Vittorio Zambardino: non posso dire di conoscerlo, ma è una persona che gode di grande stima nel microcosmo del blogocono. E poi sta simpatico a Mantellini.
Gia ho avuto modo di esprimere qualche dubbio quando con il suo account di Facebook ha fatto la stessa stessissima cosa di Matteo Salvini; salvo che quest'ultimo tutti l'hanno preso in giro, mentre Zambardino ha raccolto un -quasi- universale consenso.
Oggi questo signore, che afferma di capire di compiuter, e sarà anche vero dato che viene pagato da Repubblica per scriverne, parla di Enrico Berlinguer: raccogliendo il plauso di Costa e Sofri jr.: come dire le autorità più autorità che ci siano.
Sarà che ho mangiato gli spaghetti alla salsa di testa di gamberi che faccio una volta all'anno, sarà che ormai è un anno che scrivo sciocchezzuole e ho perso anche gli ultimi barlumi di timore reverenziale, sarà che la signora con cui mi accoppio mi ha dato buca, sta di fatto che mi sono incarognito, e desidero esprimere ciò che penso.
L'analisi di Zambardino (che non è un'analisi, sia chiaro, bensì uno sfogo umorale), preceduta com'è dalla dichiarazione di votare radicale vale poco meno della carta con cui erano avvolti i miei calamari.
Ma essendo suggestiva, merita qualche riga di replica, tanto per mettere le cose in chiaro.
[Berlinguer] non era laico. Aveva ragione Lucia Annunziata, quando lo scrisse esaltando questo aspetto. Il suo partito era il partito della famiglia e di una considerazione severamente tollerante, occhiuta e infastidita di altri stili di vita. Un giovane dirigente comunista dell'epoca d'alema alla fgci ebbe la carriera distrutta perché il suo amante gli fece una pubblica scenata rimasta nell'epopea orale.
Sarebbe bello che chi esprime pareri avesse un minimo di senso storico, e non leggesse la realtà di trent'anni fa con gli occhi dell'oggi. Ciò detto, distinguere tra moralismo e bigotteria dovrebbe essere possibile anche con fette di finocchiona al posto delle lenti. Non dico inquadrare storicamente il moralismo di Berlinguer, badate. semplicemente comprendere che negli anni Settanta "laico" poteva anche comprendere il rifiuto dell'omosessualità, il che oggi sarebbe grave, ma allora no.
Dire "aveva ragione Lucia Annunziata" è un ossimoro, o un anacoluto; pazienza.
Il pci di Berlinguer cerco' di evitare fino all'ultimo i referendum su divorzio e aborto
Considerato che si trattava di referendum tesi ad abrogare la possibilitò di divorziare ed abortire, la posizione di Berlinguer mi pare del tutto condivisibile. a voi no?
Del resto Berlinguer aveva una idea della società italiana nella quale istituzioni e "popolo" (che schifo questa categoria) aderivano perfettamente: per lui i cattolici erano la dc, le espressioni ufficiali del movimento cattolico, la chiesa. Si dialogava tra forze che rappresentavano pezzi di società. La sua idea della cultura libera, che c'era, non prescindeva dalla presenza delle istituzioni che erano tutto il suo orizzonte.
Berlinguer era comunista. Complimenti, Zambardino!!!
Berlinguer ebbe una idea del terrorismo e degli anni di piombo assolutamente conservatrice e "persecutoria". La sua gestione del sequestro Moro contribuì - ne sono convinto: in totale rigore morale ma *non* in buona fede - alla morte di quell'uomo. Il senso dello stato dei comunisti era post staliniano, soffocante, legalitario, in questo assolutamente "dipietrista" - non mi stupisce che ex comunisti oggi votino per un signore che secondo me ha una onesta e chiara cultura di destra. E' una cultura che li accomuna. Inoltre il compromesso storico partiva dall'dea che in Italia vi fosse una "reazione" , alla cilena, che è versione storica che non mi sento più di condividere. Quel pericolo fu ingrandito, amplificato. E usato
Questo non perspicuo periodo ci dice che Berlinguer fu responsabile della morte di Moro, quale diretta conseguenza del rifiuto di trattare con i terroristi (la "strategia della fermezza"). Del che egli stesso fu sempre consapevole. L'associazione del pensiero berlingueriano con il dipietrismo, salva la gratuita pubblicità al tribuno molisano, non ha alcun fondamento logico; e Zambardino stesso appone incisi per dichiarare che parla sula base di mere sensazioni.
Che egli non si senta di condividere una sua fantasia è sintomo di una certa confusione mentale: *sua*, non certo dell'oggetto del suo fantasticare.
Come vedete, non ho ancora affrontato il cavallo di battaglia che oggi usano i revivalisti di Berlinguer. La questione morale. L'ho fatto perché bisogna arrivarci dal compromesso storico. Quella idea di "unità nazionale" era profondamente antidemocratica, perché pensava di chiudere il sistema politico come una cappa sul paese, prima che lo facessero altre forze. Ma eccco il punto, quella chiusura ci fu. Il disegno non fallì
Finché ci fu Berlinguer, i fascisti non ebbero alcun ruolo nella nostra democrazia. Egli ci riuscì (a differenza dei suoi successori, tanto che oggi troviamo l'ex capo del MSI sullo scranno più alto di Montecitorio: il che allora sarebbe stato impensabile).
