giovedì 22 settembre 2011

I.G.E.

Che l'Adusbef non perda occasione per sollevare allarmi campati in aria lo sapevamo già; e quanto alla Federconsumatori ne ha già scritto lo Scorfano, e quindi io mi limito a rilevare che al loro sito manca solo un'allegra musichetta MIDI per godere di quel sapore retrò che fa tanto IE4 .
Non ci saremmo aspettati, tuttavia, che queste sedicenti associazioni riuscissero a trovare la sponda di un giornale abbastanza squalificato per prendere per vere le loro affermazioni; ma dato che si trattava di dar contro al governo per gli effetti della manovra economica, ecco che Repubblica subito ha risposto all'appello: al Direttore, al Fondatore e all'Editore non riesce proprio a entrare in mente che si potrebbe contrastare efficacemente Berlusconi anche solo scrivendo cose vere anziché infarcendo di cazzate ogni articolo.
Ecco quindi che ti salta fuori nella pagina dell'economia un pezzo che ci fa fare un salto all'indietro di quasi quarant'anni, riportandoci ai bei tempi di Ezio Vanoni, quando Berta filava e vigeva l'I.G.E. (Imposta Generale sulle Entrate), espressione di una economia quasi preindustriale nella quale ciascun passaggio produttivo era penalizzato dall'applicazione indiscriminata dell'imposta sull'intero prezzo.
Poi i modelli economici sono cambiati: si è passati dalla fabbrica totale, nella quale si facevano i telai, i cerchioni e le selle, a modelli produttivi in cui operatori specializzati fanno ciascuno un pezzo della lavorazione. Con molto ritardo rispetto all'evoluzione del sistema produttivo, nel 1973 nacque l'I.V.A., che come tutti sanno si "scarica", di talché anche se i passaggi produttivi sono uno, venti o duecento, alla fin fine l'effetto sul consumatore finale è il medesimo.
Ecco: Adusbef, Federconsumatori e Repubblica sono riusciti a riportarci ai tempi della fonovaligia Geloso; e noi consumatori e lettori siamo grati per questa bella divagazione proustiana.

martedì 20 settembre 2011

C'è molta crisi.

Questo qui è un vestitino in vetrina in via Montenapoleone.
C'è vicino il cartellino del prezzo, secondo il quale l'oggettino viene via per 12.700 euri.
So bene di essere un vecchio moralista che di certe cose non ne capisce nulla però, ecco, a me il vederlo mi ha fatto un po' girare i coglioni.


(ride)

Ringrazio Sir Squonk per essersi sobbarcato l'onere di leggere le trascrizioni di parte delle 100.000 intercettazioni che hanno riguardato il giro di donne del Presidente del Consiglio senza assopirsi (del resto egli soggre notoriamente di insonnia), e soprattutto per aver mantenuto un grado di attenzione sufficiente a notare quel (ride) che nei brogliacci segue la frase «perché vedi io a tempo perso faccio il primo ministro» e che la giornalista Sarzanini Fiorenza si è dimenticata di evidenziare, al pari dei titolisti dei vari quotidiani che hanno creduto opportuno riempire una decina abbondante di pagine copincollando verbali.

L'altro giorno avevo già fatto timidamente notare che per interpretare la frase: «vi scagionerò tutti» come indice di colpevolezza ci vuole una bella dose di sospensione del senso del ridicolo, o perlomeno una crassa ignoranza del vocabolario. Oggi non posso sottacere il fatto che essere chiamati a rispondere di una frase che non costituisce né prova alcun reato, detta nel corso di una conversazione privata con un conoscente, è cosa degna della Gestapo; e se la frase viene estrapolata da un contesto e viene evidenziata a caratteri di scatola, sottacendo il fatto che costituisse un motto di spirito, allora siamo nel campo della falsificazione bella e buona: più o meno dalle parti di quei poliziotti centramericani che ti ficcano la coca nelle tasche del giubbotto per fare un arresto in più.

domenica 18 settembre 2011

Ingegnere, risponda

Perché col Paese in crisi il Suo giornale dedica una dozzina abbondante di pagine al giorno a Lavitola e Tarantini e un paio scarse a a Trichet e Barroso?

sabato 17 settembre 2011

Parla con me

Io Parla con me l'o visto un paio di volte.
Una volta perché la sfatta conduttrice chiattona* intervistava un'amica mia.
L'altra volte perché avevo una febbre così alta da non riuscire ad alzarmi dal divano per prendere il telecomando e girare su Protestantesimo per farmi quattro risate in allegria.

In entrambe le occasioni mi sono annoiato mortalmente, e nella prima mi sono pure incazzato, perché di tutte le cose interessanti che so che la mia amica avrebbe potuto dire, manco una gli era stata chiesta.
Diciamo pure che non mi mancherà, ecco.

* spero che a nessuno di coloro che prendono in giro Brunetta e Berlusconi per i loro problemi di statura ed erettili possa venire in mente di contestare questa verità oggettiva.

venerdì 16 settembre 2011

Do the right thing

Torniamo ad occuparci di Beppe Severgnini e della sua iniziativa volta a rieducare i malandrini che parcheggiano dove non dovrebbero.
Se girate in rete, ma anche se vi limitate a guardare i commenti all'articolo del Corriere, troverete un gran dibattito sul contemperamento tra diritto alla privacy e diritto di cronaca (se poi avete lo stomaco troppo debole per i commenti del Corriere, potete limitarvi ai commenti da Mantellini, che rispecchiano le medesime posizioni ma con un maggior rispetto per l'ortografia).
tutte cose belle che tuttavia, come spesso accade, non centrano il bersaglio, anche se per comprenderne il motivo occorre un minimo di ragionamento (non vorrei che ciò spaventasse Severgnini, ma mi tranquillizzo pensando che comunque non sarà arrivato fin qua).
Cambiamo giornale, quindi, e andiamo su Repubblica, che ci racconta di quest'altra bella iniziativa del presidente di un'associazione di froci (absit iniuria verbis) che ha messo su un bel sito con il quale intende fare un po' di outing, vale a dire pubblicare a loro insaputa nomi e cognomi di 10 politici (per iniziare) che predicano in un modo e poi sotto le lenzuola razzolano in un altro.
Nel sito messo su da quel genio, che dev'essersi sentito un nuovo Assange de' noantri, si legge: «L’outing (termine che viene usato in modo sbagliato dai giornalisti italiani che sono in molti casi ignoranti e pigri) è uno strumento politico duro ma giusto». Anche qui due aggettivi che cercano di contemperarsi: duro e giusto; ma se sul duro non ci sono molti dubbi (salvo che taluno pensi che non sia "duro" l'effetto di veder pubblicato il proprio nome come ricchione quando si tiene famiglia), il "giusto" è tale solo perché l'ideatore dell'iniziativa la pensa così.

Proviamo a tirare le fila.
Che cosa hanno in comune tutte queste persone? Semplicemente, credono di essere nel giusto, e che coloro che non pensano come loro sbaglino. E, dato che loro hanno ragione e gli altri torto, ritengono di avere il diritto di fare ciò che a loro piace, senza preoccuparsi delle conseguenze delle loro azioni.
Ma, questo è il punto veramente importante, il problema non è di essere o meno nel giusto, bensì di saper valutare le conseguenze di ciò che si fa.
Severgnini paladino della giustizia. Mancuso paladino della giustizia. Assange paladino della giustizia. Aguirre paladino della giustizia. Peccato che per Severgnini, Mancuso, Assange e Aguirre il concetto di giustizia coincida con l'idea di giustizia che loro hanno in mente.
Devastati da un ego ipertrofico, tutti questi personaggi hanno perso la capacità di confrontare il proprio io con il mondo esterno, tal quali i bambini che fino ai tre-quattro anni pensano che l'intero mondo sia un'estensione di essi stessi e quindi al loro servizio.
Poi i bambini si scontrano con il principio di realtà, e comprendono che il mondo non è il loro volere; ma taluni non riescono a superare quella fase, e continuano a ritenersi unici, giusti e irripetibili.
Di solito poi diventano così:

o così:

Congiunzioni astrali

Oggi lo Scorfano ci racconta com'è bello insegnare in una classe di 28 ragazzi, mentre l'estate sta finendo.


giovedì 15 settembre 2011

Non c'è limite al peggio, ma si può sempre scavare per raccogliere altra preziosa merda

La deriva materna (nel senso di scuola dell'infanzia) che la nostra stampa ha preso è oramai irreversibile.
So bene di essere divenuto una macchietta, uno di quei vecchietti dell'ospizio che ripetono incessantemente la stessa frase da quando si svegliano a quando vanno a dormire, ma ahimè non riesco proprio a trattenermi.
E' con vera tristezza che mi rendo conto, giorno dopo giorno, di come le più elementari regole di civiltà siano state dimenticate, lasciando posto a un bailamme in cui chi l'unico vincitore degli scontri dialettici è chi urla più forte e chi la spara più grossa.

Berlusconi (che, a scanso di equivoci lo sottolineo, a mio parere ha fatto una quantità di porcherie) è stato messo in croce per aver datto al telefono con un conoscente (non in un discorso pubblico o in un comizio: al telefono con un conoscente) che questo è un paese di merda: cosa che chiunque di noi dice almeno una volta alla settimana, non foss'altro perché il paese è guidato da Berlusconi.
E viene considerato normale indignarsi contro di lui per una cosa che tutti diciamo.
Lo stesso Berlusconi è stato messo in croce perché si dice che abbia fatto dei commenti poco lusinghieri sull'aspetto fisico della cancelliera tedesca.
E coloro che lo mettono in croce sono gli stessi che lo chiamano psiconano e che prendono per il culo Brunetta
Oggi i giornali danno ampio spazio al contenuto della telefonata che ha fatto con Lavitola, quella in cui gli ha detto di restare fuori dall'Italia, e virgolettano la frase «vi scagionerò tutti» come se in quella frase ci fosse la prova della sua colpevolezza: e allora, facendo uno sforzo di immaginazione e supponendo per un attimo che veramente Berlusconi abbia dato soldi a Tarantini per ispirito di beneficienza, mi chiedo che cazzo dovrebbe dire uno al telefono per essere ritenuto innocente da Marco Travaglio.
Qualche giorno fa ho comperato dei biglietti per un viaggio che farò con un paio di amici, e questi mi restituiranno la loro quota facendomi un bonifico. Poniamo il caso che un PM mi accusi di aver loro estorto dei denari: non sarebbe naturale che il mio amico Dario al telefono mi dicesse «ma è una cazzata! Quel PM è impazzito! Non preoccuperti che quando sarò sentito ti scagionerò»?

