martedì 9 novembre 2010

A ridatece Suor Paola

La piccola provocazione di ieri ha sortito effetti migliori di quanto sperato. I miei tre lettori non hanno riconosciuto, di primo acchito, alcuna cesura stilistica né temporale tra i tre documenti che componevano il pastiche: il Manifesto dei Fasci di Combattimento, il Manifesto del Futurismo e la Carta di Firenze dei due bei giovani tomi, Renzi e Ciwati.
Basterebbe la lettura dell'edificante documento dell'altro ieri, al cui confronto la prosa Marinettiana appare un fulgido esempio di levità stilistica e concretezza programmatica, per mettere una croce, e una pesante lapide, sulla carriera politica di due soggetti che mi fanno rimpiangere amaramente i bei tempi in cui in politica c'erano persone che sapevan il fatto loro e lavoravano per migliorare concretamente il Paese: gente come Beppe Grillo e Mariotto Segni, ad esempio, la cui statura politica viene rivalutata al rango di colossi del pensiero dall'impietoso confronto con il nuovo che avanza.
Nello scorso week-end, per curiosità, mi sono collegato al sito del giornale di Luca Sofri, altro entusiasta delle cause perse, sul quale si poteva seguire in diretta lo streaming dell'immaginifica kermesse. Ho sentito parlare di TAV, di San Salvario, di banda larga, di fisco, di mandati parlamentari, di giustizia, di Europa, di spazzatura: mi sono rotto i coglioni in modo indicibile.
C'è chi a detto che sì, in effetti l'incontro fiorentino è stato una sorta di brainstorming, e che le cose concrete si vedranno poi. Sesquipedale cazzata.
Chiunque abbia lavorato per qualche giorno nella sua vita sa bene che l'efficacia di una riunione è inversamente proporzionale al numero di partecipanti, e che pertanto sopra gli otto convocati è indispensabile che il tema sia perfettamente delineato e che gli interventi siano moderati con rigidità nazista, perché altrimenti va tutto in vacca. Certo, sono cose che sa bene chi abbia lavorato, e pertanto in questo Renzi e Civati sono scusabili, ma non troppo: infatti la cosa era nota financo ai nostri costituenti, che non a caso nell'art. 72 hanno stabilito che prima dell'Aula i progetti di legge debbano passare in commissioni ristrette. Perché 600 individui che parlano a braccio su un tema non possono concludere una fava.
E non fatevi imbrogliare con le immagini dei congressi di partito: è vero che vi sono tantissime persone, le quali però prima di star lì sono passate attraverso tutto un sistema di assemblee e mandati periferici, e discutono su un limitato numero di ben precise mozioni.
Ora, questi nuovi giovani idioti sono riusciti a superare l'inimmaginabile: non solo hanno preso qualche centinaio di persone facendole parlare tutte insieme, ma non hanno neppure dato una minchia di tema da seguire: ciascuno poteva dire quel cazzo che gli passava per la mente, purché in cinque minuti (che già la cosa dei cinque minuti mi fa venire i bordoni, cazzo! Per uno storico della Rivoluzione Francese, come in altri tempi sono stato, l'idea che si vada a fare non dico la rivoluzione, ma anche solo un rivoltamento di materasso, nel tempo di un giro di valzer, è cosa inammissibile).
Sapete cosa ne è uscito? In un primo momento ho pensato alle assemblee cittadine studentesche di quando ero giovane e pirla, ma in esse la profondità di pensiero era piombo, paragonata al sughero della Stazione Leopolda.
Poi ho pensato a quei bei tempi di Radio Radicale, quando avevano fatto quella protesta mettendo una segreteria telefonica a disposizione degli ascoltatori, che potevano dire tutto quel che pareva loro, purché in un minuto. Mi piaceva il parallelo del minutaggio, ma anche qui qualcosa non quadrava: in fondo a Firenze non si dicevano le parolacce, che erano l'essenza principe della programmazione di Radio Radicale.
Poi mi è venuta l'illuminazione. Quelli che il Calcio.
Sì, lo so: vi sembra che gli interventi degli inviati siano tutti coerenti e a tema, che la Ventura sia una gran professionista capace di tenere la diretta per due ore e Suor Paola un colosso dell'esegesi del gesto atletico.
Non riuscite a capire che diavolo c'entri quella trasmissione, fiore all'occhiello dell'emittenza nazionale.
E in effetti avete ragione. A me quelli della Stazione Leopolda non hanno ricordato né la Ventura né Suor Paola.
Mi sono sembrati simili alla striscia che scorre in basso, quella degli SMS del pubblico.

lunedì 8 novembre 2010

Manifesti

Il candidato riconosca senza googlare le tre fonti dello scritto propostogli

Ecco il programma di un movimento sanamente italiano.
Rivoluzionario perché antidogmatico e antidemagogico; fortemente innovatore perché antipregiudizievole.
Noi che crediamo che questo tempo sia un tempo prezioso, bellissimo, difficile, inquietante, ma sia soprattutto il nostro tempo, l'unica occasione per provare a cambiare la realtà.
Noi vogliamo Il sequestro di tutti i beni delle congregazioni religiose e l'abolizione di tutte le mense Vescovili.
Noi vogliamo rispondere al cinismo con il civismo. Alla divisione con una visione. Alla polemica con la politica. E vogliamo farlo con la leggerezza di chi sa che il mondo non gira intorno al proprio ombelico.
Noi canteremo le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa: canteremo le maree multicolori e polifoniche delle rivoluzioni nelle capitali moderne; canteremo il vibrante fervore notturno degli arsenali e dei cantieri.
Sì, noi crediamo nella bellezza, che forse non salverà il mondo, ma può dare un senso al nostro impegno. La bellezza dei nostri paesaggi, delle nostre opere d'arte, delle nostre ricchezze culturali, perché vogliamo liberare questo paese dalla sua fetida cancrena di professori, d'archeologi, di ciceroni e d'antiquari. Già per troppo tempo l'Italia è stata un mercato di rigattieri. Noi vogliamo liberarla dagli innumerevoli musei che la coprono tutta di cimiteri.

Enti inutili

A dar retta alla voce di wikipedia inglese sul brainstorming, sembrerebbe che la piaga degli enti inutili non sia un'esclusiva italiana.
Some governmental organisations (The Welsh Development Agency and the Department of Enterprise, Trade and Investment in Belfast) have reached the conclusion that the term 'brainstorming' is offensive to people with epilepsy and have suggested the alternative "thought-showers". However, research by the National Society for Epilepsy found of those affected by epilepsy questioned, 93% considered the term inoffensive. A specific comment states that changes need not be made since that could promote an undesirable image of epileptics being easily offended.

Sondaggio volante

Il fatto che, il giorno successivo alla conclusione della kermesse di Renzi e Civati, sulle home page dei principali quotidiani online nazionali non ci sia uno straccio di riga dedicata a quelli che volevano fare la rivoluzione, significa:
* che i tempi non sono ancora maturi per la rivoluzione?
* che la stampa è asservita ai poteri forti?
* che i cronisti inviati per raccontare lo storico evento sono morti di tedio?

Fantasia, intuizione, colpo d'occhio

Dunque Umberto Bossi ha preso una posizione chiara e netta sulla situazione politica: se ne starà dietro il cespuglio.
A me l'espressione «dietro il cespuglio» richiama alla memoria solo un'immagine: Paolo Stoppa, dapprima accucciato e poi alle prese con la sua defecatio hysterica.

giovedì 4 novembre 2010

Nevica

L'Espresso ha scoperto che Schifani, prima di fare il Presidente del Senato, faceva l'avvocato.
Cosa interessante, seppure un po' fuori tempo massimo, dato che sarebbe bastato andarsi a vedere la biografia sul sito del Senato medesimo per apprenderlo.
Stupisce però che il settimanale parli del lavoro di Schifani, che come noto frequenta un'altra parte politica, in termini assai lusinghieri. Si legge infatti:
Per questo l'avvocato Schifani congegna una difesa molto articolata, ispirata a principi garantisti, criticando l'uso di tutte le indagini precedenti la legge ai fini dei provvedimenti di sequestro. Analizza uno per uno i beni di Giovanni Bontate - una figura di mafioso borghese, laureato in legge e attivissimo dal punto di vista imprenditoriale mentre gestiva il traffico di droga con gli States - sottolineandone la congruità con il tenore di vita, anche se in un passaggio si fa riferimento al condono fiscale che rende difficile confrontare i redditi dichiarati con quelli reali. Discute nei dettagli vita e opere della Atlantide Costruzioni, un'azienda controllata dal suo assistito che poi nel 1996 verrà indirettamente citata nelle prime indagini sui presunti rapporti tra l'entourage berlusconiano e Cosa nostra.
Insomma: l'Espresso non solo ha scoperto che Schifani faceva l'avvocato, ma anche che faceva bene il suo lavoro, difendendo il proprio assistito al meglio delle proprie capacità e competenze professionali, secondo quanto disposto dall'art. 24 della Costituzione e dal Codice Deontologico Forense.
Che succede all'Espresso? Si sono bevuti il cervello, a parlar così bene di Schifani?

mercoledì 3 novembre 2010

Domande retoriche

Domanda ipotetica
"A M.Fisk e tutti gli altri meno sinceri di lui interessano davvero le idee, i progetti, i pensieri di gente come Matteo Renzi o Pippo Civati?"

La risposta a tono, considerata la sudditanza psicologica di chi pone la questione nei confronti dell'uomo nerovestito, sarebbe: "Nope.", ma "manco per un cazzo" la sento più mia.

Chiacchiere e distintivo

Una premessa è necessaria: io non credo che i tempi siano maturi per la fine del potere di Silvio Berlusconi, ma è anche vero che io i pronostici li sbaglio con impressionante regolarità, e quindi magari il PresConsMin potrebbe anche dare le dimissioni e ritirarsi a vita privata.
I progressivi smarcamenti nel PdL potrebbero lasciar arguire che qualcosa del genere stia accadendo. I soggetti meno impresentabili se ne vanno o perlomeno prendono progressivamente le distanze, il che ha il non secondario effetto di far aumentare nel partito il peso dei pupazzi e delle macchiette: proprio come avviene in una soluzione che, per effetto dell'evaporazione dell'acqua, vede progressivamente aumentare la concentrazione dei sali tossici. E' possibile che questo processo si svolga nella forma di una reazione a catena: via via che il movimento fondato da Silvio Berlusconi (non ho proprio il cuore di chiamarlo partito) diviene ostaggio dei duri, per l'allontanamento dei puri, il clima potrebbe farsi insostenibile anche per coloro che adesso riescono a traccheggiare, e così via fino alla singolarità finale nella quale rimarrebbe un PdL formato da Berlusconi, Fede, Bondi e Stracquadanio, pronti a rifugiarsi nel Ridotto Alpino Valtellinese.

