lunedì 21 novembre 2011

Monoculi

Lo Stefano di questa mostra è uno dei più cari amichetti miei, ci ha le manine (vabbe', il diminutivo è una licenza poetica) d'oro e fa delle cose belle e inquietanti.
Espone all'Acquario Civico insieme a un'altra svitata quanto lui, e la mostra sta lì fino all'Epifania, per cui tempo per andarci ce n'è a strafottere.
L'ingresso è anche libero, per cui se avete un attimo di tempo perché non farci un salto?
Se poi ci andate alla vernice, il 2 dicembre, ci vediamo pure e ci beviamo a scrocco un bicchiere.


Fresche di giornata

Sulla homepage del Corriere oggi appare questa notizia.

domenica 20 novembre 2011

Quelli della decrescita

Di deficienti che pensano alla decrescita felice ce n'è una vagonata. La differenza rispetto agli indignados sta nel fatto che questi ultimi sono ragazzini viziati che manifestano contro le multinazionali filmando con l'iPhone le proprie maschere prodotte da Warner e comperate su Amazon, per poi caricare il video su Youtube; quelli della decrescita hanno invece un'allure ben più seria, e fanno finta di sapere cosa stanno banfando.
Uno di questi decrescenti figuri è Paolo Cacciari, noto (noto?) in quanto fratello di quell'altro a sua volta noto più per ciò che ha fatto in Brianza che per quel che ha combinato nella città di cui era sindaco; ma rischieremmo di divagare e quindi concentriamoci sul decrescente e sull'intervista recentemente rilasciata la quale, essendo ricchissima di corbellerie, è stata subito ripresa su un blog dell'unico foglio italiano il cui direttore riesce a dare dignità a Zio Tibia Sallusti: e non mi riferisco solo al fatto che Zio Tibia paga i propri collaboratori.
Il cerchio si chiude, dato che il tenutario del blog, tale (di nuovo!) Stefano Corradino, altri non è se non colui che ha intervistato il Cacciari: e lo ringraziamo dell'uno e dell'altro pezzo, che ci hanno regalato qualche quarto d'ora di divertita letizia.

Il problema, ora che ci siamo ripresi dalle convulsioni, è da che parte iniziare a dipanare l'aggrovigliata matassa di stronzate che ci hanno così allietato.
Forse potremmo cominciare dal Corradino e dalla sua affermazione Il baratto è la forma primordiale di economia. Solo al 620 a.C. (la data divide gli storici) sarebbe attribuita l’invenzione della moneta. Complimenti, Corradino! Lei ha letto Wikipedia ma, come cerco di insegnare a mio figlio, non basta copincollare, bisogna anche capire quello che si legge.
Vero è infatti che probabilmente verso il VII secolo a.c. nacque la moneta, ma intesa come coin, non come money. Non è che prima dell'invenzione della moneta metallica si usasse il baratto: si usavano i metalli preziosi, solo che li si pesava. E, guardi, per cose piccole si usava addirittura scambiarsi le conchiglie, il sale e mille altre cose; ma non si barattava quasi nulla, per l'enorme scomodità insita nel baratto.
Veda, Corradino: Lei sarà anche un giornalista pubblicista, e ci ha un blog sul sito di un quotidiano che certo non è tenero con la Chiesa, ma se avesse mai pensato di compulsare la Bibbia, o anche solo il sussidiario delle elementari, alle pagine sull'antico Egitto, si sarebbe reso conto che porre la fine del baratto nel VII secolo è una sciocchezza, e che nessuno storico si è mai diviso su tale opinione, e che è molto molto furbo mettere le mani avanti dicendo che la data divide gli storici al fine di mascherare in forma di contrasto storiografico la propria mancanza d'approfondimento. Metodo, quel di inventarsi di sana pianta le cose, peraltro dimolto utilizzato dal direttore della testata che ospita il blog.

Passiamo ora al Cacciari, che al lettore disattento (o fideisticamente prono a bersi tutto ciò che gli ammannisce la testata quotidiana, immerso in una permanente sospensione del senso critico) sembra ragionare con tanto di testa sule spalle. Ma proviamo a destrutturare il discorso: a sfrondare parentesi e incisi: a togliere un po' di pizzi e merletti per guardare la ciccia, insomma.
Abbiamo così agio di leggere stille di pensiero quali:
"Quando i manager dell’industria vengono pagati con le azioni e non con i fatturati industriali, allora si capisce bene che il sistema economico è semplicemente impazzito" (petizione di principio, caro il mio Cacciari: perché mi afferma ciò? A parte il fatto che quando mai i manager vengono pagati con i fatturati? al limite con gli utili; ma resta il fatto che ciascuno ha diritto di farsi pagare come meglio crede: magari anche in greggi di pecore. Lo sostiene Lei stesso, più sotto)
"Ogni debito ha il difetto di portarsi dietro un creditore che chiederà per se sempre qualche denaro in più del rendimento dei profitti industriali. E’ la crescita che produce il debito!" (confondere il saggio d'interesse con il tasso di crescita del PIL è cosa talmente idiota che può essere solo una vigliaccata retorica. Tana!)
"si possono creare e produrre dei beni, delle cose utili senza che assumano per forza la forma di merci" (complimenti: Lei mi ha scoperto che siamo parte di un'economia basata sui servizi. Mi compiaccio vivissimamente)
"Serge Latouche dice che dobbiamo “decolonizzare l’immaginario” e Gregory Bateson scriveva di “ecologia della mente”" (Estiquatsi!)
"il nuovo potente paradigma che ci indica come sia possibile transitare dalla società del possesso a quella dell’essere, dalla competizione alla cooperazione, dal saccheggio alla preservazione, alla sufficienza, all’abbastanza, alla frugalità." (Si risparmi di considerarmi cretino; e si rammenti che ci si dovrebbe sciacquare sempre la bocca quando si esce la carta "paradigma" per indicare una propria fantasia)
"noi siamo sicuramente scemi" (come dargli torto?)
"Il guaio è quando natura e lavoro diventano meri strumenti (coseificazione e alienazione) per l’accrescimento del capitale impiegato nei cicli produttivi. La famosa “distruzione creativa” schumpeteriana distrugge più di quanto non riesca a creare." ("paradigma" era più concreto: qui siamo alle parole in libertà senza controllo, ma sempre vestite di un qualche broccato che dovrebbe ingenerare nel lettore ammirazione e rispetto per il profondo intellettuale che le maneggia)
"Swadeshi, diceva Gandhi, per indicare l’autodeterminazione dei villaggi. Comunanze, si potrebbero chiamare, ma non chiuse, in reciproco, paritario rapporto tra loro. Bioregioni. Per un’idea di bioumanesimo planetario." (probabilmente beve: sarà contento Petrini).

Congediamo Cacciari, e torniamo al Corradino e al suo dotto articolo, ché non sarà certo uno strafalcione storico a sminuirne la profondità.
Il Corradino quindi ci propugna il ritorno al baratto, pubblicizzando anche una Settimana del Baratto che dovrebbe essere una gran figata, non foss'altro perché ci ha anche una pagina su Facebook.
Come scrive il Corradino, "In cambio di un soggiorno di uno o due notti gli ospiti canteranno, daranno qualche lezione di pianoforte, doneranno il loro olio e vino o un vecchio computer impolverato ma ancora funzionante. Nessun pagamento, nessun prelievo al bancomat nè anticipo contanti. Lo scambio è in natura" (e il grassetto è suo).
Bene, la volete sapere una cosa? Tutto ciò è vietato. Non si può fare, è illegale.
Si chiama evasione fiscale, e più precisamente evasione dell'Imposta sul Valore Aggiunto: perché l'IVA va pagata comunque, cari i miei bucolici nostalgici dei bei tempi che furono, quando si andava a far la spesa con qualche pecora nel borsellino. E francamente mi piacerebbe molto che, in quel B&B dove il gitante fa lezione di aramaico alla figlia dell'oste, a un certo punto entrasse un finanziere e pretendesse di vedere la fattura; e mi piacerebbe che i barattanti si guardassero nelle palle degli occhi esclamando: "ma come... non sapevamo... ma l'abbiamo letto sul giornale... ma perché non ce l'hanno detto..."; e mi piacerebbe, soprattutto, sapere come farà Saint-Just Travaglio a giustificare che sul proprio foglio sia stato pubblicato un invito ad evadere le tasse.

venerdì 18 novembre 2011

Il poeta e il contadino

Molti di voi rammenteranno che all'inizio dell'estate la Camera bocciò un disegno di legge costituzionale presentato dall'Italia dei Valori (lo trovate trascritto in questo mio vecchio post), con il quale si cancellava la parola "Province" dalla Costituzione, fregandosene altamente di come si sarebbe poi disciplinato il passaggio delle competenze (e dei bilanci, dei dipendenti, dei beni e via discorrendo) di questi enti apparentemente inutili ad altri enti presumibilmente più utili.
La proposta del partito di Di Pietro, infatti, si limitava a dire che a ciò ci si sarebbe pensato entro un anno con legge ordinaria. In parole povere, Di Pietro aveva presentato una proposta di legge per dare una mano di bianco su un muro che avrebbe dovuto essere costruito da altri, dopo l'imbiancatura.
Si trattava di un provvedimento demenziale, populista e demagogico, buono solo per fare quell'ammuina che permette di dire «Noi abbiamo fatto!!!» anche a chi non ha fatto un beato cazzo. Certo alcuni noti commentatori si sono indignati per l'astensione allora espressa dal PD: ma il loro sdegno non fa che rafforzare la convinzione che quella proposta fosse una sesquipedale cazzata.

