lunedì 21 settembre 2009

The times they are a-changin'

Apprendo da un post che parla di molto altro - e vorrei dire che l'apprendo con una certa sorpresa ma, ahimé, oramai non mi sorprendo più di nulla - che adesso al liceo i voti vengono scritti anche sul libretto, quello che ai miei tempi serviva solo per le giustificazioni delle assenze.
Al liceo, non alle elementari: ed è questo che, se vogliamo, mi sorprende, dacché a mio figlio, che fa le elementari, i voti vengono dati sui quaderni e non sul libretto.
Un anno fa frequentavo con una certa assiduità una signora che insegnava in un liceo: ed ho vissuto anche una stagione di scrutini, comprensibilmente faticosi dacché la sventurata aveva ben 18 classi da scrutinare*.
Fu in quell'occasione che scoprii che adesso quando un giovine prende un'insufficienza o addirittura viene bocciato, la scuola non si limita ad affiggere la condanna sul tabellone, appeso oltre i vetri dell'ingresso, ma fa precedere la ferale notizia con una raccomandata alla famiglia.
Ciò, mi è stato riferito, non tanto al fine di assicurare che i congiunti abbiano debita conoscenza delle carenze cognitive del pupillo, e possano quindi disporre gli idonei strumenti correttivi**, bensì -e questa è grossa, se mi passate la citazione colta- per evitare che lo studente poco diligente si abbandoni a gesti sconsiderati.
Chi ha lavorato un paio di settimane in organizzazione capisce bene (e il sottoscritto capisce meglio, avendovi lavorato cento volte tanto) che il vero motivo di queste cautele non è quello di evitare gesti sconsiderati, bensì di pararsi il culo (se mi consentite un'ulteriore citazione) casomai il poco atto dovesse uscir di senno. Detto meno in cifra: la scuola manda una raccomandata ai genitori, poi se il bocciato si butta nel fiume, non sono fatti suoi (della scuola) ma suoi (del minorato).
Quando io sentivo dir queste cose, mi indignavo, ritenendo che questo modo di tutelarsi infingardamente fosse indegno dell'istituzione scolastica: un'istituzione fatta per responsabilizzare e far diventar grandi, prima che per insegnare nozioni: e quindi destinata a perdere credibilità e persino ragion d'essere nel momento stesso in cui dovesse abdicare a tale mandatomissione.
Già, perché il far divenire adulti (cittadini!) è una missione: non del singolo insegnante, badate bene: perché questi (come pure insegna Scorfano, che mai ringrazieremo abbastanza per quanto ci apre gli occhi) è un lavoratore: certo sottopagato ma lavoratore, e non missionario: perché insegna per pagarsi l'affitto, il pane e anche qualche divertimento; e a cui insegnare magari piace, ma prima che al piacere deve pensare alla propria vita.
La scuola (la Scuola!), intesa come istituzione, esiste solo al fine di far diventar grandi: di trasformare bambini balbettanti in cittadini di una società complessa. Questo per la Scuola è una missione: la ragione stessa del suo esistere. Svicolare da questa missione è un crimine: perché significa venir meno alla promessa fatta dallo Stato ai propri cittadini che ripongono fiducia nell'istituzione.
Io credo, dunque, che sia un crimine mandare a casa delle lettere che annunciano la bocciatura o l'esame a settembre, per due motivi: anzitutto perché queste lettere sono la prova provata che la scuola rinuncia a perseguire la propria missione, rinuncia a fare di un liceale un adulto, e getta la palla dall'altra parte della rete, dicendo alle famiglie "arrangiatevi: l'avete fatto voi il cretino, gestitevelo". La scuola, con queste lettere, mette nero su bianco che è tutto uno scherzo, che neppure essa stessa crede davvero di poter fare ciò per cui è nata.
E, allo stesso tempo, impedisce all'adolescente, che magari per la prima volta nella vita si trova di fronte ad un problema serio (quello di parlare alla sua famiglia di un proprio fallimento), di affrontarlo con le sue forze, studiando il modo e i tempi e cercandone di uscire con le ossa un po' meno rotte.
Una scuola che si convince di non saper neppure insegnare a un quattordicenne ad affrontare le proprie responsabilità, e gli impedisce di farlo, merita che i quattordicenni la coprano di insulti. Se poi la stessa scuola agisce così perché ritiene doveroso pararsi il culo dato che "non si sa mai", legittima perciostesso qualunque subdolo trucchetto, dal fogliettino nascosto per l'esame di maturità fino alla corruzione della commissione giudicante.

Queste sono le cose che ritenevo quando mi venive detto che si spedivano le lettere prima di far uscire i quadri. Avete idea di come mi senta adesso, dopo aver letto il post di stamane e aver appreso che neppure si crede che i ragazzi sappiano dire in famiglia "ho preso cinque all'interrogazione"?

* coloro che sanno di cose di scuola potranno stupirsi a loro volta per il fatto che io avessi una frequentazione notturna con una signora che aveva 18 classi a cui insegnare: questo potrebbe aiutare nel perfezionamento della voce "gesuita" su wikipedia
** bastone, o incatenamento al calorifero, secondo stagione

venerdì 18 settembre 2009

Buono per incartare il pesce

Un articolo su Repubblica, oggi:
Un gruppo su Facebook di persone che "esultano per la morte dei militari italiani a Kabul". E' nato ieri sera, fondato da una sedicente ragazza bionda (foto probabilmente falsa) che si fa chiamare Sofia B. Questa mattina è già stato rimosso e cancellato dagli amministratori del social network con la seguente spiegazione: "Questo messaggio presentava contenuti che sono stati rimossi o resi invisibili in base alle impostazioni sulla privacy". Al suo posto ci sono quattro altri gruppi con circa cinquecento adesioni complessive che ne chiedono l'immediata eliminazione.

Ma davvero alcune persone possono essere così folli da esultare per la strage di Kabul? Il mistero, per ora, resta. Gli esperti di Facebook dicono che tutte le ipotesi sono valide: dall'estremismo politico (ma il linguaggio non sembrava quello tipico di questi settori), alla provocazione volta a suscitare reazioni giustamente inferocite e a far agire la censura di Facebook, alla goliardata cretina.
149 parole, di cui solo le ultime due hanno un qualche senso. Un rapporto segnale/rumore pari a 0,0136 e rotti.

Disfattismo



- Quand'è così, - riprese il frate, - il mio debole parere sarebbe che non vi fossero né sfide, né portatori, né bastonate.
I commensali si guardarono l'un con l'altro maravigliati.
- Oh questa è grossa! - disse il conte Attilio.
 

Alle corde


Ieri sera mi sono visto Ballarò. So che sto vedendo troppa TV, di questi tempi, ma ci sono validi motivi: un po' l'interesse, perché Floris riesce sempre a tirar fuori qualcosa che vale la pena di ascoltare; un po' per par condicio, avendo assistito al monodialogo tra Vespa e Berlusconi; un po' con la segreta speranza che l'indice di ascolto della coppia Floris Bersani potesse far polpette del mezzo flop di martedì tra il giornalista-insetto e il PresConsMin (e aspettiamo quindi con un filo di speranza i dati che saranno diffusi in mattinata!)
C'era poi l'appuntamento ormai consueto su FriendFeed, che si è svolto sotto un post di Guia Soncini e che ci ha consentito di trascorrere in letizia quelle due orette.
Non che ci fossero molti altri motivi di letizia, beninteso: perché colui che oggi appare il favorito per il ruolo di futuro capo dell'opposizione è apparso bolso, stanco, confuso.
Capisco bene che uno possa aver trascorso una nottataccia: magari un incontro erotico, cui non è abituato a differenza d'altri; magari una banale gastrite. O la fatica di una giornata pesante; forse anche un paio di lineette di febbre. Sta di fatto che il Pierluigi ha fatto una magra figura: si impappinava, ciafagnava come colui che abbia indulto nei piaceri della tavola e soprattutto del fiasco, inanellava talora un'infilata di frasi fatte talché, dirimpetto a Tremoni, i due sembravano una rappresentazione off di Bouvard e Pécuchet, ma meno simpatici.
Insomma: c'erano dei momenti in cui, se Liliana mi scusa il francesismo, non si capiva un beato cazzo di ciò che voleva dire.
Speriamo si sia trattato solo di un'inciampo: perché son tempi da brividi nella schiena.

mercoledì 16 settembre 2009

Antologia del buonumore


Quando ero piccino in casa dei miei nonni entrava sempre la Settimana Enigmistica: il venerdì, se ricordo bene.
Io non ero in grado di risolvere i rebus, gli anagrammi e le sciarade: mi limitavo a risolvere l'enigma poliziesco per i piccoli, affrontavo l'aguzzate la vista e annerivo gli spazi contrassegnati con un puntino.
Soprattutto leggevo le barzellette e le strisce, quelle che non facevano ridere, di cui .mau. è oggi un epigono.
C'era, sempre, una barzelletta sui matti. E per far sì che il lettore capisse che il personaggio rappresentato era matto, questi veniva sempre rappresentato vestito da Napoleone: con il tricorno e la mano sotto la giacca.
Quando ieri ho visto la trasmissione di Bruno Vespa, ho avuto una folgorazione. Berlusconi, non una volta ma tante, si è messo in posa, con la mano sotto la giacca. Forse anch'egli soffre di ulcera; forse, come dice sua moglie, "è un uomo malato che ha bisogno di essere curato".

martedì 15 settembre 2009

Vecchio facocero

Un vero Uomo 2.0 ora inizierebbe il liveblogging di Vespa & his Master. Io me lo guarderò, invece: per lo stesso motivo per il quale non faccio foto quando sono in giro per le città d'arte; perché voglio ricordarmela bene, questa serata.

Un genio, un vero genio!


Il programmista di RaiTre che ha deciso che stasera al posto di Floris ci sarà La caduta-Gli ultimi giorni di Hitler, meriterebbe un monumento.

Latte abbronzante

Al Corriere non impareranno proprio mai ad azzeccare un titolo giusto!

The Rise and Fall of Silvio Berlusconi


Ci ho pensato sopra e ho deciso: questa sera mi metto il vestaglione di flanella, sistemo il tavolinetto di fronte al televisore, mi faccio una frittatona di cipolle e apro una familiare di Peroni gelata per godermi in fascia protetta Bruno Vespa impegnato in una scene di rimming con il suo master (e se tutto ciò vi sembra oscuro, vuol dire che Internet non vi ha ancora rovinato: complimenti!)
Ci ho pensato, ho ponderato le diverse opzioni e alla fine mi sono convinto che, pur se tale scelta darà a Bonaiuti la possibilità di aggiungere una manciata di spettatori alla statistica Auditel sulla massa osannante di occhi e orecchie che avranno seguito le gesta del Capo, ciononostante lo spettacolo va visto: e tanto più ora, quando ho appreso che perfino sulle reti del figlio di Berlusconi sarà sospeso Matrix.
Mio padre è morto all'incirca tre anni fa: una domenica, verso l'alba, in una camera d'ospedale, con a fianco mia madre. Ha dato un sussulto, un salto nel letto, e il suo cervello si è spento; ma ha continuato a respirare.
Gli infermieri l'hanno spostato in un'altra stanza, non saprei dire se per rispetto verso di lui o verso il suo compagno di stanza, che non versava in condizioni molto migliori; e dico stanza, ma in effetti era una via di mezzo tra uno sgabuzzino e un ripostiglio.
Sono stati lì, lui e mia madre, fino al primo pomeriggio, quando finalmente ha smesso anche di respirare.
Certo, ci sono modi migliori e forse più dignitosi di morire: ma perlomeno l'ha fatto da solo, privatamente, con vicino la donna che l'aveva accompagnato per tanti anni.

