Gli eventi sono molto più rapidi di quanto lo sia io nello scrivere post, e pertanto ho dovuto buttare un articolo che avevo iniziato a scrivere ier sera, intitolato Tantoque dormitat Homerus nel quale davo conto del fatto che Marchionne non aveva fatto una mossa brillante dicendo che Fiat sarebbe comunque rimasta interessata all'acquisto di Chrysler anche scaduto il termine del 15 giugno.
Per i maniaci e gli scioperati che non hanno di meglio da fare, questo link è il tentativo dei fondi pensione di utilizzare le parole di Marchionne al fine di far ritardare la vendita, e quest'altro è la risposta di Fiat.
Come accennavo ieri, una delle possibili giustificazione della concessione del rinvio era da ricercarsi nel desiderio del giudice Ginsburg di condividere la decisione con i colleghi, il che è poi stato. Qui potete scaricare la decisione della Corte (una paginetta scarsa)
mercoledì 10 giugno 2009
martedì 9 giugno 2009
Cosa succede all'accordo Fiat-Chrysler?
In questi giorni i titoli dei giornali parlano dell'accordo Fiat-Chrysler in toni drammatici o surreali, secondo i punti di vista.
In particolare la notizia della sospensione della vendita della parte buona di Chrysler a Fiat ha fatto scrivere a molti che ora Chrysler rischia il fallimento; il che è bizzarro, dato che gli stessi avevano già scritto che Chrysler era andata in "bancarotta", sia pur controllata.
Non è una delle mie specialità spiegare le cose in breve, ma forse merita scrivere due righe "spot" in attesa di completare la disamina del funzionamento della procedura fallimentare negli USA.
Anticipando quindi temi che poi saranno sviluppati in dettaglio, e richiamando tutto quanto scritto a proposito della procedura fallimentare italiana, che trovate a partire da questo post, possiamo dire che negli USA (come del resto in Italia) esistono svariati tipi di procedure fallimentari, ciascuna con un proprio nome, per quanto siano più comunemente conosciute con il numero del chapter, vale a dire il capitolo (o più propriamente, in italiano, il capo, che li tratta nel Titolo 11 dello US Code.
E così abbiamo tre procedure principali:
La Reorganization, o Chapter 11, è la procedura tipica delle grandi aziende di cui abbiamo sentito parlare in questi mesi: Lehman Brothers, Chrysler, General Motors; e corrisponde abbastanza da vicino al nostro Concordato preventivo, come strutturato dopo le riforme del 2006-2008.
La Liquidation, o Chapter 7, è invece il corrispondente del nostro Fallimento.
Come ricorderete da quanto abbiamo visto per l'Italia, il Concordato preventivo postula l'esistenza di un piano di salvataggio dell'azienda o perlomeno il pagamento dei creditori tramite un piano concordato, mentre il Fallimento significa che non c'è più nulla da fare e tutto viene venduto al miglior offerente, ripartendo i soldi fra i vari creditori; e la stessa cosa vale, più o meno, per Chapter 11 e Chapter 7.
Per Chrysler, in particolare, il piano si basa sulla vendita della parte buona dell'azienda a Fiat, anche tramite i fondi TARP stanziati dal Governo federale (Bush prima e Obama poi) per il salvataggio delle istituzioni finanziarie in difficoltà. Senza tale vendita, detta 363 sale dal numero dell'articolo a valere sul quale è stata autorizzata dalle corti federali di I e II grado, tutto il castello crollerebbe e non vi sarebbe altra soluzione che la Liquidation: almeno secondo Chrysler.
A tale soluzione si sono però opposti tre categorie di creditori, e precisamente:
Sia la corte di I grado del Southern District of New York sia la Court of Appeal for the 2nd Circuit hanno dato ragione a Chrysler (e al Tesoro degli Stati Uniti), e pertanto i tre soggetti sopra indicati si sono rivolti alla U.S. Supreme Court, la Corte Suprema federale.
Il ricorso è stato assegnato al giudice Ruth Bader Ginsburg, competente per il 2nd Circuit, che qualche minuto prima dello scadere del termine entro il quale sarebbe divenuta esecutiva la sentenza d'appello (e pertanto avrebbe potuto essere perfezionata l'operazione di vendita) ha emesso un ordine di sospensione, al fine di poter decidere con più calma il merito delle cause.
Questo non vuol dire che il giudice si sia schierato pro o contro la Fiat, ma semplicemente che si è presa tempo per decidere, tutto qui.
I motivi di questo fermo tecnico infatti possono essere i più vari: il giudice Ginsburg può aver ritenuto di non assumersi la responsabilità unica della decisione, bensì di volerla condividere con gli altri otto colleghi; oppure può già aver consultato i colleghi, e in presenza di opinioni dissenzienti aver deciso il "congelamento" per preparare un parere di maggioranza; o può anche aver deciso di attendere le motivazioni della sentenza della Court of Appeal.
Possiamo comunque affermare che la decisione assunta dal giudice è stata l'unica seriamente prospettabile, dal momento che qualora non avessa fatto così ella si sarebbe assunta la responsabilità di un atto dal quale non sarebbe stato possibile tornare indietro, senza neppur aver potuto leggere gli atti di causa (pensiamo infatti che i cancellieri della Corte Suprema hanno potuto completare il fascicolo -enorme- solo verso mezzogiorno di lunedì, e il termine scadeva alle quattro del pomeriggio).
Aspettiamo ora di vedere cosa succederà.
In particolare la notizia della sospensione della vendita della parte buona di Chrysler a Fiat ha fatto scrivere a molti che ora Chrysler rischia il fallimento; il che è bizzarro, dato che gli stessi avevano già scritto che Chrysler era andata in "bancarotta", sia pur controllata.
Non è una delle mie specialità spiegare le cose in breve, ma forse merita scrivere due righe "spot" in attesa di completare la disamina del funzionamento della procedura fallimentare negli USA.
Anticipando quindi temi che poi saranno sviluppati in dettaglio, e richiamando tutto quanto scritto a proposito della procedura fallimentare italiana, che trovate a partire da questo post, possiamo dire che negli USA (come del resto in Italia) esistono svariati tipi di procedure fallimentari, ciascuna con un proprio nome, per quanto siano più comunemente conosciute con il numero del chapter, vale a dire il capitolo (o più propriamente, in italiano, il capo, che li tratta nel Titolo 11 dello US Code.
E così abbiamo tre procedure principali:
- Liquidation (Chapter 7)
- Reorganization (Chapter 11)
- Adjustment of Debts of an Individual with Regular Income (Chapter 13)
La Reorganization, o Chapter 11, è la procedura tipica delle grandi aziende di cui abbiamo sentito parlare in questi mesi: Lehman Brothers, Chrysler, General Motors; e corrisponde abbastanza da vicino al nostro Concordato preventivo, come strutturato dopo le riforme del 2006-2008.
La Liquidation, o Chapter 7, è invece il corrispondente del nostro Fallimento.
Come ricorderete da quanto abbiamo visto per l'Italia, il Concordato preventivo postula l'esistenza di un piano di salvataggio dell'azienda o perlomeno il pagamento dei creditori tramite un piano concordato, mentre il Fallimento significa che non c'è più nulla da fare e tutto viene venduto al miglior offerente, ripartendo i soldi fra i vari creditori; e la stessa cosa vale, più o meno, per Chapter 11 e Chapter 7.
Per Chrysler, in particolare, il piano si basa sulla vendita della parte buona dell'azienda a Fiat, anche tramite i fondi TARP stanziati dal Governo federale (Bush prima e Obama poi) per il salvataggio delle istituzioni finanziarie in difficoltà. Senza tale vendita, detta 363 sale dal numero dell'articolo a valere sul quale è stata autorizzata dalle corti federali di I e II grado, tutto il castello crollerebbe e non vi sarebbe altra soluzione che la Liquidation: almeno secondo Chrysler.
A tale soluzione si sono però opposti tre categorie di creditori, e precisamente:
- un'associazione di fondi pensione domiciliati nello Stato dell'Indiana, che lamentano una serie di eccezioni, tra cui: il fatto che il Tesoro non può usare i fondi TARP per salvare un'industria automobilistica piuttosto che finanziaria; la ristrettezza dei tempi imposti alla procedura, che impedisce i diritti di difesa e la ricerca di altri acquirenti; la lesione dei diritti di prelazione dei fondi rispetto ad altri creditori meno privilegiati (quali i lavoratori, secondo la legge USA); l'inadeguatezza economica della somma offerta per l'acquisto
- le associazioni dei consumatori, che adducono il fatto che l'operazione impedirebbe a soggetti feriti o uccisi da autoveicoli Chrysler di chiedere alla "vecchia" Chrysler i danni derivanti da difetti di costruzione
- un'associazione di vedove di operai deceduti per mesotelioma, che pure adducono il fatto che venendo meno la "vecchia" Chrysler non vi sarebbe alcuno per rifondere i danni
Sia la corte di I grado del Southern District of New York sia la Court of Appeal for the 2nd Circuit hanno dato ragione a Chrysler (e al Tesoro degli Stati Uniti), e pertanto i tre soggetti sopra indicati si sono rivolti alla U.S. Supreme Court, la Corte Suprema federale.
Il ricorso è stato assegnato al giudice Ruth Bader Ginsburg, competente per il 2nd Circuit, che qualche minuto prima dello scadere del termine entro il quale sarebbe divenuta esecutiva la sentenza d'appello (e pertanto avrebbe potuto essere perfezionata l'operazione di vendita) ha emesso un ordine di sospensione, al fine di poter decidere con più calma il merito delle cause.
Questo non vuol dire che il giudice si sia schierato pro o contro la Fiat, ma semplicemente che si è presa tempo per decidere, tutto qui.
I motivi di questo fermo tecnico infatti possono essere i più vari: il giudice Ginsburg può aver ritenuto di non assumersi la responsabilità unica della decisione, bensì di volerla condividere con gli altri otto colleghi; oppure può già aver consultato i colleghi, e in presenza di opinioni dissenzienti aver deciso il "congelamento" per preparare un parere di maggioranza; o può anche aver deciso di attendere le motivazioni della sentenza della Court of Appeal.
Possiamo comunque affermare che la decisione assunta dal giudice è stata l'unica seriamente prospettabile, dal momento che qualora non avessa fatto così ella si sarebbe assunta la responsabilità di un atto dal quale non sarebbe stato possibile tornare indietro, senza neppur aver potuto leggere gli atti di causa (pensiamo infatti che i cancellieri della Corte Suprema hanno potuto completare il fascicolo -enorme- solo verso mezzogiorno di lunedì, e il termine scadeva alle quattro del pomeriggio).
Aspettiamo ora di vedere cosa succederà.
Etichette:
bancarotta,
fallimento,
less.itam,
maestrino
Un cordiale vaffanculo a... /4
Ecco: se io fossi Nichi Vendola e mi alzassi un mattino postelettorale, aprissi il giornale e vedessi un articolo di Marta Flavi Giovanna Melandri la quale, dopo avermi sbattuto nel limbo dell'extraparlamentarismo anche al Parlamento Europeo grazie allo sbarramento del 4%, mi invitasse a lavorare insieme. Da domani. Con un abbraccio affettuoso; ecco: s'io fossi lui, mi girerebbero i coglioni come le pale di un elicottero.
lunedì 8 giugno 2009
Cose giuste e sagge
Vengono scritte da rectoscopy in questo post.
I cococo non sono un'invenzione berlusconiana. La precarizzazione del lavoro giovanile è stata introdotta da voi. Avete trasformato un'intera generazione in un popolo di cococo, cocopro, partite ive. Con il paradosso che un neoavvocato, un neocommercialista, un neoingegnere (non si parla mica di laureati in scienze politiche, eh!) in un mese guadagna meno di un coetaneo che fa il magazziniere all'Auchan.Salva la discriminazione verso il laureato in Scienze politiche, beninteso.
Avete creato un esercito di liberi professionisti, ancorché finti. Finti perché di fatto si tratta di lavoratori subordinati, che dipendono da qualcuno. Però di un lavoratore autonomo hanno lo stesso rischio di impresa e, peggio ancora, lo stesso sistema di tassazione. E perciò ragionano da autonomo.
In Italia c'è il paradigma ideologico che, siccome sei un autonomo, evadi almeno la metà. Perciò se è giusto che tu paghi il 20% di imposte, te ne devo chiedere almeno il 40%. Questo sistema funzionava quando i lavoratori autonomi erano davvero ricchi (ed evasori). Ma presto i giovani autonomi hanno cominciato a farsi due conti in tasca e hanno scoperto che dei 1.000-1.200 euri lordi mensili in tasca gliene rimanevano pochetti. Ed ecco che il popolano con la partita iva inizia a votare chi gli promette meno tasse. O quando va bene, se ne sta a casa.
Etichette:
politica
Da ricostruirci anche il Belice
Grazie a Crisis? What Crisis? intercetto una notizia che sembra non aver ancora trovato spazio sulla stampa mainstream, eccezion fatta per il quotidiano di famiglia.
La Guardia di Finanza ha sequestrato a due giapponesi un po' di titoli di stato USA che i due stavano cercando di portare in Isvizzera, in un doppiofondo.
Centotrentaquattro miliardi di dollari. Pari a novantasei miliardi di euri. Come dire centonovantacinquemila miliardi di lire.
Lo stesso sito della Guardia di Finanza riporta la notizia parlando di milioni, non di miliardi, ma riprende il titolo sbagliato di AdnKronos.
I casi sono solo due: i titoli del tesoro USA sono falsi (per quanto sembrino fatti dannatamente bene, secondo le agenzie). E' la cosa più probabile, data la cifra incredibile in ballo, ma allora c'è da chiedersi per quale enorme stangata siano stati stampati centinaia di certificati del Tesoro falsi, ciascuno da 500 milioni o da un miliardo di dollari. Quali affari schifosamente sporchi possono essere messi in piedi da qualcuno a cui vuoi truffare cifre di quel genere? Quest'affare sarebbe del tutto inverosimile improbabile anche in un film di 007, e invece eccotelo lì, accaduto davvero; e non riusciamo neppure a sognare cosa possa esserci dietro.
C'è poi la possibilità (forse un po' remota) che i bond siano veri; e in tal caso, oltre al chiedersi quali affari dannatamente più sozzi ci siano dietro, è interessante osservare che la sanzione amministrativa (pari al 40% del valore non dichiarato) ammonterebbe a qualche 40 miliardi di euri.
In ogni caso, vale la pena di stare sul pezzo per vedere come andrà a finire.
La Guardia di Finanza ha sequestrato a due giapponesi un po' di titoli di stato USA che i due stavano cercando di portare in Isvizzera, in un doppiofondo.
Centotrentaquattro miliardi di dollari. Pari a novantasei miliardi di euri. Come dire centonovantacinquemila miliardi di lire.
Lo stesso sito della Guardia di Finanza riporta la notizia parlando di milioni, non di miliardi, ma riprende il titolo sbagliato di AdnKronos.
I casi sono solo due: i titoli del tesoro USA sono falsi (per quanto sembrino fatti dannatamente bene, secondo le agenzie). E' la cosa più probabile, data la cifra incredibile in ballo, ma allora c'è da chiedersi per quale enorme stangata siano stati stampati centinaia di certificati del Tesoro falsi, ciascuno da 500 milioni o da un miliardo di dollari. Quali affari schifosamente sporchi possono essere messi in piedi da qualcuno a cui vuoi truffare cifre di quel genere? Quest'affare sarebbe del tutto inverosimile improbabile anche in un film di 007, e invece eccotelo lì, accaduto davvero; e non riusciamo neppure a sognare cosa possa esserci dietro.
C'è poi la possibilità (forse un po' remota) che i bond siano veri; e in tal caso, oltre al chiedersi quali affari dannatamente più sozzi ci siano dietro, è interessante osservare che la sanzione amministrativa (pari al 40% del valore non dichiarato) ammonterebbe a qualche 40 miliardi di euri.
In ogni caso, vale la pena di stare sul pezzo per vedere come andrà a finire.
Etichette:
cosecosì
Due osservazioni a caldo
Due osservazioni a caldo, così come vengono e senza sparare pipponi.
La prima è più una battuta o meglio una chiosa a ciò che ci siamo detti nei giorni scorsi: vale a dire che nei dibattiti televisivi su successi, tenute e sconfitte, ciascun partito si presenta in quanto partito e non con la faccia degli eletti a Strasburgo: e pertanto Melandri e Fassino (che sono quelli che vanno ai dibattiti e dichiarano sui giornali) possono vantarsi per i successi in realtà ascrivibili a Scalfarotto e Serracchiani: voti dati a questi ultimi da elettori che, se in lista vi fossero stati solo rappresentanti dell'apparato centrale del partito mai e poi mai avrebbero votato PD. Fa parte delle regole del gioco, per carità: lo sapevamo fin dall'inizio che sarebbe andata così; ma a chi ha votato potrebbe anche fare un po' rabbia.
La seconda: ammettendo, con una forzatura, che si possano ascrivere anche i radicali nel coacervo del centrosinistra, esiste un 10% di voto disperso che qualora confluisse nel PD potrebbe portarlo ad essere di un pelo il primo partito. questa osservazione, che potrebbe far pensare a taluno, in primis Franceschini o Sofri, che votare sì al referendum possa essere una buona idea è smentita da tutta una serie di circostanze.
Anzitutto, il fatto che qualora per assurdo il PD riuscisse a prendere i voti di RC, S&L e radicali, allora il PdL prenderebbe quelli della Lega, ma allora il PD prenderebbe quelli dell IdV e allora il PdL quelli di Casini. Ci sembra assurdo tutto ciò? A me sì, ma badate bene che la logica di ciascun passaggio successivo non è meno solida di quella del passaggio precedente.
Anzi, la circostanza che un 10-12% di italiani (comprendiamo anche la Destra) abbia votato buttando via scientemente il voto, pur di non darlo a uno dei partiti maggiori che hanno imposto lo sbarramento al 4%, dimostra che il cosiddetto "voto utile" non ha alcuna presa, o perlomeno che non ha alcuna presa a sinistra.
Coloro che credono nei valori della sinistra preferiscono buttare via il proprio suffragio piuttosto che darlo al partito che vede nelle sue file Binetti, Rutelli e Melandri (e Penati).
Qualora quindi per avventura dovesse essere raggiunto il quorum ai referenda elettorali (data per scontata la vittoria del Sì sui voti espressi), il vantaggio in termini di mera tattica per il PD sarebbe minuscolo; mentre il vulnus inflitto al sistema di regole democratiche enorme.
Temo che la dirigenza del PD questo ragionamento non lo voglia o non lo sappia fare, e temo che in queste due settimane che ci separano dalla prossima chiamata alle urne sentiremo ragionamenti esattamente opposti: vero è che ultimamente ci azzecco poco, per cui aspettiamo e stiamo a vedere cosa succederà.
La prima è più una battuta o meglio una chiosa a ciò che ci siamo detti nei giorni scorsi: vale a dire che nei dibattiti televisivi su successi, tenute e sconfitte, ciascun partito si presenta in quanto partito e non con la faccia degli eletti a Strasburgo: e pertanto Melandri e Fassino (che sono quelli che vanno ai dibattiti e dichiarano sui giornali) possono vantarsi per i successi in realtà ascrivibili a Scalfarotto e Serracchiani: voti dati a questi ultimi da elettori che, se in lista vi fossero stati solo rappresentanti dell'apparato centrale del partito mai e poi mai avrebbero votato PD. Fa parte delle regole del gioco, per carità: lo sapevamo fin dall'inizio che sarebbe andata così; ma a chi ha votato potrebbe anche fare un po' rabbia.