In questo quadro si è perso completamente la capacità di distinguere tra accusato e colpevole: una distinzione che sta alla base di tutta la civiltà giuridica e che costituisce la fondamentale barriera a tutela della libertà di ciascuno.
Stamane, espletando le funzioni corporali del mattino, leggevo questo passo nell'articolo di Fiorenza Sarzanini su Io Donna: «Di fronte a questa realtà sono sempre più numerosi gli specialisti che ritengono necessaria la modifica dell'articolo 612-bis del Codice penale che punisce, appunto, gli atti persecutori, ma non prevede l'obbligo per l'indagato di sottoporsi a un "percorso di risocializzazione orientato"». Notata la parolina? Indagato, non condannato e nappure imputato. Può essere un lapsus, ma è un lapsus significativo.
Stiamo tornando, pacatamente e serenamente, a quegli anni in cui bastava essere accusati di qualche malefatta dalla "voce pubblica" per essere sottoposti all'ammonizione di P.S. o addirittura al confino.
Dopo quegli anni è venuto il 25 aprile, il 2 giugno e la Costituzione, che dice che la voce pubblica non basta e che ci vogliono le prove, prima di toccare la libertà altrui.
Tremonti voleva abolire il 25 aprile e il 2 giugno come giorni di vacanza: tanta sinistra sta cercando di conservare la vacanza mandando al macero il significato profondo di quei giorni. Francamente, dovendo scegliere preferisco di gran lunga Tremonti.

Formule ricorsive

Oggi Repubblica dà spazio in seconda pagina alla notizia che i quotidiani tedeschi riferiscono che secondo alcuni pettegolezzi Berlusconi avrebbe detto delle brutte cose sulla Merkel.
Nessuno tuttavia ha ancora visto uno straccio di prova, e se anche la prova ci fosse, continuo a trovare ingiustificabile che si attacchi l'uomo per aver detto in una conversazione privata una cosa che tutti noi aabbiamo pensato, guardando la Merkel in tv, e che molti di noi hanno detto al telefono nel corso di conversazioni private.


martedì 13 settembre 2011

Lezioni di logica formale

«A me non piace far arrestare la gente», disse quello che voleva sbattere in galera gli immigrati, e prima di essi tutti coloro che usano sostanze stupefacenti anche leggere.

Il che significa che:
A) Bossi ha cambiato idea;
B) Bossi è un po' una banderuola;
C) per Bossi negri e drogati non sono "gente".

La dimostrazione dell'inesistenza di Dio

Per quanto possa dispiacere a Odifreddi, è da qualche secolo che risulta chiaro, per chiunque abbia condotto degli studi liceali, anche con scarso profitto, che non esiste alcun modo per dimostrare l'inesistenza di Dio.
Allo stato non abbiamo neppure modo di dimostrarne l'esistenza, ma basterebbe che nei cieli del mondo intero comparisse un giorno un vecchio con barba e gran baffoni annunciante il giudizio universale per sopperire al problema (vero è che ciò potrebbe non soddisfare qualche filosofo, ma dal punto di vista pragmatico dell'uomo della strada credo che l'apparizione sarebbe sufficiente per chiunque, salvo che per il buon Odifreddi).
L'inesistenza di Dio invece è tutt'un'altra questione: è chiaro (perlomeno è chiaro per chi abbia studiato giurisprudenza) che spetta a chi afferma una certa cosa dimostrarne la verità, non viceversa.
Se io cito in giudizio il mio vicino perché mi rovina la vita con schiamazzi notturni, sta a me provare che egli tromba rumorosamente, non a lui fornire la prova del contrario.
Se affermo che la mia ex amante mi ha rigato la macchina, sta a me portare le prove, non a lei dimostrare di non averlo fatto.
Se vengo chiamato in giudizio per aver stuprato una cameriera, sta a chi mi accusa portare le prove della violenza, non a me dimostrare che lei era consenziente. E non è che il fatto che tutti i giornali mi abbiano dato contro, facendomi apparire come una bestia, inverta questo mio elementare diritto: perché sappiamo bene che i giornali e l'opinione pubblica sono, come dire, malleabili.
Dio esiste più o meno dall'origine dell'umanità, sia pur con vari nomi e aspetti: ma ciò non toglie che l'agnostico si senta nel buon diritto di attendere che qualcuno ne riesca a dimostrare l'esistenza: non basta il decorso dei millenni ad invertire questo elementare onere della prova. Liberissimi i credenti di credere, ma non pretendano che chi non crede si convinca per il solo fatto che la maggioranza degli uomini crede.

Questi concetti certo non sono fuori dalla portata del medio cittadino: possono apparire antipatici o irriguardosi, ma comunque ritengo assai difficile confutarli. Eppure non sono poi così chiari, persino nella testa di persone che hanno studiato.
Luca Sofri, per dire, si spende in un lungo e tedioso pippone che si sarebbe potuto risparmiare compulsando un po' di filosofia tedesca del XVIII secolo.
La questione è questa: alla domanda se sia o meno favorevole al limite dei due mandati parlamentari (una vecchia passione, questa della limitazione dei mandati, dei giovani-oramai-un-po'-vecchi), Fassino risponde che lui preferirebbe tre, ma comunque ritiene necessario che siano previste delle deroghe. E aggiunge, per esemplificare questa necessità che la regola, se adottata, lo sia cum grano salis: «se avessimo avuto il limite a 2 mandati, Napolitano non sarebbe presidente della Repubblica».
Il Sofri si spende per confutare questa osservazione, arrivando a questionare sull'oggettività del limite dei 18 anni per la maggiore età: e per fortuna che non ci ammannisce l'argomentazione che i 130 Km/h in autostrada non sono suscettibili di diventare 140 secondo l'umore dell'agente di pattuglia.
Ma ha torto: irrimediabilmente torto. Perché Fassino stava semplicemente dicendo, sia pure in maniera educata, che il limite dei due mandati è una cazzata: e sta a chi lo vorrebbe imporre dimostrare che si tratterebbe di una riforma giusta ed utile, non viceversa.
Se avessimo il limite dei due mandati parlamentari, probabilmente Napolitano non sarebbe Presidente della Repubblica: ma sta a chi vuole introdurre questa riforma dimostrare che al Quirinale oggi ci sarebbe Gaetano Brambilla, e che questi sarebbe meglio di Napolitano. Sofri pretenderebbe invece che chi è contrario al limite dei due mandati si faccia carico di dimostrare che Napolitano sarebbe il migliore di tutti i Presidenti possibili. Una prova diabolica, e anche in tal caso la dimostrazione non gli basterebbe.
Abbiamo deciso di stabilire buone regole generali e di rispettarle, senza trucchi, scrive.
Ma quell'aggettivo, «buone» rimane lì, appeso nel discorso, senza alcuna giustificazione che non sia il fatto che Renzi, Civati e compagnia cantante pensano che tali regole siano, appunto, buone.
Come pretendere che Odifreddi creda in Dio perché il Papa dice che Dio esiste. O che il Papa diventi ateo perché ciò farebbe piacere a Odifreddi.

lunedì 12 settembre 2011

Pan dei morti

Dolce tipicamente milanese al pari del panettone, per quanto come esso poi esportato e prodotto un po' in tutta Italia.
Viene consumato in occasione della commemorazione dei defunti, che come tutti sanno cade il 2 di novembre.
Da rammentarsi quando l'espressione «non mangiare il panettone» appare viziata da eccessivo ottimismo.

Un Grande Paese Moderno

Molti di noi pensano di vivere in un Paese grande e moderno, che certo ha il suo bel po' di problemi ma che in fondo dopo un lunghissimo dopoguerra è riuscito a scrollarsi di dosso, quasi ovunque: la polvere dei campetti dell'oratorio, le vedove nerovestite vita natural durante, le maghe guaritrici, i padri padroni.
Anche nel campo della morale privata sembra che il nostro sia ormai un Paese assai diverso da quello rappresentato da quella provincia trevigiana o maceratese nella quale tutto si può fare con chiunque, purché nessuno lo possa mai venire a sapere: oggi abbiamo i sexy shop, vediamo in TV signore poco vestite anche all'ora di colazione e se vogliamo vedere qualcosa di più ci abbiamo la internet, con autorevoli siti quali www.repubblica.it o www.lastampa.it che ci offrono quotidianamente tante immagini tra le quali scegliere quella migliore per la sega giornaliera.

Bello vivere in un Grande Paese Moderno, vero? E infatti ce la raccontiamo, comperiamo i preservativi e i lubrificanti all'Esselunga e in altre catene ci sono perfino i gel stimolanti e gli anelli vibratori. Siamo, insomma, un Paese libero dopo duemila anni di repressione sessuofobica, nel corso dei quali l'unico motivo lecito per fare del buon sesso, perfino con il proprio coniuge, era quello di riprodursi.
Poi arriva un giorno nel quale succede qualcosa di diverso. Drammatico, bizzarro e soprattutto diverso dal solito: un signore, un serio professionista, nel corso di un gioco erotico ammazza una povera ragazza e ne manda in fin di vita un'altra. Cose che succedono: non dovrebbero succedere ma fanno parte della vita, come gli incidenti in autostrada.
Ed ecco che per giorni e giorni i quotidiani ci sfracellano i marroni con nodi, corde, pesi, comunità, patricolari. Sedicenti maestri di pensiero ci spiegano che le corde sono una metafora della precarietà della vita, e i nodi una reazione alla mancanza di autostima. Giornalisti precari si compiacciono di mostrare la banalità della perversione, affiancando manette e Monopoli in un pastone che non serve a nulla, salvo pubblicizzare un paio di circoli ARCI e soprattutto épater le bourgeois rassicurandolo allo stesso tempo: facendogli ventilare davanti al naso una vita meno di merda di quella noia mortale che conduce, ma consolandolo allo stesso tempo con il prezzo che potrebbe pagare qualora mollasse la moglie di cui è arcistufo o il marito che russa da trent'anni.
In ciascuno degli articoli che parlano di bondage, shibari, soffocamento e compagnia cantante si sente, fortissimo, l'odore di chiuso della sagrestia, l'aroma dell'incenso e il profumo dozzinale di motel sulla statale, confortevole e riservato.
Sono articoli che hanno lo stesso coefficiente di modernità delle pubblicità che scorrevano al cinema, con le diapositive.

domenica 11 settembre 2011

sabato 10 settembre 2011

Stagisti

Questa volta lo stagista imita Bersani che volendo fare lo spiritoso imita Crozza che imita Bersani.


