giovedì 16 aprile 2009

Resipiscenza

La disputa sulle date del referendum sta per esaurirsi; si può perciò cominciare a parlare del merito. Gli intenti che spinsero i referendari ad assumere l'iniziativa nel 2007 erano più che lodevoli. Di fronte al rischio che il panorama rissoso delle coalizioni proprio della scorsa legislatura diventasse un carattere strutturale del nostro sistema politico, proposero di liquidare quelle coalizioni attribuendo il premio di maggioranza alla sola lista vincente. In ogni scelta politica ci sono vantaggi e danni. Allora i vantaggi erano superiori ai danni.

Ora, però, il superamento di quel tipo di coalizioni è avvenuto per via politica. Nel 2008 Veltroni, con coraggio, si coalizzò con la sola Idv e Berlusconi lo seguì stringendo un patto solo con la Lega. E' difficile pensare che si possa tornare alle carovane di un tempo: i primi a ribellarsi sarebbero gli elettori. Perciò, guadagnati per via politica i vantaggi che si volevano conseguire attraverso il referendum, bisogna fare i conti con i danni.

Il quesito principale intende attribuire il premio di maggioranza alla lista che abbia preso più voti: la lista vincente alla Camera o al Senato, in ipotesi anche solo con il 30% dei voti, otterrebbe il 55% dei seggi. Già oggi non gli elettori, ma i capi dei partiti, caso unico nel mondo avanzato, hanno il potere di scegliere i componenti del Parlamento. Il referendum conferma questa loro prerogativa e anzi la potenzia perché mette nelle mani di un solo uomo, il capo del partito vincente, chiunque esso sia, la scelta della maggioranza assoluta dei parlamentari. Le preoccupazioni aumentano quando si guarda agli statuti dei partiti e alle prassi che caratterizzano la loro vita interna: ben pochi partiti politici oggi potrebbero definirsi democratici, visto che molti funzionano con modalità carismatiche e populiste. Se domani vincesse il Sì, un solo partito, in netta minoranza nel Paese, diventerebbe maggioranza assoluta in Parlamento e potrebbe ad esempio, da solo, eleggere il Capo dello Stato, impossessarsi dei mezzi d'informazione, cambiare secondo le proprie convenienze la legge elettorale e i regolamenti parlamentari. Il Parlamento diventerebbe una protesi del governo, anzi del presidente del Consiglio, chiunque esso sia.

Oggi la maggioranza Pdl-Lega assicura una certa dialettica politica che non blocca la democrazia ma favorisce il confronto; lo stesso sarebbe accaduto se avesse vinto la coalizione Pd-Idv. Se domani, grazie al referendum, governasse solo il Pdl o solo il PD la democrazia sarebbe più salda? Il bipartitismo non è una bestemmia, ma esige un sistema elettorale che dia ai cittadini la possibilità di scegliere i propri parlamentari e regole democratiche in tutti i principali partiti. Queste condizioni oggi non ci sono e pertanto il bipartitismo che verrebbe fuori dal referendum consoliderebbe in realtà le attuali oligarchie.

Mi sembra assai rischioso sostenere che conviene far vincere il Si per potere poi cambiare la legge Calderoli. Se davvero ci fosse una maggioranza per cambiare la legge elettorale, perché non la si è cambiata tempestivamente, anche per evitare il referendum? In realtà oggi non c'è una maggioranza per una nuova legge elettorale ed è difficile che possa esserci domani, quando i vincenti avrebbero nelle proprie mani tutto il potere.

Tutto questo che sta qui sopra non l'ho scritto io: l'ha scritto Luciano Violante, sulla Stampa. Forse all'interno del PD si sta comunciando a ragionare sull'ennesima sciocchezza fatta da Veltroni (e Franceschini): quella di propugnare una riforma plebiscitaria e antidemocratica della legge elettorale che darebbe i pieni poteri a Berlusconi.
Sa di tragedia greca, questo PD che non è riuscito a fare una legge sul conflitto d'interessi quando era al potere sotto falso nome, epperò riesce a spendersi anima e corpo per una riforma che favorisca la totale presa del potere da parte del proprio avversario.
Come scriveva Francesco Cundari ier l'altro:
C’è una sola ragione per augurarsi che Silvio Berlusconi accolga l’appello in favore dell’accorpamento di europee e referendum che con tanta insensata insistenza viene da tutto il Pd, a cominciare da Dario Franceschini. Che se lo meriterebbero.
Quanto alla balzana idea ora propugnata da anche da D'Alema del "facciamo vincere i sì e poi facciamo una nuova e buona legge", c'è da chiedersi se il deputato di Gallipoli non abbia ancora preso abbastanza batoste nella propria vita, e perché continui a desiderarne di ulteriori. Come riporta lo stesso Cundari, in altro articolo, nel quale dà conto di altre voci critiche nel PD:
Ma è proprio sicuro che dopo la vittoria del “sì”, dati gli attuali rapporti di forza, a Berlusconi non converrebbe far saltare tutto e correre a elezioni anticipate, con una legge che potrebbe dare la maggioranza assoluta al solo Pdl, per di più nella legislatura che dovrà eleggere il nuovo capo dello stato? Questo è il dubbio che comincia a diffondersi nel Pd.

2 commenti:

scorfano ha detto...

Ok, mi hai definitivamente convinto (anche Violante ha il suo bel merito, però)

mfisk ha detto...

E uno!
Già a forza di battere e ribattere sullo stesso dente, Veltroni si è dimesso: chissà che non mi vada bene anche con questa causa persa.

 

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