La seconda: ammettendo, con una forzatura, che si possano ascrivere anche i radicali nel coacervo del centrosinistra, esiste un 10% di voto disperso che qualora confluisse nel PD potrebbe portarlo ad essere di un pelo il primo partito. questa osservazione, che potrebbe far pensare a taluno, in primis Franceschini o Sofri, che votare sì al referendum possa essere una buona idea è smentita da tutta una serie di circostanze.
Anzitutto, il fatto che qualora per assurdo il PD riuscisse a prendere i voti di RC, S&L e radicali, allora il PdL prenderebbe quelli della Lega, ma allora il PD prenderebbe quelli dell IdV e allora il PdL quelli di Casini. Ci sembra assurdo tutto ciò? A me sì, ma badate bene che la logica di ciascun passaggio successivo non è meno solida di quella del passaggio precedente.
Anzi, la circostanza che un 10-12% di italiani (comprendiamo anche la Destra) abbia votato buttando via scientemente il voto, pur di non darlo a uno dei partiti maggiori che hanno imposto lo sbarramento al 4%, dimostra che il cosiddetto "voto utile" non ha alcuna presa, o perlomeno che non ha alcuna presa a sinistra.
Coloro che credono nei valori della sinistra preferiscono buttare via il proprio suffragio piuttosto che darlo al partito che vede nelle sue file Binetti, Rutelli e Melandri (e Penati).
Qualora quindi per avventura dovesse essere raggiunto il quorum ai referenda elettorali (data per scontata la vittoria del Sì sui voti espressi), il vantaggio in termini di mera tattica per il PD sarebbe minuscolo; mentre il vulnus inflitto al sistema di regole democratiche enorme.
Temo che la dirigenza del PD questo ragionamento non lo voglia o non lo sappia fare, e temo che in queste due settimane che ci separano dalla prossima chiamata alle urne sentiremo ragionamenti esattamente opposti: vero è che ultimamente ci azzecco poco, per cui aspettiamo e stiamo a vedere cosa succederà.
Etichette:
politica,
referendum
sabato 6 giugno 2009
Aria gravosa e morta
Tonino ha fatto una serie di considerazioni sul mio post con il quale comunicavo l'andata in montagna e, per essa, il mio disertare i seggi elettorali a questa tornata.
Date le condizioni meteorologiche non sono andato ai monti, bensì al cinema; e approfitto per rispondere alle osservazioni, che sono molto interessanti. In corsivo i commenti di Tonino.
Quella che tra due contendenti indistinguibili è meglio scegliere l'avversario manifesto perché lo si combatte meglio è una massima arguta e di successo. Quello che debbo registrare è che in diversi anni di politica meneghina all'atto pratico non si è mai dimostrata vera, almeno nella sua seconda parte. Altro che lotte, nel tempo ci si è fatti brutti, sporchi e rassegnati che è una bellezza.
Ciò che dici è in parte vero: mi riferisco alla parte in cui dici che siamo divenuti brutti, sporchi e rassegnati (soprattutto rassegnati). Credo però che, seppur il centrosinistrame milanese abbia propinato candidati sindaci impresentabili, quali il mai abbastanza vituperato Aldo Fumagalli (per non dir di Diego Masi in regione), ciononostante rispetto a Formentini, Albertini e Moratti quasi tutti sono stati una scelta migliore, o perlomeno meno peggio, dell'avversario: votabili seppur con naso tappato.
Penati no, è diverso: un fascioleghista che ha come unica visione strategica l'utilizzo della Provincia come comitato d'affari, l'agevolazione delle iniziative speculative degli amici sul territorio provinciale e la ricerca del consenso tramite l'appello ai più bassi istinti autoritari e razzisti. Podestà forse non è meglio solo perché dichiaratamente avversario: tempo che sia meglio a prescindere.
[Il Parlamento europeo] ha (1) una competenza e un ruolo limitato e (2) è vero che viene da noi sfruttato secondo logiche nazionali e per parcheggiare personale politico.
Al primo punto risponderei che l'Unione è tra una fase comatosa e l'altra comunque una realtà fatta e ciò che esprime in positivo è anche merito della presenza del parlamento al suo interno; mentre per ciò che si giudica in negativo non si può intervenire senza far leva ancora sul parlamento. Una quadratura un po' paracula ma penso piuttosto vera.
Al secondo dico che le secche acquitrinose della nostra politica non possono essere una ragione per rassegnarsi a queste stesse secche: sarebbe una fonte circolare che si autoalimenta. Il voto europeo va visto come un'opportunità di uscire dal nostro clima asfittico e mortificato, di guardare un po' oltre l'orizzonte nonostante le candidature pilotate e ciò che sottintendono.
La mia opinione (personalissima e senza supporto documentato: prendila come se fossimo al bar) è che il Parlamento europeo sia stato costituito solo in quanto dopo l'adesione del Regno Unito non sarebbe stato possibile altrimenti possibile per la CE avere un bilancio autonomo e amministrare risorse economiche (cioè tasse): ciò per effetto del principio no taxation without representation, fondamentale per gli anglosassoni; e difatti il Parlamento europeo non è un organo politico: la politica la fa la Commissione, che è emanazione dei Governi.
Quanto al fatto che il voto europeo sia l'opportunità di guardare al di là dell'orizzonte, mi sembra una petizione di principio: votare insieme ad altri 26 paesi può essere un'occasione di questo tipo: ma dipende non solo da con chi si voti, ma anche per cosa. A me, questo cosa non convince.
Suzuki-maruti: oddio chiedere a Enrico se bisogna pensare male delle sinistre minoritarie è come chiedere al pesciarolo se il pesce è veramente fresco... Cioè al di là del merito mi sembra che anche in questo caso cerchi un po' l'opinione che ti confermi nella sensazione di non avere scelte accettabili. Credo che nello stesso pezzo sottolinei che per come sono fatte queste elezioni, per lo scopo e il senso che hanno vale la pena di votare la persona più che la lista pensando a quello che si ritiene potrebbe fare nel caso di elezioni e mi sembra un ragionamento abbastanza condivisibile.
Sono d'accordo sulla prima parte: e infatti la frase incriminata non ha fatto che chiarirmi meglio un'idea che già frullava in testa, in particolare sull'eterogeneità della compagine di S&L, che oltretutto ricomprende i Verdi, la cui presenza non è a mio parere secondario motivo nella batosta di Sinistra arcobaleno.
Vediamo al punto relativo al "votare la persona e non la lista", che ho gia affrontato nel precedente post, e che è una posizione molto diffusa, condivisa oltre che da Tonino e Mantellini e migliaia di altri, anche da una persona con la quale per solito sono d'accordo anche sulle virgole, come Scorfano, che difatti ha espresso anche lui un commento lucido.
La mia opinione è che si tratti di una posizione sbagliata, e ne spiego le ragioni.
Se stessimo parlando di un'istituzione che ha potere, e i cui membri hanno quindi potere, sarei d'accordo con voi.
Ma se l'istituzione eletta non ha alcun potere, anche gli eletti non servono a granché se non a far presenza nei Gruppi e in aula, e smuovere un po' di carte. E allora cosa rimane, di tutta quest'elezione? Rimane, come Tonino stesso diceva poc'anzi, l'effetto delle elezioni sulla politica nazionale: vale a dire che queste elezioni sono un test per vedere come si posizione l'opinione di ciascun Paese.
Sappiamo bene che in Italia, per la situazione politica di questi mesi, la ricaduta nazionale delle elezioni europee è molto ma molto più intensa che altrove.
E quindi che cosa rimane, alla fin fine, del voto al mitico Scalfarotto o alla brillante Serracchiani? Non tanto la persona che siederà a Strasburgo a far poco (sempre meglio loro che altri, per carità, ma sempre poco faranno): no, rimarrà il voto per il PD che essi procureranno al partito nelle cui fila si presentano.
In altre parole: è Scalfarotto che fa un favore al PD procurandogli voti per mezzo di chi crede in lui, e non viceversa: ad urne chiuse, chi si avvantaggerà del voto a Scalfarotto sarà solo e unicamente Franceschini (e Scalfarotto, ovviamente, che prenderà un bello stipendio; ma credo sia uno dei pochi a cui ciò importa poco).
Date le condizioni meteorologiche non sono andato ai monti, bensì al cinema; e approfitto per rispondere alle osservazioni, che sono molto interessanti. In corsivo i commenti di Tonino.
Quella che tra due contendenti indistinguibili è meglio scegliere l'avversario manifesto perché lo si combatte meglio è una massima arguta e di successo. Quello che debbo registrare è che in diversi anni di politica meneghina all'atto pratico non si è mai dimostrata vera, almeno nella sua seconda parte. Altro che lotte, nel tempo ci si è fatti brutti, sporchi e rassegnati che è una bellezza.
Ciò che dici è in parte vero: mi riferisco alla parte in cui dici che siamo divenuti brutti, sporchi e rassegnati (soprattutto rassegnati). Credo però che, seppur il centrosinistrame milanese abbia propinato candidati sindaci impresentabili, quali il mai abbastanza vituperato Aldo Fumagalli (per non dir di Diego Masi in regione), ciononostante rispetto a Formentini, Albertini e Moratti quasi tutti sono stati una scelta migliore, o perlomeno meno peggio, dell'avversario: votabili seppur con naso tappato.
Penati no, è diverso: un fascioleghista che ha come unica visione strategica l'utilizzo della Provincia come comitato d'affari, l'agevolazione delle iniziative speculative degli amici sul territorio provinciale e la ricerca del consenso tramite l'appello ai più bassi istinti autoritari e razzisti. Podestà forse non è meglio solo perché dichiaratamente avversario: tempo che sia meglio a prescindere.
[Il Parlamento europeo] ha (1) una competenza e un ruolo limitato e (2) è vero che viene da noi sfruttato secondo logiche nazionali e per parcheggiare personale politico.
Al primo punto risponderei che l'Unione è tra una fase comatosa e l'altra comunque una realtà fatta e ciò che esprime in positivo è anche merito della presenza del parlamento al suo interno; mentre per ciò che si giudica in negativo non si può intervenire senza far leva ancora sul parlamento. Una quadratura un po' paracula ma penso piuttosto vera.
Al secondo dico che le secche acquitrinose della nostra politica non possono essere una ragione per rassegnarsi a queste stesse secche: sarebbe una fonte circolare che si autoalimenta. Il voto europeo va visto come un'opportunità di uscire dal nostro clima asfittico e mortificato, di guardare un po' oltre l'orizzonte nonostante le candidature pilotate e ciò che sottintendono.
La mia opinione (personalissima e senza supporto documentato: prendila come se fossimo al bar) è che il Parlamento europeo sia stato costituito solo in quanto dopo l'adesione del Regno Unito non sarebbe stato possibile altrimenti possibile per la CE avere un bilancio autonomo e amministrare risorse economiche (cioè tasse): ciò per effetto del principio no taxation without representation, fondamentale per gli anglosassoni; e difatti il Parlamento europeo non è un organo politico: la politica la fa la Commissione, che è emanazione dei Governi.
Quanto al fatto che il voto europeo sia l'opportunità di guardare al di là dell'orizzonte, mi sembra una petizione di principio: votare insieme ad altri 26 paesi può essere un'occasione di questo tipo: ma dipende non solo da con chi si voti, ma anche per cosa. A me, questo cosa non convince.
Suzuki-maruti: oddio chiedere a Enrico se bisogna pensare male delle sinistre minoritarie è come chiedere al pesciarolo se il pesce è veramente fresco... Cioè al di là del merito mi sembra che anche in questo caso cerchi un po' l'opinione che ti confermi nella sensazione di non avere scelte accettabili. Credo che nello stesso pezzo sottolinei che per come sono fatte queste elezioni, per lo scopo e il senso che hanno vale la pena di votare la persona più che la lista pensando a quello che si ritiene potrebbe fare nel caso di elezioni e mi sembra un ragionamento abbastanza condivisibile.
Sono d'accordo sulla prima parte: e infatti la frase incriminata non ha fatto che chiarirmi meglio un'idea che già frullava in testa, in particolare sull'eterogeneità della compagine di S&L, che oltretutto ricomprende i Verdi, la cui presenza non è a mio parere secondario motivo nella batosta di Sinistra arcobaleno.
Vediamo al punto relativo al "votare la persona e non la lista", che ho gia affrontato nel precedente post, e che è una posizione molto diffusa, condivisa oltre che da Tonino e Mantellini e migliaia di altri, anche da una persona con la quale per solito sono d'accordo anche sulle virgole, come Scorfano, che difatti ha espresso anche lui un commento lucido.
La mia opinione è che si tratti di una posizione sbagliata, e ne spiego le ragioni.
Se stessimo parlando di un'istituzione che ha potere, e i cui membri hanno quindi potere, sarei d'accordo con voi.
Ma se l'istituzione eletta non ha alcun potere, anche gli eletti non servono a granché se non a far presenza nei Gruppi e in aula, e smuovere un po' di carte. E allora cosa rimane, di tutta quest'elezione? Rimane, come Tonino stesso diceva poc'anzi, l'effetto delle elezioni sulla politica nazionale: vale a dire che queste elezioni sono un test per vedere come si posizione l'opinione di ciascun Paese.
Sappiamo bene che in Italia, per la situazione politica di questi mesi, la ricaduta nazionale delle elezioni europee è molto ma molto più intensa che altrove.
E quindi che cosa rimane, alla fin fine, del voto al mitico Scalfarotto o alla brillante Serracchiani? Non tanto la persona che siederà a Strasburgo a far poco (sempre meglio loro che altri, per carità, ma sempre poco faranno): no, rimarrà il voto per il PD che essi procureranno al partito nelle cui fila si presentano.
In altre parole: è Scalfarotto che fa un favore al PD procurandogli voti per mezzo di chi crede in lui, e non viceversa: ad urne chiuse, chi si avvantaggerà del voto a Scalfarotto sarà solo e unicamente Franceschini (e Scalfarotto, ovviamente, che prenderà un bello stipendio; ma credo sia uno dei pochi a cui ciò importa poco).
Etichette:
politica
Tuffo doppio carpiato con avvitamento
Dichiarare sul proprio blog per chi si vota è una scelta del tutto personale, e non è che si sia uomini, cittadino o blogger migliori se lo si fa o meno.
Però, una volta deciso di farlo, iniziare un post dicendo che non si voterà PD, e concluderlo dicendo che si voterà Serracchiani è, a mio parere, segno di una certa incoerenza rispetto alle proprie idee; un tentativo di tener la botte piena e la moglie ubriaca.
Però, una volta deciso di farlo, iniziare un post dicendo che non si voterà PD, e concluderlo dicendo che si voterà Serracchiani è, a mio parere, segno di una certa incoerenza rispetto alle proprie idee; un tentativo di tener la botte piena e la moglie ubriaca.
Etichette:
politica
venerdì 5 giugno 2009
Ville sparse e biancheggianti sul pendio

Vi comunico in modo più o meno ufficiale che, malgrado le previsioni del tempo siano tutt'altro che buone, il sottoscritto ha deciso di prendersi un giorno di ferie, dato che lunedì le scuole sono chiuse. Doman pomeriggio si recherà ai monti con figlioletto, cucinerà qualche manicaretto, farà qualche passeggiata e un paio di partitelle a Subbuteo. Il ritorno in città è previsto due giorni dopo, in serata.
Capite bene che questa decisione comporta la mia assenza dalla metropoli per tutta la giornata di domenica e per parte del lunedì, perlomeno fino ad oltre le ore 15.
Per quanto riguarda l'Ente Territoriale Inutile non ho mai avuto alcun dubbio (salvo, per un secondo, quando ho letto la provocazione di .mau. sulla lista "NO BOX"): i non milanesi faranno fatica a seguirmi, ma per i concittadini posso dire che quando la nostra sindachessa ha detto di votare per "Guido Penati" ha espresso con candore una profonda verità: l'indistinguibilità dei due candidati l'uno dall'altro.
E quando due candidati sono indistinguibili (ovviamente dal lato del peggio), a quel punto preferisco che vinca quello della parte peggiore: perlomeno appare chiaro che si tratta di un avversario contro il quale combattere.
Qualche dubbio, lo confesso, l'ho avuto per il Parlamento Europeo. Ho già espresso in precedenza la mia convinzione che sia un altro ente di nessuna utilità pratica e neppur teorica, ma è vero che questa consultazione ha anzitutto un significato in ambito nazionale.
Sono stato quindi tentato fino a poco fa di tracciare la croce sul simbolo di Sinistra e Libertà; poi ho letto un post di Suzukimaruti che in un passaggio dice:
La lista peggiore è un cartello elettorale che si chiama Sinistra e Libertà ed è capeggiata dal politico più sopravvalutato della storia italiana, cioè Nichi Vendola: si tratta di un curioso agglomerato fatto da ex rifondatori bertinottiani, gli apprezzatissimi (…) Verdi di Pecoraro Scanio - pare tutti e quattro - i socialisti liberal di Boselli e gli ex diessini ritardati (quelli che si sono accorti nel 2007 che non gli era piaciuta la svolta della Bolognina di Occhetto nel 1991) di Sinistra Democratica. Sono talmente divisi e inconciliabili, animati solo da un astio delirante verso il PD e verso Rifondazione, da non essere assolutamente in grado di produrre un programma comune. Ma fortunatamente non ci hanno nemmeno provato: il loro unico selling point politico è “noi siamo quelli immediatamente più a sinistra del PD: ci votate?”.E mi sono accorto che forse esagera un po', ma in fondo in fondo quello che dice è vero.
E quindi, oggi pomeriggio controllo l'olio e le gomme, senza rimpianti.
giovedì 4 giugno 2009
mercoledì 3 giugno 2009
Manuale di stile
Uso nel titolo il termine Manuale non perché mi sia montato la testa, bensì per assonanza con un Manuale ben più utile.
Ciò premesso, riprendo il tema del post di stamattina con il quale vi ho intrattenuto sul secondo fax mandato a Cartasì per far sì che smettesse di rompermi i santissimi con i propri messaggini (che confido anche voi riceviate, altrimenti significherebbe che mi hanno preso proprio di mira).
Penso sia apparso chiaro che, quando ho ricevuto il secondo messaggino mentre stavo cucinando il sugo con le polpette di salsiccia per i tre decenni affamanti, la reazione di stizza è stata solo momentanea, pensando alla possibilità che mi era stata offerta di scrivere un'altra letterina arguta (che poi ci sia riuscito o meno, non so), da pubblicare poi per il vostro sollazzo.
Del resto citare nello stesso contesto Sant'Anselmo e i Prolegomeni dovrebbe costituire un indizio sufficiente di registro ironico per chiunque abbia riminiscenze liceali sia su Sant'Anselmo che sui Prolegomeni, il che è tutt'altro che improbabile se consideriamo che fino a qualche tempo fa la responsabile delle pubbliche relazioni di una delle varie società cui fa capo il marchio Cartasì (con la quale ho avuto una fugace avventura al tempo di Usenet, ed ora bloggatrice di un certo seguito) è laureata in letteratura greca o in filosofia, non rammento bene, e citava Anassimandro con la leggerezza con la quale io cito Krugman.