Se questa è una sessuologa

«Le esperienze forti sono a volte la risposta a difficili condizioni di vita, determinate, per esempio, dalla crisi o più in particolare dalla precarietà. Eccitazione dunque come risposta all'angoscia»
E questo discorso può valere a maggior ragione per i giovani e i giovanissimi, detentori di un'idea, assai diffusa, «della vita come bene di consumo», segnata dalla «mancanza di rispetto di sé»

Ecco: questa puttanate sono state dichiarate da Gianna Schelotto dopo la morte di due ragazze quale conseguenza di una pratica erotica.
Dichiarazioni che servono a dar fiato alla bocca, e che chiunque dotato di un minimo di conoscenza della vita intende per quel che sono: puttanate deliranti.
E se poi pensiamo che l'autore del fattaccio ha 43 anni, puttanate deliranti pronunciate da una signora che ha difficoltà perfino a distinguere un giovane da chi giovane non è più.

venerdì 9 settembre 2011

L'angolo della cultura

Oggi Repubblica, nel colonnino infame, ci informa che:

dopo aver fatto una bella corsetta si ha la faccia stanca, ma se ci si riposa la faccia torna riposata



mandando un filmato all'incontrario succedono cose curiose, tipo che la roba anziché cadere in basso cade in alto e l'acqua rientra negli idranti

Grazie, Repubblica!

venerdì 2 settembre 2011

(mala) buona sanità

Prendo spunto da un post dello Scorfano e dalla discussione seguitane su Friendfeed in cui si è citato questo articolo per raccontare in due(1) righe altrettanti casi di malasanità di cui sono informato di prima mano, e che dovrebbero farci capire come le associazioni di consumatori (penso in particolare a Codacons e Adusbef, ma certo non sono le sole imputate), nel loro inseguire il mito della class action nei confronti dell'istituzione di turno, rendano un cattivo servizio anzitutto a quei comuni cittadini che teoricamente vorrebbero tutelare.

Qualche tempo fa, in vacanza, strinsi amicizia con il primario di chirurgia toracica di un ospedale del Nord Italia. Costui mi raccontò un episodio drammatico riguardante il precedente primario della stessa specialità, nel frattempo pensionatosi, suo maestro e amico.
Accade che il protagonista della nostra storia una sera cadde è battè violentemente il petto contro un oggetto di una certa dimensione, tipo una cassa. Ai familiari immediatamente le condizioni apparvero gravissime, e telefonarono subito al mio amico mentre portavano in ospedale il paziente. L'amico, viste le condizioni, decise di operare subito, senza fare neppure un esame tra quelli previsti dai protocolli, e salvò il paziente che (mi scuso per la banalizzazione, ma la faccio spiccia per quel che ho capito) nel colpo si era "rotto" un pezzetto del cuore o forse dell'aorta, che quindi perdeva.
Quello che mi colpì fu il fatto che, come mi assicurava l'interlocutore, con un qualsiasi altro paziente non si sarebbe mai arrischiato a fare una cosa simile: la probabilità che morisse sotto i ferri era elevata, e proprio per questo lui (e secondo lui qualunque suo collega) non si sarebbe mai sognato di rispettare men che alla lettera i protocolli, in quanto ciò avrebbe sicuramente avuto disastrose conseguenze penali e soprattutto civili.
Qualunque altro paziente, insomma, sarebbe morto con assoluta certezza: non perché fosse il suo destino, bensì solo per effetto dell'americanizzazione del nostro sistema sanitario e giudiziario.

Un altro caso, meno drammatico: qualche tempo fa, sempre di sera, una mia parente, portatrice di un catetere venoso centrale (in pratica una specie di tubicino che permette di somministrare delle medicine direttamente nel circolo sanguigno) trovò che il tubicino in questione si era staccato. Chiese il mio aiuto e io telefonai in ospedale, dove lo specialista di reperibilità mi disse che era necessario accertare se il catetere si fosse solo sfilato o si fosse proprio rotto, dato che in qual caso sarebbe stato necessario rimuovere al più presto possibile il pezzo di plastica rimasto internamente.
Andai quindi a vedere questo catetere sfilato, e pur non avendone mai visto prima uno capii immediatamente che era perfettamente integro (si tratta di un oggetto che finisce con una punta smussata, del tutto incompatibile con qualunque ipotesi di rottura).
Ritelefonai al medico reperibile, descrivendo il pezzo e affermando la mia certezza della sua interità, ma nuovamente questi mi disse che la paziente doveva andare immediatamente in ospedale a fare una lastra: atteggiamento comprensibile dato che eravamo al telefono e io non sono un medico.
Andammo quindi al pronto soccorso dell'ospedale che aveva in cura la mia congiunta, pur nella certezza che fosse una cazzata, ricevendo un codice verde e un tempo d'attesa di oltre due ore. Dopo un'ora e mezza tornammo all'accettazione, scoprendo che il tempo d'attesa nel frattempo era ancora aumentato, e quindi chiedemmo all'infermiera, certo più competente di me, di dare un'occhiata al catetere: costei prima nicchiò, poi -dopo aver precisato una cinquantina di volte che il suo sarebbe stato un parere del tutto personale, irrituale e privo di qualunque ufficialità o implicazione- lo guardò e si mise a ridere, dicendo che ovviamente il pezzo era intero ma lei comunque non lo stava affermando. Ci usò anche la cortesia di farlo vedere anche al medico internista di turno, che fu della medesima opinione ma non ce l'avrebbe detto direttamente.
A quel punto (quasi a mezzanotte) avrebbero dovuto dirci di andare a casa, no? E invece no: il medico di turno non si assunse la responsabilità di dirci «andatevene, che abbiamo cose più importanti da fare», e telefonò allo specialista reperibile. Questi, pur essendosi sentito dire dal medico di turno di un pronto soccorso del proprio ospedale che quel cazzo di catetere era tutto d'un pezzo, disse che non gli importava e che pretendeva comunque la lastra.
Questo dialogo ci fu riferito, con un fare ammiccante che chiaramente significava «non siate scemi, toglietevi dalle palle», ma senza che nessuno osasse dirlo chiaramente.
C'è forse una probabilità su mille che un catetere si rompa internamente, e una su mille che il medico di turno al pronto soccorso sia così ubriaco da non saper distinguere un catetere rotto da uno intero, e una su mille che l'eventuale pezzetto rimasto nel corpo possa entrare in circolo causando danni: ma per coprirsi il culo da quel miliardesimo di probabilità, si occupano posti in pronto soccorso, si fanno lastre inutili, si fa girare una gran quantità di carte che in fondo sono solo fumo.

E qual che è più drammatico è che se io fossi l'avvocato dello specialista reperibile, o del medico di turno, ripeterei loro come un mantra che *devono* far fare tutti gli esami possibili e immaginabili e anche qualcuno di più; e che comunque la lastra deve essere pretesa in ogni caso, non foss'altro perché così, quaunque cosa succeda, la responsabilità e le relative rogne se la prende il radiologo, il quale probabilmente a sua volta avrà qualche mezzo per rifilarla addosso a qualcun altro ancora.

(1) licenza poetica

Ho fatto un sogno

Renzi e Civati si rialleano, per il bene di tutti quanti.
Poi chiamano Alessandro Profumo e si fanno dare una mano.
Renzi annuncia subito la sua candidatura alle primarie.
Civati gli fa da vice e complice.


Poi mi sono svegliato madido di sudore e ho messo le lenzuola nell'asciugatrice.

martedì 30 agosto 2011

Comunicazione di servizio

Son tornato dalle vacanze, e ho pensato bene di cambiare il motto del blog.

mercoledì 10 agosto 2011

venerdì 5 agosto 2011

(ma andate anche un po' a farvi stracatafottere)

From: Xxxxx Yyyyy
Re: Proposed_ meeting
Bonjour,
Notre politique de sécurité et de lutte contre les spams nécessite qu'un expéditeur externe soit reconnu pour que ses messages soient acceptés.
Vous recevez ainsi ce message car c'est la toute première fois que vous m'adressez un email.
Pour que vos messages me soient transmis, je vous invite à simplement cliquer ici
Cette identification n'est à faire qu'une seule fois. Tous vos futurs messages me parviendront directement.
Nous vous remercions de participer avec nous à la lutte contre le spam.
Recevez mes sincères salutations.

Xxxxx Yyyyy


Cliccando sul link compare un simpatico pannello con CAPTCHA:

Ovviamente il francese non è la lingua nella quale si inserisce il flusso di questa brillante conversazione.
Mi piacerebbe avere una stima di quanti zillioni di mail si perdono questi.

