domenica 21 settembre 2008

Un febbrone

È accaduto più d'una volta a personaggi di ben più alto affare che W.V., di trovarsi in frangenti così fastidiosi, in tanta incertezza di partiti, che parve loro un ottimo ripiego mettersi a letto con la febbre o fare una gita all'estero. Questo ripiego, egli non lo dovette andare a cercare, perché gli si offerse da sé.

No, non mi stavo riferendo all'autore di Times New Roman 18 interlinea 2,5 (grazie a Cabaret Bisanzio). Questa è roba classica


Alitalia sorge ancora /4

Come avevo già in precedenza detto, la lettura del bilancio Alitalia mi ha offerto una ricca serie di spunti interessanti.
Ripeto le doverose premesse, vale a dire che io non sono un analista di bilancio, che non sono un tecnico del settore e che il documento in questione è di enorme lunghezza e complicazione. Sono anche di parte, per quanto mi sforzi di essere obiettivo, e mi muovo in un campo dove potrei facilmente prendere cantonate, a differenza dei precedenti post che sono il mio pane quotidiano.
L'analisi -se di analisi si può parlare- viene fatta sul bilancio di chiusura al 31 dicembre 2007, e non comprende quindi i successivi eventi; si riferisce all'intero Gruppo Alitalia (bilancio consolidato)
Ciò detto, vediamo il documento, di cui è anche disponibile una versione di sintesi per gli analisti (con numeri peraltro marginalmente differenti).
Nel 2007 Alitalia ha ricavato 4.847 milioni, di cui 4.354 mil. da traffico e 492 mil. da altri ricavi operativi (la somma non quadra per effetto degli arrotondamenti: io per semplicità tronco tutto). Nello stesso periodo ha speso 5.157 milioni, e quindi ha perso 310 milioni.
Gli oneri finanziari (il peso dell'enorme debito) non sono compresi nei costi operativi: si calcolano dopo ed ammontano a 154 milioni. Con qualche altra minima spesuccia questo fa sì che la perdita complessiva, prima delle imposte, sia pari a 469 milioni.
La prima cosa che emerge è che gli oneri finanziari (gli interessi, insomma) non sono poi 'sto granché. Ed in effetti il debito è tutt'altro che enorme, come poi vedremo. Di solito le difficoltà per un'azienda iniziano quando si sono fatti tanti debiti, le cose non sono andate come ci si aspettava, e ci si trova a dover pagare gli interessi che si mangiano tutto l'utile: ma qui gli interessi sono ben poca cosa: il problema è a monte, dato che il bilancio è in perdita prima ancora di sottrarre gli interessi.
"Bella forza: con quella massa di fannulloni strapagati!", sento già dire. Bé, verifichiamolo.
I 5.157 milioni di spese correnti sono così composti:
- 1.090 milioni di spese per materie prime e di consumo;
- 2.695 milioni per servizi;
- 0.852 milioni per il personale;
- 0.387 milioni per ammortamenti;
- 0.132 milioni per altre spese operative.
Ohibò! 852 milioni per il personale non sembrano poi tantissimi. Considerato che la perdita (senza gli interessi) ammonta a 310 milioni, se si volesse tornare in pareggio solo tagliando i salari, bisognerebbe limarne un bel 40%.
Venendo a leggere più in dettaglio, emerge che:
- i 1.090 mil. di materie prime sono quasi totalmente spese per il carburante;
- i 2.695 mil. per servizi comprendono:
--- Spese di vendita 577;
--- Spese di traffico e scalo 969;
--- Manutenzione e revisione flotta 416;
--- Altre prestazioni 422;
--- Noleggi, leasing, locazioni e fitti 309.
E' chiaro che, per volare, ci vogliono la benzina, gli aeroporti e compagnia cantante. Ci vogliono anche piloti e assistenti di volo, del resto! E magari già qui qualcosa si potrebbe risicare senza tagliare sempre e solo posti e salari.
Anche perché gli 852 milioni per il personale, depurati del curtailment (voi non volete veramente sapere cos'è) e degli incentivi all'esodo (buonuscite per licenziarsi) si riducono a 811 milioni. Che sono il 15,7% delle spese complessive, mica il 40%.
A proposito di forza lavoro: sapete quanti sono i dipendenti? 11.172 al 31/12/2007, non 20.000 come dicono quasi tutti. Facendo loro un po' di conti in tasca, e tenendo presente che il 33% del costo va in previdenza, sembrerebbe rimanere una retribuzione media lorda di 48.000 euri a testa, ma in effetti è assai meno perché bisogna togliere tutte le spese per rimborsi, diarie etc.: purtroppo il bilancio non dettaglia meglio, ma alla fine si spiega bene come una hostess con 15 anni di anzianità possa prendere un 1.700 euri netti.
Vogliamo fare un giochino? Andiamo a vedere il bilancio di Lufthansa: 5.428 mil. di spese per personale su 22.420 mil. di fatturato: il 24,5%. Air France: 7.018/24.114: il 29,1%; British Airways: 2.166/8.753 (GBP): il 24,7%.
Alitalia: 811/4.847, pari al 16,7%!
EasyJet: 204/1.797, pari all'11,3%; Ryanair: 285/2713, pari al 10,5%.
Se tanto mi dà tanto, Colannino e Co. puntano a fare di Alitalia una compagnia low-cost!
Il bello è che questi dati sono anche falsati. Io infatti, per pigrizia e anche perché le spese generali sono meno confrontabili da compagnia a compagnia in quanto diversamente rappresentate in bilancio, ho usato come denominatore il fatturato. Ma sappiamo bene che tutte le compagnie che abbiamo citato, tranne una, sono in utile. Se prendiamo il fatturato di Alitalia e lo aumentiamo di 600 milioni, per arrivare a chiudere con un risicato utile, il rapporto costo del lavoro/fatturato si riduce a 14,8%.
Intendiamoci: non c'è nulla di male in una compagnia low-cost, ma non possiamo pensare che alitalia possa diventarlo. E questo per il semplice fatto che il guadagno del low-cost viene fatto non tagliando le spese del personale (invero anche su quello), bensì stressando il più possibile il fatturato.
Vedremo come.

