra partiti di governo non era possibile trovare un'intesa; e il Parlamento, sovrano, decideva formando delle maggioranze ad hoc su singoli temi: quali il divorzio, ad esempio. E ciononostante i governi non cadevano, né ponevano la questione di fiducia.
Certo, in quel tempo felice i partiti dovevano avere delle idee: dovevano dire agli elettori cosa avrebbero fatto in questo, in quello e in codesto caso; e la linea così decisa, nei congressi, apparteneva al partito, che vi rimaneva legato a prescindere dal fatto che il segretario si chiamasse Nicolazzi o Longo.
Poi è arrivato Meriotto Segni, e subito dopo Berlusconi. La politica è diventata la spasmodica ricerca di un nome, una guida, un messia: un qualcuno a cui dare fiducia incondizionata e delega in bianco.
Che importano le piattaforme programmatiche? Sono espressioni da matusa: parole che non si possono più sentire. Cosa importa veramente? La capacità di raccogliere consenso, e quindi: la simpatia, la telegenia, la facondia.
No, dico: vi ricordate che rischiavamo di avere Rutelli come Presidente del Consiglio?. Ecco, appunto, ci siamo capiti.
Quali sono le qualità che i piombini hanno detto che deve avere il leader del PD? Essere nuovo, non essere d'apparato, essere giovane. Come Obama, insomma.
Chissenefrega quale sarà la sua posizione sull'articolo 18 o sulla politica edilizia: l'importante è che sia giovane e nuovo. Come Obama.
Ed è una cosa che mi fa imbestialire, ogni volta che sento di Obama: perché quello sta dall'altra parte dell'Oceano, non qui. E se Veltroni era patetico quando enumerava tra i grandi successi del Partito Democratico la vittoria di Obama, preso nel suo americanismo al punto di non riuscire a cogliere la differenza intercorrente tra il PD e il Democratic Party, i piombini sono avvilenti.
Perché almeno Veltroni lo faceva nella disperata necessità di trovare qualche stellina da appuntare alla propria bandiera, mentre i piombini e i loro seguaci si rispecchiano nella caratteristiche obamiane per pura e semplice miopia.
Mi sembra che sia il Sofri giovane, quello che ama parlare di saggi, di dita e di lune: bene, forse dovrebbe fare un po' di autocritica ed accettare il fatto che il Presidente degli Stati Uniti è Barack Obama, il quale è nuovo e giovane; non che il Presidente sia un signore nuovo e giovane il quale si chiami Barack Obama. Non foss'altro perché se andiamo a prendere l'insieme dei nuovi e giovani e non d'apparato, dentro ci troviamo anche Sarah Palin.
Ma se facciamo un passo ulteriore, signori miei, il fatto grave è che a meglio vedere i piombini hanno ragione. Perché l'imbarbarimento della politica che noi quarantaepassaenni riusciamo a vedere, un trentenne non lo può cogliere dacché la politica, per lui, è sempre stata scontro di personalismi e non già contrapposizione di idee: e quindi loro in quell'ottica ragionano.
Non sbagliano quindi i piombini a cercare spasmodicamente un leader, e investire fiducia nel primo o nella prima che passa, a condizione che abbia un bel sorriso e una certa dose di simpatia: sbagliamo noi, io per primo, a non aver capito che la politica italiana questo è diventato.
E così capisco, e financo apprezzo, a questo punto, Francesco Costa, che di anni non ne ha ancora trenta, che si scaglia contro il cosiddetto revival berlingueriano: perché questo è l'ambiente nel quale è cresciuto e si è formato, e la responsabilità di questo ambiente è almeno in parte mia, che ai tempi dei referendum di Mariotto Segni votai No, ma non mossi un dito per convincere almeno uno dei miei conoscenti a votare No anch'egli. Enon solo capisco il Costa, ma sono pure costretto a chiedermi se lo Zambardino, che non ha l'attenuante dell'età, e del PCI è stato iscritto, come Sandro Bondi, forse forse non sia lui ad aver ragione, nella critica a Berlinguer, e non sia io quello rimasto irrimediabilmente fuori dal tempo: come quei vecchietti che si incontravano nelle osterie di paese, che continuavano a ripetere incessantemente «Ai miei tempi...».
