giovedì 7 maggio 2009

Imperocché

Prendo spunto da un simpatico lazzo tiratomi da .mau. nei commenti a un post nel quale parlavo male di Penati, dove avevo scritto "provincie", con la i.
In questi giorni, anzi fino a poco fa, ero preso a scrivere un parere su una di quelle complicate operazioni di structured finance: per la precisione un leveraged buyout, nell'ambito del quale la banca per cui lavoro ha concesso una linea amortizing di senior acquisition loan e una linea bullet da utilizzare quale bridge to cash. I dissensi tra i soci relativi alla earn out clause hanno comportato una serie di problemi, e quindi ho dovuto scrivere alcune paginette di legal opinion per i colleghi dell'area di acquisition finance.
Considerato che il collega che abita più lontano per venire a lavorare prende il Malpensa Express (che per i non dimestici della città è il trenino che arriva alla stazione delle Nord, mica un aereo privato), e che la società target sta nella città di Cofferati (non quella dove andrà: quella dove ha già fatto danni), capirete che tutte queste espressioni mi suonano un po' ridicole.
Il mio capo poi, che a differenza di me ha fatto le scuole alte (quelle dove si impara anche la lingua di Platone) è ancor più rompiciliegie del sottoscritto: e pertanto ci facciamo scrupolo, quando redigiamo questi documenti, di utilizzare l'inglese solo quando non esiste la minima possibilità di trovare un corrispondente termine o locuzione italiana: vale a dire praticamente mai.

A questo stile, che viene visto come inutilmente affettato da parte dei lettori i quali, tuttavia, non possono sollevare alcuna critica di un qualche minimo pregio, aggiungo usualmente di mio un po' di espressioni e vocaboli non proprio correnti; e non lo faccio per celia, bensì proprio perché quando scrivo certe espressioni mi escono di getto: sono un po' parte del mio armamentario di base.
Sarà stata l'influenza dell'insegnante delle elementari, anziana e rigidissima; sarà soprattutto perché mentre i miei erano al lavoro passavo i pomeriggi a casa dei nonni e specialmente con la nonna, svizzera, che parlava un italiano dichiaratamente ottocentesco, sta di fatto che nei miei scritti, specie quelli a contenuto più tecnico, si trova un fiorire di queste locuzioni delle quali il mio capo va poi a caccia, espungendomele tutte in nome della necessità di mantenere un basso profilo (lui dice: "non possiamo dar l'impressione di prenderli anche per il culo").
Per fare un esempio, io scrivo sempre: "in Isvizzera", dato che mia nonna diceva esattamente così; e ogni volta l'espressione mi viene cassata (considerate che in moltissime di queste operazioni i contratti vengono stipulati a Lugano, per motivi fiscali, e quindi soggetti a un particolare regime: capirete quindi perché quasi sempre sia necessario specificare "il contratto, stipulato in Isvizzera...")

In quest'ultimo parere, forse anche per contrastare lo sciorinìo di anglicismi che rinvenivo nelle comparse delle parti, ammetto di aver forse un po' esagerato.
E così, oltre al classico "in Isvizzera", mi sono stati cassati, talora con sdegno, un "epperò"; un "di guisa che"; un "non del tutto scevro di qualche pregevole spunto"; e anche (ma confesso che qui avevo voluto fare il cagone: li avevo messi dentro per vedere se se ne sarebbe accorto) un "purchessia" e un "imperocché". Sono sopravvissuti alla falce del revisore un "purtuttavia" e un "intiero": anche quest'ultimo vocabolo è per me un lascito della nonna, e forse è una forma più dialettale che che desueta.

6 commenti:

scorfano ha detto...

Ma sciorinìo li batte quasi tutti...

lapiccolacuoca ha detto...

"...è una forma più dialettale che che desueta" cit. fonnte NOn anonima
Il che che ha un suo perche' oppure come direbbe papa' Gustavo (furlano della bassa): el ghe se sbrisa', nel senso e' andato via cosi' senza controllo. Giusto per fare le pulci a un brano piuttosto lezioso. Oserei dire. (Poi in Isvizzera lo diceva anche mia nonna furlana, meglio lei diceva: in Isvissera)

.mau. ha detto...

Sciorinìo è bellissimo, anzi pulcherrimo.

Intiero a me fa tornare alla mente le sciarade della fine dell'Ottocento: "Il primiero è dubbioso, / col secondo non oso; / e l'intiero è calloso / pel lavor coscienzioso."

mfisk ha detto...

Mi accorgo solo ora che, volendo esser coerente a me stesso, avrei dovuto scrivere "con isdegno": si vede che la mia nonna non si sdegnava mai.
Quanto al cazziatone indiano (lo sapesse il mio capo, che mi fanno le pulci da laggiù!), trattasi di vero e proprio errore di stompa :-)

spider ha detto...

In questo libro Oliviero Beha usa sempre intiero, con la "i", mai una volta senza.
Se non sbaglio è fiorentino, quanto di meno dialettale esista ;)

pensierioziosi ha detto...

In Isvizzera lo dico spesso anch'io ma non lo metto per iscritto— o per scritto?

A quanto pare, questa forma di eufonia va sotto il nome di prostesi, e la “i” viene detta “i prostetica”.

 

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