giovedì 25 settembre 2008
Mutui e rinegoziazioni - i derivati
Avevamo detto, semplificando grossolanamente, che le banche prendono il denaro a tasso variabile e quindi prestarlo a tasso fisso è rischioso. In effetti andando a guardare più a fondo si vede che una banca ha tante fonti di raccolta, a condizioni e con durate diverse.
Possiamo immaginare che ciascun euro in cassa abbia un suo cartellino, che dice "io sono stato preso a tasso variabile" oppure "io sono stato preso a tasso fisso per tre anni".
Il banchiere (il responsabile della finanza) deve assicurare che ci sia una corrispondenza il più stretta possibile tra le forme di raccolta e quelle di impiego, per minimizzare il rischio di tasso e di durata.
Un allibratore di cavalli non ci pensa nemmeno a far le quote in base a chi crede che vincerà: le modifica tempo per tempo, in modo che se ha ricevuto troppe puntate su un solo cavallo i successivi scommettitori puntino su altri cavalli, minimizzando così il suo rischio. L'obiettivo è di guadagnare sempre, indipendentemente da quale sarà il cavallo vincente.
Il banchiere, allo stesso modo, non ha alcuna intenzione di speculare sul tasso. Magari ha un bel mucchietto di euri acquistati a tasso variabile, ad esempio il 4,00%, e si aspetta che i tassi scendano. Potrebbe impiegarli al tasso fisso del 4,50%, lucrando uno 0,50% di spread, che si raddoppierebbe o quadruplicherebbe con la discesa dei tassi. Ma se invece i tassi salissero? Lo spread scenderebbe a zero, o andrebbe in negativo: e ciò non sarebbe punto bello.
I banchieri sanno benissimo che la sfera di cristallo non esiste, e che la loro aspettativa per il domani è del tutto aleatoria. Io stesso, quando si è trattato di dare un consiglio sui tassi ai miei genitori, sono andato dal guru della mia banca chiedendogli come sarebbero andate le cose: naturalmente la risposta era sbagliata.
Quindi se in cassa c'è denaro acquistato a tasso fisso, lo si impiega a tasso fisso (e per la stessa durata), mentre quello acquistato a tasso variabile lo si impiega a tasso variabile.
Già, ma se i clienti vogliono il tasso fisso e in cassa di tasso fisso non ce n'è, come si fa? Presto detto.
Immaginate di aver in tasca un bel biglietto Alitalia per Londra: ora che sapete che il volo partirà preparate la valigia e ci mettete dentro magliette, mutande, rasoio, caricatore per il cell... azz! ma a Londra hanno quelle ridicole prese a tre poli... Trovato! ci vuole un adattatore. Comprato l'adattatore, la spina del vostro caricatore vede una presa italiana, mentre la presa del muro dell'albergo vede una spina inglese, e tutti sono soddisfatti.
L'adattatore per il banchiere si chiama derivato: il cliente vede il tasso fisso, mentre il bilancio della banca vede il tasso variabile, e tutti sono contenti.
La stessa cosa si può fare, anziché con i tassi, con i cambi; ed è anche più facile da spiegare e da capire. Immaginate di essere un pastificio italiano, che compra il grano in Italia, e che vende una parte del prodotto in America: il prezzo di quella fornitura sarà regolato in dollari; e se il dollaro sale, champagne!; ma se scende son dolori, perché il grano lo pagate in euri, e la pasta finite per venderla a meno del valore del grano con cui è fatta... Che si fa? si mette in mezzo l'adattatore: uno strumento che annulla le differenze facendovi vedere euri anziché dollari.
In pratica, si fa un contratto che prevede che se il dollaro scende, vi pagano dei soldi, mentre se sale, sarete voi a pagare.
Immaginate che il vostro contratto con l'America sia per una fornitura di 10 milioni, quando il cambio euro/dollaro era a 1,250 (vale a dire 8 milioni di euri): voi dovrete stipulare un derivato su un valore di 10 milioni di dollari (il cosiddetto sottostante) strutturato in modo che se il cambio euro/dollaro andasse a 1,111 (il vostro contratto ora varrebbe 9 milioni di euri) voi dovrete pagare 1 milioni di euri; se invece il cambio andasse 1,400 (il vostro contratto ora varrebbe 7,14 milioni di euri), voi ricevereste 0,86 milioni.
Come si vede, il derivato è uno strumento utilissimo: vi può salvare l'economia di un'azienda e vi fa dormire sonni tranquilli: Bush può dire e fare qual che vuole: qualunque cosa succeda, io guadagnerò sempre la stessa cifra.
Ma allora perché se ne parla tanto male, dei derivati? Il problema è che se voi la fornitura da 10 milioni di dollari (il famoso sottostante) non ce l'avete, il vostro derivato diventa una mera scommessa sui cavalli. Potete vincere o potete perdere; meglio se vincete, ma in ogni caso non avete più una fonte di serenità, bensì di ansia.
Tornando al nostro derivato sul tasso (che tecnicamente si chiama IRS: ricordatevelo!), il meccanismo è sempre quello: vi consente di trasformare un tasso fisso in un tasso variabile, e viceversa. anche in questo caso, se avete il sottostante (cioè il mutuo da trasformare), il derivato è una cosa seria e utile; ma se stipulate il derivato senza sotto il mutuo, state semplicemente scommettendo d'azzardo sulla direzione che prenderanno i tassi; e avete il 50% di probabilità di perdere (tanto) denaro.
Finché i derivati erano trattati solo tra professionisti della finanza, la loro utilità era evidente e innegabile; il problema è stato quando hanno cominciato a uscire dai santuari ed essere proposti anche a piccolissime aziende o addirittura a privati. L'esempio del pastificio mi semba faccia vedere la faccia buona del derivato; ma se vendiamo un derivato in yen al meccanico sotto casa, sicuramente c'è qualcosa che non funziona.
Evito di proposito di affermare che è la banca, che ha sbagliato a venderlo: perché molto spesso, è proprio il piccolo imprenditore che viene a chiederlo, il derivato, credendo di diventare Paperone in poco tempo. Sbaglia chi glielo vende, ma prima di tutto sbaglia lui a chiederlo. Intendiamoci: tanti onesti risparmiatori sono stati volgarmente truffati da venditori senza scrupoli; ma tanti altri hanno provato, è andata loro male, e poi cercano di rimettere insieme i cocci.
Fine della digressione: la prossima volta riprendiamo il tema della rinegoziazione per capire se accettare o meno la proposta giunta a casa.
Alitalia - l'epilogo
Non credo di andare tanto lontano dal vero se affermo che quanto sottoscritto oggi non è altro che una vendita mascherata ad Air France, a condizioni peggiori rispetto a quelle di sei mesi fa. Certo, oggi Air France entra nell'affare con un misero 15% circa, ma nulla mi impedisce di credere che tempo due-tre anni (più tre che due) CAI si sfilerà e Air France prenderà il controllo.
La soluzione di oggi ha una quantità di vantaggi per tutti. Per il Cavaliere anzitutto, che avrebbe irrimediabilmente perso la faccia se la vendita avesse avuto luogo alla compagnia che lui stesso aveva allontanato.
Per quanto riguarda i soci di CAI, è stato evidente a tutti che non vedevano l'ora di tirarsi fuori dall'affare, una volta capito che gestire una compagnia aerea è qualcosa da farsi con una logica temporale del tutto diversa rispetto a quelle mordi e fuggi cui sono abituati. Di contro, sfilandosi avrebbero perso i vantaggi che certo sottobanco sono stati loro promessi (e questo è ormai un segreto di pulcinella, tanto che negli scorsi giorni lo affermava la stampa di tutti i colori politici).
Questa soluzione invece consente loro di star dentro per un po', e poi pian pianino cedere ad Air France. Se tanto mi dà tanto, usando il buonsenso posso affermare che ci sono già dei pezzi di carta firmati in tal senso: non verranno mai tirati fuori, ma sarebbe assurdo se così non fosse.
Per quanto riguarda piloti, assistenti e personale vario, si trovano, in prospettiva, dentro una delle maggiori compagnie mondiali (forse la maggiore), e se andiamo a rileggerci questo post vediamo anche che è la meno sparagnina di tutte dal punto di vista salariale.
Rimane il carico per i contribuenti, e questo prima o poi qualcuno lo quantificherà.
Intendiamoci: di tutto ciò che scrivo non ho una sola prova. L'unica cosa da fare è rivederci qui tra un po', diciamo il 1° luglio 2011, e stare a vedere come staranno messe le cose allora.
Mutui e rinegoziazioni
Oggi quindi vi racconto come funziona la rinegoziazione dei mutui: non quella di Bersani, bensì quella più recente di Tremonti.
Naturalmente prima di tutto vi annoio con un pippone di inquadramento storico e di richiami normativi.
Partiamo dall'inizio: con l'ingresso dell'Italia nell'area Euro i tassi di interesse hanno preso a scendere vertiginosamente, e hanno raggiunto livelli minimi tra la fine del 2003 e l'inizio del 2005 (se proprio volete verificare, qui trovate i dettagli). Questo mutamento del mercato ha avuto in Italia un effetto sconvolgente.
Con la diminuzione dei tassi il mutuo è diventato sempre più abbordabile, fino al punto in cui è diventato di fatto più conveniente dell'affitto stesso. Vi risparmio i motivi per cui ad un certo punto l'affitto è diventato più costoso: roba di matematica finanziaria. Sta di fatto che a un certo punto, in Italia, chi aveva pochi soldi ha iniziato a dover comprare casa: tanto che il mercato degli affitti si è concentrato su immobili del tutto marginali -le cosiddette case popolari e simili- o su abitazioni di pregio destinate a locatari di classe sociale assai elevata, che avevano interesse a far transitare l'operazione da società costituite allo scopo per sfruttare i vantaggi fiscali o che semplicemente non volevano impegnarsi in un investimento di breve durata.
Quindi una marea di italiani dal 1997 in poi ha comprato casa, prendendo a prestito i fondi necessari dalle banche tramite un mutuo. I mutui potevano essere contratti a tasso fisso oppure a tasso variabile; quest'ultimo è di regola più conveniente, e lo era sicuramente in quegli anni: scopriamo perché e vedremo che questo ci consentirà subito di sfatare un mito.
La banca prende i soldi in varie maniere, ma il maggior volume di denaro viene movimentato su base giornaliera o comunque di brevissimo termine (in verità questa è una semplificazione: ci torneremo sopra, ma per ora pigliatela così). La banca, quindi, il denaro lo paga a tasso variabile (perché anche la banca paga il denaro, mica lo trova sugli alberi). Dato che il tasso variabile può variare, come dice il nome stesso, anticiparne la misura nel tempo è rischioso, e il rischio va remunerato.
Detto in altre parole: oggi pago il denaro al 4%, domani potrei pagarlo al 4%, al 3% o al 5%, ma non so quale sarà la misura futura. Se sono un banchiere ho due scelte: o dico al cliente di starmi dietro, e quindi di pagare il denaro quanto lo pago io, più un pezzettino (lo spread); oppure accetto di rischiare e gli vendo il denaro a un tasso che rimarrà sempre fisso.