Campagna del pisello



giovedì 4 agosto 2011

Il biglietto del metrò

Come ben sanno i lettori milanesi e non solo, Giuliano Pisapia ha scritto una lettera al quotidiano milanese per antonomasia, al fine di spiegare agli elettori il motivo di certe scelte certo non popolari, quali l'applicazione dell'addizionale IRPEF, che Milano non aveva mai avuto, e l'aumento a 1,50 euri del biglietto ATM: aumento certo non indifferente, in quanto pari al 50% del precedente prezzo.
Tante cose sono state dette dai sostenitori di Pisapia in ordine a quest'ultima questione al fine di giustificare la scelta del Sindaco. Tra queste le principali sono due: (a) che il costo del biglietto aumenta per i viaggi singoli, ma non per gli abbonamenti mensili e annuali e (b) che comunque l'aumento sarebbe comunque stato necessario, quale fosse il nuovo sindaco, e che la giunta Moratti si era limitata a congelare le teriffe a fini meramente elettorali: qualora Letizia fosse stata eletta anche lei avrebbe fatto il medesimo ritocco tariffario.
Per quanto riguarda il punto (a), si tratta di un'osservazione oggettivamente verificabile, e non c'è granché da discutere. Il punto (b) è invece molto più rognoso, dato che si tratta di un'affermazione di buon senso ma comunque pur sempre opinabile. Credo che moltissimi politici e elettori di centro-destra siano disponibili ad ammettere in privato che certo anche la Moratti avrebbe aumentato il prezzo, ma in pubblico lo negano recisamente: e del resto hanno gioco facile, visto che l'onere della prova ce l'ha chi accusa, non chi si difende.

Bene, in realtà la prova c'è. E non solo prova che anche la giunta Moratti non potesse sostenere il prezzo del biglietto previgente, ma dimostra altresì come certe politiche finanziarie abbiano prodotto buchi che ci porteremo dietro per decenni.
Il discorso, lo dico subito, è un po' complicato: io cerco di semplificarlo, ma richiede comunque una certa attenzione per cui se avete appena finito di mangiare la parmiggiana di melanzane o le alici in carpione annaffiate da un bottiglione di Marino gelato, salvatevi il link e tornate più tardi.
Partiamo da questo documento: è una presentazione PowerPoint e so bene che c'è chi preferirebbe farsi tagliare l'uccello piuttosto che aprire un documento PowerPoint perché farlo aumenta l'entropia dell'universo, fa piangere Stallman e ci avvicina al 2012. Io però solo questo ho trovato, e se taluno preferisce far felice Stallman e rimanere ignorante posso solo dirgli che si fotta e soprattutto che continui a farsi fottere, non sono problemi miei.
Il nostro documento ha il pomposo titolo «MILAN METRO LINE 5 - Risk management in infrastructure project» e spiega come è stata finanziata la costruzione del Metrò 5, la nuova linea metropolitana destinata a servire la parte nord della città. Il documento si riferisce solo al primo progetto, quello da Garibaldi a Bignami, e non tiene conto della successiva variante che porterà la linea fino a San Siro.
Il progetto ha un costo complessivo di 550 milioni: di questi, 295 milioni vengono da contributi pubblici (233 dallo Stato e 62 dal Comune), 40 milioni sono mezzi propri messi dal consorzio che ha fondato Metro 5 S.p.A. e la differenza, pari a 205 milioni, sono soldi messi dalle banche in project financing, che ovviamente dovranno essere resi. Già questo primo dato ci fa capire che quando gli amministratori pubblici ci dicono che la costruzione in project financing non grava sulla spalle dei cittadini stanno dicendo corbellerie: non solo più dlla metà dell'opera sono soldi pubblici, ma a veder bene i privati ci hanno messo solo 40 milioni, poco più del 7% del valore dell'opera.
Diciamo quindi che dal punto di vista dell'amministratore pubblico il P.F. può essere visto in due modi: secondo l'interpretazione benevola, è un modo per fare grandi opere anche se non si hanno tutti soldi; secondo l'interpretazione malevola è un modo per fare grandi opere nascondendo il fatto che qualcuno le ripagherà in futuro.
Dal punto di vista dell'imprenditore, il P.F. è un bel modo per fare grandi opere mettendoci pochissimo denaro. E dato che il profitto di un investimento è inversamente proporzionale ai soldi che abbiamo messo nel medesimo, il P.F. è un bel modo di fare grossi profitti rischiando poco.

Quella che qui però ci interessa è la fetta di 205 milioni messa dalle banche. Dal punto di vista della banca il P.F. è un'operazione molto rischiosa: abbiamo visto che i soldi che ci mette il privato sono pochi, e quindi se qualcosa dovesse andare male c'è pochissimo "cuscinetto" di denaro messo dall'imprenditore (equity, come amiamo dire qui). In pratica, se salta qualcosa (e in un progetto di queste dimensioni il numero di cose che possono saltare tende a infinito), le banche ce l'hanno nel fracco.
Logico quindi che le banche, che non sono istituti di beneficienza, cerchino di tutelarsi coprendo ogni possibile rischio. Nel nostro caso qual è il rischio maggiore? Sicuramente quello che i passeggeri non bastino per coprire i costi di esercizio e gli oneri finanziari.
Bene: come farà Metro 5 S.p.A. a ripagare i 200 e briscola milioni di finanziamento e a guadagnarci sopra qualcosa? «Con la vendita dei biglietti», direte voi: e avreste anche ragione, se non fosse per un paio di cosine: (i) credete davvero che nel 2012 si possa fare una linea del metrò separata dal resto della rete e con un biglietto suo proprio, diverso da quelli di ATM? (ii) secondo voi le banche possono accettare il rischio di non essere pagate per mancanza di passeggeri, tenuto anche conto del fatto che nessuno è in grado di fare ragionevoli previsioni sui flussi di mobilità tra 10 anni?
Come avrete intuito, la risposta a entrambe le domande è negativa: e quindi come si è fatto a chiudere l'operazione?

Lo spiega bene il documento, alle pagine 12-14.
Metro 5 riceve i soldi non già dai passeggeri, bensì dalla "Concession Authority" (che poi altro non sarebbe che il Comune di Milano), per mezzo di una "availability fee" (canone di sisponibilità), che viene così calcolata:
* anzitutto è stato fissato fissato un numero "target" di passeggeri trasportati, via via crescente fino al tetto a regime di 11.200.000 passeggeri/semestre: per semplicità prenderemo solo quest'ultimo dato;
* se il numero di passeggeri reali è pari ad almeno il 32% del numero di passeggeri target, allora il canone viene pagato per intero;
* se il numero di passeggeri diminuisce oltre la soglia del 32% del target, allora la commissione viene ridotta di un pari importo: pertanto se in un semestre dovessero viaggiare solo 3.584.000 passeggeri (rispetto al target di 11.200.000 passeggeri) allora il Comune pagherebbe comunque a Metro 5 il canone intero; se i passeggeri fossero solo 3.583.999, il Comune pagherebbe il canone meno un passeggero, e così via;
* ne consegue che, quand'anche la linea non dovesse vedere il transito di un solo sfigatissimo passeggero, in ogni caso Metro 5 prenderebbe il 68% del suo bel canone.
Interessante, no? ma cosa scopriamo alla pagina successiva? Scopriamo che il costo che il Comune paga per ciascun passeggero ammonta a € 1,522 per i primi due anni, e a € 1,422 per gli anni successivi (ma l'importo è da rivalutare per effetto dell'inflazione).
Ecco quindi il nostro bravo passeggero che viene in città, poniamo da Cinghiate sul Membro, arriva al capolinea del metrò, compera il biglietto e sale sulla carrozza: fino a ieri per questo solo fatto il Comune avrebbe intascato (tramite ATM) un euro di biglietto e avrebbe pagato un euro e mezzo a Metro5. Noterete la differenza di mezzo euro, che sono soldi che ci mette il Comune di tasca propria, o meglio di tasca mia dato che io pago le tasse qui mentre il passeggero paga le tasse a cinghiate.
Oggi, con il biglietto a un euro e mezzo, l'ipotetico passeggero pagherebbe proprio il costo della sua corsa, ma notate che (i) se i passeggeri sono meno del previsto, comunque il Comune ci mette la differenza; (ii) se il nostro eroe si fa un abbonamento annuale o mensile, continua a pagare molto ma molto meno e (iii) se arrivato a Garibaldi il passeggero decide di prendere il tram, la'utobus e il calesse per tutti i 90 minuti ai quali ha diritto, quelle corse per l'ATM sono una perdita secca, dato che il prezzo del biglietto è già andato tutto a Metro 5.

Concludo, che mi sono dilungato fin troppo. Ma il concetto base è sempre quello: nel 2007 (cioè nel momento in cui è stata conclusa tutta l'operazione di project financing) era già previsto che il costo di un passeggero ammontassse a 1,5 euri.

mercoledì 3 agosto 2011

La memoria dell'acqua

Che poi, al di là del fatto di solidarizzare con qualche altro componente di questa nostra Casta, ci sarebbero pure un paio di cose che dell'omeopatia proprio non riescono a tornarmi a genio, e ve le illustro brevemente.
Accettiamo una momentanea sospensione del giudizio scientifico, e ammettiamo pure, anzi diamo per scontato e dimostrato, che l'acqua abbia una sua memoria, con la quale rammenta l'impronta delle sostanze con le quali è stata a contatto. Diciamo, come affermano gli omeopati, che le molecole di un dato principio, una volta sciolte nell'acqua, modifichino in un qualche modo le molecole della medesima, e che quindi queste risentano del principio anche quando il principio non vi è più (e che le molecole del principio attivo non vi siano più è certo, stante il rapporto tra il numero di diluizioni e il numero di Avogadro).
Ammettiamo, insomma, che per un qualche processo fisico o chimico, reale ma ancora a noi sconosciuto, le molecole della nux vomica o di qualunque altra diavoleria possano aver lasciato nelle molecole dell'acqua una traccia che c'è, anche se non sappiamo misurarla.

