giovedì 25 giugno 2009

Wordpress

Oggi ho tirato su un blog con Wordpress, e devo confessare che l'installazione dell'accrocchio è stata incredibilmente semplice.
Their famous 5-minute installation l'ho fatta fuori in quattro minuti, e la configurazione del tutto me ne avrà richiesti altri cinque in tutto. E notate che: a) non l'avevo mai visto prima e b) da ex BOFH non sono proprio un fulmine di guerra, con le cose che non conosco.
Insomma: complimenti agli sviluppatori.

Traffic jam


Nel caso potessi aver avuto qualche dubbio, il post pubblicato nel tardo pomeriggio di ieri e il grafico dei log a meno di 24 ore di distanza mi hanno definitivamente convinto che non vi sia alcuna correlazione tra la qualità di un articolo e la quantità di visite.

mercoledì 24 giugno 2009

Tracce dei temi per l'esame di Stato / esame di maturità

aggiornamento
guardate: le trovate qui, senza dannarvi troppo.


Abbiamo ricevuto in via riservatissima in anteprima in segreto in via confidenziale le tracce per i temi di maturità 2009.

I temi di maturità 2009
I temi dell'Esame di Stato
per il liceo classico
il liceo scientifico
il liceo linguistico.

(non è vero, ovviamente: solo per vedere l'effetto che fa sul contatore degli accessi: sono geloso dei miei amici professori)

I grandi dubbi esistenziali di m.fisk /2

Dario Franceschini ha fatto un video che ha messo sul suo sito.
Non ha messo il testo, il che sarà pure una dimenticanza e una mancanza di rispetto per i sordi; ma soprattutto è cosa comoda perché le parole scritte si possono analizzare molto meglio di quelle dette, che volano e volando rendono difficile porsi dubbi.
C'è comunque qualche parziale trascrizione, ad esempio qui.

E mi chiedo: ma quando Franceschii dice che "Non posso riconsegnare il partito a quelli che c'erano prima di me, molto prima di me", a chi si riferisce?
Perché, salvo mi sia sfuggito qualcosa, "prima di lui" c'erano Veltroni e lui; e "molto prima di lui" non c'era il PD e Veltroni.
Tutta questa messinscena per dire che Veltroni gli sta un po' sulle palle?

Dichiarazioni confessorie

Noi non ne abbiamo mai avuto alcun dubbio.

martedì 23 giugno 2009

Mangimi per ottusi

Rispondendo alla sollecitazione di una giovane promessa della scuola italiana, che si chiedeva che c'entrasse il cibare ("feed") con gli amici ("friend") o i bruciatori ("burner"), ho cercato in rete un link di qualcuno che l'avesse già spiegato in parole semplici; purtroppo tutti coloro che ho trovato che parlano di "feed RSS" cominciano a parlare di XML e interoperabilità: che è giusto ma non è proprio per ottusi ("dummies"): così ho creduto fosse meglio scrivere la mia personalissima interpretazione.
Scritta da uno che non si occupa di queste cose, e si permette di utilizzare termini a casaccio e in libertà: ma forse per questo adatti a chi non sa da dove cominciare.

C'era un tempo in cui gli uomini erano veri uomini e per fare una pagina web si mettevano con il blocco note e scrivevano il codice html della pagina: in pratica scrivevano una sorta di descrizione di ciascuna cosa comparisse nella paginetta: testi, colori, fotografie, collegamenti; e per ciascuno di essi posizione, grandezza, stile (corsivo, grassetto...).
Tutto ciò per ciascuna pagina.
Certo, si poteva copincollare una pagina e usarla per modello per la successiva; ma se a un certo punto, per avventura, si fosse voluto togliere la foto di Stalin, caduto improvvisamente in disgrazia, si sarebbero dovute modificare tutte le pagine una ad una. C'erano dei programmi che lo facevano, ma la cosa era incredibilmente complessa.

A un certo punto è nato il Web 2.0: che vuol dire che per un certo tipo di siti, che contengono contenuti che vanno tenuti aggiornati, quali i blog, posso mettere da una parte i contenuti, dall'altra il contenitore e trattarli separatamente.
Così facendo, se decido di scrivere un articolo nuovo, come questo, io mi devo solo preoccupare del testo, mentre il programma contenitore si occuperà di piazzarlo in cima a una lista, creare i collegamenti, inserirlo in un indice, e così via.
Se Ipazia decide di cambiare una delle sue belle foto d'apertura, non dovrà andare a farlo articolo per articolo: dirà al programma contenitore di farlo, e da qual momento la foto sarà cambiata ovunque.
Chi usa un blog sa che si può perfino, con un solo clic, reimpostare tutta la pagina facendo andare a destra quel che prima era a sinistra, blu quel che era rosso e in alto ciò che stava in basso: tutto ciò cambiando il template, cioè una serie di istruzioni che dicono come dev'essere l'organizzazione del contenitore.

Quest'innovazione ha avuto un effetto non secondario: vale a dire che ora ho da qualche parte la disponibilità dei contenuti nudi, senza orpelli. L'articolo che scrivo verrà inserito in una pagina, ma nella macchina, da qualche parte, ci sarà l'essenza (la sostanza) dell'articolo; essendo cosa evidente, e da verun negata, non essere gli altri orpelli se non puri purissimi accidenti.
Questo vuol dire che io posso prendere la sostanza e condividerla con altri, senza bisogno di andare a vedere tutta la pagina web: il che è molto comodo, dacché un cristiano guardando la pagina riesce abbastanza facilmente a separare l'articolo dall'orpello, ma una macchina, se la pagina non l'ha creata lei, può trovarsi in una certa difficoltà.

E dato che gli articoli sono come le ciliegie, che l'uno tira l'altro, posso anche prendere tutto il flusso degli articoli prodotti e metterli l'uno in fila all'altro, come i vagoni di un trenino. Ecco: questo flusso è il web feed, impropriamente chiamato Feed RSS (impropriamente perché RSS è una species* del genus* Feed).

Il Feed lo possiamo costruire in vari modi: possiamo decidere di metterci dentro solo il titolo degli articoli; o il titolo e qualche decina di parole; o il testo intero dell'articolo; o il testo intero con link e fotografie, secondo cosa ci prefiggiamo.
Il Feed può essere poi letto da molti soggetti: lo può fare Google (o Liquida, o Blogbabel...), per aggiornare il proprio motore di ricerca; lo può fare un programma che crea una pagina di novità estrapolate da un certo numero di siti e riassemblate secondo uno schema comune, come Friendfeed; lo può fare anche ciascuno di noi utilizzatori, al solo fine di avere sottomano una rubrica di ciò che più ci interessa, e tenerci così aggiornati su ciò che scrive chi stimiamo o chi desideriamo sbeffeggiare.