(continua)

sabato 20 settembre 2008

Interludio

Io non sono pregiudizialmente contrario al giornalismo. O non lo ero.

Per quanto riguarda Alitalia, né io né alcun altro mio parente fino al sesto grado vi lavora o ha rapporti di alcun tipo con essa.  Il mio datore di lavoro non avanza soldi da Alitalia. Non ho nemmeno la tessera millemiglia.

Ieri sera, scorso il bilancio, mi sono detto che scrivere un articoletto sui numeri della compagnia era una fatica di cui non valeva la pena; e pensavo di piantarla lì.

Poi stamane sono uscito a comprare le briosce (detto alla Ranzani), ho acquistato la Repubblica (che compro solo durante i week-end, per indignarmi) e ho visto le due pagine su Alitalia.

Informazioni e numeri in piena libertà. Una colonna di cifre presentate senza una chiave di lettura, e soprattutto di cifre sbagliate. Non perché i numeri siano stati trascritti errati , ma proprio perché quei numeri non servono a nulla, se non a riempire una colonna e giustificare la cattiva coscienza del redattore.

E' come pubblicare la fotografia di una camera a bolle: ci sarà anche il bosone di Higgs, lì dentro: ma se non sei un fisico nucleare è solo una serie di curve più o meno gradevoli da vedere.

Già, ma il bosone è una cosa sulla quale non siamo chiamati ad assumere un'opinione: non sposta voti, non ci costa in tasse.  Mentre su Alitalia ci si è giocata una campagna elettorale e si è, almeno in parte, decisa la sorte di cinque anni della nostra vita.

E' per questo che sento il dovere, un dovere civico, di surrogarmi al cattivo giornalismo e dare un'interpretazione di quei numeri che ho letto, anche se ci vorrà un po' di tempo, perché, a differenza del giornalista che è pagato per farlo, io devo utilizzare il mio tempo libero, e ho anche una spesa da fare, una gita in bici con mio figlio e un aperitivo da bere.


Alitalia divaga ancora

Considerate le espressioni di stima ricevute, di cui ringrazio, oggi avevo pensato la quarta puntata della serie Alitalia: quella sui creditori.  Me la sono costruita mentalmente, poi mi sono andato a prendere il bilancio per verificare quanto avevo intenzione di scrivere.

Ho visto che le cose non stanno come pensavo: quindi prima di dare interpretazioni erronee ci devo pensare bene sopra; e non è neppur detto nemmeno che abbia le capacità e la determinazione per affrontare il compito.  Del resto il bilancio di Alitalia è, come potete immaginare, un documento estremamente complesso, data anche la particolare operatività internazionale: senza una conoscenza approfondita dei principi IAS non ci capireste niente, come forse non ci capirò molto io, che non sono un analista bensì un legale.

Intendiamoci. Non sto dicendo che ci siano sotto chissà quali misteri: semplicemente i numeri non sono come pensavo.  E tale notizia non inficia quanto detto nelle puntate precedenti, dato che lì si facevano considerazioni strutturali di natura legale, mentre qui ragioniamo di parametri patrimoniali, economici e finanziari.

Però un ragionamento, o meglio una divagazione, si impone.

Ieri sera, vedendo al Tg le scene di esultanza dei dipendenti all'annuncio della trattativa con CAI e della prospettiva del fallimento, mi sono reso conto che solo io e pochi altri che fanno il mio mestiere potevano capire cosa stava succedendo: il grande pubblico non poteva averne idea, e stampa e televisioni non offrivano il minimo strumento interpretativo.

Ho sentito il bisogno di perdere qualche ora e ho buttato giù queste noterelle, che credo abbiano due qualità: sono abbastanza chiare (per quanto lo consente la materia) e sono abbastanza obiettive (per quanto vengano da uno di parte).  La chiarezza mi è stata riconosciuta anche da altri, dell'obiettività sono io l'unico giudice, ma me la auto-riconosco a cuor leggero: basti pensare che se avessi scritto quanto avevo in mente oggi, senza verificare i dati di bilancio, molto probabilmente nessuno se ne sarebbe accorto. E a riprova di ciò ho i miei log, dai quali risulta che solo un utente, da un'azienda meccanotessile sul Lago Maggiore, è andato a leggere il testo del famigerato decreto, mentre tutti gli altri si sono semplicemente fidati.

Io ci credo, che grazie al mio piccolo lavoro di una serata qualcuno dei miei lettori abbia capito meglio, e mi indigno perché non posso ammettere che una classe di professionisti dell'informazione, pagati per spiegare la realtà, non siano stati in grado di mettere insieme pochi concetti in un articoletto tecnico-divulgativo.  E' una materia complicata, certo, ma si può semplificarla senza banalizzare.  Considerato che non ho trovato -sui giornali normali, lasciamo perdere il Sole 24 Ore- un solo articolo che spiegasse il contenuto del decreto e tutto il seguito, mi domando se il motivo sia:

  • che nessun giornalista ci ha capito qualcosa (ma non ci sono dei consulenti per queste cose, nelle redazioni?)
  • che hanno capito ma hanno preferito non scendere in particolari (per non disturbare il manovratore? lo capirei dal Giornale; ma l'Unità o Liberazione?);
  • che hanno capito ma hanno ritenuto troppo tecnica la questione, e quindi di scarso interesse (o forse troppo difficile da spiegare).
  • Personalmente credo che la risposta giusta sia l'ultima: credo che la stampa italiana sia ormai talmente scaduta che non solo non si preoccupa del più banale degli adempimenti, vale a dire verificare quanto si scrive, ma addirittura non si curi più neppure del prodotto stesso, Non è più un problema di qualità scadente, insomma, ma proprio di offerta: si scrive per riempire le pagine (e per inserire tanti paginoni pubblicitari tra una notizia e l'altra).

