venerdì 20 marzo 2009

A posteriori /segue

In un commento al precedente post Scorfano solleva una questione che mi pare valga la pena di approfondire. Queste le sue osservazioni:
Io, proprio nel 2003, cominciai a pensare di comprare casa. Andai in alcune agenzie e poi in una banca, per la questione del mutuo. Mi consigliarono con insistenza il tasso variabile; quando io dissi che mi sentivo psicologicamente più portato per il tasso fisso, quasi mi presero in giro.
(psicologicamente: so che devo pagare quella cifra per vent'anni, non mi preoccupo più, visto che non capisco niente di economia)
Per fortuna non comprai casa; l'ho poi acquistata due anni fa senza accendere nessun mutuo, grazie a un po' di fortuna. Però spesso ripenso a quel consiglio. Come ripenso all'amico che mi consiglio vivamente di comprare i bond argentini. E non ho ancora compreso davvero se sono pagati per fregarmi o se, invece, non ci capiscono niente nemmeno loro, nonostante quell'aria da so-tutto-io.

Vediamo la mia storia:
Nel 2003 i miei genitori, ormai anziani e che avevano trascorso una vita in affitto, comprarono casa. L'appartamento era di un fondo pensione che lo mise in vendita, e quindi era una scelta obbligata, visto che al tempo trovare un altro appartamento in affitto era pressoché impossibile.
Mi chiesero consiglio ed io consigliai loro, con insistenza, di stipulare un tasso variabile, perché allora il differenziale tra fisso e variabile era sensibilmente elevato e non ci si attendeva il rialzo che avvenne.
Chi aveva lavorato in banca da qualche anno rammentava i tassi al 15% di dieci anni prima, e ben sapeva che simili livelli, con i quali si era riuscito a convivere, non si sarebbero più ripresentati. Oltretutto non si contavano più le volte in cui ci eravamo detti "più di così i tassi non possono scendere: ora dovranno per forza salire!", ogni volta smentiti dai fatti. Avevamo visto varcare la soglia del 10, del 7, del 5, del 4, del 3...
Forse avevamo perso la prospettiva del limite costituito dallo zero; forse ragionavamo in scala logaritmica anziché lineare e quindi credevamo che la distanza dal 20 al 2 fosse confrontabile con quela dal 2 all'1.
Tenete poi presente che le mie erano considerazoni personali, dato che non sono un risk manager o un analista; ma erano generalmente condivise dai colleghi.
Sta di fatto che, mi ripeto, il differenziale tra fisso e variabile era elevato; e comunque il reddito dei miei vecchi consentiva un minimo di spazio anche in caso di aumento della rata.

Qualche mese dopo la stipula, se ben ricordo, ci fu il primo segnale di inversione di tendenza: il primo rialzo della BCE. La cosa provocò una certa tensione, se ne parlò a lungo. I miei ricevettero una lettera con la quale la banca proponeva la sottoscrizione di un derivato: non ho qui i numeri precisi ma più o meno con 3.200 euri circa potevano "cappare" il tasso base (l'Euribor) al 4,20% per cinque anni: vale a dire che per cinque anni, se l'Euribor avesse superato tale soglia, la differenza sulla rata sarebbe stata pagata dal derivato e non da loro.
Era una cosa un po' più complessa da valutare, e andai a trovare il nostro guru dei derivati: un'autorità in materia. Egli mise i numeri in un suo programma e mi disse che quel derivato proposto, in quell'orizzonte temporale, aveva una probabilità del 28% di attivarsi (vale a dire di rendere almeno un euro). Ma perché risultasse conveniente avrebbe dovuto rendere almeno 3.600 euro: vale a dire i 3.200 che mio padre avrebbe dovuto pagare, più gli interessi (dato che egli avrebbe pagato subito, mentre il beneficio l'avrebbe visto nei cinque anni, in massima parte verso la fine).
Valutò anche quanto sarebbe stato il prezzo di un simile derivato (il mark to market), quotandolo in circa 1.100 euro.
Consigliai quindi a mio padre di non stipulare il contratto, e da quel giorno ad ogni aumento di tasso mi sentivo filippiche su quanto avesse fatto male a darmi retta.

A posteriori, posso affermare che entrambi i consigli fornitigli si sono dimostrati validi: a tutt'oggi, nonostante tutto, i miei hanno pagato meno di quanto avrebbero pagato se avessero stipulato un fisso fin dall'origine; e quanto al derivato, sottoscriverlo sarebbe stata una corbelleria.
Dal punto di vista psicologico, è evidente che rispetto ai miei genitori non potevo che essere in buona fede, e quindi la possibilità che tirassi a fregarli è esclusa. Certo, le cose avrebbero potuto andare diversamente, e mia madre, ormai vedova, avrebbe potuto passare ora un brutto momento: ma ciascuno di noi può solo fare delle ragionevoli assunzioni sul futuro, non certo conoscerlo; e se qualcuno avesse la sfera di cristallo, non lavorerebbe in banca e non giocherebbe neppure in borsa, ma passerebbe il tempo in sala corse.
I consigli da me forniti li ho elaborati sulla base di ragionamenti che, tenendo conto dei possibili rischi delle due soluzioni prospettabili, mi avevano consentito di scegliere quella che, a priori, appariva più conveniente. Le mie scelte avrebbero potuto dimostrarsi perdenti, ma comunque nel 2003 sarebbe stato poco accorto prendere un'altra decisione; i fatti hanno dimostrato che invece ho avuto ragione, ma avrebbe potuto anche andare diversamente.