Uno dei problemi del presentare ai lettori un Feed è che quando il lettore va a vedersi la pagina web, possiamo far scattare un contatore, e bearci nel vedere quanti polli leggano i nostri sproloqui; mentre se gli utenti leggono il feed non andranno a visitare la pagine web, e noi avremo l'impressione di essere la particella di sodio nell'acqua Lete.
Ci viene in aiuto Feedburner, il quale prende il feed dal nostro blog e lo ripropone, volendo anche con aggiunte e utilità varie, e oltretutto ci consente di contare, attraverso una pagina di statistiche, quante persone si sono lette il feed medesimo: così anche la nostra autostima è salva, e il nostro pensiero può circolare meglio.



* sapendo che qui si trabocca di cultura classica, prego i destinatari della presente di voler correggere gli errori di declinazione: ché qui siamo ignoranti, ma ci teniamo alla forma.

lunedì 22 giugno 2009

Erezione, orgasmo, eiaculazione

Dato che ne ho parlato con alcuni colleghi, che avevano informazioni non esatte, vi racconto come stanno in verità le cose in merito agli argomenti che formano il titolo di questo post, come le ho apprese dalla viva voce di un mio amico che fa l'urologo in un'ospedale milanese di proprietà di una fondazione riconducibile a un prete il cui cognome richiama un ortaggio invernale utilizzato nella cucina lombarda, noto (l'ospedale) per la qualità delle cure e il gran numero di personaggi di primissimo piano che ivi vanno a farsi curare.
Mi scuserete se certe espressioni sono un po' approssimate, ma non avevo da prendere appunti.

L'atto sessuale maschile è scomponibile in tre processi: erezione, orgasmo, eiaculazione: tali processi sono fisiologicamente distinti e fanno capo a rami nervosi autonomi. Ciò implica che l'assenza di erezione per causa nervosa non influisca in alcun modo sulla capacità di avere orgasmi né su quella di eiaculare.
Nel caso dell'intervento di prostatectomia, cui si sottopongono coloro che soffrono di tumore alla prostata, fino a non molto tempo fa l'operazione comportava la distruzione dei nervi che comandano l'erezione, i quali passano di fianco alla prostata; e l'assenza della prostata in sé non consente l'eiaculazione: ne conseguiva una completa impotenza del soggetto operato.

Successivamente sono avvenute due cose molto importanti: anzitutto, si è sviluppata una tecnica operatoria, applicabile nella maggioranza dei casi di tumore diagnosticato tempestivamente, che consente di salvare i nervi dell'erezione nel 70-80% dei casi.
In secondo luogo, sono stati studiati dei ritrovati farmacologici che consentono di avere una erezione completa anche qualora i suddetti nervi fossero stati danneggiati. Non si tratta del Viagra, che agisce sulla circolazione ed ha l'effetto di sostenere l'erezione, e quindi non serve a nulla quando l'erezione proprio non c'è: si tratta, invece, di iniezioni locali di prostaglandine (un tempo si utilizzava la papaverina, ora non più) che agiscono in pochi minuti.
Il soggetto prostatectomizzato può così avere la sua bella erezione e, grazie ad essa, l'orgasmo: ovviamente non l'eiaculazione, mancando della prostata che è fondamentale per tale evento.
Le prostaglandine vengono somministrate mediante un'iniezione alla base del membro: si tratta di una pratica che sembra cruenta ma che viene fatta con siringhe tipo insulina, con aghi molto corti e sottili, ed è quasi indolore.

Questo è quanto: ognuno ne tragga le conseguenze del caso e sappia cosa dire alle cene eleganti quando il vicino, tra un'ostrica e un cannolicchio, cita gli articoli di Vittorio Feltri.

L'esito dei referendum (a caldo)

Sarebbe bello che, ad urne chiuse e risultato definito, coloro che si sono schierati per il Sì agli ennesimi improvvidi referendum in materia elettorale si ricredessero e comunciassero a fare un po' di vecchia, sana autocritica.

Non voglio qui parlare di chi ha partecipato alla raccolta di firme e poi si è ricreduto. Non che ricredersi sia un atto sordido, anzi! Ma il sospetto che uno come Di Pietro abbia partecipato alla raccolta credendo di trarre un vantaggio tattico dal referendum, e abbia poi ritrattato capendo, dopo due anni, che avrebbe tratto un vantaggio tattico dalla sconfitta è troppo forte.

Non parlo neppure di Mariotto Segni, uno dei pochi personaggi per i quali metto in dubbio il mio principio che le colpe dei padri non debbano ricadere sui figli, e neppure del mendace Guzzetta, il quale via via che si avvicinava la scadenza della chiamata alle urne manipolava la verità con sempre maggior dispregio della realtà, fino ad arrivare alla puntata di Tetris di venerdì scorso: una vera chicca per chi avvia avuto la ventura di vederla.
Li vedete qui a fianco, in compagnia del terzo genio della lampada: tre persone che, messe insieme e senza la facoltà di ricatto discendente dal maggioritario puro, non avrebbero neppure la capacità di radunare abbastanza condòmini da deliberare la riparazione delle tegole del tetto ammalorato.

No: penso, ad esempio, al disastroso Veltroni: l'uomo che scommettendo sul bipartitismo è riuscito a mandare in vacca il governo di centro-sinistra, facendo dimettere Mastella. Mossa poco accorta, quando le sorti di un governo si basano su due voti di maggioranza, dei quali uno quasi centenario e l'altro notoriamente banderuola: e il tutto non già per la considerazione che Mastella è un poco di buono, bensì per il velleitario progetto di importare in Italia un progetto di forma di governo all'americana, ciò che sarebbe stupido in sé, ma considerato l'esito delle elezioni politiche e di tutte le elezioni successive (tranne quelle del trentino e le presidenziali, beninteso) sarebbe degno di ricovero al neurodeliri.

Penso a Fini, che porta a casa anche lui una nuova sconfitta che dovrebbe farlo rendere conto del fatto che succedere a Berlusconi come principe sovrano, senza avere di Berlusconi il carisma e soprattutto il patrimonio, sarà impresa difficile assai. La vittoria al referendum era la sola speranza rimastagli: tramontata questa tramonterà anche l'ambizione del delfino in pectore: e probabilmente vedremo nelle prossime settimane un certo mutamento nelle esternazioni e negli atteggiamenti della terza carica dello Stato.