    E' molto più facile descrivere le divise, i cori, persino le ansie dell'hostess con i figli a casa e 1.500 euro di paga base, piuttosto che spiegare perché diavolo quell'hostess sta lì, cosa la spinge ad applaudire la prospettiva del fallimento che per qualunque dipendente è il peggiore degli spettri.

    Qualcuno ci marcia anche: sono sicuro che Feltri vorrà far credere che i dipendenti vogliano trovarsi per strada al solo fine di prendere la cassa integrazione e fare il lavoro nero; ma per la maggior parte delle testate credo si tratti solo di pigrizia e sciatteria.


    venerdì 19 settembre 2008

    Alitalia sorge ancora /3

    Nelle scorse puntate abbiamo visto il quadro normativo di riferimento e la situazione all'apertura del tavolo delle trattative.

    Chiariamo subito una cosa: il sindacato deve fare sindacato, ovverossia tutelare gli interessi dei lavoratori: non del Paese o dei creditori.  E' chiaro che gli interessi dei lavoratori non devono andare contro quelli del Paese, ma il ruolo del sindacato è ben preciso, e non si può chiedergli di essere lui il baluardo dell'interesse pubblico.

    Ora, io personalmente ne ho visti tanti di fallimenti, e mai -ma proprio mai- ho visto i lavoratori applaudire alla notizia dell'intervenuto fallimento.  Immagino che qualcuno si sia chiesto come mai: molti saranno rimasti basiti e non saranno riusciti a comprendere.  In questa puntata cercheremo di scoprire il perché di quegli applausi; ma per ora tenete ben presente che gli applausi ci sono stati, e questo dovrebbe significare che i lavoratori l'accordo non lo volevano.

    E' doveroso un ulteriore inciso, per quanto ciò possa affaticare il lettore.  Su molta stampa si legge, oggi, che la CGIL non ha fatto altro che difendere gli interessi corporativi dei lavoratori: aggettivo che dovrebbe significare qui spregevoli, almeno credo.  Orbene, a parte il fatto che -lo ribadisco- quelli sono proprio gli interessi che devono essere difesi dal sindacato, vediamo un po' questa millantata corporatività.

    Con la lettera di ieri le sigle non firmatarie dichiaravano la loro disponibilità a:

    "sottoscrivere i tre contratti collettivi di lavoro applicati agli addetti di una delle Compagnie europee di riferimento (come ad esempio Lufthansa , AirFrance o Iberia) opportunamente decurtati nella parte economica"
    Ora, sarà anche corporativismo, ma quando dei sindacati dicono di essere pronti ad accettare i contratti della concorrenza meno qualcosa, mi pare che senso di responsabilità ne stiano dimostrando eccome.

    Torniamo a bomba, ora, e parliamo di questo famoso fallimento.  Il 29 agosto il Presidente del Consiglio con proprio decreto mette Alitalia in Amministrazione straordinaria.  Subito dopo, come per legge, il Tribunale di Roma dichiara lo stato di insolvenza.  Lo stato di insolvenza per un'impresa normale corrisponde al fallimento, mentre per le grandi imprese le leggi Prodi-Marzano prevedono una sorta di salvagente che consente loro di galleggiare sul pelo dell'acqua sulla base di un piano di risanamento.

    In pratica, con il fallimento arriva un curatore che ha l'unico scopo di vendere tutto e pagare i creditori; mentre con l'amministrazione straordinaria il commissario redige un piano di ristrutturazione per tentare di far uscire l'impresa dal guano: ci sono vari mezzi con cui può far ciò, ma qui entreremmo in dettagli troppo tecnici.  Grazie al decreto del 28/8, invece, il commissario può anche vendere pezzi.

    Ora, se la differenza tra fallimento e amministrazione straordinaria è che in un caso si vende e nell'altro si risana, una volta che si cambia la normativa per consentire la vendita di pezzi delle società in amministrazione straordinaria, siamo in un campo assai contiguo al fallimento.

    Con una differenza: che nel fallimento la vendita è fatta sotto il controllo di un giudice e mediante una gara.  Mentre nell'amministrazione straordinaria così modificata, la vendita viene fatta sotto il controllo del ministro dello sviluppo economico (Scajola, per chi non lo sapesse) a trattativa privata.

    Capito il giochino?  Alitalia è già fallita: è in stato di insolvenza, e il piano di risanamento non c'è.  I lavoratori, che lo sanno, a questo punto preferiscono che vengano posti in vendita i pezzi a gara, nella certezza che il boccone sia ancora appetibile e chi entrerà formulerà proposte contrattuali assai migliori di quelle di Colaninno e soci.

    Già, ma -dice la stampa- Fantozzi ha sentito air France, Lufthansa e British Airways, che si sono tirate indietro.  Quando le ha sentite? Il 16 settembre.  Cioé dopo tutto il puttanaio messo in piedi da CAI, governo e sindacati.

    Ora: ammettiamo che voi foste interessati a comperare una casa di vacanza al mare, tipo in Sardegna.  A un certo punto scoprite che in Sardegna è scoppiata la guerra civile, non si capisce più chi comanda, non ci sono i servizi essenziali e via discorrendo; che fate, vi fate avanti?  Io me ne starei a casa mia, aspetterei che la situazione si fosse chiarita e che torni la pace.  Non è che la casa non sia più interessante: è che è troppo rischioso comperarla.

    La situazione di Alitalia al momento è così: le compagnie straniere, quelle che potevano essere interessate, sono state tenute lontano, e chiamate all'ultimo momento quando nessuno, obiettivamente, riesce a dipanare il casino montato.  Hanno fatto due conti, e deciso che piuttosto che mettere le mani nel verminaio è meglio aspettare che gli italiani si sbranino tra loro e poi comprarsi il cadavere, magari a pezzi.