I re non hanno questo privilegio: e non penso tanto a Luigi XVI, quanto a suo nonno e soprattutto al quadrisavolo, costretto a condividere con un'intera Corte persino gli ultimi respiri, così come aveva condiviso con essa tutti i risvegli.
Silvio Berlusconi è ormai un re per questo paese, è inutile far finta che ciò non sia. In una nazione che non ha mai amato i propri sovrani, con l'eccezione forse del secondo Vittorio Emanuele, l'unico vero re dello scorso secolo è stato un gran borghese, Gianni Agnelli, e ora il suo posto è stato preso da Silvio Berlusconi, non foss'altro per i suoi trent'anni di potere dapprima mediatico e poi anche politico.
E' dunque un re, Berlusconi, e la sua fine è un atto pubblico, che egli stesso sta preparando e mettendo in scena, annebbiato da consiglieri che ormai sanno solo adularlo ed accecato dal proprio orgoglio.
La vedete bene l'espressione di quest'uomo, qui a fianco? molti di voi hanno l'età per aver visto quel filmato il giorno stesso in cui fu girato, e rammenteranno perfettamente la smorfia di basito stupore che si disegnò sul viso del dittatore, che non aveva alcun sospetto di come le cose stessero veramente andando nel paese, e credeva veramente di essere amato e venerato dal popolo tutto.
Si dovette ricredere, improvvisamente; e due giorni dopo era morto.
L'Italia non è la Romania, e quella che preconizzo per Berlusconi sarà una fine squisitamente politica: mi auguro anzi che possa campare altri cent'anni e morire serenamente nel proprio letto, circondato da coloro che gli vogliono bene, ammesso che ce ne siano ancora; ma la messinscena di stasera, l'azzeramento di ogni altra voce e l'involuzione verso un culto della personalità sempre più avulso da qualsiasi contatto con la realtà sono, credo, segni inequivocabili del fatto che stiamo vivendo gli ultimi rintocchi della sua carriera.
E varrà la pena di esserci, davanti al televisore, per poter poi dire: «io c'ero».

Post scriptum: Se poi, nel cadere, trascinasse con sé Mariastella Gelmini, sarebbe tutto di guadagnato.

lunedì 14 settembre 2009

Notizie che non sono notizie

Il televideo RAI ancor adesso (ore 15:30 circa di lunedì 14/9) racconta che domani sera in tivù ci sarà Ballarò; e sulla prima rete un programma di intrattenimento.
Noi sappiamo bene che non sarà così: che sulla prima rete il servo dei servi dei servi del padrone darà l'ennesima leccata lisciata di pelo al PresConsMin, mentre al posto di Floris chissà cosa mai ci sarà.
La cosa in sé non meriterebbe neppure di essere commentata: e se qui lo facciamo è solo perché un giorno qualche mio nipotino potrebbe desiderare di approfondire lo studio della storia italiana di questo inizio secolo: e voglio lasciargli qualche riferimento, raccontandogli di quel tempo in cui il suo nonno visse la sua maturità: quel tempo in cui bisognava andarsi a cercare le notizie e sviluppare la capacità di distinguere il vero dal falso; la propaganda dalla menzogna; la verità dall'imbellettamento.
Quel tempo in cui bisognava leggere prima la firma del giornalista e poi l'articolo; in cui bisognava confrontare tante versioni dello stesso evento per ricostruire, faticosamente, la realtà. Quel tempo tanto simile a quello che a sua volta vissero i miei, di nonni: quando tra le righe di un roboante comunicato che proclamava l'affondamento di un dragamine inglese, occhi o orecchi attenti riuscivano a cogliere il disastro dell'affondamento di una squadriglia di incrociatori, e la morte di centinaia di marinai.
Forse un giorno quel mio nipotino invidierà questo nostro tempo, in cui farsi un'idea del proprio paese richiedeva virtù eroiche ed un'intelligenza superiore; o forse quel giorno egli stesso si troverà nella nostra situazione, o fors'anche peggio: chissà.
Certo, potrebbe imputarmi di non aver fatto nulla per cambiare la situazione, e con ragione. Come reagirò domani sera, quando Bruno Vespa ci mostrerà Berlusconi entrare nelle case degli aquilani, aprendo i loro nuovi frigoriferi, emettendo gridolini di stupore di fronte a tanta abbondanza di carni, per una volta non tiepide e frementi?
Se potessi, smetterei di pagare il canone, ma non posso. Potrei sintonizzarmi ostentatamente sull'Ispettore Coliandro o sul film della 7, giusto per non far salire l'indice Auditel del PresConsMin: ma sarebbero centesimi di punto, e del tutto inutili dato che la comparsata non è fatta certo per raccogliere pubblicità, e quindi la RAI se ne strafrega dello share. Non posso neppure smettere di votare per il partito di Berlusconi, non posso aprire un blog per parlarne male e non posso iniziare ad indottrinare mio figlio contro di lui e contro i suoi accoliti.
Ditemi voi: che posso fare?

L'inizio della fine

Oggi è il primo giorno di scuola. Che è uno shock per i docenti, come insegna l'ottimo Scorfano.
Ed è uno shock per gli allievi, come sanno tutti coloro tra i miei lettori che hanno portato a termine il ciclo delle elementari, e come Nichita non ha mancato di rammentarmi tra ieri e stamattina. Certo, il fatto che per lui sia il quinto primo giorno di scuola rende la cosa non più drammatica, bensì semplicemente spiacevole.
Ed è uno shock anche per i genitori: il primo giorno di scuola significa la fine delle vacanze e l'inizio di un nuovo anno anche per me: perché vuol dire routine, orari da rispettare, piogge battenti, vestiti da scegliere curando che non siano troppo caldi o troppo leggeri, prime colazioni da consumare e spesso imporre, corsi pomeridiani, rimproveri da borbottare e punizioni da impartire.
Che differenza rispetto a quei tre mesi in cui sono potuto svegliare senza l'assillo dell'ora da rispettare, senza la rassegna stampa di radio popolare e senza fare la colazione casalinga, che invece ho consumato da Ginrosa, dove si trovano le migliore brioches del centro città.
E, come se non bastasse, oggi, per la prima volta da mesi, ho acceso la luce.

domenica 13 settembre 2009

Ofelè fa el to mestee

Sapete bene che in economia si usano quei modelli teorici in cui ci sono astratti signori con in mano un biglietto da dieci dollari che devono scegliere se comprare burro o cannoni; e attraverso le loro scelte si definisce il prezzo del burro, quello dei cannoni, i tassi d'interesse, il valore della moneta e di tutto e di più.
sono modelli che si basano su esempi talmente semplici e intuitivi che ciascuno potrebbe credere di essere in grado di inventarse uno.
Su Baseline Scenario c'è un delizioso articolo di James Kwak che spiega come, invece, costruire un modello funzionante sia tutt'altro che scontato. Già il titolo «Can Openers for Beginners» è una ammirevole provocazione.

giovedì 10 settembre 2009

Matteo

Da qualche tempo riuscivo a leggere Matteo: e me ne preoccupavo, chiedendomi se il qualcosa andato storto fosse in lui o in me.
Ora che sono tornato a non capirci nulla, sono più tranquillo.

Millemilamilioni più uno (geekish)

Tra i millemilamilioni che giustificano l'utilizzo di Opera come browser preferito, la versione 10 offre Opera Turbo.
Dalla descrizione che ne fa il produttore: "Opera Turbo is a free service that speeds up browsing on slow connections. In the best case, it will make a dial-up connection more nearly resemble a broadband line". Si tratta quindi di una caratteristica pensata per coloro che debbono connettersi via modem o via reti GPRS.
Scendendo nei particolari del funzionamento, apprendiamo che: "The technology behind Opera Turbo is a proxy server with server-side compression of Web pages. A compression rate of up to 80% can be achieved, in part by reducing the quality of images".
Se ci pensate un attimo, vedrete come tutto ciò possa essere sfruttato in un ambiente lavorativo nel quale l'accesso a determinati indirizzi venga filtrato da un proxy aziendale.

Giocare con i numeri 1i

Più di un anno fa inauguravo una rubrica, «Giocare con i numeri» che mi ha dato grandi soddisfazioni.
Nella prima puntata (che in effetti era una ur-puntata, in quanto priva delle analisi che successivamente ho sviluppato) dichiaravo quanto poco credessi ai dati sbandierati dal ministrino dell'innovazione e dalla P.A. in merito alla lotta all'assenteismo.
Oggi un articolo sull'Espresso dimostra, cifre alla mano, che anche in quell'occasione, sulla scorta del mero fiuto, ci avevo visto giusto.
Non che fosse difficile, intendiamoci!

Occasioni perdute

Sarà lo scampato pericolo; sarà un residuo di affezione; sarà la simpatia istintiva che si prova per i vinti e i perdenti. Sarà pure, un po', che il dibattito per la scelta del segretario del partito democratico è solo un poco meno avvincente del torneo settimanale di scopa d'assi della Baggina.
Sta di fatto che in questi giorni mi va di parlare del Puffo Triste: che è come sparare sull'ambulanza ma non è vietato dalla Convenzione di Ginevra.

E quindi vi dico che ier sera, vedendo la mia puntata serale di West Wing, ho realizzato che lui, quello che voleva introdurre l'inglese come lingua ufficiale, sostituire i monumenti a Garibaldi con quelli a JF Kennedy e la Nutella con il burro d'arachidi, non ha mai visto West Wing.
Peccato, Walter!

poi la smetto, però. davvero.

mercoledì 9 settembre 2009

Piccola storia su Edipo

Il papà del Puffo Triste ha portato Mike Bongiorno in Italia.
Mike Bongiorno ha portato il PresConsMin al successo nei media.
Il successo nei media ha portato il PresConsMin al successo in politica.
Il Puffo Triste ha sfidato il PresConsMin. E ha perso.

Ecco il motivo per cui il Puffo Triste non ha mai detto il nome del suo avversario: suo padre.
Ed ecco perché ha perso.

La giornata volge al peggio.

Apprendo da Luca Sofri che oggi verso le 18:30 il Puffo Triste sarà alla Feltrinelli di Piazza Piemonte (in compagnia del Sofri medesimo, al quale ad ogni buon conto formulo i migliori auguri).
Più o meno alla medesima ora io transiterò, come di consueto, a pochi metri da lì, sulla via del ritorno a casa, in sella alla mia fiammante bicicletta, con tanto di copertoni nuovi.
Spero di limitarmi a forare, che poi non sarebbe poi un gran male, dato che il ciclista è lì, a un paio di cento metri di distanza; ma se questo blog in futuro non dovesse esser più aggiornato, voi sapete di chi è la colpa, vero?

aggiornamento: sono vivo, grazie al cielo. E anche la bici sta bene.