Io questa cosa me la ricordo molto bene, perché mi ci ero dimolto indignato pur io, anche se nel senso opposto a quello dei commentatori sopra richiamati. E pertanto doppiamente gradita mi è risultata questa frase contenuta nelle dichiarazione programmatiche del Governo Monti:
Il riordino delle competenze delle Province può essere disposto con legge ordinaria; la prevista specifica modifica della Costituzione potrà completare il processo, consentendone la completa eliminazione, così come prevedono gli impegni presi con l’Europa.
Prima si costruisce il muro, poi lo si imbianca.

mercoledì 16 novembre 2011

Il medioevo prossimo venturo

In questi giorni (e da ultimo in particolare in molti commenti al mio post precedente apparsi sul socialcoso fighetto) si risente parlare di speculazione finanziaria e di ricchezza finanziaria, come se tutto ciò che esce dalla "finanza" sia un qualcosa di diverso e contrapposto a tutto ciò che esce dall'"economia reale".
Mi rendo conto che ciò che all'inizio appariva come una mera semplificazione giornalistica è divenuta, nelle menti del grande pubblico, una realtà oggettiva e indiscutibile: da una parte l'operaio (che essendo operaio è per definizione operoso) e il contadino (operoso in quanto diretto discendente del bove); dall'altra il finanziere in ghette e cilindro uscito paro paro dalle pagine di Brecht, il cui unico scopo nella vita è di impoverire i ceti produttivi per arricchirsi smodatamente.
Il buffo di tutto ciò è che spesso coloro che si convincono di questa banalità del male sono gli stessi che non si fanno scrupoli di depositare i propri sudati risparmi sul conto arancio offerto da una multinazionale olandese, al solo fine di spuntare qualche decimo di punto in più sul saggio degli interessi attivi, contravvenendo così ai precetti che dal Deuteronomio, su su fino a San Tommaso, vietano qualunque forma di interesse in quanto usurario.
Bisogna quindi decidersi: o si accetta il concetto che il denaro non può produrre denaro (e quindi si chiudono i conti correnti, si nazionalizzano gli appartamenti messi a reddito, si cancellano con un tratto di penna le polizze vita e i fondi pensione), o si ammette che rispetto alle tesi del Doctor Angelicus è passata un po' d'acqua sotto i ponti.
Non c'è nulla di male nel voler vivere in un mondo più semplice, nel quale non esistono le assicurazioni e se la casa brucia si chiede aiuto ai vicini per ricostruirla. Va benissimo desiderare una vita nella quale si vive del proprio, e quando arriva un momento di difficoltà (o magari si vuol comperare casa) i parenti fino al sesto grado si fanno in quattro per darti i soldi necessari, che poi verranno restituiti pian piano con il ricavato del proprio lavoro di lanaiuolo. Beninteso, va benissimo se hai parenti fino al sesto grado, e se costoro ti aiutano; altrimenti sei un po' nella merda, e campi di patate. Anzi no: le patate qui non sono ancora arrivate.

lunedì 14 novembre 2011

Sovranità popolare e mercati finanziari

Si è molto discusso in questi giorni sull'antinomia tra politica e finanza e sul vulnus che la caduta del governo Berlusconi, e ancor più l'incarico a Mario Monti, avrebbero inferto alla democrazia parlamentare e persino alla stessa sovranità dell'Italia.
Il concetto, espresso con varie sfumature sia da destra che da sinistra, è questo: dal momento che il cambio di governo non è stato deciso da un voto del Parlamento sovrano, bensì eterodiretto dalle istituzioni europee, a loro volta costrette dalla speculazione finanziaria, ecco che in Italia avremmo un'abdicazione della sovranità del popolo in favore della sovranità dei mercati. In altre parole: accettando (e anzi propugnando) la nomina di Monti a capo del Governo, Napolitano avrebbe sancito la rinuncia al principio «una testa (di un cittadino italiano) un voto» in favore del principio assai meno democratico «un milione di dollari (di uno speculatore dovunque egli sia) un voto».
È questa, invero, una ricostruzione suggestiva: è indubbio infatti che la crisi del governo sia nata per l'impossibilità di affrontare le tempeste ribassiste sui titoli di Stato, ed è parimenti indubbio che il Parlamento, con le notevoli eccezioni di Lega e IDV, sia pur diversamente sfumate, si stia apprestando a concedere a Monti una sorta di mandato in bianco. È pure vero che l'impressione tratta dalla lettura dei giornali, nella scorsa settimana, è che venti bps di oscillazione sullo spread dei titoli di Stato sembrano oramai contare sulle scelte del Paese molto di più che un milione di voti. E questo non è punto bello.

Diametralmente opposta la posizione bersanian-casiniana secondo la quale quando la casa brucia si chiamano i pompieri senza preoccuparsi troppo dei dettagli, e poi, una volta che l'incendio si è spento, si cerca di salvare il salvabile e di ricostruire quanto è bruciato. Sono queste considerazioni di buon senso che però non risolvono, né tantomeno affrontano, il problema di fondo: è giusto, è accettabile che un oscuro trader di una banca d'affari caymanese abbia più potere di mille cittadini italiani nella scelta dei Governi della Repubblica?

Molti commentatori oggi sui giornali si muovono tra i due poli di questo dilemma, e anche i più fervidi difensori della scelta Monti puntano sull'emergenzialità della situazione finanziaria internazionale disegnando uno scenario di necessità, nel quale le regole possono essere legittimamente stiracchiate pur di salvare la barca che affonda; in tal senso, fra l'altro, va letta l'esigenza di non procedere allo scioglimento delle Camere e alle conseguenti elezioni anticipate in quanto, si afferma, durante la campagna elettorale il Paese rischierebbe seriamente di portare i libri in Tribunale.
In realtà le cose non stanno proprio così: l'analisi sopra riportata pencola vistosamente fin dalle fondamenta, e questo fa sì che tutte le successive conclusioni siano da riverificare.
Affermare che il Governo Berlusconi sia caduto per effetto della speculazione finanziaria è, semplicemente, falso. Il Governo Berlusconi è caduto per ben altri motivi: è caduto perché in buona sostanza non è esistito e non ha governato. Occupandosi unicamente di togliere le castagne dal fuoco al proprio leader, il Governo in questi tre anni e passa si è occupato principalmente di questioni del tutto estranee agli interessi del Paese: processi brevi, processi lunghi, intercettazioni, via via fino all'allentamento di vincoli in materia di riciglaggio (nei primi giorni) e alla modifica delle norme sulle quote di successione dei legittimari (negli ultimi giorni). Il tutto avrebbe anche potuto avere un senso, purché l'attenzione sui provvedimenti ad personam non facesse perdere la concentrazione sulla crescita economica, la lotta alle evasioni e la messa in sicurezza dei conti pubblici. Di questo però a Palazzo Chigi se ne sono strafregati, come icasticamente dimostrato dallo squallido balletto agostano in cui, di fronte a una situazione oramai avvitata, Tremonti *ha uscito* dal cappello, tra mille cazzate, un provvedimento tanto finanziariamente inutile quanto squallidamente ideologico quale l'abolizione delle festività civili.
Questa dimostrata insipienza è quella che ha dato la stura ai mercati, i quali di fronte al fallimento della politica di un'intera Nazione non fanno altro che prendere atto della situazione e traggono le proprie conclusioni.
L'uomo della strada pensa che i mercati finanziari siano una moderna versione dei Savi di Sion: una specie di cupola ultramafiosa in cui i capi delle grandi Banche mondiali si riuniscono, magari in qualche località sperduta del Colorado o della Svizzera, e decidono tutti insieme quale Stato rovesciare nel corso della settimana successiva. Dopodiché i trader vengono informati delle decisioni dall'alto e cominciano a vendere BTP con la velocità di criceti nella ruota, sperando che il banco salti (probabilmente questo mito ha presa in rete anche perché richiama un po' la struttura di un DDoS, che fa molto fico).
In effetti le cose non stanno così, e non stanno così per un motivo molto semplice: in ogni transazione finanziaria c'è chi compra e chi vende, e pure chi ci perde e chi ci guadagna: se compro e poi il titolo sale ho vinto, se compro e poi il titolo scende ho perso. La fortuna della singola banca, e giù giù fino al singolo trader, è quella di prevedere le mosse dei mercati meglio e prima degli altri, ed per questo che è inconcepibile un cartello finanziario di dimensioni tali da affossare uno Stato che bene o male è ancora membro del G8.
Niente cupola, quindi: semplicemente la constatazione, prima da parte di pochi e poi via via da parte di tutti, che il Governo italiano stava andando definitivamente in vacca, con conseguente corsa a liberarsi delle esposizioni verso quel Paese.
I Ferrara e le Santanché lamentano che la speculazione finanziaria abbia di fatto rovesciato il voto popolare; ma questa posizione è identica a quella di chi abbia costruito una casa abusiva sul greto di un torrente e se la veda trascinare via dalle acque alle prime piogge: l'errore l'ha fatto lui, non il fiume.
Così nel caso che ci interessa l'errore l'hanno fatto gli italiani: da quelli che hanno creduto a Mariotto Segni, quando prometteva loro che il bipolarismo li avrebbe fatti padroni del loro destino, giù giù fino a quelli che ancora ieri scendevano in piazza per riaffermare la favola della figlia di Mubarak o che nei bar ti spiegano che Berlusconi è stato vittima del signoraggio bancario.
E' la seconda volta in meno di un secolo che la totale incapacità degli italiani a distinguere uno statista da un cialtrone porta il Belpaese a mettere a rischio la stabilità dell'Europa intera: ed è solo perché in fondo vale sempre lo stereotipo dell'italiano pizza-spaghetti-mandolino -e quindi simpatico mattacchione- che ancora gli altri popoli europei non cominciano a chiedere ai loro governanti di trattare noi allo stesso modo in cui Churchill voleva trattare la Germania uscita sconfitta dal II conflitto mondiale (suddividerla in decine di piccoli staterelli dediti al pascolo delle vacche).

Insomma: nessuno ci ha imposto di rinunciare a una fetta della nostra sovranità, e quindi Mario Monti non è il leader di un colpo di Stato ordito dalle plutodemocrazie giudaiche internazionali: questo è un mito che lasciamo che Ferrara (troppo intelligente per crederci) ammannisca ai suoi lettori. Le cose stanno assai diversamente: il resto del mondo ci ha detto: «fate come cazzo credete, ma noi vi molliamo». E noi, che oltre ai 28 Ottobre abbiamo avuto anche dei 25 Luglio, abbiamo aperto gli occhi all'ultimo momento utile e ci siamo rassegnati ad ammettere che per tanti anni siamo stati un ammasso di deficienti invasati, poveri sciocchi inseguitori un'insegna i cui colori non comprendevamo. E così noi, non i trader caymanesi, abbiamo cambiato: meglio tardi che mai.

mercoledì 9 novembre 2011

Elogio della modernità

Siamo nel 2011 (quasi 2012) e l'edizione online del principale quotidiano nazionale riesce a mettere impunemente sulla sua home page la notizia che alla figlia di un noto cantante piacciono le femmine.
E: no, l'aver messo la parola proibiti tra caporali non giustifica comunque l'uso della medesima.

martedì 8 novembre 2011

Buone notizie?