    Ma allora i lavoratori ce l'avranno nel fracco! E invece no: perché quello che rimane sarà pure un cadavere dal punto di vista del valore economico: ma è pur sempre un cadavere con aerei funzionanti, slot di volo e personale preparato.  Cioè una compagnia aerea alla quale basta cambiare nome e coordinate bancarie per essere messa in condizione di funzionare.  Una compagnia aerea senza debiti, perché chi compra compra i beni, non i debiti.

    Chi ce l'ha nel fracco, quindi? Presto detto: i creditori.  Nella prossima puntata (tra un po', però) vedremo chi sono, i creditori.

    (continua)


    Alitalia sorge ancora /2

    Nella precedente puntata abbiamo visto come e qualmente grazie all'azione del Governo il quadro di riferimento sia radicalmente mutato rispetto alla proposta che TPS aveva fatto a suo tempo. Rammentiamo che TPS aveva indetto una gara per vendere tutta Alitalia, mentre grazie al decreto del 28/8 ora si può vendere privatamente un pezzo scelto, al prezzo deciso da una Banca (d'intesa con il Governo, dico io maliziosamente).

    Si noti che vendere i pezzi migliori in sé non è il male assoluto: anzi, dal punto di vista dei lavoratori è la cosa migliore, tanto che è né più ne meno ciò che ha fatto il prof. Bondi con Parmalat. La differenza è che lui l'ha fatto stiracchiando le norme delle leggi Prodi - Marzano; ora Fantozzi lo può fare in un quadro normativo più chiaro e agevole. Certo, le leggi non possono creare ricchezza dal nulla, e difatti qualcuno ci deve perdere: nella vendita a pezzi chi ci perde sono i creditori, dato che una volta tirato fuori dagli attivi il pezzo buono a prezzo scontato, con quel che resta non ci si paga nulla. Ma ci torneremo.

    A questo punto la porcata non è ancora fatta, o perlomeno è fatta solo nei confronti dei creditori: ma ora viene il bello. Anche secondo il nuovo quadro normativo, la procedura dovrebbe prevedere la nomina di un advisor che individua un ramo d'azienda sano, ne stabilisce il prezzo giusto e trova un acquirente sul mercato per quel prezzo: sono cose che si possono far meglio, a trattativa privata, ma si tratta di una procedura tutt'altro che trasparente: quindi il prezzo e il contesto contrattuale deve essere rigidissimo.

    Se io vendo una macchina usata, ho tutto il diritto di definire il prezzo, trovare un compratore a quel prezzo e poi, prima di aver sottoscritto il contratto, trattare con lui se devo o meno lasciargli i tappetini e lo stereo. Ma se sono il concessionario, e ho concordato il prezzo con chi mi ha affidato la macchina da vendere, devo rimanere nei paletti che mi sono stati dati. Perché non sto vendendo una cosa mia, bensì una cosa di altri. Se il proprietario mi ha detto di smontare lo stereo e vendere la macchina a 1.000 euri, io posso trovare il primo tizio che passa e vendergliela a 1.000 euri. Ma se lascio dentro lo stereo, devo perlomeno sentire il proprietario, e comunque sbattermi per vedere se magari Caio, con lo stereo, sarebbe disposto a pagare 1.050 euri.

    Cosa fa invece il governo? Una volta fatto lo spezzatino, decide di vendere a chi vuole lui senza aver definito l'intero set di accessori. accessori che in questo caso si chiamano esuberi e condizioni contrattuali. Mette quindi in vendita il pacchetto offrendoo a un solo compratore e lasciandogli mano libera per trattare un margine ulteriore da portarsi a casa. Sarebbe ancora ancora stato ammissibile se il margine fosse consistito, chessò, in qualche impianto originariamente non previsto nel perimetro del ramo buono; ma qui invece il margine sono i lavoratori nei cui confronti l'unico compratore può dettare le condizioni contrattuali.

    E' in tale clima che i sindacati si siedono al tavolo. Ora facciamo un po' di istituzioni di diritto civile. Il contratto è l'incontro tra la volontà di due o più parti. La volontà, per essere tale, deve essere libera, altrimenti non è -per definizione- volontà. Esistono casi in cui un soggetto è obbligato a concludere il contratto (ad esempio, Trenitalia è obbligata a venderti il biglietto, anche se stai sulle palle al bigliettaio), ma in tali casi il contratto viene concluso nell'ambito di paletti ben definiti a priori: non è che io vado dal bigliettaio e tratto sul prezzo o chiedo di andare in prima al prezzo della seconda.

    Qui invece si prendono i sindacati e si dice loro: guardate, questo è l'unico compratore, vedetevela con lui ma dovete comunque firmare. E sti cazzi, dico io. L'unico compratore perché? Prima mi dimostri, che è l'unico compratore, poi posso anche cedere; ma se chi ho di fronte è l'unico compratore per scelta del governo che non ha cercato nessun altro compratore, be' la cosa è un tantino diversa.

    E questo perché potrebbe essere che un altro compratore, magari, offra ai lavoratori condizioni economiche migliori. Ma questo non lo si può sapere, se un altro compratore non lo si cerca nemmeno (scusate il tono didattico da prima elementare).

    I sindacati si siedono quindi al tavolo, si sentono fare delle proposte dure, e decidono. Chi decide di starci, chi di non starci. Francamente con tutto il bailamme che era sorto la volta precedente, ero abbastanza certo che nessuna sigla avrebbe potuto permettersi di dire di no: perché era chiaro che nell'opinione pubblica e nella stampa si sarebbe presa la responsabilità del fallimento di Alitalia: siamo un un mondo in cui l'informazione deve essere condensata in due righe, e io ci sto mettendo ore per buttare giù queste note documentandomi un minimo.

    In due righe non puoi far altro che dire "ALITALIA: BA, LUFTHANSA E AF DISPONIBILI MA SOLO CON CAI": che poi non è nemmen vero, se leggi tutta la dichiarazione.