Etichette:
pd
mercoledì 1 luglio 2009
Articolo 18 e dintorni
Siamo d'accordo oppure no, sull'Articolo 18? Continuiamo a pensare che sia la soluzione o dobbiamo intervenire anche su quello?C'è tutto un lungo post di Leonardo che commenta, diciamo così criticamente, le opinioni della nuova ninfa del PD espresse al Lingotto e ribadite con forza dalla precedente ninfa, la signora Melandri. Nel merito quanto scrive Leonardo è pure il mio pensiero: anche io ero a Roma, nel 2002; e del resto parlavo dello stesso tema già ieri.
C'è però un punto ulteriore da approfondire: Leonardo ha semplificato il pezzo del discorso della Serracchiani che riporto in apertura di questo post (e se volete verificare, giusto per non rompervi la testa a cercarlo e dovervi sorbire tutto l'intervento, trovate qui al minuto 5:55).
Il doroteismo dell'oratrice si spinge fino al punto di non prendere neppure una posizione in termini affermativi, bensì dubitativi.
La loro futura speranza non ha neppure le palle (si può dire palle, o fa troppo macho?) di affermare «Noi non siamo d'accordo a mantenere l'articolo 18», no: ella se lo chiede senza rispondersi.
Questo, a casa mia, si chiama "cercare di tenere il piede in due scarpe".
Ma non è tanto di ciò che vogliamo parlare oggi, quanto dell'intervista che la giovane tutto pepe ha rilasciato su Repubblica. Sarà che oggi ci hanno sbattuto giù dal letto alle sei del mattino, e abbiamo letto la mezza paginetta in una panchina, sonnacchiosi, aspettando che aprisse l'ufficio; ma la lettura ci è risultata oltremodo indigesta.
Si parte con quella che vorrebbe essere una boutade, la quale però evidenzia come nella Serracchiani alberghi quello spirito del PD che condanniamo dal giorno in cui abbiamo iniziato a scrivere su questo blog: lo spirito di un'organizzazione che non è pensata per fare qualcosa, bensì per rafforzarsi e autoperpetuarsi. Fare per vincere, non vincere per fare.
E così, alla domanda sul perché la virgulta si sia schierata con Francescini, la risposta, che vorrebbe essere spiritosa ed invece è desolantemente triste, è: «Perché è il più simpatico». Ma, mi chiedo io, dopo aver detto una cazzata così, con che coraggio poi un giorno una può andare a dire che Berlusconi viene eletto solo perché ha le televisioni e il potere mediatico?
Ma passi, come spiritosaggine (un leader di partito non è che abbia il dovere di essere spiritoso, come insegnava Berlinguer; lui però le barzellette non cercava neppure di raccontarle). Scendiamo di qualche riga e troviamo questa chicca:
«Che cosa non le piace di Bersani?»Già, quelli della parte di Bersani parlano di programmi, roba vecchia che appare ancor più tale se la si chiama con un termine burocratese per darle una spolverata di ragnatele. Mica come i giovani serracchianisti, a cui dei programmi non impipa un fico secco, e ciò che conta è l'avversario, il leader, il risultato elettorale.
«Rappresenta l'apparato. In tutto, linguaggio compreso. Parlano ancora di piattaforma programmatica, un'espressione che proprio non si può più sentire. Non mi sono piaciuti i modi della sua candidatura. Da un anno è un candidato a prescindere, come direbbe Totò. A prescindere dall'avversario, dal segretario in carica, dal risultato elettorale, da tutto»
Ma risultato elettorale per far che, buon Dio? Ma per qual diavolo di motivo dovresti conseguire un buon "risultato elettorale" se non sai nemmeno da che parte vuoi andare, santa donna? Per il risultato elettorale ci vogliono voti, e per ricevere voti, a parte quelli degli altri apparatchnik del PD, ci vogliono elettori che sappiano che cosa vuoi farci, con loro voto, e che siano d'accordo con te.