Per l'Inps era totalmente cieco e da oltre quindici anni percepiva una pensione d'invalidità totale, compresa un'indennità di accompagnamento. I carabinieri di Bergamo lo hanno arrestato mentre faceva giardinaggio nella sua abitazione, dopo averlo pedinato per sei mesi mentre passeggiava con la moglie, aiutava un amico a parcheggiare l'auto e montava l'ombrellone sulla spiaggia per ripararsi dal sole. In manette è finito un uomo di 68 anni, originario della Bassa Bergamasca, con l'accusa di truffa aggravata e continuata. I militari lo controllavano da aprile, dopo una segnalazione arrivata in caserma. L'uomo era stato dichiarato cieco totale nel 1995 e da allora, secondo le indagini, aveva percepito indebitamente dall'Inps una somma pari ad oltre 150 mila euro. L'uomo si trova ora agli arresti domiciliari.
Il candidato, dopo aver letto questa notizia, indichi verso quali soggetti debba indirizzarsi la propria indignazione e i relativi motivi.

sabato 22 ottobre 2011

La coerenza delle proprie idee

E' oramai da un bel po' di tempo che questo blog* ha intrapreso una sua campagna di moralizzazione per mettere in guardia le genti dal fare dichiarazioni o compiere azioni senza pensare alle conseguenze di ciò che si dice o si fa. Roba del tipo che plaudere alla pubblicazione di intercettazioni sulla vita privata della gente, solo perché quella gente ci sta un po' sul cazzo, potrebbe dimostrarsi una mossa poco astuta se un giorno qualcuno pubblicasse le telefonate nostre o di qualcuno che ci sta simpatico e va a travestiti, per esempio.
Il concetto alla base di questa campagna è che, seppure sia vero che solo gli scemi non cambiano mai idea, la coerenza è comunque un valore di una certa importanza: e chi smentisce oggi quello che diceva ieri dovrebbe dichiararlo apertamente, che sta dicendo il contrario di quanto aveva affermato, perché in caso contrario rischia di apparire nient'altro che un povero cialtrone.
Certo, talvolta la ritrosia e la timidezza impediscono di fare quel minimo di autocritica: in tal caso però bisogna confidare che i propri lettori apprezzino questo atteggiamento -come dire- virginale, e comprendano da soli che l'autore ha cambiato idea, si è pentito, ma non vuole dirlo per non parlare troppo di sé annoiando il suo pubblico e apparendo un inguaribile presuntuoso.

Vittorio Zucconi si trova proprio in questa situazione: oggi ha pubblicato un post nel quale dice peste e corna di Minzolini, il quale ha pubblicato sul proprio TG tante immagini di Gheddafi massacrato. La cosa, dice giustamente Zucconi, è inammissibile, dal momento che il TG1 entra nelle case, all'ora di cena, e lo si può guardare anche quando non lo si vuole espressamente vedere.

Vittorio Zucconi è il direttore di Repubblica.it, esattamente come Minzolini è il direttore del TG1.
Repubblica.it ha pubblicato una caterva di foto e filmati di Gheddafi massacrato, esattamente come ha fatto il TG1. Lo ha fatto anche in home page, che è la pagina dove si va a finire, da casa o dal posto di lavoro, prima ancora di sapere quali saranno le notizie del giorno; perché nella home page di repubblica.it ci vanno tutti, ma proprio tutti, e molti addirittura ce l'hanno come pagine iniziale, quella che viene caricata a prescindere.
Vittorio Zucconi evidentemente ha capito di aver fatto una minchiata, ma dato che è timido non vuole esternare questo suo pentimento. Lo facciamo noi per lui, lieti del fatto che da oggi in poi repubblica.it non avrà più né foto di morti, né titoli sensazionalistici, né colonnini infami, né donne poco vestite.
Grazie, Vittorio: ce ne hai messo un po', di tempo, ma alla fine hai capito.




* che poi sono io, lo so io e lo sapete voi. Ma spersonalizzare fa sembrare il tutto una cosa coi controcoglioni.

mercoledì 19 ottobre 2011

Lo Stato di diritto secondo Gilioli

Secondo il nostro tribuno preferito (che oramai ha di gran lunga sorpassato Travaglio nella nostra personale classifica tribunizia), avvalersi della facoltà di non rispondere -che viene riconosciuta a qualunque imputato o indagato per un elementare principio di civiltà giuridica- non è l'esercizio di un diritto, bensì una soperchieria della Casta.

Circuito, cortino.

Anche Leonardo oggi si spende in un lunghissimo pippone sugli insurrezionalisti incappucciati e su come e qualmente costoro condividano con i terroristi d'antan l'ideologia ma non la metodologia.
Il Disagiato, pure lui, si spende per far notare che nel mondo reale del Grande Centro Commerciale la gente non parla di manifestazioni e devastazioni, ma di cose assai più concrete quali la tassa sui rifiuti, mentre sui blog è tutto un fiorire di analisi e interpretazioni sui nuovi ribelli.

In realtà, se volete sentire la mia opinione, questo episodio altro non è che l'ennesima prova della stretta e imprescindibile correlazione intercorrente tra il mondo dei blogger (o come diavolo si chiamino, adesso che i blog sono fuori moda) e stampa. Quella bella vecchia stampa che i pestatori di tasti in rete continuano a sognare di sostituire con le notizie provenienti dal basso, con il giornalismo individuale e con la ricerca personale delle fonti e delle interpretazioni.
E invece niente, ecco che tutti cascano sempre in quel brutto vizio di prendere gli articoli di Repubblica e di scriverci sopra un pezzo, magari per dire che Repubblica fa schifo.
Il fatto è che il blogger, il quale spesso pensa di essere uno strafico giustiziere dei torti e un analista finissimo della realtà che Jack Ryan a lui gli fa una pippa, alla fin fine ha una vita di merda come quella di tutti gli altri: va al lavoro o allo studio, mangia un panino a mezzogiorno, la sera fa la spesa o va all'aperitivo e magari qualche volta esce per un cinemino o si tromba un travestito sui viali. Tutte cose belle e utili, per carità, ma assai poco interessanti per il resto del mondo.
E così il nostro blogger, che di suo fa una vita normale (e quindi abbastanza di merda, mediaticamente parlando) si attacca ai giornali e si beve avidamente tutto ciò che questi gli ammanniscono, perdendo financo quel minimo di senso critico che il normale lettore del Bar Sport mantiene.
Il normale impiegato delle poste, una volta vista la foto del ragazzotto che lancia un estintore, pensa «che pirla, a lanciare un estintore e farsi beccare», e poi se ne va a leggere le pagelle della Inter.
Il giornalista cerca di riempire quel lancio dell'estintore di significati reconditi, di scavare nell'intimità del giovine, nei turbamenti del padre, nel tessuto sociale del piccolo paese, negli studi compiuti e nei precedenti (precedenti?!?) per droga. Il giornalista ci ha delle pagine da riempire, e sa che questo tipo di cose appassiona il pubblico assai più della liberazione di un soldato rapito di cui non frega un cazzo a nessuno salvo che a Fiamma Nirenstein.
Il pubblico legge, si divaga, esattamente come si divaga quando legge delle avventure di Fabrizio Corona o risolve il Sudoku, dopodiché con il giornale ci va a incartare il pesce.
Il blogger no, lui non può disinteressarsi, deve dare il suo prezioso contributo, e ribadisce a pappagallo quello che hanno scritto quei giornali che segue in rete, cambiando qualche parola qua e là e offrendo il fondamentale contributo integrativo della propria storia personale: da quella volta che andò in manifestazione e si spararono i lacrimogeni, all'epico episodio della carica della polizia, che se lui non fosse stato più che furbo (era andato al bar a fare una partitina a Defender) l'avrebbero preso e arrestato.

Io vi dico come la penso: i vandali sono solo vandali, non terroristi. I giornali montano la vicenda perché questo fa vendere copie, e anche perché disegnare scenari apocalittici in questo momento serve agli editori simpatizzanti dell'una e dell'altra parte politica. La gente comune capisce che è tutto un parla-parla, commenta con un paio di battute a torna a preoccuparsi della scuola dei figli. Resta il blogger, imprigionato in questo meccanismo presenzialista, costretto a cucire interminabili tele di penelope per avere, anche oggi, l'occasione di fare un po' di accessi e di far rammentare del proprio esistere.

mercoledì 12 ottobre 2011

Una foto val più di mille parole

Gia qualche tempo addietro avevo espresso dei giudizi non pienamente lusinghieri su quei ragazzetti figli di papà che si fanno chiamare indignados e che hanno quale unico progetto per il loro agire l'andare in giro con la faccia coperta dalla maschera di un signore baffuto.
Questi giovini, che non sanno niente di credito, di debito, di economia e probabilmente neppure di calcio, hanno avuto oggi la bella pensata di andare a manifestare davanti alla Banca d'Italia per farsi dare un po' di mazzate e poter così sfoderare l'arma vincente di chi non ha nulla da proporre: il vittimismo gratuito.
E difatti la vittima è arrivata, in persona di una ragazzina che si è presa una manganellata o calcio nei denti e, povera lei!, si è spaccata il labbro: il che probabilmente dovrebbe dimostrare che la polizia di oggidì non ha nulla a che invidiare a quella cilena di Pinochet, nell'immaginario dei buffoni, mentre a me ricorda la luminosa figura di SCF, nota attivista del Fronte della Gioventù dei miei tempi, poi coniugata RDC, la quale era usa andare al mercato dei libri usati di Piazza Vetra di MLS e DP, con una maglietta con la croce celtica, per farsi rullare di cartoni e gridare alla sinistra violenta.
Ma, espressa la nostra umana solidarietà alla labbrolesa, soffermiamoci un secondo sulla fotografia che ritrae quei bei tomi davanti alla Banca d'Italia di Bologna, e che in altra foto vediamo addirittura portare in processione la statua di Santa Insolvenza e slogan quali «Not Our Debt».
Potremmo credere che sia gente che si pasce di parole quali "riduzioni dei consumi" "decrescita felice", "no al capitalismo", e probabilmente se ne pascono, come mi dice un amico che sa il castigliano e che mi assicura che il secondo cartello da sinistra, nella foto grande, ci esorta a considerare come il capitalismo non funzioni e che la vita sia altra cosa.
Ma come presentano le loro rivendicazioni, costoro? Non su un normale foglione di carta, come si faceva ai miei tempi, bensì sulla sagoma dell'oggetto più fighettisticamente capitalistico che ci sia: un telefonino al succo di mela.
L'unico che sembra aver mantenuto i piedi per terra è il primo figuro, quello che ha un normale tabellone bianco. Sul quale sta scritto: «NO al prestito d'onore».
Il quale prestito d'onore dev'essere una cosa ben cattiva, se l'indignato ci si intigna. Sarebbe bello che ci spiegasse anche il motivo della sua contrarietà, dato che a casa mia il prestito d'onore è quello che si dà, sulla sola parola, a chi non ha mezzi per studiare o aprire una piccola attività, né garanzie da offrire a un istituto finanziatore, e che consente a chi parte svantaggiato di risalire la scala sociale. Faticosamente, certo, ma meglio una scala mobile ferma che un'arrampicata sulla parete liscia.
Al manifestante questa cosa non devono avergliela spiegata: lui il prestito d'onore non l'ha chiesto e quindi non si è accattato l'iPhone, il che spiega perché mai il sua cartello sia più bruttino degli altri.