Postfenomenologia di Mike Bongiorno

Certo, era simpatico, Mike Bongiorno. Nel funerale laico tributatogli ieri dalle televisioni tutte spiccava l'intervista di Daria Bignardi, in occasione della pubblicazione del suo libro, in cui appariva divertente, spigliato, alla mano.
E poi era stato partigiano, era diventato antiberlusconiano, era ringiovanito con Fiorello.
Antiberlusconiano, che oggi è come dire di sinistra. Proprio come Indro Montanelli, Marco Travaglio, Antonio Di Pietro.
Come Gianfranco Fini.
Ecco, ragazzi: tenete presente che Fini, non è di sinistra: e per quanto nel tristo panorama politico in cui viviamo sia lui, e non D'Alema, a dir le cose di sinistra, egli resta comunque uno che sta dalla parte (per me) sbagliata. Come Travaglio, come di Pietro, come Montanelli.
Come Mike Bongiorno.
Il quale Bongiorno non è certo il principale responsabile del paese di merda in cui viviamo e dell'ascesa al potere del PresConsMin; ma certo è stato il principale fautore delle sue televisioni private, insieme a Confalonieri.
La cultura della mercificazione di tutto ciò che attraverso la televisione è passato nelle case e nelle menti degli italiani, è stato Mike Bongiorno a teorizzarla e praticarla, fino all'estremo. Egli non ha inventato solo il Granbiscotto rovagnati: ha inventato tutto un sistema di riferimenti culturali all'interno dei quali poter piazzare il Granbiscotto.
Non poteva forse immaginare che un bel giorno al posto di vendere il Granbiscotto avrebbe dovuto vendere agli italiani il proprio datore di lavoro, ma il contorno di ballerine, canzonette e cervelli all'ammasso necessari per perfezionare tale vendita, tutto ciò è per molta parte opera sua.
E quando si è trattato di vendere il suo datore di lavoro, non ha esitato un minuto, e l'ha fatto con la consueta efficacia, come dimostra il video che gira in questi giorni e che anch'io ho ripreso.
Credete proprio che se non fosse stato cacciato dalle televisioni del figlio del PresConsMin, avrebbe avuto il revirement senile che l'ha portato a mettersi al servizio del principale rivale dell'ex datore di lavoro (quel Murdoch che, sappiatelo, neppur lui è minimamente di sinistra)?
Se lo credete, siete anime belle; e in fondo in fondo vi invidio.

Cadono le foglie (e puccio madeleines nel tè)

Oggi qui è iniziato l'autunno: settembre, tempo di esami di riparazione.
Ne ha scritto in più riprese Scorfano, e oggi ne scrive anche Ipazia Sognatrice, commentando una castroneria uscita dalla bocca di una sua discente, che peraltro non aveva neppur preso l'esame di riparazione (che non si può chiamare esame di riparazione!) bensì solo la letterina.
In terza liceo anch'io presi l'esame a settembre (che al tempo si chiamava di riparazione; ed eri tu a doverlo dire ai tuoi, non la scuola; e i tuoi si incazzavano con te, e non con i professori).
Mi diedero tedesco: e non è che lo sapessi molto peggio degli altri. La nostra insegnante di tedesco, molto impegnata e molto di sinistra, aveva tutta una sua idea sulla didattica: riteneva che il biennio dovesse servire a portare in pari tutti gli allievi, recuperando dall'abissale ignoranza coloro che, per demerito dei professori delle medie o per dickensiana condizione delle famiglie di provenienza, partivano svantaggiati. E, pertanto, per tutti i primi due anni di liceo non si è mai sognata di rifilare un'insufficienza: forse talora, nei casi più eclatanti, un cinquemmezzo.
Prendete trenta quattordicenni (tosto ridottisi a venti l'anno successivo, e non per merito di lei); dichiarate loro che non darete insufficienze, e quale risultato otterrete?
Il fatto è che, giunti in terza, la sedicente docente, ritenendo tutti ormai pronti ad affrontare le gioie e le difficoltà del tedesco, iniziò a fare lezione in tedesco, spiegandoci la letteratura, la storia e la civiltà di quel grande paese.
Metà della classe, coscienziosa o secchiona, durante il biennio aveva lavorato comunque, ed era in grado di seguire l'insana. L'altra metà sentiva questo brusìo di fondo, afferrendo talora qualche articolo determinativo (di cui non era in grado di riconoscere il caso) ed alcuni semplici aggettivi: gut, schön, viel. Non è il caso di esplicitare di quale metà della classe facessi parte io.
Alla fine dell'anno la stordita avrebbe dovuto rimandare a settembre dieci allievi; il che non era proprio presentabile al consiglio di classe: e pertanto prese fior da fiore: il peggiore di tutti, e i due dell'ultimo banco che avevano quell'odiosa aria da genietti e ostentavano la loro ignoranza della materia senza cercare di mascherarla sotto un velo d'ipocrisia. Non è il caso di esplicitare di quale categoria facessi parte io.
Passai quindi molte ore delle vacanze a studiare i casi, il congiuntivo (se aveste potuto mai credere che il congiuntivo italiano sia complicato, sarebbe il caso che vi ricredeste, datemi retta) e certe particelle proclitiche da- e wo- che in mia fede non sono mai riuscito a capire a cosa diavolo potessero servire. Imparai qualcosa, tanto che feci bene lo scritto, uscendone con un sette (al tempo il sette era un bel voto): come dimostra il fatto che oggi, quando disbrigo la corrispondenza e trovo una lettera in tedesco, riesco a cogliere il senso generale di ciò che mi si comunica.
Ci fu poi l'orale. Non ricordo cosa mi fu chiesto, e non rammento neppure se fu lungo o breve. Quello che ricordo perfettamente, come su una lastra fotografica, fu quando la sventurata mi chiese lumi intorno all'unificazione della Germania, che io avevo una vaga sensazione essere avvenuta attorno al diciannovesimo secolo; secolo più secolo meno. Vistomi impaniato, pretese di conoscere almeno il nome del Cancelliere che l'aveva condotta a termine.
Io sparai: -«Metternich!». Lei scosse il capo, triste, e mi lasciò andare.

martedì 8 settembre 2009

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Su FriendFeed c'è un po' di gente che gioca a un tormentone chiamato GioconeFF; si tratta di un intrattenimento un po' invasivo (chi usa FriendFeed sa perché, e chi non lo usa non lo capirebbe, per cui non val la pena di spiegare questo punto): e pertanto molti, che non giocano, alzano il sopracciglio e rimpiangono i bei vecchi tempi, in cui la gente seria era seria (ci sono poi degli amici che mi prendono bonariamente per il culo per il tempo che vi dedico, ma questi sono scherzi: io parlo di chi se la prende sul serio).
L'inventore e il supremo duce del Giocone è Adamo Lanna, uno che scrive delle cose divertenti (io ho un fiero pregiudizio verso chi scrive cose divertenti, dal momento che quasi sempre esse mi intristiscono; ma le sue sono cose divertenti che divertono; o perlomeno mi divertono): non è che voglia fargli pubblicità (anche se come vedrete parlerò bene della sua creatura, alla quale dedica una quantità di tempo inverosimile): e difatti il Giocone è una scusa per parlare d'altro.
Il meccanismo del GioconeFF è quanto di più banale ci sia: una serie di prove da superare, all'esito di ciascuna delle quali si viene ammessi alla prova successiva. Si tratta di risolvere cruciverba, riconoscere pezzi di fotografie, riordinare delle serie secondo una chiave da scovare, e così via. Sembra idiota, detto così: e forse lo è anche, con buona pace dei detrattori; ma vi prego di notare che non è il modello che fa la differenza, bensì il contenuto. Un romanzo di Agatha Christie e uno di James Crumley possono essere stampati con la stessa carta, i medesimi tipi e in identico formato, ma la differenza non sta nella forma del libro, bensì nelle parole che vi sono stampate dentro.
Le prove del Giocone sono molto interessanti, perché richiedono una grande conoscenza dell'ambiente di Friendfeed, e una memoria da elefante (qualità che entrambe io non possiedo) o, in alternativa, una spiccata capacità di trovare informazioni con la rete e riguardo alla rete.
Riconoscere il nick a cui appartiene una certa fotografia non è alla portata di chiunque: non puoi digitare la fotografia in google e aspettare che lui ti dia la risposta; e così pure individuare quale tra le centinaia di personaggi che scrivono abitualmente avrebbe potuto pronunciare una certa frase, richiede una serie di abilità.
Intendiamoci: non si tratta di costruire una centrale nucleare, sono cose che richiedono solo un po' d'impegno; ma sono un esercizio e un'occasione per avviare contatti con gente nuova, il che dovrebbe essere lo scopo di un social network.
Certo, risolvere i livelli del Giocone non serve a nulla: so che farei meglio a spendere il mio tempo corteggiando un'ereditiera o progettando un modello di Tokamak per risolvere i problemi energetici dell'umanità; ma in questo momento non è che abbia per le mani un'ereditiera papabile, e l'ingegnere nucleare è mia sorella, non io. Del resto anche scrivere su un blog o leggere Proust è solo una perdita di tempo, no :-)?
C'è però qualcosa di più.
Molti dei miei pochi lettori sanno chi è questo signore qui a fianco; qualcuno lo avrà addirittura appreso da me. Probabilmente ricordate in quale occasione ne scrissi e la commozione che espressi. Commozione che ho sentito, viva, nei commenti ai post miei e di altri che sono apparsi in quella occasione.
Questo signore qui ha dato delle lezioni fondamentali per chiunque voglia affrontare la modernità, e in particolare comprendere criticamente il mondo in cui viviamo senza farsi trascinare dalla stampa e dai telegiornali come una barchetta di carta in una tempesta.
Per far ciò è necessario saper trovare le informazioni; e il modo per trovare le informazioni è quello di saper seguire i sottili fili che collegano fra loro ogni singolo elemento, fino ad arrivare al bandolo della matassa. In tal modo si può capire se il PresConsMin mente o dice la verità, se George Clooney ci è o ci fa con la Canalis e se Giorno e Notte fa perdere veramente peso o è una truffa. Non importa che queste informazioni possano apparire l'una più e l'altra meno importante: ciò che conta è il metodo; e comunque se decidessi di perdere finalmente peso, per me sapere se sbatterei via o meno i miei soldi sarebbe *molto* importante.
Io non so se Adamo conosca o meno Fravia+: sta di fatto che affrontare i livelli del suo Giocone mi ha fatto ritornare indietro nel tempo, a quando studiavo gli esercizi e cercavo di trovare il nome della modella con i capelli rossi: è un bellissimo modo per buttare via un'ora delle mie giornate, ed un ottimo esercizio per la mente e per affrontare l'oggi: certo mille volte meglio che i quizzettini scemi sulla consolina pubblicizzati dall'attrice australiana.
E ciò volevo farvelo sapere, anche per avere una scusa per ringraziare Adamo.

Per non dimenticare


(hat tip PTWG; e lo riposto anch'io solo per testimonianza)

There's a sucker born every minute

E' da ieri che mi sto dannando per riparare una sciocchezza fatta da un collega. Anzi: dato che la sciocchezza non è riparabile, mi danno per rappresentare correttamente tutto ciò che è accaduto e far sì che le responsabilità ricadano su chi ha commesso la sciocchezza e non sul mio culo.
Datemi fiducia e tenete per buono il fatto che io sia totalmente privo di colpa: tanto non siete voi che dovete giudicare e quindi potete accettare l'assunto; date pure per accettato il fatto che io non farei mai ricadere su un collega colpe che egli non ha, e anzi tendo a fare di tutto per scusare e giustificare, non tanto per carità cristiana quanto per l'elementare principio che oggi tocca a te ma domani toccherà a me, e se ti faccio un torto o una scortesia la riparerò con gli interessi.
Tenete infine conto del fatto che la persona in questione è *molto* più alta in grado rispetto a me, seppur in un'altra linea gerarchica, e quindi non è che io debba esercitare un'autorità punitiva bensì solo spiegare cos'è accaduto.
Resta il fatto che c'è sul piatto questa cazzata galattica. E mi sono reso conto che se si fosse trattato solo di una sciocchezzuola, avrei potuto spiegarla in una mezza paginetta, senza troppi problemi; mentre una cazzata di tale livello è così enorme che da due giorni sto cercando di trovare un modo per raccontarla senza che ciò sembri un pararsi il culo.
Tali e tante sono le pezze d'appoggio che dimostrano l'incompetenza e la superficialità del collega megadirigente che il solo enumerarle sembra una excusatio non petita: come colui che al commissario (si tratti di un romanzo di Olivieri o di Fruttero e Lucentini) presenti lo scontrino dell'ingresso in stazione o della consumazione al bar, religiosamente tenuto nel portafoglio.
Mi accorgo che più metto in evidenza le prove a carico, più sembra che lo faccia per qualche recondito motivo: come se la mia totale estraneità avesse, in sé, qualcosa di sospetto.
E tutto ciò perché, credo, si può accettare che un personaggio così in alto sia in malafede, o distratto, incompetente o perfino disonesto; ma non è proprio concepibile che sia, come purtroppo è, un perfetto idiota.

lunedì 7 settembre 2009

De me fabula narratur

Oggi il Corriere della Sera ha, in prima pagina, un editoriale su di me.