Ma, a parte ciò, le letterone hanno anche un loro perché. Come potete ben immaginare, con il mestiere che faccio ho ricevuto tonnellate di lettere scritte nei più vari registri: dall'implorazione alla minaccia; dalla fredda enumerazione di fatti pertinenti alla ricostruzione delle sorti dell'economia mondiale; c'era chi attribuiva la responsabilità della propria inadempienza al vizio del giuoco e chi al complotto demoplutogiudaico o -recentemente- al signoraggio.
Talune di queste lettere sono state conservate perché sono il triste specchio dell'umana pazzia, o al contrario perché costituiscono dei piccoli gioielli letterari: ma questo prescinde dalla loro efficacia.
Per quanto riguarda specificamente quest'ultimo tema, è indubbio che quando si tratta di trattare operazioni da milioni di euri, l'asciuttezza e la precisione chirurgica siano essenziali: mai dire una parola meno o una parola più del dovuto; e nel dubbio meglio stare sul meno che sul più (e difatti al tavolo di negoziazione io, che di natura sono abbastanza loquace, resto praticamente muto per la più parte del tempo, e per giungere a tale risultato ho dovuto lavorare molto su me stesso: perché anche tacere è un'arte, che si impara con molta difficoltà).
Quando però si tratta di posizioni economicamente minime, il metro di giudizio è tutto diverso: tra una lettera di venti righe e una di cinque pagine, si presta maggiore attenzione a chi spedisce la lettera di cinque pagine: per un semplice motivo: è un rompicoglioni, e i rompicoglioni costano tantissimo.
Un rompicoglioni è capace di scriverti all'Ombudsman, all'Antitrust, alla Banca d'Italia, all'ISVAP, al Garante per la Privacy, al Presidente della Repubblica; per non parlare della locale Procura della Repubblica, che il discorso si complicherebbe.
E tutte queste autorità (salvo il Presidente della Repubblica, almeno nella mia personale esperienza) poi ti scrivono chiedendo spiegazioni, e dettagliate: perché è il loro mestiere farlo. Ovviamente, trattandosi di Autorità, questo provoca tutto un sommovimento all'interno dell'organizzazione, sia questa una Banca, una società di assicurazioni o quant'altro abbastanza faraonico per far sì che vi siano una sufficiente serie di gradini gerarchici tra il peone che gestisce l'operazione e il vertice aziendale: e quindi bozze di lettere, riunioni, revisioni di bozze, coinvolgimento di consulenti o legali, intervento dell'auditing interno... un incubo.
Un incubo costoso, poi: perché i consulenti si pagano, e comunque il tempo è denaro: ciò spiega perché il rompicoglioni debba essere blandito, coccolato, vezzeggiato: perlomeno finché non diventa un rompicoglioni così importante, in termini economici, da far sì che il coccolarlo e vezzeggiarlo diventi meno conveniente che il trattarlo male usando le maniere forti.
In conclusione: la nostra società è diventata così complessa che ciascuno di noi ha qualche piccola cartuccia da utilizzare per il proprio tornaconto, o semplicemente per la difesa dei propri interessi: basta conoscere i meccanismi.
Ciò premesso, riprendo il tema del post di stamattina con il quale vi ho intrattenuto sul secondo fax mandato a Cartasì per far sì che smettesse di rompermi i santissimi con i propri messaggini (che confido anche voi riceviate, altrimenti significherebbe che mi hanno preso proprio di mira).
Penso sia apparso chiaro che, quando ho ricevuto il secondo messaggino mentre stavo cucinando il sugo con le polpette di salsiccia per i tre decenni affamanti, la reazione di stizza è stata solo momentanea, pensando alla possibilità che mi era stata offerta di scrivere un'altra letterina arguta (che poi ci sia riuscito o meno, non so), da pubblicare poi per il vostro sollazzo.
Del resto citare nello stesso contesto Sant'Anselmo e i Prolegomeni dovrebbe costituire un indizio sufficiente di registro ironico per chiunque abbia riminiscenze liceali sia su Sant'Anselmo che sui Prolegomeni, il che è tutt'altro che improbabile se consideriamo che fino a qualche tempo fa la responsabile delle pubbliche relazioni di una delle varie società cui fa capo il marchio Cartasì (con la quale ho avuto una fugace avventura al tempo di Usenet, ed ora bloggatrice di un certo seguito) è laureata in letteratura greca o in filosofia, non rammento bene, e citava Anassimandro con la leggerezza con la quale io cito Krugman.
Ma, a parte ciò, le letterone hanno anche un loro perché. Come potete ben immaginare, con il mestiere che faccio ho ricevuto tonnellate di lettere scritte nei più vari registri: dall'implorazione alla minaccia; dalla fredda enumerazione di fatti pertinenti alla ricostruzione delle sorti dell'economia mondiale; c'era chi attribuiva la responsabilità della propria inadempienza al vizio del giuoco e chi al complotto demoplutogiudaico o -recentemente- al signoraggio.
Talune di queste lettere sono state conservate perché sono il triste specchio dell'umana pazzia, o al contrario perché costituiscono dei piccoli gioielli letterari: ma questo prescinde dalla loro efficacia.
Per quanto riguarda specificamente quest'ultimo tema, è indubbio che quando si tratta di trattare operazioni da milioni di euri, l'asciuttezza e la precisione chirurgica siano essenziali: mai dire una parola meno o una parola più del dovuto; e nel dubbio meglio stare sul meno che sul più (e difatti al tavolo di negoziazione io, che di natura sono abbastanza loquace, resto praticamente muto per la più parte del tempo, e per giungere a tale risultato ho dovuto lavorare molto su me stesso: perché anche tacere è un'arte, che si impara con molta difficoltà).
Quando però si tratta di posizioni economicamente minime, il metro di giudizio è tutto diverso: tra una lettera di venti righe e una di cinque pagine, si presta maggiore attenzione a chi spedisce la lettera di cinque pagine: per un semplice motivo: è un rompicoglioni, e i rompicoglioni costano tantissimo.
Un rompicoglioni è capace di scriverti all'Ombudsman, all'Antitrust, alla Banca d'Italia, all'ISVAP, al Garante per la Privacy, al Presidente della Repubblica; per non parlare della locale Procura della Repubblica, che il discorso si complicherebbe.
E tutte queste autorità (salvo il Presidente della Repubblica, almeno nella mia personale esperienza) poi ti scrivono chiedendo spiegazioni, e dettagliate: perché è il loro mestiere farlo. Ovviamente, trattandosi di Autorità, questo provoca tutto un sommovimento all'interno dell'organizzazione, sia questa una Banca, una società di assicurazioni o quant'altro abbastanza faraonico per far sì che vi siano una sufficiente serie di gradini gerarchici tra il peone che gestisce l'operazione e il vertice aziendale: e quindi bozze di lettere, riunioni, revisioni di bozze, coinvolgimento di consulenti o legali, intervento dell'auditing interno... un incubo.
Un incubo costoso, poi: perché i consulenti si pagano, e comunque il tempo è denaro: ciò spiega perché il rompicoglioni debba essere blandito, coccolato, vezzeggiato: perlomeno finché non diventa un rompicoglioni così importante, in termini economici, da far sì che il coccolarlo e vezzeggiarlo diventi meno conveniente che il trattarlo male usando le maniere forti.
In conclusione: la nostra società è diventata così complessa che ciascuno di noi ha qualche piccola cartuccia da utilizzare per il proprio tornaconto, o semplicemente per la difesa dei propri interessi: basta conoscere i meccanismi.
Tremonti Bond nuovamente
Per chi si fosse letto tutta la serie di articoli sui Tremonti Bond, segnalo un articolo molto interessante e preciso, e neppur eccessivamente difficile (salvo per la lingua: d'Albione) su Baseline Scenario, che illustra con grande chiarezza il concetto di "capitale regolamentare", per utilizzare un calco abbastanza comune o, come si dice da noi con maggior precisione, "patrimonio di vigilanza"
Etichette:
maestrino
Cartasì reloaded
(segue da qui)
Egregi signori,
lo scorso 27 maggio, a seguito della ricezione notturna di vostri messaggi pubblicitari indesiderati vi ho inviato a mezzo telefax la lettera che per comodità vostra e per conoscenza dell' Autorità Garante per la protezione dei dati personali, che ora sono costretto a interessare al tema, qui allego.
Per sovrappiù nella stessa data avevo contattato telefonicamente il vostro servizio clienti, presso il quale un operatore cortese e all'apparenza efficiente mi aveva detto che sul Vostro sistema informativo risultava una mia autorizzazione all'invio di messaggi di tal fatta (autorizzazione che io recisamente nego di aver mai fornito) e che avrebbe provveduto seduta stante a revocarla.
Potete bene immaginare il mio stupore quando nella serata del 1° giugno, assorto nelle mie riflessioni sui parallelismi e aporie della prova ontologica di Sant'Anselmo d'Aosta e dei Prolegomeni ad ogni metafisica futura che vorrà presentarsi come scienza, sono stato nuovamente distratto e turbato da un nuovo messaggio con il quale voi promuovevate una nuova e non meno insulsa promozione, sempre con grande sciupìo di dozzinali punti esclamativi.
Capite bene che con questo siamo passati dal campo della mera distrazione a quello della conclamata fesseria. Ragioniamo: quanti saranno i vostri clienti che, indignati per la vostra precedente campagna, si saranno presi la briga di scrivere una lettera ampollosa per intimarvi di non permettervi di disturbarli più, minacciandovi espressamente di notificare il Garante qualora ciò fosse nuovamente accaduto? Vogliamo dire 10? o anche 20? o addirittura 50? Be', fossi stato in voi, avrei posto la più scrupolosa attenzione per far sì che costoro, dimostratisi particolarmente attenti alla tutela della propria sfera privata, (o, secondo una lectio facilior, semplicemente più litigiosi) non potessero mai ricevere in futuro alcun tipo di ulteriore nocumento alla propria quiete.
Anche perché, signori miei, anche solo l'ipotizzare che un'organizzazione come la vostra, che detiene i dati personali di milioni di cittadini e utenti, possa rispettare men che scrupolosamente le normative sulla protezione dei medesimi, è come immaginare che l'Esselunga possa vendere carote senza battere i relativi scontrini: sono cose che non si fanno, mai e poi mai, perché le conseguenze possono essere molto ma molto gravi, e certo non commisurate al minimo vantaggio ricevutone.
Pertanto, questa volta vi avverto chiamando a testimone l'Autorità Garante per la protezione dei dati personali: smettetela di inviarmi le vostre promozioni. Non le voglio, non mi interessano se non come spunto di riflessione sull'inanità dell'umana natura. Mi intristisce il pensiero che vi siano persone, le quali in altri tempi si sarebbero stentatamente guadagnate un sudato pane con il duro lavoro dei campi, che possano ora condurre vite decorose o financo agiate semplicemente affastellando l'un l'altra parole e segni d'interpunzione tratti casualmente da uno scadente vocabolario della nostra bella e ricca lingua.
Non permettetevi di farlo, mai più.
Sperando di essere stato più chiaro e comunque più incisivo della volta precedente, vi invio i miei saluti.
Spettabile
Servizio clienti Cartasì
fax 02/xxxxxxxx
e p.c.
Onorevole Autorità Garante per
la protezione dei dati personali
fax 06.yyyyyyyy
Servizio clienti Cartasì
fax 02/xxxxxxxx
e p.c.
Onorevole Autorità Garante per
la protezione dei dati personali
fax 06.yyyyyyyy
Egregi signori,
lo scorso 27 maggio, a seguito della ricezione notturna di vostri messaggi pubblicitari indesiderati vi ho inviato a mezzo telefax la lettera che per comodità vostra e per conoscenza dell' Autorità Garante per la protezione dei dati personali, che ora sono costretto a interessare al tema, qui allego.
Per sovrappiù nella stessa data avevo contattato telefonicamente il vostro servizio clienti, presso il quale un operatore cortese e all'apparenza efficiente mi aveva detto che sul Vostro sistema informativo risultava una mia autorizzazione all'invio di messaggi di tal fatta (autorizzazione che io recisamente nego di aver mai fornito) e che avrebbe provveduto seduta stante a revocarla.
Potete bene immaginare il mio stupore quando nella serata del 1° giugno, assorto nelle mie riflessioni sui parallelismi e aporie della prova ontologica di Sant'Anselmo d'Aosta e dei Prolegomeni ad ogni metafisica futura che vorrà presentarsi come scienza, sono stato nuovamente distratto e turbato da un nuovo messaggio con il quale voi promuovevate una nuova e non meno insulsa promozione, sempre con grande sciupìo di dozzinali punti esclamativi.
Capite bene che con questo siamo passati dal campo della mera distrazione a quello della conclamata fesseria. Ragioniamo: quanti saranno i vostri clienti che, indignati per la vostra precedente campagna, si saranno presi la briga di scrivere una lettera ampollosa per intimarvi di non permettervi di disturbarli più, minacciandovi espressamente di notificare il Garante qualora ciò fosse nuovamente accaduto? Vogliamo dire 10? o anche 20? o addirittura 50? Be', fossi stato in voi, avrei posto la più scrupolosa attenzione per far sì che costoro, dimostratisi particolarmente attenti alla tutela della propria sfera privata, (o, secondo una lectio facilior, semplicemente più litigiosi) non potessero mai ricevere in futuro alcun tipo di ulteriore nocumento alla propria quiete.
Anche perché, signori miei, anche solo l'ipotizzare che un'organizzazione come la vostra, che detiene i dati personali di milioni di cittadini e utenti, possa rispettare men che scrupolosamente le normative sulla protezione dei medesimi, è come immaginare che l'Esselunga possa vendere carote senza battere i relativi scontrini: sono cose che non si fanno, mai e poi mai, perché le conseguenze possono essere molto ma molto gravi, e certo non commisurate al minimo vantaggio ricevutone.
Pertanto, questa volta vi avverto chiamando a testimone l'Autorità Garante per la protezione dei dati personali: smettetela di inviarmi le vostre promozioni. Non le voglio, non mi interessano se non come spunto di riflessione sull'inanità dell'umana natura. Mi intristisce il pensiero che vi siano persone, le quali in altri tempi si sarebbero stentatamente guadagnate un sudato pane con il duro lavoro dei campi, che possano ora condurre vite decorose o financo agiate semplicemente affastellando l'un l'altra parole e segni d'interpunzione tratti casualmente da uno scadente vocabolario della nostra bella e ricca lingua.
Non permettetevi di farlo, mai più.
Sperando di essere stato più chiaro e comunque più incisivo della volta precedente, vi invio i miei saluti.
venerdì 29 maggio 2009
Comunicare fattivamente
Da: Mario Bianchi
Inviato: venerdì 22 maggio 2009 14.43
A: mfisk
Cc: XXXXXX
Oggetto: Condivisione Mappa Processi
Nell'ambito del progetto di mappatura e innovazione dei processi aziendali, stiamo procedendo ad un ulteriore affinamento della mappa dei processi già emanata con Comunicazione Organizzativa n. 99/08.
Operativamente, partendo da una mappa già esistente dei processi, abbiamo cercato di evidenziare le attività chiave del processo confrontandoci con le procedure operative in essere.
Per i processi di Sua competenza, di cui alleghiamo schede di dettaglio, siamo quindi a richiederLe un’ulteriore verifica della scomposizione dei singoli processi in sottoprocessi.
RingraziandoLa per la Sua fattiva collaborazione, siamo a disposizione per qualsiasi chiarimento.
Cordiali saluti,
Mario Bianchi
From: mfisk
Sent: Friday, May 29, 2009 3:53 PM
To: Mario Bianchi
Cc: XXXXXXXXXX
Subject: R: Condivisione Mappa Processi
Francamente non ho capito nulla, e non mi ha aiutato la circostanza che i file allegati non si possano aprire.
Forse questa circostanza sarebbe la prima procedura operativa da affinare. Operativamente e fattivamente, e magari scomponendo il processo in sottoprocessi.
Cordialità,
mfisk
Inviato: venerdì 22 maggio 2009 14.43
A: mfisk
Cc: XXXXXX
Oggetto: Condivisione Mappa Processi
Nell'ambito del progetto di mappatura e innovazione dei processi aziendali, stiamo procedendo ad un ulteriore affinamento della mappa dei processi già emanata con Comunicazione Organizzativa n. 99/08.
Operativamente, partendo da una mappa già esistente dei processi, abbiamo cercato di evidenziare le attività chiave del processo confrontandoci con le procedure operative in essere.
Per i processi di Sua competenza, di cui alleghiamo schede di dettaglio, siamo quindi a richiederLe un’ulteriore verifica della scomposizione dei singoli processi in sottoprocessi.
RingraziandoLa per la Sua fattiva collaborazione, siamo a disposizione per qualsiasi chiarimento.
Cordiali saluti,
Mario Bianchi
From: mfisk
Sent: Friday, May 29, 2009 3:53 PM
To: Mario Bianchi
Cc: XXXXXXXXXX
Subject: R: Condivisione Mappa Processi
Francamente non ho capito nulla, e non mi ha aiutato la circostanza che i file allegati non si possano aprire.
Forse questa circostanza sarebbe la prima procedura operativa da affinare. Operativamente e fattivamente, e magari scomponendo il processo in sottoprocessi.
Cordialità,
mfisk
Suspence!
Voi tutti sapete che ho scritto più volte che la storia di Silvio Berlusconi e (moglie, figli di primo letto, figli di secondo letto, Noemi, padre madre fidanzato nonna zia cugini, APEDSAAQCPHVLE*, PEDPMDSAAQCPHVLE**, veline candidate, veline non candidate e compagnia cantante) è destinata a tramutarsi in un boomerang per chi l'ha sollevata e in un vantaggio per Berlusconi.
Altri la pensavano diversamente, ed è un'opinione certo rispettabile anche se da me non condivisa. Ora però, vedendo il can can che sta montando oggi, e l'impressione sempre più netta di pugile alle corde del Caro Leader, nonché l'ansia di tutta la sua corte di sopire, troncare; troncare, sopire, ho come l'impressione di poter aver sbagliato valutazione.
A questo punto, insomma, non so più cosa pensare: sembra che la situazione sia a un punto di rottura, ma potrebbe anche essere una bolla di sapone o un petardo esplosivo: non ne ho più alcuna idea***.
E dato che il week-end, comprensivo di ponte, me lo fo tutto solo in montagna (fatti salvi tre bambini decenni scatenati, ma che sarà mai, in fondo), e la mia dotazione tecnologica non prevede diavolerie in grado di comunicare a distanza e tener aggiornati i miei lettori sul flusso di ciò che mi frulla in mente, credo proprio sia opportuno dichiararlo qui, per non far la figura di quello che arriva bel bello il giorno che tutti i giochi sono fatti e spara: "l'avevo detto, io!"
Insomma, se in questi giorni Berlusconi dovesse dimettersi, o al contrario lo dovesse fare Franceschini, o la magistratura dovesse arrestare uno dei due o entrambi, sappiate che tutto ciò non l'ho minimamente previsto.
