Alzino la mano chi nelle ultime 24 ore non hanno pensato o scritto male di Debora SerracchianiIeri per la giovane promessa dei piombini è stata una giornataccia, obiettivamente. Essere scaricata (con molto stile, ma scaricata) persino da
Luca Sofri, che tra i mille difetti che possiede non si può certo dire sia una banderuola, e che era stato uno dei suoi più attivi sostenitori, non dev'essere stata certo una sensazione piacevole.
Dopo gli altari, ieri quindi è stato il giorno della polvere: declinata in mille modi diversi: su queste pagine ad esempio si è scritto un
post polveroso e cattivello, ma neppur tanto (e comunque, datemene atto, di altari non ne erano mai venuti fuori in precedenza); su
altre pagine sono state scritte cose lucide che allargano la visuale oltre il personaggio in sé, rappresentando la sua sconfitta come la nostra sconfitta. In generale invece c'è stato un allontanamento dal cadavere che puzza, comportamento in odore di 25 luglio e molto molto italiano: e pertanto trovo assai più apprezzabile quanto scritto da
Francesco Costa, il quale acriticamente ma con il cuore difende la persona in cui aveva creduto (per inciso: provate ad aprire in due finestre affiancate il post di
Sofri e quello di
Costa, e giocate a scoprire le differenze, che mi fanno dare i giudizi che ho dato: è un bell'esercizio di analisi del testo).
Poi la Debora ha avuto anche una sfiga non indifferente, quale quella di essere difesa da
Marco Travaglio. Sono cose da cui una persona con un minimo di morale e senso etico dovrebbe potersi riprendere solo con mille difficoltà, ma sono certo che i suoi elettori avranno apprezzato.
Tutto questo popo' di premessa per cercare di trarre qualche considerazione generale su quanto abbiamo visto.
Scorfano, sopra citato, dice
«soprattutto la colpa è nostra, che abbiamo bisogno di un leader, a tutti i costi [...] Ce la prendiamo con lei, perché sappiamo che è una sconfitta nostra.». E' una chiave di lettura valida, ma credo che, purtroppo, ci sia di più.
La Serracchiani non ha mai detto cose nuove o originali (noi possiamo permetterci di affermarlo, avendolo
scritto in tempi non sospetti): epperò è divenuta una figura di riferimento del partito, un'eurodeputata ultravotata e una candidata in pectore alla guida del PD, che ieri riceveva cinquecento telefonate da altrettanti lingottini e oggi -grazie anche al passo indietro fatto- tratta da pari a pari con il segretario e decide linee e strategie.
Com'è possibile che un discorso solo, peraltro neppur tanto originale, abbia potuto provocare tutto ciò? Dacché, come giustamente osserva Davide, già l'intervento all'Era Glaciale dimostrava che non vi fosse un serbatoio di ulteriori idee a cui attingere.
Io credo che il fulcro della questione non sia solo la voglia di leader.
Certo, c'è anche questa. Da quando lo sventato progetto di trasformazione maggioritaria del nostro Stato avviato da Mariotto Segni con il referendum elettorale (quello di quindic'anni fa, non quello recente) ci ha portato in un sistema via via sempre più bipolare, l'attenzione dei cittadini si è spostata dal "chi votare per fare cosa" al "chi votare". E il nostro sistema politico si è incredibilmente involuto.
Pensateci un po': sembra che qualunque argomento dell'agenda politica debba poter essere affrontato solo in due possibili modi, consustanziali a solo due possibili schieramenti. Questo può avere un senso in temi quali la politica estera o il governo dell'economia, che sono organici all'azione di indirizzo politico della maggioranza di governo.
Ma se andiamo su temi operativi, quali l'assegnazione di fondi per la ricostruzione e la definizione delle relative modalità, o etici, quali il testamento biologico, non ha alcun senso che le posizioni espresse in Parlamento debbano essere perfettamente sovrapponibili alla mappa dell'aula per schieramento elettorale (fatta eccezione per Casini, che pur galleggiando in un limbo centrista ha almeno il pregio di decidere volta per volta quale sia la soluzione giusta per il Paese: decisioni che in massima parte non condivido, ma decisioni anziché preconcetti).
Rammentate il divorzio e l'aborto? Rammentate che sono istituti inseriti nel nostro ordinamento
non grazie ai referendum, bensì dal Parlamento (è bene ricordarlo, questo particolare, che si tende troppo spesso a dimenticare)? E chi aveva la maggioranza
relativa, chi era al governo? La Democrazia Cristiana.