Nella sua essenza è la tendenza a realizzare i propri desideri senza fare fatica. Ma proprio nessuna. Non gli basta ottenere il risultato col minor sforzo possibile.
Non programma il futuro, lo immagina, lo fantastica.
Rimanda.
Se riesce ad avere un lavoro sedentario si accontenta. Se arriva in un posto di comando vi si adagia.
Talvolta ingrassa, si appesantisce e tutto allora gli diventa ancora più faticoso, anche cambiare casa.
Qualche volta rimanda anche di pagare i debiti, i mutui, i prestiti, le multe. Spera che gli altri se ne dimentichino.
Per il pigro vale veramente la massima «pochi maledetti e subito».
Adora le abitudini, le comodità.
Quando gli chiedono di fare qualcosa risponde di sì perché è più complicato dire di no.
Tanto poi non lo fa.
Mente, inventa una scusa, dice una bugia. Spesso la prima che capita.
Poi, per pigrizia, talvolta la dimentica.

domenica 6 settembre 2009

La faccia come il culo /2 bis

Merita un ulteriore approfondimento il discorso avviato ieri con riguardo alla sconfortante faccia di culo di Repubblica nei servizi sull'influenza di quest'anno.
Ribadisco che parlo male di Repubblica perché è questo foglio che ho qui con me, ora; e non so dire se analoghe sconcezze si ritrovino su altri quotidiani; ma temo che ciò sia assai probabile.
Dunque, la pagina 11 della Repubblica odierna ha due articoli. Il primo, a firma di Giuseppe Del Bello e Cristina Zagaria, racconta i funerali del pover'uomo stroncato da una messe di malatie e sindromi, cui l'influenza ha dato la spintarella finale.
Il titolo: «Psicosi contagio ai funerali di Gaetano»; e nel testo: «...subisce l'assurdo isolamento in cui l'hanno relegata il quartiere, i vicini, gli inquilini. Per paura immotivata. Per precauzione inutile».
La lettura di queste righe mi ha fatto dire: bene: dopo aver seminato il panico si sono accorti di aver fatto una stronzata e adesso stanno tirando i remi in barca. Non è che chiedano scusa o ammettano di aver creato loro, la psicosi; ma meglio che niente.
Senonché, l'altro articolo della stessa pagina, a firma di Anais Ginori, inizia con un'occhiello rassenerante: «Nipote della più terribile delle influenze è sopravvissuto grazie alle mutazioni genetiche diventando "invincibile"». La prima domanda che mi pongo, e se repubblica abbia così tanti danari da permettersi un esercito di titolisti: perché non posso proprio credere che chi ha scritto questo occhiello sia la medesima persona che ha scritto il titolo precedente. Salvo che non abbia della roba veramente buonissima da fumare, nel qual caso lo pregherei di scrivermi in privato per stringere accordi commerciali.
Ma è la Ginori che ci mette dei bei carichi di bastoni: «quasi un'epopea, non proprio gloriosa, visto che ha sempre seminato terrore e morte... l'ipotesi che il virus fosse stato congelato in qualche laboratorio e da lì si fosse risvegliato... non è detto che il 2009 sia il capolinea di questo inquietante viaggio».
Cosa dovrebbe pensare, vi chiedo, il lettore? Come può considerare "psicosi" il timore verso una malattia "invincibile" che "ha sempre seminato terrore e morte"?

sabato 5 settembre 2009

La faccia come il culo /2

La faccia da culo questa volta non è il PresConsMin, bensì il suo acerrimo nemico, il quotidiano la Repubblica.
Che ha l'impudenza di sparare oggi in prima pagina un titolo siffatto:
Influenza A, psicosi contagio.
Psicosi, come insegna la Treccani, è «Il comportamento psicotico è caratterizzato da un'alterazione globale della capacità di valutare in modo corretto l'appropriatezza di percezioni e pensieri e dalla creazione di una nuova realtà, nonché dalla presenza di deliri o allucinazioni senza la consapevolezza della loro natura patologica.». Il delirio; l'allucinazione.
Ma quanta sfacciataggine ci vuole per usare una simile parola, dopo che lo stesso foglio -così come il resto della stampa su carta e su etere, va detto a parziale discolpa dell'editore italo-svizzero- ha pompato per mesi una incoscente campagna di ingiustificato allarmismo per una malattia che ha un tasso di mortalità leggermente inferiore a quello delle influenze degli anni passati, e che invece è stata rappresentata come una nuova peste nera?

venerdì 4 settembre 2009

Ritorno al ventre materno

In questi giorni scrivo poco, e solo sciocchezze o cose mie.
Non è l'effetto di FriendFeed, e non è che il Giocone dreni tutte le mie risorse intellettuali.
Non è neppure che sia oberato di lavoro: ne ho, e tanto, ma ciò non mi ha mai impedito di ritagliarmi qualche minuto o mezz'ora per cazzeggiare allo schermo piuttosto che* alla macchinetta del caffè.
No: è proprio che quello che sta succedendo in Italia, tra azioni civili, erezioni, omosessualità vere o presunte, diffamazioni e messaggi trasversali di stampo mafioso: tutto ciò ha smesso di indignarmi e mi ha lasciato un gran senso di vuoto.
E poi la situazione della scuola: classi di trenta alunni formate perché si sono licenziati** migliaia o decine di migliaia di precari, ai quali tuttavia verrebbero erogate delle simil-indennità di disoccupazione: col risultato di spendere probabilmente lo stesso o poco meno ma rovinanzo un'intera generazione di studenti, che un domani diverranno manovalanza all'estero.
Di fronte a tutto ciò non so proprio cosa dire, come dare un qualsiasi contributo diverso dall'utilizzo creativo della bestemmia.



*Piuttosto che, qui, significa "piuttosto che".
**licenziati, sì: seppur precari.

giovedì 3 settembre 2009

Pubblicita Regresso / Infasil

Lo Scorfano ha avuto un'idea meritoria quando, in questo post, ha deciso di adottare una pubblicità: un po' come quelli che adottano le panchine o i banchi in chiesa, ma al contrario, vale a dire segnalando lo spot al pubblico ludibrio.
Io sono un target televisivo un po' particolare: eccezion fatta per i telegiornali, che mi servono a stimolare l'indignazione quotidiana, e per La Nuova Squadra (perché i gusti son gusti, cari miei, e c'è anche chi passa la notte a vedere le partite di carambola o i tornei di Texas Hold'em), tutto ciò che vedo sul piccolo schermo transita dal mio Kiss1600 e, per esso, dalla rete: e quindi risulta del tutto privo di pubblicità.
Gli stessi signori dell'Auditel, che tanta fatica hanno fatto per inventare un sistema che consenta di rilevare la visione dei canali satellitari, venendo a casa mia si troverebbero alle prese con un troglodita tecnologico, dato che la mia TV via etere prende giusto giusto i cinque canali di Berlusconi, Rai Tre e La7.
Oltre a ciò, c'è il fatto che io il linguaggio della pubblicità proprio non lo capisco. I creativi si dannano l'anima per racchiudere in trenta secondi una storia avvincente tra metafore e dissolvenze; ma io le metafore non le decodifico, e quando frequentavo la casa di una certa poetessa che prima di andare a nanna mi leggeva i suoi scritti, facevo sforzi sovrumani per resistere e non addormentarmi in pochi secondi, dato che in fondo non ero lì solo per riposare.
Quel «consorziamo» che Scorfano ha stigmatizzato, l'avevo sentito un paio di volte: ma mai mi era venuto in mente di porvi attenzione e quand'anche l'avessi posta, essa sarebbe stata diretta sulle forme dell'attrice e non sulla semantica del suo messaggio: che ho potuto capire solo grazie al post citato all'inizio.

E' stato quindi con un certo stupore che ieri sera, attendendo per l'appunto l'inizio della Nuova Squadra, mi sono soffermato sulla pubblicità di un deodorante dell'Infasil; l'ho guardata; l'ho capita. E mi sono ripromesso di commentarla.
Il messaggio e chiaro: ci suono due giovinotti, bellocci. Si sono sposati il giorno stesso, e quella sera faranno fikki fikki: per la prima volta insieme, dacché la sposa sfoggia uno spendido abito bianco, anche se lo sguardo di lui fa intendere che su qualche nave scuola possa esser già salito.
Egli, sapientemente, comincia a baciarla dalla mano e via via sale, sale, mentre, una voce fuori campo, insinuante, ci fa presente che «basta poco per rovinare un momento così speciale». E difatti, proprio sulla conclusione della parola "speciale" il naso di lui arriva al cavo dell'ascella: alché il nostro riflesso pavloviano dovrebbe suggerirci che quel "poco" altro non è che il prodotto del metabolismo dei batteri alberganti nel recondito ricettacolo di lei.
Ma lui, pur essendo giunto al fatidico punto non fa un plissé, laddove ci aspetteremmo una smorfia o perlomeno un arricciamento di naso: com'è 'sto fatto? Subito la poesia viene interrotta dal primo piano del prodotto reclamizzato, Infasil Derma Clinic Deodorante, il quale evidentemente ha sui maleodoranti batteri l'effetto di una spruzzata di Zyklon B (non foss'altro perché chiunque di voi abbia mai partecipato a un matrimonio, e in prima persona, sa bene in che condizioni critiche si giunga a casa, quanto a igiene personale).

Ora, io credo di avere un certo numero di perversioni, di cui non faccio neppur mistero. Tra queste, il credere che il contatto fisico tra corpi debba essere tra corpi umani, con scambio di liquidi, umori, sudori e odori.
Nulla mi sembra così squallidamente borghesuccia quanto una donna che attraverso la pratica dell'asepsi si rende simile in tutto e per tutto a una bambola gonfiabile, sia pur semovente. Non voglio parlare d'amore, ma il sesso è anche (e soprattutto?) gustare e leccare: leccare una donna, non un prodotto profumato.
Lo spot che ho visto ieri, fra l'altro, era lievemente più lungo di quello che ho trovato da proporvi: in una decina di altri secondi si arrivava alla testa di lui sul pube di lei, e alla voce suadente che per i rischi legati a tale eventualità proponeva un ulteriore prodotto: e qui la mia indignazione è cresciuta ancora di più.
Sapete cosa scriveva Napoleone a Josephine, qualche giorno prima di rientrare a Parigi da una delle sue campagne militari?
Ne vous lavez pas Madame, j’arrive.

mercoledì 2 settembre 2009

Fisk, this is going to be huge!