Ammettiamo per un attimo che proprio stasera, 3 novembre 2010, Berlusconi dovesse rassegnare le dimissioni e ritirarsi a vita privata, e proviamo a guardare la cosa con la prospettiva dello storico di domani: che cosa vedremmo e quale giudizio ci faremmo su questi tempi?
Innanzitutto il 4 novembre ci sembrerebbe molto simile al 26 luglio di sessantacinque anni fa, quando era più facile trovare un chilo di caffè o di cioccolata nei negozi che un fascista per istrada: eccezion fatta per i fedelissimi succitati, pronti ad immolarsi con il capo, tutti gli altri, da Cicchitto alla Santanché, rivendicherebbero la propria purissima estraneità alla politica di questi anni. Cosa non difficile né ridicola, considerato il precedente storico di quel membro del Comitato Centrale del PCI e direttore dell'Organo Ufficiale del Partito Comunista che afferma di non essere mai stato comunista in vita sua.
Ma l'attenzione dello storico non s'incentra tanto sul 26 luglio, che è una data d'interesse per il sociologo dei costumi, quanto sul 24 luglio: vale a dire sulla seduta del Gran Consiglio: perché, è bene ricordarlo sempre, il fascismo in Italia si è autodissolto, non è stato rovesciato dalle opposizioni.
Certo, nella la situazione del 1943 gli italiani avevano molte attenuanti: i sedici anni di dittatura e lo stato di guerra, che rendevano oggettivamente assai difficile il lavoro degli oppositori, perlopiù in esilio.
La situazione del 2010 è ben diversa, e se è vero che Berlusconi non ha la statura politica* di un Mussolini, è altrettanto vero che le opposizioni di oggi, pur avendo un'agibilità poliltica infinitamente maggiore di quelle di allora, nei fatti agiscono in modo infinitamente meno incisivo.
Diciamocelo chiaramente: se Berlusconi dovesse cadere oggi, non sarà per effetto delle insostenibili spallate di un'opposizione di sinistra che lo avrà messo di fronte alle contraddizioni politiche di quindici anni di malgoverno. Sarà per lo sfilarsi di una fronda interna al movimento da lui fondato.

Me lo sento già, lo sdegno di un mio nipotino che nel 2050 dovesse studiare la storia contemporanea, e chiedermi come sia stato possibile che un popolo con un sistema sanitario e scolastico a pezzi abbia accettato senza colpo ferire un regalo di tre miliardi ad Air France. Come abbia potuto darsi che una cricca di affaristi pregiudicati** abbia potuto distruggere la situazione idrogeologica di un Paese, facendolo arrivare al punto di non poter reggere ad un giorno intero di pioggia autunnale. Come io, suo nonno, abbia potuto accettare senza ribellarmi*** una deriva dell'informazione fatta di veline e menzogne, di case di cartapesta spacciate per solidi mattoni; di progetti di ponti avveniristici che sottaciono la mancanza di benzina nei serbatoi delle auto della polizia e di carta igienica nei cessi degli asili.
E, soprattutto, mi sento già lo sdegno di quel nipote che, arrivato al capitolo sulla caduta del regimetto, dovesse scoprire che la scintilla finale che fece cadere tutto non fu lo sbarco degli americani in Sicilia né il bombardamento di San Lorenzo, bensì una telefonata di raccomandazione e le fotografie di un troione mitomane.
Pensando a tutto ciò, mi auguro che Berlusconi arrivi alla fine della legislatura, per essere esautorato dal voto popolare e non dal sospetto di satiriasi. Poi penso che in fondo, per quanto infinitamente ridicolo, è stato meglio mandare Al Capone in galera per evasione fiscale piuttosto che non mandarcelo affatto: e allora ben vengano i troioni, se non siamo stati capaci di dare l'importanza che meritavano alle C.A.S.E., ai Lunardi, ai Mills.


* Precisiamo, a scanso di querele, che intendiamo qui il concetto di statura politica come una grandezza scalare, non vettoriale.
** lapsus calami freudiano. Il lettore aggiunga una "S" in principio di parola.
*** Certo, potrei giustificarmi dicendo che scrivevo su di un blog. Immagino che se lo facessi mi toglierebbe il catetere e mi lascerebbe morire affogato nel mio piscio.

martedì 2 novembre 2010

Il Bersaglio

«Milano Ristorazione spedita con termos e banchetti fuori dai camposanti nei giorni dedicati ai defunti. Tre dipendenti ad ogni postazione per l'offerta di te o caffé caldi con gli auguri del sindaco uscente»
«Per la cerimonia di domani sarà rimossa la rete messa a protezione dell'intonaco del soffitto che si sta sbriciolando.»
A volte le attinenze che ti forniscono la chiave di lettura della città dove vivi ti si presentano così, da sole.

lunedì 1 novembre 2010

Retroattività

Ma il direttore di quel giornale che si è scagliato per primo contro la retroattività del cosiddetto Lodo Alfano costituzionale, non si è per caso posto il dubbio che forse anche la maggiore età non sia retroattiva?

martedì 26 ottobre 2010

Signora maestra!

Su, Andrea Fossati: riconosci di aver *preso pesantemente spunto* [...] da un altro racconto, dai, che il plagio è evidente, eh.
Dal POST DI SERVIZIO di Teiluj

Solo per segnalare uno strano caso di plagio occorsomi di recente: esiste un tale di nome Andrea Fossati. Questo tale di nome Andrea Fossati ha una pagina come “scrittore” sul social network del momento, Facebook. In questa pagina, il Fossati, di nome Andrea, pubblica e vende come suo un post di questo blog, un post dunque mio. Il post in questione, dal titolo l’esecuzione, è stato rinominato dal Fossati Andrea “confessioni di una mente malata alle ore 00.13″, come mostra il documento.Venuta a conoscenza del malefatto, ho comunicato direttamente sulla suddetta pagina di scrittore del suddetto Andrea Fossati lo spiacevole equivoco, ottenendo in risposta la cancellazione del mio appunto e una limitazione a futuri accessi alla pagina incriminata.
Peccato. Mi piaceva il suo modo di scrivere così identico al mio.

Ciao, caro scrittore, Andrea Fossati.

E, nota a margine, non sta proprio bene cancellare i commenti e bloccare le persone.

(N.B. Questo post è a sua volta copiato paro paro da questo del Calamelli, ma io lo faccio solo per pigrizia e per far salire la cosa su google)

lunedì 25 ottobre 2010

La Stampa sarà libera, ma una legge ne reprime gli abusi.

Articolo vigesimottavo dello Statuto Albertino. Che in fondo non era poi tanto malaccio.

(La Stampa, oggi si linka La Stampa)

giovedì 21 ottobre 2010

Invito alla lettura

Oggi vi invito alla lettura di questo splendido e originalissimo pezzo tratto dal Fatto Quotidiano.
Voi che mi leggete sovente sapete bene che Travaglio mi sta antipatico, e neppur cordialmente. E che ritengo che coloro che scrivono abitualmente su quel giornale dovrebbero andare a lavorare nelle miniere di sale per rendersi un po' utili alla società. Ma devo confessare di aver d'un tratto cambiato idea, grazie a questo articolo approfondito e documentato.
Gli autori, Maurizio Pallante e Andrea Bertaglio dei quali mi pregio di copincollare la fotografia scusandomi per il non sapere chi sia l'uno e chi l'altro, ci parlano dei centri commerciali che «crescono come funghi, e sono tutti uguali», contenendo «palme di plastica, zampilli d’acqua sincronizzati, luci e clima costanti». E gli autori fanno notare (e questa non è che la prima illuminazione fornitami dall'articolo) quanto sia più bello «fare una passeggiata al mare, in montagna, al lago o semplicemente in un parco o nel centro del proprio paese o città».
Perché, badate, al centro commerciale fa caldo d'inverno e freddo d'estate, e c'è puzza di McDonalds: e non mi spiego proprio come io, al pari di tutti coloro che vi si affollano, non ce ne siamo resi conto fino ad oggi.
«Si entra per comprare una matita e si esce con cento euro in meno», ma del pari «spesso non si trova quello che si cerca» dato che tutto, dalle pubblicità alle offerte, è «studiato a tavolino».
Ci sono i commessi, ma sono incompetenti perché non producono loro la merce che comprate, si limitano a venderla, accipicchia (confesso di avere qualche dubbio sul punto: non ho ben capito se questo significhi che da oggi porterò solo scarpe fatte a mano dal calzaturificio vigevanese o se dovrò andare in indonesia per il prossimo paio di Stan Smith, ci rifletterò sopra). Certo, ammettono gli autori, che sono persone concrete, questo dà lavoro a tanta gente, ma non trasmette loro competenze sul «saper fare». «Meglio non imparare più niente, ma avere uno straccio di stipendio per qualche mese, a quanto pare…» è l'icastico commento, che se non l'aveste capito è ironico, dato che come noto arrivare alla fine del mese non dev'essere una priorità dell'Uomo Libero.
Siamo, ahimè, quasi alla fine, ma ancora possiamo raccogliere qualche piccola illuminazione, come quella che i centri commerciali «inglobano in sé sempre più cose: centri fitness, ristoranti, sale giochi, cinema multisala e chi più ne ha più ne metta».

Ora anche voi sarete persone migliori: ringraziatemi.

mercoledì 20 ottobre 2010

Wired e' facile

In un mondo non dico più giusto, ma anche solo un po' meno presuntuoso, i signori di Wired, prima di chiedere ai parlamentari della Repubblica Italiana cosa significhi KeyNote e cosa sia iTunes, si preoccuperebbero di saper accentare correttamente la terza persona singolare del più importante verbo della lingua ufficiale della Repubblica i cui parlamentari vanno ad intervistare e che è, guarda caso, la medesima lingua nella quale è scritto il loro foglio.