Ora, ci sono un paio di cosette che mi piacerebbe approfondire.
Prima domanda Come insegnano alle elementari, l'acqua della Terra è grosso modo sempre la medesima. Certo, piccole quantità d'acqua si decompongono, per effetto degli agenti naturali o dell'Uomo, in idrogeno e ossigeno, e poi si ricompongono. Ma la quasi totalità dell'acqua è sempre la medesima, che scorre nei fiumi, va nei mari, evapora, ricade sotto forma di pioggia e così via da un paio di miliardo di anni a questa parte.
Un bel giorno qualche litro di fortunatissima acqua arriva nei laboratori della casa farmaceutica omeopatica, e qui viene miscelata a un composto e agitata, e diluita via via al punto da far restare solo acqua, ma dinamizzata.
Ora, mi chiedo: ma quando quella benedetta acqua arriva nei laboratori, quante cazzo di miliardi di impronte avrà già addosso?
Perché, se l'acqua ha una memoria, non è che possiamo affermare che abbia memoria solo di quello che conviene a noi: quella data molecola avrà memoria di quando è finita nella bocca di un trilobita, nel Paleozoico. Avrà memoria di quando fu succhiata dalle radici di quella pianta di vite, a Capua, e dopo una serie di complicate vicissitudini fu pisciata da Annibale in una sordida latrina. Avrà memoria di quel brutto quarto d'ora in cui (mi fa male ancora il pensiero) finì dalle parti di una gualchieria scozzese e fu follata insieme ai panni di tartan destinati a coprire le graziose pudenda del Duca di Albany.
Ci pensate, che casino interiore deve scatenarsi nel nostro organismo, ogni volta che beviamo un bicchiere d'acqua? Tirannosauri, guerrieri, arsenico, vecchi merletti. Ogni singola molecola porta con sé una storia unica del mondo dalla creazione fino ad oggi: questo rafforza la mia determinazione a bere solo alcoolici, e se possibile di alta gradazione.
Certo, potrebbero dire alcuni, nella produzione dei rimedi entrano in gioco le succussioni: termine elegante e raro che, certo non a caso, gli omeopati preferiscono utilizzare per designare l'azione che il resto del nostro bel Paese usa correntemente definire scrollare (absit iniuria verbis). Ma se ci pensate bene, i ruscelli di montagna, i mari in tempesta, i temporali e le pompe degli acquedotti non sono certo da meno, quanto a scrollatine inferte all'acqua.

Seconda domanda Ma ammettiamo ora che l'acqua abbia sì una memoria, ma corta: che si limiti a rammentare solo l'ultima delle cose con cui è stata a contatto, e che ciascuno dei contatti successivi cancelli il precedente, come su una lavagna scolastica. Qui si apre un altro problema. Dopo la famosa nux vomica, il medicinale rimedio omeopatico passa una serie di eventi drammatici: prima ci viene sciolto lo zucchero dentro, poi va nelle boccettine di plastica, poi va nei polpastrelli dell'ingerente e poi passa per la bocca, l'esofago e lo stomaco del paziente: tutte cose che debbono offrire una gran congerie di stimoli a quelle famose molecole d'acqua un po' smemorate, con il rischio di farle confondere e di far loro dimenticare di quella volta, qualche mese prima, quando per qualche minuto hanno incontrato una molecola vagante di nux vomica.

Terza domanda Ma poi, alla fin fine, questi famosi rimedi sono delle pilloline di zucchero, mica dei flaconi di liquido. E allora, in queste pilloline, l'acqua con memoria ma un po' smemorata dove cazzo sta? Dovremmo parlare di memoria dello zucchero, non di memoria dell'acqua: ne convenite?

Solidarietà di casta

Grazie a Mantellini sono giunto su blogzero: un blog sfigato quasi quanto il presente e che, come il presente, parla in libertà degli argomenti che vengono in mente al tenutario.
Rispetto a chi scrive, il tenutario di blogzero è assai più educato: non dice parolacce, non prende per il culo né il lettore né il destinatario pro tempore dei suoi strali. E', insomma, un blogger civile.

Quel blogger ha spiegato qualche giorno fa come e perché sia scientificamente dimostrabile che nei farmaci omeopatici non ci sia nulla. Ma proprio nulla: il che a casa mia significa che si può dimostrare scientificamente che l'omeopatia non serva a una fava (certo, quel tenutario non si sarebbe mai permesso di mettere in mezzo le fave, ma questo tenutario è un ragazzo di campagna e va subito al sodo).
La più grande produttrice di farmaci omeopatici, nella persona della sua amministratrice delegata, ha preso carta calamaio e penna e ha scritto una bella lettera all'amministratore del blog, minacciando querele, pene e sanzioni: che ci mancava solo la chiosa invocante pena pecuniaria e corporale, ancora di relegatione o di galera, e fino alla morte, per dare almeno la prova della cultura liceale del legale che ha vergato la minuta della missiva.

Immagino che la cosa andrà avanti, e che il povero tenutario di quel blog dovrà affrontare di nuovo la Grande Casa Farmaceutica, la quale probabilmente ritiene che il proprio fatturato le conferisca, oltre che grassi utili, una sorta di monopolio del sapere e della scienza. Questo comporterà rogne e spese: è un rischio a cui va incontro chiunque scriva -aggratis e per passione- sulla rete, e del quale tutti siamo ben consapevoli.
Questa volta, tuttavia, la cosa mi è sembrata particolarmente odiosa, non so neppure io il perché: e quindi desidero esprimere la mia solidarietà al collega tenutario, e invito i miei quattro lettori a fare altrettanto.
Poi, la solidarietà è una gran bella cosa, ma non ci si mangia; e gli avvocati (che sono indispensabili quando si viene querelati) mangiano invece a quattro palmenti. Le grandi società (e pure le piccole società) queste cose le sanno; e sanno benissimo che un povero blogger che scrive aggratis e per passione, nel 99% dei casi non può affrontare i costi di un giudizio penale, dal quale comunque uscirà vittorioso ma spiantato. Quindi minacciano, sicure di ottenere quanto desiderano, anche quando non hanno diritto di ottenerlo.
Nel tenutario di blogzero la Grande Casa Farmaceutica ha trovato un soggetto assai tignoso, che anziché abbozzare e cancellare ha preferito rendere pubblica la vicenda, esponendosi al rischio (se non alla certezza) di dover affrontare un procedimento (dal quale comunque uscirà vittorioso ma spiantato).

Credo sia necessario che la solidarietà, oltre che a parole (che sono bit e non costano nulla), si esprima anche con cose un po' più concrete: e pertanto mi dichiaro fin d'ora disponibile, qualora ce ne fosse bisogno, a partecipare a una sottoscrizione per aiutare il tenutario di blogzero ad affrontare le spese legali cui dovesse andare incontro: e spero che i miei quattro lettori assumano il medesimo impegno, e così il rispettivi loro ventitrè lettori, e via via fino ad arrivare a una catena di solidarietà che consenta a ciascuno di noi, membri di questa assai poco influente Casta, di dormire sonni un po' tranquilli sapendo che non siamo soli, e che abbiamo sempre qualcun altro che ci è vicino.
Vicino non solo a parole, che non costano nulla e servono a meno nel momento del bisogno, bensì anche con fatti sonanti

giovedì 28 luglio 2011

Cortesie per gli ospiti

Sulla home page dei siti dei due principali quotidiani italiani oggi abbiamo la fortuna di trovare due articoli che ci danno un interessante spunto di riflessione.
Molti sanno quanto il nostro sistema penitenziario sia drammaticamente arretrato: un po' tutti coloro che contano in politica si scagliano contro il sovraffollamento carcerario, l'inadeguatezza delle strutture, l'impossibilità di strutturare veri percorsi di rieducazione. A parole. Perché poi, quando si tratta di agire, neppure un Papa-quasi-Santo è riuscito ad ottenere un vero indulto: e difatti la classe politica che, senza distinzione di lato dell'emiciclo, ha sempre riconosciuto in Giovanni Paolo II un faro morale è rimasta dapprima sorda alle sue invocazioni e poi ha partorito un minuscolo topolino.
Ma quali sono i motivi alla base di quest'indifferenza della politica verso l'istituzione carceraria? Solo l'ignavia di Governo e Parlamento? La paura di perdere voti dimostrandosi morbidi in fatto di sicurezza?

Probabilmente, anche in questo caso, il Parlamento non è altro che lo specchio del Paese: un Paese che ragiona con la pancia, e spesso con qualche organo che si trova in posizione successiva nel ciclo digestivo.
Si spiega così la rassegna fotografica che il Corriere ci propone al riguardo del carcere di massima sicurezza nel quale è stato rinchiuso l'attentatore di Oslo. La rassegna indulge in dettagli quali la presenza di «TV a schermo piatto» e di «mobili moderni»: particolari sottolineati in quanto evidentemente, nell'immaginario del redattore e dei suoi probabili lettori, in una galera la televisione, se proprio dev'essere presente, dovrebbe limitarsi a un vecchio Brionvega B/N; e i mobili dovrebbero venir ripescati da oscure discariche.
Impossibile poi non cogliere un velo di pruderie nella descrizione del personale di sorveglianza: «Le guardie però sono disarmate, spesso pranzano e fanno sport con i detenuti e sono per metà donne», e non occorre essere un assiduo lettore della Piccionaia per cogliere il nesso tra lo sport e il sesso delle guardie.
C'è anche una foto delle «Unità abitative dove i detenuti possono ospitare i parenti per la notte»: in pratica lì i detenuti possono trombare, come fanno i detenuti di moltissimi altri Stati europei (rammento ancor oggi lo stupore negli occhi del mio avvocato di Berlino, quando passeggiando davanti alla locale galera gli dissi che da noi i permessi per incontrare i coniugi in privato erano fantascienza).
Già, perché, come non mi stanco mai di ripetere, negli ordinamenti penitenziari del ventunesimo secolo, così come -in teoria- nel nostro, «la pena è il muro, ma solo il muro». Secondo le nostre leggi la privazione della libertà non dovrebbe comportare il soffrire il freddo, il caldo, la fame, la mancanza di cure mediche, la promiscuità, le cimici, e il sadismo di guardie e altri detenuti, l'inattività forzata e la mancanza di stimoli per trascorrere il tempo. A mio modesto parere non dovrebbe comportare neppure la forzata astinenza sessuale (ma questo nella legge non c'è).
Eppure nelle carceri italiane si soffre tutto quello, e anche altro: e la cosa viene accettata da tutti, pacificamente. Siamo in un Paese che si scandalizza perché i detenuti hanno la TV (con lo schermo piatto): perché, come dice ogni tanto qualche politico (Castelli, se ben rammento) le galere non debbono essere hotel a cinque stelle. In effetti sono d'accordo che non debbano essere luoghi dotati di terme, ristoranti sontuosi e concierges in divisa. Ma da questo alla topaia/carro bestiame vi sono mille sfumature, e chi ritiene che l'unica sfumatura possibile sia il carro bestiame probabilmente, prima ancora di non essere un buon cittadino, non è il buon cristiano che pretenderebbe di essere.  Il che mi sembra dimostrare che la maggioranza degli Italiani è composta di cattivi cittadini e di cattivi cristiani.