Se il cliente mi paga a tasso variabile, il rischio che corro è solo il rischio di credito, vale a dire il rischio che il cliente non mi paghi. Se mi paga a tasso fisso, corro il rischio di credito ma anche il rischio di tasso, vale a dire che a un certo punto io, banchiere, stia pagando il denaro più di quanto me lo sta pagando il cliente.
Un rischio contro due rischi: è per questo che il tasso variabie costa di meno del tasso fisso. Vedete che l'ottica del banchiere è molto diversa da quella del mutuatario: per il banchiere il tasso fisso è rischioso, dato che per lui conta quanto giorno per giorno paga il denaro; mentre per il mutuatario la logica è opposta.
Il mutuatario ha di regola una o più entrate fisse, con cui deve pagare l'abitazione, le spese condominiali, il cibo e quant'altro. Per lui il rischio vero è quello di non farcela a fine mese: gli importa abbastanza poco se il banchiere ci guadagna più o meno abbondantemente: l'importante è arrivare al 27!
Come che sia, negli anni che ci interessano i tassi variabili sono diventati ridicolmente bassi. Orbene, i tassi non possono scendere sotto lo zero, ma possono ben salire molto sopra: quindi più la misura del tasso corrente (variabile) scende, più si allarga la forbice rispetto al tasso fisso che un banchiere è disposto a fare. Quando il tasso è al 2%, può scendere al massimo all'1%, ma può anche salire al 3%, al 5%, o addirittura al 9%! Perciò le possibilità di salita sono molto superiori rispetto alle possibilità di discesa.
Le banche proponevano due tipologie di mutuo: a tasso fisso e a tasso variabile; ma il tasso variabile era molto meno costoso del tasso fisso, dato che quest'ultimo era più rischioso.
Ne consegue che quasi tutti coloro che si sono indebitati in quegli anni lo hanno fatto a tasso variabile: la differenza era tale che ben pochi hanno preferito scommettere che la pacchia non sarebbe durata: quasi tutti hanno scelto di pagare subito quanto meno possibile. In effetti non era proprio una scelta: il fatto era che se si fossero indebitati a tasso fisso non sarebbero riusciti a pagare la rata; l'affitto non riuscivano a pagarlo... che rimaneva?
Attenzione, però: la banca non aveva alcun interesse a preferire una forma di mutuo rispetto all'altra: poniamo ad esempio che la banca avesse stabilito che sul variabile voleva far pagare il tasso base più uno spread dell'1,5%, mentre sul fisso voleva il 7%. Bene: le due soluzioni sono per la banca perfettamente equivalenti: la banca non ha alcun interesse a spingere l'una o l'altra: e questo perché è la banca stessa che, con strumenti complicati (i derivati) trasforma internamente i tassi fissi in variabili e viceversa.
In sintesi, per chiudere il capitolo:
- la discesa dei tassi ha reso conveniente e necessario indebitarsi con le banche, in quanto ha distrutto il mercato degli affitti;
- indebitarsi a tasso variabile era molto meno costoso per l'utente finale, anche se più rischioso i termini di flussi ("arrivare a fine mese");
- le banche non avevano particolare interesse a spingere ad indebitarsi nell'una o nell'altra forma.
Nella prossima puntata approfondiremo l'ultimo punto e vedremo poi cos'è successo quando i tassi hanno cominciato a risalire.
(continua)
mercoledì 24 settembre 2008
La crisi dei subprime
Mi sono accorto in questi giorni che ci sono delle persone -sia pur solo qualche decina, non ceto le masse di Vespa- che hanno ritenuto utile spendere una parte non trascurabile del proprio tempo per leggersi una serie di articoli su un tema di cui tutti parlano, spesso a sproposito; si tratta di articoli che ho cercato di mantenere brevi e semplici, ma per il profano probabilmente saranno risultati in qualche passaggio comunque ostici.
Credo quindi che sia utile -perfino doveroso, per certi versi- andare avanti a parlare dei temi di attualità che a mio parere sono affrontati in maniera insufficiente o addirittura francamente distorta dagli organi di informazione mainstream: sempre mantenendomi beninteso nell'ambito delle mie conoscenze tecniche, fedele al motto che ho scelto per il blog (naturalmente non mi impedirò di divagare ogni tanto con cazzeggio privato).
Una delle cose di cui si parla molto in questi giorni è tutto il bailamme che sta succedendo nei mercati: banche che falliscono, borse che tracollano, iperliberisti che divendano socialisti e socialisti che recuperano il mito del mercato...
Tutto sembra aver origine dai mitici mutui subprime: manca solo che si associ a subprime anche la piaga dell'AIDS e il riscaldamento globale del pianeta per chiudere il cerchio.
Ovviamente non è che il mancato pagamento di una rata da parte di un'infermiera nera della periferia di Dallas (o di un agricoltore bianco della midlands) possa di per sé far fallire una banca con un secolo e mezzo di storia: è anche la banca in questione, che ci ha messo del suo.
Prossimamente vorrei quindi spendere due parole per spiegare come funziona questo dorato mondo delle cartolarizzazioni. Per intanto, per preparare la bocca, comincio a linkare questo splendido fumetto -in inglese, ahimé- che avevo trovato da qualche parte tanto tempo fa. Purtroppo non posso riconoscere la paternità all'autore perché non ho proprio la più pallida idea di chi sia.
Strange Maps
Dopo un preoccupante periodo di pausa, ha ripreso le pubblicazioni Strange Maps, a mio avviso uno degli oggetti della rete più affascinanti e sconcertanti, in senso etimologico.
Formalmente sarà anche un blog, ma di fatto ciascun post è un'occasione per riflettere sul mondo, ogni volta da un punto di vista diverso, e mettere in discussione le proprie certezze e le proprie idées reçues. E anche un po' sé stessi.
martedì 23 settembre 2008
Sparare sull'ambulanza
Non conosco personalmente Alessandro Gilioli, ma non me la dà a bere, con quel suo faccino perbene e i bambinetti intorno. Lui è più cattivo di Don Zauker, al quale fra l'altro un po' somiglia.
Solo una persona del tutto priva del senso di pietà avrebbe potuto scrivere questo pezzo (leggetelo: merita proprio)
lunedì 22 settembre 2008
Alitalia sorge ancora /5
Ed eccoci arrivati al capolinea, con questa che doveva essere l'ultima puntata della serie e con Alitalia avviata verso un disonorevole fallimento, salvo sorprese dell'ultim'ora che non si possono mai escludere.
Avevo promesso di analizzare in questo post i motivi della crisi della compagnia dopo aver riscontrato, con mio stupore, che la società non è indebitata fino al collo come ci avevano (o perlomeno mi avevano) fatto credere.
Per chi proprio fosse curioso, ecco la posizione finanziaria netta al 31/12/2007:
A. Cassa -9
B. Altre disponibilità liquide -319
C. Titoli detenuti per la negoziazione 0
D. Liquidità (A+B) -327
E. Crediti finanziari correnti -32
F. Strumenti finanziari derivati -8
G. Debiti bancari correnti 144
H. Altri debiti finanziari correnti 6
I. Indebitamento finanziario corrente (F+G+H) 141
J. Indebitamento finan. corrente netto (I-E-D) -218
K. Debiti bancari non correnti 596
L. Obbligazioni emesse 723
M. Altri debiti non correnti 66
N. Indebitamento finanziario(K+L+M) 1.385
O. Indebitamento finanziario netto (J+N) 1.167
Dove i numeri negativi sono soldi e i numeri positivi sono debiti. Certo adesso le cose saranno peggiorate, ma come si vede la situazione non era certo catastrofica, dal punto di vista finanziario, dato che i debiti di tale natura erano pari a un quarto circa del fatturato.
Ciò posto, rilevato che Alitalia perde già sulla gestione operativa (vale a dire che spende già solo per volare più di quanto incassa), allora -come giustamente si domandava .mau.- cos'è che non ha funzionato?
Bene, io a questa storia mi ci sono appassionato, senza secondi fini: mi sono letto un tot di bilanci per capire come funziona il trasporto aereo, ho scoperto un mondo interessantissimo e imparato anche una serie di sigle astruse come ASK, CASK, RASK, CPK, L/F e via discorrendo.
In particolare leggendo il bilancio di easyJet (in fondo al quale trovate la decodifica della maggior parte delle sigle) ho capito come funziona una compagnia aerea e come fa a guadagnare. Vi assicuro che mettere a confronto il bilancio di Alitalia con quello di easyJet è un'esperienza illuminante. Il primo consuma pagine e pagine a spiegare come e qualmente gli amministratori siano bravi e i sindacati cattivi; e quando proprio non si riesce a dare la colpa ai sindacati, è il mondo che rema contro. EasyJet in poche paginette ti spiega tutto con una chiarezza adamantina, tanto che alla fine ti sembra di sentirti pronto per prenderla tu, la poltrona di AD di Alitalia.
Le cose ovviamente sono un po' più complesse, per cui mi limito a raccontare che idea mi sono fatto, senza supportarla con numeri e richiami, perchè verrebbe fuori un trattato. E' un'idea, nulla più: prendetela così come viene.
A mio avviso i fattori critici che rendono profittevole una compagnia sono essenzialmente due: un elevato coefficiente di riempimento dell'aereo e una maniacale attenzione ai costi.
Il coefficiente di riempimento è semplice da capire: far volare un aereo costa un tanto fisso a poltrona, e il costo delle poltrone vuote viene pagato con l'utile delle poltrone occupate. Tutte le compagnie aeree "di bandiera" mostrano un coefficiente di riempimento crescente in funzione della distanza: vale a dire che i voli domestici sono più vuoti degli europei che sono più vuoti degli intercontinentali. Alitalia non solo ha coefficienti di riempimento mediamente più bassi per ciascun segmento, ma ha anche un'offerta sbilanciata sui voli di corto e medio raggio: vale a dire che offre i voli che tendono a viaggiare meno pieni (Alitalia sul domestico presentava un coefficiente del 65% e sull'intercontinentale dell'81%).
Oltretutto su tali rotte la concorrenza della compagnie low-cost è molto più forte, e quindi la politica dei prezzi deve rimanere livellata verso il basso (perfino le aziende floride ormai stanno attente ai costi e fanno volare i propri dipendenti a tariffe scontate!), pena la perdita di ulteriori posti e una diminuzione del coefficiente di riempimento. Insomma: ridurre i voli intercontinentali è stata la più colossale sciocchezza che si potesse compiere.
Il secondo fattore è l'attenzione ai costi. Non crediate che si tratti di non darvi la merendina: c'è anche quello, ma è parte di un tutto. Pensate che easyJet ha guadagnato, nel 2007, £ 4,54 per posto a sedere e ha avuto un coefficiente di riempimento dell'83,7%: darvi una merendina da 1 sterlina avrebbe ridotto di un quinto l'utile, mentre vendervi le merendine le ha fatto guadagnare qualche diecina di milioni.