martedì 19 ottobre 2010

Mangiapreti

Gran festa, oggi, per il fatto che verrà abolita l'esenzione ICI per la Chiesa. Repubblica, per dirne una, ci ha fatto un bell'articolone soddisfatto.
Come ha (tardivamente) scoperto il cronista, nello scorso agosto il Governo ha approvato un provvedimento con il quale si istituisce l'imposta municipale propria, che andrà a sostituire l'ICI. La normativa sulla nuova imposta richiama le esenzioni attualmente esistenti per l'ICI, ma con qualche eccezione.
Qui sotto vi riporto le esenzioni attualmente esistenti in tema di ICI, e in grassetto quelle che non sono state confermate dalla nuova imposta. Appongo qualche omissis al testo originale della legge ICI, che comunque potete trovare qui, ma solo al fine di rendere più scorrevole le lettura, e in corsivo riporto qualche nota esplicativa tratta da questa guida.
a) gli immobili posseduti dallo Stato, dalle regioni, dalle province, nonche' dai comuni..., dalle comunita' montane, dai consorzi fra detti enti, dalle unita' sanitarie locali, dalle istituzioni sanitarie pubbliche autonome..., dalle camere di commercio, industria, artigianato ed agricoltura, destinati esclusivamente ai compiti istituzionali;
b) i fabbricati classificati o classificabili nelle categorie catastali da E/1 a E/9 (si tratta di edifici ad uso pubblico quali stazioni, ponti, fortificazioni, fari etc.);
c) i fabbricati con destinazione ad usi culturali di cui all'articolo 5- bis del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 601, e successive modificazioni (si tratta di immobili integralmente adibiti a sedi, aperte al pubblico, di: musei, biblioteche, archivi, cineteche, emeroteche, per i quali al possessore non deriva alcun reddito dall’utilizzazione dell’immobile stesso).
  d) i fabbricati destinati esclusivamente all'esercizio del culto, purché compatibile con le disposizioni degli articoli 8 e 19 della Costituzione, e le loro pertinenze (esempi di pertinenze sono: l’oratorio, l’abitazione del parroco, il cinema parrocchiale, purchè non destinato ad attività di carattere commerciale);
e) i fabbricati di proprieta' della Santa Sede indicati negli articoli 13, 14, 15 e 16 del Trattato lateranense, sottoscritto l'11 febbraio 1929 e reso esecutivo con legge 27 maggio 1929, n. 810;
f) i fabbricati appartenenti agli Stati esteri e alle organizzazioni internazionali per i quali e' prevista l'esenzione dall'imposta locale sul reddito dei fabbricati in base ad accordi internazionali resi esecutivi in Italia;
g) i fabbricati che, dichiarati inagibili o inabitabili, sono stati recuperati al fine di essere destinati alle attivita' assistenziali di cui alla legge 5 febbraio 1992, n 104, limitatamente al periodo in cui sono adibiti direttamente allo svolgimento delle attivita' predette (Legge quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate);
h) i terreni agricoli ricadenti in aree montane o di collina delimitate ai sensi dell'articolo 15 della legge 27 dicembre 1977, n. 984;
i) gli immobili [utilizzati da enti e privati non a fini di lucro] destinati esclusivamente allo svolgimento di attivita' assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive... nonche' delle attivita' di cui all'articolo 16, lettera a), della legge 20 maggio 1985, n. 222 (quest'ultima norma si riferisce alle "attività dirette all’esercizio del culto e alla cura delle anime, alla formazione del clero e dei religiosi, a scopi missionari, alla catechesi, all’educazione cristiana". Sono invece espressamente escluse dall'esenzione ICI, in quanto enumerate dalla lettera b) del medesimo articolo, le "di assistenza e beneficenza, istruzione, educazione e cultura e, in ogni caso, le attività commerciali o a scopo di lucro").

Dunque, con la nuova imposta i seminari e i convitti missionari gestiti dalla Chiesa pagheranno l'ICI (anzi: l'IMP), mentre le scuole private, come pure gli immobili a fini assistenziali e di beneficienza la pagavano già. In compenso pagheranno l'ICI pure tutti gli immobili adibiti a musei, biblioteche, archivi, cineteche, emeroteche etc. non a fini di lucro. Pagheranno pure l'IMP gli immobili inagibili utilizzati a fini di assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate. Pagheranno pure l'IMP tutte le ONLUS che svolgono attivita' assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive.

Trovate che davvero ci sia da inalberare il gran pavese e stappare lo champagne?

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Onorevole Autorità
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dei dati personali

Reclamo ex art. 141 lett. a) del Codice in materia di protezione dei dati personali
Onorevole Autorità,
ai sensi dell'art. 141 lett. a) del Codice in materia di protezione dei dati personali Vi rappresento quanto segue.
In data 15 ottobre 2010, alle ore 19:58, sono stato disturbato nella mia tranquillità domestica in quanto ho ricevuto sul telefono fisso, al numero 02/********, una comunicazione registrata proveniente da un apparecchio automatico senza intervento di operatore che pubblicizzava l'apertura straordinaria dello "Spaccio di fabbrica Z****" di Milano.  Nel messaggio in questione non veniva precisato se il medesimo provenisse direttamente dalla Società V***** Z***** S.p.A. (apparentemente titolare dei marchi in questione), da terzi rivenditori o da altri soggetti quali agenzie di pubblicità e simili.
Non ho mai prestato alcun consenso alla ricezione di messaggi automatizzati senza intervento di operatore, né alla Società V***** Z****** S.p.A. né, a quanto mi consta, ad alcun altro operatore pubblicitario o commerciale: ritengo pertanto che quanto accaduto configuri una violazione dell'art. 130 c.1 del Codice in materia di protezione dei dati personali, ed in relazione a ciò sporgo formale reclamo a codesta Onorevole Autorità Garante, autorizzando fin d'ora, ove riteniate di dar seguito al procedimento, il controllo del traffico telefonico avvenuto sulla mia utenza nella predetta data, anche al fine di meglio individuare l'effettivo soggetto mittente del messaggio automatizzato.
Per la ricezione di eventuali comunicazioni inerenti l'eventuale prosieguo del reclamo eleggo domicilio presso la mia abitazione in(omissis).
Con ossequio, m.Fisk

Note
Ai sensi dell'art. 130 Codice Privacy,
«1. L'uso di sistemi automatizzati di chiamata senza l'intervento di un operatore per l'invio di materiale pubblicitario o di vendita diretta o per il compimento di ricerche di mercato o di comunicazione commerciale è consentito con il consenso dell'interessato.
2. La disposizione di cui al comma 1 si applica anche alle comunicazioni elettroniche, effettuate per le finalità ivi indicate, mediante posta elettronica, telefax, messaggi del tipo Mms (Multimedia Messaging Service) o Sms (Short Message Service) o di altro tipo.»
L'art. 167 Codice Privacy dispone che:
«1. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, al fine di trarne per sè o per altri profitto o di recare ad altri un danno, procede al trattamento di dati personali in violazione di quanto disposto dagli articoli 18, 19, 23, 123, 126 e 130, ovvero in applicazione dell'articolo 129, è punito, se dal fatto deriva nocumento, con la reclusione da sei a diciotto mesi o, se il fatto consiste nella comunicazione o diffusione, con la reclusione da sei a ventiquattro mesi.»

lunedì 18 ottobre 2010

Servono risposte


Lo afferma il vicepresidente del PD in questa dichiarazione.

E ci ha ragione, ci ha: in effetti i suoi dieci punti erano così complessi e arzigogolati che mi fa ancor male la testa, dalla fatica che ho fatto a commentarli.

Idee chiare

“Mentre l’infermiera rumena Maricica Hahaianu, 32 anni, madre di una bambina, scivola irreversibilmente verso la morte, verso il bullo italiano Alessio Burtone, un violento con precedenti specifici, la giustizia italiana è tenera. Sta comodamente a casa sua e gli viene permesso di lanciare farneticanti messaggi di scuse. Anche i media sono clementi. Non ne conosciamo il volto e solo in pochi casi se ne dice il nome preferendo chiamarlo, in un’operazione di riduzionismo chiarissima “il ragazzo”. Se il buongiorno si vede dal mattino si sta preparando un nuovo caso di giustizia razziale in Italia. Non era andata così per l’omicidio di Vanessa Russo, una ragazza italiana uccisa preterintenzionalmente nel 2007 sempre nella metropolitana di Roma, in un’analoga lite per futili motivi, dall’immigrata romena Doina Matei. Contro di lei, una ragazza appena maggiorenne con una vita difficilissima alle spalle che l’aveva portata a prostituirsi, si abbattè una durezza ottocentesca sia mediatica che giudiziaria. Fu arrestata immediatamente e fu celermente condannata al massimo della pena, 16 anni. Contro di lei furono applicate tutte le aggravanti e non le fu riconosciuta nessuna attenuante. Tutto ciò nonostante vari testimoni confermassero la casualità dell’esito della lite e della colluttazione (la morte orribile fu prodotta dalla punta di un ombrello conficcato in un occhio) e l’autopsia di Vanessa Russo, anche lei una ragazza difficile, confermò che questa fosse sotto l’effetto congiunto di cocaina, morfina e metadone ed ebbe la peggio in una rissa della quale era corresponsabile. La condanna esemplare verso Doina, che non meritava certo un premio, era fermamente voluta da un’opinione pubblica addestrata dai media all’odio verso la “puttana romena”. Vi fu un uso chiaramente politico dell’evento, allarme sicurezza, allarme immigrazione. Si arrivò a zittire il prete al funerale che osò parlare di perdono e anche quel caso fu uno strumento per rovesciare l’effimero governo Prodi. Oggi, a parti invertite, si vede quanto avevamo ragione a denunciare tutta quella durezza come politica e razziale. Per la povera Maricica, lavoratrice e madre di una bambina piccola, non si terranno fiaccolate. Seguire da vicino il processo Burtone sarà un dovere civile.”

Il pezzo riportato qui sopra è un post di Gennaro Carotenuto, che dovreste trovare qui, se solo il sito funzionasse.
E' stato tumblerato, rebloggato, laicato e sharato da una gran quantità di gente in rete, e quindi certamente anche voi l'avrete già letto.
Io francamente non ho capito perché mai abbia avuto questo gran successo, e soprattutto non ho capito l'esortazione finale.
Il Carotenuto ci presenta un parallelo tra due casi assai simili di cronaca, uno accaduto tempo addietro avente ad oggetto l'omicidio di una ragazza italiana da parte di una giovane rumena, a seguito di una banale lite in metropolitana, e l'altro il recentissimo in cui l'omicida è un giovane italiano e l'uccisa una rumena.
Leggendo il pezzo si coglie molto bene l'opinione dell'autore, vale a dire che nel primo episodio, in ordine temporale, la rumena sia stata condannata a una pena ingiusta ed eccessiva. Si dice che la vittima era anche una un po' poco di buono, ma questo come inciso.
Per quanto riguarda il caso recente, l'autore segnala il fatto che l'aggressore è stato trattato assai meglio, sia dal punto di vista strettamente giudiziario, essendo ancora ai domiciliari, sia mediatico.