Penso anche a Franceschini, che non si capisce bene in nome di quale debito da pagare si sia imbarcato nel sostenere la disgraziata linea del proprio predecessore: schierandosi per il Sì in un gioco a somma negativa, ché sia in caso di vittoria dei Sì sia in caso di sconfitta del Sì, per il PD sarebbe stata una tragedia (e la sconfitta del Sì in fondo è la tragedia minore, dato che sconfitta è soprattutto la faccia politica del segretario, ma il futuro della sinistra è salvo).

Sarebbe bello che tutti costoro ammettessero finalmente che gli italiani non ne vogliono sapere, di avere due partiti; che due partiti vanno bene in America ma qui abbiamo un'altra storia, un'altra cultura e financo un'altra Costituzione e tradizione democratica. Già, perché anche la nostra è una democrazia, magari meno antica, ma democratica: e non è che perché gli USA sono democrazia da più tempo, perciòstesso debbano essere più democrazia di noi.
Potrebbe cominciare, Fini, a non dire che "i quesiti erano complicati": perché non lo erano. I primi due, in particolare, volevano una cosa molto semplice, anche se per motivi tecnici era espressa con migliaia di parole. Il terzo quesito era espresso con molto meno parole, e paradossalmente )per Fini) era il più complesso dei tre, quanto a capirne gli effetti.
Potrebbe proseguire, Guzzetta, a non provarsi a parlare di brogli e intimidazioni ai seggi: che di fronte a un'astensionismo così travolgente, le sue parole suonano un po' ridicole (e aspettiamo poi di vedere quanti saranno i No: perché molti, come ben sappiamo, sono andati comunque a votare, e votare No, con l'idea di respingere i quesiti ma salvaguardare lo spirito dei referendum: sarebbe quindi una bella sorpresa se la percentuale di Sì, su quei pochi voti espressi, fosse poi persino minore del 90 o dell'85%)*.
Potremmo, un po' tutti, piantarla di pensare che i mali del Paese vengano da una cattiva legge elettorale. Perché la legge è cattiva, ma indiscutibilmente in questo momento offre tutti gli strumenti per governare alla coalizione che ha vinto le elezioni: che ha una barca in più di voti. Se l'azione di governo fa schifo, la colpa non è della legge elettorale: è di chi siede in Parlamento, e quindi del popolo italiano, che ha dato a tale coalizione una maggioranza invidiabile e mai vista nella storia repubblicana.
Popolo che si è bevuto un'autocisterna di propaganda, per credere a Berlusconi: e che si berrà altrattante autocisterne, a ciascuna delle prossime elezioni, qualunque sia il sistema elettorale in vigore, foss'anche quello della paupasia.

*aggiornamento: dai primi spogli sembra infatti che i NO siano almeno il 20%

Iran

Dell'Iran non so nulla e pertanto, rispettando la dichiarazione di metodo enunciata all'apertura di questo blog, mi taccio.
Però le considerazioni che vengono fatte in questo articolo di Debora Billi mi paiono di grande buonsenso, e vi invito a leggerle.

venerdì 19 giugno 2009

La Voce del padrone

Un interessante articolo de lavoce.info (voi sapete quanto la si ami, da queste parti), parla dei quesiti referendari.
Dicendo che non servono a nulla, specie i primi due.
Non sto pazziando: è proprio così: andatevi a leggere l'articolo, se avete lo stomaco. O leggete queste citazioni:
Si è cercato di far passare l'idea che il referendum consegnerebbe l'Italia a Silvio Berlusconi, che renderebbe possibile governare anche con percentuali di consenso minime. Il ministro Calderoli ha addirittura detto che il risultato del referendum sarebbe di “assoluta dissonanza con la democrazia”. Non accadrebbe nulla di tutto questo. Di fatto, purtroppo, accadrebbe troppo poco [...]
Qui è sufficiente dire che tutto questo isterico agitarsi mostra solo quanto i nostri rappresentanti siano ferocemente abbarbicati anche alle più piccole fette di potere. Essenzialmente si teme che, una volta costretti a fare liste elettorali uniche con i loro alleati principali, i partiti diversi da Pdl e Pd perdano riconoscibilità e quindi potere.
Ora, proviamo a metterci per un attimo dalla parte del cittadino che desidera una democrazia vera, e non dalla parte di quello che desidera semplicemente prendere a calci i politici, non consapevole del fatto che la politica -e quindi i politici che la dirigono- ci sarà sempre.
Questi signori della Voce, dopo averci smarronato per mesi sull'importanza dei temi referendari e sui tremendi costi che avremmo dovuto sopportare, adesso bellamente ci dicono che i referendum non servono a una fava. Malgrado il loro stesso convocarli sia costato dei bei soldini, come dicevo altrove (e sia chiaro che questo lo dico solo per confutare lavoce: non perché io creda che gli istituti democratici debbano venire posposti alle esigenze di bilancio).
Sarà che sono diventato troppo vecchio per queste cose, ma io alle conversioni sulla via di Damasco non ci credo. Il punto è che gli italiani hanno capito che votare SI consegnerebbe il Paese nelle mani di due o tre persone, e delle relative loro segreterie, e sgamato il giochino hanno cominciato a considerare se questa sia o meno una prospettiva piacevole, e hanno deciso per il no.
E' per questo che lo squallido estensore dell'articolo dice "si è cercato di far passare l'idea che": come fosse un complotto massone. No, signori miei: non è che si sia cercato di far passare un'idea: è che l'idea è proprio esattamente quella.
E ci vuole una enorme quantità di disonestà intellettuale per scrivere una frase come la seguente:
Cosa succederebbe se passassero i referendum? Essenzialmente, anziché avere differenti simboli a supporto di un candidato presidente del Consiglio, come accade ora, i partiti dovranno accordarsi ex ante su un unico simbolo e una unica lista. Questo può avvenire mediante l'inclusione di diversi simboli in un unico cerchio o mediante un nuovo simbolo.
obliterando il fatto di fondamentale importanza che nel sistema attuale (che comunque fa schifo), perlomeno l'elettore può scegliere, in ciascuno degli schieramenti, uno tra vari partiti (e quindi una delle varie liste bloccate di candidati), mentre un domani, nell'ipotetico caso di vittoria dei Sì, neppure tale minima possibilità di dire la propria resterebbe in vita.

