mercoledì 14 ottobre 2009

In difesa di Paola Binetti

Premessa.
Su questa questione del voto sulla cosiddetta legge anti-omofobia ci sarebbe da dire una valanga di vagonate di cose che mi risparmio e vi risparmio in attesa che cali l'ansia di prestazione di chi crede di dover sempre dire qualcosa non appena i fatti accadono, senza prima fermarsi a riflettere un po'.
Chi mi legge da tempo sa che la mia opinione l'ho già espressa in un post che ha avuto anche un certo seguito di pubblico, e chi non mi segue da tempo può cercarselo: non lo linko perché quel post, astratto dal contesto, farebbe subito gridare allo scandalo, come infatti ha gridato allo scandalo chi allora l'ha letto.


Post.
Paola Binetti ha votato contro la cosiddetta legge anti-omofobia, e metà del Partito Democratico ha finalmente sollevato il problema se sia opportuno o meno pretendere le sue dimissioni.
Io da mesi vado ripetendo che la Costituzione prevede che i deputati siano eletti senza vincolo di mandato, e pertanto il fatto che la Binetti voti in modo contrario alla linea ufficiale del partito costituisce, per me che aspiro ad essere minimamente coerente con me stesso, almeno sulle questioni di principio, il mero esercizio di un diritto.
Chi deve pagare, per il fatto che la Binetti abbia votato come ha votato, non è la Binetti stessa; e, secondo il mio modo forse un po' troppo manicheo di affrontare le cose politiche, non è neppure chi ha deciso di metterla in lista, in posizione tale da assicurarne l'approdo a Montecitorio.
Possiamo discutere o meno se vi sia stato un errore: ma se ammettiamo che errore vi sia stato, questo va ricercato alle origini: nell'aver fondato un partito nel quale si è ritenuto di mettere dentro, con pari dignità e pari diritti, Bersani e Franceschini; Rutelli e D'Alema; Concia e Binetti.
Anziché un partito è stata fatta una pasta e fagioli, con il beneplacito di tutti gli iscritti, simpatizzanti ed elettori che sono andati alle primarie a votare per il Puffo capocuoco.
Senza pensare che, quando si mangia la pasta e fagioli il giorno prima di una riunione importante, è molto facile che poi si possano creare dei momenti di forte imbarazzo.

8 commenti:

Anonimo ha detto...

La richiesta di dimissioni della Binetti io le richiederei dal PD, non dal Parlamento.

E comunque il PD ha tanti mali, che ormai mi sembra un malato terminale. Solo un miracolo lo salverà.
ciao
nicola.

.mau. ha detto...

concordo con Anonimo.
Non vedo perché la Binetti debba dimettersi dal parlamento, ma non vedo nemmeno perché il PD non possa farla fuori dal partito.

Verrocchio ha detto...

Ho forte disistima per le opinioni di Paola Binetti (sulla persona non ho giudizi: non la conosco), ma credo tu abbia pienamente ragione. Un partito quale il Pd vuole essere non dovrebbe espellere nessuno. Il problema è come abbia fatto Paola binetti a entrarci e a raggiungere la candidatura: nel mio circolo nessuno (trasversalmente, non importano le mozioni sostenute) la può vedere nemmeno da lontano. Persino il candidato regionale che lei sosteneva ci ha chiaramente detto che non è in accordo con le sue posizioni. Quindi, di nuovo, sembra un problema di dirigenti autoassuntisi a portatori di valori che i presunti elettori non condividono.

Ah, ora la Binetti dice che voterà Bersani: quanti voti gli farà perdere, alle primarie?

Rouge ha detto...

Vero che ha più colpe la dirigenza che l'ha voluta, vera anche la faccenda del "senza vincolo", ma ci sono logiche di partito che vanno seguite, senza per questo voler arrivare al vecchio Pci. In quella votazione c'era una linea di partito da seguire, se non si è d'accordo con la propria maggioranza e la cosa lede la propria coscienza forse si è sbagliato partito e allora sarebbe utile farsi da parte. In fondo si può sempre confluire nel gruppo misto e da lì fare il cavolo che ti detta la coscienza.
Ma finchè sei dentro ti adegui e se non lo fai è giusto che si prendano provvedimenti.
Per cui nessuna difesa per la Binetti e se possibile a casa (assieme a Rutelli).

mfisk ha detto...

La mia posizione è quella di Verrocchio.
Secondo me, in un partito politico (nell'accezione che io do alla locuzione "partito politico") una come la Binetti dovrebbe essere espulsa senza nemmeno starlo a discutere.
Ma la Binetti è organica al Pd, il suo progetto è coerente con il progetto del PD, o per meglio dire non è in contrasto con esso. Il che è ben comprensibile, dato che il PD non ha un progetto e segue la politica della pasta e fagioli.
Come si fa a dire qual è il limite da non valicare, se il limite lo decide chi passa per la strada una domenica d'ottobre?
Il fatto è che il PD non è un partito, e quindi non ha alcuna legittimazione, rebus sic stantibus ad espellere la Binetti.

Giacomo Cariello ha detto...

Per quanto mi riguarda, il dibattito sulla sorte della Binetti non riguarda la sua carica di parlamentare, bensì unicamente la sua partecipazione al PD.
Riguardo a quest'ultima, ritengo assolutamente legittima una componente di minoranza che vota in modo dissenziente, soprattutto quando tale posizione non implica condizioni critiche (ricordo che si rischiò una crisi di governo per il voto contrario della senatrice Binetti, nella scorsa legislatura).
Ritengo meno ragionevole il fatto che l'onorevole Binetti sfrutti la modalità "bastian contrario" per battere la grancassa mediatica alle spalle del PD su posizioni che spesso non sono in linea, non dico con la carta dei valori del PD, ma nemmeno con la Costituzione Italiana.

Tonino ha detto...

siamo in una fase di depoliticizzazione spinta, che dopo periodo più lento e combattuto ha subito un'accelerazione. Che il centrosinistra sia rappresentato da un monopartito che non è davvero un partito ha una sua coerenza con il momento.

Tonino ha detto...

Io poi non so dove scriverlo e vado leggermente in OT, ma pur conoscendo le premesse, pur sapendo che faccio una considerazione retorica ecc ecc., non è sconfortante constatare che la sfida congressuale di questo partito non stia stimolando nessun dibattito significativo sulle questioni politiche? La diatriba del giorno è sui contorti aspetti procedurali interni - cosiddetto lodo Scalfari - e manco su quelli riescono a intendersi (ovviamente, visto come sono stati concepiti).

 

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