Bene: non ci vuole un genio per capire che le due cose sono del tutto incompatibili. O (aut) la giustizia ha avuto la mano troppo pesante con Doina Matei, ed allora si sta comportando correttamente con Alessio Burtone, o (aut) sta sbagliando con Alessio Burtone, ma allora ha agito bene con Doina Matei. Non si può affermare impunemente che si sta sbagliando in entrambi i casi, da un lato per eccessivo rigore e dall'altro per lassismo. E spero che nessuno possa anche solo sognarsi di pensare che se un errore per eccesso di rigore vi è stato nel primo caso, questo possa anche solo minimamente giustificare un identico errore nel caso attuale.
Non siamo spettatori di una partita di calcio fra Italia e Romania, dove l'arbitro può essersi accorto di aver concesso un rigore inesistente ed allora, per riparare il danno, ne concede un altro all'altra squadra. Qui si sta parlando di cose serie: e se Doina è stata punita eccessivamente dai giudici il rimedio consiste nel chiedere e pretendere che nei successivi gradi di giudizio questa stortura sia riparata, e nello smuovere l'opinione pubblica al fine di un'eventuale grazia una volta che la sentenza dovesse passare in giudicato.
Pretendere che un'altra persona paghi più del dovuto non solo non ha nulla di giusto, ma non costituirebbe in alcun modo una compensazione, né per Doina né per i suoi figli né per la società; e neppure per la nuova vittima. Pretendere che Burtone paghi come la Matei, una volta affermato che quest'ultima sta pagando troppo è, questo sì, razzista: perché sottintende il pensiero che i primi giudici siano stati a loro volta razzisti, e che l'unico rimedio a questa vergogna sia quello di pareggiare i conti. Sulla pelle della vittima sacrificale del momento, che sarà pure un bullo di periferia, ma ha il diritto di pagare il giusto: vale a dire per quello che ha fatto lui, non per quello che hanno fatto altri giudici.

E allora, che diavolo significa quel «Seguire da vicino il processo Burtone sarà un dovere civile»? Seguire da vicino per qual fine?

Sullo schermo!

Una delle (tante) cose che ci piacciono di Star Trek è che, quando il comandante James T. Kirk dice: «Sullo Schermo!», in effetti sullo schermo in questione si vede quello che succede dove si svolge l'azione. Non è che Kirk faccia teletrasportare una telecamera: si vede che in quel lontano futuro è stato inventato un sistema convogliatore d'onda fotonica, talché si rende possibile vedere cose remote senza apparecchi di ripresa in loco.

Abbiamo riflettuto su ciò ier sera, mentre guardavamo il TG7 di Mentana, che ci mostrava, sdegnato, i turisti confluiti in massa nel ridente paesino pugliese in visita-pellegrinaggio al garage dove si sarebbe consumato l'omicidio della povera Scazzi.
Oggi a pranzo, leggendo il Corriere, abbiamo trovato un'articolessa sullo stesso argomento: il turismo macabro, la caduta dei valori e dove andremo di questo passo, signora mia. Ovviamente l'articolessa, preziosamente arricchita da interviste ai gitanti, era contenuta in una pagina corredata di ricco apparato iconografico e schemini di ricostruzione delle tempistiche del delitto.
Abbiamo il sospetto che non siano solo il TG7 e il Corrierone ad aver preso questa deriva antinazionalpopolare, e crediamo probabile che anche gli altri organi della stampa e della televisione si dolgano per il cattivo gusto del popolo italiano, incapace ormai di passare una serena domenica al mare, ai monti o all'outlet più vicino, preferendo questo ignobile genere di sciacallaggio emotivo.
Eppure il convogliatore d'onda fotonica, a quanto mi risulta, non è stato ancora inventato. Né è stata ancora scoperta la funzione di lettura del pensiero a distanza, che consentirebbe al giornalista sdegnoso, comodamente seduto in redazione, di intervistare il macabro turista di Avetrana. Siamo nel 2010, e quelle immagini e quelle interviste ci dimosrano che davanti a quel garage non ci sono solo turisti morbosi, ma anche giornalisti professionisti.
E allora cominciamo a capire perché mai esista ancora un Ordine al quale è obbligatorio iscriversi per esercitare quella nobile professione: perché solo agli iscritti deve essere consentito piazzarsi per settimane intere davanti alle autorimesse di Avetrana, agli chalet di Cogne e ai villini di Novi Ligure, con telecamere, microfini e taccuini. Gli iscritti all'Ordine esercitano il loro altomestiere d'informare l'opinione pubblica; detengono loro il monopolio morale sul particolare macabro mentre il pubblico, dal canto suo, è una mera massa di guardoni senza un residuo di dignità e di valori.

mercoledì 13 ottobre 2010

Fuffa

A seguito delle ultime modifiche apportate alle bozze di procedure operative a Master Plan, risultano non più necessarie alcune delle attività originariamente previste a piano di lavoro, e in particolare quelle che riguardano la validazione da parte del Risk Management, l'adeguamento delle policy R.F. e l'appostazione di VAR specifici.
In fase di analisi era già stata accertata l'adeguatezza del sistema informativo legacy e quindi la non necessità di un intervento di manutenzione evolutiva dei sistemi da parte di XXXXX. Risulta pertanto non più necessario lo sfalsamento temporale delle milestones di rilascio delle due procedure, a suo tempo introdotto al fine di evitare parallelismi nella pianificazione del lavoro dell'outsourcer, il che avrebbe introdotto un fattore di rischio nei tempi di rilascio e/o di aumento di costi.

E pensare che mi pagano anche, per scrivere 'ste robe.

Armiamoci e partite

Non si dovrebbe fare della facile ironia sui morti, e neppure sui feriti gravi in coma farmacologico.
Ciò detto, tutto sommato è una fortuna che dopo il tassista milanese massacrato di botte per aver investito un cane, l'aggressione all'infermiera romena abbia avuto luogo a Roma.
Se fosse avvenuta a Milano, il vicesindaco De Corato, per coerenza con la proposta di armare i tassisti, avrebbe dovuto fornire di pistola tutti i passeggeri del metrò.
E ve l'immaginate a che prezzo sarebbe schizzato, il biglietto?

Del senno di poi

Io personalmente non so proprio chi diavolo sia quel Massimo Mauro che scrive di cose di calcio su Repubblica: mi soccorre wikipedia, secondo la quale è un ex calciatore e financo un ex deputato.
Oggi ha scritto un articolo tutto da leggere (è anche breve) lamentando che la partita di ieri non sia stata giocata, «non per il risultato ma perchè, almeno nello sport, dobbiamo difendere il valore che le regole vanno sempre rispettate e fatte rispettare» e dacché «non giocare è stata la vittoria [dei teppisti] e la sconfitta di quei quarantamila tifosi genovesi che ho visto tristemente andare via dallo stadio».
Io non so chi sia e cosa pensi, ripeto. Ma ci scommetterei una qualche decina di euri che se la partita si fosse giocata, e ci fosse scappato il morto o il ferito grave, il Mauro avrebbe scritto un articolo pressapoco così (mi sono sforzato di mantenere le zoppìe nel lessico, nella punteggiatura e nella consecutio, ma non credo di esservi riuscito appieno):

Era necessario arrenderci, la partita non doveva essere giocata: aver fatto svolgere un evento sportivo nonostante centinaia di pazzi esaltati lo volessero impedire con la forza, mi è sembrata una scelta assurda. Abbiamo visto allo stadio scene di inaudita violenza, perfino se in Italia siamo abituati a questi spettacoli. E poi dal pomeriggio non c'erano stati già incidenti nel centro della città, tra quei teppisti e la polizia, che non era riuscita a intervenire durante quel contesto e bloccare quei folli fuori dallo stadio? Per me la partita non doveva essere giocata. Il fatto di Genova mi ha ricordato quel derby Roma-Lazio dove, malgrado il barbaro assassinio di Paparelli, l'arbitro fece svolgere una gara assurda e antisportiva.
La paura non dovrebbe prendere la mano di chi deve assumere decisioni importanti: Italia-Serbia non andava giocata, e non per il risultato ma perchè, almeno nello sport, dobbiamo difendere il valore della vita, che va sempre rispettata e fatta rispettare. Non dovevamo abbassare la guardia di fronte ai teppisti: la scelta di giocare e ciò che ne è conseguito è stata la loro vittoria e la sconfitta di quei quarantamila tifosi genovesi che ho visto impauritamente andare via dallo stadio.

lunedì 11 ottobre 2010

The Great PD Swindle

La crisi nella quale naviga il Partito Democratico è talmente nera da far ritenere improbabile che il pur caparbio e concreto Bersani possa riuscire a rischiarare anche solo lievissimamente il panorama.
Certo non lo aiutano granché i dirigenti di prima fascia, quelle persone che dovrebbero collaborare con il segretario per dare una direzione a quello che sembra un vascello alla deriva.
Ogni volta che Bersani riesce a tirar fuori una cosa sensata, ecco che l'ex-segretario-della-corrente-che-non-è-una-corrente-a-lui-avversa prende carta, calamaio e pennino e ti scrive una lettera a qualche direttore di giornale o, addirittura, agli Italiani. Provocando, nella migliore delle ipotesi, ilarità e mali di ventre. E quando non è l'Uomo delle Figurine, salta sempre fuori qualche figura di secondo o terzo piano a rompere qualche uovo, perfin sodo, nel paniere.
L'impressione che ne trae l'osservatore esterno, quello che tutti i giorni si sveglia, magari ancora al buio, per andare a guadagnarsi la giornata, è che la Direzione del partito che vorrebbe andare al Governo sia molto simile al cortile di una scuola elementare all'ora della ricreazione: chi gioca alla palla, chi salta l'elestico, chi mangiucchia la merendina e chi cerca di rubare la focaccia al compagno. Anche il livello del discorrere non è molto lontano: Giacomino rimprovera a Simone di non avergli prestato la penna azzurra settimana scorsa, ed è per questo che oggi lui ha rifiutato di dargli la gomma pane. Anzi di più: Giacomino va da Carletto e gli comunica, serio, che Simone non è più suo amico e non giocheranno mai più insieme. Poi, fortunatamente, si va alla refezione e tutti fanno pace, fino all'indomani.

Ecco: in questo quadro edificante ci mancavano un po' i due vicepresidenti. Perché la Bindi, poverella, ha il suo bel daffare a rintuzzare le provocazioni di Berlusconi, e quindi la vediamo spesso in TV. Non che il rintuzzamento sia un progetto politico articolato, ma sempre meglio di niente. Dei due vicepresidenti invece sappiamo ben poco. Anzi, io che sono un ragazzo di campagna posso ammettere con candore che la Sereni manco so che faccia abbia, mentre Scalfarotto è assai più noto, dato che tutti sanno che ha abitato a Mosca e che sta con un uomo.
Sono due qualità non comunissime, in ispecie la prima, ma aspettavamo con ansia che emergesse qualche cosa in più, che giustificasse il suo essere al secondo posto nella gerarchia del secondo partito italiano: ché altrimenti avremmo potuto pensar male, immaginandoci che fosse stato messo lì solo in quanto conoscitore del russo o, peggio, in quanto omosessuale. Pensar male, dicevo, perché non è che vi siano molte alternative: e se fosse stato scelto per il russo, ciò avrebbe gettato una luce nuova o inquietante sui rapporti tra il PD e Putin, facendoci perfin sospettare che lo scandalo del lettone di Berlusconi fosse in realtà una manovra del partito d'opposizione per screditare il premier, mentre se fosse stato scelto in quanto gay, questo significherebbe che il partito che vorrebbe esser di governo sceglie i suoi vertici a seconda di dove buttano il pisello e non per le loro capacità individuali, il che non è punto bello.