*Attuale Principale Esponente Dello Schieramento Avverso A Quello Che Poi Ha Vinto Le Elezioni;
*Principale Esponente Del Partito Minore Dello Schieramento Avverso A Quello Che Poi Ha Vinto Le Elezioni;
*** e, detto tra noi, il non avere alcuna idea mi sembra l'atteggiamento più razionale, ora come ora.
Altri la pensavano diversamente, ed è un'opinione certo rispettabile anche se da me non condivisa. Ora però, vedendo il can can che sta montando oggi, e l'impressione sempre più netta di pugile alle corde del Caro Leader, nonché l'ansia di tutta la sua corte di sopire, troncare; troncare, sopire, ho come l'impressione di poter aver sbagliato valutazione.
A questo punto, insomma, non so più cosa pensare: sembra che la situazione sia a un punto di rottura, ma potrebbe anche essere una bolla di sapone o un petardo esplosivo: non ne ho più alcuna idea***.
E dato che il week-end, comprensivo di ponte, me lo fo tutto solo in montagna (fatti salvi tre bambini decenni scatenati, ma che sarà mai, in fondo), e la mia dotazione tecnologica non prevede diavolerie in grado di comunicare a distanza e tener aggiornati i miei lettori sul flusso di ciò che mi frulla in mente, credo proprio sia opportuno dichiararlo qui, per non far la figura di quello che arriva bel bello il giorno che tutti i giochi sono fatti e spara: "l'avevo detto, io!"
Insomma, se in questi giorni Berlusconi dovesse dimettersi, o al contrario lo dovesse fare Franceschini, o la magistratura dovesse arrestare uno dei due o entrambi, sappiate che tutto ciò non l'ho minimamente previsto.
*Attuale Principale Esponente Dello Schieramento Avverso A Quello Che Poi Ha Vinto Le Elezioni;
*Principale Esponente Del Partito Minore Dello Schieramento Avverso A Quello Che Poi Ha Vinto Le Elezioni;
*** e, detto tra noi, il non avere alcuna idea mi sembra l'atteggiamento più razionale, ora come ora.
Etichette:
berlusconi,
franceschini,
io,
politica
Copyright

Ieri sera sono stato a una cena con il titolare di una tra le più famose e più antiche agenzie fotografiche italiane: non ne cito il nome non perché ci sia qualcosa di segreto, ma non mi va che venga indicizzato.
Questa persona ha portato con sé una bellissima presentazione che ricostruiva la sua storia, quella della sua agenzia e dei fotografi che hanno fatto un po' la storia del fotogiornalismo e del giornalismo d'attualità in Italia e nel mondo.
Nel commentare le immagini, ha puntualizzato ripetutamente e con particolare vigore l'importanza del copyright per la tutela del lavoro del fotografo professionista, la centralità del lavoro dell'agente per la sua difesa e i pericoli che si affacciano per effetto delle tecnologie digitali: non solo per la possibilità di trarre copia del lavoro senza alcun impedimento tecnico, ma anche per la perdita di controllo del fotografo sul materiale che viene spedito al committente o all'agente, senza una precisa garanzia su come verrà trattato dal punto di vista artistico.
Ci ha inoltre fatto render conto di come la normativa sulla privacy italiana, che impone al fotografo di raccogliere il consenso di tutti i soggetti fotografati salvo in casi eccezionali, stia modificando il modo di fare fotografia in Italia: foto che sono un po' la storia del nostro paese oggi non sarebbero più possibili, o perlomeno sarebbero infinitamente meno spontanee.
Era comunque evidente, nel discorso sul copyright, la centralità della tutela dei diritti economici del fotografo e dell'agente: che non voglio mettere in discussione, sia chiaro, dal momento che che fa fotografia per mestiere ci deve campare.
Prendendo spunto dalla foto di Uliano Lucas che vedete qui a fianco, ho poi fatto due chiacchiere con l'agente per chiedere cosa pensasse dei diritti del soggetto fotografato. Perché è vero che è il fotografo che crea la composizione, ma è anche vero che sono i soggetti che lui fotografa, quelli che rimangono impressi nella memoria collettiva, e non mi sembra giusto, o perlomeno equo, che il fotografo tragga un corrispettivo economico, anche cospicuo, dalla sua opera, senza che il soggetto ne riceva alcunché.
Devo dire che le risposte non mi hanno granché soddisfatto: è evidente che per il mio interlocutore il problema è solo e soltanto quello di raccogliere il consenso: la "liberatoria", mettendosi in regola con la legge; mi ha anche sottolineato come per una fotografia che diviene famosa il fotografo ne scatti centinaia che verranno pagate poco o nulla; e ciò lo comprendo; ma comunque la risposta mi ha lasciato un po' d'amaro in bocca: laciamo perdere i modelli, che lo fanno per mestiere; ma parlando di fotogiornalismo e fotografia d'attualità non credo giusto che basti firmare un pezzo di carta per cedere i diritti sul proprio volto vita natural durante.
giovedì 28 maggio 2009
Noemi, Silvio, Anna, Elio, Gino, Francesca, Veronica, Piersilvio...
Lo dico così, senza fronzoli, come mi viene.
La storia di Noemi Letizia e Silvio Berlusconi ha rotto il cazzo. Ogni nuovo articolo di Giuseppe d'Avanzo (del quale del resto ho già parlato sufficientemente male in passato) porta ulteriore acqua al mulino del PresConsMin.
Franceschini si è lasciato incastrare come un pollo e adesso subisce un autogol.
Berlusconi sta vincendo nuovamente sul fronte mediatico, e l'unica strategia ora sarebbe piantarla con il pettegolezzo, non raccogliere più alcuna sfida e parlare, ad esempio, dei tre miliardi di Alitalia.
Parere personale, intendiamoci.
La storia di Noemi Letizia e Silvio Berlusconi ha rotto il cazzo. Ogni nuovo articolo di Giuseppe d'Avanzo (del quale del resto ho già parlato sufficientemente male in passato) porta ulteriore acqua al mulino del PresConsMin.
Franceschini si è lasciato incastrare come un pollo e adesso subisce un autogol.
Berlusconi sta vincendo nuovamente sul fronte mediatico, e l'unica strategia ora sarebbe piantarla con il pettegolezzo, non raccogliere più alcuna sfida e parlare, ad esempio, dei tre miliardi di Alitalia.
Parere personale, intendiamoci.
Etichette:
berlusconi,
politica
mercoledì 27 maggio 2009
Carta d'Identità
Giusto una notizia di servizio che ho scoperto or ora, e che può esser interessante per chi andrà a votare tra un paio di settimane.
La mia carta d'identità è stata rilasciata nel dicembre 2003, e quindi sarebbe ampiamente scaduta. Peraltro non è una di quelle cose che si usino spesso, quindi non sono ancora andato a rinnovarla, anche perché ho già il passaporto (che ho usato ad esempio per la certificazione del 730).
E poi il rinnovo della cartà d'identità, a Milano, è una pizza mortale che richiede di perdere almeno un paio d'ore meglio utilizzabili, al limite restando nel letto (proprio o altrui).
Sta di fatto che nel decretone 112 del 25/6/2008, convertito con L. 133 del 6/8/2008 (che a voi magari così non dirà nulla ma se lo chiamo Legge Gelmini vi significherà un po' di più) c'è anche l'art. 31, in forza del quale la durata delle carte d'identità è stata aumentata a dieci anni (il testo lo trovate qui) per le carte di nuova emissione e per quelle che erano ancora in corso di validità all'entrata in vigore del decreto (vale a dire il 25 giugno 2008).
La mia carta d'identità è stata rilasciata nel dicembre 2003, e quindi sarebbe ampiamente scaduta. Peraltro non è una di quelle cose che si usino spesso, quindi non sono ancora andato a rinnovarla, anche perché ho già il passaporto (che ho usato ad esempio per la certificazione del 730).
E poi il rinnovo della cartà d'identità, a Milano, è una pizza mortale che richiede di perdere almeno un paio d'ore meglio utilizzabili, al limite restando nel letto (proprio o altrui).
Sta di fatto che nel decretone 112 del 25/6/2008, convertito con L. 133 del 6/8/2008 (che a voi magari così non dirà nulla ma se lo chiamo Legge Gelmini vi significherà un po' di più) c'è anche l'art. 31, in forza del quale la durata delle carte d'identità è stata aumentata a dieci anni (il testo lo trovate qui) per le carte di nuova emissione e per quelle che erano ancora in corso di validità all'entrata in vigore del decreto (vale a dire il 25 giugno 2008).
Etichette:
cosecosì
Del numero dei deputati
Si scatena la guerra alla pletoricità del Parlamento italiano, e naturalmente qualcuno tira fuori il fatto che negli USA ci sono molti meno parlamentari che in Italia.
Chiariamo dapprima una cosa: il numero dei deputati e senatori è un falso problema, e anche la loro retribuzione è una goccia insignificante nel mare della spesa pubblica: il problema vero è quali siano le garanzie che un'assemblea possa deliberare contenperando sia le esigenze di rapidità ed efficienza sia il rispetto delle minoranze e delle diverse istanze del Paese.
E comunque va notato che il numero di deputati e senatori del congresso federale USA non è significativamente inferiore (vale a dire almeno di un ordine di grandezza) rispetto all'Italia.
Chiariamo poi un punto che sembra sempre sfuggire: gli Stati uniti sono un organismo statale federale: il che significa che il Congresso ha competenza legislativa (e il Presidente esecutiva) solo sulle materie specificamente attribuite loro dalla Costituzione (Art.1 Sect.8); per il resto sono gli Stati, che hanno competenza generale su tutto, ivi compreso il diritto civile, penale e amministrativo.
Dal punto di vista di noi europei gli Stati federati contano poco o nulla, dato che la politica estera è di competenza esclusiva federale, ma per la vita quotidiana dell'agricoltore del Nebraska o dell'operaio di Detroit conta molto di più il proprio parlamento statale e il proprio governo.
Il congresso ha quindi compiti molto minori, per quantità e vastità di argomenti, rispetto al Parlamento italiano.
E se andiamo a mettere insieme i poteri legislativi federale e federati, e contiamo i parlamentari otteniamo numeri ben diversi: da questa tabella possiamo agevolmente (?) vedere che vi sono circa 5500 deputati e circa 2000 senatori nei cinquanta parlamenti statali, per un totale di 7500 parlamentari, che salgono ad ottomila con il Congresso federale.
Certo, in Italia ci sono le regioni; ma allora negli USA ci sono le contee; e noi abbiamo le provincie...
Insomma, in conclusione: confrontare il numero di parlamentari dall'una all'altra sponda dell'Oceano è un po' una sciocchezza.
Chiariamo dapprima una cosa: il numero dei deputati e senatori è un falso problema, e anche la loro retribuzione è una goccia insignificante nel mare della spesa pubblica: il problema vero è quali siano le garanzie che un'assemblea possa deliberare contenperando sia le esigenze di rapidità ed efficienza sia il rispetto delle minoranze e delle diverse istanze del Paese.
E comunque va notato che il numero di deputati e senatori del congresso federale USA non è significativamente inferiore (vale a dire almeno di un ordine di grandezza) rispetto all'Italia.
Chiariamo poi un punto che sembra sempre sfuggire: gli Stati uniti sono un organismo statale federale: il che significa che il Congresso ha competenza legislativa (e il Presidente esecutiva) solo sulle materie specificamente attribuite loro dalla Costituzione (Art.1 Sect.8); per il resto sono gli Stati, che hanno competenza generale su tutto, ivi compreso il diritto civile, penale e amministrativo.
Dal punto di vista di noi europei gli Stati federati contano poco o nulla, dato che la politica estera è di competenza esclusiva federale, ma per la vita quotidiana dell'agricoltore del Nebraska o dell'operaio di Detroit conta molto di più il proprio parlamento statale e il proprio governo.
Il congresso ha quindi compiti molto minori, per quantità e vastità di argomenti, rispetto al Parlamento italiano.
E se andiamo a mettere insieme i poteri legislativi federale e federati, e contiamo i parlamentari otteniamo numeri ben diversi: da questa tabella possiamo agevolmente (?) vedere che vi sono circa 5500 deputati e circa 2000 senatori nei cinquanta parlamenti statali, per un totale di 7500 parlamentari, che salgono ad ottomila con il Congresso federale.
Certo, in Italia ci sono le regioni; ma allora negli USA ci sono le contee; e noi abbiamo le provincie...
Insomma, in conclusione: confrontare il numero di parlamentari dall'una all'altra sponda dell'Oceano è un po' una sciocchezza.
Etichette:
politica
Princìpi
Pur se non avrei il tempo per scrivere alcunché (e neppure per leggere ciò che scrivono gli altri) ho letto questo post dell'acquattato e ho sentito il bisogno di fare una considerazione, che probabilmente sarà lunghetta, per mancanza di tempo, in omaggio alla massima voltairiana.
L'altro giorno -come vi è noto- ho ricevuto un messaggio a mezzanotte passata: io dormo con il telefono acceso e ho il pieno diritto di farlo, per cui se a qualcuno venisse in mente di dire "perché non l'hai spento?" se lo tolga dalla testa.
Ho spedito una protesta (che ora trovate nella versione definitiva, limata), un po' vibrata e un po' ironica, e sono in attesa di una risposta; voi avrete pensato che sono un rompicazzi sesquipedale.
Avrei potuto far finta di niente, in fondo è successo una sola volta. Ma accettare quel disturbo sarebbe stato il segnale che certe cose si possono fare: non protestare sarebbe stato dare il destro per ripetere l'azione tra sei mesi, e poi tra tre mesi, e poi tutti i giorni.
Se andate un giorno dal salumaio a chiedere un etto e mezzo di culatello e quello ve ne dà due etti, senza che voi diciate nulla, la volta successiva i due etti di mortadella diventeranno due e mezzo; e alla fine dovrete ridurre automaticamente la vostra richiesta per compensare la giunta fatta sistematicamente dal pizzicagnolo.
Perché il salumaio, la prima volta, vi testa: come un sensale di cavalli guarda in bocca al puledro che vuole acquistare.
Mio figlio è troppo piccolo, ma un giorno tornerà a casa alle tre di notte sapendo che doveva rientrare alle due; e a me probabilmente la cosa farà anche piacere, ma dovrò punirlo perché starà saggiando quanto può fidarsi di me e quanto può sgarrare.
Nel passato faceva delle gare al massacro con me, che gli ho dato una caterva di ceffoni, ma senpre e solo dopo due avvertimenti; lui ripeteva la mancanza per la terza volta e riceveva lo schiaffo, sonoro e cattivo: se li è sempre portati a casa senza piangere, e sono tuttora convinto che sia stato contento di ricevere ciò che doveva ricevere e vedere che non lo ingannavo.
Poi è chiaro che non è possibile rompere i coglioni all'universo mondo tutti i giorni; ed esprimo la piena solidarietà a Scorfano, che racconta, a proposito di una seppur lieve mancanza di uno studente: "è successo; e io non sono intervenuto, ho fatto finta di non vedere, benché avessi visto benissimo": perché magari proprio non era il caso, e poi perché rompere i coglioni è veramente faticoso, ed ogni tanto uno desidera starsene in pace.
Ma l'eccezione non muta il principio: quando si subisce (un torto, una prepotenza, una scortesia, un tradimento), la cosa migliore da fare è comunque quella di far emergere tutto, chiaramente e immediatamente: perché una volta che la controparte ti ha preso la misura sbagliata, raddrizzare il giudizio e rimettere il rapporto in carreggiata è vari ordini di grandezza più difficile di quanto lo sarebbe stato dare un buffetto iniziale.
L'altro giorno -come vi è noto- ho ricevuto un messaggio a mezzanotte passata: io dormo con il telefono acceso e ho il pieno diritto di farlo, per cui se a qualcuno venisse in mente di dire "perché non l'hai spento?" se lo tolga dalla testa.
Ho spedito una protesta (che ora trovate nella versione definitiva, limata), un po' vibrata e un po' ironica, e sono in attesa di una risposta; voi avrete pensato che sono un rompicazzi sesquipedale.
Avrei potuto far finta di niente, in fondo è successo una sola volta. Ma accettare quel disturbo sarebbe stato il segnale che certe cose si possono fare: non protestare sarebbe stato dare il destro per ripetere l'azione tra sei mesi, e poi tra tre mesi, e poi tutti i giorni.
Se andate un giorno dal salumaio a chiedere un etto e mezzo di culatello e quello ve ne dà due etti, senza che voi diciate nulla, la volta successiva i due etti di mortadella diventeranno due e mezzo; e alla fine dovrete ridurre automaticamente la vostra richiesta per compensare la giunta fatta sistematicamente dal pizzicagnolo.
Perché il salumaio, la prima volta, vi testa: come un sensale di cavalli guarda in bocca al puledro che vuole acquistare.
Mio figlio è troppo piccolo, ma un giorno tornerà a casa alle tre di notte sapendo che doveva rientrare alle due; e a me probabilmente la cosa farà anche piacere, ma dovrò punirlo perché starà saggiando quanto può fidarsi di me e quanto può sgarrare.
Nel passato faceva delle gare al massacro con me, che gli ho dato una caterva di ceffoni, ma senpre e solo dopo due avvertimenti; lui ripeteva la mancanza per la terza volta e riceveva lo schiaffo, sonoro e cattivo: se li è sempre portati a casa senza piangere, e sono tuttora convinto che sia stato contento di ricevere ciò che doveva ricevere e vedere che non lo ingannavo.
Poi è chiaro che non è possibile rompere i coglioni all'universo mondo tutti i giorni; ed esprimo la piena solidarietà a Scorfano, che racconta, a proposito di una seppur lieve mancanza di uno studente: "è successo; e io non sono intervenuto, ho fatto finta di non vedere, benché avessi visto benissimo": perché magari proprio non era il caso, e poi perché rompere i coglioni è veramente faticoso, ed ogni tanto uno desidera starsene in pace.
Ma l'eccezione non muta il principio: quando si subisce (un torto, una prepotenza, una scortesia, un tradimento), la cosa migliore da fare è comunque quella di far emergere tutto, chiaramente e immediatamente: perché una volta che la controparte ti ha preso la misura sbagliata, raddrizzare il giudizio e rimettere il rapporto in carreggiata è vari ordini di grandezza più difficile di quanto lo sarebbe stato dare un buffetto iniziale.
Etichette:
io
martedì 26 maggio 2009
Cartasì (sono un po' alterato)
Egregi signori,
il mio riposo è stato turbato tra lunedì e martedì scorso, nel corso del primo e più saporito sonno, da due messaggi pubblicitari da voi inviatimi via SMS e giunti sul mio terminale telefonico nel cuor della notte.
Tali messaggi non sono stati da me richiesti; non vi ho mai autorizzato a inviarmeli; il loro contenuto è insulso, l'italiano nel quale sono scritti vacilla dal punto di vista sintattico e l'aggettivazione è squallidamente povera, lasciando trasparire sotto un velo di spensierata e ammiccante giocosità la triste sostanza della pesca di beneficienza patronale; il che ha esacerbato il mio malanimo.
Sono estremamente contrariato, e mi chiedo sulla base di quale bizzarro e impudente ragionamento il fatto che io utilizzi -pagandone un congruo corrispettivo- i vostri servizi possa anche solo lontanamente farvi ritenere di avere il permesso di disturbarmi.
Dal momento che sono una persona mite, per questa volta ritengo che la spiacevole vicenda sia frutto di mero disguido, e non procederò oltre.