Lo confesso, condivido l'analisi di Marco Pannella quando dice che i nostri mali di oggi provengono dalla violazione sistematica e perfettamente bipartisan della legalità costituzionale e democratica da parte delle forze politiche dell'italia post fascista. Non fatevi obnupilare dall'incazzatura e pensate per un attimo (è un esercizo che faccio sempre, anche con i peggiori avversari) : e se avesse ragione lui, come starebbero le cose? Se usate il concetto di Pannella, molte cose pre e post Berlinguer cominciano a spiegarsi. Anche - e lo dico con grande prudenza - un certo rapporto tra politica e magistratura, non fisiologico di un paese nel quale debba trionfare lo stato di diritto. Sempre: l'emergenza non è democrazia. Un rapporto troppo ravvicinato, che cercava di spostare a favore della sinistra una relazione che negli anni 40 e 50 e 6o era stata a favore della Dc con uguale grado di "pratiche" sostanziali non corrette.
O il periodo che precede non ha alcun senso, o il suo senso è comprensibile solo a un laureato summa cum laude in logica aristotelica. In entrambi i casi, non è un gran modello di comunicazione (a proposito: Berllinguer sapeva comunicare abbastanza bene: geloso, Vittorio?)
Questione morale: no, non eravamo diversi dagli altri. Come diceva Enrico. E' vero che eravamo gente onesta e rigororosa, si viveva di poco e di grande moralità pubblica, nani e ballerine non sono mai state il nostro mondo.
Ma il Pci di Berlinguer partecipò sistematicamente alla lottizzazione Rai. Il pci di Berlinguer (pregherei su questo di non contestarmi perché ho ricordi assai precisi) partecipava, in forma minore di altri e attraverso organismi non immediatamente di partito, del banchetto che la spesa statale aveva avviato nel settore dei lavori pubblici. E sopratttuto il pc di Berlinguer condivideva quel sistema, la convinzione che "si dovesse" far così.
Cioè il Pci di Berlinguer partecipava alle lottizzazioni nelle università, negli ospedali, negli enti pubblici e condivideva l'idea che i partiti dovessero sedersi a un tavolo e dividersi il potere. Ma ai suoi militanti proponeva altri valori. Una bella doppia morale.
Rimane, di tutto ciò, il fatto che "eravamo gente onesta e rigororosa". Il resto è vita, e disconoscerlo è (stupido) velleitarismo.
Berlinguer predicava rigore, moralità equilibrio, pazienza, fatica, tenacia. Tutte cose fuori moda, certo.
Il Pci di Berlinguer approvo' con altri la legge sul finanziamento pubblico dei partiti
La legge sul finanziamento pubblico dei partiti doveva servire a far sì che i partiti non rubassero. Disconoscere la semplice, adamantina verità del fatto che la politica ha un costo è possibile solo al party del cappellaio matto.
No, Zambardino non è un buon censore di Berlinguer: e dovrebbe sciaquarsi la bocca quando parla di lui, di sinistra, di laicità e di riforme.
E coloro che ne condividono il pensiero, dovrebbero forse leggerselo prima con attenzione, prima di sparare giudizi.
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sabato 13 giugno 2009
venerdì 16 aprile 2010
La sentenza Google - le motivazioni /2
(prosegue da qui)
Questa volta ce la prendiamo (non è la prima volta) con Zambardino, il quale analizza la sentenza contro Google senza neppure averla letta.
Non ci scandalizziamo certo: in questi anni abbiamo imparato a conoscere il mondo dei commentatori in rete e sulla carta stampata, e non è certo questo il primo -né sarà l'ultimo- esempio di cattivo servizio al pubblico da parte dei professionisti dell'informazione.
Scrive, lo Zambardino che «La sentenza condanna Google solo per le infrazioni relative alla privacy, non per l’accusa di diffamazione, perché a seguito del ritiro della querela della persona offesa non si è potuto andare avanti su questo punto.» Scrive poi che «quando arriva a trattare dell’ipotesi di diffamazione, caduta per remissione di querela, che la prosa del dottor Magi è davvero allarmante.» Poi dice delle cose che non si capiscono, all'esito delle quali afferma che il giudice chiede «una legge che permetta di sanzionare non i responsabili dei reati – che è quanto di più ovvio – ma le responsabilità connesse».
tutto molto bello. Peccato che sia falso.
Come stanno in realtà le cose? Non è vero che l'ipotesi della diffamazione è caduta per remissione di querela. E' vero che il ragazzo ripreso nel video ha rimesso la querela, ma l'associazione Vivi Down, pure diffamata, non ha rimesso la propria querela, e quindi il procedimento è andato avanti anche per quanto riguarda questo capo d'accusa.
Non solo: il giudice ha anche disconosciuto le eccezioni della difesa, e statuito che la pubblicazione del video è stata diffamatoria verso l'associazione medesima.
La tesi dell'accusa basava la responsabilità di Google sull'art. 40 c.p., che dispone che «non impedire un evento, che si ha l'obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo». In pratica si diceva: è vero che non è stata Google a pubblicare il video; ma Google aveva l'obbligo di impedirne la pubblicazione, e pertanto il non averlo fatto la mette nella stessa posizione di chi l'ha pubblicato. Sempre secondo l'accusa, l'obbligo di impedire la pubblicazione discendeva dalla normativa sulla privacy, che avrebbe imposto a Google un "controllo preventivo" su titti i contenuti pubblicati.