E ciò è tanto più grave, o tanto più ridicolo, se consideriamo che questa banda di cialtroni si sono anche permessi di targare il terzo quesito come quello contro le liste bloccate, o contro la partitocrazia verticistica che non consente al popolo di scegliere. Quando ciò che non consentirebbe di operare alcuna scelta, se non quella binaria tra destra e sinistra, sarebbero proprio i primi due quesiti.
Vediamolo un po' da vicino, questo terzo quesito, per capire di cosa effettivamente si tratti dal punto di vista tecnico.
Facciamo conto che in Italia ci siano cinquanta circoscrizioni elettorali, che in ciascuna di queste Berlusconi si presenti capolista e che allo spoglio il PdL prenda 400 seggi.
In ciascuna circoscrizione risulterà eletto Berlusconi (che è il primo) e un tot di altri: alla fine alla Camera ci saranno 50 seggi "targati" Berlusconi e 350 "targati" con il nome di qualcun altro.
Cosa succede ora? E' una specie di gioco delle sedie (rectius seggi) musicali: dato che Berlusconi può occupare una solo seggio, ne rimangono liberi 49 per 50 primi non eletti. Berlusconi gira, gira... e alla fine decide di sedersi su una delle 50 sedie: il primo dei non eletti che aveva quella sedia va a casa, stizzito (ma non tanto, perché avrà poi un sottosegretariato o una poltrona in un CdA), e gli altri 49, con un respiro di sollievo, faranno la valigia per Roma.

Orbene, io mi chiedo e vi chiedo:
E' vero o non è vero che in tutto questo meccanismo l'unico che ci rimette è il 50° potenziale deputato che resta a casa? E' vero o non è vero che all'elettore -eccezion fatta per i clientes del trombato- che rimanga a casa l'uno o l'altro dei peones non gliene potrebbe fregare di meno?
Che al limite, se ci fossero le preferenze, Berlusconi potrebbe scegliere di sedersi sulla poltrona di uno che ha preso un discreto numero di voti ma gli è inviso, commettendo quindi uno spregio alla volontà del corpo elettorale; ma dato che le liste sono bloccate e decise all'interno della segreteria della PdL, la volontà del corpo elettorale c'entra con il piazzamento nei seggi tanto quanto io c'entro con una ballerina di tango argentino.
E quindi, nuovamente, mi chiedo: quale sarebbe mai il vantaggio nell'abolire la possibilità a Berlusconi di presentarsi nei 50 collegi? Ne uscirebbe una classe politica più morale? sarebbe meglio rispettata la volontà popolare? Ne uscirebbe un sistema più giusto?.
No, la risposta è no: non cambierebbe assolutamente nulla.

giovedì 18 giugno 2009

Giocare con i numeri (fuori serie)

Mi sono perso qualcosa io, o la Confindustria che oggi dice che l'economia comincerà a riprendersi debolmente nel 2010 è retta dalla stessa signora che due mesi fa diceva che l'economia avrebbe cominciato a riprendersi a luglio di quest'anno?
Ed è possibile che i quotidiani che riportano questa notizia oggi non si ricordino proprio per nulla di quanto scrivevano ieri sul medesimo tema, e non scrivano l'unico commento scrivibile, vale a dire che in Confindustria non sanno che pesci prendere e sparano numeri a caso esattamente come chiunque altro?

Appello per "I Siciliani"

Dopo l'assassinio mafioso di Giuseppe Fava, il 5 gennaio 1984, i redattori de I Siciliani scelsero di non sbandarsi, di tenere aperto il giornale e di portare avanti per molti anni la cooperativa giornalistica fondata dal loro direttore, affrontando un tempo di sacrifici durissimi in nome della lotta alla mafia e della libera informazione. Anni di rischi personali, di stipendi (mai) pagati, di concreta solitudine istituzionale (non una pagina di pubblicità per cinque anni!).

Oggi, a un quarto di secolo dalla morte di Fava, alcuni di loro (Graziella Proto, Elena Brancati, Claudio Fava, Rosario Lanza e Lillo Venezia, membri allora del CdA della cooperativa) rischiano di perdere le loro case per il puntiglio di una sentenza di fallimento che si presenta - venticinque anni dopo - a reclamare il dovuto sui poveri debiti della cooperativa. Il precetto di pignoramento è stato già notificato, senza curarsi d'attendere nemmeno la sentenza d'appello. Per paradosso, il creditore principale, l'Ircac, è un ente regionale disciolto da anni.

E' chiaro che non si tratta di vicende personali: la redazione de I Siciliani in quegli anni rappresentò molto di più che se stessa, in un contesto estremamente difficile e rischioso. Da soli, quei giovani giornalisti diedero voce udibile e forte alla Sicilia onesta, alle decine di migliaia di siciliani che non si rassegnavano a convivere con la mafia.

Il loro torto fu quello di non dar spazio al dolore per la morte del direttore, di non chiudere il giornale, di non accettare facili e comodi ripieghi professionali ma di andare avanti. Quel torto di coerenza, per il tribunale fallimentare vale oggi quasi centomila euro, tra interessi, more e spese. Centomila euro che la giustizia catanese, con imbarazzante ostinazione, pretende adesso di incassare per mano degli ufficiali giudiziari.

Ci saranno momenti e luoghi per approfondire questa vicenda, per scrutarne ragioni e meccanismi che a noi sfuggono. Adesso c'è da salvare le nostre case: già pignorate. Una di queste, per la cronaca, è quella in cui nacque Giuseppe Fava e che adesso, ereditata dai figli, è già finita sotto i sigilli. Un modo per affiancare al prezzo della morte anche quello della beffa.

La Fondazione Giuseppe Fava ha aperto un conto corrente (che trovate in basso) e una sottoscrizione: vi chiediamo di darci il vostro contribuito e di far girare questa richiesta. Altrimenti sarà un'altra malinconica vittoria della mafia su chi i mafiosi e i loro amici ha continuato a combatterli per un quarto di secolo.


Elena Brancati, Claudio Fava, Rosario Lanza, Graziella Proto, Lillo Venezia

I bonifici vanno fatti sul cc della "Fondazione Giuseppe Fava"
Credito Siciliano, ag. di Cannizzaro, 95021 Acicastello (CT)
iban: IT22A0301926122000000557524
causale di ogni bonifico: per "I siciliani"

mercoledì 17 giugno 2009

Santo subito

Il Presidente(1) degli Stati Uniti d'America(2) ha ucciso una Mosca(3).
La Stampa(4) ha ripreso l'Evento(5), particolarmente bizzarro e inusuale.
Facciamolo Santo(6) subito, e non se ne parli più.

P.S.: l'uso delle maiuscole non è dovuto al fatto che sia appena tornato da Berlino, città nella quale i sostantivi prendono tutti, senz'eccezione, la lettera maiuscola; difatti:
1) Presidente: è tale, e per di più è IL PRESIDENTE: sarebbe stato da scrivere tutto maiuscolo, se non fosse per l'imbarazzante analogia staraciana;
2) Stati Uniti d'America: nome proprio di paese;
3) Mosca: non mosca, comune animale, né Mosca, capitale dell'Impero del Male: bensì Mosca, essere (quasi) mitico in quanto uccisa dal Presidente (o PRESIDENTE);
4) La Stampa: non in quanto nome proprio di noto quotidiano torinese, bensì quarto potere dello Stato, che si distingue per la particolare autonomia dall'esecutivo, domestico o semplicemente amico, e per il disprezzo verso qualunque insincera adulazione;
5) Evento: maiuscolo anch'esso, come tutto ciò che viene posto in essere dal Presidente;
6) vedi 1).