Probabilmente lo stesso cittadino che si è scandalizzato per la TV a schermo piatto non avrà neppure degnato di un'occhiata l'altra notizia di oggi, quella relativa agli ex criminali che si sono pentiti e che dovrebbero vivere protetti dallo Stato. Come riporta la Repubblica, il Servizio di protezione per i collaboratori di giustizia non ha un soldo, e quindi, candidamente, non paga quello che dovrebbe pagare: affitti, bollette, avvocati, diarie.
Certo, uno potrebbe anche dire che i destinatari di questi benefici in fondo sono pur sempre dei criminali e quindi che cazzo vogliono?, ma sbaglierebbe di grosso. Anzitutto perché (e questo dall'articolo di Repubblica non emerge) del programma di protezione fanno parte non solo i pentiti ma anche degli onestissimi cittadini che si sono trovati ad essere testimoni o addirittura vittime di fatti di criminalità organizzata, e per testimoniare contro i colpevoli hanno dovuto cambiare vita e identità per aver salva la pelle; in secondo luogo perché, quand'anche vi fossero solo criminali efferati, ciononostante se uno Stato (non un sedicenne in crisi ormonale: uno Stato) prende un impegno, logica e dignità vogliono che quell'impegno venga rispettato.
Invece no: il nostro Stato non ha fondi per pagare neppure chi collabora per la giustizia; figuriamoci se riuscirà mai a mettere «mobili moderni» dentro le carceri.

venerdì 22 luglio 2011

Due o tre cose che ho capito di Odifreddi

La Mondadori ha messo in linea, sul suo canale YouTube, un breve spezzone dell'incontro recentemente svoltosi tra Piergiorgio Odifreddi e alcuni selezionati membri di punta del blogocono. Non è roba lunga: quattro minuti e mezzo in tutto, per cui vale la pena di spenderci un po' del proprio tempo, anche per fare il gioco del riconoscimento facciale.

Sono sufficienti questi pochi minuti, comunque, per capire che l'ossessione del nostro divulgatore ha raggiunto livelli di tale acutezza da averlo oramai fatto scivolare in una deriva all'esito del quale approderà alla sicura boa del grillotravaglismo, vale a dire quella configurazione del pensiero splendidamente descritta dall'altro Grillo (il Marchese) con il motto «Io so' io e voi non siete un cazzo»
Riesce, il nostro, a:
(a) affermare, in ispregio alle risultanze di tutta la storiografia, cristiana e non, che non vi siano prove dell'esistenza di Gesù quale personaggio storico. Si tratta di un tema del quale ho molto dibattuto, da agnostico qual sono, e che conosco abbastanza bene. Potrei passare una parte delle vacanze estive a raccogliere una bibliografia di massima, ma dato che all'Odifreddi si crede adotterò il suo stesso modus operandi e vi dico semplicemente che da circa tre secoli oramai solo pochi stravaganti scienziati negano che vi sia stato un personaggio a nome Gesù che predicava in Galilea. In ogni caso su wikipedia, specie nella pagina inglese, trovate già una caterva di riferimenti che dovrebbero bastare a convincere chiunque non fosse irrimediabilmente in mala fede.
Salvo che per Odifreddi la prova definitiva dell'inesistenza di Gesù Cristo (sempre come personaggio storico) sia il fatto che il Papa nel suo libro non si spende a dimostrarne l'esistenza. Il che, a casa mia, è una fallacia logica grande come una casa;
(b) dimostrare di non essere ancora riuscito a capire che il credere è un atto di fede e che il capire è un atto di ragione. anche qui siamo di fronte ad una fallacia logica: nel Teorema di Pitagora non si deve credere: lo si deve capire. Si crede in ciò che non si può dimostrare; ciò che si può dimostrare lo si capisce. Non si crede nel fatto che le terra sia rotonda: lo si credeva due o tre millenni fa. Dopo Rutheford non si crede nel fatto che esistano gli atomi, ma ci credeva Democrito. Affermare che non si può credere in qualcosa che non si può dimostrare è una cialtronata (e difatti, dato che non lo ho ancora letto, io credo che il libro di Odifreddi sia una inutile raccolta di corbellerie, mentre so che i Promessi Sposi è un capolavoro);
(c) dimostrare di avere una cultura generale quantomeno zoppicante, dal momento che l'aggettivo «medievale» vicino a «San Pietro» sarebbe da matita blu perfino per un ragazzino delle medie.

Senso delle proporzioni

Ieri sono accadute alcune cose: (i) il salvataggio del debito greco, e con esso della moneta che tutti abbiamo in tasca; (ii) l'apertura di una crisi che potrebbe avere effetti dirompenti tra i due partiti che governano il Paese; (iii) la scoperta che uno dei più importanti centri di cura e ricerca italiani potrebbe essere lo snodo di un sistema di mazzette tale da far impallidire i tempi di Forlani.

Oggi l'edizione online del Corriere della Sera apre a caratteri di scatola con un servizio sui liceali che filmano le professoresse.

mercoledì 20 luglio 2011

Poi si può sempre scavare

E' inutile, ma a volte vale la pena di fare anche le cose inutili per lasciare testimonianza del proprio pensiero, sperando che un giorno il mondo migliori e venga separato il grano dal loglio.

Ecco, io penso questo:
* che pubblicare dei messaggi privati scambiati tra due amanti sia una grande porcheria;
* che il fatto che uno dei due amanti abbia ammazzato la moglie non faccia venir meno il giudizio di cui sopra;
* che il fatto che uno dei due amanti sia, in effetti, *sospettato* di aver ammazzato la moglie rende il tutto una solenne porcheria, dato che l'effetto che si ottiene è la costruzione a tavolino di un perfetto colpevole quando nessuno ha ancora stabilito se l'amante in questione abbia o meno commesso il delitto di cui lo si accusa;
* che pubblicare copincollare quei dialoghi senza preoccuparsi di fare prima un sed 's/nome cognome/iniziale_nome iniziale_cognome/g' per evitare di esporre al pubblico il nome della poveretta che si è trovata coinvolta in questa vicenda senza entrarci per un cazzo non abbia a che fare con il diritto di cronaca ma sia, invece, da pezzi di merda;
* che pubblicare le fotografie della poveretta di cui sopra non abbia per un cazzo a che fare con il diritto di cronaca ma abbia, invece, tantissimo a che fare con l'essere degli enormi pezzi di merda;
* che il giornale diretto dal signore qui sopra in effige non è l'unico foglio incartapesci che ha pubblicato quel nome e quel cognome, ma ciò, lungi dal diminuire la quantità di merda, è solo una dimostrazione della validità dell'assioma della scelta e del fatto che il paradosso di Banach-Tarski non è in effetti un paradosso, bensì solida realtà.

Dopodiché, che il signore qui sopra mi quereli pure: vorrà dire che venderò la casa e chiederò a Niccolò Ghedini di difendermi: ché lui è certo una persona migliore.

ah: i link non funzionano: servono solo a futura memoria. Tanto chi vuole arrivarci sa bene come si chiama il giornale in questione

martedì 19 luglio 2011

Vi spiego la decrescita felice

Dato che a qualche coglione (spesso qualche coglione con villa al mare, domestica filippina e tata per i bimbi) piace ogni tanto tirare fuori la decrescita felice, oggi rendo un servizio di pubblica utilità e vi spiego la decrescita felice.

Oggi: guadagnate duemila euri e siete infelici.
Domani: guadagnate millecinquecento euri e siete felici.

Che cazzo avrete da essere felici, non lo sapete: chiedetelo al coglione, che non lo so neppure io.

Psicopatologia di Ezio Mauro

Oramai non so più decidere se Ezio Mauro sia solo intellettualmente disonesto, come credevo fino a poco fa, o proprio inadeguato*.
Qui abbiamo una prima pagina di Repubblica che, a seguito delle perdite di borsa di ieri (perdite seguite ad alcuni giorni di rialzi), spara un titolone sull'inadeguatezza della manovra economica, con affianco un bell'editoriale del Direttore sulla necessità che il PresConsMin adesso si dimetta.  Qui a fianco abbiamo il titolo della Repubblica on line di oggi (si vede anche il link all'editoriale, scioccamente dimenticato lì).
Il Direttore in questione sembra una di quelle povere anime descritte da Oliver Sacks, che non riescono a ricordare nulla di quanto accaduto oltre due ore prima. Mauro sembra non ricordare (o forse non è in grado di capirlo, a causa della sua -possibile- inadeguatezza) che oggi le borse perdono, domani guadagnano, poi perdono e poi guadagnano, e così via più o meno all'infinito.
Pretendere le dimissioni di Berlusconi quando il MIB chiude per una giornata (o anche per tre o quattro giorni consecutivi) con il segno meno è, lo dico in legalese, una sesquipedale puttanata, esattamente come lo sarebbe pretendere che resti al proprio posto quando il MIB chiude con il segno più.
Peraltro la cosa sacksiana dev'essere comune tra i Direttori di De Benedetti, dato che anche Vittorio Zucconi, direttore del quotidiano on-line, casca nella stessa scempiaggine.
Certo, dopo due settimane consecutive di ribassi potremmo anche considerare che l'economia vada male e che il premier sia inadeguato, come in effetti è. Ma leggere l'inadeguatezza del premier nell'indice giornaliero di borsa è come leggere i programmi della RAI sulla lista della spesa del fruttarolo.