    (continua)


    giovedì 18 settembre 2008

    Alitalia sorge ancora

    Vogliamo cercare di capire perché quanto accaduto oggi (il ritiro dell'offerta da parte di CAI) è una buona cosa per i dipendenti e per i contribuenti?  Bene, ma occhio che sarà una cosa lunga.

    Qualche mese fa c'era un'azienda (Alitalia) che aveva tanti debiti e tanti beni preziosi. Tutto sommato la parte buona valeva un po' più di quella cattiva.  Il Governo, padrone di Alitalia (o meglio, della sua maggior parte) decise di metterla in vendita, e organizzò una gara.  Molti parteciparono, ma Alitalia non stava messa benissimo, e così alla fine si ritirarono tutti tranne uno: un'azienda straniera (Air France).

    Air France guardò un po' i conti e offrì un bel po' di soldini, circa 800 milioni: però voleva licenziare un po' di persone e fare quel che voleva dei voli, chiudendo anche, in pratica, un importante aereoporto.

    Successero tre cose, insieme:

    1. i sindacati non furono contenti dei licenziamenti;
    2. il principale esponente del partito avverso a quello del designato successore del presidente del consiglio in carica (Berlusconi, insomma: forse a chiamare cose e persone con il loro nome siamo tutti più contenti, o almeno più chiari) disse che se avesse vinto le elezioni (cosa più che certa, allora) avrebbe mandato a rane Air France;
    3. il sindaco del paese natale del signore di cui al punto precedente, una signora del suo stesso medesimo partito, avviò tramite la SEA (di proprietà del suo comune) una causa contro Alitalia per 1 miliardo e briscola (1.250 milioni).

    A questo punto Air France si ritirò, e chi potrebbe darle torto? Voglio dire: stai comprando un'automobile usata, sei disposto a pagare 800 euri; dopodiché scopri che c'è il cambio che non funziona tanto bene e rischi di doverci mettere altri 1.250 euri di meccanico; quello del bar dell'angolo, che ha le chiavi, ti ha detto di non farti nemmeno vedere che ti mena, e i pistoni stessi non ti hanno in simpatia.  Che fai, compri? Ma sei proprio un coglione!

    Notate che di questa alata metafora, tutto quel che è rimasto sulla stampa è: "i pistoni non ti hanno in simpatia"; fuor di metafora, la colpa è sempre dei sindacati.

    A questo punto, che accade? Accade che Il Principale Esponente (Berlusconi) diventa presidente del consiglio, e ti fa due bei decreti.

    Il primo decreto è complicatissimo: stabilisce un quadro d'insieme, necessario per fare le porcate che poi andremo a spiegare; cerco di riassumere i punti principali.

    1. quando una grande società si trova in stato di crisi, può essere venduta a pezzettini (art.1 c.2);
    2. se la società eroga servizi pubblici essenziali, cosa vendere lo decide il governo (art.1 c.3);
    3. la vendita dei pezzi d'azienda si fa a trattativa privata, al prezzo deciso da una banca e senza applicare le normativa antitrust (art.1 c.10);
    4. queste vendite le autorizza il Ministro (Scajola!), non il giudice (art.1 c. 11)
    5. gli amministratori di Alitalia che hanno fatto azioni per le qualo potrebbero essere chiamati a pagare danni, sono salvi e non pagheranno nula (art. 3).

    Il successivo decreto è quello che il giorno dopo mette Alitalia in Amministrazione straordinaria.

    E' chiaro (no, non è chiaro per niente: se non masticate di queste cose dovete fidarvi di me, che ahimé ne mastico eccome) che la situazione è ora ben diversa.  Il commissario può vendere dei pezzettini, al prezzo che vuole il governo  la banca consulente e a chi vuole il governo lui; e quel che non si riesce a vendere, ciccia:rimane invenduto.  Air France, e tutti gli altri che avevano partecipato alla gara, dovevano comperarsi tutta Alitalia: i nuovi arrivati, senza gara, possono comprarsi il fior da fiore e lasciare sul banco la parte che puzza di morto.

    (continua)


    La mia tessera della CGIL

    Ero proprio convinto che stavolta sarebbe finita in brandelli, invece la tengo!

    Ne sapevo abbastanza

    Quando non tenevo questo blog e facevo il sindacalista, mi sono assai battuto -e ho vinto- perché i soldi del fondo pensione integrativo non potessero essere investiti nelle borse se non in minima parte (il 10%); e taluni colleghi al tavolo volevano arrivare oltre il 50%.

    Molto più di recente, ho suggerito a tutti coloro a cui potevo suggerirlo di non farsi fottere dalla riforma Maroni e di tenere i soldi della liquidazione presso l'INPS, perché avrebbe reso di più e anche perché in mancanza di scelta non si sarebbe potuti tornare indietro.

    Tutta la stampa (tranne il Manifesto e Liberazione) diceva che ero un deficiente. Ora il sito del Corrierone ha un lancio così:

    Tenete i soldi sotto il materasso. Colpa delle banche centrali. E non si vergognano di scriverlo, dopo aver preso per il culo milioni di poveretti che di mercati hanno diritto di non sapere nulla e si fidavano del proprio giornale e della televisione.

    E' anche per questo che ora io scrivo qui: oggi posso dire solo "io l'avevo detto"; un domani "io l'avevo scritto".


    Caratteri rubati all'agricoltura

    E' lo sport del giorno, bisogna giocare.

    Non ho alcuna stima per MCC, ma ha ragione lui (malgrado il suo inglese faccia cacare).

    VG non ha detto nulla di scandaloso; scandaloso è il modo in cui l'ha detto (e l'accento).

    L'amica di Sofri (il giovane) ha delle belle tette (anche se ri-tette).