Andiamo avanti:
«Se invece vincerà Franceschini sarà la rivoluzione?»Va bene, Debora: sei riuscita a darti della risorsa straordinaria. Per chi ci ha creduto: ma secondo voi, una così ingenua da pronunciare questa frase, quanto dura nei palazzi del potere, quello vero? Avete presente Andreotti? Forlani? De Michelis? O anche Fini e persino Cicchitto? ecco: quante bistecche da mangiare, ancora, cara Debora!!! (il che, se ben ci pensate, potrebbe originare anche qualche riflessione sul fatto che "giovane" non è automaticamente una qualità; e che "esperienza" non è un insulto).
«Lo spero. Franceschini dovrà aprire il partito al rinnovamento, chiamare gente nuova, come ha fatto con me, pescare fra le straordinarie risorse di questo pezzo d'Italia
Tiremm innanz
«Di che cosa avete parlato con Franceschini, invece che di poltrone?»Ciumbia! Veniamo al centro del discorso: ora si parla di programmi!!! Certo, i programmi sono una cosa vecchia, quando ne parla Bersani; ma lui dice "piattaforma programmatica" mentre qui si usa il più moderno "temi"... ma perché non ne avete parlato al Lingotto, di 'sta roba?
«Dei grandi temi sui quali il Pd deve ancora dare risposte chiare all'elettorato»
«Non abbiamo così tanto spazio. Mi elenca soltanto i principali?»Ditemelo chiaro, amici: voi ci vedete proposte? Io nulla più che parole vuote: ma se fallo, correggetemi, che l'avrò caro. La laicità in che senso? la questione moralein che senso? il conflitto d'interessiin che senso? la riforma del welfare in che senso?
«La laicità, la questione morale, il conflitto d'interessi, la riforma del welfare. Non generiche aspirazioni, ma proposte concrete da portare al congresso e sulle quali confrontarsi»
Vorrei andare avanti a commentare, ma ad essere sincero mi sono un po' rotto i marroni. Comunque l'intervista merita di essere letta, per capire com'è il nuovo e sperare che il vecchio resista agli acciacchi del tempo.
Etichette:
pd
martedì 30 giugno 2009
Parliamo di contenuti?
Francesco Costa, che ha partecipato all'incontro del Lingotto, sembra condividere il fatto che in quello sfortunato partito sia necessario parlare del merito e non del merito, come avevo suggerito* in un post precedente.
A differenza della Serracchiani, che sa formulare le domande ma non le risposte (pericoloso esporsi con le risposte, vero, Debora?), Costa un tema lo affronta, esponendo una posizione che non è tanto sua, quanto -a quanto pare dalle sue parole- condivisa dalla più parte dei presenti alla riunione: e purtroppo** non potrei trovarmi più in disaccordo.
* Ciò non significa in alcun modo che io creda che lui abbia anche solo letto il mio suggerimento, intendiamoci: non ho tale presunzione.
** Questo purtroppo è riferito al fatto che la sinistra con questo aborto di partito dovrà comunque confrontarsi, almeno per i prossimi vent'anni.
A differenza della Serracchiani, che sa formulare le domande ma non le risposte (pericoloso esporsi con le risposte, vero, Debora?), Costa un tema lo affronta, esponendo una posizione che non è tanto sua, quanto -a quanto pare dalle sue parole- condivisa dalla più parte dei presenti alla riunione: e purtroppo** non potrei trovarmi più in disaccordo.
A un certo punto prende la parola Giovanna Melandri e si limita a declinare questo concetto ideale in termini di proposta concreta, dicendo una cosa ovvia e per niente rivoluzionaria: «dovremmo iniziare a dirci che l’articolo 18 è un vecchio arnese».Ecco: io non credo proprio che sia un vecchio arnese. e debbo constatare con un po' di rabbrividimento che quando dal nome del Caro Leader si passa al programma, le differenze tra me e loro divengono abissali.
* Ciò non significa in alcun modo che io creda che lui abbia anche solo letto il mio suggerimento, intendiamoci: non ho tale presunzione.
** Questo purtroppo è riferito al fatto che la sinistra con questo aborto di partito dovrà comunque confrontarsi, almeno per i prossimi vent'anni.
Etichette:
pd
Iscriviti a:
Post (Atom)