* lemma che viene scelto perché i venti che mi sono venuti in mente prima di esso erano troppo da querela.

martedì 12 luglio 2011

Del perché i giornalisti hanno tutti la barba



Come farebbero, la mattina, a guardarsi allo specchio?

Donna e sotto i 40 anni

Se Silvio Berlusconi avesse proposto di istituire un'Autorità per il Risanamento del Martoriato Paese, prenotando alla presidenza della medesima una figura della quale avesse taciuto il nome, indicando solo le due caratteristiche di cui al titolo di questo post (donna e sotto i 40 anni), probabilmente tutti gli organi di stampa e il mitico popolo della rete avrebbero iniziato a sbertucciarlo.
La 3M avrebbe vito l'ennesimo rilancio del giro d'affari, grazie ai massicci acquisti degli zombie di Ezio Mauro dei lettori di Repubblica. Forse ci sarebbe stato anche un ritrovo in una piaza milanese, con Serena Dandini e Lella Costa sul palco.

Maurizio Ferrera, al termine di un lungo, inutile, noiosissimo e demagogico articolo leggero come uno Scalfari d'antan (e perdipiù pesantemente sponsorizzato dall'editoriale di FdB) propone di istituire un ente inutile che dovrebbe, se ho ben letto fra le righe del fumoso pensiero del notista, togliere ai pensionati per finanziare l'invecchiamento attivo e la crescita inclusiva (qualsiasi cosa tali locuzioni significhino nell'universo semiologico parallelo abitato dal Ferrera).

Il colpo di genio (o di teatro?) dell'imbrattapagine ha luogo nella frase finale, quando nel delineare le competenze che dovrebbero avere i reggitori di quest'Idra, il Ferrera (che -forse per una svista- non abbiamo ritrovato nel borderò dei collaboratori fissi del Post, né ci risulta sedere nel consiglio comunale della nota città d'arte capoluogo di una regione rossa del centritalia) afferma che su nomi e funzioni c'è tempo per discutere, ma l'importante è che il presidente sia donna e i componenti tutti rigorosamente (rigorosamente, checazzo, sia mai che ci scappi fuori Frangetta) al di sotto dei 40 anni.

Finché ci saranno simili cialtroni a commentare l'attualità politica e l'andamento dell'economia, Berlusconi e i suoi ministri saranno certi di dormire (quando dormono!) tra due guanciali.

E' rabbia, è amore

Poi.
Poi ci sarebbe anche da fare qualche riflessione su chi vende la pelle dell'orso prima di averlo ammazzato.
Se si afferma che il PresConsMin e i suoi Responsabili sono da allontanare o da mettere sotto tutela, o magari perfino in galera perché hanno portato alla bancarotta il Paese (ammesso poi che si possa assumere un tale stato di sospensione del giudizio da ritenere possibile che il Paese dichiari fallimento dopo due giorni di mercati ballerini), allora bisogna essere altrettanto pronti ad affermare a fine settimana (quando la Borsa avrà recuperato e il differenziale di tasso con i mitici Bund tedeschi sarà rientrato nella normalità) che il PresConsMin è un Vero Salvatore Della Patria e che bisognerebbe erigere monumenti in suo onore.
Questo è ciò che richiederebbe un po' di onestà intellettuale e di visione politica che vada al di là dell'orizzonte temporale dato dal «cara, butta la pasta che arrivo».
Altrimenti si dimostra non solo di essere miopi e un po' cialtroni, ma anche di non aver mai letto un giornale degno di questo nome, e di non essersi mai accorti che le speculazioni finanziarie sono come i temporali estivi: arrivano sempre a sorpresa, fanno un po' di danni e poi se ne vanno. E, soprattutto, non stanno a guardare chi ha in quel momento in mano le chiavi di casa.

Crisi banche e borse a picco (/2)

Non è che non mi sia accorto che c'è casino, lì fuori.
E' che non ho nulla di intelligente da dire, per cui me ne sto zitto in attesa di capirci qualcosa: mi pare più dignitoso che sparare in prima pagina fotografie di impiegati in lacrime, quando la borsa perde 4 punti, e il giorno dopo fanfare e champagne quando ne recupera 4.

(per uno strano effetto di incatastamento temporale il mio blog ha pubblicato questo post tre anni fa, e addirittura ci ha aggiunto dei commenti. Saranno le tempeste elettromagnetiche.)

lunedì 11 luglio 2011

C'è crisi, c'è grande crisi /?

Che la CONSOB si riunisca di domenica per assumere una delibera per controllare le operazioni corte fa pensare che le cose non stiano andando proprio benissimo.

venerdì 8 luglio 2011

Scandali al sole

Se ho ben capito l'inchiesta dell'Espresso sulla famigerata Struttura Delta, io ora dovrei scandalizzarmi.
Dovrei scandalizzarmi perché la stessa direttrice marketing della RAI discute con il produttore di un programma di intrattenimento se sia o meno il caso di mandarlo in onda il giorno dopo la morte del Papa.
Dovrei scandalizzarmi perché la stessa direttrice marketing pensa di avvisare il Presidente del Consiglio dei Ministri (quarta carica dello Stato) del fatto che il Presidente della Repubblica (prima carica dello Stato) pensa di fare un messaggio a reti unificate.


Ma io non riesco a scandalizzarmi: e non è che abbia perso colpi, dato che per certe cose, invece, mi scandalizzo ancora.

giovedì 7 luglio 2011

Understatement

«voglia di voltare pagina e riprenderci il futuro che respiriamo adesso»
«sentivo forte l’emozione di parlare a delle persone speciali: gli innovatori d’Italia»
«cercavo un posto sicuro dove conservarli, e ho pensato che quel posto eravate voi»

mercoledì 6 luglio 2011

Della suprema importanza delle minuzie

Qui di seguito il testo della proposta di legge costituzionale dell'IDV sull'abolizione delle provincie, il cui rigetto ha suscitato uno sdegnato scandalo in blogger che contano, del calibro di Gilioli e Costa (spero che quest'ultimo non si offenda per l'accostamento).

PROPOSTA DI LEGGE COSTITUZIONALE
Art. 1.
(Modifica della rubrica del titolo V della parte seconda della Costituzione).
1. La rubrica del titolo V della parte seconda della Costituzione è sostituita dalla seguente: «Le Regioni e i Comuni».

Art. 2.
(Modifiche all'articolo 114 della Costituzione).
1. Il primo comma dell'articolo 114 della Costituzione è sostituito dal seguente: «La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato».
2. Il secondo comma dell'articolo 114 della Costituzione è sostituito dal seguente: «I Comuni, le Città metropolitane e le Regioni sono enti autonomi con propri statuti, poteri e funzioni secondo i princìpi fissati dalla Costituzione».

Art. 3.
(Modifiche all'articolo 117 della Costituzione).
1. Alla lettera p) del secondo comma dell'articolo 117 della Costituzione, la parola: «, Province» è soppressa.
2. Al terzo periodo del sesto comma dell'articolo 117 della Costituzione, le parole: «, le Province» sono soppresse.

Art. 4.
(Modifiche all'articolo 118 della Costituzione).
1. Al primo comma dell'articolo 118 della Costituzione, la parola: «Province,» è soppressa.
2. Al secondo comma dell'articolo 118 della Costituzione, le parole: «, le Province» sono soppresse.
3. Al quarto comma dell'articolo 118 della Costituzione, la parola: «, Province» è soppressa.

Art. 5.
(Modifiche all'articolo 119 della Costituzione).
1. Ai commi primo, secondo e sesto dell'articolo 119 della Costituzione, le parole: «le Province,» sono soppresse.
2. Al quarto comma dell'articolo 119 della Costituzione, le parole: «alle Province,» sono soppresse.
3. Al quinto comma dell'articolo 119 della Costituzione, la parola: «Province,» è soppressa.

Art. 6.
(Modifica all'articolo 120 della Costituzione).
1. Al secondo comma dell'articolo 120 della Costituzione, le parole: «, delle Province» sono soppresse.

Art. 7.
(Abrogazione del secondo comma dell'articolo 132 della Costituzione).
1. Il secondo comma dell'articolo 132 della Costituzione è abrogato.

Art. 8.
(Abrogazione del primo comma dell'articolo 133 della Costituzione).
1. Il primo comma dell'articolo 133 della Costituzione è abrogato.

Art. 9.
(Norme di attuazione).
1. Entro un anno dalla data di entrata in vigore della presente legge costituzionale, si provvede, con legge dello Stato, a regolare il passaggio delle funzioni delle province alle regioni o ai comuni, nonché quello dei beni di proprietà e del personale dipendente delle province medesime ai citati enti.
Bello, no? E' un vero peccato che ci sia quell'art. 9 (norme di attuazione). Uno di quegli articoli che si tende sempre a saltare, tanto che saranno mai queste «norme di attuazione»?
Perché, per chi lo sa leggere, quell'art. 9 dice che tutti gli altri articoli che lo precedono non servono proprio a un beato cazzo.

aggiornamento sempre da Gilioli apprendo che Scalfarotto si è turbato per la posizione del suo partito, e mi dico che al mondo ci sono poche certezze, o forse nessuna, tranne il fatto che Scalfarotto non ne pensi mai una giusta.