    Facci è un po' stronzo, ma i Gormiti lo sono di più; e i creatori dei Gormiti pessimissimi (e fautori dell'ascesa del Cavaliere, così si torna a parlar di cose serie, và).


    mercoledì 17 settembre 2008

    Notizie che fanno bene

    Repubblica sta facendo un sondaggio che invita a indicare di chi sia la colpa della crisi dell'Alitalia.
    Per quel che può valere un sondaggio di questo tipo, senza controllo e proposto da un giornale che fu di sinistra (non che lo sia ancora, ma molti suoi lettori sì), i risultati sono incredibilmente confortanti, vista l'aria che che tira:

    (dati del 17/9, ore 14:37)
    Del governo in carica: 55%
    Del governo precedente 2%
    Dei sindacati 16%
    Dei lavoratori 5%
    Dei precedenti amministratori 20%
    Della cordata di imprenditori privati 1%
    Non so 1%

    In pratica: solo un lettore su cinque sarebbe cascato nella trappola mediatica per cui la colpa di tutto è di sindacati e lavoratori. Quasi nessuno (uno su 50) dà la colpa a Prodi, e il 55% pensa che la colpa si di Berlusconi (come, in effetti, è).

    Meretricio

    Delle volte (raramente in verità) rimpiango di non aver fatto l'avvocato, il che mi avrebbe consentito poi di passare una serena mezza età come giudice di pace.
    In tale qualità avrei avuto modo di giudicare sui ricorsi contro l'ordinanza 242 del Comune di Roma che (stando alla stampa, ché sul sito istituzionale non è ancora disponibile) recherebbe il divieto di:

    «assumere atteggiamenti e comportamenti e di indossare abbigliamenti, che manifestino inequivocabilmente l'intenzione di adescare o esercitare l'attività
    di meretricio»

    Tutto qui si gioca su quell'"e di": dacché se non ci fosse il "di", il comportamento punibile sarebbe costituito dal vestirsi da troia e stare la notte a fianco ad un fuoco roteando la borsetta; ma con quel "di" di troppo, il Comune di Roma vieta sia di stare accanto al fuocherello sia di vestirsi da troia.
    Vestirsi da troia, quindi, a Roma è vietato. Indipendentemente dal fatto che una troia lo sia: una può essere la persona più onesta e timorata di Dio che ci sia al mondo, ma se mostra le tette un po' troppo e fa intravvedere un pezzo di coscia (per non parlar del pelo!), allora si becca la multa.
    Pensate un po' a che popò di sfilata di personalità mi troverei davanti: chiunque avrà già pensato a quei due-tre nomi ministeriali che si fanno sempre in questi casi, e sarebbe troppo facile farli anche qui: ma anche l'opposizione sarebbe ben rappresentata.

    martedì 16 settembre 2008

    Manifesto

    Può sembrare idiota -e anzi certo lo è, tutto sommato- avviare un blog nel 2008, vale a dire quando ormai tenere un blog non è più una novità né una moda. So bene che difficilmente supererò il traguardo dei venti lettori e che la mia opinione non interessa a nessuno, se non forse a coloro che, legati a me da rapporti di amicizia, avrebbero quotidianamente la possibilità di ascoltarla dalla mia viva voce.

    Sgombriamo anzitutto il campo dal dubbio che desideri parlare di me: non ne ho la minima intenzione in quanto ho una vita tutto sommato banale, e soprattutto non ho i mezzi espressivi per raccontare quelle cose che mi succedono e che una come Stufa, ad esempio, riesce a rendere piccoli (o grandi) pezzi di poesia.

    Sono poi consapevole di non avere la possibilità di analizzare la realtà e intuire le verità che vi si nascondono che sono dimostrate quotidianamente da, chessò, un Leonardo o un Sofri (quello giovane, ché quello anziano è evidentemente inarrivabile). E non tanto perché mi ritenga molto meno intelligente di loro (lo sono, certo: ma non così tanto), quanto per mancanza di tempo (preso da un lavoro e da uno o più simulacri di famiglia che spesso mi assorbono) e soprattutto di determinazione e fiducia in me stesso e nell'utilità di ciò che faccio.

    Infine, non mi interessa particolarmente diventare né un VIB né un maverick della bloggosfera: ho già dato fin troppo con gli strumenti di comunicazione 1.0, scrivendo cose serie e cazzate, e sono rimasto sempre lo stesso pesce fuor d'acqua, in grado di trovare al limite qualche fidanzata, ma non una comunità.

    Sta di fatto che ho sentito il bisogno di mettere per iscritto i miei pensieri sulla nostra società, e renderli pubblici. Non mi interessa che qualcuno li legga, quanto che siano pubblici e che ne possa essere chiamato un giorno a rispondere. Perché questo? Due sono i motivi, e iniziano entrambi per crisi: la crisi della sinistra e la crisi dell'informazione.

    Crisi della sinistra è ciò che si è verificato dopo le ultime elezioni: una gran massa di persone (non un blocco, ma tanti singoli ciascuno con una propria testa e una propria idea del mondo) hanno perso rappresentanza politica. E fini qui si poteva anche pensare che non vi sarebbe stato granché di male: non è che avere un senatore o tre deputati in parlamento consenta di influenzare la politica, tranne in casi eccezionali quali il precedente governo Prodi, "forte" di una maggioranza così risicata da rendere equipotenti la Binetti, Mastella e l'intero gruppo diessino.

    Il problema è che alla crisi di rappresentanza ha fatto immediatamente seguito una crisi dell'informazione: non si è perso solo il voto, ma la voce stessa di quelle istanze, che per la stampa italiana (comprendendovi giornali, telegiornali, rotocalchi e tutto quanto fa spettacolo) sono divenute del tutto inesistenti.

    Non cessa di stupirmi, ogni volta che ci penso, la facilità e la rapidità con la quale l'intero sistema dell'informazione si è sdraiato sul duopolio ideologico Berlusconi-Veltroni, con le due ali pierineggianti Di Pietro-Bossi. Sembra incredibile, ma per quanto siano passati solo pochi mesi prendere in mano un giornale dell'anno scorso fa lo stesso effetto della manipolazione di un 78 giri: un oggetto che ci riporta ai fasti di un lontano passato che non torna più.