Cosa ha stabilito il giudice? Ha scritto che non esiste questo obbligo giuridico di controllo preventivo, ma anche che «non esiste la possibilità logica e umana di tale intervento sulla rete». Scrive inoltre:
Ma c'è di più: dice ancora, il giudice, che esisterebbe una responsabilità penale solo qualora si potesse dimostrare la consapevolezza in capo a Google del contenuto delittuoso del video, è che tale consapevolezza è stata quasi dimostrata dall'accusa, ma a suo giudizio tale prova non è piena; e pertanto in assenza di una prova piena, gli imputati vanno assolti.
Il resto sono obiter dicta: considerazioni parallele alla sentenza, che hanno un proprio valore nell'inquadrare i motivi della decisione ma che non fanno propriamente parte della decisione. Tra questi c'è la molte volte citata frase «Perciò, in attesa di una buona legge che costruisca una ipotesi di responsabilità penale per il mondo dei siti Web (magari colposa, ed allora sì per omesso controllo), non resta che assolvere gli imputati dal reato di cui al capo A, reato che, così come formulato, non sussiste», che estrapolata dal contesto sembra avere un valore ottativo, ma che inquadrata nel resto della sentenza è una semplice constatazione.
Il medesimo giudice, peraltro, un paio di pagine dopo scrive che «In ogni caso questo giudice, come chiunque altro, rimane in attesa di una “buona legge” sull’argomento in questione: internet è stato e continuerà ad essere un formidabile strumento di comunicazione tra le persone e, dove c'è libertà di comunicazione c'è complessivamente più libertà, intesa come veicolo di conoscenza e di cultura, di consapevolezza e di scelta; ma ogni esercizio del diritto collegato alla libertà non può essere assoluto, pena il suo decadimento in arbitrio. E non c'è peggior dittatura di quella esercitata in nome della libertà assoluta : “legum servi esse debemus, ut liberi esse possumus” dicevano gli antichi e ,nonostante il tempo trascorso, non si è ancora arrivati a scoprire una definizione migliore.»
Come si faccia a scrivere che «Ma è proprio con sentenze come questa – in cui viene disatteso il rispetto dei principi più semplici di diritto e di buon senso – che si allontana internet dal resto del mondo civile, e che quindi lo si fa diventare far west» oppure che «quella di Milano era una sentenza molto Zeitgeist, molto in sintonia con certi umori repressivi. Lo confermo. Il giudice Magi fa tintinnare manette sul web. A futura, ma prossima, memoria» io proprio non riesco a comprenderlo.
L'unica spiegazione che mi viene in mente è che chi a suo tempo si è esposto propugnando una certa tesi (che la magistratura sia digiuna di tecnologia, che vi sia voglia di censura, che si voglia far uscire l'Italia dal consesso delle nazioni libere e civili) abbia dovuto fare ogni sforzo logico e argomentativo per trovare tracce di quella tesi nella motivazione della sentenza.
Questa volta ce la prendiamo (non è la prima volta) con Zambardino, il quale analizza la sentenza contro Google senza neppure averla letta.
Non ci scandalizziamo certo: in questi anni abbiamo imparato a conoscere il mondo dei commentatori in rete e sulla carta stampata, e non è certo questo il primo -né sarà l'ultimo- esempio di cattivo servizio al pubblico da parte dei professionisti dell'informazione.
Scrive, lo Zambardino che «La sentenza condanna Google solo per le infrazioni relative alla privacy, non per l’accusa di diffamazione, perché a seguito del ritiro della querela della persona offesa non si è potuto andare avanti su questo punto.» Scrive poi che «quando arriva a trattare dell’ipotesi di diffamazione, caduta per remissione di querela, che la prosa del dottor Magi è davvero allarmante.» Poi dice delle cose che non si capiscono, all'esito delle quali afferma che il giudice chiede «una legge che permetta di sanzionare non i responsabili dei reati – che è quanto di più ovvio – ma le responsabilità connesse».
tutto molto bello. Peccato che sia falso.
Come stanno in realtà le cose? Non è vero che l'ipotesi della diffamazione è caduta per remissione di querela. E' vero che il ragazzo ripreso nel video ha rimesso la querela, ma l'associazione Vivi Down, pure diffamata, non ha rimesso la propria querela, e quindi il procedimento è andato avanti anche per quanto riguarda questo capo d'accusa.
Non solo: il giudice ha anche disconosciuto le eccezioni della difesa, e statuito che la pubblicazione del video è stata diffamatoria verso l'associazione medesima.
La tesi dell'accusa basava la responsabilità di Google sull'art. 40 c.p., che dispone che «non impedire un evento, che si ha l'obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo». In pratica si diceva: è vero che non è stata Google a pubblicare il video; ma Google aveva l'obbligo di impedirne la pubblicazione, e pertanto il non averlo fatto la mette nella stessa posizione di chi l'ha pubblicato. Sempre secondo l'accusa, l'obbligo di impedire la pubblicazione discendeva dalla normativa sulla privacy, che avrebbe imposto a Google un "controllo preventivo" su titti i contenuti pubblicati.
Cosa ha stabilito il giudice? Ha scritto che non esiste questo obbligo giuridico di controllo preventivo, ma anche che «non esiste la possibilità logica e umana di tale intervento sulla rete». Scrive inoltre:
Ed infatti, pur ammettendo per ipotesi che esista un potere giuridico derivante dalla normativa sulla privacy che costituisca l’obbligo giuridico fondante la posizione di garanzia, non vi è chi non veda che tale potere, anche se correttamente utilizzato, certamente non avrebbe potuto “ impedire l’evento” diffamatorio.Insomma: il giudice non sta dicendo che manca una buona legge che obblighi i provider a controllare preventivamente: sta dicendo che allo stato attuale della tecnologia tale controllo preventivo è impossibile, e quindi inesigible.