Finalmente Scalfarotto ci ha dato le soddisfazioni che ci attendevamo: ci ha messo un bel po', per far bene il lavoro, ma alla fine ha partorito un programma politico, anzi un decalogo, dato che si tratta di un pensiero complesso, articolato in dieci punti.
Diciamolo pure: ci son cadute non solo le braccia, ma anche gambe, palle e globi oculari. Il problema principale della società italiana, secondo il secondo del secondo partito, è l'assenza dei diritti dell'amore: che è un'affermazione che ci saremmo attesi da Cicciolina, ai bei tempi in cui sedeva in Parlamento, e che ci ha fatto piacere solo perché ci ha riportato agli anni in cui eravamo più in forma di oggi, e saltavamo la cavallina senza preoccuparci dell'ufficio l'indomani. Non sto a tediarvi su quanto questa tematica sia scollata dalle preoccupazioni degli italiani: vi rimando ad Annarella che addirittura ha fatto un disegnino.
Voglio invece esortarvi a leggere ed assaporare i punti, uno per uno, e a rimirare la pochezza elaborativa di una persona che non è un uomo della strada, non è un tifoso da bar che sciorina la sua formazione ideale e può permettersi di sbagliare virgole, congiuntifi e perfino mettere un difensore al posto d'un centrocampista.
No: Scalfarotto è la seconda carica del secondo partito italiano. Che gli piaccia o meno, è un politico; anzi deve piacergli per forza, visto che non glielo ha mica ordinato il dottore, di accettare la vicepresidenza. E un politico deve avere perlomeno il buongusto di articolare il suo pensiero correttamente, sistematizzando i concetti e usando i termini appropriati.
Quando uno scrive «Estendere la possibilità di sposarsi a tutti i cittadini», scrive una cazzata, perché tutti i cittadini hanno il diritto di sposarsi. Probabilmente Scalfarotto ha pensato fosse più arguto scrivere così piuttosto che «consentire il matrimonio tra persone del medesimo sesso», dato che lo Stato non gli consente di sposare chi vuole lui. Ma resta una cazzata, dato che l'affermazione di Scalfarotto può essere interpretata solo da chi già sappia che Scalfarotto è omosessuale (sì, lo so, continuare a ripetere "omosessuale" ammazza il ritmo dello scritto, ma se scrivessi "frocio", parola che tutti indistintamente gli omosessuali usano per definirsi ritenendola di uso riservato esclusivamente a loro, poi mi darebbero dell'OMOFOBO).
«Riconoscere per legge le prerogative dei conviventi» è una cazzata. Perché altro sono le prerogative, altro sono i diritti. Un politico dovrebbe avere le basi del lessico e del diritto: impiegare anni per tirar fuori un programma e non farlo rileggere a qualcuno che sappia la differenza tra prerogative e diritti mostra tutta la pochezza dell'uomo.
L'«Approvazione di una legge sull’omogenitorialità» è uno dei pochi punti sensati. Io personalmente sono ferocemente contrario, ma perlomeno è un punto sul quale si può essere favorevoli o contrari senza mettersi a ridere. Puccioso peraltro il commento, laddove lo Scalfarotto crede che «questa è una di quelle leggi che un paese civile dovrebbe approvare in poche ore all’unanimità», dimostrando di avere una conoscenza dell'Italia e del mondo, come dire, vaga.
L'«estensione della legge Mancino all’omofobia e alla transfobia», oltre che farmi imparare una parola nuova, ha il vantaggio di superare l'orrenda proposta a suo tempo presentata dalla Concia. Mi preoccupa perché il mondo è pieno di deficienti che pensano che essere, putacaso, contro l'omogenitorialità sia la medesima cosa dell'essere omofobo, e quindi già vedo daventi a me lo spettro della galera, ma comunque ho fiducia nella magistratura, come Berlusconi.

Terminano qui i punti scalfarottiani che hanno un certo senso. Ora iniziano quelli dadaisti.
«Sradicare il bullismo dalle scuole». Trovatemi un partito politico che abbia nel programma l'affermazione di una cultura del bullismo nelle scuole, e vi pago una cena. Ma non è tanto questo il punto surreale, quanto che per I.S. il bullismo si eserciti solo sui giovani omosessuali. Chiunque abbia un figlio che va a scuola sa come stanno le cose; Scalfarotto no, e questo forse spiega il punto, che è stato inserito per dimostrare quanto sia necessaria la legge sull'omogenitorialità. O forse Scalfarotto riesce ad interpretare il mondo solo attraverso le lenti del suo essere e del suo vissuto, senza riuscire a fare (o meglio: senza provarsi a fare) uno sforzo di generalizzazione. Il che, per il secondo del secondo, non è proprio una bel modo di presentarsi.
«Riassegnazione anagrafica alle persone transessuali senza necessità dell’intervento chirurgico». Potremmo anche arrivare al sesso stagionale: quest'autunno-inverno va la donna, ma per la primavera-estate si prevede che torni di moda il maschio.
«Sviluppare una seria cultura contro le discriminazioni sui luoghi di lavoro». Forse Scalfarotto è stato anche in Giappone, dove prima dell'inizio del lavoro si fanno le adunate d'indottrinamento. Perché, essendo il secondo del secondo, certo sa che le leggi contro la discriminazione ci sono già: il problema sono le mentalità, non le leggi. Ma compito dello Stato è fare le leggi, non cambiare le menti. A quello pensano le chiese, non gli Stati. O perlomeno non gli stati democratici.
«Numero minimo di consiglieri d’amministrazione donne nelle aziende quotate in Borsa»: una solenne minchiata. A parte il fatto che non si vede perché riservare posti alle donne dimenticandosi di omosessuali, transessuali, negri, ebrei, obesi, ipovedenti e diabetici, resta il fatto che i componenti dei CdA sono nominati, liberamente, dalle assemblee degli azionisti. Non siamo al tempo dei Soviet, e le aziende, per quanto quotate, sono degli azionisti, non dello Stato, che non si deve impipare di cose che non gli debbono interessare.
«Riservare un periodo di astensione esclusiva dal lavoro per i padri». Un'altra di quelle cose che stanno a metà tra il dirigismo e la teocrazia, come si evince bene dalla spiega: "in questo modo il padre è effettivamente costretto a spupazzarsi il pargoletto e a diventare genitore con pari responsabilità". Costretto, già. E le frustate se non cambia bene i pannolini, a quando?
«Riaffermare la laicità dello stato con norme che ribadiscano la sua neutralità rispetto a tutte le religioni». Punto nobile, di antica tradizione. Scalfrotto deve averlo messo per arrivare a dieci, dato che fa a pugni con la sua concezione di teocrazia illuminata.

Questo il quadro della proposta. Da ridere, più che da piangere. Poi c'è la reazione dello Scalfarotto, che dopo aver pubblicato al cosa su Friendfeed ha incontrato taluno che, abbastanza pacatamente, gli ha detto che alcune cose non lo convincevano. Il problema è che Scalfarotto non si è nemmeno provato ad argomentare, non ha accettato il contradditorio, non ha accettato il fatto che possa esserci qualcuno che la pensa in modo diverso da lui: e nemmeno su tutti i punti, come me, ma perfino su uno solo.
Lo sviluppo della discussione è lì, da leggere. Ed è uno sviluppo che non dà certo l'impressione di un politico navigato, capace di difendere le proprie tesi. Speriamo non vada in televisione, che ne verrebbe fuori una ben magra figura per lui e per il suo povero partito.

martedì 5 ottobre 2010

Riviste da sala d'aspetto

Wired Italia mi è stata sui coglioni fin dal primo numero, quello con la facciona della Montalcini in copertina. Non ho mai sentito il bisogno né la curiosità di leggerla e perfino di andare sul suo sito, incompatibile con il mio browser.
Ogni tanto vedevo nelle edicole le nuove copertine: Fiorello (FIORELLO!) con l'iCoso, Baricco, Cabello... roba da parrucchiere, insomma (non a caso l'editore è Condé Nast).
Tant'è che quando, di recente, sono andato dal medico, mi sono trovato sul tavolinetto due o tre numeri della rivista, e me li sono sfogliati con lo stesso interesse appassionato con il quale sfoglio Cronaca Vera dal barbiere: e ci ho passato un'oretta buona, in mancanza di Fermoposta.
Della proposta di Nobel per la pace a Internet nemmeno parlo: non si dovrebbe mai dire che una cosa si commenta da sola se non in casi veramente eccezionali, e questo è per l'appunto uno di quei casi.
Oggi poi leggo (hat tip Mantellini) che la rivista tira fuori un titolo che preconizza la caduta del Governo, e mi dico: Ohibò, andiamo a leggere di che si tratta. Aria fritta? Magari!
Se avrete la pazienza di andarvi a leggere quell'articolo (e ho dovuto attivare Chrome per farlo), vedrete che la notizia si basa non su aria fritta, bensì sull'odore della registrazione sonora della fotografia di una stanza nella quale, tempo addietro, c'è stata una ventata di fritto che proveniva dal cortile.
Ma non è tanto il fatto che il titolo sia del tutto scollegato dall'articolo ciò che mi disturba, quanto il fatto che il livello di onfaloscopia, che già aveva raggiunto alte vette con la delirante proposta del Nobel, possa essere cresciuto al punto da far ritenere a qualcuno possibile che il Governo cada per effetto degli scontri tra maggioranza e finiani in tema di Wi-Fi: una sigla che ha un senso compiuto forse per una ventina scarsa dei mille parlamentari.

SMS aperto a quelli di Repubblica

Sarete contenti, adesso.

sabato 2 ottobre 2010

Due anni e rotti

E' da due anni e rotti che scrivo qui: un tempo molto breve rispetto ai molti compleanni che hanno sulle spalle la maggior parte dei blog che leggo e di cui si sente parlare in giro per la rete.
Una rete piccola piccola: un fazzolettino di territorio nel quale, per quanto riguarda il nostro Paese, vive forse qualche scarno migliaio di persone, che si suddividono in gruppuscoli con poche interazoni fra di loro. Talché alla fine questo mezzo, che in teoria ti dovrebbe mettere a contatto con il mondo intero, ti fa chiacchierare con una cerchia ristretta, da aperitivo del giovedì.
Non che sia una particolarità del mezzo "blog": valeva la stessissima cosa ai tempi di Usenet, e vale la medesimissima cosa sui cosi sociali: anche qui, indipendentemente dal numero di "amici" o "contatti", alla fin fine ci sono sempre le solite cinquanta persone che girano e con le quali si si sta reciprocamente simpatici.