giovedì 6 ottobre 2011

Stare scomodo

Ieri ho pronunciato un discorso (che si dovrebbe chiamare elegia, ma io ho fatto lo scientifico) davanti ad alcuni amici e a una cassa.
Gli amici hanno ascoltato con viva attenzione e partecipazione, mentre la cassa se ne stava lì, a fare la cassa. Sono certo che tra gli amici ce ne erano alcuni profondamente convinti che il contenuto della cassa non esaurisse ciò che era stata colei che era l'oggetto del discorso. Forse (ma di questo non sono certo) ce ne erano alcuni altrettanto convinti che lei e il contenuto della cassa coincidessero perfettamente.

Credere è una grande fatica, ma anche una grande consolazione in certi momenti, quando senti il bisogno di dire ancora qualcosa a chi non può più sentirti: sapere che l'amore non finisce nel momento in cui si avvita il coperchio della cassa, o anche solo sapere che quel discorso è stato ascoltato non solo dagli amici vivi, ma anche da un residuo di colei per la quale ci eravamo riuniti, ecco questa cosa sarebbe di enorme conforto.
D'altro canto anche credere che la persona umana coincida con un numero spropositato di cellule interconnesse e di correnti elettriche che le circondano può essere altrettanto consolante: l'ateo convinto, quello che SA che Dio non esiste, non si fa tanti problemi. Con l'ultimo respiro tutto è finito, e poi saranno fatti altrui smazzarsi quel che resta. Chi se n'è andato non è nella cassa: non esiste più e quindi dal suo punto di vista è come se non fosse mai esistito: tutto ciò che ne resta sono dei collegamenti elettrici nel cervello di chi l'ha conosciuto, e dei rapporti giuridici da sistemare.

Sono, quella di chi crede e di chi nega, due certezze che sono parimenti atti di fede. E' atto di fede credere in un Dio buono e misericordioso (o anche in un Dio distante e vendicativo), ma è anche atto di fede credere che quel Dio non esista.
L'ateo razionalista confonde la ricerca di Dio con un processo penale: dato che nessuno può fornire la prova della Sua esistenza, ecco dimostrato che Dio non esiste. Ma questo argomento può funzionare, per l'appunto, in un processo penale, dove esiste il principio in dubio pro reo e dove in caso di mancato raggiungimento della prova si assolve.
Ma la vita e l'universo non sono un'aula di giustizia, il credente non è un imputato e l'esistenza di Dio non è una prova da raggiungere. Senza prendere esempi domestici e recenti, credo che quasi tutti coloro che leggono siano convinti che O.J. Simpson abbia ammazzato sua moglie, anche se non è stato possibile provarlo. E' un principio di civiltà giuridica ("meglio cento colpevoli fuori piuttosto che un innocente dentro") il fatto che egli sia stato assolto in mancanza di prova, ma la sostanza dei fatti è che la moglie l'ha ammazzata comunque.
Ridurre il problema dell'esistenza di Dio alla ricerca di una prova è sciocco, riduttivo ed arrogante: se veramente esiste un Dio onnipotente che non vuole farsi vedere, come fa un piccolo uomo a pretendere di stanarlo con le armi di una logica fallace (nel caso di Odifreddi la logica vien meno, e rimane solo il "fallace")?

Di contro, altrettanti dubbi vengono guardando l'altra faccia della medaglia. Ammettendo che esista un Dio infinitamente buono e potente, come diavolo è possibile che la sua bontà e potenza siano state utilizzate solo per far scrivere qualche libro sacro e per guarire alcuni ammalati? Perché, santo Cielo, con tutto quello che succede nel mondo, con tutte le guerre, i campi profughi, le sofferenze, le violenze e le povertà, la potenza di questo Essere si limita a far piangere qualche statua e togliere qualche Parkinson? Meglio allora pensare che Egli non agisca per nulla sul mondo; ma se non agisce ecco che la Sua infinita bontà non ha più ragion d'essere. Come è possibile che quel Dio infinitamente buono ci chieda di essere buoni e caritatevoli, di fare sacrifici e rinunce, e poi non alzi quel dito che potrebbe risolvere d'un colpo solo tutti i mali del mondo?
E però anche questa non è una prova della sua inesistenza, perché potrebbe essere che quello che noi crediamo male in realtà sia la nostra interpretazione fallace di qualcos'altro: il cane che viene portato dal veterinario pensa che quel signore voglia farlo soffrire, ma solo perché non ha gli strumenti cognitivi per comprendere che quel male è in realtà un bene.

Certo, l'ateo crede di partire da una posizione di vantaggio, dato che in assenza di qualunque prova dell'esistenza di Dio è più logico credere alla sua inesistenza, ma di contro egli è come un testimone che afferma che il semaforo era rosso quando 99 altri testimoni l'hanno visto verde. E' possibile che egli abbia ragione, ma se la stragrande maggioranza dell'umanità crede, be' allora la persona un minimo intelligente ha il dovere di porsi il dubbio di essere in torto: pensare di essere l'unico depositario del vero in un mondo di cretini è un atto perlomeno arrogante, e magari il daltonico sei tu, non gli altri 99 testimoni.

Ecco: in tutto ciò io sono lì, in mezzo. Ho pronunciato quel discorso con la speranza che il contenuto di quella cassa non esaurisse tutto ciò che lei era stata, ma è solo una speranza, non riesco a crederci.
E' un po' come avere in tasca un biglietto della lotteria: qualcuno per il fatto di aver quel biglietto si considera già ricco; qualcun altro conoscendo le probabilità di vittoria considera che il valore di quel biglietto sia nullo o quasi.
Io il biglietto ce l'ho, e non so cosa pensare se non che devo attendere l'estrazione; ma dato che l'estrazione avverrà il giorno in cui nella cassa ci sarò io, ecco che questa lunga attesa diventa insopportabile.

martedì 4 ottobre 2011

Dopo

Il post di questo pomeriggio mi è costato moltissimo.
Non a scriverlo: mi è venuto di getto, senza praticamente una correzione, salvo un presente nella prima parte che ho dovuto modificare dopo.
Il fatto è che da più di un anno quel post mi pesava dentro: sapevo che a un certo punto sarei stato di fronte alla scelta se tenerlo solo per me o pubblicarlo, e così per più un anno ho riflettuto su questo momento, che avrei vissuto davanti allo schermo: era un modo per pensare in modo meno crudo al momento che avrei vissuto ai piedi del letto.
Qualcuno potrà sdegnarsi perché un post su un blog non è il modo ortodosso per dare un certo tipo di annuncio: a costoro ho già risposto con il post di stamane che, come mi ha scritto una persona per nulla ignava, bensì molto discreta e che mi è stata vicino fin dall'inizio, era come una smentita arrivata prima del comunicato da smentire: come un neutrino, insomma.

Il peso vero l'ho portato perché quell'annuncio è nel mio stile, non nello stile di Mad: lei me lo avrebbe impedito con tutte le sue forze, ma io ho voluto farlo lo stesso.
La cosa prima o poi sarebbe comunque venuta fuori: anche un anno fa, quando Mad era stata in ospedale per due mesi, mi ero arrampicato sugli specchi per inventare qualche storia da raccontare a coloro che non l'avevano vista più scrivere sul coso.
Prima o poi se ne sarebbe parlato, magari travisando e tirando fuori un mare di sciocchezze, come tante altre volte abbiamo visto succedere. Meglio dirla tutta, quindi, subito.

Ci sono poi le manifestazioni d'affetto: ne ho ricevute tantissime, o meglio le ha ricevute lei per mio tramite. Un paio di persone le ho sentite al telefono, e piangevano come vitelli per una persona mai conosciuta; altri hanno scritto di aver pianto come vitelli, e sono certo che sia così.
Io, a mia volta, mi sono commosso profondamente leggendo alcuni dei tanti messaggi che ho ricevuto oggi: messaggi che dimostrano l'affetto, l'amicizia e l'amore (usiamola, questa parola, quando ci vuole) che molti di voi provavano e provano verso di lei e verso di me.
Credo che questa pienezza di sentimenti assolva la violenza che ho fatto a Mad nell'andare consapevolmente contro la sua volontà. Io non ho il dono della fede che lei aveva: ma se lei dovesse aver ragione, e se potesse leggere quello che ho letto io oggi, sono certo che mi perdonerebbe e che proverebbe una sincera gioia nel vedere quante persone le sono state vicino con il cuore: persone tutte verso le quali anche lei provava sentimenti fortissimi.