Ma attenzione maniacale ai costi vuol dire ben altro. Gli aerei di easyJet non sono nuovi perché la compagnia è nuova (anche perché ha ben tredici anni), bensì perché costa meno tenerli in esercizio: consumano meno (Alitalia spende uno sproposito in cherosene), hanno contratti di manutenzione più favorevoli, costano meno in assicurazioni. Attenzione maniacale vuol dire spiegare dettagliatamente in bilancio che i costi di manutenzione sono diminuiti di 61 pence per sedile nel 2007 grazie alla sottoscrizione di un accordo decennale con GE che ridurrà drasticamente i costi di engineering fino al 2016. Vuol dire coprirsi dai rischi di cambio e di prezzo sul petrolio grazie a strumenti derivati efficienti (che servono proprio a quello, mica a speculare!)
Tutto questo forse lo fa(ceva) anche Alitalia, ma a leggere il bilancio non sembrerebbe proprio.
Per concludere: scelte sciagurate e scarsa attenzione ai costi. Ma se gli aerei volano vuoti, di chi è la colpa? Non pensiamo solo al cosiddetto aereoporto di Albenga, che ha il suo volo quotidiano solo quando Scaloja è ministro e lo perde quando Scajola è all'opposizione (sì, Scaloja, quello che sovrintende alla procedura di amministrazione straordinaria al posto del giudice fallimentare). Ma quanti sono i voli operati solo per motivi elettorali o di mero prestigio di un circondario? E chi li ha decisi, quei voli?
Si torna sempre alla (mala) politica. Ma la mala politica è (rectius: era, fino alla vigente legge elettorale) soprattutto responsabilità dei cittadini, che esprimendo il loro voto scelgono (sceglievano) i propri rappresentanti.
E parlando di politica: sarebbe interessante spendere una parola su Vito Riggio, il fulgido presidente dell'ENAC, democristiano di lungo corso che, nel momento in cui Fantozzi decide di aprire un'invito a proporre, dichiara che tra tre giorni ritirerà la licenza di volo. Io avevo già detto che in questa situazione solo un pazzo si sarebbe fatto avanti a formulare offerte; ma qui l'arbitro ha strappato la palla a una squadra e l'ha messa in mano a CAI, fischiando un rigore ed espellendo il portiere. E tutto perché il Cavaliere non può permettersi che Alitalia vada in mano ad altri. Che schifo.
Sicurezza
- forse perche', come me, ti viene in mente "inaffondabile" che era la stessa cosa che dissero del Titanic
***
io seguo sempre il vecchio principio: non addurre a malintenzione ciò che è facilmente attribuibile a cretineria (che poi questa sarebbe la versione da informatico del Rasoio di Occam)
(grazie a Davide Bianchi)
domenica 21 settembre 2008
Un febbrone
È accaduto più d'una volta a personaggi di ben più alto affare che W.V., di trovarsi in frangenti così fastidiosi, in tanta incertezza di partiti, che parve loro un ottimo ripiego mettersi a letto con la febbre o fare una gita all'estero. Questo ripiego, egli non lo dovette andare a cercare, perché gli si offerse da sé.
No, non mi stavo riferendo all'autore di Times New Roman 18 interlinea 2,5 (grazie a Cabaret Bisanzio). Questa è roba classica
Alitalia sorge ancora /4
Ripeto le doverose premesse, vale a dire che io non sono un analista di bilancio, che non sono un tecnico del settore e che il documento in questione è di enorme lunghezza e complicazione. Sono anche di parte, per quanto mi sforzi di essere obiettivo, e mi muovo in un campo dove potrei facilmente prendere cantonate, a differenza dei precedenti post che sono il mio pane quotidiano.
L'analisi -se di analisi si può parlare- viene fatta sul bilancio di chiusura al 31 dicembre 2007, e non comprende quindi i successivi eventi; si riferisce all'intero Gruppo Alitalia (bilancio consolidato)
Ciò detto, vediamo il documento, di cui è anche disponibile una versione di sintesi per gli analisti (con numeri peraltro marginalmente differenti).
Nel 2007 Alitalia ha ricavato 4.847 milioni, di cui 4.354 mil. da traffico e 492 mil. da altri ricavi operativi (la somma non quadra per effetto degli arrotondamenti: io per semplicità tronco tutto). Nello stesso periodo ha speso 5.157 milioni, e quindi ha perso 310 milioni.
Gli oneri finanziari (il peso dell'enorme debito) non sono compresi nei costi operativi: si calcolano dopo ed ammontano a 154 milioni. Con qualche altra minima spesuccia questo fa sì che la perdita complessiva, prima delle imposte, sia pari a 469 milioni.
La prima cosa che emerge è che gli oneri finanziari (gli interessi, insomma) non sono poi 'sto granché. Ed in effetti il debito è tutt'altro che enorme, come poi vedremo. Di solito le difficoltà per un'azienda iniziano quando si sono fatti tanti debiti, le cose non sono andate come ci si aspettava, e ci si trova a dover pagare gli interessi che si mangiano tutto l'utile: ma qui gli interessi sono ben poca cosa: il problema è a monte, dato che il bilancio è in perdita prima ancora di sottrarre gli interessi.
"Bella forza: con quella massa di fannulloni strapagati!", sento già dire. Bé, verifichiamolo.
I 5.157 milioni di spese correnti sono così composti:
- 1.090 milioni di spese per materie prime e di consumo;
- 2.695 milioni per servizi;
- 0.852 milioni per il personale;
- 0.387 milioni per ammortamenti;
- 0.132 milioni per altre spese operative.
Ohibò! 852 milioni per il personale non sembrano poi tantissimi. Considerato che la perdita (senza gli interessi) ammonta a 310 milioni, se si volesse tornare in pareggio solo tagliando i salari, bisognerebbe limarne un bel 40%.
Venendo a leggere più in dettaglio, emerge che:
- i 1.090 mil. di materie prime sono quasi totalmente spese per il carburante;
- i 2.695 mil. per servizi comprendono:
--- Spese di vendita 577;
--- Spese di traffico e scalo 969;
--- Manutenzione e revisione flotta 416;
--- Altre prestazioni 422;
--- Noleggi, leasing, locazioni e fitti 309.
E' chiaro che, per volare, ci vogliono la benzina, gli aeroporti e compagnia cantante. Ci vogliono anche piloti e assistenti di volo, del resto! E magari già qui qualcosa si potrebbe risicare senza tagliare sempre e solo posti e salari.
Anche perché gli 852 milioni per il personale, depurati del curtailment (voi non volete veramente sapere cos'è) e degli incentivi all'esodo (buonuscite per licenziarsi) si riducono a 811 milioni. Che sono il 15,7% delle spese complessive, mica il 40%.
A proposito di forza lavoro: sapete quanti sono i dipendenti? 11.172 al 31/12/2007, non 20.000 come dicono quasi tutti. Facendo loro un po' di conti in tasca, e tenendo presente che il 33% del costo va in previdenza, sembrerebbe rimanere una retribuzione media lorda di 48.000 euri a testa, ma in effetti è assai meno perché bisogna togliere tutte le spese per rimborsi, diarie etc.: purtroppo il bilancio non dettaglia meglio, ma alla fine si spiega bene come una hostess con 15 anni di anzianità possa prendere un 1.700 euri netti.
Vogliamo fare un giochino? Andiamo a vedere il bilancio di Lufthansa: 5.428 mil. di spese per personale su 22.420 mil. di fatturato: il 24,5%. Air France: 7.018/24.114: il 29,1%; British Airways: 2.166/8.753 (GBP): il 24,7%.
Alitalia: 811/4.847, pari al 16,7%!
EasyJet: 204/1.797, pari all'11,3%; Ryanair: 285/2713, pari al 10,5%.
Se tanto mi dà tanto, Colannino e Co. puntano a fare di Alitalia una compagnia low-cost!
Il bello è che questi dati sono anche falsati. Io infatti, per pigrizia e anche perché le spese generali sono meno confrontabili da compagnia a compagnia in quanto diversamente rappresentate in bilancio, ho usato come denominatore il fatturato. Ma sappiamo bene che tutte le compagnie che abbiamo citato, tranne una, sono in utile. Se prendiamo il fatturato di Alitalia e lo aumentiamo di 600 milioni, per arrivare a chiudere con un risicato utile, il rapporto costo del lavoro/fatturato si riduce a 14,8%.
Intendiamoci: non c'è nulla di male in una compagnia low-cost, ma non possiamo pensare che alitalia possa diventarlo. E questo per il semplice fatto che il guadagno del low-cost viene fatto non tagliando le spese del personale (invero anche su quello), bensì stressando il più possibile il fatturato.
Vedremo come.
(continua)
sabato 20 settembre 2008
Interludio
Per quanto riguarda Alitalia, né io né alcun altro mio parente fino al sesto grado vi lavora o ha rapporti di alcun tipo con essa. Il mio datore di lavoro non avanza soldi da Alitalia. Non ho nemmeno la tessera millemiglia.
Ieri sera, scorso il bilancio, mi sono detto che scrivere un articoletto sui numeri della compagnia era una fatica di cui non valeva la pena; e pensavo di piantarla lì.
Poi stamane sono uscito a comprare le briosce (detto alla Ranzani), ho acquistato la Repubblica (che compro solo durante i week-end, per indignarmi) e ho visto le due pagine su Alitalia.
Informazioni e numeri in piena libertà. Una colonna di cifre presentate senza una chiave di lettura, e soprattutto di cifre sbagliate. Non perché i numeri siano stati trascritti errati , ma proprio perché quei numeri non servono a nulla, se non a riempire una colonna e giustificare la cattiva coscienza del redattore.
E' come pubblicare la fotografia di una camera a bolle: ci sarà anche il bosone di Higgs, lì dentro: ma se non sei un fisico nucleare è solo una serie di curve più o meno gradevoli da vedere.
Già, ma il bosone è una cosa sulla quale non siamo chiamati ad assumere un'opinione: non sposta voti, non ci costa in tasse. Mentre su Alitalia ci si è giocata una campagna elettorale e si è, almeno in parte, decisa la sorte di cinque anni della nostra vita.
E' per questo che sento il dovere, un dovere civico, di surrogarmi al cattivo giornalismo e dare un'interpretazione di quei numeri che ho letto, anche se ci vorrà un po' di tempo, perché, a differenza del giornalista che è pagato per farlo, io devo utilizzare il mio tempo libero, e ho anche una spesa da fare, una gita in bici con mio figlio e un aperitivo da bere.
Alitalia divaga ancora
Considerate le espressioni di stima ricevute, di cui ringrazio, oggi avevo pensato la quarta puntata della serie Alitalia: quella sui creditori. Me la sono costruita mentalmente, poi mi sono andato a prendere il bilancio per verificare quanto avevo intenzione di scrivere.
Ho visto che le cose non stanno come pensavo: quindi prima di dare interpretazioni erronee ci devo pensare bene sopra; e non è neppur detto nemmeno che abbia le capacità e la determinazione per affrontare il compito. Del resto il bilancio di Alitalia è, come potete immaginare, un documento estremamente complesso, data anche la particolare operatività internazionale: senza una conoscenza approfondita dei principi IAS non ci capireste niente, come forse non ci capirò molto io, che non sono un analista bensì un legale.
Intendiamoci. Non sto dicendo che ci siano sotto chissà quali misteri: semplicemente i numeri non sono come pensavo. E tale notizia non inficia quanto detto nelle puntate precedenti, dato che lì si facevano considerazioni strutturali di natura legale, mentre qui ragioniamo di parametri patrimoniali, economici e finanziari.