Lost in translation

Il post del cartello stradale, e in particolare il commento di marcolinux, mi ha fatto rammentare un episodio di gioventù, che dimostra come nessuno nasca imparato.
A diciott'anni circa, in una ridente isola greca nota per l'elevatissimo tasso alcolico e la facilità d'approccio alle turiste, trascinai in una stradina polverosa una signorina formosa.
E l'impresa già mi era sembrata eccezionale, dato che allora conoscevo ben tre frasi in inglese: "what's your name?"; "what's your age?" (che non sarà oxoniano ma funzionava) e "where is the boat?" (utile per il viaggiatore, ma meno per le conquiste amorose): e le avevo già sfruttate tutte.
Ci rotolammo un po' nella polvere, dopodiché, mentre eravamo già praticamente nudi, lei ebbe un attimo di esitazione, forse perché riteneva che il décor non fosse il più adatto a consumare la relazione: non foss'altro per il numero di persone che transitavano di lì.
Io, che già ero sufficientemente insicuro di mio, vista l'esitazione credetti che la occasionale compagna ci avesse ripensato: forse non le piacevo. E così, volendo affermare in tono un po' sconsolato "forse io non ti piaccio", me ne uscii con:
- «maybe I don't like you».
Ella raccattò le sue cose e se ne andò ratta, esclamando cose che lì per lì non capii, ma che certo dovevano essere considerazioni sulle mie ave e sul destino della mia progenie.

domenica 14 giugno 2009

Privo (v. tr.)

A Trezzano sul Naviglio, all'inizio dell'alzaia ciclabile che porta verso Milano, c'è questo cartello che avverte l'ignaro passante del pericolo costituito dalla mancanza di un'idonea protezione che impedisca accidentali cadute nel Naviglio grande.
Vedendolo non ho potuto fare a meno di fermarmi e fotografarlo: perché quella dicitura in inglese fa scoprire tutto un mondo.
Immaginiamo che l'amministratore pubblico trezzanese, forse nientepopodimeno che il Sindaco in persona, oltretutto donna di centrosinistra, un giorno si sarà detta che, stante il numeroso affluire di turisti sulla frequentata ciclabile, sarebbe stato opportuno avvertire i passanti del pericolo anche in un'idioma internazionale.
Forse si sarà riunita una commissione, e alla fine qualcuno dei consiglieri della giunta avrà rispolverato i racconti dell'assessore ***, che sempre si era vantato di avere studiato con particolare profitto la lingua d'Albione. Il nostro fu chiamato; e non ebbe modo di declinare lo sgradito incarico.
Mandato un messo comunale a recuperare il vocabolario, lasciato nella cameretta d'adolescente insieme agli altri libri di scuola, quando da bamboccione il poliglotta assessore era divenuto adulto e aveva messo su famiglia, il nostro eroe si mise all'opera.
La prima parola, Alzaia, fu abbastanza semplice: in fondo per chi abbia dimestichezza con l'ordine alfabetico tradurre è una vera sciocchezza, avendo del tempo a disposizione. E così ecco Towpath; e fu una vera ispirazione, dato che la prima parola suggerita sarebbe stata probabilmente Tow-line o Tow-rope: in quanto l'alzaia tecnicamente non è tanto la via che costeggia il canale quanto la corda con la quale venivano trainate le chiatte, nome che per estensione ha preso anche il camminamento sul quale transitavano gli animali da tiro.
Allo stesso modo parapetto è divenuto parapet; e non chiedetemi se un inglese di madre lingua avrebbe usato il più colloquiale barrier; anche perché ho dei dubbi sul fatto che persino in italiano "parapetto" sia il termine giusto, affiancato a una strada. Quanto a "di", tutti sanno che si traduce "of": non c'è manco bisogno di guardare il vocabolario, per una simile sciocchezzuola.

Ma ora vengono i dolori! Infatti l'assessore, che pensava di aver quasi terminato senza soverchie difficoltà, arrivato a "priva" sfoglia, sfoglia il vocabolario... e non trova nulla!
- «Accipicchia: questo dizionario deve essere proprio vecchio. Mumble mumble... in che guaio mi sono messo: e adesso come ne esco? che faccio? Mmmmm... proviamo a guardare meglio: "privacy"; "privare"; "privarsi"; "privatamente"; "privatezza"; "privatista": Pare che abbian fatta questa voce apposta per me: del resto dopo aver fatto i cinque anni in uno, non potevo certo sostenerla da interno, la maturità... Macché: non c'è proprio, questa benedetta parola».
E così il nostro era per perdersi affatto; ma atterrito, più che d'ogni altra cosa, dalla prospettiva di confessare al Sindaco la propria incapacità, richiamò alla mente gli antichi studi della quarta elementare: l'analisi grammaticale, i verbi, le coniugazioni... Pian pianino, mentre guardava quella fredda distesa di lemmi, la sua attenzione cominciò a cadere su quel "privare"; e cominciò a pensare che forse tra "priva" e "privare" c'era un nesso; anzi ne era certo, infine.
- «Io privo, tu privi, egli priva! Ma certo, che stupido!! L'alzaia priva: voce del verbo privare, prima coniugazione, modo indicativo, tempo presente, terza persona singolare. Come si dice in inglese? to deprive; to bereave; to deny. Vabbe', non andiamo tanto per il sottile adesso, e prendiamo la prima voce che troviamo: to deprive, ed ecco fatta la traduzione, ora la consegno e tanti saluti».
Towpath to deprive of parapet
Orbene, una delle più gran consolazioni di questa vita è l'amicizia; e una delle consolazioni dell'amicizia è quell'avere a cui confidare un segreto: e così, uscendo dalla stanza in cui si era rinchiuso, dopo due sudate ore, il funzionario chi ti trovò? Nient'altri che l'unico compagno di partito del quale poteva fidarsi, per avere con lui spartito il frutto di una più che cospicua regalia di un costruttore edile in seguito associato alla casa circondariale del vicino comune di Opera; e oltre al frutto, anche le sode e generose frutta dell'amante del costruttore, i favori della quale il costruttore, anche quando godeva della propria libertà personale, usava concedere ai propri compagni d'affari, per rendere meno greve il peso delle valigetta nella quale riponeva le banconote destinate a coloro.
Fu così che il nostro eroe raccontò al proprio amico (amico di quell'amicizia che mai si potrebbe sciogliere, in quanto ciascuno avrebbe troppo da perdere nel farlo) il suo tormento, e la brillante conclusione cui era riuscito a giungere in adempimento dell'importante incarico.
E fu una fortuna: perché il suo sòdale gli fece notare che, come "priva" in italiano è cosa diversa da "privare", così poteva ben darsi che anche gli inglesi avessero questa spregevole abitudine, di coniugare i verbi. Una verifica s'imponeva.
Il messo fu rimandato alla cameretta natìa, e tornò recando con sé una grammatica: fu così che i due scoprirono che la terza persona singolare dei verbi inglesi prende la "S", e che il "TO" non ci vuole.
Ed ecco la traduzione, consegnata per tempo alla ditta di cartellonistica:
Towpath deprives of parapet.