Se ripenso con attenzione agli ultimi due anni mi accorgo che ci sono persone mai viste, o incontrate una sola volta, con le quali corrispondo e scambio pensieri e sesazioni molto più frequentemente di quanto non faccia con i miei due-tre migliori amici: in fondo questi li vedo solo un due-tre di volte la settimana al bar, mentre i compagnucci della Rete li sento tutti i giorni.
Arriva un momento che ti chiedi come ti comporteresti, se dovessi mettere le tue relazioni in fila indiana, in ordine d'importanza; e arriva un successivo momento in cui ti accorgi che non ci vuoi neppure pensare, perché anche se hai, fortunatamente, una vita vera, ci sono quei periodi in cui Dario è troppo preso dal lavoro, Gatto troppo reso dalla nuova fidanzata e Stefano troppo preso dai problemi che si attira addosso con maestria: e quando ti allontani dal bar ti resta la sensazione di aver buttato via il tuo tempo.

Poi arriva un altro momento: quello in cui le grane ti cadono tutte addosso, e tutte insieme. E non dico le grane da frigorifero rotto o da macchina da portare dal meccanico: parlo di grane vere, quelle che io analizzo con distacco quando capitano agli altri, individuando strategie e possibili soluzioni. Quelle che da un giorno all'altro possono cambiarti completamente la vita, e non in meglio.
Quanto una sola di queste rogne ti capita addosso, per quanto tu sia preparato ad affrontarla da un punto di vista teorico e pratico, il tuo stesso coinvolgimento personale ti impedisce di pensare e agire con lucidità: commetti cazzate che riescono a peggiorare le situazioni già compromesse per parte loro, e ogni cosa che fai o ometti è uno sbaglio.
Quando ti trovi in una di queste situazioni hai bisogno di due cose: un buon professionista che ti segua (un buon medico se sei malato, un buon fiscalista se hai problemi di tasse, un buon avvocato se sei nei guai), e un buon amico con cui confidarti. Se poi i professionisti e gli amici sono più d'uno, ben vengano.
Ecco: un paio di settimane fa mi sono accorto che non avrei potuto confidarmi con nessuno di coloro che ho incontrato qui.
In un paio di casi ciò è dovuto a un problema prettamente tecnico: ci sono cose che non è il caso di raccontare per telefono, figuriamoci se si scrivono in una mail o in un DM! Nella stragrande maggioranza dei casi, tuttavia, il problema era un altro: quello di avere dall'altra parte dello schermo delle figure, non delle persone.
Figure di cui ti accorgi di sapere pochissimo, anzi nulla.
Da qui la chiusura del blog: è vero che uno scrive anzitutto per sé stesso, ma in fondo parlare al nulla lo puoi anche fare ad alta voce sotto la doccia, e forse ti ci diverti anche di più. E poi, francamente, avevo la testa altrove.

Oggi ho nuovamente modificato il DNS, ripristinando il valore che avevo cambiato. Anche qui i motivi sono vari. Un po' alcune delle cose che non giravano le ho non dico sistemate, ma perlomeno impostate in modo da far ritenere plausibile che vadano a chiudersi minimizzando i danni e il numero di ferite da leccare.
C'è poi il fatto di aver ricevuto un numero inatteso di messaggi di vicinanza e sloidarietà. Su questi ho fatto una riflessione: è vero che dire a uno "coraggio!" o "ti sono vicino" o "se hai bisogno di qualcosa..." costa lo stesso impegno d'energia necessario per aderire a una petizione lunare su Facebook; è altrettanto vero che se avessi avuto o dovessi aver bisogno di un qualcosa di minimamente concreto, sono certo che la grande maggioranza di coloro che mi hanno offerto solidarietà sparirebbero all'istante, così come probabilmente farei io a ruoli invertiti.
Ciononostante questi segni mi hanno fatto piacere, non lo posso negare. E' stato bello riceverli, ed è stato ancor più bello riceverli da persone dalle quali non te li saresti aspettati (è la vecchia storia del figliuol prodigo: quella per cui si ammazza il vitello grasso per il figlio più stronzo).
C'è anche il fatto che, insomma, in queste due settimane le dita ogni tanto mi prudevano: c'era Veltroni che ha telefonato a Calearo e fors'anche ad Achille Serra; c'era la recita a soggetto del Governo di Santa Lucia, c'erano mille cose lette e viste di cui indignarsi.
E poi, oggi Odifreddi e Ferraris sparano le solite cazzate su Repubblica; e io non mi diverto a leggere Odifreddi se non ho un blog sottomano.

martedì 21 settembre 2010

ciao


lunedì 20 settembre 2010

Colonnini

Di solito cito Repubblica, ma il colonnino infame del Corriere online di oggi merita di essere salvato per i posteri.

venerdì 17 settembre 2010

Società civile

Mi ero ripromesso di non occuparmi più del Puffo Fesso, ma talvolta non ci si può trattenere.
Ieri abbiamo avuto il tristo spettacolo di uno, che nella vita non ha mai fatto un lavoro diverso da quello del politico, raccontare che per le prossime elezioni bisogna apprestarsi a trovare un candidato leader della coalizione di centrosinistra rovistando tra i cassonetti della società civile.
Società civile è una buzzword il cui significato, scava scava, vuol dire: «coloro che non fanno il politico di professione». Questo mito della società civile noi lombardi ben lo conosciamo: sono vent'anni che ci sfracassano i marroni proponendoci candidati della società civile ai vari livelli di elezioni locali, e sono vent'anni che il candidato proposto perde miseramente. Certo, è probabile che in Lombardia un candidato di centrosinistra sia destinato a perdere a prescindere, però, avendoci fatto il callo, chi abita quassù è legittimato a pensare che il mito della «società civile» abbia fatto il suo tempo tanto quanto le calze di nylon come strumento per scoparsi le polacche.
L'idea di prender gente dalla società civile equivale a quella di prendere un avvocato per curarsi la gotta, o un veterinario per riparare lo sciaquone otturato del water: io conosco avvocati geniali e veterinari bravissimi, ma se mi si rompe lo scarico del cesso, guarda un po', preferisco affidarmi ad un idraulico.
Perché mai con la politica la cosa dovrebbe funzionare diversamente? Forse governare un paese è più semplice che sostituire un passo rapido?

Stronzi

Quando leggo che si fanno classi di 51, di 40 o anche solo di 35 allievi, non posso far a meno di pensare che in giro ci sono sempre troppi stronzi. E stronze.

giovedì 16 settembre 2010

Vive les vacances!

Non so se essere più scioccato o più divertito dalla coazione a ripetere che porta la stampa italiana (e magari anche straniera, per quanto ne so) a concedere gratuitamente le proprie pagine al signor O'Leary, il comandante in capo di Ryanair.
Qualunque persona dotata di medio buonsenso ha ormai capito che la sua strategia di comunicazione è semplicissima: anziché telefonare alla concessionaria di pubblicità per acquistare paginoni a caro prezzo, il simpatico irlandese, quando vuole rinfrescare un po' la memoria dei potenziali passeggeri, s'inventa una sciocchezza qualsiasi e la butta lì al primo che la raccoglie, certo che l'enormità della cazzata assicurerà per sé stessa la più ampia diffusione della notizia e, con essa, del nome della compagnia.
Ben prima che O'Leary prendesse il controllo di Ryanair, e anzi ben prima che la compagnia aerea venisse fondata, altri avevano già preconizzato la direzione in cui il nostro geniaccio del marketing aveva preso.
Jean-Marc Reiser, un genio del fumetto, pubblicò nel 1979 Vive le vacances!, un libretto semplicemente delizioso.
In esso era contenuta la strip che vi propongo qui sopra, che ho trovato in rete nella traduzione inglese, dato che non tutti capiscono il francese e quello di Reiser non è esattamente scolastico.