Sono certo che mi capirete se non ho risposto alle mail, ai DM e agli SMS: l'unica cosa che avrei potuto scrivere oggi sarebbe stata un insipido "grazie"; spero di avere il tempo, la voglia e anche un po' la forza di rispondere a ciascuno individualmente, ma ci vorrà un po'.
Alcuni mi hanno chiesto dei funerali: sono cose che si chiedono al momento, ma poi sappiamo che la vita, gli impegni e tutto quanto ci portano altrove; e poi in fondo basta il pensiero.
Sul serio: non c'è alcun bisogno che alcuno si senta obbligato a fare atto di presenza. Non serve a me, non serve a lei, non serve a voi.
So però per certo che qualcuno ci tiene davvero, al di là della frase di circostanza o dell'arroganza del bel gesto; so pure che qualcuno può aver buttato lì l'amo per educazione, ma magari si è già pentito: a questi ultimi voglio dire che li capisco perfettamente e che non mi riterrò minimamente offeso o deluso qualora nel frattempo ci avessero ripensato.
Dato che non posso distinguere tra i primi e i secondi, e dato che nel bailamme di oggi rischio di essermi perso qualcuno, prego tutti coloro che fossero fermamente intenzionati a venire di manifestarmi nuovamente (anche se l'hanno già fatto) o ex novo la propria intenzione con un DM, una mail, un piccione viaggiatore. A chi mi scriverà risponderò non appena avrò le coordinate precise: per ora posso solo dire che sarà mercoledì, probabilmente di mattina, dalle parti di via Washington.
Buonanotte, e grazie ancora.

lunedì 3 ottobre 2011

Due anni

Tutto cominciò due anni fa, nel modo più stupido che si possa immaginare.
Ebbi una discussione, per motivi tutto sommato futili, sul blog di una frequentatrice del socialcoso alla quale dovevo esser risultato molto antipatico. La cosa non meriterebbe di essere ricordata se non fosse che a seguito di quello scambio di contumelie M. mi scrisse un messaggio per rappresentarmi il suo punto di vista sull'argomento che aveva originato lo scambio d'opinioni.
Fino ad allora M. era stata solo un'altra socialcosista, una tipa un po' strana, molto riservata e che parlava di cose che per lo più non capivo, come moda e sfilate. Fino a quel momento i nostri rapporti si erano limitati a qualche battuta, e a una sua serrata critica alla qualità delle mie stoviglie.
Sapete come succedono queste cose: si inizia una corrispondenza telematica, che poi diventa telefonica. A un certo punto ci si incontra; e incontrare M. fu tutt'altro che facile, dato che lei era riservatissima. Ma tanto insistei che alla fine cedette, una sera di Sant'Ambrogio.
Il primo impatto non fu granché positivo, anche perché io al primo incontro non sono mai stato un granché. Persi tempo a parlare di cose mie, spesi qualche parola sull'altra socialcosista: e questa cosa M. me l'ha sempre rinfacciata, bonariamente.
Insomma: le cose andarono male, ma io insistei e insistei, e così il primo gennaio ci mettemmo insieme.
Dopo due settimane a casa di M. c'erano due spazzolini da denti.

Poco dopo M. cominciò a zoppicare, per uno strappo o qualcosa di simile. Lo strappo non guariva, ma M. aveva una paura fottuta dei dottori, e solo dopo qualche mese, imponendomi di forza, ottenni che si lasciasse visitare e fare una radiografia, da cui emerse che lo strappo non era uno strappo.
M. con i dottori non ci voleva nemmeno parlare, e così fui io a dirle questo, come fui io a dirle che si trattava di un tumore, e poi che quel tumore era maligno.
A luglio iniziarono le cure, ma oramai la cosa era andata così avanti che l'osso si ruppe, e gliene misero uno nuovo di pacca.
Io passavo gran parte del tempo in ospedale, grazie anche al fatto che mio figlio era in vacanza in montagna: lei era immobilizzata, e quindi io le leggevo le lettere demenziali di Veltroni e gli articoli lunari di Severgnini, tanto che ci divertimmo a scrivere delle finte lettere e dei finti articoli, litigando sulla scelta dell'espressione più colorita.
Pian pianino le cose andarono meglio, M. ricominciò a camminare, per quanto certo non corresse, e intanto faceva la terapia che avrebbe potuto iniziare assai prima.
Facevamo una vita molto casalinga, un po' per il suo carattere e un po' per i postumi dell'operazione alla gamba. Nel frattempo la terapia le aveva fatto perdere i capelli, ma lei non si fece mai vedere da me senza la parrucca, che teneva anche a letto e persino durante il giorno, quando era sola, per paura che entrassi in casa a sorpresa, come spesso facevo, e la vedessi in quello stato poco elegante.
Qualche tempo fa fummo invitati a una mangiata in campagna da un altro socialcosista: a M. sarebbe piaciuto partecipare, e oramai si era ristabilita abbastanza da poter viaggiare senza problemi. Alla fine decise di declinare l'invito, non volendo farsi vedere con la stampella e la parrucca, e temendo che qualche malalingua un giorno potesse prenderla in giro.
Ad agosto ci siamo fatti l'unica vera vacanza della nostra relazione: siamo andati a Gressoney, io, lei e il cagnone. Fu una settimana piacevolissima, anche se per la prima volta la nuova terapia le dava un po' di nausea.
Fu in montagna che cominciammo a vedere le puntate di Fringe, che la fidanzata di un altro socialcosista elegante le aveva consigliato, e che ci appassionò entrambi.

Una settimana fa stavamo vedendo una puntata della terza serie quando, malgrado il mio daltonismo, mi accorsi che gli occhi erano un po' giallastri. Lei, fedele al comportamento che aveva sempre tenuto, negò.
Martedì i medici dissero a me e a suo fratello che ormai c'erano poche settimane. A lei non lo dissero: avrebbero dovuto dirglielo proprio oggi, quando sarebbe dovuta tornare in ospedale, né noi potevamo farlo, né lo volevamo.
Venerdì mattina avrei dovuto partire per Budapest, per festeggiare i quarant'anni di amicizia con un mio compagno di giochi d'infanzia che ancor oggi è il mio miglior amico. Ero un po' tormentato non sapendo che fare: rimandare il viaggio sarebbe stato come dirle che stava molto più male di quanto credesse, e quindi decisi di partire.
Giovedì sera M. cucinò, litigammo perché io pretendevo di cenare con la tovaglia mentre lei preferiva le tovagliette all'americana, e come sempre vinsi io. Poi ci guardammo due puntate di Fringe della terza serie, e al momento di alzarsi dal divano M. mi chiese di aiutarla perché era stanca.
Fu un'ispirazione: la mattina dopo decisi di non partire e di passare il finesettimana con lei, forse l'ultimo in cui avremmo potuto stare sereni approfittando dell'ignoranza della sua condizione.  Poi sarebbero venuti i momenti difficili, la coscienza della fine; ma avremmo avuto tre giorni tutti per noi.
E difatti abbiamo passato tre giorni di coccole e abbracci.
Venerdì siamo arrivati alla terz'ultima puntata della terza serie, ma sabato sera M. non se la sentiva di finire le ultime due puntate, e preferì andare a letto, dov'è rimasta tutto ieri.

Ho iniziato a scrivere questo post dopo che il prete ha dato a M. l'estrema unzione: ero seduto a fianco a lei, con il PC in grembo, come abbiamo fatto per due anni.
Quando ho finito di scrivere "spazzolino da denti" ho alzato gli occhi, e M. era morta.
Adesso sto finendo di scrivere questo post: sicuramente lei non lo approverebbe, ma per tutto il tempo della nostra vita insieme la rete e le sue amicizie sono sempre state un elemento importante.
Così ho scritto il post in prima persona, raccontando di quello che io ho passato e provato, e ora premerò il tasto per pubblicarlo.

Questo è il mio blog

Questo è il mio blog, e su questo mio blog scrivo quello che voglio.
Non scrivo per attirare l'attenzione, non scrivo per avere traffico, né per guadagnar qualche centesimo risicato con squallide pubblicità, né per avere la mia foto sul giornale e spiegare quanto sono bravo e famoso e quanta gente mi adori. Scrivo per me, di ciò di cui sento il bisogno di scrivere.
Certe cose potranno apparire fastidiose, certi lettori potranno chiedersi se sia giusto o opportuno scrivere ciò che scrivo; ma io non scrivo per loro.
Chi desidera leggere qualcosa di rilassante può scegliere tra migliaia di blog con foto di gattini, cagnolini e lattanti. Chi desidera rispecchiarsi nelle proprie idee può scegliere tra centinaia di blog che spiegano che Berlusconi è il Male Assoluto e Beppe Grillo il Bene Supremo. Chi desidera leggere qualcosa di utile può scegliere tra decine di blog che spiegano come cucinare la pasta al burro e l'uovo al tegamino.

Non ve l'ha ordinato il dottore di leggere queste pagine. Lo schermo che state fissando non sono i Promessi Sposi, voi non siete uno studente di seconda liceo e non c'è nessun professore pelato che vi chiederà di riassumere quello che avete letto.
Se state leggendo queste righe è una scelta vostra, e lo sarà sempre: ogni volta che tornerete su queste pagine sarà una scelta vostra e soltanto vostra.
Se quel che leggete vi infastidice, prendetevela solo con voi stessi: i cretini siete voi, non sono io.

lunedì 26 settembre 2011

Senso delle proporzioni

La chiesa è contro il divorzio l'aborto le unioni omosessuali. la chiesa è quella che potrebbe farci morire attaccati a dei tubi. la chiesa punta a sminuire il ruolo della scuola pubblica in favore della scuola privata. la chiesa non paga le tasse. Che la chiesa sia ora critica nei confronti di Berlusconi non fa della  chiesa un'istituzione migliore.


venerdì 23 settembre 2011

Outing (seconda parte)

1. Teomondo Scrofalo
2. Felice Caccamo
3. Rambaldo Buttiglione
4. Ada Venzolato in De Martiris
5. Renato Baldi
6. Giuseppe Baiocchi detto Peppe
7. Benito Cerbottana
8. Peppino Capone
9. Armandino Girasole
10. Duca Lamberti

Sì, lo so, è una vera porcheria pubblicare i nomi di tutti questi omosessuali senza uno straccio di prova. E quand'anche ci fossero le prove sarebbe una porcheria pubblicarli senza il loro consenso. E magari qualche nome l'ho tirato pure fuori a caso per fare dieci, numero tondo. E molti di voi già si sono scandalizzati quando guegli altri stronzi hanno pubblicato l'altra lista.

Ma a me, che mi frega? Avete alzato la voce, non ve lo ricordate?

Trivio


Un bel dialogo, quello tra il Responsabile Scilipoti e il giornalista del TG3 Danilo Scarrone.
Quest'ultimo chiede chiede al primo: «Ha letto Standard & Poor?», frase che ha lo stesso livello di accuratezza logico-grammaticale di «Ha letto Banca Papolare di Misano?».
Scilipoti risponde: «no, non l'ho letto», utilizzando correttamente il maschile ritenendo forse trattarsi di un libro appena uscito (e comunque, nel dubbio sul genere del complemento, è corretto l'utilizzo del maschile).
Il giornalista, insinuante, chiede a Scilipoti se egli sappia cosa sia questo "Standard and Poor", esponendosi alla presa per il culo dell'interlocutore che lo prega di dargli l'agognata spiegazione. Lo Scarrone, tradendo l'origine siciliana, risponde «è unn'agenzzia di rrrrrAAting» (e qui cominciamo a comprendere: per il sedicente giornalista «agenzia» equivale a «notizia», e quindi è comprensibile che nella sua ottica miope si possa "leggere un'agenzia").
Il dialogo si chiude sull'immagine di Scilipoti che prende per il culo il giornalista, e questi così fesso da non accorgersene neppure.
Epic Win di Scilipoti, Fail di Scarrone, Epic Fail dello schiavetto di Repubblica che ripassa il tutto senza un briciolo di comprensione del testo, del contesto e del tono.

