mercoledì 30 settembre 2009

Susanna Petruni

Io so che mi alienerò le simpatie di 18 dei miei 19 lettori, ma dato che ogni giorno c'è un tot di gente che arriva qui cercando su Liquida o Google "Susanna Petruni", e cade su questa pagina qui di contumelie, dove la Petruni è appena appena citata, devo farvi una confessione.
Io non so se la Petruni, che a quanto pare era in corsa per diventare direttrice di RaiDue, abbia santi in paradiso, sia l'amante di qualcuno o straraccomandata: possibile, forse anche probabile, ma non mi azzardo a dirlo perché proprio non ne ho idea.
Da molto tempo poi non vedo il TG1 e quindi non l'ho mai vista all'opera, e non posso farmene un giudizio; so per certo invece che non è a lei che va attribuito il famosissimo pezzo sugli ascolti del TG1 in occasione del terremoto: ben altre sono le responsabilità, a partire da quel santino infilzato del direttore.

Sta di fatto che il 16 agosto (pioveva a dirotto, in montagna) mi sono messo alla TV a vedere il Palio dell'Assunta. Non lo guardo mai, il Palio: ma avevo appena finito di leggere il Palio delle Contrade morte, di Fruttero e Lucentini, che mi aveva introdotto nell'atmosfera della corsa senese.
Ho scoperto che Susanna Petruni, che oltretutto è anche una bella donna*, presenta sempre, immancabilmente, il Palio e, udite udite, ho scoperto pure che lo sa fare.
In quell'occasione la mossa è stata lunghissima: forse quasi un'ora; e tuttavia lei e i suoi ospiti sono riusciti a non farmi annoiare e a farmi godere tutte le fasi; comprendendole per di più.
Ecco: così se qualcuno di nuova cercherà il suo nome e atterrerà qui, magari riuscirà a trovare qualcosa che rispecchi meglio il mio pensiero.

* sì, lo so che questo inciso non c'entra nulla, ma non sapevo dove metterlo

Prescrizione e pensiero classico

Due notarelle per chiarire il mio pensiero in tema di prescrizione e rispondere ai commenti di ieri.
E' evidente che gli USA non conoscono la prescrizione per il reato di stupro; Wikipedia dice che l'assenza di prescrizione per i reati gravi è caratteristica comune ai sistemi di Common Law, e prenderò per buona tale affermazione senza fare ulteriori ricerche.
Ma questo non sposta il ragionamento di ieri: vale a dire che, perlomeno secondo la nostra sensibilità giuridica (o la mia, se preferite) è inammissibile che un crimine pur grave come lo stupro possa essere perseguito anche dopo trenta e passa anni dalla sua commissione. Notate che il fatto che negli USA tale reato sia perseguito malgrado il decorrere del tempo non è un argomento dialetticamente valido: negli USA praticano le iniezioni letali, e credo che nessuno dei miei lettori abbia simpatia per tale pratica, né si faccia scrupolo di parlarne male. In altre parole: l'esistenza (o l'inesistenza) di un certo istituto nella realtà fattuale non è ragione sufficiente a giustificare l'esistenza (o l'inesistenza) del medesimo da un punto di vista etico.
Mi allontano un secondo dal seminato per entrare nel merito del caso Polanski e rammentare che la vicenda giudiziaria è tutt'altro che chiara, dal momento che -a quanto ho capito- il medesimo aveva dapprima patteggiato una pena, poi era stato incriminato di nuovo per il medesimo fatto, sia pur con un altro titolo e, a quanto pare, il comportamento della pubblica accusa è stato ben poco limpido. Osservo questo e torno subito al punto, dato che non mi interessava tanto trattare della posizione personale del regista bensì dell'istituto in sé.
Ipazia fa notare che « Ci sarebbe poi tanto da dire sul fatto che non è che dopo trent'anni i danni eventuali perpetrati da uno stupro sulla psiche di una donna passino. E che il nostro senso di giustizia si basa anche sulla necessità di una anche simbolica retribuzione, prima che della rieducazione»; e siamo d'accordo sulla prima parte, ci mancherebbe. Ma la pena, nel diritto occidentale moderno, non è fatta per consolare o ripagare la vittima, bensì per proteggere la società. Basti pensare che, se così non fosse, il perdono della vittima o addirittura la sua dichiarazione di non volere la punizione del colpevole (come nel caso di specie sembrerebbe che sia) sarebbero valide scriminanti. Lo Stato non è il braccio vendicatore della vittima e/o dei suoi familiari, e benché tale atteggiamento sia ben presente negli USA, come ci insegnano tutti i film in cui l'esecuzione del condannato sembra essere messa in scena soprattutto ad uso dei figli o dei genitori dell'ammazzato, ciononostante questo non è, nuovamente, un atteggiamento eticamente corretto.
In Arabia Saudita, per dire, la punizione del colpevole di lesioni personali (e credo proprio anche di omicidio, perlomeno colposo) è sostanzialmente rimessa all'arbitrio della vittima o dei familiari, i quali possono perdonare il colpevole, dietro compenso, o pretendere che marcisca in galera. Bene: vi sembra che ciò risponda ad un elementare principio di giustizia? E, se lo credete, vi rendete conto che questo tipo di concetto della pena comporta la sostanziale impunità per chiunque sia sufficientemente ricco da potersi comprare il perdono a qualunque prezzo?
Veniamo poi alla seconda parte del commento di Ipazia, che adduce la necessità di una simbolica retribuzione prima che della rieducazione. Abbiamo detto che la rieducazione è solo uno dei tre pilastri del diritto penale moderno, e certo il più recente dei tre, gli altri due essendo la prevenzione generale e la prevenzione speciale. E' facile, in particolare, confondere la retribuzione con la prevenzione generale, in quanto tali principi possono essere efficacemente sintetizzati nel concetto di "pagare il prezzo"; ma in effetti le cose sono molto diverse. L'una è la consapevolezza che se si commetterà qualcosa di antisociale se ne dovrà pagare il prezzo: concetto strettamente utilitaristico teso a distogliere il delinquente dal crimine per il fatto stesso che il vantaggio dell'azione criminosa sarà più che compensato, in negativo, dalla punizione; l'altro è il concetto per cui bisogna pagare il prezzo di qualcosa di antisociale che si è commesso: e ciò ha come unici possibili fini la vendetta o la salvezza dell'anima, tanto che Platone, che non si poneva il problema della salvezza dell'anima, teneva fermo nel Protagora solo il tema della vendetta, quando parlava della pena come retribuzione:
Nessuno punisce coloro che commettono ingiustizie per il semplice fatto che sono stati ingiusti, a meno che non voglia vendicarsi in modo irrazionale, come una bestia; chi, invece, vuole punire secondo ragione, non vendica l’ingiustizia commessa - dal momento che non può annullare ciò che è stato - ma punisce in vista del futuro, affinché non venga commessa ingiustizia di nuovo, né da quello né da un altro che lo veda punito,
concetto poi ripreso da Seneca nel De Ira I,19: non praeterita sed futura intuebitur (nam, ut Plato ait, nemo prudens punit quia peccatum est, sed ne peccetur; reuocari enim praeterita non possunt, futura prohibentur) et quos uolet nequitiae male cedentis exempla fieri palam occidet, non tantum ut pereant ipsi, sed ut alios pereundo deterreant.
Queste argomentazioni mi sembra rispondano anche al dubbio di Hound. Lo ribadisco, la rieducazione e il reinserimento nella società non sono che uno dei pilastri del diritto penale; il pilastro più recente e quello con maggiore evidenza, oggi, anche perché esplicitamente inserito quale fine della pena nella nostra Costituzione; la quale tuttavia non esclude gli altri, come enunciato dalla stessa Corte Costituzionale, nel riconoscere la legittimità della pena dell'ergastolo.
Quanto al lasso di tempo che deve trascorrere perché la prescrizione si verifichi, la risposta più semplice è che deve trattarsi di un lasso di tempo ragionevole: e quindi non eccessivo, in quanto si vanificherebbe l'istituto della prescrizione della cui ragionevolezza abbiamo faticosamente cercato di dar prova, né troppo breve per evitare che la prescrizione si tramuti in promessa di impunità. Sta poi a ciascun ordinamento giuridico trovare la formula oggettiva per definire tale tempo, che certo dovrà essere modulato secondo la gravità del delitto commesso: e ciò sempre al fine di tener fermo il pilastro general-preventivo della pena e il rapporto di necessaria disutilità tra crimine e punizione.
E questo ci porterebbe ad esaminare il tema della prescrizione nell'ordinamento italiano d'oggi, dopo la cosiddetta legge ex Cirielli; ma ormai è tardi e riprenderò l'argomento un'altra volta.