Vi diffido tuttavia formalmente dall'utilizzare il mio terminale telefonico per spedirmi in futuro un qualsiasi tipo di messaggio pubblicitario di qualunque tipo. Quand'anche intendeste regalarmi dei danari, speditemeli, ma non comunicatelo con un messaggio; e se il messaggio fosse condizione per riceverli, sappiate fin d'ora che il mio riposo val più di qualunque allettante offerta voi possiate farmi.
Spero che abbiate bene inteso quanto intendo comunicarvi: per mero scrupolo vi notifico formalmente che se per avventura in un lontano passato avessi dovuto concedervi una qualsiasi autorizzazione all'utilizzo del mio numero telefonico per l'invio di promozioni o pubblicità, il che escludo, essendo mio fermo principio il negare sempre e comunque tale consenso, la medesima viene qui revocata a tutti gli effetti, e Vi invito a tener presente che in caso di reiterazione di tale comportamento prenderò in esame la prospettiva di rivolgermi all'Autorità Garante per la Protezione dei dati personali, salva la ripetizione dei danni.
Distinti saluti
aggiornamento qui
il mio riposo è stato turbato tra lunedì e martedì scorso, nel corso del primo e più saporito sonno, da due messaggi pubblicitari da voi inviatimi via SMS e giunti sul mio terminale telefonico nel cuor della notte.
Tali messaggi non sono stati da me richiesti; non vi ho mai autorizzato a inviarmeli; il loro contenuto è insulso, l'italiano nel quale sono scritti vacilla dal punto di vista sintattico e l'aggettivazione è squallidamente povera, lasciando trasparire sotto un velo di spensierata e ammiccante giocosità la triste sostanza della pesca di beneficienza patronale; il che ha esacerbato il mio malanimo.
Sono estremamente contrariato, e mi chiedo sulla base di quale bizzarro e impudente ragionamento il fatto che io utilizzi -pagandone un congruo corrispettivo- i vostri servizi possa anche solo lontanamente farvi ritenere di avere il permesso di disturbarmi.
Dal momento che sono una persona mite, per questa volta ritengo che la spiacevole vicenda sia frutto di mero disguido, e non procederò oltre.
Vi diffido tuttavia formalmente dall'utilizzare il mio terminale telefonico per spedirmi in futuro un qualsiasi tipo di messaggio pubblicitario di qualunque tipo. Quand'anche intendeste regalarmi dei danari, speditemeli, ma non comunicatelo con un messaggio; e se il messaggio fosse condizione per riceverli, sappiate fin d'ora che il mio riposo val più di qualunque allettante offerta voi possiate farmi.
Spero che abbiate bene inteso quanto intendo comunicarvi: per mero scrupolo vi notifico formalmente che se per avventura in un lontano passato avessi dovuto concedervi una qualsiasi autorizzazione all'utilizzo del mio numero telefonico per l'invio di promozioni o pubblicità, il che escludo, essendo mio fermo principio il negare sempre e comunque tale consenso, la medesima viene qui revocata a tutti gli effetti, e Vi invito a tener presente che in caso di reiterazione di tale comportamento prenderò in esame la prospettiva di rivolgermi all'Autorità Garante per la Protezione dei dati personali, salva la ripetizione dei danni.
Distinti saluti
aggiornamento qui
lunedì 25 maggio 2009
Black out
E' da qualche giorno che a Milano nel mio quartiere, la sera, salta la luce. Sta via qualche minuto, non di più -adesso sto scrivendo alla luce del Thinkpad: posterò quando ripartirà il modem-router- --ecco: è tornata proprio adesso: saran stati due minuti in tutto--.
Fa caldo, è vero. Ci saranno i condizionatori accesi (questa città sembra non saper più riconoscere le stagioni, i giornali strillano perché le carrozze della metropolitana non sono tutte condizionate; ma sono quarant'anni che le carrozze non sono condizionate, e adesso che diavolo vi lamentate?), ma questi tagli all'erogazione dell'elettricità mi turbano.
Pochi minuti, troppa frequenza.
Io non sono un complottista, anzi: in fondo è Paolo Attivissimo che mi ha insegnato come collegarmi alla Rete.
Credo a quello che vedo, non a ciò che sembra comodo pensare. Però queste interruzioni continue mi fanno pensare.
Troppo brevi, troppo spesso.
E se ci fosse una strategia? Ci sono anche altrove, queste interruzioni?
Perché se così fosse, potrebbe anche esserci un disegno, dietro tutto ciò: preparere il terreno per gli investimenti per il nucleare, o più banalmente per i rigassificatori? Non so.
Succede anche da voi? Succede anche nelle altre zone di Milano? in Lombardia? nel resto d'Italia?
aggiornamento
in un quarto d'ora, altre due interruzioni. Che due OO!
Fa caldo, è vero. Ci saranno i condizionatori accesi (questa città sembra non saper più riconoscere le stagioni, i giornali strillano perché le carrozze della metropolitana non sono tutte condizionate; ma sono quarant'anni che le carrozze non sono condizionate, e adesso che diavolo vi lamentate?), ma questi tagli all'erogazione dell'elettricità mi turbano.
Pochi minuti, troppa frequenza.
Io non sono un complottista, anzi: in fondo è Paolo Attivissimo che mi ha insegnato come collegarmi alla Rete.
Credo a quello che vedo, non a ciò che sembra comodo pensare. Però queste interruzioni continue mi fanno pensare.
Troppo brevi, troppo spesso.
E se ci fosse una strategia? Ci sono anche altrove, queste interruzioni?
Perché se così fosse, potrebbe anche esserci un disegno, dietro tutto ciò: preparere il terreno per gli investimenti per il nucleare, o più banalmente per i rigassificatori? Non so.
Succede anche da voi? Succede anche nelle altre zone di Milano? in Lombardia? nel resto d'Italia?
aggiornamento
in un quarto d'ora, altre due interruzioni. Che due OO!
Repubblica.it
Si parla tanto di crisi della stampa, di contenuti sul web, di far pagare o non far pagare o far pagare giusto un cicinìn.
Direi che quelli di Repubblica.it hanno affrontato il problema nella maniera più pragmatica: se per più di due giorni lasceranno sul sito la pubblicità di Vodafone, così disgustosamentescassapalle invasiva, non avranno più alcun lettore, pagante o meno, e potranno finalmente mettersi il cuore in pace e non pensare più ad affrontare la modernità.
aggiornamento
oggi lo spot non c'è più: che l'abbiano capita?
Direi che quelli di Repubblica.it hanno affrontato il problema nella maniera più pragmatica: se per più di due giorni lasceranno sul sito la pubblicità di Vodafone, così disgustosamente
aggiornamento
oggi lo spot non c'è più: che l'abbiano capita?
Facia de tola /2
Per non far torto a nessuno, il premio faccia di latta spetta anche a Silvio Berlusconi, il quale in un'intervista concessa alla CNN, rinvenibile sul sito istituzionale del Governo (grazie a .mau.) tira fuori candidamente la frase “Ci sarà un giudice, alla fine, a Berlino”
E ci vuole una bella faccia tosta, per citare queste parole! Si tratta infatti di un'esclamazione che la tradizione vuole enunciata da un mugnaio di Potsdam, al quale Federico II il Grande voleva requisire il mulino per ingrandire il parco della costruenda residenza di Saint-Souci.
Di fronte alle insistenze -e alla minaccia dell'uso della forza- del sovrano, il mugnaio esclamò ciò che, agli occhi del medesimo Federico apparve come la prova suprema del fatto che le proprie riforme avevano datto della Prussia uno Stato di diritto: un umile mugnaio era infatti in grado di ribellarsi all'autorità di un Re, invocando la protezione dei giudici, i quali vengono riconosciuti come un organo autonomo dello Stato pur amministrando la giustizia in nome del Re!
La storiella è forse un puro aneddoto edificante, che ebbe peraltro grande risonanza un un'Europa nella quale era da poco stato pubblicato l'Esprit de Lois; ma dà pienamente il senso di cosa sia il principio della divisione dei poteri: un rigoroso rispetto delle pronunce della magistratura, che a sua volta è del tutto libera di pronunciare secondo giustizia, indipendente e garantita dalle pressioni dell'Esecutivo.
Che Silvio Berlusconi, l'uomo più ricco d'Italia e il più potente in quanto capo del Governo, si permetta di citare a sua difesa e contro la magistratura italiana questa famosa esclamazione, sarebbe scandaloso, se non trascendesse, me ne rendo sempre più conto via via che scrivo, nella farsa.
E ci vuole una bella faccia tosta, per citare queste parole! Si tratta infatti di un'esclamazione che la tradizione vuole enunciata da un mugnaio di Potsdam, al quale Federico II il Grande voleva requisire il mulino per ingrandire il parco della costruenda residenza di Saint-Souci.
Di fronte alle insistenze -e alla minaccia dell'uso della forza- del sovrano, il mugnaio esclamò ciò che, agli occhi del medesimo Federico apparve come la prova suprema del fatto che le proprie riforme avevano datto della Prussia uno Stato di diritto: un umile mugnaio era infatti in grado di ribellarsi all'autorità di un Re, invocando la protezione dei giudici, i quali vengono riconosciuti come un organo autonomo dello Stato pur amministrando la giustizia in nome del Re!
La storiella è forse un puro aneddoto edificante, che ebbe peraltro grande risonanza un un'Europa nella quale era da poco stato pubblicato l'Esprit de Lois; ma dà pienamente il senso di cosa sia il principio della divisione dei poteri: un rigoroso rispetto delle pronunce della magistratura, che a sua volta è del tutto libera di pronunciare secondo giustizia, indipendente e garantita dalle pressioni dell'Esecutivo.
Che Silvio Berlusconi, l'uomo più ricco d'Italia e il più potente in quanto capo del Governo, si permetta di citare a sua difesa e contro la magistratura italiana questa famosa esclamazione, sarebbe scandaloso, se non trascendesse, me ne rendo sempre più conto via via che scrivo, nella farsa.
Etichette:
berlusconi
Facia de tola
Facia de tola. In milanese (lett.) faccia di latta: dicesi di sfrontato: colui che non prova vergogna.
Francesco Costa riporta questa frase pronunciata da Dario Franceschini: uno del quale, a guardarlo, tutto sembrerebbe potersi dire tranne che sia una facia de tola:
Dacché, quando gli si è fatto notare, tempo addietro, che qualora fosse passato il referendum si sarebbe fatta una cortesia a Berlusconi, egli non si è colpito la fronte con il palmo della mano borbottando: "Accidenti, che sciocchezza ha fatto il mio predecessore" (cosa che, fra l'altro, gli sarebbe stata facile): no, lui l'ha messa sul piano dei Princìpi, con maiuscola e accento tonico:
E mi scuseranno per l'avvilente paragone i capitani delle bettoline, dato che la loro nobile attività di trasporto di merci tra porti limitrofi è antica e nobile: la praticavano i Fenici, i Cretesi, i Micenei. Popoli passati alla Storia, che a quattro millenni di distanza dal loro sorgere tuttora studiamo sui sussidiari delle scuole elementari: il che, prevediamo, non avverà per il Partito Democratico, malgrado la lungimiranza del segretario pro-tempore.
* o quel che è, oggi
Francesco Costa riporta questa frase pronunciata da Dario Franceschini: uno del quale, a guardarlo, tutto sembrerebbe potersi dire tranne che sia una facia de tola:
Chi dice che se vince il sì al referendum si consegna il paese a Berlusconi dice una panzana. La legge attuale assegna l’identico premio di maggioranza alla lista o alla coalizione che ottiene un voto in più. Quindi sono io a chiedere: è preferibile per il Pd una legge elettorale che unisce Pdl e Lega, o un’altra, come quella che esce dal referendum, che li divide?E questo ci dimostra che invece il Franceschini è foderato di latta, e a doppio strato.
Dacché, quando gli si è fatto notare, tempo addietro, che qualora fosse passato il referendum si sarebbe fatta una cortesia a Berlusconi, egli non si è colpito la fronte con il palmo della mano borbottando: "Accidenti, che sciocchezza ha fatto il mio predecessore" (cosa che, fra l'altro, gli sarebbe stata facile): no, lui l'ha messa sul piano dei Princìpi, con maiuscola e accento tonico:
Che partito sarebbe un partito che cambia idea, ripeto: dopo aver a lungo discusso, solo perché il premier distrattamente ha detto a Varsavia che sosterrà il Sì. La domanda alla quale gli italiani devono rispondere il 21 giugno è la seguente: volete abrogare la legge porcata, quella che sottrae agli elettori il diritto di scegliersi non solo i partiti ma anche le persone da mandare in Parlamento? Togliendo di mezzo la politologia, chi ha contrastato con durezza quella norma non può che rispondere Sì. Poi ci saranno 4 anni, qualunque sia l’esito referendario, per fare una buona legge elettorale (citato da Sofri giovane)E quindi, delle due l'una: o vale il discorso sui grandi Princìpi, sul fatto che la contingenza di una situazione elettorale momentanea non può guidare il Partito nel Cammino verso il Sol dell'Avvenire*: posizione nobile, ma velleitaria alquanto; o al contrario il cammino viene guidato dalla tattica di piccolo cabotaggio del cercare di dividere la Lega dal PdL.
E mi scuseranno per l'avvilente paragone i capitani delle bettoline, dato che la loro nobile attività di trasporto di merci tra porti limitrofi è antica e nobile: la praticavano i Fenici, i Cretesi, i Micenei. Popoli passati alla Storia, che a quattro millenni di distanza dal loro sorgere tuttora studiamo sui sussidiari delle scuole elementari: il che, prevediamo, non avverà per il Partito Democratico, malgrado la lungimiranza del segretario pro-tempore.
* o quel che è, oggi
Etichette:
pd,
referendum
sabato 23 maggio 2009
Lezioni italo-americane - la bancarotta /11
La prima puntata di questa serie, che contiene una legenda e alcuni riferimenti e link, la trovate qui
Negli articoli che parlano delle procedure statunitensi mi sono riproposto di utilizzare sempre i termini originali inglesi, in corsivo, per tutti i sostantivi tecnici. Mi riservo di utilizzare l'aggettivo fallimentare e consimili, di quando in quando, per fluidità di discorso.
Mi capiterà anche di scrivere "America" e "americano" nel senso di "Stati Uniti" e "statunitense": la professoressa Collotti Pischel rimandava a casa senza appello e senza esitare il candidato che avesse detto "Russia" o "russo" per riferirsi alla nazione e al popolo sovietici: so che voi non siete così drastici, e l'uso di termini colloquiali serve ad alleggerire il discorso.
Se siete riusciti ad arrivare sino a questo punto dovreste esservi fatti un quadro abbastanza verio, seppur molto semplicistico, della storia delle procedure fallimentari italiane, e avrete colto -almeno lo spero- alcune caratteristiche fondamentali.
Anzitutto, avrebbe dovuto emergere con chiarezza la preminenza la natura squisitamente liquidatoria del Fallimento e, a ruota, delle altre procedure minori, seppur con qualche temperamento. Da tale natura liquidatoria discende direttamente la seconda caratteristica, vale a dire l'incardinamento di tutte le procedure sul creditore, che viene tutelato sia dai maneggi del debitore che da quelli degli altri creditori che concorrono con lui nello spartirsi il patrimonio del fallito.
Abbiamo anche visto che dal 2006-2008 questi pilastri sono un po' venuti meno (e se vogliamo esser pignoli, già erano stati superati per le grandi aziende in crisi con la legge Prodi-bis/Marzano), e limitatamente al Concordato preventivo si può dire vi sia stata una mezza rivoluzione copernicana; ma per il resto rimangono i cardini che ho esposto poco fa.
Se andiamo dall'altra parte dell'Oceano, negli Stati Uniti, le cose stanno in modo completamente diverso: quello che mi propongo è di illustrarvi come funziona la Bankruptcy americana e, ora che siete provetti nel diritto italiano, farvi apprezzare le differenze rispetto alla disciplina che abbiamo noi.
Consentitemi una divagazione: quando ho pensato di fare degli articoli comparatistici, quello che mi proponevo era di spiegare agli italiani come funzionano le leggi del loro paese, sula base della triste constatazione che, grazie all'egemonia culturale americana che pervade il mercato cinematografico, librario e televisivo, gli italiani gli italiani conoscono meglio le procedure e le leggi di laggiù.
Una delle poche materie in cui ciò non è vero è proprio quella fallimentare: e ciò perché, per quanto uno sceneggiatore possa aver vinto decine di Oscar, rendere appetibile al pubblico un First Day Motion Hearing sarebbe veramente impensabile.
Questo ciclo di lezioni è nato in coincidenza con il Chapter 11 filing di Chrysler, e pian pianino si è espanso ben al di là degli intenti originari, tanto che a pochi giorni dalla celebrazione dell'asta che, sulla base del 363 sale plan, dovrebbe assegnare gli asset di Chrysler a Fiat, non abbiamo ancora visto proprio nulla della procedura americana.
Nel frattempo tante cose sono accadute: probabilmente settimana prossima anche General Motors cercherà riparo in un Chapter 11: spero di esser riuscito a spiegare qualcosa prima che anche GM venga venduta!
Veniamo al sodo, dunque: e cominciamo con il principio che sta alla base di tutto il diritto fallimentare statunitense:
Nel 1915 la Corte Suprema federale rimarcava:
Nel successivo 1934 la stessa Corte Suprema, nel caso Local Loan co. v. Hunt (292 U. S. 234), affermava:
E, come sempra accade quando si parla di Stati Uniti, non è semplice capire le motivazioni profonde di certi comportamenti. Avevo detto che sembra un po' paternalistica questa tutela dell'"onesto ma sfortunato" debitore: in fondo, basta pensare a due film quali La ricerca della felicità o The wrestler per avere due esempi di come l'America sia quel posto dove se non hai i venti dollari per il padrone del motel, quello ti cambia la serratura, fregandosene del fatto che tu abbia un bambino stanco e affamato o centotre gradi di febbre.
E in effetti il concetto di Fresh Start ha un po' a che fare con i diritti della persona, ma molto di più con la tensione tutta statunitense all'efficienza.
La stessa sentenza Local Loan co. v. Hunt spiega molto bene che il principio dell'esdebitazione (così è stata chiamata in Italia la cancellazione dei debiti introdotta dalla nuova legge fallimentare nel 2006) è anzitutto di interesse pubblico: perché per chi si trova a dover versare i propri guadagni ai creditori, pochi o tanti che questi siano, guadagnare o non guadagnare avvetto è la stessa cosa: e quindi pure lavorare o non lavorare affatto (in Itala vi sarebbe l'alternativa del lavoro in nero, che la Corte Suprema federale ovviamente non prendeva neppure in considerazione):
(continua)
Negli articoli che parlano delle procedure statunitensi mi sono riproposto di utilizzare sempre i termini originali inglesi, in corsivo, per tutti i sostantivi tecnici. Mi riservo di utilizzare l'aggettivo fallimentare e consimili, di quando in quando, per fluidità di discorso.
Mi capiterà anche di scrivere "America" e "americano" nel senso di "Stati Uniti" e "statunitense": la professoressa Collotti Pischel rimandava a casa senza appello e senza esitare il candidato che avesse detto "Russia" o "russo" per riferirsi alla nazione e al popolo sovietici: so che voi non siete così drastici, e l'uso di termini colloquiali serve ad alleggerire il discorso.