In altre parole anche se l’informativa sulla privacy fosse stata data in modo chiaro e comprensibile all’utente, non può certamente escludersi che l’utente medesimo non avrebbe caricato il file video incriminato, commettendo il reato di diffamazione. (...)
Per cui, nell’ipotesi in esame, l’obbligo del soggetto/web di impedire l’evento diffamatorio, imporrebbe allo stesso un controllo o un filtro preventivo su tutti i dati immessi ogni secondo sulla rete, causandone l'immediata impossibilità di funzionamento.
Considerata l'estrema difficoltà tecnica di tale soluzione e le conseguenze che ne potrebbero derivare , si è quindi in presenza di un comportamento “inesigibile”, e quindi non perseguibile penalmente ai sensi deIl’art. 40 cpv. CP.
Ma c'è di più: dice ancora, il giudice, che esisterebbe una responsabilità penale solo qualora si potesse dimostrare la consapevolezza in capo a Google del contenuto delittuoso del video, è che tale consapevolezza è stata quasi dimostrata dall'accusa, ma a suo giudizio tale prova non è piena; e pertanto in assenza di una prova piena, gli imputati vanno assolti.
Il resto sono obiter dicta: considerazioni parallele alla sentenza, che hanno un proprio valore nell'inquadrare i motivi della decisione ma che non fanno propriamente parte della decisione. Tra questi c'è la molte volte citata frase «Perciò, in attesa di una buona legge che costruisca una ipotesi di responsabilità penale per il mondo dei siti Web (magari colposa, ed allora sì per omesso controllo), non resta che assolvere gli imputati dal reato di cui al capo A, reato che, così come formulato, non sussiste», che estrapolata dal contesto sembra avere un valore ottativo, ma che inquadrata nel resto della sentenza è una semplice constatazione.
Il medesimo giudice, peraltro, un paio di pagine dopo scrive che «In ogni caso questo giudice, come chiunque altro, rimane in attesa di una “buona legge” sull’argomento in questione: internet è stato e continuerà ad essere un formidabile strumento di comunicazione tra le persone e, dove c'è libertà di comunicazione c'è complessivamente più libertà, intesa come veicolo di conoscenza e di cultura, di consapevolezza e di scelta; ma ogni esercizio del diritto collegato alla libertà non può essere assoluto, pena il suo decadimento in arbitrio. E non c'è peggior dittatura di quella esercitata in nome della libertà assoluta : “legum servi esse debemus, ut liberi esse possumus” dicevano gli antichi e ,nonostante il tempo trascorso, non si è ancora arrivati a scoprire una definizione migliore.»
Come si faccia a scrivere che «Ma è proprio con sentenze come questa – in cui viene disatteso il rispetto dei principi più semplici di diritto e di buon senso – che si allontana internet dal resto del mondo civile, e che quindi lo si fa diventare far west» oppure che «quella di Milano era una sentenza molto Zeitgeist, molto in sintonia con certi umori repressivi. Lo confermo. Il giudice Magi fa tintinnare manette sul web. A futura, ma prossima, memoria» io proprio non riesco a comprenderlo.
L'unica spiegazione che mi viene in mente è che chi a suo tempo si è esposto propugnando una certa tesi (che la magistratura sia digiuna di tecnologia, che vi sia voglia di censura, che si voglia far uscire l'Italia dal consesso delle nazioni libere e civili) abbia dovuto fare ogni sforzo logico e argomentativo per trovare tracce di quella tesi nella motivazione della sentenza.
martedì 3 agosto 2010
Autorevolezza del quotidiano chic

Vittorio Zambardino (che già in passato avevamo avuto modo d'apprezzare) in questo articolo (ripreso nella home page con il lancio che riporto qui a fianco) attribuisce al Washington Post la tesi secondo cui il Presidente Obama dovrebbe «catturare Julian Assange e far fuori Wikileaks. Con le buone o le cattive».
Il nostro inizia il pezzo scrivendo: «In un primo momento si è indotti a pensare che a parlare sia un blogger. Ma Marc Thissen è un autorevolissimo commentatore, un OP Ed Columnist». E chi non abbia ben presente la struttura di un giornale americano (vale a dire il 90% dei lettori di Repubblica) non potrà che pensare: - "Minchia, un Op Ed Columnist! Dev'essere una carica importante assai nel giornale".
In realtà l'Op-Ed Columnist è uno che scrive sul giornale, ma che non condivide la linea del giornale né, di contro, il giornale sposa quanto viene scritto sull'OP-Ed.
Sarebbe bastato andare su wikipedia (e noi ben sappiamo che Repubblica non disdegna di attingere da lì l'ispirazione per i propri pezzi, quando non addirittura i propri pezzi tout-court) per vedere che OP-Ed è l'abbreviazione di "opposite the editorial page": vale a dire, letteralmente, pezzi che vengono ospitati nella pagina opposta a quella degli editoriali e che spesso esprimono opinioni differenti quando non francamente critiche con la linea editoriale del quotidiano.
Non che ci sia bisogno di sapere l'inglese, peraltro: lo spiega anche la wiki di lingua italiana.