venerdì 10 settembre 2010

Fischi e fischietti

Questo è un post mica tanto facile, perché tratta di una materia complessa e perché io stesso non ho le idee ben chiare: perciò butto giù un po' di argomenti senza la velleità di dar loro una forma organica.
Parliamo di fischi e di democrazia. Come tutti sapete, negli scorsi giorni vi sono state svariate apparizioni pubbliche di personaggi (Dell'Utri, Schifani, Bonanni) che, invitati a intervenire a iniziative di vario genere, sono stati interrotti e hanno dovuto rinunciare a terminare i loro discorsi. In tutti i casi tali contestazioni sono venute da gruppi numericamente poco numerosi, ma determinati nel loro agire, talché la rimanente parte del pubblico, largamente maggioritaria, non ha potuto assistere alle iniziative a cui intendeva partecipare.
Il primo pensiero che mi è venuto in mente, subito dopo il primo episodio, è stato che la libertà di parola ha come contraltare la libertà di critica, e pertanto chi accetta o pretende di parlare in una manifestazione pubblica deve anche accettare il fatto che il suo intervento non nnecessariamente sarà applaudito: può anche essere fischiato. Il fischiare è una delle tante forme con le quali si può esprimere il proprio disaccordo, e non riesco a trovare nulla di antidemocratico nella circostanza che di fronte a una mia affermazione qualcuno mi possa dare del cretino, indipendentemente dal fatto che egli abbia o meno ragione (anche perché, quando si tratta di punti di vista, e in ispecie di politica, la ragione e il torto non sono accertabili scientificamente, come si farebbe con la dimostrazione di un teorema matematico).
Già al secondo episodio mi sono però accorto che questa impostazione ha un grave limite: se bastano dieci o venti persone per rovinare la festa a mille persone impedendo loro di fruire di un'iniziativa, ben presto potrebbe divenire impossibile organizzare qualunque cosa un po' più importante di una cena tra amici in pizzeria: perché per qualunque argomento che possa richiamare una partecipazione minimamente numerosa, dalla cura delle malattie autoimmuni alla cucina cinese, ci sarà qualche cretino che vorrà contestare l'oratore di turno in nome del proprio ideale antivivisezionista o pro-tibetano. Notate, per inciso, che la cretineria del prevaricatore non è minimamente collegata alla validità della causa che egli intende supportare: l'essere antifascisti, per dire, non è un motivo valido per interrompere un conveglio di studi su De Felice, né l'essere pacifisti giustifica il boicottare un convegno sull'evoluzione storica della dottrina MAD.
Quindi si può affermare che l'esercizio del diritto di critica sia sì legittimo, ma non quando tale esercizio impedisce la manifestazione del pensiero: come giustamente ha fatto notare un commentatore, i loggionisti talora fischiamo il direttore d'orchestra, ma lo fanno dopo, e non prima, l'esecuzione dell'opera.
Ha poi avuto luogo la contestazione a Bonanni, che a differenza delle precedenti ha segnato un'ulteriore evoluzione: qui i contestatori non si sono limitati a interrompere con il loro vocìo, ma sono passati alle vie di fatto: e siamo pertanto trascesi dal campo della violenza verbale a quella fisica, il che è per definizione inaccettabile, trattandosi di comportamenti violenti e prevaricatori che costituiscono reato.
Potremmo finire qui ma la questione dicendo che quelli dei centro sociali dovrebbero passare qualche giorno in guardina, ma non è così semplice: e l'ho compreso leggendo il lancio della notizia sul Post. L'articolo infatti conclude così: Alle 17,22, quando pubblichiamo questa notizia, il dibattito è annullato e gli ospiti sembrano essersi allontanati. I contestatori stanno ancora urlando slogan e fronteggiando la polizia in un’immagine da anni Settanta nel centro di Torino. L'immagine degli anni Settanta nel centro di Torino mi ha fatto venire in mente che quelli sono stati sì anni in cui quotidianamente si è sperimentata violenza e prevaricazione; ma sono anche gli anni in cui i diritti civili e dei lavoratori in questo Paese si sono affermati.
Lo Statuto dei Lavoratori, che data proprio dal 1970, è il frutto di lotte operaie che non si sono svolte mediante la contrapposizione dialettica di operai e imprenditori su un palco, davanti a un tavolino con l'acqua minerale: si sono svolte invece con modalità squisitamente violente e prevaricatrici.
Non sto parlando degli anni di piombo e del terrorismo rosso o nero, fenomeni pur coevi: mi basta pensare ad un picchetto fuori da una fabbrica. I giovani lettori forse non hanno idea di cosa fosse un picchetto, ma chi ha qualche anno sul groppone sa bene che non era un esercizio di democrazia: c'erano i bastoni, c'erano le catene e quando mancavano c'erano -e bastavano- le mani nude di un gruppo di fresatori. Chi si fosse provato ad entrare oltre i cancelli si sarebbe guadagnato non un commento di riprovazione né un sonoro coro di fischi, bensì una corsa in ambulanza al traumatologico. Quello era il clima, ma quel clima ci ha dato dei diritti che a distanza di quarant'anni sono ancora attuali.
Il fatto è che ci sono momenti storici nei quali certuni devono lottare per conquistare nuovi diritti, fino ad allora negati. Non ci tengo a far la figura del pedante, ma mi prendo qualche altra riga per rammentarvi che la notte del 4 agosto 1789 (l'abolizione del feudalesimo) è stata preceduta, e non per caso, dal 14 luglio con la Presa della Bastiglia. E' pur vero che questo evento ha avuto un significato poco più che simbolico, dato che i prigionieri erano una mezza dozzina in tutto, e certo non si può paragonare quell'azione con i massacri della Vandea e le decine di migliaia di giustiziati del Terrore; ma non credo che ciò possa essere una gran soddisfazione per il sorvegliante della prigione, portato in trionfo per le vie di Parigi dalla folla, però solo dal collo in su e infilzato in cima a una picca. E vi risparmio le rivoluzioni inglese, americana e sovietica.
Insomma, ci sono momenti, che coincidono sempre con periodi di crisi, in cui il confronto delle idee si fa non solo con le parole ma anche con le mani: perché quando le cose vanno bene tutti sono soddisfatti, anche gli ultimi; ma quando vanno male gli ultimi cominciano a non farcela più, e le belle parole non bastano dato che non possono essere servite in tavola. Ammettiamo che sia vero, come ho letto, che Marchionne guadagni 400 volte un suo operaio. Ebbene tale moltiplicatore costituisce un problema tutto sommato astratto filosofico finché tutti possono fare la propria vita più o meno soddisfacente; ma diviene però serio e impellente nel momento in cui l'operaio per mettere in tavola la zuppa deve passare dal banco dei pegni.
Ora, noi oggi ci troviamo esattamente in tale condizione. Le disparità sociali sono incredibilmente aumentate, il Paese è diviso tra gente che spende, spande e ostenta e gente che ogni giorno si sforza di nascondere la propria miseria che si accresce. Il lavoro si precarizza, i salari reali diminuiscono, chi ha dei figli immagina per loro un futuro ancora più nero e ci si guarda indietro, agli anni Settanta e Ottanta, con lo stesso spirito di Francesca nel quinto canto. La debolezza dei sindacati, oltretutto divisi tra loro, evidenzia ancor più la protervia dei padroni, che non perdono l'occasione per attentare a diritti un tempo dati per scontati. Quando io ho studiato il diritto del lavoro, ed erano passati quasi vent'anni dallo Statuto, l'idea stessa che un imprenditore potesse immaginare di non far entrare in fabbrica un lavoratore reintegrato era semplicemente assurda, così come il baratto degli investimenti contro i diritti; mentre oggi Marchionne si permette di spedire telegrammi dicendo ai lavoratori di restare a casa, ché tanto li pagherà comunque, e ci sono sindacati che firmano accordi cedendo diritti acquisiti in cambio di macchinari produttivi.
Badate, questi che ho descritto sono dati di fatto, indiscutibili. Potremmo perdere giorni a spiegarci i motivi di queste tendenze, primo fra tutti il fatto che la globalizzazione comporta il livellamento dei diritti, dei salari e di tutto il resto, talché l'operaio italiano ci perde e quello cinese ci guadagna, esattamente come un corpo caldo si raffredda riscaldando un corpo freddo, ma qui non andiamo a cercare le ragioni, bensì misuriamo gli effetti. E gli effetti sono quelli che ho descritto.
Non credo sia troppo azzardato profetizzare che quelle che abbiamo visto in questi giorni siano solo le prime avvisaglie di una stagione in cui torneranno in auge le lotte vere, quelle toste. E non sarà certo Enrico Letta, del quale mi è rimasta impressa l'immagine, il golfino sulle spalle e la ripetizione ossessiva della medesima frase: "siete antidemocratici", a fermarle: perché qui il problema non è più la democrazia, che è un valore che si può permettere chi ha la pancia piena, bensì la sopravvivenza quotidiana.
E' una tendenza che si può invertire? Non lo so: molto dipenderà dalla capacità della classe dirigente di cogliere il cambio di passo e rispondere con azioni concrete in difesa delle classi (sì, classi) che scontano il maggior disagio sociale. Se questo avverrà, bene; se non avverrà, e alla richiesta di maggior giustizia sociale si continuerà a rispondere con dibattiti sterili, sorrisi da imbonitore e false promesse di futuri Bengodi, be' allora credo proprio che dovremo prepararci rivedere scene delle quali avevamo perso l'abitudine.

mercoledì 8 settembre 2010

San Giuda Taddeo

Nel diuturno sforzo per presentare ogni giorno ai lettori una causa persa differente, Repubblica ha sfoderato l'ennesima trovata ad effetto: il boxino che aggiorna in tempo reale il numero di giorni, ore, minuti primi e minuti secondi da cui manca il Ministro dello Sviluppo Economico.
Il pubblico del noto tabloid è di bocca buona, e si fa stupire da trovatacce ad effetto, paragonabili a quelle degli imbonitori alle fiere di paese che dopo aver mangiato i cocci di vetro sputano fazzoletti e si risciaquano la bocca con il fuoco: robe che se tentate di proporle a bambini di otto anni vi guardano con aria di compatimento prendendovi per vecchi rimbecilliti.
Tempo addietro avevo scritto qualcosa riguardante il verbo fare, rimarcandone il carattere transitivo e rammentando che dire "io farò" non significa nulla, se non specifico che cosa farò. La fiducia è una cosa seria, diceva la nota pubblicità del salame: e colui che dà la propria fiducia a qualcuno che se la prende così, in cambio di nulla, ha lo stesso livello di accortezza di colui che, trovata in terra una cambiale, la firma e la consegna al primo che passa per la strada, raccomandandogli di tenerla da conto.
La nuova campagna di Repubblica non si discosta molto da questa logica: premere su Berlusconi perché nomini un Ministro dello Sviluppo Economico, pur sapendo perfettamente che il possibile candidato è ben peggio dell'attuale reggente, è un atteggiamento inutilmente sciocco, giustificato solo da quel populismo che giustifica in nome delle vendite qualsiasi campagna ad effetto.
Non riesco a vedere grandi differenze di levatura tra il boxino qui a fianco e la mesata di prime pagine con le quali Feltri chiede conto a Fini della dimensione dei tasselli utilizzati per montare i pensili nella casa a Montecarlo, ma non è solo questo il punto.
Il punto è che un ministero funziona perlopiù grazie ai suoi dirigenti e funzionari. Il Ministro imprime un'impronta politica all'azione dei medesimi, indirizzandola dall'una o dall'altra parte, ma non è che in sua assenza la macchina si fermi, quasi che il titolare del dicastero fosse l'analogo del Motore Immobile aristotelico. Certo, per dicasteri che hanno un ruolo squisitamente politico (pensiamo agli Affari Esteri, o l'Economia da un po' di tempo in qua) la presenza del titolare politico è essenziale; ma per i dicasteri tecnici non è così.
Per chi ha a cuore le residue sorti del Paese sarebbe quindi assai meglio continuare con Berlusconi che regge l'interim del ministero: perlomeno, essendo in mille altre faccende affaccendato, egli ha pochissimo tempo da dedicare a quella macchina che non può quindi indirizzare su una strada troppo sbagliata; ma immaginate quanti danni potrebbe farvi uno come Paolo Romani, che avrebbe l'intera giornata da dedicare al far girare la macchina nella direzione voluta dal padrone; e perdipiù in un momento in cui si prospetta la possibilità di una nuova campagna elettorale e quindi il controllo delle telecomunicazioni diviene uno strumento essenziale per l'indirizzamento dei consensi.

Sì, e poi chi ha il tempo di leggere?

Leggendo il coso di IpaziaS mi sono accorto che il mio blogroll giaceva lì, abbandonato e privo di senso logico. Roba morta, roba viva per miracolo, roba vivissima ma che non leggevo più da un pezzo.
E quindi, piuttosto che affrontare le fatiche delle pulizie d'autunno, ho preferito buttarlo via.

lunedì 6 settembre 2010

Extra! Extra!

La notizia non è che la Regina d'Inghilterra abbia le scarpe bucate.
La notizia non è nemmeno che il Corriere della Sera e La Repubblica ritengano doveroso dare ai lettori una notizia che neppure la rubrica Royals di The Sun ha ritenuto di lanciare: e ce ne stupiamo un poco, dacché The Sun, seppur molto più serio e paludato dei due maggiori giornali di casa nostra, dovrebbe, non foss'altro per ragioni geografiche, essere più attento alle scarpe della Regina d'Inghilterra e di Scozia.
No: la notizia, quella vera, è che MLR non è in grado di distinguere un buco nella scarpa da una macchia, forse dovuta a un pezzo di cingomma attaccatasi alla Reale Suola. Io di buchi sotto i piedi sono abbastanza esperto: forse potrei propormi come consulente d'immagine per i due Grandi Quotidiani.

domenica 5 settembre 2010

Il processo breve

Sembra dunque che Berlusconi abbia deciso di non calcare la mano sul processo breve. Forse farà inventare a Ghedini nuovi metodi per sfuggire alla sentenza di primo grado, o forse no.
Sta di fatto che io tutto questo suo accanimento non l'ho mica compreso tanto bene. Infatti, malgrado tutte le sospensioni della prescrizione che finora si sono succedute, una cosa possiamo darla per certa: vale a dire che anche in caso di condanna in primo grado, il processo d'appello non potrebbe mai arrivare a concludersi prima della scadenza del termine oltre il quale i giudici dovrebbero pronunciare il non luogo a procedere.
Berlusconi pertanto potrebbe venir sì condannato, ma poi si avvarrebbe della prescrizione: come già è successo in altri casi (ad esempio nel processo per corruzione semplice relativo al Lodo Mondadori).
Ora, è vero che in un altro paese un capo del governo condannato in primo grado non avrebbe vita semplice e probabilmente dovrebbe rassegnare le dimissioni; ma non riesco ad immaginare che Berlusconi si farebbe molti problemi a far partire il cancan dei mezzi di comunicazione a lui asserviti per trasformare la prescrizione in un'assoluzione con formula piena.
Può essere quindi che il nostro semplicemente abbia fatto i suoi conti e abbia capito che piuttosto che rompere con i fininiani, e con quella parte del suo elettorato che certo non vedrebbe con troppo favore quella che giustamente è stata definita "amnistia mascherata", forse forse gli conviene ripetere il giochetto di sempre e scatenare i Minzolini e i Feltri per ripulirsi la fedina.