martedì 29 settembre 2009

Roman Polanski e la salvezza dell'anima

Si fa un gran parlare di Roman Polanski, in questi giorni, e un po' dappertutto ci si pone una quantità di problemi.
Chi si chiede se egli debba essere o meno ricompreso nella categoria dei pedofili, dal momento che la tredicenne che avrebbe stuprato dimostrava molti più anni di quanti ne avesse; chi solleva la questione del consenso prestato dalla medesima, e chi risponde che tale consenso, proprio perché espresso da una tredicenne, non vale nulla; chi pone il tema del parallelismo tra la vicenda in questione e lo stupro-omicidio di Manson; chi fa notare il genio del regista e vede in esso un'attenuante, una scriminante o perlomeno un buon motivo per il quale egli dovrebbe ricevere la grazia presidenziale, e chi invece ritiene che un simile trattamento preferenziale sarebbe inammissibile. Le grandi firme del giornalismo italiano (e forse mondiale, ma noi siamo provinciali e ci occupiamo di casa nostra) oggi pubblicano articoli ricchi di buon senso: le Rodotà e le Aspesi danno il meglio di sé.
I blog seguono a ruota.

Lasciamo perdere la questione del se Barack Obama debba o meno concedere la grazia: che è una sciocchezza per il semplice motivo che lo stupro è un reato statale e non federale e quindi rivolgersi ad Obama sarebbe come rivolgersi a Barroso per chiedere la grazia per la Franzoni (certo, sarebbe bello che chi ha la possibilità di scrivere per il pubblico tentasse di informarsi prima di prender la tastiera in mano: ma è una questione su cui oramai abbiamo rinunciato ad insistere). Veniamo al sodo, quindi.
Mi sembra che ben pochi, tra coloro che ho letto, abbiano rilevato questa semplice e ovvia constatazione: che i fatti di cui si sta parlando sono avvenuti 32 anni fa, e che quindi, indipendentemente dalla circostanza che Polanski sia un grande regista oppure un grande bancario o un grande netturbino, esiste un istituto del diritto naturale chiamato prescrizione.
Coloro che credono di aver appreso l'educazione civica leggendo gli scritti di Travaglio e Grillo riterranno che la prescrizione sia un qualcosa inventato da Cirielli per salvare il culo di Berlusconi; fatevi forza: così non è.
Fino alla fine del XVIII secolo la prigione non era considerata una pena: era semplicemente un modo di garantire che l'accusato di un crimine non avesse modo di sfuggire alla giustizia prima del processo: processo a seguito del quale gli sarebbe stato inflitto il castigo, fosse questo la morte, la gogna, l'ammenda, la confisca dei beni, l'esilio e via discorrendo. Anche la galera, intesa come servizio sulle navi del Re, o i lavori forzati. Nessuno si sognava di ritenere che privare taluno della libertà fosse una pena in sé, non foss'altro perché quel taluno avrebbe dovuto essere alimentato, vestito e riscaldato, con scupìo di danaro reale che sarebbe stato, letteralmente, buttato via; senza la minima utilità.