Uno dei (tanti) motivi per apprezzare il servizio di Gmail è certo l'efficienza del suo sistema antispam, che solo eccezionalmente si lascia scappare qualcosa.
E' per questo che vedendomi nalle posta un messaggio dal titolo «Fisk, this is going to be huge!», mi sono un po' stupito.
Tutti noi sappiamo che la parola «huge» nell'intestazione di un messaggio e-mail ha un unico significato, così come esiste una sola interpretazione di «severa istitutrice» negli annunci economici pubblicati sui quotidiani. Com'è possibile, mi sono pertanto chiesto, che questa roba sia sfuggita al controllo?
E quindi, incuriosito, ho aperto il messaggio, scoprendo che si trattava di una comunicazione della società presso la quale è ospitato un mio piccolo sito, che ci teneva a farmi sapere cosa bolle in pentola per l'anno nuovo e quali nuove funzioni mi verranno messe a disposizione.
Mi chiedo: ma come diavolo è possibile che un provider scelga un modo così cretino per informare i propri clienti? Vero è che si tratta del servizio in assoluto meno caro (tra quelli funzionanti) che abbia trovato, ma ciò non giustifica una simile idiozia.

martedì 1 settembre 2009

Facebook e gli zebedei

Credevo di aver cancellato permanentemente il mio account su Facebook: avevo seguito le istruzioni, fatto la richiesta, confermato che proprio lo volevo fare. Avevo anche risposto all'accorata domanda che mi chiedeva perché mai lo volessi fare: avevo detto che di quel servizio non me ne frega un cazzo e che lo ritenevo la cosa più inutile del mondo.
Ero sereno.

Poc'anzi, seguendo un link del grande Oracolo, sono capitato su una fumosa dichiarazione del senatore Stefano Pedica, oggetto del mio precedente post. L'ho seguita e sono capitato su una pagina di Facebook.
Il mio browser si è messo a dialogare con il loro server, che deve avergli richiesto le credenziali memorizzate e lui, ligio, gliele ha trasmesse: cosa che nel resto del mondo internettaro non ha alcun effetto, quando un account non esiste più.
Be', dopo pochi secondi mi si apre una pagina che tutta festosa mi dice che il mio account è stato riattivato, e che zuckercoso è tanto tanto contento di rivedermi.
Io ero certo di aver chiesto la cancellazione, del mio account, non la disattivazione; ma mi rimane un frustolo di dubbio.

Decido comunque di studiarmi bene la cosa, e finalmente capito su una pagina che promette di cancellare tutto. Mi chiede la password e la compilazione di un captcha: anzi per la precisione un reCAPTCHA, quelle immagini sul tipo illustrato qui a fianco, che contengono due parole scansionate che bisogna riconoscere.
Peccato che la pagina si ricarichi ogni due secondi, rendendo virtualmente impossibile la compilazione del modulo per chi non sia un dattilografo certificato.
I miei zebedei stanno frullando come le pale dell'elicottero sul quale spero che il nume di Facebook abbia a salire il medesimo giorno in cui i bulloni delle eliche avranno a svitarsi improvvisamente; tuttavia, sapendo come funziona quel sistema e che pertanto basta inserire solo la parola leggibile, scrivendo qualcosa a caso per l'altra parola, riesco a superare il test dopo qualche tentativo.
A questo punto dovrei essermi meritato almeno un cinque o sei livelli di GioconeFF; ma non basta. Mi viene detto infatti che la mia richiesta di cancellazione è stata accodata, e verrà eseguita tra 14 giorni, salvo che nel frattempo putacaso io non mi ricolleghi di nuovo al sito, il che comporterà l'automatica cancellazione della richiesta di cancellazione.
Se fossi a casa mia, aggiungerei una bella riga "www.facebook.com 127.0.0.1" al mio hosts, ma dal lavoro passo da un proxy: e quindi vai a cancellare cookies, credenziali cachate e ad immaginarsi quali ulteriori diavolerie si potranno inventare per tenermi legati a sé, quei signori.
Che avranno bisogno di tutti gli utili che riescono a fare, in queste due settimane, per pagarsi le costosissime cure per le brutte malattie che si svilupperanno a breve nei loro organi vitali.

Stefano Pedica, senatore

Questo signore qui si chiama Stefano Pedica, ed è un senatore dell'Italia dei Valori.
Secondo Repubblica, che la riporta in virgolettato, avrebbe pronunciato la seguente frase:
Prendiamo ordini dai beduini e non dal Ministro La Russa, una vergogna che se ne dovrà discutere in Parlamento subito convocando le commissioni difesa
Dentro questa dichiarazione c'è di tutto: un non velato razzismo, un grande sciovinismo nazionalista, uno sbalorditivo dispregio per la nostra bella lingua.

Sappia, Signor Pedica (ché il titolo di onorevole non riesco proprio a darglielo, ahimé, e se crede si quereli nei miei confronti), che se per avventura, grazie al papocchio di legge elettorale che il suo partito ha contribuito a costruire, io dovessi trovarmi un giorno obbligato a scegliere tra Lei e il ministro La Russa; ebbene non avrei alcun dubbio: e traccerei la croce sul nome del mefistofelico mio concittadino.
Spero che di ciò il capobastone del Suo partito ne tenga conto, e la escluda dalle prossime competizioni.

lunedì 31 agosto 2009

Caffè, listini, sconti.

Un mio precedente post prendeva spunto dalla polemica di fin'estate sui bar che truffano gli stranieri per dimostrare che, listini alla mano, la truffa agli stranieri proprio non c'era, dato che almeno uno dei locali accusati aveva praticato ai sedicenti turisti i prezzi di listino.
Ne è nata una serie di commenti, qui e in altri luoghi che hanno dato spazio alla cosa, talché credo sia opportuno un piccolo approfondimento, anche alla luce dell'ultimo dei commenti che ho ricevuto, nel quale si dà conto di un locale veneto che ha istituzionalizzato lo sconto agli italiani.
Il tema, lo dico subito, è tutt'altro che semplice da dipanare: si tratta di una di quelle questioni dove ci sono dei bianchi, dei neri, e un'infinità di sfumature di grigio che rendono impossibile dire se una certa tonalità sia più prossima al bianco o al nero.

Sono partito dal concetto che il commerciante è libero di praticare i prezzi che più gli aggradano, con il limite che non può praticare prezzi superiori a quelli di listino: ciò costituisce anzitutto un principio di diritto civile (artt. 1336 c.c.) e, successivamente, di diritto penale (art. 640 c.p.)
E' vero che a Milano si usa poco, ma in altri luoghi (chessò: Lucca) è perfettamente normale andare a comperare un paio di scarpe da 10 euri (non cento né mille: dieci) e chiedere lo sconticino; credo nessuno di voi possa ritenere che il negoziante non abbia il diritto di praticarlo.
Come pure sappiamo che ci sono i voli last minute e gli alberghi convenzionati. Personalmente io non ho mai (ma dico mai) pagato per una camera d'albergo il prezzo esposto al pubblico: e non solo quando ho viaggiato per lavoro, ma anche quando sono arrivato da solo privatamente in una città sconosciuta verso sera: basta chiedere e la riduzione è praticamente automatica (seppur magari di piccola misura).
Si può contestare il fatto che altro è il praticare lo sconto a chi lo chiede, e altro farlo in funzione della sua faccia: ma non mi sembra sia questo il punto, non foss'altro per il fatto che chiunque ha interesse ad ottenere uno sconto e si può dire che sia una specie di richiesta implicita: chi mai può avere interesse a pagare di più una cosa che può pagare di meno?

Passin passino, però, arriviamo al punto di cui al commento che citavo all'inizio: quello del caffè che istituzionalizza lo sconto agli italiani, scrivendolo a chiare lettere sul listino. Non so se la cosa sia vera, né se sia legale, in quanto non sono certo che un esercizio pubblico possa formulare listini differenziati: certo mi ricorda molto da vicino i tempi lontani in cui andavo in Romania, laddove istituzionalmente (e in modo del tutto trasparente) agli stranieri veniva praticato un prezzo e agli indigeni un prezzo di un ordine di grandezza inferiore per gli stessi servizi: il che era ben giustificato dalla differenza tra i redditi pro-capite.
Ma qui siamo in Italia (e del resto anche in Romania tale pratica non esiste più da lunga pezza). Indipendentemente dalla legalità o meno della cosa, mi sembra il problema sia di opportunità e di presentabilità.
Anzitutto, altro è praticare degli sconti e altro differenziare i listini: questa seconda pratica mi sembra molto più antipatica della prima, e se fossi un turista mi farebbe rivoltare gli zebedei (in quanto praticata in un paese che pretende di essere una potenza mondiale: ché se fosse praticata un Moldavia mi sembrerebbe, invece, quasi ovvia, e mi stupirei del conbtrario).
Ma, soprattutto, il listino differenziato, o lo sconto così largamente istituzionalizzato, non ha proprio alcuna ragion d'essere che non sia un velato sciovinismo (non si tratta di razzismo, badate). Il Caffè di via Mercanti che pratica lo sconto all'(apparente) impiegato lo fa perché quel signore può diventare un cliente abituale (cosa che con i prezzi del listino ufficiale al pubblico è tutt'altro che probabile): e il Caffè ha bisogno di clienti abituali, dato che di mesi nell'anno ce ne sono dodici, molti dei quali poveri di turisti ma ricchi di conti da pagare.
Se lo sconto viene praticato non solo all'apparente impiegato bensì anche al siciliano in visita al Duomo, la cosa diventa però priva di senso, dato che è molto più probabile che tra i clienti si ripresenti il luganese piuttosto che il palermitano, non foss'altro perché questi abita venti volte più distante del primo.
Quindi direi che il criterio che dovrebbe fare la differenza per giudicare -non tanto della legittimità quanto- dell'opportunità di questa pratica commerciale è proprio l'esistenza in capo al gestore dell'interesse ad assicurarsi, almeno in via potenziale, un nuovo cliente abituale. Dove tale interesse non è ravvisabile, credo che la pratica dell'andar fuori listino sia censurabile, mentre negli altri casi non vi vedo nulla da ridire.

Pier Ferdinando mi legge

Lo so che queste sono cose che sono gestite dalle segreterie, e che il PEDSCNEAANDAD ha ben altre cose da fare che interessarsi ai miei microgrammi di saggezzapensiero.
Sta di fatto che ricevere notifiche come questa ti danno un buon motivo per interrompere per qualche attimo lo studio del mercato dell'energia idroelettrica in Italia; e devo confessare che alla fin fine preferisco PierFerdinando che Tonino o, Dio ce ne scampi, l'Innominabile.
La pensiamo diversamente sul 90% degli argomenti, ma lui mi sembra assai più dignitoso.


*Principale Esponente Dello Schieramento Che Non E' Avverso A Nessuno Degli Altri Due

mercoledì 26 agosto 2009

TK e WV

TK e WV non sono gli ultimi ritrovati di qualche oscuro guru statunitense per sottrarre tempo alla nostra produttività, sulla falsariga di FF, FB e via discorrendo.

TK è Ted Kennedy: tutti i telegiornali e i quotidiani online ne stanno parlando e domani potremo leggere anche i coccodrilli stampati nero su bianco.
Io non ho nulla da dire, ma mi ha colpito -e commosso- quanto ha scritto Krugman sul suo blog, che mi limito a copincollare qui, senza ulteriori commenti
I don’t have much to say, except a personal thought. I remember the days, several decades ago, when Ted Kennedy was treated — mainly, but not only, on the right — as a figure of derision. He was mocked for his appearance, his personal life, his unabashed liberalism.
And now he’s remembered as a great man. The thing is, he didn’t change — he always was.