Breviario domenicale

«Gli italiani sono stanchi di farsi prendere per il culo»

«Il popolo ha detto: "Basta! La misura è colma!"»

venerdì 3 settembre 2010

Metafisiche

Mi turba il fatto che, duecentoetrenta anni dopo Kant, ci sia ancora chi pretende di dimostrare che Dio esiste o che Dio non esiste.
Mi turba vieppiù il fatto che tra coloro che lo pretendono ci siano anche persone viste dalla stampa -e tramite essa dalle masse- come finissimi intellettuali e maestri di un pensiero universale, non limitato al proprio campo specialistico.
Da quel poco che ho letto, credo anche (e spero) che il professor Hawking non abbia mai affermato che "Dio non esiste", bensì che "Dio non è necessario per spiegare l'universo"; e mi piacerebbe che anche le persone di media e ima cultura fossero, tutte, in grado di capire la differenza tra queste affermazioni.
Quanto a Odifreddi e a Ferraris, ho pena per loro.
E non sono neppure credente.

mercoledì 1 settembre 2010

Matematica ricreativa

Pippo Civati, il noto filosofo prestato malgré soi alla politica, ha scritto un bel post sul Post.
Affogata tra una serie di frasi prive di alcun senso concreto («La rivoluzione, ci vuole. Una rivoluzione che riguardi prima di tutto noi stessi»; «Tutto quello che è successo in questi ultimi vent’anni, è sbagliato»; «Di fronte al crollo di questa Italia, non si può traccheggiare. Non ci si può abbandonare al politicismo. Non si può discutere come se il mondo si riducesse a tre palazzi romani e a due segreterie di partito»; «ci vuole una nuova politica estera, perché questa cosa di Gheddafi è avvilente») spicca l'unica vera proposta:
«Ti entra in casa un idraulico. Chiedigli la ricevuta, perché potrai scaricarla dalle tasse. E se facciamo pagare le tasse, poi, anziché creare un tesoretto e discuterne con Diliberto (che è tornato, anche lui), automaticamente le restituiamo a chi le tasse le ha sempre pagate e a chi si impegna a investire per davvero.»
Questa è una cosa che si è sentita ennemila volte, e forse è il caso di dire, chiaro e forte, che è una cazzata: e non ci vuole un matematico per dimostrarlo.
Giusto come ripasso, ricordiamo che bisogna distinguere tra deduzione, che diminuisce l'imponibile, e detrazione, che diminuisce l'imposta dovuta.

Se rendiamo detraibile dalle imposte una percentuale di tutte le spese che si fanno nella vita (il dentista, l'idraulico, l'elettrauto, e giù giù fino allo scontrino del supermarket), dobbiamo anzitutto fissare una percentuale di detraibilità, poniamo il caso al 19% come già adesso vigente per le spese sanitarie. Bene: vi arriva a casa l'idraulico, vi propone un conto di 200 euri (più IVA) con fattura, o 180 euri senza fattura. Voi vi fate due conti, vi accorgete che con la fattura andreste a spendere 240 euri (l'IVA non la potete recuperare), con una detrazione fiscale di 45 euri, per un netto di 195 euri. Confrontate 195 con 180, decidete che 180 è più conveniente, e pagate in nero, alla faccia di Ciwati.

Ammettiamo che si rendano invece deducibili dal reddito tutte le spese. Bene: in tal caso io guadagno, poniamo, 120.000 euri, ne spendo 40.000 per vivere e quindi pagherò le tasse su 80.000 euri; e grazie al fatto che ho fatto fatturare tutti quelli che mi hanno venduto un bene o un servizio, anch'essi dovranno pagare le tasse. All'idraulico diventa molto più difficile propormi un accordo vantaggioso: se pago un'aliquota marginale del 43%, egli dovrebbe propormi uno sconto almeno almeno del 50% sul lavoro che ha fatto, per rendermi la cosa allettante e superare il mio scrupolo morale di onesto cittadino.
La deducibilità quindi può funzionare? Certo, c'è un problema, ma minuscolo. Nell'esempio che ho fatto prima, la maggior parte del mio reddito la conservo per i miei figli e sono disposto a pagarci sopra le tasse. Ma per quei quattro gatti che spendono tutto quel che guadagnano l'effetto sarebbe che costoro non pagherebbero più una sola lira di imposte, il che potrebbe portare un bel problema ai conti pubblici.
Ma tutto sommato c'è da star tranquilli: è infatti notorio che in Italia coloro che sono così sfigati da spendere tutto per vivere (o addirittura da indebitarsi per tirare avanti) sono un'esigua minoranza: e certo non vi rientrano né i parlamentari in carica né i consiglieri regionali. Non saranno certo quei quattro pulciosi che arrivano giusti giusti alla fine della quarta settimana ad impensierire Tremonti.

Maggioritario uninominale possibilmente a doppio turno

Come altre volte è accaduto nella storia del Grande Partito dei Riformisti, anche stavolta i vertici hanno indicato una strada da seguire, senza però dire in che direzione percorrerla.
E così il botto estivo del governo di transizione, con l'obiettivo minimalista di fare una legge elettorale e una legge sul conflitto d'interessi, si è infranto di fronte all'evidenza che nessuno sa come fare una legge elettorale: e figuriamoci una sul conflitto d'interessi!
Si sono riproposte, e non è certo un caso, le stese dinamiche che avevano impedito al Governo Prodi (che, pur risicata, una maggioranza ce l'aveva) di far approvare quelle due norme. Come si passa dal titolo del tema al suo svolgimento, difatti, la litigiosità dell'accozzagliadel Partito Democratico ha modo di esprimersi nelle sue forme migliori.
Da una parte un D'Alema che punta al proporzionale alla tedesca, dall'altra la Presidenta che afferma che il PD è vincolato a sostenere un «maggioritario uninominale possibilmente a doppio turno».

Non è che quest'ultimo tipo di legge elettorale non abbia illustri esempi all'estero, sia chiaro. Tuttavia almeno una cosa credo che vada detta, e con vigore.
Si imputa alla legge elettorale attuale di non consentire la scelta del parlamentare, che di fatto viene designato dalle segreterie di partito, rimanendo l'alea del risultato in capo a quella cinquantina di candidati che galleggiano negli elenchi tra coloro che sono assolutamente certi di ottenere il seggio e coloro che sono lì per mera presenza, dato che potrebbero entrare alle Camere solo ove il proprio partito facesse cappotto. L'elettore quindi con il suo voto di fatto designa dei personaggi di mezza tacca, né carne (i maggiorenti ben abbarbicati alle prime posizioni) né verdura (peones presenti solo per obbligo di militanza).
Orbene, non è che con l'uninominale le cose cambierebbero sensibilmente: mi piacerebbe che almeno questo fosse chiaro. Con l'uninominale infatti l'elettore si trova a dover scegliere tra quattro-cinque nomi, tutti designati dalle segreterie di partito; e con il doppio turno (non a caso tanto caro al PD) i nomi diventano solo due, tre al massimo in situazioni locali particolari, espressione diretta dei partiti maggiori.
Il che significa che, al posto della magra soddisfazione di poter scegliere tra una serie di elenchi di semisconosciuti, potrei scegliere tra due nomi. "Accipicchia, che vantaggio!", come mi dissi quella volta che dovetti scegliere tra quello che stava dall'altra parte (Michele Saponara della Casa della Libertà) e quello che stava dalla parte mia, a sinistra, e che era nientemeno che Vittorio Dotti, già capogruppo di Forza Italia, avvocato di Berlusconi e saltatore di quaglia causa litigio con il padrone per questione di femmina.
"Ma ci sono le primarie!", si dice. Le primarie, certo.
Chiariamo un punto anche sulle primarie. Ci sono due casi possibili: o vengono imposte per legge ai partiti, diventando un istituto di natura costituzionale che pertanto deve sottostare a una serie di garanzie e controlli (quali la garanzia della partecipazione dell'intero corpo elettorale, il controllo dei votanti e delle schede votate per evitare esclusioni o voti multipli, un sistema di scrutinio che garantisca la terzietà, etc. etc.), o rimangono istituti privatistici che ciascun partito è libero di organizzare come ritiene opportuno, aprendole o meno ai soli iscritti o alla popolazione intera e organizzando i seggi come meglio crede anche in considerazione del proprio bacino di elettori e, al limite, non organizzandole affatto.I casi sono solo questi due, dicevo: perché non è concepibile che una legge imponga ai partiti di fare le primarie e che i partiti stessi possano organizzarle con i gazebo e i fustini del bucato, lasciandosi la possibilità di buttare nel camino alla fine della giornata tutte le schede e facendo proclamare al segretario i nomi dei vincitori.  Se c'è un obbligo di legge, bisogna garantire che l'obbligo venga rispettato, e che non si faccia del mero teatro di strada: quindi ci vogliono dei controlli, e dei controlli terzi rispetto alla dirigenza del partito organizzatore.
Dato che i partiti sono associazioni privatistiche, seppur di rilevanza costituzionale, io dovendo scegliere la frittata men peggiore mi schiero senza alcun dubbio dalla parte delle primarie libere, che chi vuole le fa e chi non vuole non le fa: ciò sia per motivi costituzionali, sia per il fatto che le primarie per legge sono un'idea del coglione supremo.
Ma, anche ammettendo che l'idiota possa aver avuto un'idea buona nella sua vita, sarebbe in grado di spiegarmi in che cosa, queste primarie fatte in forza di legge si discosterebbero da elezioni vere e proprie? La risposta è una sola: in nulla.
E così il combinato effetto del sistema invocato dalla Presidenta (maggioritario uninominale a doppio turno) e delle primarie cogenti ideato dal Puffo Scemo ci porterebbe sapete a cosa? A un sistema elettorale a triplo turno.
Roba da farsi ridere in faccia dagli elettori dell'Appenzello Interno.

 

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