Però un ragionamento, o meglio una divagazione, si impone.
Ieri sera, vedendo al Tg le scene di esultanza dei dipendenti all'annuncio della trattativa con CAI e della prospettiva del fallimento, mi sono reso conto che solo io e pochi altri che fanno il mio mestiere potevano capire cosa stava succedendo: il grande pubblico non poteva averne idea, e stampa e televisioni non offrivano il minimo strumento interpretativo.
Ho sentito il bisogno di perdere qualche ora e ho buttato giù queste noterelle, che credo abbiano due qualità: sono abbastanza chiare (per quanto lo consente la materia) e sono abbastanza obiettive (per quanto vengano da uno di parte). La chiarezza mi è stata riconosciuta anche da altri, dell'obiettività sono io l'unico giudice, ma me la auto-riconosco a cuor leggero: basti pensare che se avessi scritto quanto avevo in mente oggi, senza verificare i dati di bilancio, molto probabilmente nessuno se ne sarebbe accorto. E a riprova di ciò ho i miei log, dai quali risulta che solo un utente, da un'azienda meccanotessile sul Lago Maggiore, è andato a leggere il testo del famigerato decreto, mentre tutti gli altri si sono semplicemente fidati.
Io ci credo, che grazie al mio piccolo lavoro di una serata qualcuno dei miei lettori abbia capito meglio, e mi indigno perché non posso ammettere che una classe di professionisti dell'informazione, pagati per spiegare la realtà, non siano stati in grado di mettere insieme pochi concetti in un articoletto tecnico-divulgativo. E' una materia complicata, certo, ma si può semplificarla senza banalizzare. Considerato che non ho trovato -sui giornali normali, lasciamo perdere il Sole 24 Ore- un solo articolo che spiegasse il contenuto del decreto e tutto il seguito, mi domando se il motivo sia:
Personalmente credo che la risposta giusta sia l'ultima: credo che la stampa italiana sia ormai talmente scaduta che non solo non si preoccupa del più banale degli adempimenti, vale a dire verificare quanto si scrive, ma addirittura non si curi più neppure del prodotto stesso, Non è più un problema di qualità scadente, insomma, ma proprio di offerta: si scrive per riempire le pagine (e per inserire tanti paginoni pubblicitari tra una notizia e l'altra).
E' molto più facile descrivere le divise, i cori, persino le ansie dell'hostess con i figli a casa e 1.500 euro di paga base, piuttosto che spiegare perché diavolo quell'hostess sta lì, cosa la spinge ad applaudire la prospettiva del fallimento che per qualunque dipendente è il peggiore degli spettri.
Qualcuno ci marcia anche: sono sicuro che Feltri vorrà far credere che i dipendenti vogliano trovarsi per strada al solo fine di prendere la cassa integrazione e fare il lavoro nero; ma per la maggior parte delle testate credo si tratti solo di pigrizia e sciatteria.
venerdì 19 settembre 2008
Alitalia sorge ancora /3
Nelle scorse puntate abbiamo visto il quadro normativo di riferimento e la situazione all'apertura del tavolo delle trattative.
Chiariamo subito una cosa: il sindacato deve fare sindacato, ovverossia tutelare gli interessi dei lavoratori: non del Paese o dei creditori. E' chiaro che gli interessi dei lavoratori non devono andare contro quelli del Paese, ma il ruolo del sindacato è ben preciso, e non si può chiedergli di essere lui il baluardo dell'interesse pubblico.
Ora, io personalmente ne ho visti tanti di fallimenti, e mai -ma proprio mai- ho visto i lavoratori applaudire alla notizia dell'intervenuto fallimento. Immagino che qualcuno si sia chiesto come mai: molti saranno rimasti basiti e non saranno riusciti a comprendere. In questa puntata cercheremo di scoprire il perché di quegli applausi; ma per ora tenete ben presente che gli applausi ci sono stati, e questo dovrebbe significare che i lavoratori l'accordo non lo volevano.
E' doveroso un ulteriore inciso, per quanto ciò possa affaticare il lettore. Su molta stampa si legge, oggi, che la CGIL non ha fatto altro che difendere gli interessi corporativi dei lavoratori: aggettivo che dovrebbe significare qui spregevoli, almeno credo. Orbene, a parte il fatto che -lo ribadisco- quelli sono proprio gli interessi che devono essere difesi dal sindacato, vediamo un po' questa millantata corporatività.
Con la lettera di ieri le sigle non firmatarie dichiaravano la loro disponibilità a:
"sottoscrivere i tre contratti collettivi di lavoro applicati agli addetti di una delle Compagnie europee di riferimento (come ad esempio Lufthansa , AirFrance o Iberia) opportunamente decurtati nella parte economica"Ora, sarà anche corporativismo, ma quando dei sindacati dicono di essere pronti ad accettare i contratti della concorrenza meno qualcosa, mi pare che senso di responsabilità ne stiano dimostrando eccome.
Torniamo a bomba, ora, e parliamo di questo famoso fallimento. Il 29 agosto il Presidente del Consiglio con proprio decreto mette Alitalia in Amministrazione straordinaria. Subito dopo, come per legge, il Tribunale di Roma dichiara lo stato di insolvenza. Lo stato di insolvenza per un'impresa normale corrisponde al fallimento, mentre per le grandi imprese le leggi Prodi-Marzano prevedono una sorta di salvagente che consente loro di galleggiare sul pelo dell'acqua sulla base di un piano di risanamento.
In pratica, con il fallimento arriva un curatore che ha l'unico scopo di vendere tutto e pagare i creditori; mentre con l'amministrazione straordinaria il commissario redige un piano di ristrutturazione per tentare di far uscire l'impresa dal guano: ci sono vari mezzi con cui può far ciò, ma qui entreremmo in dettagli troppo tecnici. Grazie al decreto del 28/8, invece, il commissario può anche vendere pezzi.
Ora, se la differenza tra fallimento e amministrazione straordinaria è che in un caso si vende e nell'altro si risana, una volta che si cambia la normativa per consentire la vendita di pezzi delle società in amministrazione straordinaria, siamo in un campo assai contiguo al fallimento.
Con una differenza: che nel fallimento la vendita è fatta sotto il controllo di un giudice e mediante una gara. Mentre nell'amministrazione straordinaria così modificata, la vendita viene fatta sotto il controllo del ministro dello sviluppo economico (Scajola, per chi non lo sapesse) a trattativa privata.
Capito il giochino? Alitalia è già fallita: è in stato di insolvenza, e il piano di risanamento non c'è. I lavoratori, che lo sanno, a questo punto preferiscono che vengano posti in vendita i pezzi a gara, nella certezza che il boccone sia ancora appetibile e chi entrerà formulerà proposte contrattuali assai migliori di quelle di Colaninno e soci.
Già, ma -dice la stampa- Fantozzi ha sentito air France, Lufthansa e British Airways, che si sono tirate indietro. Quando le ha sentite? Il 16 settembre. Cioé dopo tutto il puttanaio messo in piedi da CAI, governo e sindacati.
Ora: ammettiamo che voi foste interessati a comperare una casa di vacanza al mare, tipo in Sardegna. A un certo punto scoprite che in Sardegna è scoppiata la guerra civile, non si capisce più chi comanda, non ci sono i servizi essenziali e via discorrendo; che fate, vi fate avanti? Io me ne starei a casa mia, aspetterei che la situazione si fosse chiarita e che torni la pace. Non è che la casa non sia più interessante: è che è troppo rischioso comperarla.
La situazione di Alitalia al momento è così: le compagnie straniere, quelle che potevano essere interessate, sono state tenute lontano, e chiamate all'ultimo momento quando nessuno, obiettivamente, riesce a dipanare il casino montato. Hanno fatto due conti, e deciso che piuttosto che mettere le mani nel verminaio è meglio aspettare che gli italiani si sbranino tra loro e poi comprarsi il cadavere, magari a pezzi.
Ma allora i lavoratori ce l'avranno nel fracco! E invece no: perché quello che rimane sarà pure un cadavere dal punto di vista del valore economico: ma è pur sempre un cadavere con aerei funzionanti, slot di volo e personale preparato. Cioè una compagnia aerea alla quale basta cambiare nome e coordinate bancarie per essere messa in condizione di funzionare. Una compagnia aerea senza debiti, perché chi compra compra i beni, non i debiti.
Chi ce l'ha nel fracco, quindi? Presto detto: i creditori. Nella prossima puntata (tra un po', però) vedremo chi sono, i creditori.
(continua)
Alitalia sorge ancora /2
Nella precedente puntata abbiamo visto come e qualmente grazie all'azione del Governo il quadro di riferimento sia radicalmente mutato rispetto alla proposta che TPS aveva fatto a suo tempo. Rammentiamo che TPS aveva indetto una gara per vendere tutta Alitalia, mentre grazie al decreto del 28/8 ora si può vendere privatamente un pezzo scelto, al prezzo deciso da una Banca (d'intesa con il Governo, dico io maliziosamente).
Si noti che vendere i pezzi migliori in sé non è il male assoluto: anzi, dal punto di vista dei lavoratori è la cosa migliore, tanto che è né più ne meno ciò che ha fatto il prof. Bondi con Parmalat. La differenza è che lui l'ha fatto stiracchiando le norme delle leggi Prodi - Marzano; ora Fantozzi lo può fare in un quadro normativo più chiaro e agevole. Certo, le leggi non possono creare ricchezza dal nulla, e difatti qualcuno ci deve perdere: nella vendita a pezzi chi ci perde sono i creditori, dato che una volta tirato fuori dagli attivi il pezzo buono a prezzo scontato, con quel che resta non ci si paga nulla. Ma ci torneremo.
A questo punto la porcata non è ancora fatta, o perlomeno è fatta solo nei confronti dei creditori: ma ora viene il bello. Anche secondo il nuovo quadro normativo, la procedura dovrebbe prevedere la nomina di un advisor che individua un ramo d'azienda sano, ne stabilisce il prezzo giusto e trova un acquirente sul mercato per quel prezzo: sono cose che si possono far meglio, a trattativa privata, ma si tratta di una procedura tutt'altro che trasparente: quindi il prezzo e il contesto contrattuale deve essere rigidissimo.
Se io vendo una macchina usata, ho tutto il diritto di definire il prezzo, trovare un compratore a quel prezzo e poi, prima di aver sottoscritto il contratto, trattare con lui se devo o meno lasciargli i tappetini e lo stereo. Ma se sono il concessionario, e ho concordato il prezzo con chi mi ha affidato la macchina da vendere, devo rimanere nei paletti che mi sono stati dati. Perché non sto vendendo una cosa mia, bensì una cosa di altri. Se il proprietario mi ha detto di smontare lo stereo e vendere la macchina a 1.000 euri, io posso trovare il primo tizio che passa e vendergliela a 1.000 euri. Ma se lascio dentro lo stereo, devo perlomeno sentire il proprietario, e comunque sbattermi per vedere se magari Caio, con lo stereo, sarebbe disposto a pagare 1.050 euri.