Trivio e quadrivio

Non è certo una novità che nella nostra formazione culturale (e non parlo solo dell'Italia, ma di tutto l'Occidente se non del mondo intiero) si ritenga molto più importante articolare correttamente un verbo che saper moltiplicare due numeri.
La stessa gente che alza il sopracciglio o addirittura [sviene] di fronte ad un «pò», ad un «qual'è» o addirittura di fronte ad un «ad un» non si fa nessun problema ad ammettere che non ha alcuna idea di quanto incida sul prezzo finale un aumento dell'IVA del 5%, quale quello avvenuto con l'ultima finanziaria; e, anzi, rivendica con orgoglio tale ignoranza.

Il Corriere della Sera, con un articolo firmato dalla Redazione online (chissà, magari lo stesso pivello, a dimostrazione che la nostra giornalista scientifica preferita ha lasciato degni epigoni in Via Solferino) oggi spara questa bella verità:
C'è la conferma ufficiale: la velocità della luce è stata superata. I neutrini sono più veloci della luce di circa 60 nanosecondi.
Sono quelle cose che fanno girare i cosiddetti non solo a chi abbia finito il liceo scientifico, ma persino a chi si sia limitato alla lettura di qualche Urania.
Chi scrive, sia pur online per una rubrica di (pseudo)scienza dovrebbe avere il buon gusto di conoscere l'ABC, esattamente come chi cura una rubrica di cultura cinese dovrebbe avere non dico una conoscenza madrelingua del mandarino, ma perlomeno essere in grado di distinguere un ideogramma cinese da uno coreano.
E non si dica che si tratta di un errore, un refuso, una distrazione.
Un giornalista può essere un pò stanco, e commettere un refuso. Ma qual'è il giornalista, o l'uomo della strada, che potrebbe permettersi di scrivere frasi come:
- Oggi ho trovato traffico: alla fine ho timbrato con tre chilometri di ritardo.
- Signo', so' venuti cinquanta secondi di trippa in più. Che faccio, lascio?
- E la benzina rincara di cinque kelvin per mole. Dove andremo a finire, signora mia?

giovedì 22 settembre 2011

I.G.E.

Che l'Adusbef non perda occasione per sollevare allarmi campati in aria lo sapevamo già; e quanto alla Federconsumatori ne ha già scritto lo Scorfano, e quindi io mi limito a rilevare che al loro sito manca solo un'allegra musichetta MIDI per godere di quel sapore retrò che fa tanto IE4 .
Non ci saremmo aspettati, tuttavia, che queste sedicenti associazioni riuscissero a trovare la sponda di un giornale abbastanza squalificato per prendere per vere le loro affermazioni; ma dato che si trattava di dar contro al governo per gli effetti della manovra economica, ecco che Repubblica subito ha risposto all'appello: al Direttore, al Fondatore e all'Editore non riesce proprio a entrare in mente che si potrebbe contrastare efficacemente Berlusconi anche solo scrivendo cose vere anziché infarcendo di cazzate ogni articolo.
Ecco quindi che ti salta fuori nella pagina dell'economia un pezzo che ci fa fare un salto all'indietro di quasi quarant'anni, riportandoci ai bei tempi di Ezio Vanoni, quando Berta filava e vigeva l'I.G.E. (Imposta Generale sulle Entrate), espressione di una economia quasi preindustriale nella quale ciascun passaggio produttivo era penalizzato dall'applicazione indiscriminata dell'imposta sull'intero prezzo.
Poi i modelli economici sono cambiati: si è passati dalla fabbrica totale, nella quale si facevano i telai, i cerchioni e le selle, a modelli produttivi in cui operatori specializzati fanno ciascuno un pezzo della lavorazione. Con molto ritardo rispetto all'evoluzione del sistema produttivo, nel 1973 nacque l'I.V.A., che come tutti sanno si "scarica", di talché anche se i passaggi produttivi sono uno, venti o duecento, alla fin fine l'effetto sul consumatore finale è il medesimo.
Ecco: Adusbef, Federconsumatori e Repubblica sono riusciti a riportarci ai tempi della fonovaligia Geloso; e noi consumatori e lettori siamo grati per questa bella divagazione proustiana.

martedì 20 settembre 2011

C'è molta crisi.

Questo qui è un vestitino in vetrina in via Montenapoleone.
C'è vicino il cartellino del prezzo, secondo il quale l'oggettino viene via per 12.700 euri.
So bene di essere un vecchio moralista che di certe cose non ne capisce nulla però, ecco, a me il vederlo mi ha fatto un po' girare i coglioni.


(ride)

Ringrazio Sir Squonk per essersi sobbarcato l'onere di leggere le trascrizioni di parte delle 100.000 intercettazioni che hanno riguardato il giro di donne del Presidente del Consiglio senza assopirsi (del resto egli soggre notoriamente di insonnia), e soprattutto per aver mantenuto un grado di attenzione sufficiente a notare quel (ride) che nei brogliacci segue la frase «perché vedi io a tempo perso faccio il primo ministro» e che la giornalista Sarzanini Fiorenza si è dimenticata di evidenziare, al pari dei titolisti dei vari quotidiani che hanno creduto opportuno riempire una decina abbondante di pagine copincollando verbali.

L'altro giorno avevo già fatto timidamente notare che per interpretare la frase: «vi scagionerò tutti» come indice di colpevolezza ci vuole una bella dose di sospensione del senso del ridicolo, o perlomeno una crassa ignoranza del vocabolario. Oggi non posso sottacere il fatto che essere chiamati a rispondere di una frase che non costituisce né prova alcun reato, detta nel corso di una conversazione privata con un conoscente, è cosa degna della Gestapo; e se la frase viene estrapolata da un contesto e viene evidenziata a caratteri di scatola, sottacendo il fatto che costituisse un motto di spirito, allora siamo nel campo della falsificazione bella e buona: più o meno dalle parti di quei poliziotti centramericani che ti ficcano la coca nelle tasche del giubbotto per fare un arresto in più.

domenica 18 settembre 2011

Ingegnere, risponda

Perché col Paese in crisi il Suo giornale dedica una dozzina abbondante di pagine al giorno a Lavitola e Tarantini e un paio scarse a a Trichet e Barroso?

sabato 17 settembre 2011

Parla con me

Io Parla con me l'o visto un paio di volte.
Una volta perché la sfatta conduttrice chiattona* intervistava un'amica mia.
L'altra volte perché avevo una febbre così alta da non riuscire ad alzarmi dal divano per prendere il telecomando e girare su Protestantesimo per farmi quattro risate in allegria.

In entrambe le occasioni mi sono annoiato mortalmente, e nella prima mi sono pure incazzato, perché di tutte le cose interessanti che so che la mia amica avrebbe potuto dire, manco una gli era stata chiesta.
Diciamo pure che non mi mancherà, ecco.

* spero che a nessuno di coloro che prendono in giro Brunetta e Berlusconi per i loro problemi di statura ed erettili possa venire in mente di contestare questa verità oggettiva.

venerdì 16 settembre 2011

Do the right thing

Torniamo ad occuparci di Beppe Severgnini e della sua iniziativa volta a rieducare i malandrini che parcheggiano dove non dovrebbero.
Se girate in rete, ma anche se vi limitate a guardare i commenti all'articolo del Corriere, troverete un gran dibattito sul contemperamento tra diritto alla privacy e diritto di cronaca (se poi avete lo stomaco troppo debole per i commenti del Corriere, potete limitarvi ai commenti da Mantellini, che rispecchiano le medesime posizioni ma con un maggior rispetto per l'ortografia).
tutte cose belle che tuttavia, come spesso accade, non centrano il bersaglio, anche se per comprenderne il motivo occorre un minimo di ragionamento (non vorrei che ciò spaventasse Severgnini, ma mi tranquillizzo pensando che comunque non sarà arrivato fin qua).
Cambiamo giornale, quindi, e andiamo su Repubblica, che ci racconta di quest'altra bella iniziativa del presidente di un'associazione di froci (absit iniuria verbis) che ha messo su un bel sito con il quale intende fare un po' di outing, vale a dire pubblicare a loro insaputa nomi e cognomi di 10 politici (per iniziare) che predicano in un modo e poi sotto le lenzuola razzolano in un altro.
Nel sito messo su da quel genio, che dev'essersi sentito un nuovo Assange de' noantri, si legge: «L’outing (termine che viene usato in modo sbagliato dai giornalisti italiani che sono in molti casi ignoranti e pigri) è uno strumento politico duro ma giusto». Anche qui due aggettivi che cercano di contemperarsi: duro e giusto; ma se sul duro non ci sono molti dubbi (salvo che taluno pensi che non sia "duro" l'effetto di veder pubblicato il proprio nome come ricchione quando si tiene famiglia), il "giusto" è tale solo perché l'ideatore dell'iniziativa la pensa così.