Se siete riusciti ad arrivare sino a questo punto dovreste esservi fatti un quadro abbastanza verio, seppur molto semplicistico, della storia delle procedure fallimentari italiane, e avrete colto -almeno lo spero- alcune caratteristiche fondamentali.
Anzitutto, avrebbe dovuto emergere con chiarezza la preminenza la natura squisitamente liquidatoria del Fallimento e, a ruota, delle altre procedure minori, seppur con qualche temperamento. Da tale natura liquidatoria discende direttamente la seconda caratteristica, vale a dire l'incardinamento di tutte le procedure sul creditore, che viene tutelato sia dai maneggi del debitore che da quelli degli altri creditori che concorrono con lui nello spartirsi il patrimonio del fallito.
Abbiamo anche visto che dal 2006-2008 questi pilastri sono un po' venuti meno (e se vogliamo esser pignoli, già erano stati superati per le grandi aziende in crisi con la legge Prodi-bis/Marzano), e limitatamente al Concordato preventivo si può dire vi sia stata una mezza rivoluzione copernicana; ma per il resto rimangono i cardini che ho esposto poco fa.
Se andiamo dall'altra parte dell'Oceano, negli Stati Uniti, le cose stanno in modo completamente diverso: quello che mi propongo è di illustrarvi come funziona la Bankruptcy americana e, ora che siete provetti nel diritto italiano, farvi apprezzare le differenze rispetto alla disciplina che abbiamo noi.
Consentitemi una divagazione: quando ho pensato di fare degli articoli comparatistici, quello che mi proponevo era di spiegare agli italiani come funzionano le leggi del loro paese, sula base della triste constatazione che, grazie all'egemonia culturale americana che pervade il mercato cinematografico, librario e televisivo, gli italiani gli italiani conoscono meglio le procedure e le leggi di laggiù.
Una delle poche materie in cui ciò non è vero è proprio quella fallimentare: e ciò perché, per quanto uno sceneggiatore possa aver vinto decine di Oscar, rendere appetibile al pubblico un First Day Motion Hearing sarebbe veramente impensabile.
Questo ciclo di lezioni è nato in coincidenza con il Chapter 11 filing di Chrysler, e pian pianino si è espanso ben al di là degli intenti originari, tanto che a pochi giorni dalla celebrazione dell'asta che, sulla base del 363 sale plan, dovrebbe assegnare gli asset di Chrysler a Fiat, non abbiamo ancora visto proprio nulla della procedura americana.
Nel frattempo tante cose sono accadute: probabilmente settimana prossima anche General Motors cercherà riparo in un Chapter 11: spero di esser riuscito a spiegare qualcosa prima che anche GM venga venduta!
Veniamo al sodo, dunque: e cominciamo con il principio che sta alla base di tutto il diritto fallimentare statunitense:
Fresh Start
Nel 1915 la Corte Suprema federale rimarcava:
It is the purpose of the Bankruptcy Act to [...] relieve the honest debtor from the weight of oppressive indebtedness and permit him to start afresh free from obligations and responsibilities consequent upon business misfortunes (Williams v. United States Fid. & Guar. Co., 236 U.S. 549)
Nel successivo 1934 la stessa Corte Suprema, nel caso Local Loan co. v. Hunt (292 U. S. 234), affermava:
This purpose of the act has been again and again emphasized by the courts as being of public, as well as private, interest, in that it gives to the honest but unfortunate debtor who surrenders for distribution the property which he owns at the time of bankruptcy a new opportunity in life and a clear field for future effort, unhampered by the pressure and discouragement of preexisting debtSembra un'impostazione un po' paternalistica, ma in queste poche parole c'è tutto il diritto fallimentare americano: ricordate che lo scopo del diritto continentale è quello di garantire i creditori l'uno dall'altro, e di impedire che il debitore possa fregarli? Ecco, per il diritto degli Stati uniti lo scopo è quello di regolare le cose una volta per tutte, per consentire all'onesto ma sfortunato debitore una nuova opportunità nella vita.
E, come sempra accade quando si parla di Stati Uniti, non è semplice capire le motivazioni profonde di certi comportamenti. Avevo detto che sembra un po' paternalistica questa tutela dell'"onesto ma sfortunato" debitore: in fondo, basta pensare a due film quali La ricerca della felicità o The wrestler per avere due esempi di come l'America sia quel posto dove se non hai i venti dollari per il padrone del motel, quello ti cambia la serratura, fregandosene del fatto che tu abbia un bambino stanco e affamato o centotre gradi di febbre.
E in effetti il concetto di Fresh Start ha un po' a che fare con i diritti della persona, ma molto di più con la tensione tutta statunitense all'efficienza.
La stessa sentenza Local Loan co. v. Hunt spiega molto bene che il principio dell'esdebitazione (così è stata chiamata in Italia la cancellazione dei debiti introdotta dalla nuova legge fallimentare nel 2006) è anzitutto di interesse pubblico: perché per chi si trova a dover versare i propri guadagni ai creditori, pochi o tanti che questi siano, guadagnare o non guadagnare avvetto è la stessa cosa: e quindi pure lavorare o non lavorare affatto (in Itala vi sarebbe l'alternativa del lavoro in nero, che la Corte Suprema federale ovviamente non prendeva neppure in considerazione):
The power of the individual to earn a living for himself and those dependent upon him is in the nature of a personal liberty quite as much, if not more, than it is a property right. To preserve its free exercise is of the utmost importance not only because it is a fundamental private necessity, but because it is a matter of great public concern. From the viewpoint of the wage earner, there is little difference between not earning at all and earning wholly for a creditor. Pauperism may be the necessary result of either. The amount of the indebtedness, or the proportion of wages assigned, may here be small, but the principle, once established, will equally apply where both are very great. The new opportunity in life and the clear field for future effort which it is the purpose of the Bankruptcy Act to afford the emancipated debtor would be of little value to the wage earner if he were obliged to face the necessity of devoting the whole or a considerable portion of his earnings for an indefinite time in the future to the payment of indebtedness incurred prior to his bankruptcy.
(continua)
Etichette:
bancarotta,
fallimento,
less.itam,
maestrino
venerdì 22 maggio 2009
Sitting on a chimera

Oggi è una giornata particolare: non ho voglia di lavorare, anche perché tutto ciò che tocco scotta; sono stanco che ho dormito poco e vengo da un'assemblea condominiale e una serata in parrocchia (e se appena appena mi conoscete, potrete immaginare quanto mi sia costata una serata in parrocchia).
Sono stato a pranzo con il mio amico Gatto: primo secondo contorno affogato al whiskey caffè ammazzacaffè vino vino acqua acqua: dopodiché all'Arena sotto il sole a vedere Nichita che faceva i giochi delle elementari.
Sono un po' provato.
Nel caldo del primo pomeriggio, sui gradoni dell'Arena vicino ad alcune mamme di eccezionale avvenenza, pensavo ai due post di stamattina e pensavo a come le lezioni di Fravia+ e quelle del suo maestro ORC+ (almeno quelle pubbliche) avessero influenzato il mio modo di pensare.
Io non ho mai preteso di capire qualcosa di ingegneria del software: gli unici linguaggi che conosco, nel quali ho mai scritto dei programmi, sono il BASIC del VIC-20 e Clipper (oltre a VBA per Excel, ma quello a fatica si può dire un linguaggio).
Questo per dire che quando ho iniziato a leggere le lezioni di ORC+, nella seconda metà dei '90 (quando lui era già sparito dalla circolazione) di tutta la parte di cracking ho preso solo ciò che mi serviva per capire che c'erano dei siti dove si potevano trovare i codici per sproteggere i programmi che mi interessavano: nulla più dato che non capivo e ad essere franchi non volevo neppure perdere tempo ad imparare l'assembler. Si trattava comunque di eoni fa (lo dico perché sono reati prescritti, oramai: il mio amico Enzo Mazza non potrà inseguirmi).
Ben diverso il concetto di reality cracking: capire come funzionano i meccanismi del mondo in cui viviamo, fatti per rimanerci invisibili e condizionare le nostre scelte.
Ricordo una lezione di ORC+ sulla disposizione delle merci nei supermercati, che mi aveva colpito profondamente perché mi aveva reso evidente il concetto che non è tanto importante che le cose siano come sono, quanto di capire perché siano così come sono. E pure una lezione sui giornali che devono essere letti per capire come stanno le cose: il primo di tutti era Le Monde Diplomatique, che leggevo, in quanto allegato mensile al Manifesto, ma con fatica.
Poi, e non voglio peccare di lesa maestà (che in questo caso forse lo sarebbe veramente), è indubbio che ORC+ abbia anche scritto un cumulo di cazzate. Alcune sue inferenze logiche erano, non so come altro dirlo, deboli. E il suo Vodka Martini prevedeva uno spruzzo di acqua tonica.
Fravia+ aveva un tessuto culturale di alcuni ordini di grandezza superiore: egli era un vero intellettuale, per quanto anomalo; prima che hacker, intellettuale. Mi ha insegnato a cercare le informazioni, e credo di avre fatto un buon uso di quello che ho imparato. Se ancor oggi quando ho bisogno di qualcosa non mi limito a digitare una parola su Google, credo che gran parte del merito sia sua: certo nel frattempo tutto è cambiato: quando ho smesso di frequentare con assiduità searchlores, troppo difficile perché lo riuscissi a seguire, Google era appena arrivato al primo posto tra i tools consigliati.
Quanto tempo! Ma non è questo il punto: il punto è aver imparato un metodo: allo stesso modo in cui si impara il latino non già per dialogare con Cesare o Caligola, bensì con il mondo che ci circonda.
Di tutte le lezioni, credo che quella di maggiore importanza sia stata relativa alla necessità di verificare sempre puntigliosamente le fonti. Non accettare mai quello che viene riferito da altri, foss'anche il giornalista più autorevole o l'amico del cuore più caro, ma cercare sempre in autonomia una fonte credibile, e soprattutto imparare a valutarne la credibilità.
Ciò è anche parte del mio lavoro: non è che ci sia solo Fravia+ che me lo ha insegnato; ma la sua lezione la sento più attuale di tante altre, che fanno sempre parte del mio modo di essere ma sono ormai divenute un substrato; mentre le pagine di Fravia mi appaiono ancor oggi tremendamente attuali.
Facevo oggi queste considerazioni, e meditavo come, giusto ieri, dopo aver scritto un post polemico che spiegava come un voto per SCALFAROTO fosse perfettamente valido, ho sentito il bisogno di citare la norma di legge, testualmente: so che mi avreste creduto comunque, ma è una questione di metodo.
E mi ricollego a questo post di Scorfano, che è la perfetta conferma del fatto che, come diceva Fravia+ in ciascuna pagina, nella Rete c'è tutto: basta saperlo cercare. So che è un'utopia, o una banale sciocchezza, ma mi piace pensare che forse, se oggi fosse ancora vivo, Fravia avrebbe saputo trovare quelle prove che molti di noi stanno inseguendo alla cieca.
Insomma: non posso considerare Fravia+ un "maestro"; ma so che qualcosa di lui è dentro di me, e se nel prossimo post andrò a puntualizzare per l'ennesima volta il significato di un aggettivo, o farò il conto della serva su quanti milioni servano per chiamare gli italiani alle urne o controllare lo spam nelle caselle di posta, sappiate che un po' di colpa va addossata al signore nell'immagine qui sopra; immagine alla quale lui stesso ha dato un titolo molto eloquente.
Etichette:
io
Epitaffio /2
Qui sotto c'è un epitaffio il cui senso, criptico, certo non potrà essere compreso da molti.
Ho appreso anch'io la notizia, come un altro noto lettore, dai commenti sul suo blog: potrei linkarlo, ma sento che farei un torto a Fravia stesso, almeno credo.
Sta di fatto che il mio epitaffio è ben povera cosa: non sono certo un poeta. Ben diverse sono le ultime parole scritte da Fravia, che desidero ristrascivere in parte (la fonte, neppur questa, la linko). La sottolineatura è mia.
Ho appreso anch'io la notizia, come un altro noto lettore, dai commenti sul suo blog: potrei linkarlo, ma sento che farei un torto a Fravia stesso, almeno credo.
Sta di fatto che il mio epitaffio è ben povera cosa: non sono certo un poeta. Ben diverse sono le ultime parole scritte da Fravia, che desidero ristrascivere in parte (la fonte, neppur questa, la linko). La sottolineatura è mia.
Ok, so all the cures I had to undergo for almost two years: two complete and quite debilitating chemotherapy cycles, 4 operations, many biopsies, uncounted PET scans and MRIs, months spent inside a clinic... did not work out.Avrete capito che Fravia, che aveva un rapporto privilegiato con l'Italia, si riferiva al nostro, di Paese.
The metastases escaped from the throat: my dutch professor managed to stop everything but not the liver tumour, and my liver is now imploding. So it is a matter of weeks, not even months.
My remaining choices are to die in a clinic, to die home or to ask for euthanasia (the last I will of course do if needs arise... fortunately this is a civilised EU-country and religious nuts don't have here -at least for now- enough power to nuke my rights just to appease and placate the alleged wishes of their dubious godzilla).
I'll go for home: it seems (again: this ubiquitous "seem") that I will die while asleep. I will "just" get weaker (and yellower, gosh: nothing like a terminal tumour to become really ugly) until one day I won't wake up any more. If so, fair enough: you go with a gentle puff on your final trip, an experience that btw is usually reported as unique and unrepeatable :-)
Etichette:
englaro
giovedì 21 maggio 2009
Che rapporti ci sono tra Berlusconi e Noemi Letizia?
Non lo so, che rapporti ci sono. La logica fa sospettare che ci sia qualcosa di poco pulito, che riguarda lei o il padre o la madre, dato che il premier si è contraddetto o ha svicolato quando gli sono state poste delle domande precise.
Idem dicasi per il padre della fanciulla: una sfinge, che non appare una figura limpida atteso che tutti gli hanno fatto il vuoto intorno.
Tra ieri e oggi, poi, è nato un gran can-can dato che Gilioli ha fatto notare che dalle cache di Google è sparita ogni traccia del blog che teneva la ragazza, il che tuttavia non mi sembra aggiunga un notevole elemento di sospetto, dato che Google stessa dichiara che la rimozione dei contenuti ha luogo, di regola, entro 3-5 giorni lavorativi; e da quel fatidico giorno della festa ne sono passati molti ma molti di più.
E' doveroso, secondo me, che il premier chiarisca la vicenda: perché non solo la moglie di Cesare, ma soprattutto Cesare stesso deve essere al di sopra di ogni sospetto: e questo è un punto.
Mi chiedo però -e non è una domanda retorica: cerco davvero una risposta- se tutta questa insistenza nel chiedere giustificazioni e sollevare sospetti non possa finire per mitridatizzare l'opinione pubblica.
Immaginiamo che tra qualche settimana Berlusconi dica: "Sì, mi sono fatto la Noemi, e allora?". Oppure "Sì, mi sono fatto la mamma della Noemi, e allora?"
Non è che a quel punto, di fronte all'ammissione del fatto compiuto (che, rammentiamo, non è reato, dato che qui siamo in Italia e non negli USA), il popolo italiano, o almeno la metà del popolo italiano che lo vota e vede in lui un modello, tirerebbe un sospiro di solievo e direbbe "finalmente: basta con queste cazzate e pensiamo alle cose serie"? Mentre, nel frattempo, sono passati in secondo piano: il terremoto in Abruzzo, la crisi economica, l'evasione fiscale, l'imminente DPEF, le nomine RAI e la riforma dell'assetto radiotelevisivo, e persino un po' il processo Mills.
Un blogger, e amico, scrive che è giusto insistere sul punto dei rapporti con il Signor Letizia, perché "la democrazia è prima di tutto, purtroppo, ricerca e mantenimento del consenso: e io ho l’impressione che il consenso del premier si possa sgretolare più per questa storia che per la sentenza del processo Mills."
Io credo che sia giusto insistere perchè Berlusconi chiarisca la sua posizione, come era giusto insistere con Nixon ai tempi del Watergate.
Quello di cui non sono certo, è che oltre che giusto, insistere sia anche utile per chi preferirebbe che l'Italia fosse governata da altri.
Idem dicasi per il padre della fanciulla: una sfinge, che non appare una figura limpida atteso che tutti gli hanno fatto il vuoto intorno.
Tra ieri e oggi, poi, è nato un gran can-can dato che Gilioli ha fatto notare che dalle cache di Google è sparita ogni traccia del blog che teneva la ragazza, il che tuttavia non mi sembra aggiunga un notevole elemento di sospetto, dato che Google stessa dichiara che la rimozione dei contenuti ha luogo, di regola, entro 3-5 giorni lavorativi; e da quel fatidico giorno della festa ne sono passati molti ma molti di più.
E' doveroso, secondo me, che il premier chiarisca la vicenda: perché non solo la moglie di Cesare, ma soprattutto Cesare stesso deve essere al di sopra di ogni sospetto: e questo è un punto.
Mi chiedo però -e non è una domanda retorica: cerco davvero una risposta- se tutta questa insistenza nel chiedere giustificazioni e sollevare sospetti non possa finire per mitridatizzare l'opinione pubblica.
Immaginiamo che tra qualche settimana Berlusconi dica: "Sì, mi sono fatto la Noemi, e allora?". Oppure "Sì, mi sono fatto la mamma della Noemi, e allora?"
Non è che a quel punto, di fronte all'ammissione del fatto compiuto (che, rammentiamo, non è reato, dato che qui siamo in Italia e non negli USA), il popolo italiano, o almeno la metà del popolo italiano che lo vota e vede in lui un modello, tirerebbe un sospiro di solievo e direbbe "finalmente: basta con queste cazzate e pensiamo alle cose serie"? Mentre, nel frattempo, sono passati in secondo piano: il terremoto in Abruzzo, la crisi economica, l'evasione fiscale, l'imminente DPEF, le nomine RAI e la riforma dell'assetto radiotelevisivo, e persino un po' il processo Mills.
Un blogger, e amico, scrive che è giusto insistere sul punto dei rapporti con il Signor Letizia, perché "la democrazia è prima di tutto, purtroppo, ricerca e mantenimento del consenso: e io ho l’impressione che il consenso del premier si possa sgretolare più per questa storia che per la sentenza del processo Mills."
Io credo che sia giusto insistere perchè Berlusconi chiarisca la sua posizione, come era giusto insistere con Nixon ai tempi del Watergate.
Quello di cui non sono certo, è che oltre che giusto, insistere sia anche utile per chi preferirebbe che l'Italia fosse governata da altri.
Etichette:
berlusconi
mercoledì 20 maggio 2009
Etilismo
No, non è un refuso, il titolo. Era partito come elitismo, ma poi mi è venuto così.
Questa sera ho partecipato all'assemblea condominiale: chi ne ha mai subita una sa come mi posso sentire e mi perdonerà eventuali eccessi.
Sono tornato a casa, ho bevuto una birra, mi sono messo a letto e per puro caso mi sono messo a sentire cosa si diceva al Boccascena Caffè, via diretta blogghettara streamizzata -e in questo momento apprendo che è a cura di Giacomo Cariello, ohibò, che saluto- dove c'erano i giovani piombinesi candidati del Pd: la generazione dei quarantenni che preme, e con ragione dato che il loro segretario è un matusa che di anni ne ha sette in più.