Cosa fa invece il governo? Una volta fatto lo spezzatino, decide di vendere a chi vuole lui senza aver definito l'intero set di accessori. accessori che in questo caso si chiamano esuberi e condizioni contrattuali. Mette quindi in vendita il pacchetto offrendoo a un solo compratore e lasciandogli mano libera per trattare un margine ulteriore da portarsi a casa. Sarebbe ancora ancora stato ammissibile se il margine fosse consistito, chessò, in qualche impianto originariamente non previsto nel perimetro del ramo buono; ma qui invece il margine sono i lavoratori nei cui confronti l'unico compratore può dettare le condizioni contrattuali.
E' in tale clima che i sindacati si siedono al tavolo. Ora facciamo un po' di istituzioni di diritto civile. Il contratto è l'incontro tra la volontà di due o più parti. La volontà, per essere tale, deve essere libera, altrimenti non è -per definizione- volontà. Esistono casi in cui un soggetto è obbligato a concludere il contratto (ad esempio, Trenitalia è obbligata a venderti il biglietto, anche se stai sulle palle al bigliettaio), ma in tali casi il contratto viene concluso nell'ambito di paletti ben definiti a priori: non è che io vado dal bigliettaio e tratto sul prezzo o chiedo di andare in prima al prezzo della seconda.
Qui invece si prendono i sindacati e si dice loro: guardate, questo è l'unico compratore, vedetevela con lui ma dovete comunque firmare. E sti cazzi, dico io. L'unico compratore perché? Prima mi dimostri, che è l'unico compratore, poi posso anche cedere; ma se chi ho di fronte è l'unico compratore per scelta del governo che non ha cercato nessun altro compratore, be' la cosa è un tantino diversa.
E questo perché potrebbe essere che un altro compratore, magari, offra ai lavoratori condizioni economiche migliori. Ma questo non lo si può sapere, se un altro compratore non lo si cerca nemmeno (scusate il tono didattico da prima elementare).
I sindacati si siedono quindi al tavolo, si sentono fare delle proposte dure, e decidono. Chi decide di starci, chi di non starci. Francamente con tutto il bailamme che era sorto la volta precedente, ero abbastanza certo che nessuna sigla avrebbe potuto permettersi di dire di no: perché era chiaro che nell'opinione pubblica e nella stampa si sarebbe presa la responsabilità del fallimento di Alitalia: siamo un un mondo in cui l'informazione deve essere condensata in due righe, e io ci sto mettendo ore per buttare giù queste note documentandomi un minimo.
In due righe non puoi far altro che dire "ALITALIA: BA, LUFTHANSA E AF DISPONIBILI MA SOLO CON CAI": che poi non è nemmen vero, se leggi tutta la dichiarazione.
(continua)
giovedì 18 settembre 2008
Alitalia sorge ancora
Vogliamo cercare di capire perché quanto accaduto oggi (il ritiro dell'offerta da parte di CAI) è una buona cosa per i dipendenti e per i contribuenti? Bene, ma occhio che sarà una cosa lunga.
Qualche mese fa c'era un'azienda (Alitalia) che aveva tanti debiti e tanti beni preziosi. Tutto sommato la parte buona valeva un po' più di quella cattiva. Il Governo, padrone di Alitalia (o meglio, della sua maggior parte) decise di metterla in vendita, e organizzò una gara. Molti parteciparono, ma Alitalia non stava messa benissimo, e così alla fine si ritirarono tutti tranne uno: un'azienda straniera (Air France).
Air France guardò un po' i conti e offrì un bel po' di soldini, circa 800 milioni: però voleva licenziare un po' di persone e fare quel che voleva dei voli, chiudendo anche, in pratica, un importante aereoporto.
Successero tre cose, insieme:
- i sindacati non furono contenti dei licenziamenti;
- il principale esponente del partito avverso a quello del designato successore del presidente del consiglio in carica (Berlusconi, insomma: forse a chiamare cose e persone con il loro nome siamo tutti più contenti, o almeno più chiari) disse che se avesse vinto le elezioni (cosa più che certa, allora) avrebbe mandato a rane Air France;
- il sindaco del paese natale del signore di cui al punto precedente, una signora del suo stesso medesimo partito, avviò tramite la SEA (di proprietà del suo comune) una causa contro Alitalia per 1 miliardo e briscola (1.250 milioni).
A questo punto Air France si ritirò, e chi potrebbe darle torto? Voglio dire: stai comprando un'automobile usata, sei disposto a pagare 800 euri; dopodiché scopri che c'è il cambio che non funziona tanto bene e rischi di doverci mettere altri 1.250 euri di meccanico; quello del bar dell'angolo, che ha le chiavi, ti ha detto di non farti nemmeno vedere che ti mena, e i pistoni stessi non ti hanno in simpatia. Che fai, compri? Ma sei proprio un coglione!
Notate che di questa alata metafora, tutto quel che è rimasto sulla stampa è: "i pistoni non ti hanno in simpatia"; fuor di metafora, la colpa è sempre dei sindacati.
A questo punto, che accade? Accade che Il Principale Esponente (Berlusconi) diventa presidente del consiglio, e ti fa due bei decreti.
Il primo decreto è complicatissimo: stabilisce un quadro d'insieme, necessario per fare le porcate che poi andremo a spiegare; cerco di riassumere i punti principali.
- quando una grande società si trova in stato di crisi, può essere venduta a pezzettini (art.1 c.2);
- se la società eroga servizi pubblici essenziali, cosa vendere lo decide il governo (art.1 c.3);
- la vendita dei pezzi d'azienda si fa a trattativa privata, al prezzo deciso da una banca e senza applicare le normativa antitrust (art.1 c.10);
- queste vendite le autorizza il Ministro (Scajola!), non il giudice (art.1 c. 11)
- gli amministratori di Alitalia che hanno fatto azioni per le qualo potrebbero essere chiamati a pagare danni, sono salvi e non pagheranno nula (art. 3).
Il successivo decreto è quello che il giorno dopo mette Alitalia in Amministrazione straordinaria.
E' chiaro (no, non è chiaro per niente: se non masticate di queste cose dovete fidarvi di me, che ahimé ne mastico eccome) che la situazione è ora ben diversa. Il commissario può vendere dei pezzettini, al prezzo che vuole il governo la banca consulente e a chi vuole il governo lui; e quel che non si riesce a vendere, ciccia:rimane invenduto. Air France, e tutti gli altri che avevano partecipato alla gara, dovevano comperarsi tutta Alitalia: i nuovi arrivati, senza gara, possono comprarsi il fior da fiore e lasciare sul banco la parte che puzza di morto.
(continua)
La mia tessera della CGIL
Ne sapevo abbastanza
Quando non tenevo questo blog e facevo il sindacalista, mi sono assai battuto -e ho vinto- perché i soldi del fondo pensione integrativo non potessero essere investiti nelle borse se non in minima parte (il 10%); e taluni colleghi al tavolo volevano arrivare oltre il 50%.
Molto più di recente, ho suggerito a tutti coloro a cui potevo suggerirlo di non farsi fottere dalla riforma Maroni e di tenere i soldi della liquidazione presso l'INPS, perché avrebbe reso di più e anche perché in mancanza di scelta non si sarebbe potuti tornare indietro.
Tutta la stampa (tranne il Manifesto e Liberazione) diceva che ero un deficiente. Ora il sito del Corrierone ha un lancio così:
Tenete i soldi sotto il materasso. Colpa delle banche centrali. E non si vergognano di scriverlo, dopo aver preso per il culo milioni di poveretti che di mercati hanno diritto di non sapere nulla e si fidavano del proprio giornale e della televisione.
E' anche per questo che ora io scrivo qui: oggi posso dire solo "io l'avevo detto"; un domani "io l'avevo scritto".
Caratteri rubati all'agricoltura
E' lo sport del giorno, bisogna giocare.
Non ho alcuna stima per MCC, ma ha ragione lui (malgrado il suo inglese faccia cacare).
VG non ha detto nulla di scandaloso; scandaloso è il modo in cui l'ha detto (e l'accento).
L'amica di Sofri (il giovane) ha delle belle tette (anche se ri-tette).
Facci è un po' stronzo, ma i Gormiti lo sono di più; e i creatori dei Gormiti pessimissimi (e fautori dell'ascesa del Cavaliere, così si torna a parlar di cose serie, và).
mercoledì 17 settembre 2008
Notizie che fanno bene
Per quel che può valere un sondaggio di questo tipo, senza controllo e proposto da un giornale che fu di sinistra (non che lo sia ancora, ma molti suoi lettori sì), i risultati sono incredibilmente confortanti, vista l'aria che che tira:
(dati del 17/9, ore 14:37)
Del governo in carica: 55%
Del governo precedente 2%
Dei sindacati 16%
Dei lavoratori 5%
Dei precedenti amministratori 20%
Della cordata di imprenditori privati 1%
Non so 1%
In pratica: solo un lettore su cinque sarebbe cascato nella trappola mediatica per cui la colpa di tutto è di sindacati e lavoratori. Quasi nessuno (uno su 50) dà la colpa a Prodi, e il 55% pensa che la colpa si di Berlusconi (come, in effetti, è).
Meretricio
In tale qualità avrei avuto modo di giudicare sui ricorsi contro l'ordinanza 242 del Comune di Roma che (stando alla stampa, ché sul sito istituzionale non è ancora disponibile) recherebbe il divieto di:
Tutto qui si gioca su quell'"e di": dacché se non ci fosse il "di", il comportamento punibile sarebbe costituito dal vestirsi da troia e stare la notte a fianco ad un fuoco roteando la borsetta; ma con quel "di" di troppo, il Comune di Roma vieta sia di stare accanto al fuocherello sia di vestirsi da troia.«assumere atteggiamenti e comportamenti e di indossare abbigliamenti, che manifestino inequivocabilmente l'intenzione di adescare o esercitare l'attività
di meretricio»
Vestirsi da troia, quindi, a Roma è vietato. Indipendentemente dal fatto che una troia lo sia: una può essere la persona più onesta e timorata di Dio che ci sia al mondo, ma se mostra le tette un po' troppo e fa intravvedere un pezzo di coscia (per non parlar del pelo!), allora si becca la multa.
Pensate un po' a che popò di sfilata di personalità mi troverei davanti: chiunque avrà già pensato a quei due-tre nomi ministeriali che si fanno sempre in questi casi, e sarebbe troppo facile farli anche qui: ma anche l'opposizione sarebbe ben rappresentata.
martedì 16 settembre 2008
Manifesto
Può sembrare idiota -e anzi certo lo è, tutto sommato- avviare un blog nel 2008, vale a dire quando ormai tenere un blog non è più una novità né una moda. So bene che difficilmente supererò il traguardo dei venti lettori e che la mia opinione non interessa a nessuno, se non forse a coloro che, legati a me da rapporti di amicizia, avrebbero quotidianamente la possibilità di ascoltarla dalla mia viva voce.
Sgombriamo anzitutto il campo dal dubbio che desideri parlare di me: non ne ho la minima intenzione in quanto ho una vita tutto sommato banale, e soprattutto non ho i mezzi espressivi per raccontare quelle cose che mi succedono e che una come Stufa, ad esempio, riesce a rendere piccoli (o grandi) pezzi di poesia.