Quindi, Repubblica non avrebbe dovuto titolare «Il WP: "Wikileaks, un sito di criminali"» bensì, correttamente: «Marc Thissen: "Wikileaks, un sito di criminali"».
Ma allora che notizia sarebbe stata?
martedì 5 maggio 2009
I grandi dubbi esistenziali di m.fisk /1
Ci sono delle volte che mi sembro molto più stupido della media, e allora chiedo aiuto.
In effetti questa è una seconda puntata, dato che mi ero già posto una domanda esistenziale l'altro giorno, ma dato che la cosa si ripete, ne faccio una serie.
Qualcuno di voi mi sa spiegare perché qui, tra blogger, quando Facebook ha cancellato l'account di Matteo Salvini l'hanno preso tutti per il culo mentre quando ha cancellato quello di Zambardino hanno gridato tutti allo scandalo?
In effetti questa è una seconda puntata, dato che mi ero già posto una domanda esistenziale l'altro giorno, ma dato che la cosa si ripete, ne faccio una serie.
Qualcuno di voi mi sa spiegare perché qui, tra blogger, quando Facebook ha cancellato l'account di Matteo Salvini l'hanno preso tutti per il culo mentre quando ha cancellato quello di Zambardino hanno gridato tutti allo scandalo?
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giovedì 2 luglio 2009
In difesa di Debora Serracchiani
Alzino la mano chi nelle ultime 24 ore non hanno pensato o scritto male di Debora Serracchiani
Ieri per la giovane promessa dei piombini è stata una giornataccia, obiettivamente. Essere scaricata (con molto stile, ma scaricata) persino da Luca Sofri, che tra i mille difetti che possiede non si può certo dire sia una banderuola, e che era stato uno dei suoi più attivi sostenitori, non dev'essere stata certo una sensazione piacevole.
Dopo gli altari, ieri quindi è stato il giorno della polvere: declinata in mille modi diversi: su queste pagine ad esempio si è scritto un post polveroso e cattivello, ma neppur tanto (e comunque, datemene atto, di altari non ne erano mai venuti fuori in precedenza); su altre pagine sono state scritte cose lucide che allargano la visuale oltre il personaggio in sé, rappresentando la sua sconfitta come la nostra sconfitta. In generale invece c'è stato un allontanamento dal cadavere che puzza, comportamento in odore di 25 luglio e molto molto italiano: e pertanto trovo assai più apprezzabile quanto scritto da Francesco Costa, il quale acriticamente ma con il cuore difende la persona in cui aveva creduto (per inciso: provate ad aprire in due finestre affiancate il post di Sofri e quello di Costa, e giocate a scoprire le differenze, che mi fanno dare i giudizi che ho dato: è un bell'esercizio di analisi del testo).
Poi la Debora ha avuto anche una sfiga non indifferente, quale quella di essere difesa da Marco Travaglio. Sono cose da cui una persona con un minimo di morale e senso etico dovrebbe potersi riprendere solo con mille difficoltà, ma sono certo che i suoi elettori avranno apprezzato.
Tutto questo popo' di premessa per cercare di trarre qualche considerazione generale su quanto abbiamo visto. Scorfano, sopra citato, dice «soprattutto la colpa è nostra, che abbiamo bisogno di un leader, a tutti i costi [...] Ce la prendiamo con lei, perché sappiamo che è una sconfitta nostra.». E' una chiave di lettura valida, ma credo che, purtroppo, ci sia di più.
La Serracchiani non ha mai detto cose nuove o originali (noi possiamo permetterci di affermarlo, avendolo scritto in tempi non sospetti): epperò è divenuta una figura di riferimento del partito, un'eurodeputata ultravotata e una candidata in pectore alla guida del PD, che ieri riceveva cinquecento telefonate da altrettanti lingottini e oggi -grazie anche al passo indietro fatto- tratta da pari a pari con il segretario e decide linee e strategie.
Com'è possibile che un discorso solo, peraltro neppur tanto originale, abbia potuto provocare tutto ciò? Dacché, come giustamente osserva Davide, già l'intervento all'Era Glaciale dimostrava che non vi fosse un serbatoio di ulteriori idee a cui attingere.
Io credo che il fulcro della questione non sia solo la voglia di leader.
Certo, c'è anche questa. Da quando lo sventato progetto di trasformazione maggioritaria del nostro Stato avviato da Mariotto Segni con il referendum elettorale (quello di quindic'anni fa, non quello recente) ci ha portato in un sistema via via sempre più bipolare, l'attenzione dei cittadini si è spostata dal "chi votare per fare cosa" al "chi votare". E il nostro sistema politico si è incredibilmente involuto.
Pensateci un po': sembra che qualunque argomento dell'agenda politica debba poter essere affrontato solo in due possibili modi, consustanziali a solo due possibili schieramenti. Questo può avere un senso in temi quali la politica estera o il governo dell'economia, che sono organici all'azione di indirizzo politico della maggioranza di governo.
Ma se andiamo su temi operativi, quali l'assegnazione di fondi per la ricostruzione e la definizione delle relative modalità, o etici, quali il testamento biologico, non ha alcun senso che le posizioni espresse in Parlamento debbano essere perfettamente sovrapponibili alla mappa dell'aula per schieramento elettorale (fatta eccezione per Casini, che pur galleggiando in un limbo centrista ha almeno il pregio di decidere volta per volta quale sia la soluzione giusta per il Paese: decisioni che in massima parte non condivido, ma decisioni anziché preconcetti).