Proviamo a tirare le fila.
Che cosa hanno in comune tutte queste persone? Semplicemente, credono di essere nel giusto, e che coloro che non pensano come loro sbaglino. E, dato che loro hanno ragione e gli altri torto, ritengono di avere il diritto di fare ciò che a loro piace, senza preoccuparsi delle conseguenze delle loro azioni.
Ma, questo è il punto veramente importante, il problema non è di essere o meno nel giusto, bensì di saper valutare le conseguenze di ciò che si fa.
Severgnini paladino della giustizia. Mancuso paladino della giustizia. Assange paladino della giustizia. Aguirre paladino della giustizia. Peccato che per Severgnini, Mancuso, Assange e Aguirre il concetto di giustizia coincida con l'idea di giustizia che loro hanno in mente.
Devastati da un ego ipertrofico, tutti questi personaggi hanno perso la capacità di confrontare il proprio io con il mondo esterno, tal quali i bambini che fino ai tre-quattro anni pensano che l'intero mondo sia un'estensione di essi stessi e quindi al loro servizio.
Poi i bambini si scontrano con il principio di realtà, e comprendono che il mondo non è il loro volere; ma taluni non riescono a superare quella fase, e continuano a ritenersi unici, giusti e irripetibili.
Di solito poi diventano così:

o così:

Congiunzioni astrali

Oggi lo Scorfano ci racconta com'è bello insegnare in una classe di 28 ragazzi, mentre l'estate sta finendo.


giovedì 15 settembre 2011

Non c'è limite al peggio, ma si può sempre scavare per raccogliere altra preziosa merda

La deriva materna (nel senso di scuola dell'infanzia) che la nostra stampa ha preso è oramai irreversibile.
So bene di essere divenuto una macchietta, uno di quei vecchietti dell'ospizio che ripetono incessantemente la stessa frase da quando si svegliano a quando vanno a dormire, ma ahimè non riesco proprio a trattenermi.
E' con vera tristezza che mi rendo conto, giorno dopo giorno, di come le più elementari regole di civiltà siano state dimenticate, lasciando posto a un bailamme in cui chi l'unico vincitore degli scontri dialettici è chi urla più forte e chi la spara più grossa.

Berlusconi (che, a scanso di equivoci lo sottolineo, a mio parere ha fatto una quantità di porcherie) è stato messo in croce per aver datto al telefono con un conoscente (non in un discorso pubblico o in un comizio: al telefono con un conoscente) che questo è un paese di merda: cosa che chiunque di noi dice almeno una volta alla settimana, non foss'altro perché il paese è guidato da Berlusconi.
E viene considerato normale indignarsi contro di lui per una cosa che tutti diciamo.
Lo stesso Berlusconi è stato messo in croce perché si dice che abbia fatto dei commenti poco lusinghieri sull'aspetto fisico della cancelliera tedesca.
E coloro che lo mettono in croce sono gli stessi che lo chiamano psiconano e che prendono per il culo Brunetta
Oggi i giornali danno ampio spazio al contenuto della telefonata che ha fatto con Lavitola, quella in cui gli ha detto di restare fuori dall'Italia, e virgolettano la frase «vi scagionerò tutti» come se in quella frase ci fosse la prova della sua colpevolezza: e allora, facendo uno sforzo di immaginazione e supponendo per un attimo che veramente Berlusconi abbia dato soldi a Tarantini per ispirito di beneficienza, mi chiedo che cazzo dovrebbe dire uno al telefono per essere ritenuto innocente da Marco Travaglio.
Qualche giorno fa ho comperato dei biglietti per un viaggio che farò con un paio di amici, e questi mi restituiranno la loro quota facendomi un bonifico. Poniamo il caso che un PM mi accusi di aver loro estorto dei denari: non sarebbe naturale che il mio amico Dario al telefono mi dicesse «ma è una cazzata! Quel PM è impazzito! Non preoccuperti che quando sarò sentito ti scagionerò»?

In questo quadro si è perso completamente la capacità di distinguere tra accusato e colpevole: una distinzione che sta alla base di tutta la civiltà giuridica e che costituisce la fondamentale barriera a tutela della libertà di ciascuno.
Stamane, espletando le funzioni corporali del mattino, leggevo questo passo nell'articolo di Fiorenza Sarzanini su Io Donna: «Di fronte a questa realtà sono sempre più numerosi gli specialisti che ritengono necessaria la modifica dell'articolo 612-bis del Codice penale che punisce, appunto, gli atti persecutori, ma non prevede l'obbligo per l'indagato di sottoporsi a un "percorso di risocializzazione orientato"». Notata la parolina? Indagato, non condannato e nappure imputato. Può essere un lapsus, ma è un lapsus significativo.
Stiamo tornando, pacatamente e serenamente, a quegli anni in cui bastava essere accusati di qualche malefatta dalla "voce pubblica" per essere sottoposti all'ammonizione di P.S. o addirittura al confino.
Dopo quegli anni è venuto il 25 aprile, il 2 giugno e la Costituzione, che dice che la voce pubblica non basta e che ci vogliono le prove, prima di toccare la libertà altrui.
Tremonti voleva abolire il 25 aprile e il 2 giugno come giorni di vacanza: tanta sinistra sta cercando di conservare la vacanza mandando al macero il significato profondo di quei giorni. Francamente, dovendo scegliere preferisco di gran lunga Tremonti.

Formule ricorsive

Oggi Repubblica dà spazio in seconda pagina alla notizia che i quotidiani tedeschi riferiscono che secondo alcuni pettegolezzi Berlusconi avrebbe detto delle brutte cose sulla Merkel.
Nessuno tuttavia ha ancora visto uno straccio di prova, e se anche la prova ci fosse, continuo a trovare ingiustificabile che si attacchi l'uomo per aver detto in una conversazione privata una cosa che tutti noi aabbiamo pensato, guardando la Merkel in tv, e che molti di noi hanno detto al telefono nel corso di conversazioni private.


martedì 13 settembre 2011

Lezioni di logica formale

«A me non piace far arrestare la gente», disse quello che voleva sbattere in galera gli immigrati, e prima di essi tutti coloro che usano sostanze stupefacenti anche leggere.

Il che significa che:
A) Bossi ha cambiato idea;
B) Bossi è un po' una banderuola;
C) per Bossi negri e drogati non sono "gente".

La dimostrazione dell'inesistenza di Dio

Per quanto possa dispiacere a Odifreddi, è da qualche secolo che risulta chiaro, per chiunque abbia condotto degli studi liceali, anche con scarso profitto, che non esiste alcun modo per dimostrare l'inesistenza di Dio.
Allo stato non abbiamo neppure modo di dimostrarne l'esistenza, ma basterebbe che nei cieli del mondo intero comparisse un giorno un vecchio con barba e gran baffoni annunciante il giudizio universale per sopperire al problema (vero è che ciò potrebbe non soddisfare qualche filosofo, ma dal punto di vista pragmatico dell'uomo della strada credo che l'apparizione sarebbe sufficiente per chiunque, salvo che per il buon Odifreddi).
L'inesistenza di Dio invece è tutt'un'altra questione: è chiaro (perlomeno è chiaro per chi abbia studiato giurisprudenza) che spetta a chi afferma una certa cosa dimostrarne la verità, non viceversa.
Se io cito in giudizio il mio vicino perché mi rovina la vita con schiamazzi notturni, sta a me provare che egli tromba rumorosamente, non a lui fornire la prova del contrario.
Se affermo che la mia ex amante mi ha rigato la macchina, sta a me portare le prove, non a lei dimostrare di non averlo fatto.
Se vengo chiamato in giudizio per aver stuprato una cameriera, sta a chi mi accusa portare le prove della violenza, non a me dimostrare che lei era consenziente. E non è che il fatto che tutti i giornali mi abbiano dato contro, facendomi apparire come una bestia, inverta questo mio elementare diritto: perché sappiamo bene che i giornali e l'opinione pubblica sono, come dire, malleabili.
Dio esiste più o meno dall'origine dell'umanità, sia pur con vari nomi e aspetti: ma ciò non toglie che l'agnostico si senta nel buon diritto di attendere che qualcuno ne riesca a dimostrare l'esistenza: non basta il decorso dei millenni ad invertire questo elementare onere della prova. Liberissimi i credenti di credere, ma non pretendano che chi non crede si convinca per il solo fatto che la maggioranza degli uomini crede.

Questi concetti certo non sono fuori dalla portata del medio cittadino: possono apparire antipatici o irriguardosi, ma comunque ritengo assai difficile confutarli. Eppure non sono poi così chiari, persino nella testa di persone che hanno studiato.
Luca Sofri, per dire, si spende in un lungo e tedioso pippone che si sarebbe potuto risparmiare compulsando un po' di filosofia tedesca del XVIII secolo.
La questione è questa: alla domanda se sia o meno favorevole al limite dei due mandati parlamentari (una vecchia passione, questa della limitazione dei mandati, dei giovani-oramai-un-po'-vecchi), Fassino risponde che lui preferirebbe tre, ma comunque ritiene necessario che siano previste delle deroghe. E aggiunge, per esemplificare questa necessità che la regola, se adottata, lo sia cum grano salis: «se avessimo avuto il limite a 2 mandati, Napolitano non sarebbe presidente della Repubblica».
Il Sofri si spende per confutare questa osservazione, arrivando a questionare sull'oggettività del limite dei 18 anni per la maggiore età: e per fortuna che non ci ammannisce l'argomentazione che i 130 Km/h in autostrada non sono suscettibili di diventare 140 secondo l'umore dell'agente di pattuglia.
Ma ha torto: irrimediabilmente torto. Perché Fassino stava semplicemente dicendo, sia pure in maniera educata, che il limite dei due mandati è una cazzata: e sta a chi lo vorrebbe imporre dimostrare che si tratterebbe di una riforma giusta ed utile, non viceversa.
Se avessimo il limite dei due mandati parlamentari, probabilmente Napolitano non sarebbe Presidente della Repubblica: ma sta a chi vuole introdurre questa riforma dimostrare che al Quirinale oggi ci sarebbe Gaetano Brambilla, e che questi sarebbe meglio di Napolitano. Sofri pretenderebbe invece che chi è contrario al limite dei due mandati si faccia carico di dimostrare che Napolitano sarebbe il migliore di tutti i Presidenti possibili. Una prova diabolica, e anche in tal caso la dimostrazione non gli basterebbe.
Abbiamo deciso di stabilire buone regole generali e di rispettarle, senza trucchi, scrive.
Ma quell'aggettivo, «buone» rimane lì, appeso nel discorso, senza alcuna giustificazione che non sia il fatto che Renzi, Civati e compagnia cantante pensano che tali regole siano, appunto, buone.
Come pretendere che Odifreddi creda in Dio perché il Papa dice che Dio esiste. O che il Papa diventi ateo perché ciò farebbe piacere a Odifreddi.

lunedì 12 settembre 2011

Pan dei morti

Dolce tipicamente milanese al pari del panettone, per quanto come esso poi esportato e prodotto un po' in tutta Italia.
Viene consumato in occasione della commemorazione dei defunti, che come tutti sanno cade il 2 di novembre.
Da rammentarsi quando l'espressione «non mangiare il panettone» appare viziata da eccessivo ottimismo.