In effetti l'unico ordinamento a fare della reclusione una pena fu la Chiesa, e per un semplice motivo: l'afflizione conseguente alla condizione di recluso era vista come un'anticipazione nella vita terrena delle sofferenze dell'aldilà, e come strumento per stimolare quell'esame di coscienza e quel pentimento che avrebbero consentito di sottrarre un'anima al demonio. E' quindi nel diritto canonico che si sviluppò quel concetto ora noto come retribuzionismo, secondo il quale la pena è un prezzo da pagare per il male commesso. Prezzo che, nella tradizione cristiana e poi tridentina, era il quantum da pagare per l'espiazione del peccato.
A tale concezione si contrappone radicalmente quella hobbesiana, ripresa da tutto il secolo dei Lumi e in particolare dal nostro Beccaria, secondo la quale la pena costituisce anzitutto un esempio: punendo chi delinque lo Stato dimostra la sua volontà di far rispettare le leggi e in questo modo fa sì che chi sarebbe intenzionato a delinquere si ricreda, a fronte dell'esempio costituito dalla punizione altrui. E' questa la corrente detta della prevenzione generale, che vede nella pena una sorta di vaccino somministrato, per mezzo del reo punito, a tutta la società. Chi ha letto Beccaria, e non sono poi moltissimi che l'hanno fatto bene, sa quanto il Dei delitti e delle pene sia crudele, trattando il reo come carne da macello da sfruttare per il bene sociale; e vi assicuro che il code pénal francese del 1790, nella sua bozza redatta da Lepeletier de Saint-Fargeau sulla base della pedissequa applicazione dei principi illuministici del pensatore milanese e che pertanto non prevedeva la pena capitale, è una lettura da togliere il sonno, resa molto più umana nella sua versione definitiva del 1791 dalla reintroduzione della pena di morte: e per quanto ciò sembri un paradosso vi assicuro che è proprio così.
In parallelo rispetto alla prevenzione generale, e con basi storiche ben più profonde, c'è sempre stata la prevenzione speciale, che in poche parole significa togliere d'intorno i soggetti pericolosi. E' un'esigenza di difesa sociale questa sempre esistita e in vario modo attuata: vuoi con il bando, vuoi con la detenzione amministrativa (vale a dire l'imprigionamento ordinato non già da un potere giudiziario bensì dal governo, analogamente al confino che noi italiani ben conosciamo).
Buon'ultima, solo in età recente, la società ha sentito il bisogno di caricare la pena di un ulteriore significato e scopo: la riabilitazione o rieducazione del reo: vale a dire l'utilizzo del tempo della pena per impartire un trattamento teso a far sì che il soggetto deviante (che può esser tal per educazione, ignoranza, bisogno discendente a sua volta dalla mancanza di una professionalità spendibile) possa essere restituito integro e riadattato (e produttivo!) alla società, pronta ad accoglierlo nel suo seno.

Prevenzione generale, prevenzione speciale, rieducazione: questi sono i fondamenti della pena nelle società moderne occidentali che, a differenza di altre realtà orientate in senso teocratico, non credono più che la salvezza dell'anima sia uno scopo dello Stato (in effetti anche la filosofia hegeliana era ispirata a ciò che potremmo chiamare una sorta di neo-retribuzionismo; ma non addentriamoci troppo in tecnicismi).
In questo quadro, è evidente che la prescrizione diventa un corollario della pena: con il decorso del tempo infatti nessuno degli elementi che dovrebbero giustificare l'applicazione di una pena può essere più considerato valido. Non si può parlare di rieducazione, dato che il soggetto dopo molti anni è ormai perfettamente inserito nella società, né di prevenzione speciale dato che egli non delinque più. Né la pena irrogata potrebbe ormai essere considerata un deterrente per eventuali altri criminali, ché anzi il lasso di tempo intercorso non dimostrerebbe null'altro che la possibilità di sfuggirvi.
Considerazioni applicabili perfettamente al Polanski, del quale tutto si può dire salvo che sia un cittadino men che ligio alle leggi o poco inserito nel tessuto sociale. Certo, rimane l'onta del crimine impunito: ma i trent'anni passati rendono così flebile il legame tra delitto e castigo da non giustificare l'applicazione di una pena quale che sia. Qualche femminista integralista potrebbe ben considerare che lo stupro sia un crimine tanto orrendo da non giustificare alcun oblio, al pari del genocidio; ma lo stupro, per quanto orrendo e per quanto perpetrato nei confronti di un minorenne, non è un crimine equivalente al genocidio, no!: e se vogliamo mantenere un senso delle proporzioni nelle cose umane dobbiamo ammettere che ci sono crimini orrendi che sono meno orrendi di altri crimini ben più orrendi; e conformare le leggi a tale principio.
Dimentichiamo quindi il nostro perverso regista: e dimentichiamolo non in quanto autore di Frantic o di Rosemary's Baby, bensì in quanto persona qualunque, che come chiunque altro ha diritto a veder cancellato il crimine e la pena dopo un ragionevole numero di anni. La sua anima forse si perderà: ma questi non sono fatti nostri.

Matteo /2

Oggi Matteo non solo scrive un articolo sul PD che condivido fin nelle virgole*, ma oltretutto contiene l'affermazione che Keith Moon era dio; e tutto ciò mi ricorda di quella volta che (se ben rammento all'Orfeo, nel 1984) ci fu un concerto di Cecil Taylor.
Non è proprio un concerto facile, Cecil Taylor, anzi! E oltretutto io e Federico poi avremmo dovuto passare la notte ad attacchinare per Loris Zaffra, nome che per taluno sarà tristemente evocativo (e voglio tranquillizzarlo dicendo che non lo facevamo perché ci piacesse ma solo perché ci pagavano).
Così, alla fine del concerto eravamo abbastanza stremati, ma pur ci dicevamo -«che bello», dato che a diciannove anni hai ancora il candore -o l'idiozia- di dire -«che bello» quando sai che un concerto dev'essere bello per forza; e ciò anche se in realtà hai la netta impressione che se fossi andato tu, lì sul palco a pestare tasti a caso, nessuno si sarebbe accorto della differenza.
Le luci si erano già accese, il pubblico si alzava, e a un tratto Taylor si è messo a suonare: musica classica, divinamente: non certo per farci vedere, caso mai avessimo dubbi che lui sapeva suonare: forse solo per passatempo. Ma noi cogliemmo il fatto che sapeva suonare.
Ecco, Matteo oggi mi ha fatto lo stesso effetto, e oltretutto ha detto che Keith Moon era dio.