    Io sono intimamente convinto di sapere in capo a chi va ascritta la responsabilità di questa situazione, e leggendo quanto scrivo tale opinione traspare al di là di ogni dubbio; ma non è questo ora il punto.

    Il punto, il manifesto di questo spazio, è che nella situazione venutasi a creare ogni voce, per quanto debole e insignificante, deve essere espressa ed utilizzata per testimoniare l'esistenza -la resistenza, mi viene spontaneo scrivere- di un pensiero critico e non omologato.

    Non importa di avere uno o zero lettori: importa di fare questo sforzo quotidiano, per sé stessi e per il futuro di tutti.


    mercoledì 10 settembre 2008

    Malgrado

    Wittgenstein cita questo articolo dell'Independent che spiega come e qualmente i commentatori di sinistra facciano sistematicamente l'errore di sottostimare l'intelligenza dei politici di destra, con il risultato finale di prenderla, altrettanto sistematicamente, in quel posto.

    L'articolo è incentrato sulle reazioni alla candidatura della Palin, ma contiene un passaggio che, pur essendo buttato lì così, mi ha veramente colpito perché mi ha riportato esattamente a quegli anni:

    Only a simple idiot would, as President, dare to denounce the Soviet Union
    "an evil empire", surely? How could anyone except a man still thinking that he
    was on a film set possibly say "Mr Gorbachev, tear down this wall"? Yet when the
    Berlin Wall was duly dismantled, Reagan's political opponents – who included the
    entire European social democratic movement – could not bear to contemplate the
    fact that this ex-Hollywood actor had understood the inherent rottenness of
    socialist economics far more profoundly than they.

    Forse è ora per tutti -me compreso- di prendere più sul serio certi soggetti. Quante volte ci siamo stupiti vedendo che gli elettori -la ggente- premiava certi partiti malgrado i Borghezio, i Bossi, i Gasparri, gli Schifani (i Guzzanti, suvvia: non facciamo torto a un appassionato lettore!)?

    E invece, forse, il punto sta proprio in quel malgrado, da ripensare.


    domenica 7 settembre 2008

    Un cordiale vaffanculo a... /1

    ...Joaquin Almunia, secondo il quale:

    L'Italia è uno dei Paesi con la situazione peggiore per quanto riguarda il costo del lavoro [...] compensare la crescita dei prezzi con aumenti dei salari non porta a nulla. E' necessario invece migliorare la competitività e abbassare il costo del lavoro.

    E, visto che ci siamo, un cordiale vaffanculo anche agli accordi sul costo del lavoro che ci hanno portato ad avere i salari più bassi in europa, alla faccia di Almunia.

    La famiglia passaguai

    Ieri, annoiato, ciondolante e un po' di cattivo umore mi sono messo su La famiglia passaguai, solo perché ce l'avevo lì ed era la prima cosa che mi era venuta sul telecomando.

    Lo so bene che non è grande cinema, e che il film nel finale è inutilmente caciarone e rumoroso; sta di fatto che, pur essendo il film del 1951 e oggi obiettivamente datatissimo, ho riso per un'ora e passa come un cretino.

    Tralasciando per un attimo Fabrizi, De Filippo e la Ninchi, un applauso va a Luigi Pavese, semplicemente magnifico, con il cocomero in mano e l'altra mano in testa a coprirsi la pelata; e il bagnante scemo è una macchietta che ancor oggi fa scuola.


    mercoledì 3 settembre 2008

    Chrome

    Ne parlano tutti, tanto vale che ne parli anch'io.

    La pervasività di google non mi piace.  Non mi preoccupa, ma non mi piace. Preciso ancor meglio: non è che mi dispiaccia, semplicemente non mi fa piacere.

    E non è che mi senta in pericolo: gli ho affidato mail, blog e ogni giorno lascio che filtri la mia conoscenza.  Sono consapevole di cosa sto facendo, e so bene che dieci anni fa sarei stato più libero di cercare, non certo di trovare.

    Mi preoccupa il fatto che sebbene la mia sia una consapevolezza critica, maturata attraverso venticinque anni di confronto con le macchine e con chi le governa, cionondimeno è una consapevolezza di nicchia: l'uomo della strada -ma anche il giornalista- digita e beve il risultato, acriticamente.  E con ciò accetta di vedere solo una fetta di realtà, senza accorgersene: come nella caverna di Platone.

    Mi piacerebbe che le lezioni di +ORC fossero rese obbligatorie: non quelle tecniche ormai irrimediabilmente archeologiche, bensì quelle sul social engeenering, ancora attuali pur se la realtà è andata ben oltre l'allora immaginabile.

    Non ho capito bene come fa Opera a vivere: neanche ciò mi piace molto, ma per ora continuo a usarlo (e mi consente di mettere i tab sotto, to')


    martedì 2 settembre 2008

    Essere d'accordo con Gasparri

    Intendiamoci: non è che io ce l'abbia pregiudizialmente, con Veltroni; anzi mi piacerebbe poter essere d'accordo con lui. Ma lui ci si mette d'impegno, a impedirmelo.

    E non sono per nulla lieto di pensarla allo stesso modo di Gasparri. Anzi, mi viene da guardarmi allo specchio per controllare se sono proprio io me medesimo o un'altro.

    Ma se è vero -e mi piacerebbe che non lo fosse- che Walterone ha attaccato il governo perché i tifosi napoletani sono stati scarcerati, una considerazioncella è proprio da fare.

    L'uomo (walterone) sembra ormai è completamente decotto, al punto di non saper più riconoscere la differenza tra il potere esecutivo e quello giudiziario. La insegnano alle scuole medie, la differenza; forse addirittura alle elementari. Il potere legislativo crea le leggi; il potere esecutivo applica le leggi; il potere giudiziario punisce chi non rispetta le leggi. E' come una filastrocca, in fondo.