Sta di fatto che sto vedendo gli ultimi minuti di quest'incontro, ed emerge dalla sala Pippo Civati, che dev'essere proprio come il prezzemolo, dato che sta ovunque. E fa un intervento politico, di spessore, sul fatto che Ivan S C A L F A R O T T O e Debora S E R R A C C H I A N I hanno dei nomi lunghi e complessi e sarà un problema quando gli elettori andranno nella Cabina -anzi Gabina, si corregge, e qui mi soccorre questo post- elettorale; e perciò bisogna preparare bene gli elettori, che dovranno scrivere quei popo' di caratteri.
Probabilmente il Civati, che se c'è da dar retta a wikipedia è uno splendido trentatreenne, pensa ancora a quando, nell'Italia appena uscita dal dopoguerra e non ancora investita dal boom economico, i due maggiori partiti si contendevano l'uno il primo e l'altro l'ultimo posto sulla scheda elettorale.
Quando io votai la prima volta, e il Civati imparava a compitare le prime divisioni e i tempi dell'indicativo, già questo posizionamento strategico era visto come il retaggio di un'Italia un po' arcaica e un po' pittoresca che non esisteva più: un omaggio ai vecchi partigiani (che allora ancora erano abbastanza arzilli), e ai figli di quegli operai che avevano dovuto studiare alle scuole di avviamento professionale per andare a lavorare.
Nessuno, nella ricca Milano, credeva davvero che ci fosse chi non sapeva distinguere tra uno scudo crociato e una falce e martello (che oltretutto, essendo simboli, non richiedevano abilità di lettura per essere distinti). Credevamo che in qualche lontano paese del sud, a Eboli dove Cristo si era fermato, lì ci fossero ancora gli analfabeti, e lì ci fosse bisogno di posizionare il simbolo dove anche un figlio del popolo avrebbe potuto individuarlo.
Poi è passato del tempo: abbiamo compiuto venti anni, venticinque; siamo diventati grandi. Leggendo abbiamo appreso che al tempo di Carlo Levi Eboli non era il buco di culo del mondo, ma anzi era l'ultimo avamposto di civiltà, e che i leoni partivano da lì in poi.
Viaggiando, dopo, abbiamo visto che dove dovevano esserci i leoni -e forse c'erano al tempo del Levi- ora ci sono paesi lindi, sani, fieri. Paesi dove si fa la raccolta differenziata con sacchetti dotati di codici a barre che verificano la quantità e qualità del raccolto. Dove c'è un sacco differenziato per la cenere dei camini, che costituisce una risorsa. Dove ci sono circoli culturali omosessuali, mentre noi milanesi pensavamo che i froci li mangiassero a colazione. Dove ci sono culture artistiche, gastronomiche, artigianali e discussioni politiche e sociali che noi ce le sognavamo, nelle nostre periferie.
E abbiamo capito quanto eravamo cretini.
Poi siamo andati a fare il militare; e lì abbiamo trovato un commilitone che non sapeva leggere: tanto che era stato punito, ma era uscito lo stesso. Per forza: non sapeva leggere la tabella delle punizioni! E così si era preso un'altra punizione, di rigore, ma blanda: e noi ci eravamo comunque indignati. Avevamo ritenuto che fosse un sistema marcio, ci eravamo proposti di adire le supreme magistrature per riparare al grave torto subìto dal collega meno fortunato: pensavamo di insegnargli a distinguere le lettere l'una dall'altra nel tempo libero, dopo le manovre, e magari di comperargli pure il sillabario, ammesso che tale testo esistesse ancora e non fosse un retaggio collodiano. Qualche giorno dopo, la sera, l'abbiamo incontrato il commilitone: che commentava a gran voce Tuttosport, in un bar, ripassando più volte su giudizi del giornalista che non condivideva ed esprimendo il suo dissenso in modo colorito.
E abbiamo capito quanto eravamo cretini.
Poi abbiamo iniziato a lavorare, ad avere a che fare con agricoltori veneti e piemontesi che sapevano parlare solo in dialetto stretto ed ai quali non riuscivamo a far capire che avrebbero dovuto pagare la rata, perché non sapevamo come si dicesse "rata" nel loro vernacolo; né "pagare" né "dovere". Pensavamo di essere inadatti al compito, credevamo di dover far intervenire dei mediatori culturali (anche se allora l'espressione non esisteva): magari a spese nostre, dato che la vita ci aveva fatto così fortunati.
Poi si fissava un incontro, in regione, e il rozzo villano di colpo articolava con il funzionario pubblico complesse strrutture logiche e sintattiche per spiegare come l'interlocutore (noi, nella fattispecie) fossimo dei truffatori, malandrini e grassatori: approfittatori di soldi pubblici e pericolosi socialmente; ed ottenuto l'agognato rinvio si allontanava, sulla Maserati biturbo, mentre noi tornavamo a casa, con le pive nel sacco, nella nostra A112, smarmittata.
E abbiamo capito quanto eravamo cretini.
Ecco, Civati: pensaci. Scalfarotto. Serracchiani. Sono grafemi alla portata di tutti, ma proprio di tutti.
Il problema, ti assicuro, non è che ci siano italiani che non sappiano scrivere SCALFAROTTO: il problema, quello vero, è che ci sono dirigenti del centrosinistra che -oggi- credono che ci siano italiani che non sanno scrivere SERRACCHIANI.
Questa sera ho partecipato all'assemblea condominiale: chi ne ha mai subita una sa come mi posso sentire e mi perdonerà eventuali eccessi.
Sono tornato a casa, ho bevuto una birra, mi sono messo a letto e per puro caso mi sono messo a sentire cosa si diceva al Boccascena Caffè, via diretta blogghettara streamizzata -e in questo momento apprendo che è a cura di Giacomo Cariello, ohibò, che saluto- dove c'erano i giovani piombinesi candidati del Pd: la generazione dei quarantenni che preme, e con ragione dato che il loro segretario è un matusa che di anni ne ha sette in più.
Sta di fatto che sto vedendo gli ultimi minuti di quest'incontro, ed emerge dalla sala Pippo Civati, che dev'essere proprio come il prezzemolo, dato che sta ovunque. E fa un intervento politico, di spessore, sul fatto che Ivan S C A L F A R O T T O e Debora S E R R A C C H I A N I hanno dei nomi lunghi e complessi e sarà un problema quando gli elettori andranno nella Cabina -anzi Gabina, si corregge, e qui mi soccorre questo post- elettorale; e perciò bisogna preparare bene gli elettori, che dovranno scrivere quei popo' di caratteri.
Probabilmente il Civati, che se c'è da dar retta a wikipedia è uno splendido trentatreenne, pensa ancora a quando, nell'Italia appena uscita dal dopoguerra e non ancora investita dal boom economico, i due maggiori partiti si contendevano l'uno il primo e l'altro l'ultimo posto sulla scheda elettorale.
Quando io votai la prima volta, e il Civati imparava a compitare le prime divisioni e i tempi dell'indicativo, già questo posizionamento strategico era visto come il retaggio di un'Italia un po' arcaica e un po' pittoresca che non esisteva più: un omaggio ai vecchi partigiani (che allora ancora erano abbastanza arzilli), e ai figli di quegli operai che avevano dovuto studiare alle scuole di avviamento professionale per andare a lavorare.
Nessuno, nella ricca Milano, credeva davvero che ci fosse chi non sapeva distinguere tra uno scudo crociato e una falce e martello (che oltretutto, essendo simboli, non richiedevano abilità di lettura per essere distinti). Credevamo che in qualche lontano paese del sud, a Eboli dove Cristo si era fermato, lì ci fossero ancora gli analfabeti, e lì ci fosse bisogno di posizionare il simbolo dove anche un figlio del popolo avrebbe potuto individuarlo.
Poi è passato del tempo: abbiamo compiuto venti anni, venticinque; siamo diventati grandi. Leggendo abbiamo appreso che al tempo di Carlo Levi Eboli non era il buco di culo del mondo, ma anzi era l'ultimo avamposto di civiltà, e che i leoni partivano da lì in poi.
Viaggiando, dopo, abbiamo visto che dove dovevano esserci i leoni -e forse c'erano al tempo del Levi- ora ci sono paesi lindi, sani, fieri. Paesi dove si fa la raccolta differenziata con sacchetti dotati di codici a barre che verificano la quantità e qualità del raccolto. Dove c'è un sacco differenziato per la cenere dei camini, che costituisce una risorsa. Dove ci sono circoli culturali omosessuali, mentre noi milanesi pensavamo che i froci li mangiassero a colazione. Dove ci sono culture artistiche, gastronomiche, artigianali e discussioni politiche e sociali che noi ce le sognavamo, nelle nostre periferie.
E abbiamo capito quanto eravamo cretini.
Poi siamo andati a fare il militare; e lì abbiamo trovato un commilitone che non sapeva leggere: tanto che era stato punito, ma era uscito lo stesso. Per forza: non sapeva leggere la tabella delle punizioni! E così si era preso un'altra punizione, di rigore, ma blanda: e noi ci eravamo comunque indignati. Avevamo ritenuto che fosse un sistema marcio, ci eravamo proposti di adire le supreme magistrature per riparare al grave torto subìto dal collega meno fortunato: pensavamo di insegnargli a distinguere le lettere l'una dall'altra nel tempo libero, dopo le manovre, e magari di comperargli pure il sillabario, ammesso che tale testo esistesse ancora e non fosse un retaggio collodiano. Qualche giorno dopo, la sera, l'abbiamo incontrato il commilitone: che commentava a gran voce Tuttosport, in un bar, ripassando più volte su giudizi del giornalista che non condivideva ed esprimendo il suo dissenso in modo colorito.
E abbiamo capito quanto eravamo cretini.
Poi abbiamo iniziato a lavorare, ad avere a che fare con agricoltori veneti e piemontesi che sapevano parlare solo in dialetto stretto ed ai quali non riuscivamo a far capire che avrebbero dovuto pagare la rata, perché non sapevamo come si dicesse "rata" nel loro vernacolo; né "pagare" né "dovere". Pensavamo di essere inadatti al compito, credevamo di dover far intervenire dei mediatori culturali (anche se allora l'espressione non esisteva): magari a spese nostre, dato che la vita ci aveva fatto così fortunati.
Poi si fissava un incontro, in regione, e il rozzo villano di colpo articolava con il funzionario pubblico complesse strrutture logiche e sintattiche per spiegare come l'interlocutore (noi, nella fattispecie) fossimo dei truffatori, malandrini e grassatori: approfittatori di soldi pubblici e pericolosi socialmente; ed ottenuto l'agognato rinvio si allontanava, sulla Maserati biturbo, mentre noi tornavamo a casa, con le pive nel sacco, nella nostra A112, smarmittata.
E abbiamo capito quanto eravamo cretini.
Ecco, Civati: pensaci. Scalfarotto. Serracchiani. Sono grafemi alla portata di tutti, ma proprio di tutti.
Il problema, ti assicuro, non è che ci siano italiani che non sappiano scrivere SCALFAROTTO: il problema, quello vero, è che ci sono dirigenti del centrosinistra che -oggi- credono che ci siano italiani che non sanno scrivere SERRACCHIANI.
Style
Anch'io, ultimamente, ci ho il mio pianeta. Che è un pianeta bello grande, un pianeta blogger grande così: potentissimo; capace, se solo solo si incazza, di far saltare tutto il database dei commenti su google scatenandomi contro l'orda di fans adoranti.
Però, in omaggio al nuovo motto che adorna l'intestazione di questo blog, non riesco a fare a meno di scriverlo, e lo scrivo.
Se vuoi fare Joyce, Matteo, le virgole è meglio non usarle.
Però, in omaggio al nuovo motto che adorna l'intestazione di questo blog, non riesco a fare a meno di scriverlo, e lo scrivo.
Se vuoi fare Joyce, Matteo, le virgole è meglio non usarle.
martedì 19 maggio 2009
Reclamo (esito)
Per chi eventualmente se lo stesse chiedendo, vi segnalo che al reclamo spedito ieri, con un fax il cui testo avevo postato qui, TIM ha risposto oggi riaccreditandomi i soldi che mi erano stati scalati.
Mi sembra doveroso segnalarlo.
Mi sembra doveroso segnalarlo.
Autodafé
Quando stamane ho aperto il PC mi sono reso conto di avere commesso uno dei più tremendi delitti: pensavo dapprima di paragonarlo a quello di Ravaillac ma poi, rammentando un aforisma di Flaiano, mi sono reso conto che il paragone più corretto è con Damiens.
Ieri, leggendo una sciocchezzuola scritta su un blog ospitato sul sito di un giornale a rotocalco, che rappresentava erroneamente il contenuto di una sentenza, ho scritto un post per dare ai ventun lettori che abitualmente mi seguono qualche ragguaglio tecnico su come quel tale articolo dicesse delle cose inesatte.
La mia colpa è stata quella di inserire tra l'articolo indeterminativo e il nome proprio della giornalista un aggettivo "tale", che voleva dar conto di come l'autrice del pezzo fosse, per me, perfettamente sconosciuta e pertanto non avessi alcun motivo di rancore o di dileggio che non fosse strettamente legato al contenuto del pezzo da lei scritto e pubblicato.
E' con vivo stupore (e non è una figura retorica: sono proprio vivamente stupito!) che scopro che la persona di cui stiamo parlando è una blogger, e di primissimo piano.
Ora: io so che ciò potrà apparire incredibile a tutti coloro che mi hanno gettato addosso un cumulo di contumelie; e che la stima nei miei confronti, già minima, non potrà che diminuire ancora, trascendendo al regno dei numeri complessi essendo i negativi ormai già esauriti.
Ma -e prego di guardare bene il labiale- io questa Giulia Blasi fino a pochi minuti fa non avevo la più pallida idea di chi diavolo fosse. Credevo addirittura che fosse una praticante da quattro soldi, sottopagata o addirittura stagista, biecamente sfruttata dalla casa editrice del Presidente del Consiglio.
So che è assurdo: potete credermi; potete non credermi. Francamente sono così avvilito che anche se non mi credete, non me ne importa nulla.
E -anche se comprendo che questa sembra sempre più la trama di un brutto film- chi sia Giulia Blasi non lo so neppure ora, dal momento che il mio proxy aziendale blocca il sito che ospita i suoi scritti: e posto anche alcuni screenshot a riprova della mia buona fede (unica e debole attenuante di fronte al disprezzo che provo per me stesso), accompagnato da un altro relativo alla sua pagina su Grazia, dalla quale probabilmente avrei potuto apprendere qualcosa di più.


Il mio amministratore di sistema deve averci un pianeta, con la signora Blasi: è evidente; e dato che è anche capace, mi blocca perfino la pagina cachata su google, impedendomi di sfruttare anche questo trucchetto per colmare i miei deficit cognitivi (anche qui produco lo screenshot).
Per colmo di sfiga, persino flickr è bloccato, dal drudo; ragion per cui non posso vedere la foto accedibile tramite il link qui sotto, ma leggendo i nomi capisco di aver toccato un nervo scoperto.
![]()
Il bello è che se potessi leggere quel che scrive (ma lo farò tosto da casa), sicuramente condividerei tutte le opinioni della Giulia (io condivido quasi sempre le opinioni di coloro che scrivono su spazi che il mio sysadmin mi impedisce di raggiungere): per cui dev'essere anche una donna simpatica e intelligente.
E poi scopro che la Blasi ha anche scritto dei libri; ha partecipato a trasmissioni in TV. E' insomma una che conta: e mille e mille e mille sono le volte che, mentre scrivo queste righe, mi sono chiesto come diavolo sia possibile che il suo nome non l'abbia mai incrociato, neppur una volta, in tutte le ore di cazzeggio che ho fatto in rete.
Ora, io mi pento fino nel più profondo del cuore della mia ignoranza, faccio ammenda e se potessi metterei qui anche la mia fotografia, scamiciato e con in mano un cero di due libbre; imploro la comprensione del blogocono e chiamo in correità il perfido sysadmin, che grazie ai suoi filtri illiberali mi ha fatto fare questo popo' di figura.
Ma, una volta chiesta scusa e pietà, rimane la sostanza tutta di ciò che scrivevo (tutta, eccezion fatta per il tale, ovviamente). Perché, signori miei giudici, non è che la notissima, bellissima, bravissima Blogger (non è una presa per il culo: cito da qui) abbia, a quanto capisco, una laurea in giurisprudenza con 110 e lode, né una tesi sulla storia del diritto penale. Pertanto, a specifico uso di Emma, la quale di fronte alla mia affermazione che se qualcuno ammazza qualcun altro prende 21 anni, si chiede "(Dove? Quando? Chi l’ha detto?)", le rispondo che l'ha detto questo signore qui a fianco, che si chiama Alfredo Rocco ed è l'autore del nostro codice penale, il quale all'articolo 575 recita: "Chiunque cagiona la morte di un uomo e' punito con la reclusione non inferiore ad anni ventuno.". E all'art. 577 dice che "Si applica la pena dell'ergastolo se il fatto preveduto dall'articolo 575 e' commesso: [...] 4) con concorso di talune delle circostanze indicate nei numeri 1 e 4 dell'articolo 61"; il quale art. 61, a sua volta dice che "Aggravano il reato, quando non ne sono elementi costitutivi o circostanze aggravanti speciali, le circostanze seguenti: 1) l'avere agito per motivi abbietti o futili".
Quanto al fatto che con il rito abbreviato i 21 anni divengano 14 e l'ergastolo diventino trent'anni, lo dice un altro signore, che si chiama Gian Domenico Pisapia (se credi, Emma, per riparare il danno fatto, lo definirò un tale Gian Domenico Pisapia), padre del nostro codice di procedura penale, il cui articolo 442 al secondo comma recita "In caso di condanna, la pena che il giudice determina tenendo conto di tutte le circostanze è diminuita di un terzo. Alla pena dell’ergastolo è sostituita quella della reclusione di anni trenta. Alla pena dell'ergastolo con isolamento diurno, nei casi di concorso di reati e di reato continuato, è sostituita quella dell'ergastolo.".
Vedi bene, Emma, che i 21 anni divengono 14 per effetto della riduzione di un terzo, dacché 21 è divisibile per tre, come prova il fatto che la somma delle sue cifre dà, per l'appunto, proprio tre; e come del resto ben sa mio figlio, al quale ho fatto imparare, a suon di busse, tutta la tabellina del sette.
Ma non sempre è così, tanto che per il caso di omicidio preterintenzionale, per il quale si pigliano solo dieci anni, numero non divisibile per tre, il rito abbreviato farebbe ottenere una condanna a 6.66666666 anni (eccoli!, i centesimi). Fortunatamente il nostro calendario è in base 12, e quindi quei 666 millesimi e rotti possono essere agevolmente convertiti in otto mesi tondi tondi; e speriamo che vi sia dentro febbraio; e che non sia bisestile.
Veniamo ora, per un attimo, a ciò che -con meno verve ironica, me lo consenta- afferma Viscontessa: che "Uccidere per gelosia significa assecondare un'istinto che invece, per ovvi motivi, dovrebbe essere trannenuto, cancellato, eliminato così come abbiamo imparato a tenere a freno molti altri istinti".
Non potrei essere più d'accordo anzi, guarda, affermo che qualunque motivo per uccidere, se non c'è di mezzo la legittima difesa, dovrebbe essere trattenuto e cancellato. O mi vuoi dire che è giusto uccidere per ereditare una somma di danaro? O magari per eliminare l'incomodo coniuge al fine di giacersi con il proprio amante? O credi forse che sia più giustificato chi uccide il proprio superiore che ha scoperto un ammanco di cassa? O quel fidanzato respinto che per brama di possesso uccide l'ex fidanzata, ritenendo che ella, se non sarà propria, non debba essere di nessuno?