Ci sono poi scelte completamente diverse, quali quella sulla sottoscrizione dell'accordo ABI-MEF da cui eravamo partiti per il precedente post. Qui avevamo due scelte (sottoscrivere o non sottoscrivere) delle quali una offriva solo vantaggi e nessuno svantaggio. Lo dico qui apoditticamente perché ho già speso i miei canonici sette articoli per argomentare questa affermazione: chi è interessato può andare a rileggerseli. In questo caso siamo di fronte a una non-scelta: nella generalità dei casi, salvo eccezioni particolari, non ha molto senso non sottoscrivere un accordo che va solo a proprio vantaggio.
Ecco quindi che il collega che si fosse trovato, interpellato dal cliente, a sconsigliare la sottoscrizione, avrebbe reso un pessimo servigio.
Io ovviamente sono andato con mia madre a sottoscriverlo, l'accordo: e ho durato grandissima fatica a convincerla, grazie anche ad Adusbef (associazione sulla quale molto ci sarebbe da dire!), Codacons, Altroconsumo e compagnia cantante. Lì ho trovato un collega (sia pur di altra banca, pur sempre di collega si tratta), che ci ha guardato stranito, dato che eravamo i primi interessati che avesse visto: e ha cercato di sconsigliarci.
Ho capito che era in perfetta buona fede: quanto ci diceva non lo faceva per dovere, ma proprio perché ci credeva; e credo che quel poco che sapeva (veramente poco!) fosse frutto più dell'ascolto del telegiornale che di istruzioni impartite dalla banca.

Che dire, in conclusione? Mi sembra ci sia spazio per varie considerazioni.
Anzitutto, che nessuna banca istruisce i dipendenti al fine di fregare il cliente. Sarebbe impossibile tenere il segreto, anche perché rimarrebbero le circolari scritte, e non è pensabile un passaparola omertoso, considerato anche il turn-over, il grado di sindacalizzazione e la frequente litigiosità tra banche e dipendenti: sarebbe una formidabile arma di ricatto nelle mani dei lavoratori!
Diverso è l'assegnare obiettivi individuali particolarmente incentrati su certi prodotti: qui il dipendente agisce in perfetta buona fede, mentre per quanto concerne i vertici non sono in grado di trarre un giudizio. Non ho vissuto né la vicenda dei bond argentini né Cirio né Parmalat; ho seguito da vicino una vicenda analoga, seppur in scala estremamente più ridotta e posso dire che, perlomeno in quel caso, la colpa principale era di chi, improvvisandosi Soros, pensava di fare l'affare della vita comprendo azioni di una società sull'orlo del fallimento; ma, ripeto, si tratta di fattispecie molto ma molto diverse.

Una seconda considerazione è che, a fare i conti e allo stato attuale delle cose, il consiglio di scegliere il tasso variabile si è dimostrato alla prova dei fatti azzeccato. Ci sono, certo, delle variabili personali: una persona con una fortissima avversione al rischio, che magari potrebbe somatizzare l'incertezza perdendo il sonno la notte, avrebbe fatto sicuramente bene a contrattare a tasso fisso, perché la propria salute vale infinitamente più di quel pugno di euri risparmiato; ma per l'utente medio, il consiglio era adeguato.

Una terza, importante considerazione, è che bisogna sempre ricordare chi ci si trova di fronte in banca non è un oracolo. Egli non ha notizie riservate che potrebbero farvi arricchire e che condividerà con voi. Se fosse un indovino non sarebbe lì; e se avesse notizie riservate neppure, dato che chi le possiede ha un grado tale da non rammentare nemmeno più che cosa sia, uno sportello, ammesso che vi ci sia mai seduto dietro. Probabilmente il vostro interlocutore ha letto Milano Finanza e poco più, ed ha l'obiettivo di vendere un po' di fondi, un po' di assicurazioni e far qualche operazione in azioni, tutto lì.
Pensiamoci un attimo: se aveste veramente una dritta sicura sul cavallo giusto, lo consigliereste a cani e porci per far crollare il totalizzatore e alzare un pugno di biglietti da cinquanta, o piuttosto la terreste gelosamente segreta per far sì che le quote restino alte? Ecco, vi siete risposti da soli. E con i tassi non cambia nulla, salvo che prevedere i tassi futuri è molto più difficile che azzeccare una tris.

1 commento:

scorfano ha detto...

Comunque una cosa giusta l'ho scritta, eccome: che non capisco niente di economia.

 

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