    Poi c'è la Costituzione:la legge fondamentale dello Stato (anche questo, lo insegnano alle elementari): che all'articolo 13 dice che:

    La libertà personale è inviolabile.Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell'autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge.
    In casi eccezionali di necessità ed urgenza, indicati tassativamente dalla legge, l'autorità di pubblica sicurezza può adottare provvedimenti provvisori, che devono essere comunicati entro quarantotto ore all'autorità giudiziaria e, se questa non li convalida nelle successive quarantotto ore, si intendono revocati e restano privi di ogni effetto

    Insomma: il governo non c'entra proprio nulla. Il governo metteva la gente in galera, e ce la teneva, nel ventennio, non oggi. Ora, i casi sono due:

    • o Veltroni ritiene che questo sia un governo fascista, e quindi grida allo scandalo perché sa che è il governo ad aver disposto la scarcerazione dei tifosi (ma allora dovrebbe portare le prove; e se avesse semplici indizi, santo cielo, dovrebbe fare qualcosa, qualsiasi cosa)
    • o Veltroni è semplicemente vittima di un lapsus, perché se ci fosse stato lui, al governo, la pulsione a scavalcare la magistratura gli sarebbe venuta.

    Si badi che la seconda tesi è meno fantascientifica di quanto sembri. Abbiamo presente Cofferati, a Bologna?


    lunedì 1 settembre 2008

    Nati con la camicia

    E' vero che non nasciamo tutti uguali: c'è chi nasce con la camicia e chi deve faticare fin da piccino per pagarsi gli studi.
    Un esempio di ciò è costituito dai fratelli Guzzanti. Trovo profondamente ingiusto che abbiano potuto avere il successo che hanno avuto, dato che non hanno dovuto faticare neppure un po', grazie al padre che si sono ritrovati, e ancor più grazie ai lettori del padre.

    Due parole su Alitalia e PD

    Se c'è una cosa sulla quale non ne so abbastanza, questa è sicuramente la vicenda dell'Alitalia, per dipanare la quale bisognerebbe intendersi di quel particolarissimo mercato che è il trasporto aereo, conoscere i numeri della compagnia e i piani messi sul tavolo dagli attori che via via si sono succeduti.
    E' tuttavia possibile scrivere qualche riga di mero buonsenso, pronto peraltro a fare ammenda qualora l'analisi fosse completamente sbagliata. Vediamo quindi un po' chi ha quali interessi.
    • i lavoratori: il 95% di essi ha come unico interesse quello di salvare il proprio reddito. Questo non coincide necessariamente con salvare il proprio posto di lavoro: sono cose diverse. Certo, ci saranno coloro che hanno mansioni gratificanti e creative ai quali interessa più il posto che la busta paga (e sono queli che non hanno difficoltà a riconvertirsi); ma di questi tempi per un'hostess di terra è più importante il fatto di riuscire ad arrivare a fine mese piuttosto che il marchio che sta davanti al bancone dietro il quale lavori;
    • i cittadini-utenti: l'enorme maggioranza degli italiani viaggia in aereo quando va in vacanza o a trovare i parenti, e l'unica cosa che guarda è il prezzo del biglietto. La fedeltà alla compagnia non si può definire minima: non esiste proprio. A quei (in fondo pochi) che viaggiano per lavoro (rectius: alle loro aziende) interessa avere la comodità di arrivare a destinazione senza fare scali, con voli frequenti e -in questi limiti- convenienti;
    • i cittadini-contribuenti: vorrebbero evitare di metterci dei soldi loro;
    • i sindacati: l'unico vero interesse dei sindacati, in questo momento, è evitare di essere messi di fronte a un nuovo aut-aut, al quale non potrebbero che rispondere negativamente, esattamente come avvenne mesi fa. Non è trinariciutismo: è semplicemente che se si viene chiamati a contrattare si contratta; se si devono solo ratificare scelte altrui per condividere le responsabilità senza aver indirizzato le scelte, tanto vale non venir nemmeno chiamati a farlo;
    • gli imprenditori: vogliono prendersi una compagnia aerea pulita da debiti e a prezzi da saldo, investire un po' e guadagnarci bene: chiamali scemi;
    • i concorrenti: vogliono aspettare di vedere come va, e poi se va bene prendersi la compagnia aerea e se fa male prendere i suoi clienti. Chiamali scemi;
    • il Paese: deve avere una compagnia di bandiera (ah ah ah). Nel 2000 neanche Starace, neanche Pavolini direbbero più una sciocchezza del genere. A nessuno frega niente, del colore della livrea, se l'aereo è sicuro, puntuale e conveniente.

    Obiettivamente, non si può negare che il piano del governo Berlusconi accontenta un po' tutti, compresi i sindacati (che devono fare un po' di maretta, ma non gli par vero di avere nuovamente il ruolo; e lo dico da sindacalista). Unica eccezione, i contribuenti, che ci metteranno una caterva di soldi; ma non sappiamo (o non so) quanto dovrebbero metterci in altri scenari.

    Vediamo ora cosa dice Veltroni. Dice che (1) Alitalia diventerà una compagnia di bandierina; (2) che l'UE boccerà il piano; (3) che il piano fa rimpiangere l'occasione perduta. In altre parole: (1) lamenta l'unica cosa di cui non gliene frega niente a nessuno; (2) porta sfiga; (3)guarda al passato anziché al futuro.
    Orbene, è vero che stare all'opposizione è più comodo: puoi limitarti a criticare senza bisogno di proporre nulla. Certo, se fai così poi è difficile andare a dare lezioni alla "sinistra radicale che sa solo dire di no"; ma la sinistra radicale l'hai ammazzata, e quindi potresti anche farla franca. Ma non è così semplice: hai fatto un governo ombra. Ci hai creduto, sei andato addirittura da Napolitano. Poco ci mancava che chiedessi la fiducia alle camere. Quei poveretti che ti hanno votato ci hanno creduto anche loro: pensavano che avresti fatto controproposte puntuali, che gliel'avresti fatta vedere, a Berlusconi.

    E invece che fai? Rimpiangi i bei tempi perduti? Ma allora ci sei, non ci fai mica.

     

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