C'è stato, in questo paese, un tempo in cui i partiti che avevano il 40% avevano il 40%, e si alleavano con altri partiti per raggiungere il 50% e governare; e ogni tanto saltavano fuori dei temi sui quali anche tra partiti di governo non era possibile trovare un'intesa; e il Parlamento, sovrano, decideva formando delle maggioranze
ad hoc su singoli temi: quali il divorzio, ad esempio. E ciononostante i governi non cadevano, né ponevano la questione di fiducia.
Certo, in quel tempo felice i partiti dovevano avere delle idee: dovevano dire agli elettori cosa avrebbero fatto in questo, in quello e in codesto caso; e la linea così decisa, nei congressi, apparteneva al partito, che vi rimaneva legato a prescindere dal fatto che il segretario si chiamasse Nicolazzi o Longo.
Poi è arrivato Meriotto Segni, e subito dopo Berlusconi. La politica è diventata la spasmodica ricerca di un nome, una guida, un messia: un qualcuno a cui dare fiducia incondizionata e delega in bianco.
Che importano le piattaforme programmatiche? Sono espressioni da matusa: parole che non si possono più sentire. Cosa importa veramente? La capacità di raccogliere consenso, e quindi: la simpatia, la telegenia, la facondia.
No, dico:
vi ricordate che rischiavamo di avere Rutelli come Presidente del Consiglio?. Ecco, appunto, ci siamo capiti.
Quali sono le qualità che i piombini hanno detto che deve avere il leader del PD? Essere nuovo, non essere d'apparato, essere giovane. Come Obama, insomma.
Chissenefrega quale sarà la sua posizione sull'articolo 18 o sulla politica edilizia: l'importante è che sia giovane e nuovo. Come Obama.
Ed è una cosa che mi fa imbestialire, ogni volta che sento di Obama: perché quello sta dall'altra parte dell'Oceano, non qui. E se Veltroni era patetico quando enumerava tra i grandi successi del Partito Democratico la vittoria di Obama, preso nel suo americanismo al punto di non riuscire a cogliere la differenza intercorrente tra il PD e il Democratic Party, i piombini sono avvilenti.
Perché almeno Veltroni lo faceva nella disperata necessità di trovare qualche stellina da appuntare alla propria bandiera, mentre i piombini e i loro seguaci si rispecchiano nella caratteristiche obamiane per pura e semplice miopia.
Mi sembra che sia il Sofri giovane, quello che ama parlare di saggi, di dita e di lune: bene, forse dovrebbe fare un po' di autocritica ed accettare il fatto che il Presidente degli Stati Uniti è Barack Obama, il quale è nuovo e giovane; non che il Presidente sia un signore nuovo e giovane il quale si chiami Barack Obama. Non foss'altro perché se andiamo a prendere l'insieme dei nuovi e giovani e non d'apparato, dentro ci troviamo anche Sarah Palin.
Ma se facciamo un passo ulteriore, signori miei, il fatto grave è che a meglio vedere i piombini
hanno ragione. Perché l'imbarbarimento della politica che noi quarantaepassaenni riusciamo a vedere, un trentenne non lo può cogliere dacché la politica, per lui, è sempre stata scontro di personalismi e non già contrapposizione di idee: e quindi loro in quell'ottica ragionano.
Non sbagliano quindi i piombini a cercare spasmodicamente un leader, e investire fiducia nel primo o nella prima che passa, a condizione che abbia un bel sorriso e una certa dose di simpatia: sbagliamo noi, io per primo, a non aver capito che la politica italiana questo è diventato.
E così capisco, e financo apprezzo, a questo punto, Francesco Costa, che di anni non ne ha ancora trenta, che si scaglia contro il cosiddetto
revival berlingueriano: perché questo è l'ambiente nel quale è cresciuto e si è formato, e la responsabilità di questo ambiente è almeno in parte mia, che ai tempi dei referendum di Mariotto Segni votai No, ma non mossi un dito per convincere almeno uno dei miei conoscenti a votare No anch'egli. Enon solo capisco il Costa, ma sono pure costretto a chiedermi se lo Zambardino, che non ha l'attenuante dell'età, e del PCI è stato iscritto, come Sandro Bondi, forse forse non sia lui ad aver ragione, nella
critica a Berlinguer, e non sia io quello rimasto irrimediabilmente
fuori dal tempo: come quei vecchietti che si incontravano nelle osterie di paese, che continuavano a ripetere incessantemente «Ai miei tempi...».