Rammentate il divorzio e l'aborto? Rammentate che sono istituti inseriti nel nostro ordinamento non grazie ai referendum, bensì dal Parlamento (è bene ricordarlo, questo particolare, che si tende troppo spesso a dimenticare)? E chi aveva la maggioranza relativa, chi era al governo? La Democrazia Cristiana.
C'è stato, in questo paese, un tempo in cui i partiti che avevano il 40% avevano il 40%, e si alleavano con altri partiti per raggiungere il 50% e governare; e ogni tanto saltavano fuori dei temi sui quali anche tra partiti di governo non era possibile trovare un'intesa; e il Parlamento, sovrano, decideva formando delle maggioranze ad hoc su singoli temi: quali il divorzio, ad esempio. E ciononostante i governi non cadevano, né ponevano la questione di fiducia.
Certo, in quel tempo felice i partiti dovevano avere delle idee: dovevano dire agli elettori cosa avrebbero fatto in questo, in quello e in codesto caso; e la linea così decisa, nei congressi, apparteneva al partito, che vi rimaneva legato a prescindere dal fatto che il segretario si chiamasse Nicolazzi o Longo.
Poi è arrivato Meriotto Segni, e subito dopo Berlusconi. La politica è diventata la spasmodica ricerca di un nome, una guida, un messia: un qualcuno a cui dare fiducia incondizionata e delega in bianco.
Che importano le piattaforme programmatiche? Sono espressioni da matusa: parole che non si possono più sentire. Cosa importa veramente? La capacità di raccogliere consenso, e quindi: la simpatia, la telegenia, la facondia.
No, dico: vi ricordate che rischiavamo di avere Rutelli come Presidente del Consiglio?. Ecco, appunto, ci siamo capiti.
Quali sono le qualità che i piombini hanno detto che deve avere il leader del PD? Essere nuovo, non essere d'apparato, essere giovane. Come Obama, insomma.
Chissenefrega quale sarà la sua posizione sull'articolo 18 o sulla politica edilizia: l'importante è che sia giovane e nuovo. Come Obama.
Ed è una cosa che mi fa imbestialire, ogni volta che sento di Obama: perché quello sta dall'altra parte dell'Oceano, non qui. E se Veltroni era patetico quando enumerava tra i grandi successi del Partito Democratico la vittoria di Obama, preso nel suo americanismo al punto di non riuscire a cogliere la differenza intercorrente tra il PD e il Democratic Party, i piombini sono avvilenti.
Perché almeno Veltroni lo faceva nella disperata necessità di trovare qualche stellina da appuntare alla propria bandiera, mentre i piombini e i loro seguaci si rispecchiano nella caratteristiche obamiane per pura e semplice miopia.
Mi sembra che sia il Sofri giovane, quello che ama parlare di saggi, di dita e di lune: bene, forse dovrebbe fare un po' di autocritica ed accettare il fatto che il Presidente degli Stati Uniti è Barack Obama, il quale è nuovo e giovane; non che il Presidente sia un signore nuovo e giovane il quale si chiami Barack Obama. Non foss'altro perché se andiamo a prendere l'insieme dei nuovi e giovani e non d'apparato, dentro ci troviamo anche Sarah Palin.
Ma se facciamo un passo ulteriore, signori miei, il fatto grave è che a meglio vedere i piombini hanno ragione. Perché l'imbarbarimento della politica che noi quarantaepassaenni riusciamo a vedere, un trentenne non lo può cogliere dacché la politica, per lui, è sempre stata scontro di personalismi e non già contrapposizione di idee: e quindi loro in quell'ottica ragionano.
Non sbagliano quindi i piombini a cercare spasmodicamente un leader, e investire fiducia nel primo o nella prima che passa, a condizione che abbia un bel sorriso e una certa dose di simpatia: sbagliamo noi, io per primo, a non aver capito che la politica italiana questo è diventato.
E così capisco, e financo apprezzo, a questo punto, Francesco Costa, che di anni non ne ha ancora trenta, che si scaglia contro il cosiddetto revival berlingueriano: perché questo è l'ambiente nel quale è cresciuto e si è formato, e la responsabilità di questo ambiente è almeno in parte mia, che ai tempi dei referendum di Mariotto Segni votai No, ma non mossi un dito per convincere almeno uno dei miei conoscenti a votare No anch'egli. Enon solo capisco il Costa, ma sono pure costretto a chiedermi se lo Zambardino, che non ha l'attenuante dell'età, e del PCI è stato iscritto, come Sandro Bondi, forse forse non sia lui ad aver ragione, nella critica a Berlinguer, e non sia io quello rimasto irrimediabilmente fuori dal tempo: come quei vecchietti che si incontravano nelle osterie di paese, che continuavano a ripetere incessantemente «Ai miei tempi...».
Ieri per la giovane promessa dei piombini è stata una giornataccia, obiettivamente. Essere scaricata (con molto stile, ma scaricata) persino da Luca Sofri, che tra i mille difetti che possiede non si può certo dire sia una banderuola, e che era stato uno dei suoi più attivi sostenitori, non dev'essere stata certo una sensazione piacevole.