Sono poi consapevole di non avere la possibilità di analizzare la realtà e intuire le verità che vi si nascondono che sono dimostrate quotidianamente da, chessò, un Leonardo o un Sofri (quello giovane, ché quello anziano è evidentemente inarrivabile). E non tanto perché mi ritenga molto meno intelligente di loro (lo sono, certo: ma non così tanto), quanto per mancanza di tempo (preso da un lavoro e da uno o più simulacri di famiglia che spesso mi assorbono) e soprattutto di determinazione e fiducia in me stesso e nell'utilità di ciò che faccio.
Infine, non mi interessa particolarmente diventare né un VIB né un maverick della bloggosfera: ho già dato fin troppo con gli strumenti di comunicazione 1.0, scrivendo cose serie e cazzate, e sono rimasto sempre lo stesso pesce fuor d'acqua, in grado di trovare al limite qualche fidanzata, ma non una comunità.
Sta di fatto che ho sentito il bisogno di mettere per iscritto i miei pensieri sulla nostra società, e renderli pubblici. Non mi interessa che qualcuno li legga, quanto che siano pubblici e che ne possa essere chiamato un giorno a rispondere. Perché questo? Due sono i motivi, e iniziano entrambi per crisi: la crisi della sinistra e la crisi dell'informazione.
Crisi della sinistra è ciò che si è verificato dopo le ultime elezioni: una gran massa di persone (non un blocco, ma tanti singoli ciascuno con una propria testa e una propria idea del mondo) hanno perso rappresentanza politica. E fini qui si poteva anche pensare che non vi sarebbe stato granché di male: non è che avere un senatore o tre deputati in parlamento consenta di influenzare la politica, tranne in casi eccezionali quali il precedente governo Prodi, "forte" di una maggioranza così risicata da rendere equipotenti la Binetti, Mastella e l'intero gruppo diessino.
Il problema è che alla crisi di rappresentanza ha fatto immediatamente seguito una crisi dell'informazione: non si è perso solo il voto, ma la voce stessa di quelle istanze, che per la stampa italiana (comprendendovi giornali, telegiornali, rotocalchi e tutto quanto fa spettacolo) sono divenute del tutto inesistenti.
Non cessa di stupirmi, ogni volta che ci penso, la facilità e la rapidità con la quale l'intero sistema dell'informazione si è sdraiato sul duopolio ideologico Berlusconi-Veltroni, con le due ali pierineggianti Di Pietro-Bossi. Sembra incredibile, ma per quanto siano passati solo pochi mesi prendere in mano un giornale dell'anno scorso fa lo stesso effetto della manipolazione di un 78 giri: un oggetto che ci riporta ai fasti di un lontano passato che non torna più.
Io sono intimamente convinto di sapere in capo a chi va ascritta la responsabilità di questa situazione, e leggendo quanto scrivo tale opinione traspare al di là di ogni dubbio; ma non è questo ora il punto.
Il punto, il manifesto di questo spazio, è che nella situazione venutasi a creare ogni voce, per quanto debole e insignificante, deve essere espressa ed utilizzata per testimoniare l'esistenza -la resistenza, mi viene spontaneo scrivere- di un pensiero critico e non omologato.
Non importa di avere uno o zero lettori: importa di fare questo sforzo quotidiano, per sé stessi e per il futuro di tutti.
mercoledì 10 settembre 2008
Malgrado
Wittgenstein cita questo articolo dell'Independent che spiega come e qualmente i commentatori di sinistra facciano sistematicamente l'errore di sottostimare l'intelligenza dei politici di destra, con il risultato finale di prenderla, altrettanto sistematicamente, in quel posto.
L'articolo è incentrato sulle reazioni alla candidatura della Palin, ma contiene un passaggio che, pur essendo buttato lì così, mi ha veramente colpito perché mi ha riportato esattamente a quegli anni:
Only a simple idiot would, as President, dare to denounce the Soviet Union
"an evil empire", surely? How could anyone except a man still thinking that he
was on a film set possibly say "Mr Gorbachev, tear down this wall"? Yet when the
Berlin Wall was duly dismantled, Reagan's political opponents – who included the
entire European social democratic movement – could not bear to contemplate the
fact that this ex-Hollywood actor had understood the inherent rottenness of
socialist economics far more profoundly than they.
Forse è ora per tutti -me compreso- di prendere più sul serio certi soggetti. Quante volte ci siamo stupiti vedendo che gli elettori -la ggente- premiava certi partiti malgrado i Borghezio, i Bossi, i Gasparri, gli Schifani (i Guzzanti, suvvia: non facciamo torto a un appassionato lettore!)?
E invece, forse, il punto sta proprio in quel malgrado, da ripensare.
domenica 7 settembre 2008
Un cordiale vaffanculo a... /1
E, visto che ci siamo, un cordiale vaffanculo anche agli accordi sul costo del lavoro che ci hanno portato ad avere i salari più bassi in europa, alla faccia di Almunia.L'Italia è uno dei Paesi con la situazione peggiore per quanto riguarda il costo del lavoro [...] compensare la crescita dei prezzi con aumenti dei salari non porta a nulla. E' necessario invece migliorare la competitività e abbassare il costo del lavoro.
La famiglia passaguai
Ieri, annoiato, ciondolante e un po' di cattivo umore mi sono messo su La famiglia passaguai, solo perché ce l'avevo lì ed era la prima cosa che mi era venuta sul telecomando.
Lo so bene che non è grande cinema, e che il film nel finale è inutilmente caciarone e rumoroso; sta di fatto che, pur essendo il film del 1951 e oggi obiettivamente datatissimo, ho riso per un'ora e passa come un cretino.
Tralasciando per un attimo Fabrizi, De Filippo e la Ninchi, un applauso va a Luigi Pavese, semplicemente magnifico, con il cocomero in mano e l'altra mano in testa a coprirsi la pelata; e il bagnante scemo è una macchietta che ancor oggi fa scuola.
mercoledì 3 settembre 2008
Chrome
Ne parlano tutti, tanto vale che ne parli anch'io.
La pervasività di google non mi piace. Non mi preoccupa, ma non mi piace. Preciso ancor meglio: non è che mi dispiaccia, semplicemente non mi fa piacere.
E non è che mi senta in pericolo: gli ho affidato mail, blog e ogni giorno lascio che filtri la mia conoscenza. Sono consapevole di cosa sto facendo, e so bene che dieci anni fa sarei stato più libero di cercare, non certo di trovare.
Mi preoccupa il fatto che sebbene la mia sia una consapevolezza critica, maturata attraverso venticinque anni di confronto con le macchine e con chi le governa, cionondimeno è una consapevolezza di nicchia: l'uomo della strada -ma anche il giornalista- digita e beve il risultato, acriticamente. E con ciò accetta di vedere solo una fetta di realtà, senza accorgersene: come nella caverna di Platone.
Mi piacerebbe che le lezioni di +ORC fossero rese obbligatorie: non quelle tecniche ormai irrimediabilmente archeologiche, bensì quelle sul social engeenering, ancora attuali pur se la realtà è andata ben oltre l'allora immaginabile.
Non ho capito bene come fa Opera a vivere: neanche ciò mi piace molto, ma per ora continuo a usarlo (e mi consente di mettere i tab sotto, to')
martedì 2 settembre 2008
Essere d'accordo con Gasparri
E non sono per nulla lieto di pensarla allo stesso modo di Gasparri. Anzi, mi viene da guardarmi allo specchio per controllare se sono proprio io me medesimo o un'altro.
Ma se è vero -e mi piacerebbe che non lo fosse- che Walterone ha attaccato il governo perché i tifosi napoletani sono stati scarcerati, una considerazioncella è proprio da fare.
L'uomo (walterone) sembra ormai è completamente decotto, al punto di non saper più riconoscere la differenza tra il potere esecutivo e quello giudiziario. La insegnano alle scuole medie, la differenza; forse addirittura alle elementari. Il potere legislativo crea le leggi; il potere esecutivo applica le leggi; il potere giudiziario punisce chi non rispetta le leggi. E' come una filastrocca, in fondo.
Poi c'è la Costituzione:la legge fondamentale dello Stato (anche questo, lo insegnano alle elementari): che all'articolo 13 dice che:
La libertà personale è inviolabile.Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell'autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge.
In casi eccezionali di necessità ed urgenza, indicati tassativamente dalla legge, l'autorità di pubblica sicurezza può adottare provvedimenti provvisori, che devono essere comunicati entro quarantotto ore all'autorità giudiziaria e, se questa non li convalida nelle successive quarantotto ore, si intendono revocati e restano privi di ogni effetto
Insomma: il governo non c'entra proprio nulla. Il governo metteva la gente in galera, e ce la teneva, nel ventennio, non oggi. Ora, i casi sono due:
- o Veltroni ritiene che questo sia un governo fascista, e quindi grida allo scandalo perché sa che è il governo ad aver disposto la scarcerazione dei tifosi (ma allora dovrebbe portare le prove; e se avesse semplici indizi, santo cielo, dovrebbe fare qualcosa, qualsiasi cosa)
- o Veltroni è semplicemente vittima di un lapsus, perché se ci fosse stato lui, al governo, la pulsione a scavalcare la magistratura gli sarebbe venuta.
Si badi che la seconda tesi è meno fantascientifica di quanto sembri. Abbiamo presente Cofferati, a Bologna?
lunedì 1 settembre 2008
Nati con la camicia
Un esempio di ciò è costituito dai fratelli Guzzanti. Trovo profondamente ingiusto che abbiano potuto avere il successo che hanno avuto, dato che non hanno dovuto faticare neppure un po', grazie al padre che si sono ritrovati, e ancor più grazie ai lettori del padre.
Due parole su Alitalia e PD
E' tuttavia possibile scrivere qualche riga di mero buonsenso, pronto peraltro a fare ammenda qualora l'analisi fosse completamente sbagliata. Vediamo quindi un po' chi ha quali interessi.
- i lavoratori: il 95% di essi ha come unico interesse quello di salvare il proprio reddito. Questo non coincide necessariamente con salvare il proprio posto di lavoro: sono cose diverse. Certo, ci saranno coloro che hanno mansioni gratificanti e creative ai quali interessa più il posto che la busta paga (e sono queli che non hanno difficoltà a riconvertirsi); ma di questi tempi per un'hostess di terra è più importante il fatto di riuscire ad arrivare a fine mese piuttosto che il marchio che sta davanti al bancone dietro il quale lavori;
- i cittadini-utenti: l'enorme maggioranza degli italiani viaggia in aereo quando va in vacanza o a trovare i parenti, e l'unica cosa che guarda è il prezzo del biglietto. La fedeltà alla compagnia non si può definire minima: non esiste proprio. A quei (in fondo pochi) che viaggiano per lavoro (rectius: alle loro aziende) interessa avere la comodità di arrivare a destinazione senza fare scali, con voli frequenti e -in questi limiti- convenienti;
- i cittadini-contribuenti: vorrebbero evitare di metterci dei soldi loro;
- i sindacati: l'unico vero interesse dei sindacati, in questo momento, è evitare di essere messi di fronte a un nuovo aut-aut, al quale non potrebbero che rispondere negativamente, esattamente come avvenne mesi fa. Non è trinariciutismo: è semplicemente che se si viene chiamati a contrattare si contratta; se si devono solo ratificare scelte altrui per condividere le responsabilità senza aver indirizzato le scelte, tanto vale non venir nemmeno chiamati a farlo;
- gli imprenditori: vogliono prendersi una compagnia aerea pulita da debiti e a prezzi da saldo, investire un po' e guadagnarci bene: chiamali scemi;
- i concorrenti: vogliono aspettare di vedere come va, e poi se va bene prendersi la compagnia aerea e se fa male prendere i suoi clienti. Chiamali scemi;
- il Paese: deve avere una compagnia di bandiera (ah ah ah). Nel 2000 neanche Starace, neanche Pavolini direbbero più una sciocchezza del genere. A nessuno frega niente, del colore della livrea, se l'aereo è sicuro, puntuale e conveniente.