* e perfino nel sapiente uso del punto e virgola.

lunedì 28 settembre 2009

Standing ovation

A .mau.
visto che adesso il portavoce PdL è Daniele "sciarada incatenata" Capezzone

The Rise and Fall of Silvio Berlusconi /2


Le radiose previsioni che azzardavo in questo pezzo pubblicato il giorno della ormai strafamosa apparizione del PresConsMin a Porta a Porta sembrano confermarsi sempre più con il trascorrere dei giorni.
Segni inequivocabili di questa fine del mondo (del mondo che conosciamo da tre lustri e con cui abbiamo dovuto imparare a convivere malgré nous) sono arrivati già nella stessa serata, quanto Bruno Vespa ha dato sulla voce a Berlusconi, trattandolo in modo non solo irriguardoso ma persin sgarbato.
Cosa che il vero Vespa, con un vero potente, non avrebbe mai osato; e quindi delle due l'una: o Vespa si è bevuto il cervello o Berlusconi non è più così tanto potente.
Il dubbio poteva rimanere, assillante, per molte settimane; e benché giorno per giorno il Caro Presidente ci ricordasse sempre più un pugile giunto al decimo round a forza di stricnina, la quale tuttavia non può impedire che i pugni ricevuti rendano sempre più confusi i movimenti del malcapitato, non ci era ancora stata fornita un'ulteriore prova provata di questo stato di cose.
Certo, la stampa estera dileggiava: ma quelli sono comunisti, e non contano.

Ci pensa oggi il Corriere, a riaccendere il fuoco del nostro entusiasmo. Il Corriere della Sera, il quotidiano per definizione "governativo" a prescindere da chi sieda a Palazzo, Venezia o Chigi: che oggi pubblica un articolo che prende per il culo l'apparizione di Berlusconi alla festa del PdL con un tono così insolente, ma così insolente, che se Ghedini fosse coerente con sé stesso dovrebbe chiedere al Corriere la stessa somma azionata nei confronti di Repubblica per le dieci domande, ma con uno zero in più.

venerdì 25 settembre 2009

Ti sospendo!

A nulla è valsa la difesa abbozzata, non senza imbarazzo, davanti allo sguardo perplesso dei colleghi: «La scena è stata fraintesa, mi era caduta la penna sotto il tavolo della sala colloqui». Niente da fare: con i suoi comportamenti, ha sentenziato l’Ordine, la donna ha disonorato la professione.

Si vede che non è lo stesso Ordine a cui è iscritto l'avvocato del premier.

giovedì 24 settembre 2009

Lost in communication

No, non ci sono solo i traduttori di West Wing a meritare cento frustate e una bella strofinata di sale grosso sulle ferite.
Anche chi ha scritto questo comunicato stampa dimostra di non aver fatto il liceo sul lago d'Iseo, o perlomeno di non averlo fatto con il professore che ho in mente io il quale, ne sono certo, gli avrebbe fatto fare per punizione la traversata a nuoto dalla sponda bergamasca a quella bresciana, una gelida mattina d'inizio febbraio.
“XXXXXXXX Collection - afferma Mario Rossi, promotore del progetto - si configura come centro polifunzionale con attività eterogenee, un progetto innovativo, di grande portata e di elevata qualificazione per chi vorrà farne parte attivamente. Un luogo dove la cultura trascina fashion, retail, strutture congressuali e direzionali di livello qualitativo. Tutto in una condivisione all'insegna della filosofia - made in Italy. Non solo boutique, marchi, ma luogo di aggregazione e scambio per promuovere operazioni di business tra operatori di settore italiani ed europei e le controparti attive e qualificate provenienti principalmente dal bacino geografico di Russia, Medio Oriente, Asia e Oceania. Un luogo per sfilate, eventi fashion. L’identità del progetto, nonché i suoi elementi costitutivi sono quindi i fattori di distinguo che permettono a XXXXXXXXX Collections di caratterizzarsi e di essere un progetto in linea con i tempi e le necessità dei nostri imprenditori.”

Internet 3.0: un anticipazione del futuro


(che poi riprende anche un discorso affrontato nel mio post "Trilioni di negri")

mercoledì 23 settembre 2009

Lost in translation /2

La mia professoressa di Inglese 2, ai tempi in cui imparavo faticosamente l'idioma nei corsi serali di Scienze Politiche, spiegava che per la prova d'esame (traduzione dall'inglese all'italiano) avrebbe messo a disposizione il vocabolario, ma d'italiano!
Qualche tempo dopo ho cominciato a capire il perché, leggendo certe castronerie scritte da persone che magari l'inglese lo sapevano comprendere meglio di me, ma dimostravano di avere una conoscenza pari a zero della propria lingua madre, e di conseguenza non riuscivano a esprimere i più banali concetti del testo straniero.