Ecco: io affermo che tutti questi non sono validi motivi per ammazzare qualcuno. Esattamente come non lo è la gelosia. E con me l'affermava il buon Rocco, quando stabiliva che tutti questi casi fossero validissimi motivi per chiudere uno in cella, e lasciarvelo per ventun anni.
E tuttavia la gelosia, tra tutti questi motivi poco commendevoli, è sempre stata una delle principali molle che hanno spinto al delitto: ho citato Colombo e Kojak, attirandomi il dileggio di Emma che ritiene i miei modelli culturali un po' troppo popolari; ma come la mettiamo con Shakespeare? Roba un po' più elevata; eppure anche lui, guarda un po'!, ti va ad inscenare un omicidio per gelosia.
Veniamo a te, fikasicula (nomignolo che si presta a lazzi e frizzi tanto qunto il mio, Emma adorata): che confondi la gelosia con il delitto d'onore quando le due cose -scusa il tecnicismo- non c'entrano una cippa.
Infatti chi uccide per gelosia si prende i suoi bravi ventun anni -o quattordici grazie al Pisapia- mentre chi uccideva al tempo del delitto d'onore si prendeva molto ma molto meno, dato che il Rocco (che era sì napoletano, ma peraltro si muoveva nel filone già tracciato dal bresciano Zanardelli), aveva previsto all'art. 587 che "Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell'atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d'ira determinato dall'offesa recata all'onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni. Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella." Il che ci fa capire come la causa d'onore (che, detto per inciso, è cosa ben diversa dalla gelosia) fosse poco meno che una scriminante: quello che potremmo definire un quasi-valido motivo. Così vanno le cose; o perlomeno così andavano fino al 1981 quando, con decisione del tutto condivisibile seppur certo tardiva, la causa d'onore fu espunta dal nostro ordinamento; non senza averci prima regalato uno dei più bei titoli della commedia all'italiana.
Ma lasciamo perdere il cinema, il teatro, le aule dei tribunali sorde e grigie e le carceri dove qualche decina di migliaia di persone langue perché un giudice ha calcolato un numero, e con quel numero ha segnato le loro vite. Lasciamo perdere pure il conto delle frustate che, con certosina precisione, in altri sistemi giuridici vengono inferte calcolando ogni e ciascuno degli atti che i rei hanno commesso: quella è solo aritmetica, ed Emma ha un'opinione troppo elevata del mondo per scontrarsi con la triste realtà delle tabelline: la vita vera è altrove. La vita vera è qui, in rete, tra noi Blogger.
Ieri, leggendo una sciocchezzuola scritta su un blog ospitato sul sito di un giornale a rotocalco, che rappresentava erroneamente il contenuto di una sentenza, ho scritto un post per dare ai ventun lettori che abitualmente mi seguono qualche ragguaglio tecnico su come quel tale articolo dicesse delle cose inesatte.
La mia colpa è stata quella di inserire tra l'articolo indeterminativo e il nome proprio della giornalista un aggettivo "tale", che voleva dar conto di come l'autrice del pezzo fosse, per me, perfettamente sconosciuta e pertanto non avessi alcun motivo di rancore o di dileggio che non fosse strettamente legato al contenuto del pezzo da lei scritto e pubblicato.
E' con vivo stupore (e non è una figura retorica: sono proprio vivamente stupito!) che scopro che la persona di cui stiamo parlando è una blogger, e di primissimo piano.
Ora: io so che ciò potrà apparire incredibile a tutti coloro che mi hanno gettato addosso un cumulo di contumelie; e che la stima nei miei confronti, già minima, non potrà che diminuire ancora, trascendendo al regno dei numeri complessi essendo i negativi ormai già esauriti.
Ma -e prego di guardare bene il labiale- io questa Giulia Blasi fino a pochi minuti fa non avevo la più pallida idea di chi diavolo fosse. Credevo addirittura che fosse una praticante da quattro soldi, sottopagata o addirittura stagista, biecamente sfruttata dalla casa editrice del Presidente del Consiglio.
So che è assurdo: potete credermi; potete non credermi. Francamente sono così avvilito che anche se non mi credete, non me ne importa nulla.
E -anche se comprendo che questa sembra sempre più la trama di un brutto film- chi sia Giulia Blasi non lo so neppure ora, dal momento che il mio proxy aziendale blocca il sito che ospita i suoi scritti: e posto anche alcuni screenshot a riprova della mia buona fede (unica e debole attenuante di fronte al disprezzo che provo per me stesso), accompagnato da un altro relativo alla sua pagina su Grazia, dalla quale probabilmente avrei potuto apprendere qualcosa di più.


Il mio amministratore di sistema deve averci un pianeta, con la signora Blasi: è evidente; e dato che è anche capace, mi blocca perfino la pagina cachata su google, impedendomi di sfruttare anche questo trucchetto per colmare i miei deficit cognitivi (anche qui produco lo screenshot).

Per colmo di sfiga, persino flickr è bloccato, dal drudo; ragion per cui non posso vedere la foto accedibile tramite il link qui sotto, ma leggendo i nomi capisco di aver toccato un nervo scoperto.
Il bello è che se potessi leggere quel che scrive (ma lo farò tosto da casa), sicuramente condividerei tutte le opinioni della Giulia (io condivido quasi sempre le opinioni di coloro che scrivono su spazi che il mio sysadmin mi impedisce di raggiungere): per cui dev'essere anche una donna simpatica e intelligente.
E poi scopro che la Blasi ha anche scritto dei libri; ha partecipato a trasmissioni in TV. E' insomma una che conta: e mille e mille e mille sono le volte che, mentre scrivo queste righe, mi sono chiesto come diavolo sia possibile che il suo nome non l'abbia mai incrociato, neppur una volta, in tutte le ore di cazzeggio che ho fatto in rete.
Ora, io mi pento fino nel più profondo del cuore della mia ignoranza, faccio ammenda e se potessi metterei qui anche la mia fotografia, scamiciato e con in mano un cero di due libbre; imploro la comprensione del blogocono e chiamo in correità il perfido sysadmin, che grazie ai suoi filtri illiberali mi ha fatto fare questo popo' di figura.
Ma, una volta chiesta scusa e pietà, rimane la sostanza tutta di ciò che scrivevo (tutta, eccezion fatta per il tale, ovviamente). Perché, signori miei giudici, non è che la notissima, bellissima, bravissima Blogger (non è una presa per il culo: cito da qui) abbia, a quanto capisco, una laurea in giurisprudenza con 110 e lode, né una tesi sulla storia del diritto penale. Pertanto, a specifico uso di Emma, la quale di fronte alla mia affermazione che se qualcuno ammazza qualcun altro prende 21 anni, si chiede "(Dove? Quando? Chi l’ha detto?)", le rispondo che l'ha detto questo signore qui a fianco, che si chiama Alfredo Rocco ed è l'autore del nostro codice penale, il quale all'articolo 575 recita: "Chiunque cagiona la morte di un uomo e' punito con la reclusione non inferiore ad anni ventuno.". E all'art. 577 dice che "Si applica la pena dell'ergastolo se il fatto preveduto dall'articolo 575 e' commesso: [...] 4) con concorso di talune delle circostanze indicate nei numeri 1 e 4 dell'articolo 61"; il quale art. 61, a sua volta dice che "Aggravano il reato, quando non ne sono elementi costitutivi o circostanze aggravanti speciali, le circostanze seguenti: 1) l'avere agito per motivi abbietti o futili".Quanto al fatto che con il rito abbreviato i 21 anni divengano 14 e l'ergastolo diventino trent'anni, lo dice un altro signore, che si chiama Gian Domenico Pisapia (se credi, Emma, per riparare il danno fatto, lo definirò un tale Gian Domenico Pisapia), padre del nostro codice di procedura penale, il cui articolo 442 al secondo comma recita "In caso di condanna, la pena che il giudice determina tenendo conto di tutte le circostanze è diminuita di un terzo. Alla pena dell’ergastolo è sostituita quella della reclusione di anni trenta. Alla pena dell'ergastolo con isolamento diurno, nei casi di concorso di reati e di reato continuato, è sostituita quella dell'ergastolo.".
Vedi bene, Emma, che i 21 anni divengono 14 per effetto della riduzione di un terzo, dacché 21 è divisibile per tre, come prova il fatto che la somma delle sue cifre dà, per l'appunto, proprio tre; e come del resto ben sa mio figlio, al quale ho fatto imparare, a suon di busse, tutta la tabellina del sette.
Ma non sempre è così, tanto che per il caso di omicidio preterintenzionale, per il quale si pigliano solo dieci anni, numero non divisibile per tre, il rito abbreviato farebbe ottenere una condanna a 6.66666666 anni (eccoli!, i centesimi). Fortunatamente il nostro calendario è in base 12, e quindi quei 666 millesimi e rotti possono essere agevolmente convertiti in otto mesi tondi tondi; e speriamo che vi sia dentro febbraio; e che non sia bisestile.
Veniamo ora, per un attimo, a ciò che -con meno verve ironica, me lo consenta- afferma Viscontessa: che "Uccidere per gelosia significa assecondare un'istinto che invece, per ovvi motivi, dovrebbe essere trannenuto, cancellato, eliminato così come abbiamo imparato a tenere a freno molti altri istinti".
Non potrei essere più d'accordo anzi, guarda, affermo che qualunque motivo per uccidere, se non c'è di mezzo la legittima difesa, dovrebbe essere trattenuto e cancellato. O mi vuoi dire che è giusto uccidere per ereditare una somma di danaro? O magari per eliminare l'incomodo coniuge al fine di giacersi con il proprio amante? O credi forse che sia più giustificato chi uccide il proprio superiore che ha scoperto un ammanco di cassa? O quel fidanzato respinto che per brama di possesso uccide l'ex fidanzata, ritenendo che ella, se non sarà propria, non debba essere di nessuno?
Ecco: io affermo che tutti questi non sono validi motivi per ammazzare qualcuno. Esattamente come non lo è la gelosia. E con me l'affermava il buon Rocco, quando stabiliva che tutti questi casi fossero validissimi motivi per chiudere uno in cella, e lasciarvelo per ventun anni.
E tuttavia la gelosia, tra tutti questi motivi poco commendevoli, è sempre stata una delle principali molle che hanno spinto al delitto: ho citato Colombo e Kojak, attirandomi il dileggio di Emma che ritiene i miei modelli culturali un po' troppo popolari; ma come la mettiamo con Shakespeare? Roba un po' più elevata; eppure anche lui, guarda un po'!, ti va ad inscenare un omicidio per gelosia.
Veniamo a te, fikasicula (nomignolo che si presta a lazzi e frizzi tanto qunto il mio, Emma adorata): che confondi la gelosia con il delitto d'onore quando le due cose -scusa il tecnicismo- non c'entrano una cippa.
Infatti chi uccide per gelosia si prende i suoi bravi ventun anni -o quattordici grazie al Pisapia- mentre chi uccideva al tempo del delitto d'onore si prendeva molto ma molto meno, dato che il Rocco (che era sì napoletano, ma peraltro si muoveva nel filone già tracciato dal bresciano Zanardelli), aveva previsto all'art. 587 che "Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell'atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d'ira determinato dall'offesa recata all'onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni. Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella." Il che ci fa capire come la causa d'onore (che, detto per inciso, è cosa ben diversa dalla gelosia) fosse poco meno che una scriminante: quello che potremmo definire un quasi-valido motivo. Così vanno le cose; o perlomeno così andavano fino al 1981 quando, con decisione del tutto condivisibile seppur certo tardiva, la causa d'onore fu espunta dal nostro ordinamento; non senza averci prima regalato uno dei più bei titoli della commedia all'italiana.
Ma lasciamo perdere il cinema, il teatro, le aule dei tribunali sorde e grigie e le carceri dove qualche decina di migliaia di persone langue perché un giudice ha calcolato un numero, e con quel numero ha segnato le loro vite. Lasciamo perdere pure il conto delle frustate che, con certosina precisione, in altri sistemi giuridici vengono inferte calcolando ogni e ciascuno degli atti che i rei hanno commesso: quella è solo aritmetica, ed Emma ha un'opinione troppo elevata del mondo per scontrarsi con la triste realtà delle tabelline: la vita vera è altrove. La vita vera è qui, in rete, tra noi Blogger.
Etichette:
io
lunedì 18 maggio 2009
Vadi pure
Capita spesso, tra amici e colleghi, di usare l'espressione "vadi", quale mezzo autoironico per esprimere, allo stesso tempo, la consapevolezza dell'erroneità di tale forma verbale e il riconoscimento dell'altro come persona partecipe di tale consapevolezza.
Un po' come dire "io e te non abbiamo bisogno di provare l'uno all'altro che siamo persone che hanno studiato: possiamo prenderci in giro reciprocamente"; ma in realtà quello che stiamo facendo è prendere in giro coloro che quel "vadi" lo usano.
Il fatto è che probabilmente nessuno in Italia crede, dopo la 5^ elementare, che "vadi" si possa dire: perché Fantozzi bene o male l'hanno visto tutti: e tutti hanno introiettato la scorrettezza di tale congiuntivo: tanto che se qualcuno ce lo dicesse, e quel qualcuno non fosse un nostro sòdale, lo guarderemmo con aria di profondo compatimento.
Esattamente come ha fatto la mia vicina, qualche giorno fa, quando, interrompendo momentaneamente una telefonata con un amico, le ho detto, aprendo il portone con il migliore dei miei sorrisi:
- "passi, vadi pure".
Un po' come dire "io e te non abbiamo bisogno di provare l'uno all'altro che siamo persone che hanno studiato: possiamo prenderci in giro reciprocamente"; ma in realtà quello che stiamo facendo è prendere in giro coloro che quel "vadi" lo usano.
Il fatto è che probabilmente nessuno in Italia crede, dopo la 5^ elementare, che "vadi" si possa dire: perché Fantozzi bene o male l'hanno visto tutti: e tutti hanno introiettato la scorrettezza di tale congiuntivo: tanto che se qualcuno ce lo dicesse, e quel qualcuno non fosse un nostro sòdale, lo guarderemmo con aria di profondo compatimento.
Esattamente come ha fatto la mia vicina, qualche giorno fa, quando, interrompendo momentaneamente una telefonata con un amico, le ho detto, aprendo il portone con il migliore dei miei sorrisi:
- "passi, vadi pure".
Etichette:
io
Notizie false (e tendenziose)
Ogtgi ce la prendiamo con tale Giulia Blasi, la quale su Donna Moderna ha scritto tutto un papiello per raccontare come e qualmente la Corte di Cassazione avrebbe riconosciuto la gelosia come attenuante in un omicidio, vale a dire una "motivazione valida per ammazzare la propria compagna", e come "questa sentenza della Cassazione ci riporta indietro di ventotto anni, al 1981, anno in cui finalmente scomparvero dalla nostra legislazione le attenuanti “per cause d’onore” in caso di omicidio".
Cazzate.
E cazzate pericolose, dato che inducono il lettore a pensare che di questi giudici non se ne possa proprio più.
Le cose stanno così, ve le spiego come le spiegherei a mio figlio: se qualcuno ammazza qualcun altro, prende 21 anni. Con il rito abbreviato ne prende 14, che quindi è la pena base.
Con l'aggravante dei motivi futili e abbietti, prende l'ergastolo; con il rito abbreviato prende 30 anni.
La Cassazione ha confermato la pena a 14 anni, ritenendo che la gelosia non sia un motivo abietto o futile: se infatti avesse riconosciuto tale aggravante, avrebbe dovuto dare 30 anni.
Ora, una cosa è dire che la gelosia è una "motivazione valida per ammazzare la propria compagna"; altro è dire che è un movente non abietto né futile.
Se la gelosia fosse una motivazione valida, l'imputato sarebbe stato assolto, come saprebbe la signora Blasi se avesse speso cinque minuti su Wikipedia (non chiediamo ai giornalisti che si occupano di roba giuridica di essere avvocati; ma wikipedia, santo cielo!).
La Corte ha semplicemente detto che non è un motivo abietto o futile.
Per intenderci, un motivo abietto è un motivo “che si radica in una particolare perversità o malvagità del reo, così da suscitare un profondo senso di ripugnanza e di disprezzo in ogni persona di media moralità”.
Giusto per capirci, ad esempio, sono considerati motivi abietti la vendetta trasversale e il sacrificio umano rituale: cose veramente tremende.
E futile il caso in cui, secondo il comune sentire, esista un’incredibile sproporzione tra la causa scatenante e l’evento: come l’omicidio per il posto nel parcheggio.
La gelosia è un movente come tanti altri: come la brama di denaro, la vendetta, l'invidia, la sete di potere. E' anzi, se ci pendsate, uno dei moventi più ancestrali e radicati nella nostra specie e nella nostra società, come ben sa l'appassionato di Colombo, Kojak o CSI.
quindi, in sintesi, nessuno, ma proprio nessuno, ha ritenuto la gelosia un'attenuante: semplicemente non è stata ritenuta un'aggravante.
Cazzate.
E cazzate pericolose, dato che inducono il lettore a pensare che di questi giudici non se ne possa proprio più.
Le cose stanno così, ve le spiego come le spiegherei a mio figlio: se qualcuno ammazza qualcun altro, prende 21 anni. Con il rito abbreviato ne prende 14, che quindi è la pena base.
Con l'aggravante dei motivi futili e abbietti, prende l'ergastolo; con il rito abbreviato prende 30 anni.
La Cassazione ha confermato la pena a 14 anni, ritenendo che la gelosia non sia un motivo abietto o futile: se infatti avesse riconosciuto tale aggravante, avrebbe dovuto dare 30 anni.
Ora, una cosa è dire che la gelosia è una "motivazione valida per ammazzare la propria compagna"; altro è dire che è un movente non abietto né futile.
Se la gelosia fosse una motivazione valida, l'imputato sarebbe stato assolto, come saprebbe la signora Blasi se avesse speso cinque minuti su Wikipedia (non chiediamo ai giornalisti che si occupano di roba giuridica di essere avvocati; ma wikipedia, santo cielo!).
La Corte ha semplicemente detto che non è un motivo abietto o futile.
Per intenderci, un motivo abietto è un motivo “che si radica in una particolare perversità o malvagità del reo, così da suscitare un profondo senso di ripugnanza e di disprezzo in ogni persona di media moralità”.
Giusto per capirci, ad esempio, sono considerati motivi abietti la vendetta trasversale e il sacrificio umano rituale: cose veramente tremende.
E futile il caso in cui, secondo il comune sentire, esista un’incredibile sproporzione tra la causa scatenante e l’evento: come l’omicidio per il posto nel parcheggio.
La gelosia è un movente come tanti altri: come la brama di denaro, la vendetta, l'invidia, la sete di potere. E' anzi, se ci pendsate, uno dei moventi più ancestrali e radicati nella nostra specie e nella nostra società, come ben sa l'appassionato di Colombo, Kojak o CSI.
quindi, in sintesi, nessuno, ma proprio nessuno, ha ritenuto la gelosia un'attenuante: semplicemente non è stata ritenuta un'aggravante.
Iscriviti a:
Post (Atom)