sabato 13 giugno 2009

Se non ci fosse il mondo sarebbe peggiore

Makkox ha disegnato una cosa bellissima.

I referendum costano 22,5 milioni (giochiamo con i numeri)

Un sentito grazie a .mau., che ha richiamato all'attenzione il fatto che la legge preveda i rimborsi elettorali anche per i comitati promotori di iniziative referendarie, nella misura oggi fissata in un euro per ciascuna firma validamente raccolta, fino a concorrenza di 500.000 firme (quindi euri) per consultazione.

Ciò mi ha dato lo spunto per fare alcuni calcoli matematici: non volendo inventare nulla, prendo i dati necessari da siti di economisti importanti e stimati, quali quello de lavoce.info, che a suo tempo aveva stimato il costo del rinvio dei referendum in ben 400 milioni di euri (ne parlavo anche qui).
Il comitato promotore ha depositato in Cassazione nel 2007, al termine della campagna di raccolta, circa 820.000 firme per ciascuno dei quesiti proposti.
Il tempo medio impiegato per andare a firmare può essere stimato in circa 30 minuti: in effetti sarebbe assai maggiore, dato che il numero di banchetti di raccolta è significativamente inferiore a quello dei seggi elettorali, ma prendiamo per buono il dato degli economisti de Lavoce.info.
Ne consegue che, partendo da un costo orario di 3,15 euri per ciascuna mezz'ora, il relativo costo per la collettività ammonta a 2,58 milioni (vi prego di notare che il fatto che l'andare a firmare sia un atto volontario non incide minimamente sul fatto che tale atto abbia un costo: stiamo parlando di costi oggettivi! del resto, altrimenti i signori de lavoce, che sono molto più bravi di me, quando hanno fatto le loro stime avrebbero dovuto tener conto di ciò nei loro calcolo, scorporando perlomeno la quota -sia pur ipotetica- di coloro che avrebbero deciso di astenersi, o addirittura di tutti coloro che ritenevano sbagliato mischiare referendum ed europee, per non parlare degli anziani che non vedono l'ora di andare a votare per riempire la giornata).

Vi sono poi i banchetti di raccolta.
Ipotizziamo quattro banchetti per ciascun capoluogo di provincia (ovviamente Milano si compenserà con Isernia): 400 banchetti; e un banchetto ogni trenta comuni per i restanti 8000 comuni circa: altri 270 banchetti per un totale di 670 banchetti.
Per i 90 giorni di durata della campagna di raccolta firme, sono 60.300 banchetti/giorno.
Ammettendo che a ciascun banchetto, funzionante per dieci ore, siedano da due a tre attivisti (diciamo 2,5 per banchetto) abbiamo 150.000 attivisti/giorno, il valore del cui tempo (valutato 6,3 euri/ora) è pari a 63 euri per giornata di dieci ore, per un totale di 9.5 milioni di euri.

Ma la raccolta di firme coinvolge anche gli enti territoriali: in particolare ciascun Comune deve mettere a disposizione il segretario comunale per raccogliere e autenticare le firme di chi desiderasse sottoscrivere la proposta. Non è chissà che lavoro, ma un minimo di organizzazione deve esserci: raccolta della modulistica, predisposizione di locali, orari...
Diciamo che ciò impegni ciascun comune per trenta minuti al giorno (che mi sembra proprio il minimo minimo, tra segretario, usceri e altri addetti): su 8000 comuni fanno 4000 ore/giorno, pari a 500 giornate lavorative/giorno; che per 90 giorni sono 45.000 giornate lavorative (queste -badate bene- pagate dal contribuente), pari a sei milioni di euri, alla tariffa di 102 euri/giorno (qui si tratta di giorni lavorativi, non di tempo libero; e lavoce.info stima in 102 euri il costo della giornata lavorativa media).

Ci sono poi i magistrati di Cassazione che formano l'Ufficio Centrale per il referendum, composto da tutti i presidenti di sezione; i giudici della Corte costituzonale; i presidenti della repubblica, del Senato e della Camera, nonché tutte le relative segreterie e cancellerie, che devono attivarsi. tutta gente ben pagata, fra l'altro. Facciamo un forfait e diciamo che questo scherzo viene a costare solo un milioncino, ok?

Quanto alle schede elettorali, ne vengono stampate circa 50 milioni a quesito, e pertanto 150 milioni. A 0.026 euri/scheda, prezzo determinato dalla commissione Tariffe del MEF, vengono 3,9 milioni tondi tondi.

Tralasciamo il resto, e scopriamo che Guzzetta e Mariotto Segni ci sono costati, con la loro iniziativa, 22,5 milioni e rotti di euri: dato che vi apparirà un'enormità, ma del tutto in linea -e anzi prudente- rispetto a quello de lavoce.info che ha infiammato per mesi il dibattito politico.
Ora, dato che questi signori ci sono già costati tanto, e considerato con quale puntigliosa attenzione hanno sempre detto che sarebbe stato immorale sprecare tanti soldi in un momento di crisi come questo, immagino che converranno con me sul fatto che il rimborso elettorale di 1,5 milioni di euri (vale a dire un euro per 500.000 firme per tre quesiti) sarebbe proprio indecente.
E pertanto, invito tutti coloro che abbiano a cuore il bene del paese a disertare le urne, affinché il quorum non venda raggiunto e i rimborsi elettorali non siano erogati.