Obiettivamente, non si può negare che il piano del governo Berlusconi accontenta un po' tutti, compresi i sindacati (che devono fare un po' di maretta, ma non gli par vero di avere nuovamente il ruolo; e lo dico da sindacalista). Unica eccezione, i contribuenti, che ci metteranno una caterva di soldi; ma non sappiamo (o non so) quanto dovrebbero metterci in altri scenari.
Vediamo ora cosa dice Veltroni. Dice che (1) Alitalia diventerà una compagnia di bandierina; (2) che l'UE boccerà il piano; (3) che il piano fa rimpiangere l'occasione perduta. In altre parole: (1) lamenta l'unica cosa di cui non gliene frega niente a nessuno; (2) porta sfiga; (3)guarda al passato anziché al futuro.Orbene, è vero che stare all'opposizione è più comodo: puoi limitarti a criticare senza bisogno di proporre nulla. Certo, se fai così poi è difficile andare a dare lezioni alla "sinistra radicale che sa solo dire di no"; ma la sinistra radicale l'hai ammazzata, e quindi potresti anche farla franca. Ma non è così semplice: hai fatto un governo ombra. Ci hai creduto, sei andato addirittura da Napolitano. Poco ci mancava che chiedessi la fiducia alle camere. Quei poveretti che ti hanno votato ci hanno creduto anche loro: pensavano che avresti fatto controproposte puntuali, che gliel'avresti fatta vedere, a Berlusconi.
E invece che fai? Rimpiangi i bei tempi perduti? Ma allora ci sei, non ci fai mica.
sabato 30 agosto 2008
Tutta una vita davanti
Avendone letto -perlatro con mia perplessità- molto bene; considerato che seguo con interesse una quantità di blog di precari più o meno disperati o soddisfatti; approfittando della mancanza di alternative del deserto agostano, sono andato a vedere Tutta una vita davanti.
Virzì riesce pienamente nel difficilissimo concept che si è imposto: non rappresentare nemmeno un personaggio vero; solo macchiette. Macchiettistici i protagonisti, i comprimari, i personaggi di sfondo. tutti sono congelati in una e una sola attitudine; tutti riescono a suonare inappellabilmente falsi.
Riuscire a rendere non verosimile persino l'anziano signore che va a puttane, quello che si vede solo per 25 fotogrammi con i pantaloni calati, richiede una capacità narrativa fuori dal comune, roba da Fellini o Ferreri.
Il punto è che una simile operazione dovrebbe essere inquadrata in una sceneggiatura adatta: in quello che sui tamburini dei giornali, non sapendo bene come descrivere, chiamano genere grottesco. Virzì invece prende un soggetto che di grottesco non ha nulla, costruisce attorno una sceneggiatura più o meno seria e la popola di maschere vuote.
Farebbe bene, chi ha parlato di ritorno della tradizione della commedia all'italiana, a rivedersi qualche minutaggio di Sordi o di Gassmann, per capire la differenza tra una caricatura e una mera macchietta.
venerdì 29 agosto 2008
Callcenter girl
Qualche settimana fa ricevo il famigerato SMS di TIM che mi informa che la mia tariffa sarà aumentata. Faccio due calcoli, e soprattutto vedo che TIM non ha più in catalogo nessun tipo dell'unica tariffa che interessa a me, vale a dire quella che mi fa pagare esattamente quanto parlo: niente scatti alla risposta, niente scatti anticipati. Niente di niente, voglio: solo una banale formula matematica: $quello_che_paghi = $secondi * $prezzo_secondo.
Pochi giorni dopo ricevo un altro SMS che in informa che TIM mi ha attivato una fantastica e convenientissima promozione. Io odio le promozioni: parto sempre dal concetto che l'operatore vuole i miei soldi, e qualunque cosa faccia, la fa a tal fine; mentre io del mio denaro voglio fargliene avere il meno possibile. Chiamalo conflitto di interessi, se vuoi; sta di fatto che voglio essere artefice perlomeno della mia tariffa, non potendo esserlo del mio destino.
Fortunatamente, so già come vanno 'ste cose: TIM ti attiva la tariffa aggratis, e se tu non fai nulla te la disattiva, e amici come prima. Non perdi niente, ma mi girano lo stesso gli zebedei dato che l'SMS mi fa lo stesso effetto del testimone di Geova che mi citofona la domenica mattina.
Decido che dopo dieci anni TIM non è più il mio operatore; mi informo su come fare il passaggio a Wind e mi ricordo, in quella circostanza, che la mia SIM è ancora intestata a mia madre, che me l'aveva regalata: pertanto prima di fare il passaggio devo intestarmi la SIM. Vado quindi in un centro TIM, scoprendo che rubare il numero telefonico altrui è la cosa più semplice del mondo, dato che nessuno ti controlla niente; dopodiché il mio numero di telefono è veramente mio.
La sera, telefono al 119 per verificare che la modifica di intestazione sia stata inserita a sistema; la signorina cordiale (chiamiamola Alessandra) mi conferma la cosa e mi chiede un minuto per descrivermi la fantastica promozione, e convenientissima. Io, che non solo ho visto Tutta la vita davanti, ma addirittura ho anche fatto eoni fa l'intervistatore, mi faccio gentilmente descrivere la tariffa, senza nemmeno ascoltare, e poi saluto caramente.
Qualche giorno dopo mi arriva l'ennesimo SMS che mi dice: "occhio, tra due giorni ti si rinnova la promozione: se vuoi disattivarla fai questo e quello". La cosa mi fa incazzare come una belva: io non ho alcuna intenzione di passare anche un solo secondo della mia vita a pararmi il culo per evitare che la TIM mi freghi anche un solo euro. Avrei potuto essere all'estero, avrei potuto essere in ospedale; potrebbero avermi amputato le mani impedendomi di mandare SMS di disattivazione a destra e a manca. E poi mi viene fuori l'anima da giurista, che sa che nessun soggetto può stipulare un contratto con il silenzio-assenso.
Telefono quindi al 119, veramente incazzato, e scopro che avrei dato il mio consenso. Faccio uno più uno e capisco che la simpatica signorina della volta precedente, Alessandra, non solo mi ha descritto la tariffa, ma me l'ha anche venduta.
La nuova signorina mi chiede se voglio aprire un reclamo. Ha una sfumatura di voce dalla quale colgo un invito a fare tarallucci e vino e non pensarci più, per non mettere nei casini l'operatrice che aveva fatto l'attivazione; io sto un po' sospeso e poi le chiedo di aprire il reclamo
Non sarebbe cambiato niente se io quel reclamo non l'avessi aperto: non avevo ancora pagato nulla e la cosa sarebbe finita lì. Ora invece Alessandra, nell'ordine: andrà nei casini, verrà cazziata, perderà il premio, verrà licenziata, perderà la casa, le toglieranno la figlia e si suiciderà col gas, facendo esplodere l'intera palazzina (tragico bilancio di 25 morti e 87 feriti).
Però, Alessandra si è approfittata di me; e tramite suo (e di centinaia di ragazze nelle sua condizioni) la TIM si approfitta del fatto che per uno che si incazza ce ne sono 500 che si fanno succhiare i tre euri senza accorgersene; e 50 che se ne accorgono ma stanno zitti, per non far andare nei casini una povera signorina.
So bene che la colpa non è di Alessandra, ma del modello produttivo che TIM ha potuto mettere in piedi (grazie a Biagi e Ichino, to'); e so altrettanto bene che la mia reazione non colpirà TIM: ne farà le spese solo Alessandra, che è l'ultima ruota del carro che nessuno tutela.
Forse ho fatto la cosa giusta: nessuno in fondo obbligava Alessandra ad essere connivente con quel modello; ma è anche vero che quando si versa nel bisogno non si può andar tanto per il sottile, ed è per questo che non la sento colpevole. Allo stesso modo avverto fortissimamente la colpevolezza di TIM, e mi sento inadeguato per il fatto di potermi rivalere solo su Alessandra.
Mal comune mezzo gaudio
La pubblicazione di una fotografia nell'edizione brasiliana della rivista
Playboy, in cui una celebre attrice appare seminuda e con un rosario in mano,
sta provocando forti polemiche in Brasile. La Chiesa locale ha ottenuto dal
tribunale uno stop alle vendite del numero di agosto.
Il velo e il museo
Credo sia necessario premettere che dal punto di vista intimamente personale a me infastidisce profondamente vedere per strada donne coperte da capo piedi; ma non desidero qui illustrare le mie pulsioni personali, bensì analizzare metodicamente qual è l'atteggiamento che sarebbe corretto tenere secondo ragione.
Ulteriore necessaria premessa è che nella nostra società nel valutare la liceità dei comportamenti individuali si parte dal principio per cui è consentito tutto ciò che non è proibito; e quindi non è la donna velata che deve rintracciare una norma etica o giuridica che la legittimi a velarsi, bensì il custode del museo che deve adeguatamente motivare il proprio comportamento.
Ciò posto, credo che, anche alla luce del dibattito che si è sviluppato, vi siano due sole possibili ragioni in base alle quali si potrebbe o dovrebbe vietare l'accesso al museo, vale a dire:
- l'indebita ostentazione di simboli religiosi (vieto il velo e la Kippah);
- i motivi di ordine pubblico (vieto il velo e il passamontagna).
Vediamo ora se le regole della nostra società sono coerenti rispetto all'una e/o all'altra motivazione.
Per quanto riguarda l'indebita ostentazione in luogo pubblico di simboli religiosi, si noti anzitutto che si tratta di un problema etico e non giuridico, dal momento che non esiste una norma penale o amministrativa che vieti di andare in giro con velo o Kippah. A tal proposito si è –a mio parere a sproposito- tirato in ballo il dibattito francese sul velo a scuola, che tuttavia nasce in un contesto ben diverso.
Diciamo subito che secondo me un insegnante che si presentasse in classe con il velo o la Kippah dovrebbe essere immediatamente allontanato dalle lezioni: e ciò perché l'insegnante è un pubblico ufficiale che deve porsi equanimamente nei confronti di tutti, e non dichiarare la propria vicinanza ideologica a un gruppo di studenti. Va da sé che, nella misura in cui la religione cattolica non è religione di Stato, lo stesso medesimo identico ragionamento vale per le croci; e se la croce ci dà meno fastidio non è perché sia ontologicamente meno connotata religiosamente: è solo che alla croce siamo più abituati.