Veniamo a WV. Sapete bene quale sia la mia opinione sul personaggio: e per questo farete un balzo sulla sedia quando vi dirò che oggi ho letto una cosa che me l'ha fatto risultare simpatico.
Sembra incredibile, lo so; e se aggiungo che ciò avviene in contemporanea con la pubblicazione del nuovo romanzo (vabbe', romanzo si fa per dire, ovviamente) il vostro stupore aumenterà. In quest'impresa impossibile è riuscito Antonio Polito, con un articolo sul Riformista dal titolo Il Noi di Veltroni e il Super-Ego di Berlusconi, che vi consiglio caldamente di leggere se anche voi volete passare un momento di serenità o meditate, chessò, un viaggio in Africa.

Terra Mia

Come ben sapete, qui si farebbero anche le marchette, però nessuno viene a proporcele. Pertanto, se vi dico che da Terra Mia (via Sebenico, 24, zona Isola) si mangia un porcetto gustosissimo e cotto alla perfezione, tenetelo per vero. Se poi ci mettessero le patate al forno invece di quelle fritte, meriterebbero un premio.

Ieri però, appena qualche piano più sopra, ho trascorso una serata piacevolissima gustando una cena di pesce deliziosa: ma non era un locale pubblico bensì la casa di una blogger alla quale volevo lasciare quest'attestato di stima.

Il caffè di via dei Mercanti

Ci sono anime belle le quali credono che la stampa professionale non abbia più ragion d'essere, atteso che ora il web duepuntozero consente di creare le notizie dal basso senza il filtro dei perfidi editori. Costoro dovrebbero riflettere sul fatto che ad agosto, quando i quotidiani si riempiono di puttanate, le reti sociali sono altrettanto piene di puttanate, perlopiù le medesime proposte dalla stampa "vera".
Tra queste spicca, almeno per me, la polemica che più estiva non si potrebbe sugli scontrini dei bar milanesi: credo sappiate tutti benissimo di che si tratta, ma metto un link e un'immagine giusto perché tra due giorni nessuno si ricorderà più di questa cazzata.
La questione è questa: sembra che ci siano dei bar che a seconda dell'aspetto ti fanno pagare più (se sembri un turista) o meno (se sembri un impiegato milanese): e ciò è fonte di grande scandalo.
Allora: la prima cosa è di capire se il bar ha caricato indebitamente il "turista" e fatto il prezzo di listino al "milanese", o al contrario ha applicato al "turista" il prezzo pieno e ridotto arbitrariamente il medesimo al "milanese". Poc'anzi sono andato in via dei Mercanti (che da qui non è un gran viaggio) e mi sono guardato il listino dei prezzi: cosa tutt'altro che difficile, dato che sta esposto lì fuori ed è grande come un letto a due piazze, o poco meno. Mi sono così accertato che effettivamente il panino che costa meno viene via a sei euri, e la bottiglietta d'acqua a tre euri e mezzo.
Prezzi pazzeschi (più il secondo che che il primo): ma o decidiamo di richiamare in carica Ferrer e il vicario di provvisione, o accettiamo il fatto che siamo in un'economia di libero mercato. Vi sembra scandaloso chiedere tre euri e mezzo per mezzo litro d'acqua? A me sembra più scandaloso spendere una milionata di vecchie lire per un telefonino che fa anche il computer ma su cui non puoi mettere i programmi che ti pare: ognuno ha le sue manie, e il mondo è bello perché vario.
Sta di fatto che a cinquanta metri da quel bar c'è una fontanella di acqua fresca e gratuita, e che se uno ha bisogno di un telefono che si limiti a telefonare, ce n'è in giro a venti euri, e funzionano benissimo; se poi vuoi fare il figo con gli amici, o sederti a rinfrescarti sotto uno dei più antichi monumenti della città, libero di farlo, ma non lamentarti.
Quindi: lo scontrino caro è corretto; e questo è un punto fondamentale, dacché il gestore sarebbe un vero furfante, se mettesse in vendita un panino a cinque euri e poi per isbaglio ne battesse sei.
Resta il fatto che al "milanese" i prezzi sono stati dimezzati. Ciò deve scandalizzarci? Io non sono minimamente turbato.
Il fatto è che nei bar dove vado a ristorarmi tra la fine del lavoro e l'ora di cena, io pago sempre meno del prezzo di listino: ed è una cosa del tutto naturale.
Quando entro per la prima volta in un nuovo bar e decido che quel posto diventerà il mio posto per l'aperitivo (succederà una volta ogni cinque anni, suppergiù): in quel momento il barista ha vinto un terno secco al lotto: perché si è assicurato una fonte sicura, continuativa e abbondante di guadagni rappresentati dallo smodato numero di consumazioni che di lì in poi verranno ordinate da me e quei pochi amici con cui mi accompagno. Ed è del tutto naturale che il gestore, dopo aver acceso un cero a San Medardo, protettore dei baristi, cerchi di ingraziarsi tale manna dal cielo proponendo a me e ai miei accoliti condizioni di favore: è il commercio, nulla più.
Conta qualcosa il fatto che "il mio barista" mi conosca benissimo e mi chiami la mattina di Natale per farmi gli auguri, mentre il gestore di Via Mercanti non conosca l'avventore bensì lo fiuti dall'aspetto? No, non conta per nulla. Sarebbe inammissibile se l'impiegato dell'anagrafe potesse decidere autonomamente se fare lo sconto sui bolli per la carta d'identità, o se il vigile potesse fare lo sconto sulla contravvenzione alle belle figliole; ma il barista, se decide di far pagare meno, ci mette solo e unicamente del suo: perché è un commerciante, non un sovkhozniko: e finché non truffa il prossimo caricando consumazioni farlocche o mettendo il dito sul piatto della bilancia, è libero di far ciò che più gli aggrada.

Aggiornamento: tanto per dare alla comunità un servizio degno di questo nome, ho fatto anche due foto ai listini: giusto per capire quanto sono visibili anche ad un presbite miope ed astigmatico. Le foto fanno schifo, ma io il telefonino ce l'ho per telefonare...


martedì 25 agosto 2009

Il bue mostra le corna all'asino e lo dileggia

Ier sera, intento alla bevuta di una fresca birra, la mia attenzione è stata catturata d'improvviso dall'apparecchio radiotelevisivo, sintonizzato sul terzo canale: andava in onda un servizio che dava conto, in termini angosciati, di quanto poco gli studenti italiani siano a proprio agio con la grammatica della nostra lingua; e si portavano esempi concreti, quali le espressioni «un'altro» «qual'è» e rinvenute, a quanto ho potuto comprendere, nei test di ammissione all'università (e confesso che ciò un poco mi ha sorpreso, dacché tali test, per quanto ne so, vengono fatti ben più tardi che a Ferragosto).
Il servizio in questione, se ne avete desiderio, lo trovate qui, al minuto 22. Un analogo servizio è andato in onda sul telegiornale ammiraglio, e lo trovate qui: ma non si fa cenno al famigerato «qual'è», bensì solo a «un'altro».
Orbene: che i telegiornalisti nazionali osino parlare di grammatica è cosa che desta ilarità, più che scandalo; e l'autrice del servizio, tale Roberta Badaloni (figlia d'arte?!?), che pure dato l'argomento scottante deve aver posto una certa particolare attenzione al proprio eloquio, è riuscita in un minutino scarso a dire: "non alle elementari ma tra le ggiovani matricole univerzitarie" e "corzi di recupero estivi".
Ma sono infondo peccati veniali: Mariagrazia Fiorani, al TG3, dopo essersi scagliata, tronfia, contro quel qual'è si permette di discettare sulle «doppie concordanze di generi e numero, di pura fantasia»: espressione che, oltre al non avere alcun significato, contiene almeno un grave strafalcione (per usare un'espressione cara alla giornalista); oltre, ovviamente, ai "corzi di alfabetizzazione".

Ma vediamo ora un po' più da vicino questo benedetto «qual'è»: espressione che alle elementari si apprende di dover scrivere senz'apostrofo, trattandosi di troncamento e non di elisione. Durante le mie brevi vacanze montane ho trovato su una bancarella un libriccino di Franco Fochi, edito una quarantina di anni fa e intitolato L'italiano facile, contenente una miniera di informazioni, talune dimenticate e talune altre mai apprese in modo organico.
Vi si parla ovviamente anche di troncamenti e di elisioni, e in breve si illustra come l'elisione sia limitata alla vocale finale, mentre il troncamento possa aver luogo sull'intera sillaba; e come quella possa avvenire solo se la parola che segue inizia per vocale, laddove il troncamento si rinvenga ordinariamente anche se la parola che segue inizia per consonante, con la notevole eccezione della "S" impura e della "Z" (e anche vocale, per talune parole quali "grande" o "santo"). E così: gran caldo, gran biscotto, buon diavolo, buon appetito, signor Gino, signor Aldo, san Sisto; ma: buono sfizio, signore Zeffirino, grand'appartamento, santo Stefano, sant'Anselmo.
Il Fochi dedica un capitoletto al troncamento di «quale», propugnando la tesi (che riconosce non ortodossa: ma non per questo ci piace di meno) che tale supposto troncamento sia del tutto desueto nell'italiano odierno (odierno per lui, che scriveva quando io neppur avevo iniziato a compitare): e a riprova di ciò adduce il fatto che nessuno ormai adopera più forme come "qual fu", "qual sia"; "qual fosse": che francamente anche a noi integralisti manzoniani appaiono desuete tanto quanto la "r" eufonica di "sur un tavolino".
La forma troncata resiste al più in un paio d'espressioni idiomatiche: "qual buon vento", "per la qual cosa"; ma nessuno oserebbe dire "qual buon affare", "qual cosa hai visto?" o "qual novità mi rechi!" se non con addosso una vecchia zimarra, sur un palcoscenico teatrale.
E perciò, adduce il Fochi, abbandoniamo questo retaggio ottocentesco, e lasciamo che accanto alla forma canonica "qual è" si possa pure scrivere "qual'è", conformemente a quanto la logica e la semplicità imporrebbero: e magari preferire quest'ultima forma, perché no, sia pure senza pretendere che l'altra costituisca un errore.

lunedì 24 agosto 2009

Il Post sotto la Goccia

Lunedì scorso, dopo aver passeggiato le abetaie per una decina di giorni, me ne son tornato bel bello a Milano dove, come mi ero riproposto, ho iniziato la ridipintura della casa, la quale ne sentiva il bisogno da ormai troppi anni.
L'impresa mi terrorizzava, apparendomi più che titanica per una serie di fattori, che vi elencherò compiutamente.
Anzitutto, la vastità della superficie da pitturare: sembra incredibile come una casa che, per quanto decorosa, ti è sempre apparsa appena appena sufficiente per le tue esigenze, e ciò solo grazie alla tua indole minimalista; quella stessa casa, al momento di mettere mani ai secchi di vernice, assuma proporzioni sardanapalesche.
Vi è poi la sterminata mole di oggetti in essa contenuti: e in particolare nella cameretta di Nichita. Il radunare in maniera razionale tutti gli oggettini, ivi compreso qualche milione di pezzi di Lego, mi ha anche dato l'idea di quanti soldi siano stati buttati in cazzateinvestiti in sussidi pedagogici atti a garantire la sana ed equilibrata crescita del pupo: il quale ha compiuto dieci anni e quindi è ormai pronto per andare a lavorare in miniera o in fucina qualche ora al giorno per cominciare a ripagare il proprio debito nei miei confronti.
La cosa più difficile da affrontare è stata la consapevolezza della difficoltà tecnica dell'opera: tutti crediamo di essere in grado di prendere un pennello o un rullo in mano, ma tutti abbiamo visto, almeno da studenti, una casa o una stanza imbiancata-fai-da-te, con quelle strisce più chiare o più scure che non solo non dovrebbero esserci, ma sono pure tutte stortignaccole; quelle chiazze di colore che sembrano un cattivo rattoppo del vestito d'Arlecchino e quelle gocce di pittura rappresa che a me ricordano sempre le paratie dei traghetti che fanno servizio interno tra le isole minori delle Cicladi. Ma alla fin fine mi sono detto che se ci era riuscito Antonio Albanese, a riconvertirsi come imbianchino, non c'era motivo per cui non dovessi farcela io.