Il problema certo non tange i traduttori di West Wing: un gruppo di elboniani che non conoscendo né la lingua di partenza né quella di arrivo hanno sparato una ridda di parole a caso, e per puro culo sono riusciti a dar loro un senso compiuto.
Certo, il loro capocapanna sarà stato contento quando, arrancando nella mota, il drudo di turno gli avrà portato la traduzione di S02E16 (Somebody's going to Emergency, Somebody's going to Jail) facendogli notare, tronfio, di non essere caduto nel tranello del falso amico pardon, che un linguista meno scaltro avrebbe impropriamente trasformato in perdono, no!
Il bravo Elboniano*, andatosi a prendere un vocabolario e confrontatosi con il lontano cugino ***, l'assessore trezzanese di cui abbiamo parlato qualche tempo fa, ha pensato bene di usare il termine "indulto".
Ora, lo sanno anche i sassi che i Re concedono le grazie, e che tale privilegio sovrano spetta nelle repubbliche ai Presidenti. Ma senza voler andare così lontano, converrete che, d'istinto, il primo sostantivo che viene in mente a un qualsiasi cretino, con riferimento all'atto del graziare qualcuno è "grazia", non certo "amnistia" né "indulto". Bisogna quindi pensarci su con molta attenzione, per sbagliarsi.
Si vede che una volta deciso di sbagliarsi, l'Elboniano si è detto: -"fatto 30, facciamo 31", e quindi dei due termini rimanenti ha scelto "indulto". Che non ha il minimo senso, dato che il graziando, nella finzione del telefilm, era morto una cinquantina d'anni addietro, e quindi in galera non poteva più starci, per evidenti ragioni. Fosse stato italiano, il traduttore avrebbe saputo dalle reminiscenze di educazione civica delle elementari che l'indulto estingue la pena mentre l'amnistia estingue il reato; e che ad un morto l'estinguere la pena non può servire a una fava, a differenza dell'estinzione del reato, che smacchia l'onta della condanna. Ma l'elboniano no, testardo, ha deciso di far l'Elboniano fino in fondo.

Qualche tempo prima suo cognato era stato incaricato di tradurre S01E20 (Mandatory Minimum): letteralmente "minimo obbligatorio". Il cognato, furbo anch'esso come un cervo, si dev'essere messo nei panni del poco smaliziato spettatore italiano quarantenne, nel quale la parola "minimo" nuda e cruda avrebbe evocato la vite zigrinata di regolazione del carburatore del Ciao (del Garelli quattro marce per i più abbienti): e ha deciso di specificargli di che cosa si stesse trattando rititolando "il minimo della pena".
E così, in tutto l'episodio sentiamo dire che applicare "il minimo della pena" per i consumatori di crack è razzista perché la maggior parte di essi sono neri, mentre i consumatori di cocaina sono bianchi.
E io stavo lì ad arrovellarmi: perché il presidente di WW, per chi non lo sapesse, non è mica abbronzato: né lo è alcun membro dello staff: e allora di che diavolo di razzismo stiamo a parlare, se si parla di applicare il minimo della pena alla droga consumata dai neri e non a quella consumata dai bianchi?
Fortunatamente in rete si trovano le trascrizioni delle puntate, e così vengo a scoprire che nel testo in realtà si parlava di pena minima obbligatoria, non di minimo della pena: che sono espressioni che sembrano simili solo ad un evisceratore di polli al termine di una dura giornata di lavoro**.
Vale comunque la pena, tutto ciò: perché finisce che alcune puntate me le vedo due volte: la prima senza capire una mazza, e la seconda capendola.

* trattasi di maiuscola da superfetazione, casomai qualcuno volesse eccepire
** se non avete idea di come sia la giornata di lavoro di un evisceratore di polli, non avete idea di cosa sia un lavoro duro

Teniamo la destra!

Conoscete tutti la colonna di destra di Repubblica e sapete tutti quali nefandezze e corbellerie si nascondano tra un paio di tette e un paio di chiappe.
Oggi, invece, c'à anche una piccola perla: un articolo sul Negroni, che spiega che nel medesimo ci vuole il Carpano.
Oramai dovunque i barman ci sbattono dentro il Martini Rosso che, passatemi il lieve eufemismo, dà al Negroni uno spiccato retrogusto di topo morto. E ciò è un problema, ma non insormontabile, se solo potessi chiedere di fartelo come si deve e non come i giovinastri pensano che vada fatto.
Il problema vero è il 95% dei barman pensano che Carpano sia una marca di biciclette, o frigoriferi; e se pronunci la locuzione "Punt e Mes" ti guardano con compassione, e chiedono se ce la fai a tornare alla Baggina a piedi, o vuoi che ti chiamino un tassì.

Pane al pane

Ho sfogliato il PDF del primo numero del Fatto (che nel caso potete scaricare qui, dato che il server del giornale è impallato).
Posso quindi esprimere il mio giudizio, e dichiarare che non condivido l'opinione di Gatto Nero, secondo cui il Fatto sarebbe il corrispettivo di sinistra di Libero.

No, il Fatto è ben peggio di Libero. Nei contenuti, nella grafica, nella petulante faziosità; che sempre faziosità è, anche quando sta dalla parte giusta (ove, peraltro, il Fatto non sta neppure, tutto preso dai propri travagli interiori).

A Cesare qual che è di Cesare

La linea di Bersani:
Le primarie per l’elezione del segretario nazionale richiedono nuove regole ispirate a due criteri: non devono trasformarsi in un plebiscito e non possono essere distorte da altre forze politiche.
Quella che a Gilioli e a Civati sembra una sconcezza, a me sembra una banale manifestazione di buon senso.

Quindici fermate

Visto che nei giorni scorsi ho parlato di West Wing, tanto vale che racconti come ho conosciuto la fortunata serie.
Diciamo anzitutto che tra tutti i mille problemi che i traduttori italiani le hanno creato, la scelta del titolo riveste un'importanza non secondaria. West Wing - tutti gli uomini del Presidente fa schifo, puramente e semplicemente; ma non è questo il punto: è proprio che per le serie non ci faccio, come dire, una malattia. Certo, è un argomento che ho visto tornare a più riprese nelle chiacchiere in rete, e quasi sempre in toni elogiativi, ma ciò non è bastato a farmene interessare.