Berlinguer ti voglio bene

Vittorio Zambardino: non posso dire di conoscerlo, ma è una persona che gode di grande stima nel microcosmo del blogocono. E poi sta simpatico a Mantellini.
Gia ho avuto modo di esprimere qualche dubbio quando con il suo account di Facebook ha fatto la stessa stessissima cosa di Matteo Salvini; salvo che quest'ultimo tutti l'hanno preso in giro, mentre Zambardino ha raccolto un -quasi- universale consenso.
Oggi questo signore, che afferma di capire di compiuter, e sarà anche vero dato che viene pagato da Repubblica per scriverne, parla di Enrico Berlinguer: raccogliendo il plauso di Costa e Sofri jr.: come dire le autorità più autorità che ci siano.
Sarà che ho mangiato gli spaghetti alla salsa di testa di gamberi che faccio una volta all'anno, sarà che ormai è un anno che scrivo sciocchezzuole e ho perso anche gli ultimi barlumi di timore reverenziale, sarà che la signora con cui mi accoppio mi ha dato buca, sta di fatto che mi sono incarognito, e desidero esprimere ciò che penso.

L'analisi di Zambardino (che non è un'analisi, sia chiaro, bensì uno sfogo umorale), preceduta com'è dalla dichiarazione di votare radicale vale poco meno della carta con cui erano avvolti i miei calamari.
Ma essendo suggestiva, merita qualche riga di replica, tanto per mettere le cose in chiaro.
[Berlinguer] non era laico. Aveva ragione Lucia Annunziata, quando lo scrisse esaltando questo aspetto. Il suo partito era il partito della famiglia e di una considerazione severamente tollerante, occhiuta e infastidita di altri stili di vita. Un giovane dirigente comunista dell'epoca d'alema alla fgci ebbe la carriera distrutta perché il suo amante gli fece una pubblica scenata rimasta nell'epopea orale.
Sarebbe bello che chi esprime pareri avesse un minimo di senso storico, e non leggesse la realtà di trent'anni fa con gli occhi dell'oggi. Ciò detto, distinguere tra moralismo e bigotteria dovrebbe essere possibile anche con fette di finocchiona al posto delle lenti. Non dico inquadrare storicamente il moralismo di Berlinguer, badate. semplicemente comprendere che negli anni Settanta "laico" poteva anche comprendere il rifiuto dell'omosessualità, il che oggi sarebbe grave, ma allora no.
Dire "aveva ragione Lucia Annunziata" è un ossimoro, o un anacoluto; pazienza.

Il pci di Berlinguer cerco' di evitare fino all'ultimo i referendum su divorzio e aborto
Considerato che si trattava di referendum tesi ad abrogare la possibilitò di divorziare ed abortire, la posizione di Berlinguer mi pare del tutto condivisibile. a voi no?

Del resto Berlinguer aveva una idea della società italiana nella quale istituzioni e "popolo" (che schifo questa categoria) aderivano perfettamente: per lui i cattolici erano la dc, le espressioni ufficiali del movimento cattolico, la chiesa. Si dialogava tra forze che rappresentavano pezzi di società. La sua idea della cultura libera, che c'era, non prescindeva dalla presenza delle istituzioni che erano tutto il suo orizzonte.
Berlinguer era comunista. Complimenti, Zambardino!!!

Berlinguer ebbe una idea del terrorismo e degli anni di piombo assolutamente conservatrice e "persecutoria". La sua gestione del sequestro Moro contribuì - ne sono convinto: in totale rigore morale ma *non* in buona fede - alla morte di quell'uomo. Il senso dello stato dei comunisti era post staliniano, soffocante, legalitario, in questo assolutamente "dipietrista" - non mi stupisce che ex comunisti oggi votino per un signore che secondo me ha una onesta e chiara cultura di destra. E' una cultura che li accomuna. Inoltre il compromesso storico partiva dall'dea che in Italia vi fosse una "reazione" , alla cilena, che è versione storica che non mi sento più di condividere. Quel pericolo fu ingrandito, amplificato. E usato
Questo non perspicuo periodo ci dice che Berlinguer fu responsabile della morte di Moro, quale diretta conseguenza del rifiuto di trattare con i terroristi (la "strategia della fermezza"). Del che egli stesso fu sempre consapevole. L'associazione del pensiero berlingueriano con il dipietrismo, salva la gratuita pubblicità al tribuno molisano, non ha alcun fondamento logico; e Zambardino stesso appone incisi per dichiarare che parla sula base di mere sensazioni.
Che egli non si senta di condividere una sua fantasia è sintomo di una certa confusione mentale: *sua*, non certo dell'oggetto del suo fantasticare.

Come vedete, non ho ancora affrontato il cavallo di battaglia che oggi usano i revivalisti di Berlinguer. La questione morale. L'ho fatto perché bisogna arrivarci dal compromesso storico. Quella idea di "unità nazionale" era profondamente antidemocratica, perché pensava di chiudere il sistema politico come una cappa sul paese, prima che lo facessero altre forze. Ma eccco il punto, quella chiusura ci fu. Il disegno non fallì
Finché ci fu Berlinguer, i fascisti non ebbero alcun ruolo nella nostra democrazia. Egli ci riuscì (a differenza dei suoi successori, tanto che oggi troviamo l'ex capo del MSI sullo scranno più alto di Montecitorio: il che allora sarebbe stato impensabile).

Lo confesso, condivido l'analisi di Marco Pannella quando dice che i nostri mali di oggi provengono dalla violazione sistematica e perfettamente bipartisan della legalità costituzionale e democratica da parte delle forze politiche dell'italia post fascista. Non fatevi obnupilare dall'incazzatura e pensate per un attimo (è un esercizo che faccio sempre, anche con i peggiori avversari) : e se avesse ragione lui, come starebbero le cose? Se usate il concetto di Pannella, molte cose pre e post Berlinguer cominciano a spiegarsi. Anche - e lo dico con grande prudenza - un certo rapporto tra politica e magistratura, non fisiologico di un paese nel quale debba trionfare lo stato di diritto. Sempre: l'emergenza non è democrazia. Un rapporto troppo ravvicinato, che cercava di spostare a favore della sinistra una relazione che negli anni 40 e 50 e 6o era stata a favore della Dc con uguale grado di "pratiche" sostanziali non corrette.
O il periodo che precede non ha alcun senso, o il suo senso è comprensibile solo a un laureato summa cum laude in logica aristotelica. In entrambi i casi, non è un gran modello di comunicazione (a proposito: Berllinguer sapeva comunicare abbastanza bene: geloso, Vittorio?)

Questione morale: no, non eravamo diversi dagli altri. Come diceva Enrico. E' vero che eravamo gente onesta e rigororosa, si viveva di poco e di grande moralità pubblica, nani e ballerine non sono mai state il nostro mondo.
Ma il Pci di Berlinguer partecipò sistematicamente alla lottizzazione Rai. Il pci di Berlinguer (pregherei su questo di non contestarmi perché ho ricordi assai precisi) partecipava, in forma minore di altri e attraverso organismi non immediatamente di partito, del banchetto che la spesa statale aveva avviato nel settore dei lavori pubblici. E sopratttuto il pc di Berlinguer condivideva quel sistema, la convinzione che "si dovesse" far così.
Cioè il Pci di Berlinguer partecipava alle lottizzazioni nelle università, negli ospedali, negli enti pubblici e condivideva l'idea che i partiti dovessero sedersi a un tavolo e dividersi il potere. Ma ai suoi militanti proponeva altri valori. Una bella doppia morale.