Un Grande Paese Moderno

Molti di noi pensano di vivere in un Paese grande e moderno, che certo ha il suo bel po' di problemi ma che in fondo dopo un lunghissimo dopoguerra è riuscito a scrollarsi di dosso, quasi ovunque: la polvere dei campetti dell'oratorio, le vedove nerovestite vita natural durante, le maghe guaritrici, i padri padroni.
Anche nel campo della morale privata sembra che il nostro sia ormai un Paese assai diverso da quello rappresentato da quella provincia trevigiana o maceratese nella quale tutto si può fare con chiunque, purché nessuno lo possa mai venire a sapere: oggi abbiamo i sexy shop, vediamo in TV signore poco vestite anche all'ora di colazione e se vogliamo vedere qualcosa di più ci abbiamo la internet, con autorevoli siti quali www.repubblica.it o www.lastampa.it che ci offrono quotidianamente tante immagini tra le quali scegliere quella migliore per la sega giornaliera.

Bello vivere in un Grande Paese Moderno, vero? E infatti ce la raccontiamo, comperiamo i preservativi e i lubrificanti all'Esselunga e in altre catene ci sono perfino i gel stimolanti e gli anelli vibratori. Siamo, insomma, un Paese libero dopo duemila anni di repressione sessuofobica, nel corso dei quali l'unico motivo lecito per fare del buon sesso, perfino con il proprio coniuge, era quello di riprodursi.
Poi arriva un giorno nel quale succede qualcosa di diverso. Drammatico, bizzarro e soprattutto diverso dal solito: un signore, un serio professionista, nel corso di un gioco erotico ammazza una povera ragazza e ne manda in fin di vita un'altra. Cose che succedono: non dovrebbero succedere ma fanno parte della vita, come gli incidenti in autostrada.
Ed ecco che per giorni e giorni i quotidiani ci sfracellano i marroni con nodi, corde, pesi, comunità, patricolari. Sedicenti maestri di pensiero ci spiegano che le corde sono una metafora della precarietà della vita, e i nodi una reazione alla mancanza di autostima. Giornalisti precari si compiacciono di mostrare la banalità della perversione, affiancando manette e Monopoli in un pastone che non serve a nulla, salvo pubblicizzare un paio di circoli ARCI e soprattutto épater le bourgeois rassicurandolo allo stesso tempo: facendogli ventilare davanti al naso una vita meno di merda di quella noia mortale che conduce, ma consolandolo allo stesso tempo con il prezzo che potrebbe pagare qualora mollasse la moglie di cui è arcistufo o il marito che russa da trent'anni.
In ciascuno degli articoli che parlano di bondage, shibari, soffocamento e compagnia cantante si sente, fortissimo, l'odore di chiuso della sagrestia, l'aroma dell'incenso e il profumo dozzinale di motel sulla statale, confortevole e riservato.
Sono articoli che hanno lo stesso coefficiente di modernità delle pubblicità che scorrevano al cinema, con le diapositive.

domenica 11 settembre 2011

sabato 10 settembre 2011

Stagisti

Questa volta lo stagista imita Bersani che volendo fare lo spiritoso imita Crozza che imita Bersani.


Se questa è una sessuologa

«Le esperienze forti sono a volte la risposta a difficili condizioni di vita, determinate, per esempio, dalla crisi o più in particolare dalla precarietà. Eccitazione dunque come risposta all'angoscia»
E questo discorso può valere a maggior ragione per i giovani e i giovanissimi, detentori di un'idea, assai diffusa, «della vita come bene di consumo», segnata dalla «mancanza di rispetto di sé»

Ecco: questa puttanate sono state dichiarate da Gianna Schelotto dopo la morte di due ragazze quale conseguenza di una pratica erotica.
Dichiarazioni che servono a dar fiato alla bocca, e che chiunque dotato di un minimo di conoscenza della vita intende per quel che sono: puttanate deliranti.
E se poi pensiamo che l'autore del fattaccio ha 43 anni, puttanate deliranti pronunciate da una signora che ha difficoltà perfino a distinguere un giovane da chi giovane non è più.

venerdì 9 settembre 2011

L'angolo della cultura

Oggi Repubblica, nel colonnino infame, ci informa che:

dopo aver fatto una bella corsetta si ha la faccia stanca, ma se ci si riposa la faccia torna riposata



mandando un filmato all'incontrario succedono cose curiose, tipo che la roba anziché cadere in basso cade in alto e l'acqua rientra negli idranti

Grazie, Repubblica!

venerdì 2 settembre 2011

(mala) buona sanità

Prendo spunto da un post dello Scorfano e dalla discussione seguitane su Friendfeed in cui si è citato questo articolo per raccontare in due(1) righe altrettanti casi di malasanità di cui sono informato di prima mano, e che dovrebbero farci capire come le associazioni di consumatori (penso in particolare a Codacons e Adusbef, ma certo non sono le sole imputate), nel loro inseguire il mito della class action nei confronti dell'istituzione di turno, rendano un cattivo servizio anzitutto a quei comuni cittadini che teoricamente vorrebbero tutelare.

Qualche tempo fa, in vacanza, strinsi amicizia con il primario di chirurgia toracica di un ospedale del Nord Italia. Costui mi raccontò un episodio drammatico riguardante il precedente primario della stessa specialità, nel frattempo pensionatosi, suo maestro e amico.
Accade che il protagonista della nostra storia una sera cadde è battè violentemente il petto contro un oggetto di una certa dimensione, tipo una cassa. Ai familiari immediatamente le condizioni apparvero gravissime, e telefonarono subito al mio amico mentre portavano in ospedale il paziente. L'amico, viste le condizioni, decise di operare subito, senza fare neppure un esame tra quelli previsti dai protocolli, e salvò il paziente che (mi scuso per la banalizzazione, ma la faccio spiccia per quel che ho capito) nel colpo si era "rotto" un pezzetto del cuore o forse dell'aorta, che quindi perdeva.
Quello che mi colpì fu il fatto che, come mi assicurava l'interlocutore, con un qualsiasi altro paziente non si sarebbe mai arrischiato a fare una cosa simile: la probabilità che morisse sotto i ferri era elevata, e proprio per questo lui (e secondo lui qualunque suo collega) non si sarebbe mai sognato di rispettare men che alla lettera i protocolli, in quanto ciò avrebbe sicuramente avuto disastrose conseguenze penali e soprattutto civili.
Qualunque altro paziente, insomma, sarebbe morto con assoluta certezza: non perché fosse il suo destino, bensì solo per effetto dell'americanizzazione del nostro sistema sanitario e giudiziario.

Un altro caso, meno drammatico: qualche tempo fa, sempre di sera, una mia parente, portatrice di un catetere venoso centrale (in pratica una specie di tubicino che permette di somministrare delle medicine direttamente nel circolo sanguigno) trovò che il tubicino in questione si era staccato. Chiese il mio aiuto e io telefonai in ospedale, dove lo specialista di reperibilità mi disse che era necessario accertare se il catetere si fosse solo sfilato o si fosse proprio rotto, dato che in qual caso sarebbe stato necessario rimuovere al più presto possibile il pezzo di plastica rimasto internamente.
Andai quindi a vedere questo catetere sfilato, e pur non avendone mai visto prima uno capii immediatamente che era perfettamente integro (si tratta di un oggetto che finisce con una punta smussata, del tutto incompatibile con qualunque ipotesi di rottura).
Ritelefonai al medico reperibile, descrivendo il pezzo e affermando la mia certezza della sua interità, ma nuovamente questi mi disse che la paziente doveva andare immediatamente in ospedale a fare una lastra: atteggiamento comprensibile dato che eravamo al telefono e io non sono un medico.
Andammo quindi al pronto soccorso dell'ospedale che aveva in cura la mia congiunta, pur nella certezza che fosse una cazzata, ricevendo un codice verde e un tempo d'attesa di oltre due ore. Dopo un'ora e mezza tornammo all'accettazione, scoprendo che il tempo d'attesa nel frattempo era ancora aumentato, e quindi chiedemmo all'infermiera, certo più competente di me, di dare un'occhiata al catetere: costei prima nicchiò, poi -dopo aver precisato una cinquantina di volte che il suo sarebbe stato un parere del tutto personale, irrituale e privo di qualunque ufficialità o implicazione- lo guardò e si mise a ridere, dicendo che ovviamente il pezzo era intero ma lei comunque non lo stava affermando. Ci usò anche la cortesia di farlo vedere anche al medico internista di turno, che fu della medesima opinione ma non ce l'avrebbe detto direttamente.
A quel punto (quasi a mezzanotte) avrebbero dovuto dirci di andare a casa, no? E invece no: il medico di turno non si assunse la responsabilità di dirci «andatevene, che abbiamo cose più importanti da fare», e telefonò allo specialista reperibile. Questi, pur essendosi sentito dire dal medico di turno di un pronto soccorso del proprio ospedale che quel cazzo di catetere era tutto d'un pezzo, disse che non gli importava e che pretendeva comunque la lastra.
Questo dialogo ci fu riferito, con un fare ammiccante che chiaramente significava «non siate scemi, toglietevi dalle palle», ma senza che nessuno osasse dirlo chiaramente.
C'è forse una probabilità su mille che un catetere si rompa internamente, e una su mille che il medico di turno al pronto soccorso sia così ubriaco da non saper distinguere un catetere rotto da uno intero, e una su mille che l'eventuale pezzetto rimasto nel corpo possa entrare in circolo causando danni: ma per coprirsi il culo da quel miliardesimo di probabilità, si occupano posti in pronto soccorso, si fanno lastre inutili, si fa girare una gran quantità di carte che in fondo sono solo fumo.

E qual che è più drammatico è che se io fossi l'avvocato dello specialista reperibile, o del medico di turno, ripeterei loro come un mantra che *devono* far fare tutti gli esami possibili e immaginabili e anche qualcuno di più; e che comunque la lastra deve essere pretesa in ogni caso, non foss'altro perché così, quaunque cosa succeda, la responsabilità e le relative rogne se la prende il radiologo, il quale probabilmente a sua volta avrà qualche mezzo per rifilarla addosso a qualcun altro ancora.

(1) licenza poetica

Ho fatto un sogno

Renzi e Civati si rialleano, per il bene di tutti quanti.
Poi chiamano Alessandro Profumo e si fanno dare una mano.
Renzi annuncia subito la sua candidatura alle primarie.
Civati gli fa da vice e complice.


Poi mi sono svegliato madido di sudore e ho messo le lenzuola nell'asciugatrice.

 

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