mercoledì 7 ottobre 2009

Appunti di diritto costituzionale: il Presidente del Consiglio

Ieri me la sono presa con Alessandro Gilioli, che ha scritto che il Presidente del Consiglio "è scelto liberamente dal Parlamento, da deputati e senatori".
Ho ritenuto opportuno riprenderlo per due motivi: il primo è che quando taluno si mette a fare le pulci a ciò che dice talaltro, ha un preciso dovere -perlomeno per buona creanza- di esser certo di dire la cosa giusta. Facciamo un esempio.
Io posso lasciarmi scappare che il Presidente della Repubblica è eletto da 945 persone (deputati e senatori), il che è sbagliato; ma se a qualcuno venisse in mente di prendere la penna rossa e dire che in realtà gli elettori sono in realtà 1005 perché bisogna contare i rappresentanti delle Regioni, be' allora mi arrabbierei: perché chi mi corregge ha il preciso dovere di rendersi conto che i rappresentanti regionali sono 58 e non 60; e che inoltre ci sono fino a cinque senatori a vita (salvo che il Presidente uscente sia Pertini), che ench'essi entrano nel mucchio.

Questa tuttavia sarebbe una sciocchezza, se la confrontiamo con il merito della questione sollevata da Gilioli, e sulla natura prettamente politica e istituzionale del suo errore.
L'art. 92 Cost. recita: «Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri»; e l'art. 94 dice che «Il Governo deve avere la fiducia delle due Camere».
E' quindi il Presidente della Repubblica che nomina il Presidente del Consiglio, e il Parlamento può dire "Sì" o "No", ma non può sceglierne il nome. Anzi, ad essere precisi, il Parlamento non può neppure dare o negare il proprio assenso al Presidente del Consiglio, bensì al Governo nel suo complesso; e il Governo è formato dal PdC e dai ministri, che vengono nominati dal PdR su proposta del PdC.
Ne consegue che:
- il PdR nomina il PdC;
- il PdC propone i ministri al PdR, che li nomina;
- il Parlamento (o meglio: ciascuna Camera) conferisce la fiducia al Governo.

Possono sembrare questioni di lana caprina, ma non è così. Chi ha l'età sufficiente a rammentare riti e miti della Prima Repubblica ricorderà perfettamente che alla caduta di un Governo (evento certo non raro, ai tempi) iniziava il giro delle consultazioni, nel corso delle quali il Presidente della Repubblica doveva cercare un soggetto in grado di ricoprire la carica di PdC, formare un Governo ed ottenere la fiducia.
Il PdR aveva un compito assai difficile, stante la frammentazione della rappresentanza politica: e difatti le consultazioni iniziavano con gli ex Presidenti della Repubblica che mettevano a disposizione la propria esperienza di crisi, e via via tutte le segreterie dei partiti e i gruppi parlamentari.
Di contro il PdR aveva la massima libertà nello scegliere il candidato: la medesima frammentazione, sia del Parlamento in partiti e gruppi, sia degli stessi partiti in correnti, faceva sì che i nomi papabili fossero molti.
Certo, fino agli anni '80 il PdC veniva pur sempre scelto in seno al partito di maggioranza; ma ciò non era un assoluto, tanto che da Spadolini in poi, per arrivare fino a Craxi, vi fu una lunga stagione di PdC non democristiani.
Alla fine di tutto questo procedimento veniva formato il Governo, che giurava e solo dopo si presentava alle Camere, le quali avevano solo la possibilità di concedere o
respingere la fiducia: non avevano la possibilità di intervenire sulla designazione del PdC né sui ministri, se non agendo per il tramite dei partiti.
Capite bene che c'è una bella differenza, tra lo scegliersi una fidanzata e trovarsi una fidanzata scelta dai propri genitori e avere solo la possibilità di dire "sì" o "no", vero?
Se approfondiamo il ruolo del PdR, poi, vediamo che era proprio la frammentazione in partiti e correnti a conferirgli la libertà d'azione di cui abbiamo discusso. Non dimentichiamo che il Presidente della Repubblica è super partes e non è un organo politico, e neppure ha ricevuto un'investitura direttamente dal popolo. Ma proprio la difficoltà di formare i governi giustificava, in un certo modo, il largo margine di autonomia che si prendeva e quindi la sua libertà di nominare chiunque avesse voluto scegliere.