Dopo gli altari, ieri quindi è stato il giorno della polvere: declinata in mille modi diversi: su queste pagine ad esempio si è scritto un post polveroso e cattivello, ma neppur tanto (e comunque, datemene atto, di altari non ne erano mai venuti fuori in precedenza); su altre pagine sono state scritte cose lucide che allargano la visuale oltre il personaggio in sé, rappresentando la sua sconfitta come la nostra sconfitta. In generale invece c'è stato un allontanamento dal cadavere che puzza, comportamento in odore di 25 luglio e molto molto italiano: e pertanto trovo assai più apprezzabile quanto scritto da Francesco Costa, il quale acriticamente ma con il cuore difende la persona in cui aveva creduto (per inciso: provate ad aprire in due finestre affiancate il post di Sofri e quello di Costa, e giocate a scoprire le differenze, che mi fanno dare i giudizi che ho dato: è un bell'esercizio di analisi del testo).
Poi la Debora ha avuto anche una sfiga non indifferente, quale quella di essere difesa da Marco Travaglio. Sono cose da cui una persona con un minimo di morale e senso etico dovrebbe potersi riprendere solo con mille difficoltà, ma sono certo che i suoi elettori avranno apprezzato.
Tutto questo popo' di premessa per cercare di trarre qualche considerazione generale su quanto abbiamo visto. Scorfano, sopra citato, dice «soprattutto la colpa è nostra, che abbiamo bisogno di un leader, a tutti i costi [...] Ce la prendiamo con lei, perché sappiamo che è una sconfitta nostra.». E' una chiave di lettura valida, ma credo che, purtroppo, ci sia di più.
La Serracchiani non ha mai detto cose nuove o originali (noi possiamo permetterci di affermarlo, avendolo scritto in tempi non sospetti): epperò è divenuta una figura di riferimento del partito, un'eurodeputata ultravotata e una candidata in pectore alla guida del PD, che ieri riceveva cinquecento telefonate da altrettanti lingottini e oggi -grazie anche al passo indietro fatto- tratta da pari a pari con il segretario e decide linee e strategie.
Com'è possibile che un discorso solo, peraltro neppur tanto originale, abbia potuto provocare tutto ciò? Dacché, come giustamente osserva Davide, già l'intervento all'Era Glaciale dimostrava che non vi fosse un serbatoio di ulteriori idee a cui attingere.
Io credo che il fulcro della questione non sia solo la voglia di leader.
Certo, c'è anche questa. Da quando lo sventato progetto di trasformazione maggioritaria del nostro Stato avviato da Mariotto Segni con il referendum elettorale (quello di quindic'anni fa, non quello recente) ci ha portato in un sistema via via sempre più bipolare, l'attenzione dei cittadini si è spostata dal "chi votare per fare cosa" al "chi votare". E il nostro sistema politico si è incredibilmente involuto.
Pensateci un po': sembra che qualunque argomento dell'agenda politica debba poter essere affrontato solo in due possibili modi, consustanziali a solo due possibili schieramenti. Questo può avere un senso in temi quali la politica estera o il governo dell'economia, che sono organici all'azione di indirizzo politico della maggioranza di governo.
Ma se andiamo su temi operativi, quali l'assegnazione di fondi per la ricostruzione e la definizione delle relative modalità, o etici, quali il testamento biologico, non ha alcun senso che le posizioni espresse in Parlamento debbano essere perfettamente sovrapponibili alla mappa dell'aula per schieramento elettorale (fatta eccezione per Casini, che pur galleggiando in un limbo centrista ha almeno il pregio di decidere volta per volta quale sia la soluzione giusta per il Paese: decisioni che in massima parte non condivido, ma decisioni anziché preconcetti).
Rammentate il divorzio e l'aborto? Rammentate che sono istituti inseriti nel nostro ordinamento non grazie ai referendum, bensì dal Parlamento (è bene ricordarlo, questo particolare, che si tende troppo spesso a dimenticare)? E chi aveva la maggioranza relativa, chi era al governo? La Democrazia Cristiana.
C'è stato, in questo paese, un tempo in cui i partiti che avevano il 40% avevano il 40%, e si alleavano con altri partiti per raggiungere il 50% e governare; e ogni tanto saltavano fuori dei temi sui quali anche tra partiti di governo non era possibile trovare un'intesa; e il Parlamento, sovrano, decideva formando delle maggioranze ad hoc su singoli temi: quali il divorzio, ad esempio. E ciononostante i governi non cadevano, né ponevano la questione di fiducia.
Certo, in quel tempo felice i partiti dovevano avere delle idee: dovevano dire agli elettori cosa avrebbero fatto in questo, in quello e in codesto caso; e la linea così decisa, nei congressi, apparteneva al partito, che vi rimaneva legato a prescindere dal fatto che il segretario si chiamasse Nicolazzi o Longo.
Poi è arrivato Meriotto Segni, e subito dopo Berlusconi. La politica è diventata la spasmodica ricerca di un nome, una guida, un messia: un qualcuno a cui dare fiducia incondizionata e delega in bianco.
Che importano le piattaforme programmatiche? Sono espressioni da matusa: parole che non si possono più sentire. Cosa importa veramente? La capacità di raccogliere consenso, e quindi: la simpatia, la telegenia, la facondia.
No, dico: vi ricordate che rischiavamo di avere Rutelli come Presidente del Consiglio?. Ecco, appunto, ci siamo capiti.
Quali sono le qualità che i piombini hanno detto che deve avere il leader del PD? Essere nuovo, non essere d'apparato, essere giovane. Come Obama, insomma.
Chissenefrega quale sarà la sua posizione sull'articolo 18 o sulla politica edilizia: l'importante è che sia giovane e nuovo. Come Obama.