Io abito a un paio di centinaia di passi dalla Baggina, storica e benemerita istituzione milanese fondata nei tempi in cui Giorgio Washington era ancora un suddito di Sua Maestà Britannica Re Giorgio III, e il secondo articolo della Costituzione degli Stati Uniti ancora nella penna di Madison. Un ulteriore paio di centinaia di passi più in là abitava una storica e benemerita esponente della blogosfera italiana la quale, a seguito dell'impacchettamento della casa e di tutta una serie di motivi ampiamente descritti sui suoi blog, ha recentemente deciso di cambiare aria, rendendo tutti i lettori partecipi delle sue vicissitudini (dico questo solo per chiarire che non sto certo rivelando chissà quale segreto!)
Alla fine Aurelia (useremo un nome di fantasia, per rendere del tutto impossibile al lettore il capire a chi ci riferiamo) ha trovato casa: come ovvio non ne conosco l'indirizzo, ma ho capito che la nuova abitazione si trova a una quindicina di fermate circa del metrò rispetto alla precedente.
Ora, quindici fermate possono sembrare un'inezia per chi ogni giorno si fa trenta chilometri di macchina o magari un'ora di treno per andare al lavoro; e così trasferirsi in un altro quartiere appare persino banale, per chi vive in questo grande mondo globalizzato di manager che si svegliano a Mosca, pranzano a Londra e vanno a teatro la sera a New York.
Sta di fatto che i milanesi, che pur si vantano d'essere i più metropolitani tra gli italiani, hanno in realtà un fondo di provincialismo duro a togliersi come la crosta di un arrosto attaccato alla casseruola.
Io, per dire, piuttosto che spostarmi dal mio quartiere per l'Isola, Città Studi o Niguarda, preferirei abitare a Lione, a Saragozza o a Düsseldorf (e notate che non ho detto Parigi, Madrid o Berlino, ché: -"bella forza", mi avreste risposto!)
Mia sorella, per dire ancor più, ha vissuto in Oregon, a San Diego e a Lecce: ma quando si è trattato di tornare a Milano ha preso casa in via Forze Armate, pur lavorando ad Agrate: e se andate su Google Maps capirete che non sembra un'idea furbissima, a prima vista. Il mio più caro amico ha abitato in Mongolia per un paio d'annetti, ma non riusciva a sopportare quei tre-quattro anni che ha dovuto trascorrere dalle parti di piazzale Loreto.
Non so se Aurelia condivida questo modo di sentire: magari le liquiderebbe come sciocchezze, dato che forse il modo di pensare mio e dei miei amici è vecchio e sorpassato. Tuttavia, non foss'altro per il gran parlare che ella aveva fatto del suo trasloco, e per la vicinanza che si crea d'istinto con persone di cui si sa vita morte e miracoli pur non avendole mai viste di persona, non potevo non soffermarmi a pensare a quel trasferimento con un velato senso di compassione, nel senso squisitamente etimologico del termine, quel paio di volte che nelle mie passeggiate serali d'agosto passavo sotto quella casa tutta imbacuccata e ormai vuota.
E' così che un giorno su FF vedo comparire questa riga: "casa è dove risuona, enfin, la sigla di West Wing"; e mi dico: accipicchia, se la sigla di questa trasmissione è capace di far sentire a casa chi è andato ad abitare dall'altra parte del mondo conosciuto, a quindici fermate di metrò, tra i leoni, insomma; allora dev'esserci proprio qualcosa di buono.
E quindi sono arrivato a casa, ho preso il Mulo e ho iniziato a farlo lavorare un po'; e così adesso ho finito la seconda serie, e mi accingo alla terza.

martedì 22 settembre 2009

Note to self: no more dubbed movies!

Premessa:
Chi frequenta da un po' queste paginette sa bene di avervi letto ben pochi termini inglesi, inseriti nel discorso solo nei casi in cui non se ne poteva proprio fare a meno, per inesistenza o manifesta inferiorità del corrispondente termine italiano (provateci, voi, a tradurre directory con raccolta ordinata di archivi elettronici senza farvi ridere dietro! e non provateci, invece, a dire direttorio, che di Direttorio io ne conosco solo uno.)
La mia idiosincrasia verso l'inutile uso di prestiti e calchi (definizioni per la decodifica delle quali vi rimando all'ottima Licia Corbolante) è nota; e ancor più quella verso la supina introduzione nel lessico di parole inglesi che vengono sfruttate per mera pigrizia intellettuale da chi voglia esprimere un concetto scopiazzato altrove, o addirittura da colui che voglia aderire a un modello stilistico ritenuto vincente in ambito professionale.
Come scrivevo in un post di qualche tempo fa, è per me una sorta di punto d'onore scrivere in italiano, anche qualora i tecnicismi della materia potrebbero rendere più facile l'importazione di terminologia inglese: e potete ben capire quanto inglese si possa sentire in una banca d'affari!
Non è però che tale mio atteggiamento sia dettato da una presunzione di superiorità dell'italiano sull'inglese: mi indigno infatti allo stesso modo quando coloro stessi che non esitano a scrivere deal al posto di accordo e loan al posto di finanziamento, tutto d'un tratto diventano più nazionalisti di Starace, e ti piazzano un bancarotta in luogo dell'inglese bankruptcy: traduzione che non solo è profondamente sbagliata, se si sta parlando di un Chapter 11 americano, in quanto la parola italiana indica un reato, ma di cui non si sentiva minimamente il bisogno e che appare anzi ridicola quando esce dalla penna del medesimo imbrattacarte che poco prima non si è peritato di scrivere stakeholders, e oltretutto per indicare gli azionisti!