Rimane, di tutto ciò, il fatto che "eravamo gente onesta e rigororosa". Il resto è vita, e disconoscerlo è (stupido) velleitarismo.
Berlinguer predicava rigore, moralità equilibrio, pazienza, fatica, tenacia. Tutte cose fuori moda, certo.

Il Pci di Berlinguer approvo' con altri la legge sul finanziamento pubblico dei partiti
La legge sul finanziamento pubblico dei partiti doveva servire a far sì che i partiti non rubassero. Disconoscere la semplice, adamantina verità del fatto che la politica ha un costo è possibile solo al party del cappellaio matto.

No, Zambardino non è un buon censore di Berlinguer: e dovrebbe sciaquarsi la bocca quando parla di lui, di sinistra, di laicità e di riforme.
E coloro che ne condividono il pensiero, dovrebbero forse leggerselo prima con attenzione, prima di sparare giudizi.

venerdì 12 giugno 2009

Soprannomi faccialibro

Apprendo, con un interesse che ben potete immaginare, che dalla mezzanotte EDT di stasera (che poi sarebbero le cinque o le sei del mattino qui da noi, non rammento bene) gli utenti di Facebook potranno scegliersi un nickname che diventerà parte integrante degli indirizzi delle loro pagine.
Mi viene da chiedermi quante sveglie trilleranno poco prima di quell'ora nel nostro bel paese; ma svegliarsi presto non ha mai fatto male a nessuno, per cui ben venga l'oro in bocca per i tanti giovani e meno giovani per i quali Facebook è diventato il principale centro d'interessi.
Azzardo però una profezia: quanti giornali ci trapaneranno le intimità con le storie di coloro che si sono visti sottrarre il proprio nome-cognome da qualcun altro omonimo? Quale scandalo sarà sollevato da qualche starletta, magari neodeputata, che si vedrà sottratta l'identità da qualche nerboruto camionista?
Matteo Salvini, quello di zona Forze Armate, riuscirà a conquistare l'agognato URL www.facebook/matteo.salvini, o sarà surclassato da altro Salvini Matteo, magari salentino o peggio comunista?
Quante interrogazioni parlamentari e progetti di legge verranno presentati per ripristinare il buon diritto di ciascuno al suo nome?
E' consapevole Zuckerberg dei rischi che corre mettendosi contro D'Alia?

Poi dice che uno si butta a sinistra

La situazione nell'intellighenzia del Partito Democratico è molto ma molto più grave di quanto finora non si credesse.
Tralasciando* gli sproloqui dell'ideologo-fondatore (quel Michele Salvati che ha avuto per la sinistra lo stesso effetto benefico che Mariotto Segni ha avuto per l'Italia), il quale incuba** un partito unico ricomprendente, tra gli altri, Tremonti, Sacconi e Brunetta, il punto fondamentale all'attenzione dei vertici e dei simpatizzanti è, nientemeno, la serrata dialettica tra D'Alema e dalemiani e Veltroni e veltroniani, con uno spruzzo di ex democristiani di contorno.
Su queste pagine si è parlato molto, e molto male, di Veltroni, ma si sono spese poche parole su D'Alema: e dato che quando si parla di PD qui si critica, tale silenzio avrebbe potuto far pensare che vi fosse una certa simpatia per il baffuto brizzolato ex presidente del consiglio.
Così non è.
Tanto si è disprezzato Veltroni per la visionarietà del progetto, accompagnata dalla più serena mancanza di una qualunque linea strategica (salvo si possa definire tale il tentativo, ontologicamente perdente, di non scontentare nessuno e di non prendere mai una posizione decisa su qualunque argomento, eccezion fatta per il presidente della Commissione RAI), ma ciononostante gli si è riconosciuto di possedere uno spiccato spirito etico e un forte sistema di valori: valori sballati, inutili e non accompagnati dalla necessaria forza di volontà per affermarli: ma valori.
L'altro, l'avversario di sempre, sembra invece avere quale unica strategia la conquista del potere, in sé e per sé. Che, se ci pensiamo bene, non si può neppur definire strategia, dato che la strategia si indirizza al raggiungimento di un fine; ma se il fine è vincere in sé e per sé, allora strategia e tattica si sovrappongono l'un l'altra: il che in sé dimostra, quando mai servisse, che ciò non è una cosa buona.
D'Alema, al contrario di Veltroni, viene universalmente riconosciuto come persona di grande intelligenza, o perlomeno di grande furbizia. Non si sa bene da cosa derivi questa fama, dal momento che anche la furbizia, che (giova rammentarlo) nella commedia dell'Arte è la virtù dei servi, è tale solo fin tanto che consente di conseguire gli obiettivi che ci si prefiggono. D'Alema questi obiettivi li ha sempre sfiorati, mai raggiunti.
Ricorderete i disastrosi risultati del suo governo, conclusosi con il capitombolo della sinistra alle elezioni regionali, e che nel frattempo era riuscito persino a portare l'Italia in guerra, per la prima volta nella storia repubblicana. Il fallimento della bicamerale; la mancata elezione alla presidenza della Repubblica; e più in generale il quotidiano atteggiarsi a Richelieu della politica italiana senza metterci fino in fondo la faccia, pago del ruolo di burattinaio di marionette che, da lui manovrate in realtà o anche solo in apparenza, hanno iscritto fin dal primo momento nel proprio fato il destino della sconfitta; e amara perdipiù.
Più degni di stima mi sembrano taluni dalemiani evoluti, quali l'ex presidente della Provincia di Milano Penati Filippo, il quale ha dimostrato nei cinque anni di suo governo di puntare all'esercizio del potere non come succedaneo del coito, bensì a puro fine di arricchimento personale e di sistemazione di amici, amici di amici e così via, sino alla quinta iterazione. Trovo che sia molto più vicino al comun sentire del nostro Paese che il potere venga utilizzato a tali fini, piuttosto che in funzione del mero bearsi la mattina, durante la rasatura.



* se pensate che non stia bene iniziare un periodo lungo e ampolloso con un gerundio, sappiate che vi sbagliate
** nel senso di colui che, pasciutosi di peperoni e fagioli con le cotiche, non trova nel sonno una pace ristoratrice

 

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