Ed è una cosa che mi fa imbestialire, ogni volta che sento di Obama: perché quello sta dall'altra parte dell'Oceano, non qui. E se Veltroni era patetico quando enumerava tra i grandi successi del Partito Democratico la vittoria di Obama, preso nel suo americanismo al punto di non riuscire a cogliere la differenza intercorrente tra il PD e il Democratic Party, i piombini sono avvilenti.
Perché almeno Veltroni lo faceva nella disperata necessità di trovare qualche stellina da appuntare alla propria bandiera, mentre i piombini e i loro seguaci si rispecchiano nella caratteristiche obamiane per pura e semplice miopia.
Mi sembra che sia il Sofri giovane, quello che ama parlare di saggi, di dita e di lune: bene, forse dovrebbe fare un po' di autocritica ed accettare il fatto che il Presidente degli Stati Uniti è Barack Obama, il quale è nuovo e giovane; non che il Presidente sia un signore nuovo e giovane il quale si chiami Barack Obama. Non foss'altro perché se andiamo a prendere l'insieme dei nuovi e giovani e non d'apparato, dentro ci troviamo anche Sarah Palin.
Ma se facciamo un passo ulteriore, signori miei, il fatto grave è che a meglio vedere i piombini hanno ragione. Perché l'imbarbarimento della politica che noi quarantaepassaenni riusciamo a vedere, un trentenne non lo può cogliere dacché la politica, per lui, è sempre stata scontro di personalismi e non già contrapposizione di idee: e quindi loro in quell'ottica ragionano.
Non sbagliano quindi i piombini a cercare spasmodicamente un leader, e investire fiducia nel primo o nella prima che passa, a condizione che abbia un bel sorriso e una certa dose di simpatia: sbagliamo noi, io per primo, a non aver capito che la politica italiana questo è diventato.
E così capisco, e financo apprezzo, a questo punto, Francesco Costa, che di anni non ne ha ancora trenta, che si scaglia contro il cosiddetto revival berlingueriano: perché questo è l'ambiente nel quale è cresciuto e si è formato, e la responsabilità di questo ambiente è almeno in parte mia, che ai tempi dei referendum di Mariotto Segni votai No, ma non mossi un dito per convincere almeno uno dei miei conoscenti a votare No anch'egli. Enon solo capisco il Costa, ma sono pure costretto a chiedermi se lo Zambardino, che non ha l'attenuante dell'età, e del PCI è stato iscritto, come Sandro Bondi, forse forse non sia lui ad aver ragione, nella critica a Berlinguer, e non sia io quello rimasto irrimediabilmente fuori dal tempo: come quei vecchietti che si incontravano nelle osterie di paese, che continuavano a ripetere incessantemente «Ai miei tempi...».
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martedì 14 luglio 2009
La journée a été rude
A conclusione di questa giornata di silenzio e di passione, credo che una cosa possa essere affermata senza troppi dubbi: e lo dico senza spirito di partigianeria, dato che, come ho detto, apprezzo le buone intenzioni di chi ha scioperato, anche se non ne condivido il metodo.
La cosa è questa: che se un giorno, in futuro, dovesse esserci qualche altra buona causa che catalizzi l'attenzione dei blogger, sarà il caso di trovare una forma di protesta diversa dallo zittimento: perché raramente si è vista protesta più inosservata e ininfluente di questa.
Certo, domani ci saranno le statistice trionfali sulla partecipazione oceanica: l'elenco dei blogger aderenti e delle stelle del cono che hanno crumirato; scoppieranno polemiche, vi saranno scambi di insulti e i server di friendfeed passeranno qualche brutto quarto d'ora a gestire lunghissimi thread di contumelie. Ciononostante, bisogna ammetterlo, in Italia dei blog si interessano solo ed esclusivamente i blogger: al resto del mondo non gliene frega proprio niente.
La prossima volta, quindi, anziché silenzio si faccia casino: magari mettendo un bel banchetto in piazza: che è l'unica notizia apparsa sulla stampa mainstream dal mondo dei blog, oggi, se facciamo eccezione per l'articolo di Zambardino, da considerare obiettivamente fuori concorso.
Stare zitti fa solo il gioco di chi vuole zittirci (oltre che a gratificare l'ego di chi ha avuto l'idea, come suggerisce Francesco Costa).
La cosa è questa: che se un giorno, in futuro, dovesse esserci qualche altra buona causa che catalizzi l'attenzione dei blogger, sarà il caso di trovare una forma di protesta diversa dallo zittimento: perché raramente si è vista protesta più inosservata e ininfluente di questa.
Certo, domani ci saranno le statistice trionfali sulla partecipazione oceanica: l'elenco dei blogger aderenti e delle stelle del cono che hanno crumirato; scoppieranno polemiche, vi saranno scambi di insulti e i server di friendfeed passeranno qualche brutto quarto d'ora a gestire lunghissimi thread di contumelie. Ciononostante, bisogna ammetterlo, in Italia dei blog si interessano solo ed esclusivamente i blogger: al resto del mondo non gliene frega proprio niente.
La prossima volta, quindi, anziché silenzio si faccia casino: magari mettendo un bel banchetto in piazza: che è l'unica notizia apparsa sulla stampa mainstream dal mondo dei blog, oggi, se facciamo eccezione per l'articolo di Zambardino, da considerare obiettivamente fuori concorso.
Stare zitti fa solo il gioco di chi vuole zittirci (oltre che a gratificare l'ego di chi ha avuto l'idea, come suggerisce Francesco Costa).
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