Un tentativo di applicare i principi di Project Management è miseramente fallito: uno può fare il PM per costruire una diga o una centrale nucleare, se ha un minimo di esperienza di dighe o attingendo alle fonti in letteratura: ma non c'è alcun testo che spieghi quali sono i passi che dovrai compiere prima di avere la prima parete pittata, né quanto ci metterai: e in cuor tuo senti che ci vorrà molto più di quanto le tue più pessimistiche previsioni ti suggeriscano.
La stessa dose di fiducia può essere attribuita alla scritta "resa" sulla latta di vernice. Immaginate di esservi riproposti di pittare dapprima una stanza 3*4 e un disimpegno 2.5*2: basta fare due conti per vedere che, tra pareti e soffitto, fanno [3*4+2.5*2+((3+4)*2+(2.5+2)*2)*3]=86 mq, che poi sono in realtà molti meno in quanto la formula non tiene conto di sei porte e una finestra. E' quindi naturale pensare che una latta che dichiara una "resa" di 154 mq sia oltremodo sufficiente alla bisogna: ed è con un certo sconforto che alla fine della prima stanza, scrutando quei due centimetri scarsi di pittura rimasti in fondo al secchio, ci si rende conto che l'attendibilità di quei «154 mq» è dello stesso ordine di grandezza di quella del TG1 minzoliniano quando parla dei successi del PresConsMin.

Comunque, ho preso il toro per le corna e ho affrontato l'opera: sapevo da dove sarei partito ma non dove sarei arrivato, prevedendo fin dall'inizio che mal che andasse avrei fatto solo il pezzo di casa che sarei riuscito a fare e mi sarei fermato in modo da avere tutta la domenica di riposo, e non solo per motivi religiosi.
La prima stanza è stata un disastro: in pratica l'ho rifatta tre volte, e non è venuta 'sto granché bene; ma pian pianino ho cominciato ad imparare una quantità di trucchi e cose pratiche che nessuno riuscirà mai a spiegarti compiutamente e che bisogna imparare sulla propria pelle (un po' come per il corteggiamento!): e così alla fin fine, dopo un incalcolabile numero di viaggi al megastore del faidate e un innumerevole numero di muscoli doloranti, ci sono riuscito.
Resta un dubbio sul colore: il salone infatti l'ho fatto aggiungendo a una latta intera un 2/3 di flacone di colorante giallo canarino, e il risultato dovrebbe essere una tonalità burrosa abbastanza calda. Nichita voleva la camera verde: e ho aggiunto a un po' meno di una latta un intero flacone di colorante verde, ottenendo un colore che sarà certo verde, ma che io vedo praticamente bianco freddo dato il mio daltonismo. Aspetto di sapere che ne penserà quando tornerà dalla montagna, fermo restando che qual colore dovrà andargli a genio almeno per 6-7 anni, salvo che non decida di prendere lui il pennello in mano, spostarsi tutti i mobili e ricoprire tutto di plastica prima della scadenza di tale termine.

venerdì 7 agosto 2009

Il Post sotto l'Abete

Non è che Sir Squonk abbia deciso di inserirmi nella punta più acuminata del BlogoCono e che quindi d'ora in poi possa aspettarmi decine di FedEx e UPS in portineria con telefonini, netbook, marmellate biologiche e quant'altro fa geek di tendenza.
Semplicemente, la Banca chiude, io sono obbligato a prendermi quindici giorni consecutivi di ferie e me ne vado in montagna con Nichita, da mia madre, dove farò passeggiate nelle abetaie e mangerò la polenta e il coniglio o le salamelle.

Già da tempo il mio capo era tornato alla carica con la profferta di un telefono aziendale, che ho per l'ennesima volta rifiutato; ora voleva che mi portassi dietro una chiavetta UMTS, ma scuotendo pensosamente la testa gli ho detto che lassù, ahimé, non c'è copertura.
Nell'improbabile caso in cui la mamma di Nichita dovesse decidere di portarlo con lei una settimana, questo post verrà sostituito da "Il Post sotto la Goccia", dato che ne approfitterò per rientrare nella bella e ridente metropoli e ridipingere le pareti di casa.
E con ciò, ri-buone vacanze a tutti.

giovedì 6 agosto 2009

L'account su Facebook

Qualche giorno fa ho chiuso l'account su Facebook: e questa è una non-notizia, dato che oramai è molto più trendy chiuderlo, l'account, piuttosto che aprirlo.
Ci sono però due o tre motivi che valgono forse la pena di essere sciorinati, complice anche il fatto che in questo giovedì agostano la mail da Berlino che sto aspettando non arriva, e quindi ho -per ora- ben poco da fare.
Devo dapprima precisare che l'account aveva una quarantina di amici: tutta gente conosciuta, non pigs&dogs, e che è sempre rimaso praticamente inutilizzato: con gli amici che vedo ogni giorno o quasi non c'era motivo di scambiarsi lepidezze via Facebook, e con quelli che non vedo mai non c'era nulla da dirsi.
Così come tanti account aperti e dimenticati, però, anche quello avrebbe ben potuto starsene lì, silente: anche perché la mia privacy credo di saperla difendere abbastanza bene, e quindi non è che avessi grandi timori che qualcuno potesse scoprire più del fatto che sono nato d'Agosto e che ho una vita sentimentale un po' complicata. 

Il primo dubbio mi è venuto quando è morto quel povero ragazzo, in Afghanistan, e i principali quotidiani non hanno saputo far di meglio che raccontare all'opinione pubblica i particolari tratti dal suo profilo su FB e i gruppi cui era iscritto. Mi sono detto che nel deprecabile caso che fossi perito in un attentato, mi sarei dispiaciuto se quelle quindici righe di notorietà conquistatemi nella vita (vabbe', non facciamo i sofistici), e non per merito mio, fossero state riempite con il nome di alcuni ex compagni di liceo di cui non mi frega una sega e con l'unico gruppo cui ero iscritto.
Già: perché il gruppo in questione era una roba tipo "Agosto, Milano: solitudine e disperazione"; una scusa per girare la città con quei pochi reduci del mese del Leone e sbevazzare in compagnia, ma che certo i guru della carta stampata avrebbero interpretato come un segnale di depressione e tendenze suicide. E magari qualcuno avrebbe potuto ventilare l'ipotesi che l'attentatore dinamitardo fossi in realtà io, notorio squilibrato mentale.
Una prospettiva sgradevole, insomma: tanto più che -come ovvio per chi un po' mi conosce- io neppure a uno solo di quegli aperitivi non sono mai andato, dato che la desertificazione della città non è per me certo motivo sufficiente per bere anche solo un chinotto con un perfetto sconosciuto.

Il secondo motivo, che mi ha fatto prendere la decisione finale, con relativa pressione virtuale del tasto "cancellami" (e spunta sulla casellina "perché questa roba è per me perfettamente inutile") sta in questa frase
Una cassetta d'acciughe lasciata al sole
che i lettori appassionati di Livornocronaca avranno immediatamente riconosciuto.

Veniamo al terzo motivo, che non è un motivo bensì la mera narrazione di un fatto accaduto successivamente. Come sapete, sulla via del ritorno dalle vacanze in Sardegna ho fatto tappa a Lucca; tra i motivi di ciò vi erano: la gradevolezza della cittadina, dal punto di vista architettonico e climatico; il desiderio di farla vedere a Nichita; la mostra Arte del quotidiano alla Fondazione Ragghianti.
Non era del tutto estraneo alla decisione l'essere venuto da tempo a conoscenza del fatto che una mia ex fidanzata (la prima ex fidanzata, per la precisione, e quella che certo mi ha fatto più soffrire quando mi ha mollato in asso) dopo aver passato vari lustri all'estero si era stabilita nella cittadina, con famiglia, e il desiderio di rivederla dopo tanto tempo. Sapendo che vi aveva aperto un negozio, ho quindi compiuto una diversione nel passeggio e vi sono entrato.
Consideravo infime le probabilità di trovarvela: ritenevo infatti che a fine luglio una mamma di due figli se ne vada in vacanza con loro, lasciando il marito a sbrigare gli affari con la clientela. Nell'improbabile caso in cui vi fosse stata, consideravo inoltre poco probabile che mi riconoscesse immediatamente, dato che venti e passa anni lasciano segni importanti sul fisico e sul volto.

Ed invece, non solo c'era, ma mi ha anche riconosciuto quasi prima che la riconoscessi io, e si è anche sciolta in lacrimoni. Le ho presentato Nichita, mentre i suoi figli erano in America, a trovare i nonni paterni (motivo per il quale lei era in negozio); ci siamo poi dati appuntamento per il pranzo e abbiamo passato insieme un paio d'ore gradevolissime (senza doppi sensi), come succede tra chi si è molto amato, quanto le ferite sono ormai non solo cicatrizzate ma perfino se ne è perso il ricordo.
A posteriori mi sono chiesto cosa sarebbe successo se ci fossimo ritrovati su Facebook: iniziale sorpresa; convenevoli; complimenti reciproci; scambio di foto di bambini; come vanno le cose?; come sta XXX?; ti ricordi quando...?; eh ssì bei tempi; mfisk ti ha invitato a iscriverti al gruppo "quelli che si sono bagnati quando ha piovuto il 25 maggio 1986"; «ignore».
Mi sarei perso una splendida occasione: fortuna che così non è stato.

martedì 4 agosto 2009

Stellone

Come alcuni affezionati lettori sanno, per qualche anno anziché mettere a frutto la mia laurea in giurisprudenza mi sono divertito a fare un po' di cose che c'entravano poco, fino a ritagliarmi una nicchia come amministratore di sistema nell'azienda per la quale lavoro.
Si trattava di un'attività che mi divertiva assai, anche perché essendo una realtà molto piccola, dal punto di vista delle macchine da gestire, mi consentiva di occuparmi di tutto, e quindi il lavoro era molto vario e c'era sempre qualcosa di nuovo da studiare e mettere in opera.
A un tratto i Grandi Capi del Gruppo decisero che la cosa non andava più bene, e pensarono di mettere tutti i rami d'azienda "ICT" delle varie società dentro un unico contenitore, formando una società che avrebbe erogato servizi a tutte le altre società.
All'inizio la cosa non mi dispiacque (strano, a posteriori, perché pensavo di non esser più tanto scemo, nel 2006); ma come cominciai a capire cosa stavano mettendo in piedi mi vennero i bordoni: da un lato in una simile realtà avrei dovuto occuparmi di una e una sola cosa (chessò: la configurazione dei firewall, o il deploy delle patch, per fare degli esempi), abbruttendomi in una noiosissima routine.
Per di più, l'assetto organizzativo che si andava a prospettare era contrario non solo alle più elementari regole di management, ma anche al mero buonsenso.