Diverso è il discorso per quanto riguarda gli studenti: ciascuno di essi non rappresenta che sé stesso, e quindi dovrebbe essere libero di fare come gli pare; tuttavia credo che l'ostentazione di un'appartenenza rischi seriamente di turbare la particolare alchimia di una classe, vanificando o comunque ostacolando il progetto educativo; e quindi, nel nome dell'interesse generale, credo che per lo studente valga quanto detto per l'insegnante.
Tutte queste sono belle parole, ma si scontrano con la banale constatazione che nelle nostre classi sono appesi i crocefissi; e allora se si vuol essere coerenti secondo me i casi sono due: o riusciamo a rimuovere i crocefissi, o consentiamo agli insegnanti di presentarsi velati.
Ancora diverso, comunque, è il caso dell'utente occasionale di un servizio pubblico quale un museo, che sicuramente non rappresenta altro che sé stesso e che quindi può ostentare tutto ciò che gli pare, sempre purché il simbolo religioso non sia contrario alla decenza o costituisca apologia di un crimine, come potrebbe essere il caso di una setta pedofila o paranazista.
Veniamo ora al problema, completamente diverso, dei motivi di ordine pubblico. Esistono delle norme (emanate in tempi non proprio gloriosi del nostro lontano e recente passato) che vietano di presentarsi in pubblico a volto coperto: pertanto come non posso entrare nel museo con il passamontagna, così non posso entrarci con il velo.
E' un ragionamento che ha molto di condivisibile, ma anche qui ci scontriamo con la constatazione che il museo non è diverso dalla strada: pertanto se vieto l'accesso al museo devo anche vietare e sanzionare tutte coloro che circolano in strada così acconciate; e non de jure condendo, ma proprio in base alla normativa vigente.
Qui il problema è l'applicabilità della norma: i poteri pubblici sono in grado di assicurare questo controllo sul territorio? Perché io gente con il passamontagna in giro non ne vedo, ma donne coperta da capo a piedi sì, e tante.
E se la maggioranza di costoro viene lasciata in pace, e gli episodi sanzionati sono talmente rari da finire sul giornale, vuol dire che la norma nella nostra società è da considerare di fatto superata (un po' come quegli statute americani che in alcune città vietano di praticare vietano il sesso orale); e quindi il singolo che per avventura viene colpito ha tutto il diritto di considerarsi ingiustamente discriminato.
Ora, siamo sicuri che nella nostra società sia possibile sanzionare un comportamento che è sentito come dovuto da una parte di popolazione certo minoritaria, ma comunque numericamente non minuscola e in crescita (e non mi riferisco tanto al fatto che sia giusto, bensì praticabile)?
E' un problema che non mi devo porre tanto io o il guardiano, e che non può essere demandato alla sola legge Reale, promulgata più di trent'anni fa per rispondere a esigente totalmente diverse (il passamontagna, per l'appunto): richiede un ripensamento del nostro modo di vivere il tessuto urbano e sociale, che non può prescindere da un intervento squisitamente politico dei poteri pubblici.
giovedì 28 agosto 2008
Fare cose di sinistra - Ichino
In buona sostanza il nostro dice: è vero, quei lavoratori in esubero di Alitalia non hanno speranze, perché in un paese civile avrebbero a disposizione gli strumenti per trovare un lavoro alternativo, ma qui quelli strumenti non ci sono.
Una persona di media intelligenza arguirebbe che, allora, o si creano gli strumenti, o si cerca di venire incontro a quei poveretti: perché 5.000 persone che cercano lavoro tutte insieme (e perlopiù tutte a Roma) sono un bel problema sociale.
Cosa dice invece il nostro? Che "questo modo di procedere può generare soltanto occupazione improduttiva e oneri sostanzialmente assistenziali a carico di queste aziende".
Del destino di 5.000 famiglie se ne strabatte: quello che importa è l'efficienza produttiva. Non è Reagan, che parla; non è la Thatcher: è un eletto del Piddì.
Fare cose di sinistra - Alitalia
Non è del tutto chiaro, dalle anticipazioni di stampa, come sarà definita oggi la vicenda Alitalia: questo post nasce quindi già vecchio ma può sempre servire per futura memoria.
Se ben ricordo, al tempo del governo Prodi la soluzione prospettata aveva come priorità quella di rispettare i vincoli di mercato ed europei, e prevedeva la vendita (o svendita, secondo l'estro del commentatore) ad Air France, con piena libertà per quest'ultima di far quel che voleva della compagnia, delle rotte e degli esuberi (salvo il rispetto della legge italiana, ovviamente; che però ormai non tutela più il lavoratore esuberante).
La soluzione proposta oggi prevede di spezzare la parte buona e quella cattiva; regalare cedere la parte buona a una cordata di capitani coraggiosi (non molto coraggiosi, stavolta, visto che rischiano poco del loro) e commissariare la parte cattiva, i cui debiti finiranno per essere accollati dallo Stato.
Questo, detto in altre parole, significa socializzare le perdite e privatizzare i profitti. E non è punto bello. Ma ecco che il Governo ci mette la ciliegina sopra, e offre di riassumersi i 5.000 e rotti esuberi, alla faccia del blocco delle assunzioni e dei risparmi alla Brunetta.
E' evidente che i due aspetti non sono collegati fra loro: la riassunzione degli esuberi (i.e. la socializzazione del problema dei lavoratori) avrebbe potuto essere proposta anche da Prodi, se avesse avuto non tanto il coraggio, quanto la forma mentis necessaria a fare una cosa di sinistra; ma quand'anche gli fosse passato per la mente, il suo Papa nero (il mitico TPS) non glielo avrebbe permesso.
Il Governo Berlusconi questo problema non se lo pone, come non si pone il problema di dimostrare un minimo di coerenza; agisce, invece, e agendo dimostra di saper contemperare gli interessi contrapposti, sparigliando un qualsiasi tentativo di analisi.
Al commentatore trinariciuto che rileva che gli unici a guadagnare sono Colaninno e soci, si potrà sempre rispondere che quelli che guadagnano di più sono i lavoratori che rischiavano di finire per istrada; e a quello iperliberista che lamenta l'aiuto pubblico sulla bad company si obietterà che la compagnia è ora totalmente affidata al mercato e alla crema dell'imprenditoria italiana.
Sarebbe bello analizzare cosa ne pensa l'opposizione, ma è un compito troppo arduo per la mia limitata intelligenza. Quello che ho capito è che Bersani la pensa come Francesco Giavazzi il quala a sua volta, sul Corriere, non si perita di affermare che la sua principale preoccupazione sono i rischi che correrebbero gli imprenditori rampanti!
martedì 26 agosto 2008
Ti venisse un cancro
Tu, che sei passato davanti al Mujio e hai visto una bici lì, di qualcuno che stava bevendosi il suo aperitivo, in pace con il mondo.
Tu, che hai guardato meglio e hai visto che la bici era slegata, dato che stava proprio fuori dal bar a fianco agli sgabelli.
Tu, che non sei certo uno che ruba bici per campare (sarebbe stato troppo pericoloso), bensì un ragazzino viziato che magari aveva appena finito di trangugiare una schifezza tipo daiquiri alla fragola.
Tu, che hai pensato "tanto che cazzo me ne frega", hai preso quella bici e te ne sei andato a fare un giro. E chissà dove l'hai lasciata. Con il mio seggiolino del pupo, la mia catena nuova, il mio cestone della spesa.
Tu, che hai pensato, e giustamente, che il proprietario di quella bici era proprio un cretino, a lasciarla lì così.
Ti venisse un cancro. Anzi, rassicurati: ti verrà di certo.
Le belle notizie della rentrée a Milano /2
Le belle notizie della rentrée a Milano /1
Meglio evitare i momenti di grande affluenza (in quanto in tal caso usano anche un po' di piadine precedentemente preparate e riscaldate, per evitare code chilometriche).
venerdì 8 agosto 2008
Il bello del social networking
Ti iscrivi su Facebook (l'ennesimo servizio che promette meraviglie e che poi non userai mai se non vuoi che ti caccino a pedate dal posto di lavoro).
Ti chiede se vuoi che lui trovi amici per te (una bella evoluzione: quando ero piccolo, mia madre offriva le caramelle ai bambini, perché diventassero miei amici).
Ti chiede la tua password di gmail (da ex-sysadmin paranoico, cambi la password, inserisci la nuova, lo fai collegare, ricambi la password. E poi ripeti tutto due-tre volte finché non funziona).
Ti trova gli amici. Clicchi una volta di troppo.
E così, spedisci una raffica di "vuoi diventare mio amico?": a persone che hai conosciuto in un passato remotissimo; a persone che non hai mai conosciuto e chissà perché gmail invece le conosce per te; a persone che sai chi sono perché hai scritto loro una volta nella tua vita, magari per insultarle.
A persone che ti avevano dimenticato; che speravano di averti dimenticato; che speravi ti avessero dimenticato.
Rivoglio il mio fogliettino con i numeri stampati fitti fitti, nel portafoglio.
giovedì 7 agosto 2008
Salva l'Italia
- "Finalmente: fatti, non parole!" fu il mio entusiastico commento; e passai a cose più interessanti disinteressandomi del tutto della vicenda.
In questi giorni il clamoroso successo dell'iniziativa, testimoniato dall'adesione senza riserve offerta dai maggiorenti del partito, mi ha spinto a cercare in rete il testo di questa benedetta petizione, e leggermelo.
Orbene: già il PD aveva nel mio immaginario lo stesso odore della mamma di Norman Bates; ma dopo aver letto quel foglietto non so veramente più trovare parole.
I temi sui quali Veltroni vorrebbe convincermi a firmare sono vecchi e puzzano di stantio già ora; figuriamoci a ottobre quando 'sto po' po' di firme dovrebbe essere presentato (a chi, poi: a Napolitano? a Berlusconi? alla neonata TV Youdem?) e nessuno ricorderà più nemmeno alla lontana a che cosa ci si riferiva.
Nel frattempo metà dei punti sono diventati inattuali. Le impronte digitali per i bimbi rumeni non verranno più prese, dato che grazie al PD verranno prese a tutti indistintamente (forse che la schedatura è tale solo se viene applicata alle minoranze, e non lo è più se sono tutti schedati?); e il blocco dei processi per un anno è stato superato dal lodo Alfano.
Continuiamo così, facciamoci del male...
Giocare con i numeri
Datemi una base di dati, una tesi da dimostrare, e io faccio dire a quei dati che la tesi è vera; e poi gli faccio dire anche l'esatto contrario.
E' per questo che quando il ministro Brunetta si vanda di aver ottenuto una la riduzione del 37% dell'assenteismo mi fa sorridere, e pagherei qualche centesimo per avere i dati grezzi su cui si basa quell'indicatore.
Il Commissario Santamaria

venerdì 1 agosto 2008
Farsi i fatti propri /2
No, perché se così fosse, guarda Walter che non è che dovessi prendermi proprio alla lettera
Vacanze in Sardegna
Non ci andavo da 15 anni, e ho ritrovato posti meravigliosi e gente fantastica.
Praticamente non ho speso nulla, essendo ospite. Ma mettendomi nei panni del turista normale, e guardandomi un po' attorno, ho constatato che se non si va in Costa Smeralda e dintorni, i costi sono ridicolmente bassi, e vi sono dei luoghi che non hanno granché ad invidare alle località più blasonate.