Fatta questa lunga premessa, potete ben capire come io sia tutt'altro che pregiudizialmente contrario al tradurre il più possibile dei termini inglesi quando si doppia un film: e tradurli nel vero senso della parola, che non significa scimmiottare.
I traduttori della versione italiana di West Wing tutto ciò non l'hanno minimamente capito, e hanno fatto un tale scempio di una splendida serie televisiva: così piena di qualità da riuscire, nonostante il disastro del loro lavoro, a meritare comunque di essere vista.
Certo, direte, potresti guardartela in inglese: sfortunatamente la mia conoscenza di tale lingua, che pur mi consente di leggere la sceneggiatura, non mi permette di capire una sola parola di tutto ciò che si dice, e i sottotiloli non rappresentano una soluzione dal momento che gli attori parlano con la velocità del fulmine. Mi tocca quindi la versione italiana, e i travasi di bile che essa comporta.
Un esempio, su tutti. Quasi in ogni episodio qualcuno presenta a qualcun altro Leo McGarry come "capo del personale" della Casa Bianca. Chiunque abbia mai lavorato -e ciò spiega perché i traduttori della serie ne siano ignari- sa che un capo del personale è colui che seleziona, assume e licenzia gli impiegati, ne cura le retribuzioni, i rapporti sindacali, segue i procedimenti disciplinari e via discorrendo. E' un ruolo di responsabilità, ma non ha nulla a che vedere con il potere vero.
Leo McGarry è il Chief of Staff: il che vuol dire che è il capo dello Staff, cioè dell'insieme delle persone che formano la più immediata e stretta cerchia dei consiglieri del Presidente. E', insomma, quello che comanda alla Casa Bianca, e certo non si occuperà delle retribuzioni e dei sindacati, la cui gestione lascerà a... un capo del personale!
Cos'avrei fatto io se fossi stato il traduttore? Avrei valutato anzitutto come si chiama in Italia l'analogo del Chief of Staff, scoprendo che esistono il Segretario Generale alla Presidenza della Repubblica e il Segretario Generale alla Presidenza del Consiglio: e avrei chiamato McGarry Segretario Generale, senza alcun dubbio.
Certo, si sarebbe perso quel "capo" che può impressionare il pubblico di Buona Domenica. Ma, obiettivamente: credete davvero che il pubblico di West Wing, una delle serie più carente di gnocca nella storia della televisione, sia lo stesso di Buona Domenica? L'attrattiva di West Wing sono i meccanismi del potere e l'applicazione dei principi montesquiviani: il suo pubblico non si sarebbe impressionato a non sentire un termine "capo" per designare il Capo: avrebbe accettato "segretario", e l'aggettivo "generale" l'avrebbe convinto, in caso di dubbio, che con tale appellativo non si volesse indicare il capo dei dattilografi.
Non andava ancora bene? Si voleva proprio lasciare il termine "capo"? Allora si poteva andare su Wikipedia, che traduce Chief of Staff con Capo di Gabinetto. Si tratta di una traduzione buona ma non eccellente, perché il termine evoca perfettamente il ruolo della carica per l'ascoltatore italiano (salvo per il pubblico di Buona Domenica, al quale Gabinetto evoca il gabinetto), ma pone poi il problema dell'esistenza, nel sistema di governo degli USA, di un Cabinet che è tutt'altra cosa rispetto allo Staff, e del quale il capo dello Staff non è minimamente capo. Né il Cabinet è il nostro Governo, dal momento che il Governo negli USA è incarnato nel Presidente, che delega al Cabinet che risponde a lui solo.
Pericoloso, quindi, quel "Capo di Gabinetto", e fuorviante. Che fare, allora?
Ma, buon Dio, perché diavolo non lasciare "Capo dello Staff"? Certo, Staff non è una parola italiana, ma di tutte le castronerie inglesi che si sentono, staff è una di quelle che è entrata nell'uso più quotidiano; al punto che chi si rifiutasse di dire "staff" in nome della purezza della lingua non potrebbe certo adoperare il termine "computer", che dovrebbe sostituire con "elaboratore elettronico".
In conclusione: dato che in West Wing i computer vengono correntemente chiamati "computer", allora Leo McGarry avrebbe dovuto essere chiamato Capo dello Staff, se non addirittura Segretario Generale.

lunedì 21 settembre 2009

Filibustiere

Se c'è un inferno dei doppiatori, coloro che hanno partecipato allo scempio di West Wing meritano di finire nella Giudecca.
E colui che in 2x17 ha osato tradurre «filibuster» con «filibustiere» è, egli sì, un filibustiere.

Update: e «bipartisan» con «bipartitico»

The times they are a-changin'

Apprendo da un post che parla di molto altro - e vorrei dire che l'apprendo con una certa sorpresa ma, ahimé, oramai non mi sorprendo più di nulla - che adesso al liceo i voti vengono scritti anche sul libretto, quello che ai miei tempi serviva solo per le giustificazioni delle assenze.
Al liceo, non alle elementari: ed è questo che, se vogliamo, mi sorprende, dacché a mio figlio, che fa le elementari, i voti vengono dati sui quaderni e non sul libretto.
Un anno fa frequentavo con una certa assiduità una signora che insegnava in un liceo: ed ho vissuto anche una stagione di scrutini, comprensibilmente faticosi dacché la sventurata aveva ben 18 classi da scrutinare*.
Fu in quell'occasione che scoprii che adesso quando un giovine prende un'insufficienza o addirittura viene bocciato, la scuola non si limita ad affiggere la condanna sul tabellone, appeso oltre i vetri dell'ingresso, ma fa precedere la ferale notizia con una raccomandata alla famiglia.
Ciò, mi è stato riferito, non tanto al fine di assicurare che i congiunti abbiano debita conoscenza delle carenze cognitive del pupillo, e possano quindi disporre gli idonei strumenti correttivi**, bensì -e questa è grossa, se mi passate la citazione colta- per evitare che lo studente poco diligente si abbandoni a gesti sconsiderati.
Chi ha lavorato un paio di settimane in organizzazione capisce bene (e il sottoscritto capisce meglio, avendovi lavorato cento volte tanto) che il vero motivo di queste cautele non è quello di evitare gesti sconsiderati, bensì di pararsi il culo (se mi consentite un'ulteriore citazione) casomai il poco atto dovesse uscir di senno. Detto meno in cifra: la scuola manda una raccomandata ai genitori, poi se il bocciato si butta nel fiume, non sono fatti suoi (della scuola) ma suoi (del minorato).
Quando io sentivo dir queste cose, mi indignavo, ritenendo che questo modo di tutelarsi infingardamente fosse indegno dell'istituzione scolastica: un'istituzione fatta per responsabilizzare e far diventar grandi, prima che per insegnare nozioni: e quindi destinata a perdere credibilità e persino ragion d'essere nel momento stesso in cui dovesse abdicare a tale mandatomissione.
Già, perché il far divenire adulti (cittadini!) è una missione: non del singolo insegnante, badate bene: perché questi (come pure insegna Scorfano, che mai ringrazieremo abbastanza per quanto ci apre gli occhi) è un lavoratore: certo sottopagato ma lavoratore, e non missionario: perché insegna per pagarsi l'affitto, il pane e anche qualche divertimento; e a cui insegnare magari piace, ma prima che al piacere deve pensare alla propria vita.
La scuola (la Scuola!), intesa come istituzione, esiste solo al fine di far diventar grandi: di trasformare bambini balbettanti in cittadini di una società complessa. Questo per la Scuola è una missione: la ragione stessa del suo esistere. Svicolare da questa missione è un crimine: perché significa venir meno alla promessa fatta dallo Stato ai propri cittadini che ripongono fiducia nell'istituzione.
Io credo, dunque, che sia un crimine mandare a casa delle lettere che annunciano la bocciatura o l'esame a settembre, per due motivi: anzitutto perché queste lettere sono la prova provata che la scuola rinuncia a perseguire la propria missione, rinuncia a fare di un liceale un adulto, e getta la palla dall'altra parte della rete, dicendo alle famiglie "arrangiatevi: l'avete fatto voi il cretino, gestitevelo". La scuola, con queste lettere, mette nero su bianco che è tutto uno scherzo, che neppure essa stessa crede davvero di poter fare ciò per cui è nata.
E, allo stesso tempo, impedisce all'adolescente, che magari per la prima volta nella vita si trova di fronte ad un problema serio (quello di parlare alla sua famiglia di un proprio fallimento), di affrontarlo con le sue forze, studiando il modo e i tempi e cercandone di uscire con le ossa un po' meno rotte.
Una scuola che si convince di non saper neppure insegnare a un quattordicenne ad affrontare le proprie responsabilità, e gli impedisce di farlo, merita che i quattordicenni la coprano di insulti. Se poi la stessa scuola agisce così perché ritiene doveroso pararsi il culo dato che "non si sa mai", legittima perciostesso qualunque subdolo trucchetto, dal fogliettino nascosto per l'esame di maturità fino alla corruzione della commissione giudicante.