Con la riforma elettorale in senso bipolare le cose sono radicalmente cambiate. Vero è che la Costituzione formale è rimasta immutata, e che quindi il PdR ha la possibilità di nominare chi vuole alla carica di PdC: ma se facesse così verrebbe meno il ruolo super partes che la Costituzione stessa gli assegna; e soprattutto verrebbe lesa, gravemente, l'espressione della sovranità popolare che si esprime con le elezioni.
Finché si trattasse di nominare un PdC alternativo a Berlusconi, nel remoto caso in cui questi dovesse dimettersi per ragioni di salute, il vulnus inferto alla volontà popolare sarebbe in fin dei conti minimo. Berlusconi è sì il leader di una coalizione, e il suo nome è presente nel simbolo sul quale si traccia una croce; ma fortunatamente non siamo ancora divenuti una repubblica presidenziale in cui il Governo è incarnato nel Presidente, come ad esempio gli USA.
Ben diverso, però, sarebbe se Berlusconi perdesse la fiducia a seguito di una rivolta interna al PdL: una sorta di notte dei coltelli in cui i maggiorenti dovessero accordarsi per far fuori il vecchio, ormai gravato da troppi misteri e sospetti. In tal caso, pur se formalmente il PdR avrebbe la piena facoltà di nominare Fini o financo Giovanardi quali Presidenti incaricati, ciononostante se ne guarderebbe, io credo, assai bene: perché sarebbe andare in direzione palesemente contraria a quella voluta dal corpo elettorale.
Badate bene a questo: il popolo si esprime attraverso le elezioni e massimamente attraverso le elezioni politiche, che avvengono una volta ogni cinque anni; non vi sono altre possibilità in mezzo alla legislatura per esprimere la sovranità popolare. Con il sistema proporzionale, quando c'erano i partiti in Parlamento, la nostra era una democrazia rappresentativa in cui si poteva affermare che ciascun cittadino conferisse ad un determinato partito un mandato in bianco per rappresentarlo; e che quindi il partito avesse la possibilità di fare e disfare alleanze, con l'onere di muoversi nell'alveo di un programma di massima esposto in campagna elettorale e che, si noti, non prevedeva esplicitamente il formarsi o lo sciogliersi di alleanze.
Oggi, con questa sciagurata legge elettorale voluta e impiastricciata da tutti, è innegabile che il corpo elettorale decida una coalizione; e da qui a dire che decide il nome del Presidente del Consiglio il passo è molto, ma molto breve. Ripeto: fossi in Napolitano non mi farei alcuno scrupolo a sostituire Berlusconi qualora egli dovesse dimettersi per motivi obiettivi, di salute; ma non so proprio cosa farei nell'altro caso prima delineato, perché andrei contro la volontà del popolo, che è sovrano.
Se fosse il Parlamento ad eleggere il Presidente del Consiglio le cose sarebbero diverse, per vari motivi. Innanzitutto un'elezione è cosa ben diversa da una nomina: il Parlamento (sia inteso come organo unico che come insieme delle due Camere) è un organo collegiale, nel quale la responsabilità delle scelte ricade sull'istituzione, e in cui ciascun componente ne condivide solo una parte; poi è un organo rappresentativo, nel quale è (ormai solo astrattamente, data la schifosa legge elettorale) rappresentata la volontà popolare: è l'organo in cui si incarna la volontà del popolo e quindi -pur con tutti i dubbi già espressi- un Presidente eletto dal Parlamento forzando gli schieramenti originari avrebbe una legittimazione debole, ma comunque ben superiore a quella conferita da una nomina presidenziale. Infine (ma questo non pertiene alla formazione del Governo, bensì ai rapporti di forza istituzionali) un PdC eletto dal Parlamento dovrebbe pur sempre mantenere un rapporto di rispetto verso il proprio autore, che invece Berlusconi dimostra in ogni occasione di non avere minimamente, in quanto fa quotidianamente strame della funzione legislativa, ormai ridotta a mera facciata: non a caso l'opinione pubblica (ahimé, soprattutto a sinistra) ritiene che il lavoro del parlamentare consista nel sedere su un banco e schiacciare a comando un bottone; e si chiede perché mai quindi un parlamentare dovvrebbe essere pagato più di un ascensorista.