Comunicazione di servizio per l'AGCOM

Il tenutario di questo blog, essendo oramai vecchio, cinico e pragmatico, quando sente parlare di catastrofismi, censure, dittature e pensieri unici ha la medesima reazione che aveva il Dr. Goebbles.
Il tenutario di questo blog fa fatica a credere che i Poteri Forti vogliano espropriarlo del diritto di parola, che le Grandi Multinazionali vogliano controllargli la vita, che i Big Boys dell'Economia e della Politica vogliano espropriarlo.
Il tenutario di questo blog sa bene di non contare un cazzo; sa bene che la poca visibilità che si è costruito in una ventina d'anni di frequentazione della rete non ha alcuna importanza nella vita reale. Sa bene che i problemi veri sono altri: pagare le bollette, affrontare i cinque presi dal figlio a scuola, la salute della mamma oramai anziana e il fatto che non si riesce più a bere un Milano-Torino decente in tutta la città. Anche scrivere sul blog e chiacchierare sui socialcosi con quella ventina di amici, certo; e attraverso quelle conversazioni cambiare il mondo proprio come abbiamo fatto ieri sera io, Gatto e il Teto (cfr. la documentazione fotografica allegata; e se non vi siete accorti che il mondo da ieri sera è diverso, la colpa è solo vostra, che siete inguaribilmente arretrati).
Ma il tenutario di questo blog sa che tra i propri venti lettori ce ne sono un paio che invece credono che i blog contino qualcosa; che scrivere qui sopra sia un atto politico e rivoluzionario; che Twitter rovesci le dittature, Facebook elegga i presidenti delle grandi democrazie federali e la moschea di Sucate abbia contato più di due mesi di campagna elettorale nei mercati e nelle piazze.

E allora facciamo così: metto qua sotto un bel contenuto incontestabilmente piratato, del quale perfino un neonato capirebbe che è stato fatto in barba a qualunque diritto d'autore, e aspetto che l'AGCOM passi di qui e mi chiuda il blog. Anzi, dato che il blog è ospitato su server che stanno all'estero, aspetto che l'AGCOM chiuda Blogger, che ospita questo post, e Youtube, che ospita il contenuto piratato.
Scommettiamo che l'anno prossimo questo post sarà ancora qui?

martedì 5 luglio 2011

Della provvisoria esecutività delle sentenze

Ben sanno i lettori di questo blog che in passato non ci siamo fatti scrupolo di difendere norme approvate dal Governo Berlusconi e che avevano come non secondario effetto quello di favorire aziende di proprietà del PresConsMin o di suoi familiari: ben rammenteranno costoro gli articoli dello scorso agosto nei quali si dimostrava come la norma relativa alla "doppia conforme" in materia fiscale fosse cosa buona e giusta nonostante Repubblica tentasse di dimostrare il contrario. Il tempo del resto ci ha dato ragione dato che l'Editore di Repubblica, dopo averci sfracassato i marroni con la domanda «ma se Berlusconi è così certo di aver ragione, perché paga anziché attendere il giudizio della Cassazione?», ha pensato bene di risolvere il proprio contenzioso fiscale pagando anziché attendere il giudizio della Cassazione.
E' proprio per tale verginità ideologica, mi si passi il termine, che mi sento abbastanza titolato per spiegare come la nuova norma proposta dal Governo, tesa a sospendere obbligatoriamente l'efficacia esecutiva delle sentenze di primo e secondo grado, sia una schifezza.

Ammettiamo che voi abbiate venduto un carico di carbone a una compagnia di esercizio di battelli a vapore, ottenendo dal compratore l'impegno a pagare il corrispettivo dopo novanta giorni. Al termine dei novanta giorni l'armatore non vi paga e, dopo esservi arrabbiati e magari aver tentato di portare a casa i soldi con le buone, andate dal giudice.
Costui esamina le carte e, appurato che il carbone è stato regolarmente consegnato e il prezzo non è stato pagato, condanna l'armatore a pagarvi una certa somma di danaro, diciamo 1000 ducati. Una volta ottenuta la sentenza, badate bene, non avete in tasca mille ducati, bensì un pezzo di carta; però quel pezzo di carta ha un timbro e una firma che vi consentono di far vendere uno dei battelli a vapore e con esso entrare in possesso dei mille ducati; ma questa è un'ulteriore complicazione, e noi faremo finta che ottenere la sentenza equivalga ad ottenere i soldi sonanti.
Ricapitoliamo: il giudice ha visto le carte, ha visto che avete ragione, e condanna l'armatore a pagarvi mille ducati. La cosa potrebbe fermarsi qui, ma spesso così non succede. Il nostro ordinamento infatti, al pari di quasi tutti gli altri, prevede che chi viene sconfitto in giudizio possa chiedere a un giudice superiore di rivedere la sentenza, in quanto a suo parere il primo giudice non ha capito nulla. L'esercizio dell'appello, che è una facoltà di chi soccombe, è teso a garantire contro la possibilità di errori giudiziari, ma non fa venire meno il principio che sta alla base del giudicare, vale a dire il fatto che un organo dello Stato possa decidere chi ha ragioe e chi ha torto in una controversia. Il presentare appello non fa venir meno la sentenza di primo grado: semplicemente la rimette nelle mani di un altro giudice che deve verificare nuovamente i fatti di causa. Ma è il giudice di secondo grado che, se del caso, con la propria sentenza annullerà la sentenza di primo grado, non è certo la parte che ha il potere di farlo per il solo fatto di essersi appellata.
Lo stesso identico discorso vale per la sentenza di secondo grado che venga ricorsa per Cassazione: anche in tal caso sarà la Cassazione a cassare eventualmente la sentenza d'appello, ma non è che la parte privata abbia il potere di farlo per il solo fatto di aver presentato il ricorso.
Dato che però siamo uomini di mondo, sappiamo bene che nel mondo ci sono tanti malandrini e cattivi pagatori: e non è del tutto improbabile che chi dovesse vincere in un grado di giudizio, e pertanto prendere i soldi, possa poi perdere nel grado successivo dovendoli quindi restituire, il che, ahimè, non è poi così scontato che avvenga. Pertanto il codice prevede che in caso di proposizione dell'appello il giudice d'appello possa valutare la condizione delle parti e in caso di gravi e fondati motivi possa sospendere l'esecutività della sentenza di primo grado. Sarebbe una bella beffa infatti se chi vince in appello non potesse ripigliarsi i suoi soldi perché il vincitore in primo grado è sparito in Venezuela, no? Ma sarebbe altrettanto una beffa se l'appellante perdesse anche in secondo grado ma nel frattempo avesse fatto sparire tutto il patrimonio rimanendo nullatenente e senza uno straccio di bene da pignorare: il vincitore della causa, infatti, risulterebbe cornuto e mazziato.
Ecco quindi che il giudice che decide per la sospensione dell'esecutività della sentenza può imporre una cauzione, per essere sicuri che qualora il secondo giudizio dovesse confermare la sentenza precedente, il vincitore possa avere i suoi soldi. Questa cauzione può essere costituita da una fidejussione bancaria, da un pegno su titoli, da cose così: robe che restano da qualche parte al sicuro e fanno stare tranquilli sul fatto che l'importo oggetto di condanna verrà pagato. Mediaset, per dire, ha ottenuto la sospensione dell'esecutività della sentenza di primo grado ottenuta da CIR, ma ha dovuto mettere lì una bella fidejussione bancaria.
Analogo discorso vale quando una sentenza d'appello viene ricorsa per Cassazione, salvo il fatto che qui sulla sospensiva decide lo stesso giudice di secondo grado che ha pronunciato la sentenza e, soprattutto, che non bastano più gravi e fondati motivi: occorre che l'esecuzione possa produrre un danno grave e irreparabile, quale il fallimento della soccombente: e si capisce che, dato che ci sono già stati due gradi di giudizio, le maglie della rete siano qui un po' più strette.
Certo, c'è sempre la possibilità che la Cassazione ribaliti il giudizio, per carità. Ma rimettetevi nei panni del nostro venditore di carbone: avete atteso il giudizio di primo e quello di secondo grado, e nel frattempo non avete visto un ducato. Certo, sapete che da qualche parte ci sono i soldi o i titoli depositati in una banca, che garantiscono che se vincerete sarete pagati; e magari avrete iscritto anche in bilancio quelle somme, tra gli attivi. Ma nel frattempo, con che li pagate, i vostri dipendenti e i vostri fornitori? Con la fotocopia della sentenza che vi ha dato ragione? No, le fotocopie delle sentenze non si possono scambiare con il cibo e non possono essere versate al padrone di casa per la pigione: dovete necessariamente trovare i soldi, magari indebitandovi in banca. E dovete indebitarvi in banca nonostante uno o due giudici vi abbiano già dato ragione, e abbiano detto che quei soldi sono vostri.
Ecco perché la sospensione dell'esecutività, nel caso del ricorso per Cassazione, viene concessa solo in casi estremi. Credete che sia giusto cambiare questo sistema? e credete che sia giusto cambiarlo proprio quando si ha a che fare con importi molto grandi, che possono mettere in ginocchio un'impresa? Magari la CIR sopravviverà (del resto De Benedetti campa assai bene anche oggi, che di soldi non ne ha ancora visti); ma tante altre imprese che fine farebbero?

venerdì 1 luglio 2011

Resoldor

Ah, come sarebbe bello se tutti i seguaci di quegli arruffapopolo bravi a mettere in pratica l'esatto contrario di quello che dicono si prendessero un momento di pausa dalla loro viscerale schiavitù ideologica e cominciassero a riflettere.
Riflettere, ad esempio, su come sia facile, in un mondo nel quale non si riesce a discernere la differenza tra accusa e condanna , far alzare un uomo (e perfino un uomo potentissimo) da una poltrona importante.
DSK sarà colpevole o innocente? Non è questo il problema, ora. Il problema è che lui si è dichiarato innocente, non è stato condannato e ciononostante ha dovuto dimettersi e cedere il passo ad altri. Non per la propria incapacità, non per aver rubato o truffato, bensì per essere stato accusato (accusato, non condannato).
Certo, DSK è un uomo d'onore, e si è dimesso. Altri, di fronte ad accuse (accuse, non condanne) anche più pesanti hanno continuato a sedersi sempre sulla loro poltrona. Sono costoro uomini non d'onore? Forse.
Ma rammentate quando si diceva che quel tal primo ministro avrebbe dovuto dimettarsi perché le sue azioni lo hanno reso ricattabile? Ecco: come la mettiamo nel momento in cui l'onore, così malamente inteso, espone al ricatto come e forse più del reato?
Non so neppure io da che parte stia la ragione, ma è in queste occasioni che posso andar fiero per aver sempre scritto che quel tale primo ministro si deve dimettere per ciò che ha fatto al Governo, non per ciò che ha fatto nei suoi salotti.

 

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