Fu solo grazie allo stellone che mi assiste nei momenti topici che riuscii a sfuggire a quella trappola, e a tornare a fare il lavoro che faccio ora: mestiere che avevo abbandonato in quanto insopportabilmente sempre uguale a sé stesso e che, per ulteriore colpo di fortuna, nel frattempo era notevolmente cambiato, divenendo interessante e divertente (ora è qui, che ho sempre qualcosa di nuovo da studiare).
Nel frattempo il carrozzone sul quale avrei dovuto salire si è fuso con un altro carrozzone, dando luogo a una società consortile di circa 1.000 persone.
Proprio in questi giorni ho letto che in occasione dell'ultima fusione era stato stipulato un accordo sindacale che prevedeva la possibilità per i dipendenti di chiedere (ma non necessariamente ottenere) il rientro nelle società di provenienza, e che dei miei (scampati) colleghi, un paio di centinaia nel frattempo si sono dimessi o sono stati riassorbiti nelle società operative del Gruppo.
Restano circa 800 e briscola dipendenti, e di questi circa 700 e briscola hanno chiesto il rientro. In pratica quindi solo un ottavo della forza lavoro è contento di stare dove sta, o perlomeno non vi sta peggio che nel posto da cui veniva.
Un bel risultato, non c'è che dire. E un grazie sentito a chi, lassù, ogni tanto dimostra di volermi bene.

Barricate

Mons. Luigi Negri intervenendo sulla questione della RU486 ha detto che
«la Ru486 rivela la moralità teorizzata e praticata da quanti, in questi ultimi mesi, ci hanno riempito di chiacchiere sulla rilevanza pubblica di certi comportamenti privati», mentre «secondo la più autentica tradizione della Chiesa, mille incoerenze etiche non distruggono né il benessere, né la libertà del popolo», invece «un attacco violento contro la sacralità della vita, questo sì è un evento che devasta la nostra vita sociale» (qui sulla Stampa e un po' dovunque)
Io non so se davvero si stia preparando un decreto per impedire l'utilizzo della RU486 sul territorio nazionale: c'è chi dice che sarebbe un tributo che Berlusconi pagherebbe alla Chiesa per far sì che la stessa si dimentichi dello scandalo delle puttane, ma secondo la mia opinione vietare la pillola attirerebbe molti più dissensi, specie dell'elettorato femminile, rispetto ai consensi che porterebbe il ritrovato accordo con la Chiesa.
Né la Chiesa può tirare troppo la corda, con questo Governo, dato che il finanziamento surretizio delle scuole private, che la Gelmini sta costruendo smantellando qualunque credibilità della scuola pubblica, è un obiettivo troppo importante per il Vaticano.
Credo quindi che il Governo si limiterà a emanare una sacconata: una norma all'italiana che renderebbe in teoria oneroso l'uso della pillola negli ospedali, disponendo il ricovero di tre giorni, salvo lasciare la scappatoia della firma di dimissioni, rendendo così tutti felici e contenti.

Certo, se così non fosse, e la RU486 dovesse veramente essere proibita, sarebbe giunta l'ora di fare barricate. Con Ignazio Marino, probabile nuovo segretario del PD (perfino io a quel punto parteciperei alle primarie: e chissà quanti e quante militanti, indecisi tra Bersani e Franceschini, si marinizzerebbero), in testa.

lunedì 3 agosto 2009

Lucca (e Livorno)

Per il ritorno dalla mia vacanza in Sardegna ho preso una nave che arrivava a Livorno a sera fatta.
Dato che Livorno, città peraltro piena di gente simpaticissima, non offre tutto 'sto granché al turista che voglia perdervi un giorno, specie se con pupo, ho deciso di mangiare lì e poi andare a dormire a Lucca.
Per la cena sono andato alla Cantina Senese, che dei livornesi mi avevano caldamente consigliato e dove mi sono trovato benissimo; certo, loro mi avevano detto di andare in Piazza Garibaldi anziché in Piazza Mazzini, errore veniale in quanto entrambi sono eroi risorgimentali e barbuti: probabilmente ciò deriva dal fatto che il livornese è uomo d'azione, e non gli piace stare a farsi tante pippe da intellettuale: quindi l'Eroe dei Due Mondi riscuote maggior simpatia.

Quanto a Lucca, me la ricordavo come una città carina e gradevole: ed è stata una piacevole sorpresa constatare che invece è proprio bella e simpatica.
Vi circolano più biciclette che in Olanda, c'è una densità di chiese maggiore che a Roma e una rilassatezza e un senso di agiatezza nel godersi la vita meglio che a Parma.
I lucchesi poi, quelli con cui mi sono relazionato, perlomeno, sono di una gentilezza e cordialità che raggiunge punte imbarazzanti per un milanese. Per aiutarmi a trovare una via non segnata sulla cartina si sono mosse persone su persone, che a loro volta hanno chiamato amici e parenti perché confermassero loro la direzione suggerita. Il ristoratore ha spiegato a Nichita con disarmante pazienza tutti i piatti di cui egli chiedeva, come se non avesse di meglio da fare per passare il tempo e quel colloquio fosse per lui fonte di immenso piacere (è vero che a pranzo ero accompagnato da una commerciante locale, ma tant'è).
Persino la signora del bar dove siamo andati a giocare al Superenalotto (sa Dio come mai a Nichita sia venuto in mente di chiedermelo) gli ha spiegato come si compilava la schedina, il che, conoscendo i modi dei ricevitori di quassù, mi ha lasciato semplicemente interdetto.
Una bella gita, insomma, che consiglio.

Minzolinismo

Non è particolarmente originare sparlare del TG1 diretto da Minzolini; ma visto che ieri mi sono visto l'edizione delle 13:30, dopo tanto tempo che non lo facevo, ho potuto notare un paio di chicche.

In apertura i titoli parlano delle "polemiche dopo il caos sul passante di Mestre appena inaugurato": e la cosa mi ha lasciato un po' perplesso, dato che poteva sentirsi una velatissima critica al governo o comunque a qualche potere.
Tale mio sbalordimento è stato di breve durata, e sono stato subito rincuorato. Il primo servizio, infatti, dava conto di come la situazone fosse assolutamente normale, la strada bella e tutti fossero contenti. "Automobilisti sorridenti e rilassati", quelli intervistati, che hanno scelto di fare una "partenza intelligente"; "traffico scorrevole anche dove le tre corsie si immettono nelle due dell'A4". E così è chiaro all'ascoltatore che la colpa di chi si è trovato in coda per ore è di chi si è trovato in coda per ore, ché se fosse stato "intelligente" non ci si sarebbe mica trovato.

Qualora il messaggio non fosse stato sufficientemente chiaro, arriva il secondo servizio, dal lancio significativissimo: "Esodo con disagi anche all'estero", che ci racconta che in Austria la coda è arrivata a 35 Km, e che problemi hanno si sono anche verificati nella civilissima Svizzera e in Germania (per colpa dei cantieri che colà non vengono rimossi). Un micidiale uno-due che fa apparire il nostro paese come un bengodi.

Un bel po' più in là, un servizietto servizio per glorificare la sindaca di Milano e la sua ordinanza antialcolica. Qui si parla della mitica quattordicenne trovata ubriaca e multata, la quale secondo il TG avrebbe "sfiorato il coma etilico" (il TG3 della sera è giunto a dire che i vigili le hanno salvato la vita in quanto era già in coma etilico!).
Il fatto è che nel servizio si dice anche "nel sangue un tasso alcolemico quattro volte il limite consentito": e a quanto mi risulta vi è un limite consentito per mettersi alla guida ma non certo per passeggiare a piedi: salvo che il nostro Dipartimento per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio non abbia già in mente di inasprire le norme, imponendo il test alcolemico anche ai comuni pedoni. Un simile provvedimento sarebbe anche l'occasione per impedire la trista piaga del sesso orale tra coniugi.

Inflazione irrilevata

Nonostante le autorevoli profezie di Luca Ricolfi, il tasso d'inflazione sembra aver raggiunto lo zero, il che significa che i prezzi dei beni sono inchiodati: cosa che dovrebbe far riflettere coloro che affermano che ormai la ripresa è dietro l'angolo.
Vi sono, tuttavia, dei fenomeni inflattivi che non possono essere rilevati, dal momento che discendono dall'applicazione di tariffe rese possibili solo dalla situazione di monopolio del fornitore di servizi e dalla più totale ignavia delle autorità di controllo.

L'altro giorno dovevo prendere un biglietto, di sola andata, per una ridente località marina ligure. Fino a poco tempo fa uno avrebbe comprato il suo bel biglietto, diciamo a 17,50 euri, e vi avrebbe potuto aggiungere la prenotazione, arrivando così a, diciamo, 20,50 euri. Poi sono arrivati i treni a prenotazione obbligatoria, dove devi pagare la prenotazione sempre, indipendentemente dal fatto che tu abbia o meno il posto assegnato. E così il costo del biglietto è arrivato a 20,50 euri fissi, che tecnicamente non può essere definito un aumento dal momento che per quei tre euri in più ti viene offerto un servizio (la prenotazione), sia pur virtuale: e se tu ti adatti a viaggiare anche se il posto non c'è, in fondo sono fatti tuoi: prendi un altro treno o paga una tassa alla tua fretta.
Poi (come potete leggere anche qui) le ferrovie si sono inventate di essere come le compagnie aeree: e si sono inventate che con il biglietto a tariffa "base" puoi prendere solo il treno che hai prenotato, mentre con una nuova tariffa "flessibile" puoi prendere il treno che ti pare. Peccato che negli aerei il coefficiente di riempimento sia il fattore fondamentale di redditività della compagnia aerea, e che comunque sia assolutamente inimmaginabile che qualcuno possa viaggiare in piedi (con buona pace di coloro che hanno creduto all'ultima provocazione pubblicitaria di RyanAir); mentre in treno il costo di ciescuna carrozza è trascurabile, e comunque nulla impedisce di viaggiare anche sugli strapuntini.
In ogni caso, la solfa oggi funziona così: se sei certo del treno da prendere, bene; altrimenti se vuoi la stessa elasticità di un tempo, paghi.

Conscio di tutto ciò, mi accingo a fare il biglietto sul sito di Trenitalia (o di Ferrovie dello Stato, boh?): e questi mi risponde che non è possibile fare il biglietto in quanto non vi sono posti assegnabili. Ohibò, dico: fammelo senza assegnarmi il posto: pago la tassaprenotazione e viaggierò in piedi. Macché: non se ne parla: la possibilità proprio non c'è.
Allora prendo la bici e vado alla stazione (Garibaldi, nel presupposto che laggiù la biglietteria non sarebbe stata oberata di clienti). Faccio la mia brava fila, di quattro persone, per due operatori: venti minuti (mi chiedo cosa sarebbe successo in Centrale). Finalmente arrivo dalla bigliettaia, le chiedo il biglietto, lei fa per emetterlo e... la macchina non lo emette neppure a lei. Le spiego che non mi interessa il posto, che viaggerò in piedi e che dev'esserci un modo per far sputare quel maledetto biglietto; lei ne conviene, si attacca al telefono e dopo una decina di tentativi di contattare altrettanti numeri, nessuno dei quali risponde, mi guarda rassegnata.
A questo punto non mi resta che adattarmi all'iniquo balzello: e le chiedo un biglietto per il giorno successivo, a tariffa flessibile, che -essendo flessibile- potrò utilizzare il giorno stesso: e così pago 24 euri e mezzo.

Praticamente, quindi, per fare il viaggio (seduto in un posto che alla fine è risultato libero) ho dovuto pagare:
- 17,50 euri di biglietto;
- 3 euri per avere la prenotazione su un treno che non avrei preso;
- 3 euri per avere il diritto di non prendere il treno per il quale ho pagato la prenotazione.
Io sono una persona mite, e trovo sciocco e inutile l'atteggiamento di coloro che si mettono a urlare di sdegno davanti al personale degli sportelli, ultime ruote di un carro enormemente più grande di loro: ciononostante questa volta ho ricoperto di improperi la povera bigliettaia, che, trista, annuiva silenziosa (poi le ho anche chiesto scusa, però).

 

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