Questo per capire i termini della questione. Con tutto ciò non voglio dire che il Lodo Alfano sia men che una porcheria, badate: voglio solo dar conto di che tipo di assetto istituzionale esiste oggi nel nostro Paese.
Poi, se volete saperlo, io mi aspetto che la Corte Costituzionale non dichiari l'illegittimità del Lodo: ma questo non vuol dire che lo ritenga una legge buona o anche solo presentabile.

6 commenti:

.mau. ha detto...

Se il governo Berlusconi IV cadesse, Napolitano avrebbe l'obbligo (costituzionale, non morale) di verificare se esiste qualcuno che possa essere nominato PresConsMin, fosse finanche Berlusconi stesso (non è stato lo Spadolini II il famoso governo fotocopia, dove l'unica differenza tra "prima della cura" e "dopo la cura" fu la sostituzione di un sottosegretario che ebbe il pessimo gusto di morire durante la crisi di governo?)

Ho dei dubbi che si possa parlare di "sovranità popolare" a pieno titolo con questa legge elettorale, dove non sai chi voterai. Persino nel maggioritario tu scegli una persona...

Verrocchio ha detto...

Intanto ti ringrazio per questo post, che in qualche modo risponde alle domande che ponevo nel mio ultimo commento.

Nel merito: se ho ben capito, i poteri del PdR sono immutati, ma si inseriscono in un sistema ibridato dalle schifezze partorite in questi ultimi anni. Quindi, come fa, sbaglia. In caso di sfiducia ad un governo, lui dovrebbe (per la Costituzione) incaricare qualcuno, ma se non sceglie lo stesso PdC precedente "tradisce la volontà popolare". Mi sembra una situazione di stallo, scacchisticamente parlando. Come uscirne?

P.S.: parlo sempre in via ipotetica e senza riferimenti a Silvio, perchè i Berlusconi (si spera) passano, ma lo stato italiano resta.

mfisk ha detto...

Il fatto è che torniamo sempre a questo post qui: quello sulla fragilità del sistema costituzionale. Ha ragione .mau. ha dire che il PdM ha il dovere di cercare una soluzione alle crisi, e pure ho ragione io a dire che egli non deve snaturare la volontà popolare. Il risultato è un sistema in istallo, che non funziona.
Ci sono casi in cui un prodotto che funziona perfettamente (chessò: un software, magari) viene toccato per aggiungere una funzione; e una volta aggiunta quella funzione bisogna modificare l'interfaccia; e così un bottone finisce in una parte dello schermo nascosta; e magari qualcuno decide di eliminare il bottone e implementare una routine che vaccia il suo compito, ma poi si introducono delle eccezioni, e quindi bisogna aggiungere un campo nel DB, e questo manda in conflitto l'esportazione verso l'esterno della tabella...
Aggiungendo una sola funzione, se non si sta molto molto attenti, si sputtana tutto.
Ecco, più o meno funziona così.

Verrocchio ha detto...

Del resto, se l'ingegneria costituzionale la affidiamo a calderoli...
Sogno un paese dove riforme del genere siano approntate da costituzionalisti, poi sottoposte al parlamento e votate con almeno i famosi due terzi, senza calcoli su quale comma possa fare più male all'opposizione del momento (anche per mere considerazioni di bottega: non si è maggioranza sempre).

mfisk ha detto...

Verrocchio: tu rigiri un coltello nella piaga. Quella sciagurata riforma federalista a colpi di maggioranza, nel 2001!

Verrocchio ha detto...

Sì, hai ragione. Quando il centrosinistra la fece persino io, che allora ero più giovane e ancor meno azzeccagarbugli di quanto sia adesso rimasi di stucco: ma come, offriamo un precedente a Silvio per fare strame della cosa pubblica? Gli sventurati (non) risposero (ma tirarono innanzi).

 

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