Queste sono le cose che ritenevo quando mi venive detto che si spedivano le lettere prima di far uscire i quadri. Avete idea di come mi senta adesso, dopo aver letto il post di stamane e aver appreso che neppure si crede che i ragazzi sappiano dire in famiglia "ho preso cinque all'interrogazione"?

* coloro che sanno di cose di scuola potranno stupirsi a loro volta per il fatto che io avessi una frequentazione notturna con una signora che aveva 18 classi a cui insegnare: questo potrebbe aiutare nel perfezionamento della voce "gesuita" su wikipedia
** bastone, o incatenamento al calorifero, secondo stagione

venerdì 18 settembre 2009

Buono per incartare il pesce

Un articolo su Repubblica, oggi:
Un gruppo su Facebook di persone che "esultano per la morte dei militari italiani a Kabul". E' nato ieri sera, fondato da una sedicente ragazza bionda (foto probabilmente falsa) che si fa chiamare Sofia B. Questa mattina è già stato rimosso e cancellato dagli amministratori del social network con la seguente spiegazione: "Questo messaggio presentava contenuti che sono stati rimossi o resi invisibili in base alle impostazioni sulla privacy". Al suo posto ci sono quattro altri gruppi con circa cinquecento adesioni complessive che ne chiedono l'immediata eliminazione.

Ma davvero alcune persone possono essere così folli da esultare per la strage di Kabul? Il mistero, per ora, resta. Gli esperti di Facebook dicono che tutte le ipotesi sono valide: dall'estremismo politico (ma il linguaggio non sembrava quello tipico di questi settori), alla provocazione volta a suscitare reazioni giustamente inferocite e a far agire la censura di Facebook, alla goliardata cretina.
149 parole, di cui solo le ultime due hanno un qualche senso. Un rapporto segnale/rumore pari a 0,0136 e rotti.

Disfattismo



- Quand'è così, - riprese il frate, - il mio debole parere sarebbe che non vi fossero né sfide, né portatori, né bastonate.
I commensali si guardarono l'un con l'altro maravigliati.
- Oh questa è grossa! - disse il conte Attilio.
 

Alle corde


Ieri sera mi sono visto Ballarò. So che sto vedendo troppa TV, di questi tempi, ma ci sono validi motivi: un po' l'interesse, perché Floris riesce sempre a tirar fuori qualcosa che vale la pena di ascoltare; un po' per par condicio, avendo assistito al monodialogo tra Vespa e Berlusconi; un po' con la segreta speranza che l'indice di ascolto della coppia Floris Bersani potesse far polpette del mezzo flop di martedì tra il giornalista-insetto e il PresConsMin (e aspettiamo quindi con un filo di speranza i dati che saranno diffusi in mattinata!)
C'era poi l'appuntamento ormai consueto su FriendFeed, che si è svolto sotto un post di Guia Soncini e che ci ha consentito di trascorrere in letizia quelle due orette.
Non che ci fossero molti altri motivi di letizia, beninteso: perché colui che oggi appare il favorito per il ruolo di futuro capo dell'opposizione è apparso bolso, stanco, confuso.
Capisco bene che uno possa aver trascorso una nottataccia: magari un incontro erotico, cui non è abituato a differenza d'altri; magari una banale gastrite. O la fatica di una giornata pesante; forse anche un paio di lineette di febbre. Sta di fatto che il Pierluigi ha fatto una magra figura: si impappinava, ciafagnava come colui che abbia indulto nei piaceri della tavola e soprattutto del fiasco, inanellava talora un'infilata di frasi fatte talché, dirimpetto a Tremoni, i due sembravano una rappresentazione off di Bouvard e Pécuchet, ma meno simpatici.
Insomma: c'erano dei momenti in cui, se Liliana mi scusa il francesismo, non si capiva un beato cazzo di ciò che voleva dire.
Speriamo si sia trattato solo di un'inciampo: perché son tempi da brividi nella schiena.

 

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